CAPITOLO XXIV

Essendo il carnovale di Venezia cominciato da qualche tempo, i due amici vollero profittare dei costumi di quella città e di quella stagione, e però trovarono assai vantaggioso, nelle loro circostanze segnatamente, d'andar mascherati, e star celati altrui per qualche giorno.

—È mia intenzione, diceva il Palavicino al Mandello, di vedere come si comportano qui i nostri colleghi prima di darmi loro a conoscere. Nel venire a Milano ne ho incontrati più d'uno e mi parve che nelle loro teste molte idee siansi venute rettificando, e la sventura abbia lor dato il modo di ripescare la buona ragione che avevano smarrito. Non so poi come sì metteranno le cose qui!

Non credo già che si abbiano a metter bene gran fatto. È un tempo questo in cui anche il doge sessagenario si degna di alternar qui gli scambietti colle belle veneziane; e i senatori e i procuratori di San Marco, mettendo da parte ogni loro dignità, danzano anch'essi la gagliarda e la furlana. Io che m'ebbi a digerire più d'una dozzina di carnevali su queste lagune, so come vanno le cose: e se i nostri colleghi che son fuggiti da Milano, s'acconciano a una simile ragione di vita è indizio manifesto che le loro angoscie non sono ancor giunte a supurazione, e intanto si dilettano a tuffarle nella gioja che passa.

—Anch'io ho fatto un tal pensiero. Tuttavia è già molto che dopo tanti anni di errore abbian cominciato ad accorgersi di qualche cosa. È già molto che sentano il bisogno di stordirsi nei passatempi della vita per far tacere un affanno. Vada per tutti quegli anni che festeggiavano della veste che lor bruciava in dosso. Ora avvolgiamoci noi pure pei labirinti di queste pazze feste, e vediamo di accostarci a ciascuno de' nostri compatrioti per conoscere press'a poco come stiano di dentro. Dopo avremo a tentare qualcosa…. Ho qualche disegno in mente, che tu, Galeazzo, m'ajuterai a colorire…. ma intanto sarà bene cercare del conte Birago, col quale m'incontrai appunto quando m'incamminava a Milano, e che di tutti, anche allorquando stava contro di noi, mi parve sempre il più ragionevole.

Fermi in questo, non volendo darsi a conoscere a nessuno prima di incontrarsi in lui, dovettero durare qualche fatica per ritrovarlo. Cominciarono perciò a frequentare i luoghi pubblici, i ridotti, le sale, i banchetti che di notte si davano sulla piazza di S. Marco, sulla riva degli Schiavoni, alla Giudecca, al Canalazzo; poterono anche introdursi nelle sale del doge, che in quel tempo era Leonardo Loredano, e colà venne lor fatto alla fine di vedere il conte Birago in un momento che si levava la maschera per respirare, e s'accostava ad un finestrone del palazzo ducale. Il Palavicino, sempre mascherato, accostatosi a lui che s'era messo al davanzale, gli battè sulla spalla.

Quegli si rivolse.

—Qui, gli disse allora Manfredo, i sistri vanno sempre più animando le danze… là prorompono grida di ebbra allegrezza, e additava la gran piazza di S. Marco sulla quale, fra lo splendore di mille fuochi, ferveva e romoreggiava una densissima folla di popolo. Ora ti domando io, caro conte, come un uomo può aver tempo di pensare alla propria terra che trovasi oppressa da una calamità insolita.

Il conte Birago, a quelle inaspettate parole, aguzzò gli occhi e guardò attentamente il Palavicino come sforzandosi di osservare il volto che celavasi sotto la maschera.

Il Mandello gli si accostò allora anch'esso e:

—Ciò che ti ha detto questo mio amico carissimo, soggiunse, è vero pur troppo…. Tra la furlana e le nacchere domando io come si possano incastrare i pensieri di chi va agonizzando.

—Ma chi siete voi? domandò il Birago.

—Hai tu volontà di conoscerci?

—Levate la maschera.

—Qui no; vieni con noi.

—Prima ditemi chi siete…

—Se tu sei così dappoco, gli disse allora Manfredo, d'aver timore di chi ti ha parlato del paese tuo… penso che potresti anche rimanere…

—Così dappoco?… Chi lo dice?

—Io, se te ne stai ancora irresoluto.

—Vi seguo sul momento… Abbiate un riguardo al mio stupore.

—Adesso mi piaci.

Usciti così del palazzo, e venuti al molo, si diedero a percorrere la via degli Schiavoni.

Quando il Palavicino si manifestò al conte Birago, quegli ne rimase sbalordito e non sapeva credere a sè stesso.

—E per che straordinaria avventura sei tu ancor vivo? gli disse. Qui era corsa la voce, che tu eri caduto nelle mani del Lautrec, e noi tutti ti credevamo spacciato.

—Ringrazia dunque i tuoi cari compatriotti, disse allora il Mandello battendo leggermente sulla spalla del Palavicino, che con tanta allegria attendevano a farti le esequie. Il modo per altro è nuovo!

Il conte Birago tacque e chinò la testa.

—Per me penso che avrebber fatto benissimo, soggiunse Manfredo, qualora non si fosse trattato che di me solo, ma…

—Io non so davvero quel che ti debba rispondere, disse allora il Birago; ma ti confesso che per me e per tutti io provo adesso una vergogna estrema.

—Quand'è così bisogna adunque che ti congiunga a noi due, e provveda tu pure perchè i nostri abbiano a determinarsi finalmente e a mettersi su quella via che ci è forza percorrere.

—Tu parli bene, ma come si ha a fare?

—In che luogo sono soliti di radunarsi i nostri qui, a Venezia?

—In più luoghi. Stanotte, per esempio, li vedrete tutti quanti assisi ad un banchetto che si sta apprestando alla Giudecca. Ve ne saranno da cento a centocinquanta.

—È un bel numero.

—Ho caro di vederli tutti, disse il Palavicino, e di avvicinarli… così il mio Galeazzo ed io li verremo stuzzicando per vedere se sotto lo sfregamento avranno qualche scintilla da mandar fuori. Tu ti troverai con loro perchè non è conveniente che di punto in bianco diventi uom serio. Ma una cosa hai da prometterci.

—Di' pure, marchese.

—Che fino a nuovo avviso non ti uscirà mai di bocca che io son qui.

—Te le prometto.

Facendo tali discorsi si misero a passeggiare per la piazza di S. Marco, assistendo per forza ai sollazzi scomposti di una moltitudine di maschere, ai giuochi dei saltatori e dei mimi, ai banchetti che sotto tende posticce erano apparecchiati sulla piazza medesima.

Manfredo ebbe colà a vedere molti dei suoi compatrioti, chi a tener dietro ad una maschera collo zendado, chi, trattenuto per le vesti da qualche faziolo, a dilettarsi di voluttuose facezie, chi a fare altre simili cose, e quando fu l'ora, col conte Birago e col Mandello, messosi in una gondola piena di maschere e di donne leggiadre, si fece traghettare alla Giudecca.

All'immenso banchetto apparecchiato in quel luogo per centinaia di gentiluomini sotto a tende e padiglioni appositamente eretti e adobbate a spese d'un Barberigo, ricchissimo patrizio, con tanto sfarzo e tanta magnificenza da meritarsi una descrizione se ne avessimo il tempo, intervenne esso pure sempre colla mezza maschera al volto. Le imbandigioni diluviarono, il vino di Cipro riscaldò il cerebro a tutti quanti. I canti e i brindisi eccheggiarono a lungo. I Veneziani cantarono le guerre chiozzotte e la conquista di Costantinopoli e le glorie di Enrico Dandolo.

Quando, verso il fine del banchetto, un Veneziano rivolto a quei centinaio di Milanesi coi quali s'era messo in intrinsichezza:

—Noi ci abbiam messo il nostro, prese improvvisamente a gridare, or tocca a voi. Le nostre canzoni sono antiche come la patria nostra e le nostre glorie. Se voi ne avete di più belle e di più liete fate sentirle. E se il vostro dialetto ha più espressione e più grazia del nostro, noi stiam qui ad ascoltarvi.

Il vino di Cipro che aveva fatto assai bene l'ufficio suo, e aveva riscaldata la vena musicale di quanti patrizj milanesi eran là, fu causa che si accettasse l'invito, e quante canzoni popolari correvano allora pel territorio milanese furono così ripetute a più voci e in coro con infiniti applausi e risa che andarono alle stelle…

L'allegria di quei patrizj milanesi parea veramente eccessiva.

Il Palavicino, che osservava tutto e tutti, se ne addolorava in suo segreto, e osservando continuamente il conte Crivello e il Torriano e il Figino, que' medesimi che aveva incontrati venendo a Milano, e allora gli era sembrato fossero oppressi da un grave e solenne dolore, non sapeva farsi capace del come potevano adesso in quel così scandaloso modo tuffare nel vino e nell'intemperanza e nell'allegria baccante il pensiero della loro condizione e di quella del loro paese. Considerando poi che talvolta l'uom ricorre a tal mezzo per mitigare appunto un dolore che sia immenso, volle provare se ciò potea verificarsi anche sul conto loro.

Intanto che ferveva la gara di quelle gioconde canzoni, egli si fece dare un liuto da uno dei giocolieri ch'erano stati introdotti ai banchetto, e stette aspettando che venisse il momento anche per lui.

Avendo, quand'era giovinetto, frequentato a Milano il conservatorio di musica fondato da Lodovico il Moro (come voleva il costume e la voga in cui allora era salita quell'arte) e dallo Scandiano Monteverde avendo ricevuto lezioni di canto e di liuto, egli n'era uscito gran dilettante in quest'arte, che abbandonò poi affatto per le altre cure più gravi. E fu questa la prima volta che pensò di non aver gettato il suo tempo al tutto. Però, quando le ultime note di una giocondissima canzone vennero svenendo per l'aria, egli che non aveva mai aperto bocca in quella notte, si alzò allora gridando—Or tocca a me—e toccando della mano il liuto, con maestri e forti passaggi comandò l'attenzione.

Se non che quel tono grave e severo contrastò colla gioconda direzione dei pensieri di tutti, che in sulle prime ne ricevettero una sensazione quasi sgradevole. Ma la maestria vinse poi gli animi, ed egli allora con voce chiara e sonora, ma tremolante di una commozione che non seppe dominare, si mise a cantare in dialetto quella canzone che alcuni dì prima aveva udito in Milano dalla povera filatrice

I campann d'or e d'argent Hin in del pozz de sant Patrizi ….

col resto della strofa, e con tutte le altre di quel lugubre canto lombardo che la tradizione non seppe portare intiero fino a noi.

La nota musicale è di una efficacia senza pari, e più che l'eloquenza della parola, pulsando i sensi, soggioga per quel veicolo i cuori. Se poi la nota sia resa da una voce umana, la quale riceva le sue inflessioni da un forte affetto che profondamente sia radicato nell'animo, allora l'effetto è intero, è prepotente… Così quanti milanesi trovavansi a quel banchetto, tutti, a quel suono, a quella voce, a quel canto, a quelle parole, che tante volte nella loro città medesima erano ad essi suonate all'orecchio, si sentirono correre i brividi nel sangue… fu uno sconvolgimento repentino dei pensieri di tutti,… Alla mente di ciascuno si appresentò la squallida scena della patria lontana… l'allegria cessò di colpo.

Il Palavicino toltosi allora di là, restituito il liuto al giocoliere, si confuse tra la folla e scomparve.

—Chi è costui? domandarono allora ad una voce il Crivello, il Torriano, il Moriggia, il Ferreri, il Vimercati ed altri nobili milanesi rivolti al conte Birago. Chi è costui? Egli è venuto qui con te!

—E con me! gridò il conte Mandello che mai non s'era tolta la maschera dal volto, e che si tolse allora. Qui il conte Birago non lo conosce affatto, ma lo conosco io e rispondo per lui. Potete viver tranquilli.

Tutti, vedendo il conte Mandello fecero le più alte maraviglie, e non sapevano credere a' propri occhi.

—Sei qui anche tu?

—Diavolo! È carnovale, ed a Milano ormai non si trova più il modo di fare una risata di cuore…. La vita è breve, e pensai di rifuggirmi qui e di far passare ogni doglia. Alla patria poi ci pensi chi ci vuol pensare; il vostro esempio mi ha giovato moltissimo.

Nessuno dei Milanesi, rispose. Nessuno dei Milanesi in quella notte, per quanto si sforzasse, potè ricordarsi coll'allegria dei Veneziani, e in mezzo ai canti, alle danze, alle facezie dei zanni, non seppero mai più far venire sulle labbra un sorriso che fosse sincero.

Il Palavicino, ch'era ricomparso sott'altro mantello e sott'altra maschera, girando tra crocchio e crocchio, potè accorgersi di tale mutamento, e tornò a nutrire quelle speranze che alcuni momenti prima fu quasi per perdere.

Verso la mattina, traendo il Birago e il conte Mandello in disparte, e partendo con essi in gondola:

—Sentite, disse, qui bisogna che m'aiutate a trovare un mezzo per costringere i nostri ad abbandonare Venezia. È venuto il tempo che tutti noi abbiamo a pensar seriamente alle cose nostre; è un anno adesso che Massimiliano è morto; è da sei mesi che Carlo V è imperatore. Tanto per le cose di Lutero, come sapete, quanto per le minacce d'invasione di Selim, il santo padre e Carlo si son già messi d'accordo: è presto il tempo che costoro, col loro intervento abbiano a giovare anche le cose nostre, e si hanno tutte le ragioni di credere che Carlo V abbia a trovar ottime le ragioni di Leon X di scacciar Francia da Italia. Convien dunque risolversi, e sopratutto conviene evitare che i nostri patriotti che continuano ad uscire dal territorio milanese volgano il loro cammino a questa volta dove son certi di trovare buona parte de' loro concittadini. Quando costoro siensi stanziati altrove, tutti vorranno affluire a quell'unico punto. Il Mandello ed io veniamo adesso da Reggio come tu sai; è in questa piccola e spopolata città ch'io penso abbiano a raccogliersi i nostri. Bisogna dunque che anche tu, Birago, adoperi il tuo ingegno, per trovare qualche adatto modo di condurli per la non pensata.

—La cosa non dovrebb'essere difficile; tutto sta che quando sia il punto, ciascheduno voglia acconciarsi a lasciar Venezia per Reggio, e di questa stagione specialmente.

—Per molti segni ho potuto accorgermi stanotte che nelle menti di quanti patrizi milanesi son qui, il pensiero della loro patria è venuto oramai a galla degli altri, perciò io spero molto.

—Per me son qui, disse il Birago, così fosser tutti del medesimo mio sentire.

—Lo saranno.

E fermi in questa si lasciarono.

Trascorse qualche giorno senza nessun notevole accidente, continuando il Palavicino, il Mandello e Birago a stare in agguato in una buona occasione.

Una mattina entra il Birago nelle stanze dove alloggiavano ilPalavicino e il Mandello.

—Stanotte, disse, ci vennero da Milano delle strane notizie, strane per tutti, ma non per me; è corsa la voce del tuo duello, Manfredo, e dell'esser tu uscito dalle mani del Lautrec come per miracolo d'Iddio. Intorno al modo però è ben controversa l'opinione; v'è poi taluno il quale afferma che anche tu, conte Galeazzo, hai avuto mano in questa faccenda; io ho dovuto ridere, e tacqui.

—Hai fatto benissimo; ma che effetto produsse su tutti quanti la notizia della salvezza, qui del nostro Manfredo?

—Non poteva essere che un solo effetto, quello di una generale esultanza, e mi fece grandissimo piacere.

—Quest'occasione sarebbe buona per cominciare a far qualche cosa, ed io sarei di avviso, Manfredo, che tu oggi stesso ti dessi a conoscere a tutti costoro.

—Starò a vedere; mi pare, per altro, che non sia ancora il momento opportuno.

—Sentite, disse allora il conte Birago; io spero che, fra pochi dì, potremo dar cominciamento al nostro disegno. Domani notte ci sarà una gran festa sul mare, alla quale tutti i nostri compagni vorranno intervenire; è una festa che dà il figlio del Contarini, in occasione che si marita alla Morosini. E da qui si andrà fino a Chioggia, nelle cui vicinanze, come sapete, è un luogo di delizie di questa ricchissima casa. Vorrà essere uno spettacolo straordinario questo continuo e lungo corso di barche e di gondole che traslocherà, a dir così, Venezia a quel luogo.

—Ma che relazione, domandò il Palavicino hanno le tue speranze con questo avvenimento?

—Volevo dire che dopo tal festa, che sarà la migliore di tutte, pei nostri non vi potranno essere più attrattive in Venezia. E allora tu, dandoti a conoscere, e parlando loro con forti parole, potrai benissimo indurli ad uscire di qui una volta per sempre.

—Che ne pensi, Galeazzo? disse il Palavicino allora.

—Penso che non ci sarebbe male, pure non basta.

—Come non basta?

—Converrebbe trovare il modo che tutti avessero a trovarsi già ben lungi di qui, e nessuno non fosse più agevole di tornare indietro.

—Non capisco, disse il Birago.

—Parlerò più chiaro. Per quanta buona opinione abbia de' nostri, tuttavia inclino a credere che nessuno spontaneamente vorrà partir da Venezia sì presto, e che sarà indispensabile qualche mezzo insolito per obbligarli.

—E come trovarlo?

—La festa di questa notte appunto me lo avrebbe fatto trovare.

—Forse ho indovinato, disse Manfredo allora.

—Davvero? e come ti pare?

—Da Chioggia a Reggio quante miglia ci sono?

—Per ora accontentiamoci di Modena, caro mio; eppoi il punto di partenza non dev'esser Chioggia; bisognerà che le nostre barche dirizzino il loro corso un po' più in su, così tra l'Adria e lo sbocco del Po, perchè da questo punto a Modena c'è poco più d'un sessanta miglia, e sono presto percorse. Del resto sono assai contento che tu mi abbia compreso a bella prima, sendochè quando in due teste nasce un medesimo pensiero, è indizio infallibile ch'egli è eccellente!

—Pare a me pure.

—Allora, disse il Palavicino al conte Birago, converrà che tu, oggi stesso, provveda a noleggiare le barche per noi milanesi, e faccia sapere a ciascheduno che tu hai pensato per tutti.

—E se fosse possibile avere in pronto in vece di più barche, una sola che fosse capace di un centinaio di persone, per verità che sarebbe il meglio, a toglier così il pericolo che qualcuna allontanandosi di troppo, mandasse a vuoto i nostri disegni.

—È verissimo, Birago, e converrà pensarci.

—È cosa subito fatta; conosco il capo degli arsenalotti, e colui mi saprà benissimo accontentare.

—Ma prima fa di darne avviso a tutti i nostri, perchè non abbiano per avventura a prendere altri impegni.

—È ciò che vado a far subito; vi saprò poi dire il resto.

Il conte Birago partì; il Palavicino e il Mandello si rimasero per dar perfezione al loro disegno.

Il giorno successivo tutta Venezia fu in movimento per le feste che la notte doveansi tenere a Chioggia, e verso il mezzodì, quasi potea dirsi che la popolazione dei palazzi e delle case si fosse traslocata intera nelle galere, nelle barche, nelle gondole, per trasferirsi colà. Il Mandello era partito fin dalla mattina per fare, nelle vicinanze di Chioggia, que' preparativi che richiedevano i disegni concertati col Palavicino e col conte Birago, i quali si misero poi nella barca insieme a' compatriotti, quando già tutte le altre vogavano da un'ora sul mare. Al Birago era riuscito di condurre le cose in modo che quanti patrizi milanesi erano allora a Venezia, tutti si raccogliessero insieme, ad eccezione di que' venti o trenta che seco avevano moglie e famiglia, pe' quali non si trovò nessun partito che paresse opportuno. Coloro però che s'erano uniti in convoglio passavano il centinaio, numero più che sufficiente pei fini del Palavicino, il quale, a non porvi inciampo, e a far nascere verun sospetto, coperto della maschera, erasi confuso coi giocolieri, i zanni, le maschere, alle quali ad arte fu concesso un posto nella barca comune.

Il lungo tratto di canale e di mare che è tra la città e i murazzi, presentò quel giorno uno spettacolo di una grandezza e varietà veramente straordinaria; e quando si abbassarono sul mare le prime ombre delle notte, i fuochi che improvvisamente comparvero ai mille punti di quella specie di città galleggiante, e che correva rapidamente, fu un colpo d'occhio da vincere qualunque immaginazione. Era in longitudine uno spazio di sei miglia buonamente, tutto coperto da una densissima fila di gondole e di barche che si succedevano senza interruzione. Le voci, le grida, gli evviva, i canti di più di centomila persone che si trovavano in esse, i suoni delle ribebe, dei cimbali, dei liuti, della pive, generavano un frastuono vasto, incessante. L'acqua del mare raddoppiava pel giuoco della riflessione le fiaccole, i lampioni, le torce a vento che ardevano su ciascheduna. I mille colori delle maschere, delle vesti, degli ori, delle gemme veduti a qualche distanza, confondendosi in un tutto screziato e vago, davano l'immagine di un immenso iride che a galla delle acque passasse di volo in linea retta. E a qualche distanza ciò che più faceva impressione era quella confusione appunto di tante voci che grado grado andavan perdendosi per l'aria ed era allora che sul vasto mormorio s'udivano distinti gli evviva più sonori e i canti dei gondolieri che languidamente andavano poi a spegnersi anch'essi in seno delle onde. Il Palavicino avvolto nel suo mantello, che tirava un vento piuttosto crudo del mese di gennaio, non desistendo pur un momento dal pensare a quanto più gli stava sul cuore, non poteva però a meno di prestare anch'esso la sua attenzione a quella scena per lui nuovissima; osservava quegli splendori, ascoltava quelle grida allegre, poi innalzava lo sguardo agli spazi superiori dell'aria dove tutto era calma e si fermava poi a considerare una gran nube che verso mezzodì terminava in una riga parallela all'orizzonte. La zona in cui stendevasi quella nube fece che i pensieri si fermassero in quel punto a Roma, alla duchessa Elena, al suo vicino matrimonio, cosa che gli mise uno strano turbamento nell'animo. Ma intanto ch'egli faceva simili pensieri, gli si mostrò Chioggia che riboccava di luce, e che di tanto in tanto dava avviso di sè con forti scoppi di mortaletti. Il convoglio, vogando affrettatamente toccò la riva, e quanti erano nella barca saltarono a terra.

Il primo con cui tutti s'incontrarono fu il conte Galeazzo Mandello, che stava appunto in aspettazione di loro e non ne faceva le viste.

—Sei qui anche tu? gli disse taluno di quei gentiluomini milanesi.

—Perchè non ci dovrei essere?

—Che cosa so io? Non t'ho veduto cogli altri, e ho detto: colui avrà avuto le sue ragioni per non venire.

—Tutt'altro, avevo desiderio di osservare a lume di sole questi bellissimi luoghi, e perciò vi ho preceduto; ecco tutto.

—Quand'è così va benissimo; e il gentiluomo abbandonato il Mandello, andò ad unirsi alla folla che ristagnando alla porta del palazzo Contarini, tumultuava per entrare.

Ma il Palavicino ed il conte Birago, come scorsero il Mandello che, vedutili, già moveva incontro di loro:

—E così gli domandarono ad una voce.

—E così tutto è pronto; del resto ella era cosa tanto agevole, che non se ne poteva avere alcun dubbio.

—Capisco; ma si sa mai quello che può succedere, e talora ciò che par nulla è il più difficile.

—Ora dovremo attendere anche noi a stare allegri, perchè non è detto che un gran pensiero debba occupare tutte le nostre facoltà, e quand'uno è forte veramente, deve saper far più cose in una volta. Entriamo dunque anche noi, e badiamo sovratutto che i nostri non abbiano a vederci preoccupati.

Il Palavicino, il Mandello, il Birago, passando allora a stento tra quella folla stivatissima, la quale ingombrava la riva e tutta la strada, che dilungandosi da Chioggia metteva al palazzo Contarini, vi entrarono anch'essi.

Ora il lettore non ci farebbe al certo buon viso se con tanta carne che abbiam messa a bollire attendessimo a descrivere parte per parte quelle feste a cui il magnifico Contarini aveva invitato tulli i gentiluomini di Venezia non solo, ma delle città vicine; se attendessimo a far qui il ritratto della illustrissima sposa di lui che ne fu la regina; se volessimo dar qui l'elenco di quante famiglie cospicue così di Venezia che di fuori intervennero colà in quella notte, e a dar la somma di tutte le danze e contraddanze intrecciate da quell'afflusso così straordinario di persone; però portiamo fiducia d'avere ad essere ringraziati se passiam sopra di volo a codeste cose che non fanno per noi. Il nostro Palavicino intanto dovette acconciarsi a passare molte ore di fila in quelle sale e mascherato com'era, e da qualcuno essendo stato notato com'egli se ne stesse sopra di sè, e non s'accomunasse con nessuno, dovette più d'una volta subire la noia d'avere a rispondere alle sfacciate interrogazioni degli zanni che, sobillati dagli altri, tanto più godevano a martellarlo, quanto più s'accorgevano che egli n'aveva dispetto. Spesse volte però il conte Galeazzo Mandello, assai pratico di tali cose, era venuto in soccorso di lui e per le sue rimbeccate, più d'un zanni, e ve n'era di prontissimi, avea dovuto partirsi scornato.

Verso le otto ore di notte, il Palavicino, uscito di palazzo, si recò sulla riva, e cercò del condottiere della barca col quale era venuto.

Trovatolo, s'intrattenne alcuni momenti con lui.

—Credo che tra le nove e le dieci avremo a partire.

—E noi partiremo senza un accidente di sorta.

—Attendi a comportarti con molta precauzione, caro mio, perchè se taluno s'avvede che la prora non volge a Venezia, e ad ogni colpo di remo ci allontaniamo invece da essa, tutto va a fascio.

—Comprendo assai bene, ma ciò non avverrà. E in prima, con tanta confusione, sfido io a capire se Venezia sia di qui o di là! Ci son barche venute dall'Adria, da Contarina, da Goro, da Ferrara, da Comacchio, che di ragione, tornando donde sono venute, avranno a volger la prora dove la volgeremo noi. E in quanto a' vostri, credo bene che il vino delle Isole e il Maraschino di Zara avrà loro tanto annebbiato il lume degli occhi, che non ci vedranno ben chiaro fra qualche ora; dunque non abbiate un timore al mondo.

—Se la cosa avverrà come tu di' più d'un ruspo veneto sopravanzerà la somma che ti abbiamo assegnata.

—Ed io ve ne sarò ben grato, illustrissimo.

Il Palavicino non rispose, e ritornò nelle sale ad aspettare per un'altr'ora, durante la quale cominciò a subire quell'inquietudine e quell'impazienza che di solito precede un fatto qualunque, di cui l'esito sia assai dubbio.

Quando furono le tre dopo mezzanotte, e le sale cominciarono a vuotarsi, Manfredo, recatosi presso il Mandello e il Birago:

—Qui bisogna spacciarsi, disse; le danze sono cessate, e ciascheduno pare che si disponga ad uscire; vedete dunque di sollecitare anche i nostri, e partiamo di fretta.

—A Venezia, disse allora il Mandello, abbiam dovuto deporre il pensiero di condurre con noi que' venti o trenta che han moglie, figli e famiglia. Qui m'accorgo che ci converrà fare il sagrificio di qualche altra decina. Vedi là il conte Ferranti che, a tutti i segni, pare abbia fermo di veder la faccia del sole prima d'uscire di qui; là ne veggo tre o quattro che a fatica tengono aperte le palpebre, e dopo essersi fiaccati lombi e garretti saltando a furia tutta notte, pare che per ora non sappiano trovare il modo di alzarsi da que' cuscini. Il figlio del marchese Gabaloita s'è tanto quanto invaghito della moglie del senatore Malipiero, e non può star discosto un dito da lei; però comprenderai bene che capitale s'ha a fare di costui. Tuttavia una decina in un centinajo non è poi gran perdita, e adesso io ed il Birago anderemo a dar la levata a tutti, e partiremo subito; lascia fare a me. Tu puoi discendere abbasso e rincantucciarti in qualche angolo della barca. Devo dirti intanto, seppure non lo sai, che un gentiluomo bresciano, con alte parole d'ammirazione e d'entusiamo, parlò stassera di te e del tuo duello col Lautrec, racconto che passando qualche poco i confini del vero, fece un grande effetto sul più dei nostri. Fu una combinazione assai favorevole; per cui spero che la tua apparizione improvvisa non fallirà allo scopo. Va dunque, che noi verremo a momenti.

Il Palavicino ridiscese, cercò tra la folla de' gondolieri e de' barcajuoli che ingombravano la via, il conduttore della barca; vedutolo, gli si accostò dicendo:

—Siamo a tempo; gli altri verranno a momenti.

—Quand'è così, vado a dar gli ordini.

Il conduttore fattosi largo tra la folla, dato un fischio a due suoi marinai che stavano a riva aspettando, disse loro:—Preparate le vele.

I due uomini salirono la barca, e con loro il Palavicino, che s'adagiò dietro un fascio di vele, e stette aspettando.

Dopo una mezz'ora buona, sentì la voce sonora del conte Mandello che gridava:

—È qui, affrettiamoci, che vogliam giungere a Venezia per tempo; e vide poi lui stesso innanzi alla schiera numerosa de' suoi milanesi, che avvolti nelle loro pellicce, ad uno ad uno sfilarono sull'asse che, a guisa di ponte, congiungeva la riva alla barca.

Il Palavicino ne contò novantacinque, e fu soddisfatto di quel numero: gli altri, disse poi fra sè, ci raggiungeranno a suo luogo e tempo; così, imbaccucatosi nel suo mantello, si distese sul fascio delle vele e finse di dormire; nessuno gli badò più che tanto.

Sulla riva, sul mare, entro i moli, cominciò in quel punto la rumorosa faccenda di tutte le barche e le gondole che già cariche di gente stavano per ritornare d'ond'erano venute. Era un gridare, un batter di remi, un darsi la voce da mille parti, un movimento, una confusione indicibile; chi spiccandosi dalla sponda prendeva il largo in mare, chi vogava terra terra, barche da una parte, barche dall'altra. Le direzioni erano molte; quella dei nostri con una rapidità straordinaria prese la sua, mettendosi in coda a coloro che ritornavano alle terre del littorale, a Sant'Anna, all'Adria, a Contarina, a Goro, ed altri luoghi.

La barca dov'erano i milanesi animata da un vento favorevole e piuttosto forte, potè in un'ora di tempo percorrere un tratto di mare, pel quale, senza aiuto di vela, ci sarebber volute più di due ore, e quanto più si dilungava, l'altre barche, con cui era partita di conserva, si andavan diradando sempre più. I nostri, coperti dalle pellicce, stanchi com'erano, s'assopirono in quella specie di sonno leggiero e particolarissimo che fa chiudere gli occhi del passaggero qualche ora prima dell'alba. Eran presso lo undici ore, ma essendo di gennajo, l'oscurità era ancora ben fitta; qualcheduno però, fosse per le scosse della barca o pe' gridi de' barcajuoli, o pel vento eccessivamente crudo, cominciò a risentirsi. Si alza così, sgranchisce le membra, gira lo sguardo irresoluto dapprima, poi qualche poco attonito, e non sa capire; credendo d'avvicinarsi a Venezia, pensa che di ragione dovrebbe vedersi intorno quella folla innumerevole di gondole, tra le quali era partito, di ragione dovrebb'essere assordato dai soliti gridi, dai soliti canti, dai soliti evviva. Ma invece non vede che cinque o sei barche vogare davanti a sè a molta distanza l'una dall'altra; scuote allora i tre o quattro che gli stanno d'intorno: tutti si risentono, aprono gli occhi ed esclamano ad una:—Cosa c'è?

—C'è ch'io non so trovar la ragione di questa solitudine; si direbbe che Venezia sia scomparsa sott'acqua. Ma dove se n'è dileguata la folla?

Gli altri guatano intorno, e:

—Perdio, è vero! esclamano.

—Ma come può esser mai?

—È uno sbaglio.

—Che sbaglio?

—Scommetto che siam volti altrove, fu un errore del barcajuolo…. non può essere diversamente.

Il Palavicino alzava la testa e ascoltava con attenzione. Il Mandello che aveva udito esso pure, s'alzò piano, s'avvicinò ai conduttore della barca, e sotto voce gli disse:

—Quanto ci può mancare a toccar terra dove io t'ho detto?

—Sto virando ora appunto… Vedete lì quella gran macchia bianca illuminata dalla luna? quello è Diedo. Ma noi approderemo a un quarto di miglio: tra gli abeti di Sant'Anna.

Intanto tutti gli altri, messi in sospetto da quel primo che s'era sveglio, alcun poco iracondi, accostatisi allo stesso conduttore:

—Barcajuolo, gli gridarono, dove ci conduci tu?

—Dove voglio io, risponde allora con voce sonora il conte Galeazzo Mandello. Ho voluto farvi un'improvvisata… Mi farete poi i vostri ringraziamenti quando sarà tempo.

Tutti si guardarono in faccia pieni di stupore; la barca intanto s'accostava alla riva, e la toccò in poco di tempo.

—Presto a terra, gridò il Mandello allora, che vi si appresta qualche cosa di nuovissimo!

Tutti discesero in qualche aspettazione.

—Chiudetevi nelle vostre pellicce, cari miei, continuava il Mandello, il vento di gennajo non la perdona a nessuno!… E voi due, e qui si volse a due uomini che, discesi dalla barca, gli venivan presso: voi due affrettatevi ad accendere le vostre torcie…. fra queste piante il chiaro di luna è troppo poco.

Le torcie furon presto accese.

—Voi altri tutti venite con me.

Così dicendo il Mandello si volse a guardare se non mancava nessuno, e sovratutto se veniva il Palavicino. Ma in quel punto uscì detto ad uno:

—Prima che noi abbiamo a venire con te, conte Mandello, fammi chiaro d'una cosa: sei tu pazzo o savio?

—Io non c'entro, cari miei, rispose a tali parole il conte, e colta l'occasione, volgendosi al Palavicino che veniva in coda agli altri senza far motto e non osservato: egli è quest'uomo, soggiunse, che ha da parlare con voi, non io.

Tutti si volsero a guardare il nuovo personaggio che il Mandello additò; l'aspettazione e l'impazienza era dipinta sui volti.

—Son'io di fatto, disse allora ad alta voce Manfredo; il conte dice il vero, e pronunciando tali parole, si diede finalmente a conoscere.

La sorpresa fu generale e forte, e tanto più che nessuno sapeva indovinar le intenzioni. Tutti si fermarono in gran silenzio intorno al Palavicino.

In quel momento stesso, la campanella della chiesuola di Diedo battè undici colpi, le cui oscillazioni decrescenti smarrirono in seno alla folta selva degli abeti e nel vasto fremito delle onde marine…. La luna risplendeva ancora in mezzo al firmamento tuttora stellato, quantunque, dalla parte d'oriente, i leni crepuscoli cominciassero a tinger qualche poco i cieli.

Nella calma solenne di quell'ora, in quella solitudine, dove l'occhio del sospetto non arrivava, il Palavicino fu per la prima volta ascoltato con attenzione e con raccoglimento da' suoi compatriotti, al cui orecchio suonarono le seguenti parole:

—Innanzi tutto, o amici, prese a dire il giovane Manfredo, io debbo domandarvi perdono se v'ho tratto lontano da Venezia senza riceverne prima il vostro assenso; ma il tempo incalzava, ed occorreva di far presto; d'altra parte io mi teneva sicuro, come mi tengo anche adesso, che non vi sareste mai sdegnati con me quando foste per sentire dalla stessa mia bocca i motivi che mi consigliarono…. Io vengo da Milano ch'è poco, voi tutti ne siete partiti che non è gran tempo. Nei motivi della vostra partenza, anzi della vostra fuga, troverete anche quelli per cui ed io e questo mio amico al quale debbo la vita, e questo conte Birago, col quale per molti anni io non ebbi mai accordo, e che fu così generoso da esibirmi per il primo la sua amicizia, abbiamo pensato di condurvi qui. La condizione della nostra carissima terra è a tale estremo di miseria e di ruina, che basta toccarne di volo, perchè tosto ne si apra dinanzi la miserabile scena. Nè che a voi, anche nel mezzo delle allegre feste, fuggisse dalla memoria, io ne ebbi un profondo indizio, cari miei, indizio che mi fece sperar tutto da voi, pel quale compresi che del vostro paese è in voi ardentissimo l'amore. Due notti sono, ritornatevele nella memoria, io ebbi la gioja, sì, la gioja, di vedervi tutti quanti conturbati e percossi in mezzo alla allegria che vi circondava. Pure, a lungo andare, continuando a dimorare in questa città, era a temere che nel vortice assiduo dei sollazzi voluttuosi, delle intemperanze, delle libidini, raggirati a perdizione, foste per dimenticare voi stessi e in voi la patria vostra. Io medesimo ebbi a provare quanto sia tremendo l'influsso dello spettacolo di una città gaudente. Io stesso ho sentito l'anima mia snervarsi e perdersi di giorno in giorno. Io stesso fui così debole da mettere per qualche tempo in fondo a tutto i pensieri del mio paese; e se non fosse stato una terribile sventura, terribile davvero, amici miei, che impensatamente venne ad assalirmi e che percuotendomi, mi rialzò, io non so bene a che sarei riuscito. Questo confesso a voi tutti con ischiettezza, perchè noi non dobbiamo pensare che a mettere insieme le nostre colpe per ripararle insieme. Ora quali speranze io abbia, a te Birago, a te, Crivello, e a voi, Figino e Torriano, io ebbi già a manifestarlo in un momento ben tristo; però ajutatemi a farne parte a tutti costoro… Nessuno di voi ignora perchè il Morone sia a Roma; nessuno di voi ignora che quando un paese è caduto nel massimo della miseria, convien bene che si rialzi, ma perchè sia con frutto e con vera gloria, per l'opera medesima di coloro che vi son nati. Se la Francia dunque s'ha da scacciare da Italia, lo dev'essere per noi, per noi soli, per noi stretti in un patto, magnanimi e forti e parati a tutto, e non per altri. Soltanto la saggia prudenza vuole che non ne rifiutiamo i soccorsi tempestivi…. Lasciate che il pontefice, cui il Morone va esortando di continuo, si disimpegni per poco delle cure che gli dà Lutero e Selim, e allora di conserva con Carlo, il quale sarà ben più risolutivo che Massimiliano, vorrà prestarci un aiuto…. Ma che aiuto avrebber voluto prestarci i forti quando fosse corsa per l'Italia la ragione scandalosa della vostra vita?…. Ma in che modo suscitare nel mondo una pietà di noi, quando nel mondo fosse corsa la voce che lontani dal nostro paese, e dimentichi affatto affatto di esso, non attendevamo che a darci buon tempo, indifferenti allo strazio che la Francia fa de' nostri concittadini, a cui la povertà e la debolezza non permette di scansare il flagello? Io lo domando a voi tutti!… E se poi un'occasione si fosse presentata, come far conto su di voi, raccolti a festa in una città che ha sempre voluto aderire a' Francesi, che avrebbe spiato, che avrebbe inceppato ogni vostro passo? io lo domando a voi tutti!…. Eccovi adesso il mio pensiero: voi dovete raccogliervi quanti siete qui in una città solitaria dell'Italia; questa città è Reggio, alla cui volta dovete viaggiare in questo giorno che sta per ispuntare…. È dunque per ciò che si è pensato di condurvi qui, perchè non avete più che un sessanta miglia ad entrare nel Modenese, ed è cosa subito fatta…. Ora io vi avviso che quella città è solitaria, è spopolata, non vi affluiscono stranieri, non ci son feste, non vi sono passatempi, non v'è nessuno di que' mezzi onde l'uomo ha cercato di alleggerirsi la noja del dì che corre; soltanto ha per governatore un grande italiano. È una città, dove l'uomo leggero e vano e voluttuoso e destituito di occupazioni e avvezzo al rumore del mondo troverebbe tutte le ragioni per desiderar di morire. Ma è appunto una tale città che si conviene a voi che avete da pensare a cose così importanti e così gravi; a voi che avete bisogno della solitudine per cercare in essa le aspirazioni della grandezza vera, per piangere liberamente la disgrazia onde siamo avvolti, per ascoltare di tratto il grido dell'allarme e che vi giungerà forse da lontano… Del resto, il quando è ancora incerto… Io vado a Roma per sentire il Morone; di là vi farò sapere ogni cosa; dopo andrò forse in Tirolo a cercarvi Francesco Sforza per sentire anche lui, il quale essendo stato protetto da Massimiliano d'Austria suo cugino, lo sarà anche dal suo successore, e per l'opera di tutti noi specialmente sarà rimesso nel suo ducato. I motivi dunque pei quali, senza il vostro assenso, si è creduto opportuno di staccarvi da Venezia, eccoveli manifesti…. Posso ora sperare di non aver provocalo la vostra indignazione?… Ma voi tutti tacete… Un tale silenzio mi conturba…

Qui ad uno ad uno cercò di spiare i volti di coloro che si erano schierati in circolo intorno a lui; ma ciascuno aveva abbassata la testa in gran pensiero. Egli si attese qualche poco in una convulsa perplessità, aspettando che qualcheduno sorgesse a parlare; ma attesosi invano:

—È dunque perduta ogni mia speranza? gridò con una commozione, con una esaltazione straordinaria. Le miserie dei vostri concittadini, le vostre, le più gravi che ci minacciano non fanno dunque veruna forza agli animi vostri? S'egli è così, ora più non mi rimane che gittarmi nelle acque di questo mare, ed affogare la mia vergogna per la viltà di voi tutti!… Io aveva mia madre, la più soave delle donne, e l'ho perduta!… pure sopportai l'immenso affanno, chè ne aveva un'altra a cui pensare, infelice come la prima; ma questa ancora io debbo veder perduta se nessuno vuol congiungersi a me!… La mia disperazione è al colmo!

Qui si fermò volgendosi al Mandello con un atto di molta significazione e gridandogli:

—Andiamo dunque, che qui non ci resta a fare più nulla….

Allora tutti alzarono la testa, e lo guardarono costernati e commossi.

Il conte Galeazzo Mandello colse quest'occasione per parlare anche'esso:

—E continuate a lasciar costui senza risposta?… Ma se nelle anime vostre non è del piombo, parlate, per la fede di Dio, e fate vedere che siete uomini. Io pure, che, lasciandomi addietro voi tutti, mi sprofondai nelle turpitudini e ne' vizi, impegolandomi di essi dai piedi alla testa in così sconcio modo da far credere che fossi perduto per sempre… tuttavia nell'estremo della sventura rinvenni la lucida ragione, e smisi ogni cattiva abitudine… Parlate dunque!

Il Palavicino nel mezzo del circolo, colle mani incrocicchiate in segno di gran cruccio, guardava il Mandello come a domandargli se quel silenzio sepolcrale de' suoi concittadini non era a rompersi mai più…

Ma uscì finalmente una voce in mezzo a tutte:

—Se abbiamo tacciuto fin qui, fu per l'affanno derivato dal pensiero della nostra misera condizione; ma nessuno, o marchese, credilo a me, nessuno di noi sarà così vile da rifiutare i generosi consigli del senno tuo…. Ditelo voi tutti a costui com'è vero quello ch'io dico.

—È vero, è vero! proruppero dieci o dodici voci allora.

—E vero, è vero! replicarono più altre.

—È vero! uscirono finalmente tutt'insieme in una volta, rompendo improvvisamente quel lungo silenzio di cui è troppo difficile indovinare la vera cagione.

Il Palavicino a quello scoppio inaspettato, si sentì commosso al punto di piangere…. e non potendo parlare, moveva in giro stringendo a ciascuno le mani con un affetto straordinario.

—Vi ringrazio tutti, disse poi; ora le mie speranze non hanno più confine. Vi ringrazio tutti, e sia lodato Iddio.

Scomparse eran le stelle, scomparsa la luna… sulla superficie del mare cominciavasi a vedere qualche barca spiccatasi allora allora dal littorale… gli arbôri eran cominciati! Dopo alcuni momenti quei cento milanesi, condotti dal Mandello e dalle due guide, si misero in via pel paesello vicino, dove ogni cosa era apprestata per la partenza…. Il Palavicino, dopo essersi colà fermato mezza giornata, si divise finalmente da tutti e dal Mandello con gran dolore, e si pose in viaggio per Roma.

Staccandoci adesso dal Palavicino, ci bisogna risalire qualche mese addietro per dar conto di quel fatto accennato di volo nella lettera del Morone al Guicciardini.

Il lettore si ricorderà certamente del modo onde il figlio di Giampaolo Baglione fu accolto a Roma dal papa, e come declinando ogni domanda di lui gli si desse a divedere, che per troncare tutte le vertenze esistenti tra la Santa Sede e la città di Perugia fosse indispensabile la presenza di Giampaolo stesso.

E le cose in fatto s'eran lasciate a tal punto che il giovane Baglione, senza essersi innoltrato di un passo, era stato costretto ritornare presso il padre.

Se non che un'altra violenza commessa da Giampaolo contro la persona del fratello Gentile, (il quale volendo far valere alcuni suoi diritti sulla città di Perugia, ne era stato duramente cacciato) aveva costretto il pontefice a citar nuovamente il Baglione a Roma perchè desse conto di quanto aveva operato. E il signore di Perugia, dopo essersi scansato qualche poco, quando udì che il pontefice era irrevocabile nella volontà sua, e cominciando a vivere in qualche timore di lui che accennava di accostarsi a Carlo e di farsi con ciò più forte, gli scrisse che, sebbene si trovasse in pessima condizione di salute, tuttavia per aderire al suo desiderio, sarebbe venuto a Roma, purchè gli si mandasse un salvacondotto; senza del quale però (protestava nel fine della lettera) non avrebbe mai lasciato Perugia, e non potendo altro, avrebbe provveduto a fortificarsi in casa propria e mettersi in tal condizione da respingere qualunque assalto delle forze pontificie.

Quando giunse a Leone questa lettera del Baglione, siccome era unico suo fine di trarlo a Roma, per commetterlo alle mani della giustizia, punirlo di tutti i suoi delitti e liberare Perugia dall'atroce suo dominio, indispettito gettò il foglio sul tavolo, pensando che la proposta del salvacondotto, opponendosi al suo fine principale, lo costringeva anche ad abbandonare tutti i progetti che avea fatti su Perugia.

Tutto ciò era avvenuto un mese prima all'incirca che il Palavicino si partisse per Milano, e fin d'allora il Morone essendosi presentato ad una udienza del papa, per sollecitarlo a determinarsi in aiuto della Lombardia e dello Sforza, ebbe ad udire da lui le seguenti parole:

—Quello che vi abbiamo promesso sarà fatto; non aspettiamo che il momento opportuno, e lasciate in prima si riesca a qualche buon fine con questo Martin Lutero che non lascia riposare il mio pensiero in nessun'ora del di. Così avessimo potuto toccar l'intento nostro sul Baglione; ma quel vostro milanese non ebbe finora che stupende parole, e Giampaolo non pare destinato a subir la pena de' suoi delitti.

Il Morone non rispose, ma trovatosi poi coll'Elia Corvino, gli riferì le parole di Leone, parlandogli del salvacondotto domandato dal Baglione.

Siccome le nozze tra il Palavicino e la duchessa Elena avevano a succedere tra breve, così il Morone si confidò non poter esser causa di nessun contrattempo, se per avventura la Ginevra fosse rimasta libera di sè; perciò con quelle parole avea creduto di sollecitare l'Elia Corvino a mettere in movimento i suoi congegni, più che per altro, per gratificarsi il pontefice.

E di fatto non furono pronunciate inutilmente, perchè l'Elia da quella notizia tosto fu condotto a fare un disegno, e dal disegno passò subito all'opera.

Un giorno egli si recò a far visita ad un protonotario apostolico col quale era venuto in certa intimità, e trattenutosi a lungo con lui, infine gli domandò se avesse qualche bolla pontificia, o enciclica, o lettera qualunque scritta di proprio pugno del santo padre.

Il protonotario gli rispose che ne aveva infatti, e gliene mostrò alquante.

—Sentite, reverendo, gli disse allora il Corvino, a me bisognerebbe una di queste encicliche per sei o sette ore

—Purchè me la rendiate domani, non ho difficoltà nessuna a darvela.

Così il Corvino si partì coll'enciclica scritta di propria mano diLeone.

Ridottosi alla propria casa, presa una pergamena cominciò a ridurla press'a poco della grandezza della pergamena pontificia. Si mise quindi a studiare con grande attenzione il carattere di Leone e ad osservarne minutamente la struttura di ciascuna parola; poi prese alcune penne, gli fece il taglio con molta diligenza; finalmente, dopo averle provate e riprovate, stese su d'un piccolo foglietto di carta un abbozzo di scrittura che si provò a ridurre sui frastagli della pergamena che avea tagliata. Fece così qualche replicato esperimento… si alzò stropicciandosi le mani in atto di una certa soddisfazione, poi disse:—Se questo mezzo non vale, sfido il diavolo a trovarne uno migliore!

E sedutosi di nuovo, si mise a far la copia dell'abbozzo di scrittura che avea stesa un momento prima, guardando, mentre copiava, ad ogni parola dell'enciclica e facendo gli opportuni confronti. Com'ebbe finita una tale operazione per la quale gli vollero più di tre ore, tanta fu la lentezza onde pensò di condurla a perfezione, e si fu al punto di fare la firma, ossia di copiare precisamente quella che leggevasi sotto l'enciclica, lasciò cadere la penna e balzò in piedi.

Un forte turbamento lo aveva assalito. Si mise a passeggiare affrettatamente per la camera fermandosi ad ogni tratto in gran pensiero.

—Eppure, diceva, se guardiamo al fine chi può fare adesso un'operazione più meritoria, più benefica, più santa della mia?… Si tratta di trentamila e più persone alle quali per me, sarà concesso di trarre il respiro con più libertà di prima… Si tratta di dare un esempio terribile a tanti scellerati… Si tratta di tornare a vita quella sventuratissima Ginevra Bentivoglio, togliendole d'appresso un uomo così osceno, così atroce, e dal quale, da un momento all'altro, per un semplice sospetto, potrebbe esser fatta morire. Cose di una così grave, di una così vicina importanza dipendono or dunque da me, da uno sgorbio imitato con più o meno di precisione!

E tornava a passeggiare.

—Ma il mezzo è detestabile, esclamò poi, ma è tale che nelle vie della legge, per chi n'è l'autore, son preparate la corda e la galera… e in una tale circostanza, e in tali relazioni, e in tal luogo… la cosa diventa più seria che mai… Se dovessi obbedire a quel turbamento, a quel tremore insolito, da cui sono assalito in questo punto… non dovrei far altro che dare alle fiamme tutte queste carte, e non pensarci più e uscire di qui e prepararmi a sopportare la taccia di scimunito piuttosto che quella di ribaldo…. O uomini ricchi, e indipendenti dall'impero del bisogno, e che, standovi a dondolare non avete che bestemmie per chi si trova in condizioni pari alla mia, venite a vedere a che tormentose lotte ci troviamo costretti quando l'onnipotenza delle circostanze ci stringe alla gola!… Egli è vero bensì, che s'io dicessi al Morone di provvedere al mio mantenimento, giacchè egli stesso m'ha tirato in Roma… forse lo farebbe… Ma è una fatalità la mia che oramai mi pesi più la taccia di scimunito che quella di ribaldo!!

Dopo molto contrasto si decise finalmente, e copiò la firma ch'era sotto l'enciclica con molta precisione.

—Se per salvare trentamila uomini, esclamò poi com'ebbe finito, quasi sarebbe stato lecito sagrificar trenta innocenti, a che si riduce quanto ho io fatto adesso?… Non ci pensiamo dunque più.

Il dì dopo si recò ad una udienza di Leone, gli disse: Aver trovato finalmente il modo infallibile di tirare il Baglione a Roma, e perciò volesse concedergli un mandato presso di lui.

Così, non essendovi stato nessun ostacolo, in quel dì stesso egli partì per la città di Perugia dove arrivò due giorni dopo insieme a due messi apostolici, e di là trasferissi al castello situato sul lago Trasimeno, dove il Baglione soleva passare la maggior parte dell'anno.

Quando Giampaolo seppe esser giunti gli incaricati del pontefice, sperando bene ed essendo impaziente di sapere quel che recavano, se li fece condurre subito innanzi.

Il Corvino, esposto il motivo della sua venuta:

—Premendo assai, disse, a Sua Santità di abboccarsi direttamente con voi, ha creduto di contentarvi accordandovi il salvacondotto. Ora converrà che provvediate a partire di subito, perchè il santo padre non desidera si vada troppo per le lunghe.

Giampaolo, il quale se ne stava sprofondato in un'immensa sedia a bracciuoli, sforzatosi a sgranchire le membra con una lentezza quasi dogliosa, si fece consegnare il salvacondotto, che lesse attentamente parola per parola.

—Così va bene! disse come l'ebbe letto. Adesso trovo ragionevole ch'io pure abbia a far visita alla capitale di tutta cristianità. È cosa assai strana, caro mio, soggiunse poi volgendosi al Corvino, che trovandomi a così poca distanza io non abbia ancora messo il piede in Roma, mentre v'è chi vi accorre dagli ultimi confini della terra. Ma…. la colpa è tutta di S. Pietro che mi guardò sempre di mal occhio…. Domani dunque partiremo per Roma, ed oggi voi sarete miei ospiti. Spero che le cose vorranno raccomodarsi al tutto così, tanto più che il papa ne deve avere il massimo interesse, e non gli può uscir di mente che i Francesi sono miei amicissimi.

—Che l'accomodamento sarà per essere intero, io ne sono quasi certo, rispose il Corvino e dopo altre parole avute col Baglione si ritrasse coi colleghi nell'appartamento che gli fu assegnato.

In quel giorno, mentre s'indugiava in taluna delle anticamere del palazzo della signoria, ebbe per caso a vedere la Ginevra Bentivoglio che passava in mezzo ad alcune sue donne, e vide lui. Il turbamento e la commozione straordinaria onde in quel punto fu presa l'infelice donna, non poterono sfuggire agli occhi esperti del Corvino, il quale fu per volgerle il discorso, ma che si contenne vedendo che la Ginevra fu anch'essa per uscire in qualche parola e non osò.

Fin dalla prima volta in cui l'Elia erasi recato a Perugia, ella dalle parole di lui, che in faccia del Baglione medesimo seppe parlare senza far nascere pur ombra di sospetto, aveva potuto raccogliere alcune notizie risguardanti il Palavicino: troppo scarse notizie, ma tuttavia valide abbastanza per sommovere più che mai l'anima di lei, da tanti anni assiduamente avvolta in una tetra mestizia. Per quanto la virtù nella Ginevra costituisse, a dir così, come una seconda natura, per quanto ella si sforzasse con una fatica insistente della volontà a rintuzzare taluni pensieri, pure questi, assai più forti della sua medesima volontà, non le concessero mai la consolazione dell'oblio. Quante volte nel mezzo delle sue donne, fra il tumulto delle mense, trovandosi presso al marito, oppressa dal cumulo delle memorie, più non bastando a dominarsi, avea dovuto cercare un pretesto per togliersi agli occhi altrui e ritirarsi a sfogare in segreto il suo immenso affanno!

Ed ora, come rivide il Corvino, della cui venuta non era stata avvisata, ne fu tutta commossa. La presenza di lui che aveva tentato strapparla dalle mani del Baglione e di congiungerla al Palavicino, tanto la prima che questa volta fece nascere in lei delle vaghe speranze, Ella era così terribilmente oppressa, così insopportabile era la ragione di sua vita, che non le parea vero non volesse Iddio prepararle un conforto; però anche in questa, come in altre mille occasioni, dovette togliersi di mezzo dalle sue donne e chiudersi nelle sue stanze per gettarsi con libertà in que'pensieri appunto che sorgendo di tratto in tratto avevano potuto mantenerla in vita. E là, volgendo macchinalmente il suo sguardo sul Trasimeno, si lasciò andare a que' vaneggiamenti della speranza che al primo mettendo l'anima in un tumulto piacevole, l'abbandonano poi in quella desolazione che fa nascere il desiderio di morire. E schierandosi innanzi il passato, e fermandosi al punto in cui ella si trovò nella carrozza col Palavicino e fuggì seco dalle feste e da Milano per poi essere disgiunta da lui per sempre, e sovratutto non potendo vincere il rimorso d'averlo abbandonato in quel duro modo dopo tante promesse, si sentì tutta scombinata… ma qui, fidando nella costanza inalterabile dell'affetto di lui, pensò se, a confortarlo, le fosse stato lecito fargli avere qualche nuova di sè stessa. Ferma in questo pensiero, l'immagine di Manfredo le compariva innanzi come se fosse lui stesso…. Oh come una tale contemplazione la teneva assorta! come sospendeva ogni altro suo pensiero! Che intensità d'affetto! e insieme quanta innocenza in quella sventuratissima donna!

Ma la tentazione di far sapere qualche nuova a Manfredo Palavicino l'assalì più che mai, e sebbene l'intemerata virtù sua l'avvisasse che in ciò v'era una colpa, pure fu così prepotente l'impeto del suo affetto, che pensò di non tenerne conto.

In quel giorno stette sulle ali per vedere d'aver a trovarsi un momento coll'Elia Corvino e parlargli, e benchè s'accorgesse esservi il pericolo di destare qualche sospetto nel vecchio marito, se mai fosse stata da lui veduta, tuttavia non abbandonò il suo pensiero. Intorno all'ora di sera, potè accorgersi ch'egli erasi recato ne' giardini del castello, e sapendo che il Corvino era negli appartamenti assegnatigli, e ne poteva uscire da un momento all'altro, s'indugiò a lungo in quelle anticamere. Esso finalmente uscì. Quand'ella però fu al punto di dover parlargli, si perdette d'animo e quasi fu per fuggire. Se non che il Corvino, accortosi ch'ella desiderava qualche cosa, e penetrando nei pensieri di lei, credette bene di prevenirla.

I vostri desideri saranno appagati, le disse sottovoce guardandosi intorno.

La Ginevra non rispose a tutta prima e si recò agli usci per sentire se veniva qualcheduno, poi leggiera leggiera e come volando s'accostò all'Elia….

—Raccontategli quel che avete veduto, gli disse. Recategli i miei saluti: ch'ei li consideri, qual faccio io, come quelli d'una sorella ad un fratello, e che sopporti con rassegnazione questa misera vita.

Qui gli occhi le si empierono di lagrime; il Corvino ne fu intenerito oltremisura.

—Farò quello che mi dite, le rispose poi, e forse… Sperate insomma… voi mi state sul cuore…

La Ginevra gli strinse ambedue le mani con una gratitudine, con una compunzione, con un entusiasmo insolito… fu per pronunciare qualche altra parola, ma non potè… che la passione la rendeva muta.

Ma improvvisamente, udito un rumore, fu costretta a lasciarlo e fuggì e si ricondusse nella propria stanza. Un pianto dirotto le alleggerì l'animo esuberantemente oppresso.

L'Elia Corvino non potè mai più dimenticarsi di un simile momento. E non è a dire qual compiacenza egli avrebbe provato in sè stesso pensando, che il dì dopo Giampaolo Baglione avrebbe viaggiato a Roma per non tornare indietro mai più! se non ci fosse stato l'intrigo del matrimonio di Manfredo colla duchessa Elena, signora di Rimini!!

Nel giorno successivo, il magnifico signore di Perugia, accompagnato da un seguito non molto numeroso, dai due messi del papa, e dall'Elia Corvino, si mise in viaggio per Roma dove arrivò in sul finire di dicembre, in que' giorni medesimi che il Palavicino viaggiava per recarsi a Milano e per cadere nelle insidie del Lautrec. Combinazione singolare di avvenimenti, pe' quali pareva che una mano invisibile disponesse quelle lontane fila a farle poi convergere ad un punto!

Essendo stati spediti innanzi corrieri ad annunziare la venuta del Baglione, il papa pensò bene di trovarsi in castel Sant' Angelo intorno all'ora che colui sarebbe entrato in Roma.

Di fatto, quando v'entrò col seguito, essendosi diretto al Palazzo Vaticano, di là fu tosto dal capitano Annibale Rangone, condotto al castello, dove gli fu detto trovarsi il pontefice. Vi si trasferì tosto insieme al Corvino (il quale benissimo aveva compreso perchè Leone aveva pensato di ricevere in castello l'ospite da tanto tempo aspettato) e cercato del papa, ebbe da lui poche parole e tosto fu lasciato solo… solo per pochi momenti, perchè il castellano con una mano di soldati pontificii vennero a levarlo per condurlo nelle secrete.

Racconteremo a suo luogo quel che avvenne in quest'occasione; diremo intanto che il processo contro il signore di Perugia durava già da qualche tempo quando Manfredo Palavicino, staccatosi, al paesello di Diedo, da' suoi compatriotti e dal Mandello, s'era messo in viaggio.

La notizia dell'andata del Baglione a Roma e della sua cattura, e del processo, presto, come dovea succedere, si divulgò e per la prima volta giunse all'orecchio di Manfredo quando questi ebbe a passare per Faenza. Vi si diceva esser stata delegata una Commissione espressa per giudicarlo, aver quel tiranno confessato così orribili delitti da non parer vero che una creatura umana avesse potuto arrivare a tanta enormezza, che per conseguenza altro non era ad attendersi fuorchè la sua condanna. Vi si parlava inoltre della giovine moglie di lui, intorno alla quale la voce pubblica propalava fatti che mai non erano avvenuti, ma che si accordavano molto bene colle atroci storie delle altre mogli del tiranno di Perugia. Il Palavicino udiva ogni cosa, udiva, e tanto era forte il suo stupore, che quasi non volea prestar fede a tutte quelle voci; ma più s'innoltrava nel suo viaggio, più quelle voci crescevano, e passando presso Perugia potè assicurarsi di tutto.

Or come un avvenimento così inaspettato non lo doveva condurre a pensare alla Ginevra Bentivoglio, i di cui destini già egli avea creduti indissolubilmente legati ai propri? Il tempo e alcuni fatti pur troppo contrari avevano bensì potuto distruggere affatto quell'ingenua fiducia. Ma adesso come non dovea risorgere per una combinazione di cose tanto straordinaria!!

E il Palavicino difatto ne fu sbalordito; insieme all'antica fiducia risorse anche l'amore antico, e quando fu in veduta della città di Perugia, e si richiamò le sensazioni che un mese prima viaggiando di fretta a Milano avea provato, ripensando anche allora alla Ginevra, provò una forte tentazione di cogliere quell'occasione che il Baglione era in Roma, per mettere il piede in Perugia, per recarsi nel palazzo della signoria ed entrare nelle stanze della Ginevra, e vederla e parlarle… dopo tanti anni, dopo tanti patimenti… dopo l'assoluta disperazione d'averla ad abbracciare mai più. E già spingendo il cavallo alla volta di quella città, e considerando che tra poco la Ginevra sarebbe stata libera di sè, provò una gioia insolita… provò… ma come poteva essere intera?… come poteva durare più che un istante?… E così fu di fatto… e a quella gioia s'attraversarono sgarbatamente tutti gli altri suoi pensieri…. considerò da chi era aspettato in Roma… considerò con quante, con quali promesse s'era avvinto alla duchessa Elena!… Pensò non essergli oramai più possibile di dare un passo addietro, senza incontrare guai terribili per parte di lei, per parte del Morone che voleva quel matrimonio, e lo voleva per uno scopo così importante, per l'unico scopo anzi, al quale Manfredo ben si ricordava d'aver giurato in un terribile momento della sua vita, di voler sempre posporre ogni privato affetto!…

La faccia che ridente di tante speranze, egli teneva alta guardando le mura di quella città, l'abbassò allora istantaneamente insieme ad un piegar lento del collo e del busto, come se un peso insopportabile gli fosse stato messo in sul dosso… E il cavallo che a corsa sospingeva verso Perugia, con un tratto di freni repentino fece ripiegar sulle anche e dare di volta…. confuso, abbattuto sconsolato, si rimise sulla gran via che conduceva a Roma…

Vi giunse alcuni giorni dopo, e pensando esser debito suo, prima di scavalcare alla propria casa, di recarsi tosto al palazzo Aurelio, al palazzo della duchessa Elena, lo fece di fatto.

Era verso sera; il Palavicino soprapreso da quella specie d'agitazione che di solito veste chi sa d'avere fra poco ad esser causa di un forte commovimento, attraversò le vie di Roma che conducevano al palazzo Aurelio. Quando, svoltando il canto, vi gettò uno sguardo, sentì un brivido per tutta la persona, tanti e così diversi affetti gli tumultuavano nell'animo; attraversò così la piazza… entrò col cavallo, passò sotto l'androne della porta che rintronò allo scalpito, d'un salto discese lasciando le briglie del cavallo all'uomo che aveva seco, e di volo salì i gradini dello scalone. Era l'ora di pranzo, v'era molta gente dalla duchessa; come voleva la consuetudine; nelle anticamere era un ire e redire continuo di servi, di fanti, di camerieri e di donne. Ma quando il Palavicino entrò e fu riconosciuto, un grido sorse fra quella gente di servizio, e tosto fu un uscire di tutti per correre a darne avviso alla duchessa, di modo che Manfredo non potè nemmeno, come ne aveva il desiderio, raccomandar loro di parlare in segreto alla duchessa, senza che gli altri se ne avvedessero per non far troppo tumulto.

Ma subito un tumulto di voci, di passi, un rumore insolito lo avvisò che quanti erano nel palazzo s'affrettavano allora per venire in quell'anticamera, dov'egli stava di piè fermo.

La prima che, spalancando l'usciale, a corsa, in disordine, anfanata, gli venne incontro, gli si gettò fra le braccia, lo baciò, lo strinse a sè con una forza convulsa e prepotente, con un trasporto, con certe parole che più presto parevan gemiti, i gemiti della gioia, fu la duchessa Elena.

Le veniva presso il Morone, il quale da qualche tempo era sempre con lei, e che non potè abbracciare il Palavicino, impedito dalla signora che non l'abbandonò per un pezzo. Tutti gli altri commensali, i servi medesimi gli si affollarono, gli si chiusero intorno gridando, applaudendo delle mani, tanto il contento della duchessa era contento per tutti!! Fu uno spettacolo strano e commovente, e il Palavicino, vedendo di quanta forza era amato da quella donna, di cui osservando i trasporti, osservava anche la bellezza abbagliante, più abbagliante in quel disordine stesso, fu tolto un momento dai pensieri che lo avevano accompagnato in tutto il viaggio, e non potendo resistere al sentimento di una viva gratitudine, corrispose alle proteste d'amore con altrettante.

Oh fruisci di quest'ora, di quest'ora fuggente, donna infelice… che pur troppo quelle che verranno dopo, non avranno più nessun gaudio per te. Oh ti distempra nel soave ed innocente affetto di quest'ora, ch'è il tuo primo ed ultimo innocente affetto… gravissimi eventi stanno accumulandosi sulla tua giovane vita, che delle tue colpe passate non ti sarà concesso di scansare la pena!!


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