Le guardie di palazzo, gli uomini di camera, i famigli, tutti quelli insomma che erano in istato di portare un valido ajuto onde arrestare l'incendio, avevan dovuto, come sappiamo, per comando della duchessa trasferirsi subitamente fuori della città al luogo del maggior pericolo. La signora aveva lor dato ordine di mandar tosto, appena il pericolo fosse cessato, qualcheduno a dirlo. In quanto alle donne, a tutte aveva ingiunto di recarsi nella sacra cappella a pregare.
Per qualche tempo anch'essa aveva pregato con loro, ma poi, siccome abbiamo detto, ad osservare l'incendio, era ascesa all'alto dell'edificio. Le fiamme continuarono un pezzo la loro devastazione, ma vi fu un istante che presa una tinta, una tinta rosso-pallida, il più si distolsero in fumo, e il chiarore generale cessò quasi affatto. Allora la signora stette aspettando qualche buona novella. Dopo alcuni momenti infatti, nel silenzio profondo in cui era avvolta la città, dall'alto ella potè udire distintamente il suono di due passi, i quali parevano attraversar la contrada che metteva al palazzo. Avesse ella potuto indovinare chi era quegli che si avanzava! Ma quel rumore era cessato improvvisamente, ond'ella disse alla fante:
—È probabile sia qualcheduno che venga a darci qualche nuova; scendi dunque a vedere se ciò fosse di fatto, se no, va nella cappella e aspettami là; pregheremo ancora.
La fante, discesa e uscita dal vestibolo, e non avendo veduto nessuno per esser rimasto il Lautrec coperto dall'usciale da lei stessa aperto, si era fermata un istante in mezzo al cortile, poi non udendo altro, aveva messo il piede nella cappella.
Il resto lo sappiamo. Ma ciò che ci rimane a saper si è che, diminuito l'incendio al segno da esser troppe tante braccia al bisogno, la maggior parte degli uomini addetti al servizio della duchessa, visto non esser più necessaria l'opera loro, avevan pensato ridursi a palazzo. Erano desiderosi di dar conto alla signora di quanto avean fatto, e più che altro, di raccontarle quanto oramai correva per le bocche di tutti che cioè lo incendio era stato appiccato apposta da mani scellerate.
Fosse almeno cessato qualche momento prima, che essi sarebbero arrivati in tempo presso la duchessa, ma tutto volle in quella notte congiurare al danno di lei.
Le donne che trovavansi nella sacra cappella, a malgrado della grossa volta della chiesuola e del fervore della loro preghiera, avevano pure udito quel primo grido della duchessa, ma l'esser la camera dov'ella trovavasi nella parte del palazzo opposta alla cappella e rispondente al parco, il grido dileguatosi per di là sembrò ad esse fosse venuto da molto più lontano che non fu; onde, dopo essersi messe in ascolto, non udendo altro, continuarono nella loro preghiera senza un sospetto al mondo; l'altro era stato troppo debole perchè potesse udirsi.
Dopo qualche tempo entrò tumultuando in palazzo la gente della duchessa. Allora anche le donne avvisate dal rumore, si alzarono ed uscirono dalla cappella.
—L'incendio è pressochè spento, rispondeva ciascuno alle donne che domandavano; la selva degli abeti è però quasi tutta incenerita, due catapecchie di famiglie del contado rimasero distrutte. La città soltanto ne fu affatto affatto illesa; lodiamone dunque Iddio e rechiamoci a darne avviso alla signora.
—Ascendiamo all'ultimo terrazzo; io l'ho lasciata lassù.
—Sai tu i nomi delle famiglie che più furono danneggiate dall'incendio?
—Non so i nomi, ma ho degli indizi, e tu sta tranquillo, che alla duchessa non mancherà stavolta l'occasione di beneficare altrui.
Ciò dicendo, salirono in fretta per le scale e su fino all'ultimo ballatoio, ma non avendola trovata entrarono negli appartamenti.
Che le porte delle sale fossero chiuse, era una cosa insolita, però quando fecero per entrare e trovarono l'ostacolo del chiavistello, non seppero che si pensare, e messisi in qualche sospetto, chiamarono per nome la duchessa. Fu allora che udirono le sue grida le quali, a motivo delle porte tutte chiuse, parea venissero da lontano.
Tutti rimasero atterriti guardandosi l'un l'altro in faccia, e più uomini unendo allora i loro sforzi, a gran colpi sfondarono la porta. Chiamarono Elena di nuovo, poi non udendo più nulla si misero in gran silenzio. Tendendo intensamente l'orecchio, parve loro di sentire di dentro come uno stropicciare di piedi che si volgessero in giro con gran violenza.
—E che mai può esser questo? dicevano.
—Perdio, ella non è sola.
—Duchessa, signora, chiamarono altamente le donne.
Si udì un altro grido, il più acuto di tutti, e fu sfondata un'altra porta, poi un'altra e un'altra.
Avvicinandosi alla stanza della duchessa, fu più facile d'intendere quel che vi succedeva.
—Perdio, qui avviene qualche cosa di orrendo, uscì detto ad uno; spacciamoci dunque ed atterriamo le altre porte.
Un gemito profondo, cupo, soffocato, fe' tacer tutti ancora; poco dopo udirono aprire i vetri di una finestra.
L'ultima porta cadde finalmente, e una folla di persone tra soldati, tra servi, tra donne irruppero nelle stanze di Elena, passarono nella camera da letto. La finestra era spalancata ancora; le cortine dell'alcova erano stirate. Corsero ad alzarle e videro il corpo della sventurata adagiato sul letto, come se altri ve l'avesse messa, le accostarono i lumi alla faccia. Non v'era nessun'alterazione nelle linee, soltanto alla solita bianchezza era successa una tinta leggermente livida, e sulla fronte apparivano gonfie e rosse alcune vene. La veste di seta, senza nessun disordine apparente, seguiva ancora i bei contorni della persona; soltanto appariva spezzata la cintura di lamina d'oro onde, per dar grazia maggiore alla persona, ell'era solita avvolgersi i lombi, Pareva che taluno, stringendola alla vita e abbracciandola colla forza d'Ercole, le avesse fatto subire il supplizio d'Anteo.
Lo stupore degli astanti crebbe sempre più. Domandata a gran voce la duchessa, questa non rispondeva, sebbene al respiro desse indizio d'esser viva.
Passarono alcuni minuti di un profondo silenzio, nel quale non s'udivano che i singulti delle donne, e fuori il soffio impetuoso del vento che investiva le piante del parco.
—Eppure, uscì detto finalmente ad uno, nessuno mi potrà persuadere che la signora fosse qui sola.
—Nè io lo potrò mai credere. Stetti ben attento, e non posso essermi ingannato. Qualcuno era in questa stanza con lei.
—Ma e come mai?
—La finestra aperta n'è prova. Certo sono usciti per di qui.
—Venti braccia d'altezza…
Più d'uno allora guardò fuori della finestra.
—Ecco qui… nella vite e la brignonia attortigliata ai capitelli si trovò la scala, e son fuggiti pel parco.
Si tacque ancora. Le donne, circondato il letto della sventurata signora, stavano aspettando venisse il vescovo di Rimini e il medico che in tutta fretta eransi mandato a cercare. Di tanto in tanto chiamavano Elena per nome, e la coprivano di pianto e di baci. Parve che si venisse riavendo. Finalmente dischiuse qualche poco gli occhi, e fu un grido delle donne, un grido di gioia. Quanti erano nella stanza corsero al letto.
—Signora, parlate, che fu, chi è venuto qui?…
La duchessa non rispose, tornò a chiuder gli occhi con un mover lento del capo, e mandò un grave sospiro.
Si rimise il silenzio.
—Tu dicevi, parlavan sommesso soldati e servi; tu dicevi non poter essere che qualche assassino della campagna di Roma, o dell'Abruzzo, o della Marca d'Ancona. Ma guarda qui cinti e monili che soli basterebbero a far la ricchezza di molti, lasciati qui senza che nessuno ci abbia badato più che tanto…
—È vero.
—È vero.
—Quanto più cerchiamo di trovare una spiegazione al miserabile fatto, tanto più crescono i viluppi e i dubbi. Io non so più cosa dire.
In questa entrò il lettore di medicina, al quale tutti si misero intorno. Udita ogni cosa egli se ne venne al letto della signora.
Le donne, veduto che ella pativa difficoltà di respiro l'avevano rialzata qualche poco. Così quando il medico le si accostò pareva si fosse riavuta di molto. Aveva gli occhi aperti, sembrava anzi avessero ricuperato per intero la facoltà visiva, ed ella guardasse con attenzione intelligente, ma a tutte le domande che aveale fatte il medico mai non rispose o non volle rispondere. Ad esso peraltro dai sintomi esterni, risultò che il pericolo era estremo.
Venne finalmente il vescovo di Rimini, uomo, a quanto ne diceva la voce pubblica, d'insigne pietà, senno ed esperienza.
Quando questi si fu al letto della signora, e su lei abbassò il vecchio e venerando capo, fu notato ch'ella fece uno sforzo per avvicinarsi a lui, e farsi intendere con cenni. Il venerando uomo fece allora uscir tutti della stanza. E rimase solo così colla duchessa.
In questa medesima notte viaggiava affrettatamente verso Rimini il nostro Manfredo, insieme all'Elia Corvino e a due barbute. La molta neve caduta lungo la linea degli Apennini, lo avevano costretto il dì prima a fermarsi per molte ore presso Lojano. Senza questo contrattempo si può esser certi ch'egli sarebbe arrivato a Rimini intorno alle ore medesime in cui il Lautrec ci pose il piede. Una tale combinazione sarebbe invero parsa al più dei lettori la più strana, la più improbabile, la più incredibile, eppure tanto induce a credere ch'ella era inevitabile, se la neve non avesse impedito il passo a nostri viaggiatori. Un'ora prima dell'alba quando furono nel Cesenatico, lungo la via, da alcuni uomini del contado udirono a parlare dell'incendio della città di Rimini. Que' villeggiani che da altri avevano appreso questa notizia, la quale facevasi tanto più grave quanto più eran le bocche per cui passava, parlarono di quell'incendio come di una cosa spaventevole, e però interrogati da Manfredo e dall'Elia, risposero, che a quanto essi avevano udito, a quell'ora doveva essere distrutta una buona parte della città. Il Palavicino non volle altro, e dando di sprone al cavallo si rimise in via a gran corsa. Non giunse però presso Rimini che ad un'ora di giorno. In ragione che si venivano accostando alla città, le notizie dell'incendio si conformavano sempre più al vero, per cui, quando furono a poche miglia di distanza, i nostri viaggiatori si tranquillarono affatto, udendo che l'incendio era stato arrestato, e che Rimini non aveva patito gran danno. Rimessosi così da qualunque appressione, il Palavicino vi entrò pochi momenti dopo. Ma alla porta, il caporale delle guardie, avendolo riconosciuto e non sapendo farsi capace del modo lieto onde s'intratteneva col compagno, gli si accostò, e:
—Signore, gli disse, date di sprone al cavallo, che se mai non sapeste nulla, io vi avviso che la signora sta in termine di morte.
—Che? gli domandò Manfredo percosso da quelle parole e fermando il cavallo, d'onde il sai tu?
—Stanotte, eccellentissimo signore, fu davvero una notte d'inferno.
—So che fu appiccato fuoco.
—Nell'ora che tutta la città era in travaglio per stornare il pericolo, uomini scellerati entrarono negli appartamenti della signora…
Manfredo non aspettò che la guardia narrasse il resto. Si cacciò a furia nella via che attraversava la città. Tutti i cittadini uscivano al trotto serrato dei quattro cavalli. Riconoscevano il Palavicino e si ritraevano doppiamente addolorati. La sventura della duchessa aveva sparsa la desolazione in tutto il popolo, tanto ella era amata.
Il Palavicino, entrò in palazzo, smontato di sella, salì tosto agli appartamenti della signora. Non udì che pianti, non vide che disordine, il quale alla sua comparsa crebbe ancor più.
Ai primi tra' servi che gli vennero incontro fece quel cenno che equivale a molte interrogazioni. I servi si strinsero nelle spalle. In quella usciva il medico dalla stanza della sventurata Elena per dar non so che ordini, e colpito alla vista del marchese, il quale gli s'era incontanente rivolto:
—Dopo che il vescovo, gli disse, l'ha benedetta, ella non ha più parlato; nè a me nè ad altri è mai riuscito di saper nulla di preciso intorno a quanto avvenne in questa notte orribile.
—A ciò provvederemo dopo. Ditemi intanto se la duchessa potrà mai riaversi.
—Questo non potrebbe avvenire che per un miracolo d'Iddio; in quanto a me non ho più speranze.
Manfredo stette pensoso per qualche tempo poi disse:
—Io la vedrò… ma fatti alcuni passi per entrar nella stanza da letto, quando fu sulla soglia retrocesse esclamando: Non so s'io potrò mai sopportare l'orribil vista!
—Non v'è segno nessuno di violenza, disse allora il medico, comprendendo appieno le parole del marchese. Parrebbe che naturalmente ella sia stata assalita da repentino malore.
—Ma e che dunque mi fu raccontato per via?…
—Che qualche scellerato sia entrato da lei, è certissimo. Tutti costoro almeno lo attestano.
—Ma e cosa facevano costoro? proruppe allora Manfredo.
—D'ordine della signora, eran tutti usciti per recare qualche soccorso quando l'incendio minacciava d'investire la città.
—Oh è orribile!… orribile!… ripeteva Manfredo, poi chiamati intorno a sè quanti servi trovavansi negli appartamenti:
—Raccontatemi, disse loro con un accento calmo ma grave di angoscia, raccontatemi tutto ciò che sapete… tutto, e non omettete parola.
I servi con gran disordine, ma anche con molta efficacia di espressioni, dissero ciò che sapevano e che avevano udito. Quando si venne all'ultimo punto, egli non potè più trattenersi, e:
—Parlasse ella almeno! proruppe.
Così dicendo, accompagnato dal medico entrò nella stanza della sventurata Elena.
Ella non dava oramai più nessun segno di vita, l'agonia era incominciata. Il venerando prelato le stava d'accanto immobile.
Manfredo la guardò, la chiamò per nome, e veduto ch'era indarno, si concentrò in sè stesso e stette pensoso molto tempo.
Dopo, recatosi al finestrone ch'era stato chiuso, ne sferrò le vetriere, lo aprì e guardò fuori. Parve che anch'egli ne misurasse l'altezza.
—Per quanto lavori col pensiero, non so trovare nessun filo, esclamò poi a voce bassa rivolto al medico; però di là non può esser fuggito che un uomo solo. E non poteva essere un assassino volgare. Oh parlasse questa infelice!
Il medico gli disse allora che al vescovo ella aveva di certo parlato e che esso doveva saper qualche cosa: però si provasse a interrogarlo. Manfredo lo tentò.
—Le preghiere dei morti van rispettate! fu l'unica risposta che gli diede il vescovo facendo un nuovo segno di croce sul volto della duchessa.
L'agonia della infelice durò due giorni e due notti. Il sacerdote non l'abbandonò mai; il medico praticò tutti gli argomenti per vedere di conoscere la causa che sì repentinamente l'avea tratta a quel termine, senza che ci fossero indizi manifesti di una grave lesione, ma sempre dovette fermarsi alle congetture.
In quanto a Manfredo, continuò esso pure a tentare discoprir qualche filo, e venutogli il sospetto fosse mai stato il Lautrec medesimo l'uccisore della sua donna, non omise nessun mezzo che potesse condurlo a verificare un tal fatto…. Ma desiderando una cosa, un'altra ne scoprì…. Verso le ultime ore dell'ultima notte…. cercando non so che oggetti in uno stipo d'argento, gli venne veduto un piccol ritratto…. messovi lo sguardo…. la prima sensazione fu quella di un grave turbamento…. Gli parve d'aver già veduto quel volto infantile, ma non sapeva ridurselo a memoria…. pure insistendo, si ricordò del fanciullo Armando, il figlio del Lautrec, che a suo agio aveva potuto guardare a Reggio, e che anche allora avea fermata la sua attenzione. Egli non sapeva nulla del misterioso fatto…. ma fu colpito quando, osservando meglio, in quelle linee di fanciullo gli sembrò vedere il volto istesso di Elena. Si ricordò del passato…. comprese tutto…. gli cadde il ritratto di mano.
Tre giorni dopo partiva di Rimini. La duchessa Elena era già discesa nella fossa, e la notizia ne corse per tutta Italia…. Il mistero che aveva circondato la sua vita circondò pure la sua morte, e dovunque si continuò per gran tempo a domandare come fosse avvenuta. Il vescovo di Rimini fu però sollecito di far diffondere la voce che la duchessa Elena era morta naturalmente.
A tener dietro a ciascun passo dei principali personaggi in cui c'incontrammo nel corso di questa storia, ad osservare più d'appresso che ci fosse possibile taluni fatti, abbiam dovuto percorrere gran parte d'Italia. Da Milano passammo a Roma, a Rimini, a Venezia, a Reggio correndone e ripercorrendone lo stradale. Ora ci conviene varcare le alpi e dilungarci da Italia per gran tratto.
L'uomo che i destini collocarono all'estremo di una dinastia famosa perchè dovesse chiuderla per sempre, che per anni molti fu occasione di controversie, di lotte, di errori, e insieme di virtù grandi e di sforzi magnanimi; l'uomo al quale un popolo, intero, abbattuto da patimenti assidui, volge, dopo un lungo oblio, lo sguardo e le speranze; che, mentre altri s'affaticavano per lui, stette fuori, mal suo grado, degli sguardi dell'universale, protagonista senza parole e senz'opere, coperto dalle dense ombre della sua sventura; quest'uomo, che fu nulla per sì gran tempo, mentre pure si rodeva del desiderio di esser tanto, deve esercitare su noi così gran forza da costringerne finalmente ad occuparci anche di lui.
Fuori una lega d'Augusta, l'antica città sui campi dove Ottone il Grande sconfisse gli Unni nei secolo decimo, quasi in ogni giorno dei primi mesi del 1521, alla prim'alba, i buoni borghesi alemanni che per commercio viaggiavano in quei dintorni, lungo il cammino, si fermavano ad osservare un giovane uomo il quale, su di un ardente cavallo, comandava drappelli di fanti e cavalli, che per esercizi simulavano battaglie sulla estesa campagna. Si domandavano l'un l'altro chi mai fosse quel giovine cavaliere, e tosto un senso di rispetto e di venerazione pietosa si metteva nei cuori di quegli uomini leali, quando sentivano esser colui il duca Sforza, l'ultimo della dinastia del grande Francesco, che sbalestrato giovinetto fuori dei suoi Stati da un'usurpazione crudele, ora anelava di ricuperarli, e finchè durava gli ozi ingrati, esercitavasi in ciò che più è necessario a chi deve metter corona.
Era da qualche tempo infatti che il duca Francesco Sforza, dopo avereaccompagnato Carlo nelle Fiandre, aveva stabilita la sua stanza inAugusta, nella quale città era venuta a dimorare anche la GinevraBentivoglio.
Il Morone le avea consigliato di star presso al duca, come a costui aveva raccomandato di vegliare sulla di lei sicurezza. L'acuto lombardo, considerando di quanto aiuto esser potesse ai forti bisogni del duca l'ingente pensione pagata dal pontefice alla vedova del Baglione, per questo li volle ravvicinare. Siccome però dubitava fosse mai per sorgere da ciò qualche voce che offendesse la fama illibata della signora, così fra' que' leali Alemanni che circondavano lo Sforza diffuse il racconto dei lunghi patimenti subiti dalla Ginevra e come figlia del signore di Bologna e come consorte del tiranno di Perugia, narrò egli medesimo la simpatia profonda che prima di quel malaugurato matrimonio l'avea legata con Manfredo Palavicino, gentiluomo lombardo, e come in ultimo, per giovare alla patria e dar modo all'amico di collocarsi a tal posto dove gli fosse più agevole adoperarsi per essa, sebbene libera di sè per la morte del Baglione, pure avea fatto sacrifizio dell'immenso affetto che nutriva da si lungo tempo, concedendo ella medesima alle braccia d'altra consorte l'uomo che già chiamava suo sposo, ed era venuta intanto presso il duca Sforza per giovare coi proprii mezzi nella causa di costui quella della patria. Il fatto di una virtù così insolita non è a dire che venerazione fruttasse alla Ginevra, in quel paese dove un sentimentalismo profondo e sincerissimo è sorgente di adorazioni per ciò che altrove troverebbe indifferenza e spregio.
Lo Sforza, sebbene da tanto tempo desiderasse di metter gente insieme, pure da principio non volle accettare le offerte generose della Bentivoglio, ma finalmente, pieno di fiducia nella propria causa, e sicurissimo che, rimesso nei propri Stati, avrebbe potuto compensar la Ginevra ad usura, accettò, e così con que' mezzi e coi pochi lasciatigli da Massimiliano e con quelli che gli venner dopo da Carlo, potè in breve metter insieme quel migliajo tra fanti e cavalli.
Una mattina del febbraio di quest'anno, in mezzo a molti cavalieri tra lombardi ed alemanni, misurava esso la gran pianura d'Ottone facendo la solita rivista e comandando le consuete manovre. A vederlo mostrava un trent'anni di età, ma non ne contava che ventotto, ed era di un'avvenenza assai rubesta, con folta e prolissa barba. Al modo onde governava quella sua gente, pareva uomo nato fra l'armi, e che per tutta la vita ad altro non avesse atteso che all'arte della guerra.
Fin da quando, uscito dal ducato di Milano, seppe che il suo fratello Massimiliano aveva abdicato e che però le sorti, qualora avessero mai voluto ristampare la dinastia, si sarebbero rivolti a lui secondogenito, si propose di passare il tempo del suo esiglio negli studi d'ogni maniera. Passando dai più violenti esercizi di corpo, alle più alte e solitarie meditazioni della scienza, dalla sala d'Armi all'aula dell'Università, avea trascorsi cinque interi anni; perciò, sebbene fosse ancora assai giovane, tuttavia poteva annoverarsi non solo tra' più perfetti cavalieri, ma anche tra i più dotti giovani che allora facessero parlare di sè nelle Università della Germania.
Il Morone medesimo, quando dopo tanto tempo di lontananza, si trovò con lui e lo udì parlare, ne rimase altamente edificato e ne concepì le maggiori speranze. Valore, dottrina e mansuetudine sapiente nei rapporti della vita privata; c'era forse quanto poteva bastare perchè l'ultimo Sforza avesse a toccare la gloria del primo.
Venuta l'ora in cui, finiti gli esercizi del campo, ritto sul cavallo, si fermò ad osservare ad uno ad uno i fantaccini ed i cavalieri che gli sfilavano innanzi:
—Se il re di Francia, diceva parlando al nipote del cardinale di Sion che stava sempre seco, sapesse ch'io sto esercitando codesto pugno di soldati, davvero che riderebbe; pure io vivo sicuro che non riderà a lungo. Ma s'egli si credesse mai ch'io fossi per riporre tutta la mia fiducia in così poca gente, mostrerebbe di non avere attitudine nessuna a giudicare altrui. Del resto potrebbe esser causa di gran maraviglia in coloro che si fermano alle prime apparenze, il vedere ch'io vada tuttodì addestrando questi uomini, che tutti si sono trovati in più fatti d'arme, e non possono apprender molto da me che, dalla culla passato all'esiglio, non ho ancora fatto nulla al mondo; ma se lì trattengo per tante ore sotto le armi, è appunto per esercitar me così inesperto. Pure verrà tempo, caro mio, tempo verrà che faremo qualche cosa anche noi, e dal drappello passando all'esercito non ci darà noia la polvere del campo; però se Francesco I Sforza fu l'onore del suo tempo, noi condurremo le cose in modo che il secondo Francesco almeno non ne sia il disonore. Ma tornando a noi, questa brava gente non sarebbe già qui per dar spettacolo a me solo; varrà pur essa a qualche cosa, e presto. Vi farò leggere le ultime lettere venutemi da Italia. Tutti si son desti, e il più dei Milanesi stanno per me finalmente. Sentirete quanto dice il Morone, quanto promette il mio Palavicino.
—A proposito di questo amico vostro, credete voi ch'egli verrà qui prima di tentare un colpo in Italia?
—Fu un pensiero del Morone… del resto poi non so… pure se vuolsi operare con prudenza, il Palavicino dovrebbe venir qui a prendersi seco questa gente per unirla alle soldatesche che già si son messe insieme in Italia, e di buon grado la porrei sotto il suo comando. Non so s'io saprei indurmi a far questo con altri, ma se non avessi fiducia in quel mio generoso amico, dovrei negarla anche a me stesso. Faccia egli dunque quel che a me non è concesso per ora. Dopo toccherà a me, a me sempre… se Dio lo vorrà.
Ciò dicendo, come fu passato dinanzi a lui l'ultimo fantaccino de' suoi, dando anch'esso di sprone al cavallo, si mise a trotto per tornare in Augusta.
—Mi pare siasi fatto tardo, e ci bisogna affrettare il passo. Il lettore di diritto Martino Zimmerman comincierà oggi i commenti dei capitolari dì Carlomagno, e preluderà discorrendo tutta la storia del regno di questo sovrano gigante; capirete dunque che non bisogna mancare. La dotta facondia di questo lettore di giurisprudenza mi diletta assai, e in quanto a me vado struggendomi del desiderio d'approfondarmi sempre più in codesta scienza, ch'è la scienza dei re.
Così, passando d'uno in altro discorso, entrato in città e scavalcato al proprio alloggio, passo passo, a braccio del Sion e di un giovane lombardo, figlio di un mercante di pannilani, s'incamminò verso l'Università.
Gran parte della studiosa gioventù della Germania affluiva allora in Augusta, e quell'ardore persistente di studi che più tardi fu il caratteristico degl'ingegni di quella nazione, era abbastanza notevole anche allora. I biondi e perspicacissimi figli del Reno, della Mosa, dell'Elba, od osservavano abitualmente il silenzio dei trappisti, o se il rompevano, era per gettarsi a corpo perduto sul campo della discussione e delle argomentazioni sottili, e anche di quel tempo sì forte era l'entusiasmo della scienza, che quando pure laCerevisiadi Monaco metteva loro di gran fumi alla testa, gli ardenti vaniloqui versavan sempre intorno alle più astruse ed intricate quistioni. Se tutte le dispute fatte a voce, da che esistono Università in Germania, si potessero riprodurre e pubblicare, sarebbe causa di un forte stupore il vedere sino a che punto la ragione possa smarrirsi entro i suoi medesimi labirinti.
Con questi giovani ardenti, instancabili, acutissimi, passava dunque il giovane Sforza il suo tempo, quando tornava dall'avere armeggiato. Proponeva, domandava, rispondeva, argomentava, sottilizzava anche: se non che quel buon senso imperturbabile onde, se vuolsi, vanno assai distinte le intelligenze lombarde, gli serviva di bussola ogni volta che coi colleghi audaci gettavasi in qualche mare intentato; e spesso avveniva che con un bel tacere si fermasse a tempo, lasciando intero ai colleghi il privilegio d'invadere le regioni della pazzia.
Al tocco della campana entrò lo Sforza nell'aula dove leggevasi diritto, e senza distinzione di sorta s'affrettò a sedere nei banchi. I figliuoli dei buoni borghesi d'Augusta e delle altre città della Germania sedettero appresso all'ultimo rampollo dei duca Sforza di Milano. Vicino alla cattedra ove saliva il dottore Martino Zimmermann eravi però un posto di distinzione; una gran seggiola a bracciuoli con cuscini di corame incartocciato e chiodi d'ottone abbruniti dal tempo. Poco dopo che il dottor Zimmermann fu salito in cattedra, una donna vestita a lutto, accompagnata da un servo, entrò nell'aula e andò a sedere in quel posto distinto. Era dessa la Ginevra Bentivoglio. Quantunque ogni giorno assistesse alle lezioni di diritto, pure la sua comparsa era sempre seguita da un lungo mormorio, tanta ammirazione sentivano per colei que' giovani entusiasti.
A dimenticare i molesti pensieri che malgrado la sua virtù e la sua fermezza d'animo, venivan spesso ad opprimerla, la Ginevra giusta i consigli del Morene, uscendo della sfera di donna, s'era avvolta con molto ardore nelle pubbliche faccende. Delle sue rendite la massima parte erano impiegate a soddisfare alle paghe delle soldatesche del duca. Per le circostanze che sa il lettore, ella aveva in odio il nome francese e amava ardentemente l'Italia; nè la diversa direzione del padre e de' fratelli non avevano più che tanto influito su di lei, che il Palavicino l'avea prepotentemente indotta nelle proprie opinioni. Per questo operava con passione, e il sagrificio che faceva altrui delle proprie ricchezze era così volontario, così spontaneo, che gliene derivava una soddisfazione completa.
Per quanto però avesse interesse e prendesse parte alle cose della patria, più volentieri lo facea coi fatti che colle parole. Voleva essere perfettamente istrutta del movimento delle cose; parlarne a lungo le dispiaceva; anzi, lo si può dar per certissimo, le recava una pena insopportabile. Discorrendo col giovane Sforza la condizione presente e l'avvenire della patria lontana, ad ogni quattro parole era impossibile di non toccare del Palavicino. Il tumulto eccessivo che sempre le si metteva nell'animo a tal nome era ciò che le faceva scansare di parlarne. Però a tentare ogni modo per dimenticarlo, e svagarsi, tornò agli studi severi, in cui giovinetta aveva mostrato di valere assai, quando, sotto l'Urceo, aveva atteso allo studio dei Classici latini; udito poi dal duca Sforza, che nell'università d'Augusta eravi un assai distinto professore di diritto che parlando l'idioma del Lazio, trascinava tutti colla dottrina straordinaria e l'insolita eleganza della facondia, pensò d'intervenire anch'essa alle sue lezioni, e da più giorni le sole ore in cui potea dire di riposare veramente in un perfetto sollievo, eran quelle che passava nell'aula dell'Università, tenendo dietro con attenzione e spesso con entusiasmo al discorso del lettore di diritto.
Questi intanto aveva accennato d'incominciare la sua lezione, e già nell'aula erasi messo quel silenzio che è sempre indizio del quanto un professore promovi l'interesse nella massa degli uditori. La Ginevra si raccolse, e dimenticando al tutto ogni altra cura si mise in ascolto.
Il professore, prima di venire a trattare di quanto era rimasto della grand'opera di Carlomagno, degli avanzi della legge salica, della ripense, della borgognona ecc., e di risolvere se i capitolari fossero tolti dal diritto romano, ciò che formava l'oggetto principale della lezione di quel dì, facendo precedere una digressione storica, aveva cominciato ab ovo, vai dire dalla divisione del regno dei Franchi dopo la morte di Pipino; poi toccato, in passando, di Carlomanno e della sua morte, entrò finalmente a parlare di Carlomagno, della sua puerizia, del suo carattere in tutto germanico, della sua incoronazione, della prima guerra d'Aquitania, delle cagioni che prepararono le sue conquiste, della caduta del regno dei Longobardi. E a questo punto pose una questione, quella questione intorno alla quale l'Italia sta attendendo adesso che il suo più grande scrittore pronunci le definitive parole. Il professore Zimmermann avea però dato, per oggetto principale della disputa, ciò che oggidì fu toccato per incidenza, ed era:==Se all'Italia, dall'invasione dei Franchi e dalla caduta del regno longobardico sia venuto danno o vantaggio, e se colui che chiamò Carlo in propria difesa abbia saviamente e giustamente operato.==Il dottore Zimmermann, premesso il proprio giudizio, che era in tutto favore di Adriano, gettò la questione al dibattimento degli uditori.
Il duca Francesco Sforza, alzatosi dal suo banco e coprendo della propria la voce di molti altri che sorgevano per parlare, si mise con molto impeto contro all'opinione dello Zimmermann.
—Io, che sono italiano, cominciò a dire, che vedo il vantaggio della patria mia, e lo vedo con chiarezza perchè lo sento con ardore, dirò qualche parola su questo soggetto. Adriano, chiamando Carlo, non provvide che a se solo, senza avere un pensiero al mondo del resto d'Italia. I Longobardi conquistando il territorio romano, e distendendosi sulla parte massima d'Italia, l'avrebbero a lungo unificata; però Adriano intercettò la via all'opera del tempo, troncando in un colpo tutti i fili delle speranze avvenire. Tutti i mali onde oggidì è tormentata l'Italia, sono conseguenza dell'improvvida risoluzione d'Adriano. Su di me, sul popolo mio che mi fu tolto pesano da anni codesti mali gravissimi, e però più di tutti posso misurare l'abisso profondo dove un uomo, d'altronde santissimo, gettò pel corso di secoli un'intera nazione.
—I Longobardi, gli obbiettava lo Zimmermann, mantenevano in uno spavento continuo non solamente Adriano, ma quella parte di popolo affidata alla sua custodia. Egli era dunque in obbligo di provvedere alla felicità del suo popolo; in prima è necessità rimovere il danno presente, dopo si può anche pensare al vantaggio futuro. Che dalla maggior conquista de' Longobardi potesse scaturire un futuro bene, è una facile illusione, ma chi ne avrebbe mallevato Adriano? e doveva intanto permettere che il suo territorio fosse messo a ferro e fuoco?
—Che lo dovesse non lo penso; ma se non aveva altro mezzo per istornare la violenza, che di chiamare i Franchi in Italia, dico il vero, avrei voluto il suo danno, che di questo sarebbe venuto gran frutto alla maggior parte dei suoi contemporanei, immenso a tutti i suoi posteri e a noi. E s'io ne porto la convinzione, bisogna bene che la verità mi faccia forza, non il solo interesse; giacch'egli è chiaro che se Italia, per opera de Longobardi si fosse fusa in un gran tutto, io forse non sarei stato più che un individuo della gran massa della nazione; nè la famiglia Sforza mai avrebbe assunta la dignità della dinastia nè le alte virtù dell'avo mio mai sarebbero comparse al cospetto del mondo; nè io adesso mi affannerei per un diritto, dal cui riacquisto e dalle cui conseguenze forse mi verrà alcuna gloria. Ma prima di me, unità impercettibile, metto il vantaggio delle centinaja di migliaja, e sempre sosterrò che la calata di Carlo fu la prima, l'unica, la fatale causa della rovina d'Italia, e che se i Franchi non l'avessero toccata allora, i Francesi non farebbero adesso così atroce strazio del mio buon popolo.
Il dibattimento si protrasse per assai tempo; chi stette pel dottor Zimmermann, chi pel giovane duca, il quale questa volta più che di forza logica e di argomentare sicuro e conseguente, die' segno del grande e sincero amore onde amava la sua terra, e come in ogni occasione fosse sempre così preoccupato del pensiero di lei, che le questioni le vedeva sovente da un unico lato.
Così anche quel giorno la lezione del dottor Zimmermann si chiuse, e gli uditori uscirono dall'aula a patto di portare la volontà di discutere anche fuori dell'Università.
Di questa guisa tanto il duca Sforza che la Bentivoglio, l'uno tentando colle occupazioni d'ogni maniera di frenar l'impazienza che da anni lo rodeva, l'altra di smarrire l'antico affetto in un entusiasmo più vasto e più generoso, stavano attendendo venissero altre notizie d'Italia le quali, si lusingavano, avessero ad esser le risolutive. Ma passò il gennaio e quasi tutto il febbraio. Soltanto in sullo scorcio di questo mese, quando il duca Sforza, venendo dall'Università entrava nella sua casa, trovò il solito corriere d'Innspruck che aveva lettere d'Italia appunto. Erano presenti il nipote del Sion e alcuni Milanesi della parte ghibellina. Lo Sforza apre le lettere in faccia a loro stessi; una era del Morone, l'altra del Palavicino. Scorsole di volo per vedere ciò che contenevano, le rilesse poi ad alta voce pieno di esaltamento.
Dicevasi in quelle lettere, che i fatti eran maturi finalmente, che mentre Leone e Carlo stavan per mettersi d'accordo e per unire le loro forze contro Francia, tornava indispensabile coglier l'occasione che gli animi nel ducato di Milano fossero inaspriti contro il governo, e con un'impresa ardita prevenir l'opera stessa dei due alleati. Lo si assicurava che congiungendo le soldatesche del Palavicino alle sue, siccome tali forze unite venivano rinvalidate dall'entusiasmo dei molti Milanesi ch'entravano a farvi parte, presto sarebbesi messo il governatore di Milano a malissimo partito.
Aggiungevasi poi che una tale impresa, comunque fosse andata, sarebbe sempre stata di vantaggio, non mai di danno; giacchè se falliva il primo colpo, si sollecitavano con ciò i soccorsi dell'Imperatore e del papa, i quali parevano tardar troppo a risolversi; se poi la buona volontà avesse trovata la fortuna corrispondente, tutte le esitanze si sarebber tolte di mezzo, e il fine avrebbe quandochessia coronato il principio.
"Da quest'ora, così chiudevasi la lettera del Palavicino, non più colle parole ma coi fatti verrò a darti prova dell'amicizia che da tanti anni mi lega a te, duca Francesco. Io confido che in poco di tempo tu sarai restituito a Milano, dove tutto il popolo oramai ti desidera ardentemente. Quando considero che la fortuna, mentre non mi ha mai giovata in nessuna mia cosa, sempre in quest'ultimi anni mi si mostrò seconda ne' tentativi fatti in pro della patria e di te, con tutta ragione dobbiamo sperar tutto da quanto stiamo adesso per imprendere. Se tu udissi in questo momento le proteste, i voti, i giuramenti dei tanti Milanesi che mi stanno d'intorno, certo ti loderesti d'essere stato per sì gran tempo da essi dimenticato, se una tale dimenticanza doveva essere susseguita da così vivo fervore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Stando dunque a quanto ti ha detto il Morone, i cui pensamenti sono sempre i più diritti, in breve io sarò presso di te per le necessarie disposizioni. Sul lago di Como, le mie genti condotte dal conte Mandello, che, vedendo il bisogno, s'è fatto il più perfetto gentiluomo e soldato d'Italia, si uniranno alle tue condotte da me, se ti par bene. Per verità che se avessi a guidarle tu stesso, l'impresa sarebbe forse più sicura; ma la tua vita non deve ancora esser messa a pericolo…. lo vuole la necessità…. del resto non mancherà tempo. Aspettami dunque."
Questa lettera fu mostrata anche alla Bentivoglio, la quale, sebbene più volte avesse udito dire che il Palavicino sarebbe anch'esso capitato in Germania, pure ne fu molto sorpresa quando sentì dovervi giungere infallibilmente e tra poco tempo. Tuttavia, in faccia allo Sforza non fece atto, nè disse parola che svelasse menomamente la sua commozione; bensì, alcuni giorni dopo, considerato che rimanendo in Augusta non le sarebbe mai stato possibile scansare di trovarsi col Palavicino, nè sentendosi forte abbastanza da sopportarne la presenza, disse allo Sforza che gli bisognava recarsi a Monaco per poco, e vi si recò infatti.
In questo mentre, Manfredo Palavicino tornato a Reggio, ad onta della prostrazion d'animo in cui necessariamente avealo gettato il caso funesto, colla maggior sollecitudine aveva atteso ai preparativi per l'impresa. Non gli era però stato possibile uscir subito da Reggio, giacchè, quando ogni cosa fu disposta, la città ebbe a difendersi ancora dagli assalti de' Francesi, a proposito dei quali, di buona voglia rimettiamo il lettore al Guicciardini che li raccontò a lungo e per minuto.
Con maggior interesse ci occupiamo invece di quegli avvenimenti che, sebbene di un'uguale ed anche di una maggiore importanza, pure sono appena accennati, e come di gran fretta, nella storia e nelle cronache, o taciuti spesso non appajono che sottintesi, e de' quali in ogni modo la netta cognizione non risulta che dalle lunghe letture e dai diligenti confronti di molti libri. Più che amplificare i racconti della storia può tornar vantaggioso il cercare d'empirne le lacune, e a questo abbiam volte le nostre intenzioni.
Appena dunque il Palavicino ebbe sgombro il passo, accompagnato dal Corvino e da pochi altri, si pose in cammino per la Germania, mandando prima al duca Sforza, per que' mezzi di comunicazioni praticati dal Morone dopo la sua andata in quel paese, la lettera che noi già conosciamo. Lungo il cammino si recò dal Figino più sopra nominato, signore del castello in sull'Adda. Gli parlò del gran conto che per voto comune erasi voluto fare di lui, gli espose per minuto il disegno da seguirsi ad ottenere il gran fine a cui tutti da poco tempo miravano con grande ardore, e prese con lui gli opportuni concerti per la gente da ricovrarsi temporariamente nel suo castello. Il Figino, il quale appena seppe tentarsi qualcosa contro Francia, aveva mandato dire al Palavicino, di cui era amicissimo, non voler per nessun conto far l'ultima parte nell'opera comune; ben grato dell'illimitata fiducia, rispose che da quell'ora egli, i suoi, le sue ricchezze erano a disposizione di lui e dello Sforza, però procedesse con coraggio, che non gli sarebbero mai mancati soccorsi.
—Io poi, gli disse in ultimo, terrò d'occhio il corso dell'Adda e del lago, e da qui a Chiavenna, in varj punti, porrò uomini fidatissimi, pei quali rapidamente ci possa giungere la prima notizia della tua comparsa, e così io, il Mandello e la gente ti moviamo incontro senza perder tempo. Mi pare che tutto sia disposto con ordine, onde si può sperar bene.
—Nel tempo che il Mandello starà qui, istrutto com'è d'ogni minima cosa, istruirà te pure e tutto riuscirà facile. Ho pochissimi timori e grandi speranze, conchiuse finalmente il Palavicino. Presto dunque ci rivedremo.
Così, rimessosi in viaggio, non si fermò più che oltr'alpi.
Una sera il duca Francesco Sforza, nell'ora che, lasciato da tutti i suoi, era solito ritirarsi a studiare per gran parte della notte, mentre appunto stava pensando al troppo lungo intervallo che passava tra la lettera ricevuta e l'arrivo del Palavicino, ode un insolito scalpito di cavalli nel cortile. Si alza da sedere per uscire a sentir chi fosse, quando i servi, entrano nella stanza:
—Eccellenza, gli dicono, è giunto il marchese Palavicino, e sale adesso le scale.
Il giovane Sforza, agitato da una vivissima commozione, muove allora incontro all'ospite, il quale gli si affaccia dal vestibolo.
Il rivedersi di due amici, dopo molti anni d'assenza, di due veri amici che sian cresciuti insieme, a cui tutti i rapporti della vita, dell'età, delle opinioni, delle sventure, dei timori, delle speranze abbia mantenuta inalterabile l'affezione, è un istante di ben forte interesse. Quantunque io abbia udito dire, non esservi cosa sotto il sole che mai possa raggiungere il gaudio di due amanti, i quali si riabbraccino dopo lungo intervallo, tuttavia porto opinione, che nell'incontro di due amici ci sia alcun che se non di più ardente, certo di più dignitoso, di più solenne, di più profondo. Due uomini che si conoscono, che si stimano, e che per un gran fine sospirato a lungo, dopo pericoli gravi, si trovano insieme finalmente e la mano dell'uno sta stretta in quella dell'altro…. è e sarà sempre uno spettacolo innanzi a cui non potrà rintuzzare la commozione neppure il più scettico uomo…. Nell'incontro di due amanti invece un tal uomo troverebbe quanto basta per fare un epigramma….
Stretti adunque per mano il Palavicino e lo Sforza, si ritrassero, dopo alcuni momenti, fuori degli altrui sguardi, e liberarono alfine la parola che in sulle prime non avea voluto uscire.
—Così io ti rivedo, o mio Manfredo, disse lo Sforza, ti rivedo abbattuto dalle tante sventure che hai subite per me, narrandomi le quali, il Morone mi fece tremare e fremere, sebbene te ne sapessi uscito oramai. Però m'accorgo che sul tuo volto i tempi calamitosi hanno lasciato la loro impronta. E per verità che mi sembri assai dimagrato, tanto che, a tutta prima, se non fossi stato avvisato, quasi non t'avrei riconosciuto.
—Se non v'è altro che il pallore e la magrezza, ti assicuro che ciò non mi dà nessun pensiero. Del resto da qui a qualche anno avrò tempo di metter l'adipe anch'io…. Sei mesi ancora di gran faccende e d'altri pericoli, se vuoi, poi tutto tornerà nell'ordine antico, e allora toccherà a te.
—Dio faccia che tu sia indovino infallibile, ed io possa davvero affaccendarmi dì e notte pel maggior vantaggio del mio buon popolo e della mia cara città. Pure in tutto questo tempo, se mi furono impossibili i fatti, col pensiero m'affannai sempre in cerca del modo di ristorare, e per sempre, i poveri Milanesi, da così lunghi patimenti, e di spargere dappertutto una felicità che debba esser duratura, e tanto più volontieri io vi attesi, in quanto era sicuro che il mio Manfredo me ne avrebbe aperta la via. La più importante, la più ardua, la più gloriosa opera fu rimessa dal destino nelle tue mani…. ma della gratitudine ond'io ti pagherò, spero che tutti ti pagheranno.
Manfredo non rispose, e strinse di nuovo la mano dello Sforza che si tacque.
Ben rare volte due uomini sentirono, come costoro l'uno per l'altro un attaccamento così vivo e così forte.
—Certo non più di sei mesi, tornò a replicare Manfredo, e di Francesi non rimarrà più traccia in Lombardia. Domani mi farai vedere la tua gente.
—Spero che ne rimarrai soddisfatto, e ti so dire che dal primo all'ultimo cavallo, dal primo all'ultimo fante son tutti uomini da valer dieci per ciascuno. Però se anche i tuoi son di tal razza possiam dire d'avere un esercito a' nostri ordini.
—Nella gente che ho raccozzata da varie parti d'Italia, ho messo un milanese per ogni dieci, e de' più ardenti patriotti, perchè possa col suo entusiasmo raddoppiar la forza a ciascuno. Così fosse possibile fare il medesimo anche co' tuoi, che tutti i colpi sarebbero infallibili allora.
—Lombardi ve ne sono in Augusta più di parecchi, ve ne sono in Fiandra, ve ne sono in più città lungo il Reno, e so benissimo che oramai stanno tutti per me.
—Allora sarebbe ottimo cercare di congiungerli tutti quanti.
—E il modo?
—A te non conviene chiamarli, ci penserò io por questo; una cinquantina ch'io ne possa raccogliere è più che sufficiente. Quei che dimorano in Augusta ci sono intanto. Bisognerà dunque andare in traccia degli altri, e sta tranquillo che saprem navigare il Reno e la Mosa. Io prenderò per una parte, l'amico che ho meco prenderà per l'altra… così in breve ci spacciamo…. e dopo…. Tutto il piano che ho abbozzato su quel che mi rimane a fare, te lo mostrerò punto per punto, e confido che i tuoi consigli lo faranno perfetto.
Qui fece un po' di pausa, poi disse:
—Ora che abbiam parlato di quello che più importami, dell'unica cosa che mi dovrebbe occupare, mi farò lecito parlarti di quanto riguarda me solo. So che la Ginevra è in Augusta.
—La sua casa è qui in fatto; ma da un venti dì se n'è andata aMonaco.
—A Monaco?
—E mi pare d'aver compreso benissimo perch'ella abbia voluto partirsi, come non comprendo affatto, che tu mi abbia a domandare di lei, tu, marito della signora di Rimini.
—L'avresti compreso, se una strana notizia avesse potuto giunger qui prima di me. Sappi dunque che son vedovo.
—Vedovo?
—Sì, la duchessa è morta; fu un grave avvenimento.
—Ma raccontami com'è il fatto in breve. Io son pieno di maraviglia.
Il Palavicino raccontò al duca tutto ciò che noi sappiamo. Lo stupore dello Sforza andava crescendo ad ogni parola di Manfredo, ma come questi ebbe finito:
—Convien dire, proruppe, che la fortuna t'ha voluto battere per ogni verso, e mai non t'ha lasciato tranquillo un'ora.
—Egli è così in fatto; e t'assicuro che mi è voluto del buono a riavermi anche da questa percossa… tanto più che…. io ebbi dei torti con quella sciaguratissima donna, ed ora sento il rimorso di averle amareggiato, benchè senza volerlo, i giorni che precedettero la sua misera fine. Ma le lagrime, ma la memoria di questa…. di questa cara Ginevra, fecero dileguare ogni amore che prima pur seppi portare alla duchessa, la quale si mise in sospetto, e da che visse con me non ebbe più pace.
—Ciò è chiaro… ma io non ne voglio udir altro, e tu non parlarmene più. A quel che avvenne non è rimedio, e i rimpianti e i rimorsi tornan sempre inutili se non dannosi. Se dunque i morti non si ponno risuscitare, pensiam piuttosto a consolare i vivi. Ti ho dunque a dire che la Bentivoglio è sconsolata.
Manfredo tacque.
—Benchè in tutto questo tempo ella siasi fatto forza, e la sua virtù abbia potuto assai, pure non potè abbastanza perch'io non le leggessi in cuore.
—E che diceva?
—Nulla diceva; operava in vantaggio e di me e d'Italia e dell'impresa comune, e nel suo segreto intanto gemeva continuamente. Sai tu poi, perchè da venti giorni siasi partita di qui?
—Non lo so.
—Le mostrai la lettera, dalla quale appariva che tu eri per venir qui tra brevissimo tempo; però ti ha voluto scansare: ecco tutto.
—Ciò era più che naturale a quella virtuosa donna; ella non poteva che comportarsi così. Ma ora io ti domando cosa si abbia a fare?
—Non c'è da almanaccar tanto, mi sembra, scriverò io stesso alla Ginevra. Le dirò…. le dirò quello che tu medesimo le diresti, se non che sarò più chiaro e meno impacciato; la porrò a parte, giacchè tutti gli ostacoli son caduti, d'una mia volontà che è pur la tua e quella di lei, se non mi inganno. Così, per il primo io avrò la consolazione di vedere, dopo sì lunghi affanni, contenti e te e lei finalmente. Questa disposizione di cose m'è d'un felicissimo augurio. Noi tre che ci conoscemmo tanto giovani, che fummo improvvisamente divisi da un colpo terribile, e immersi nei più tremendi guai, del corso medesimo delle cose ci troviamo adesso riuniti, e il prossimo avvenire ci si rischiara dinanzi confortandoci di mille promesse. Che te ne sembra a te?
—Lo stesso; ma tornando alla Bentivoglio, non mi parrebbe cosa benissimo fatta l'avvisarla per lettera; piuttosto troverei conveniente il fare una gita a Monaco.
—Tu?
—Non lo credi lecito?
—Tu solo, no; bensì verrò io stesso con te, se ti par meglio.
—Ti sei incontrato nel mio desiderio, questo è ciò ch'io volevo; tanto più che in codesta gita a Monaco non abbiamo a perdere il nostro tempo, e facendo due cose ad una, raccoglieremo quanti Milanesi per avventura si trovassero colà e li condurremo con noi.
—Benissimo pensato. Domani dunque, appena io t'abbia mostrato tutta la mia gente, alla quale, ti darò a conoscere, partiremo di qui e andremo a Monaco.
—In questo frattempo poi, giacchè non è un minuto a perdere, l'uomo che ho condotto con me, ed è un tale Elia Corvino, non so se l'abbia sentito nominare, il più acuto uomo che mai sia stato da che mondo è mondo, e che adesso vedrai, si recherà in alcuna città delle Fiandre a serrare nella nostra rete quanti Lombardi saranno in quelle parti. L'impresa tanto più si farà sicura, in ragione del numero dei Milanesi che potremo mettere nelle soldatesche, giacchè dei soli mercenarj non è mai a fare gran conto.
—Come ti dicevo, so che nelle Fiandre ve n'ha in buon numero, però confido che codesto tuo Corvino, qualora sappia fare, avrà buonissima messe; ma a proposito, dammelo a conoscere.
—Lo chiamo tosto.
Così dicendo, recatosi nell'anticamera, dov'era l'Elia Corvino ad aspettare:
—Il duca ti vuol vedere, Elia, gli disse, e vuol fare la tua conoscenza; vieni dunque.
Il Corvino volgendosi allora, e udendo l'invito:
—So che in Italia, disse, il Bandello attende a scriver novelle curiosissime e interessanti, però, se vuol far fortuna, dovrebbe prendere ad argomento la vita mia, quando per altro non tema di esser tacciato d'inverosimiglianza. Del resto i fatti son fatti; nato ricco, divenuto povero, virtuoso per istinto, ribaldo per convenienza, un tempo notaio dei vendarrosti e dei pubblicani quantunque fosse in una capitale; passato poi, per un gran calcio della fortuna in diplomazia, veduti e raggirati dei cappelli cardinalizi in gran numero, e corone quando non bastarono i cappelli, e trovatomi a quattrocchi col papa. Adesso finalmente viene sua eccellenza il duca Francesco Sforza, il duca della mia città medesima, che pareva calato in fondo, e veniamo a ripescare, il quale, di ragione e per amor vostro ora sarà per darmi grandissime lodi, che io accetterò con molta dignità. Vi assicuro, o marchese, che i posteri, dato che il mio nome possa mai rotolare ai posteri, dureranno gran fatica a percorrere con me codesto labirinto, nel quale il filo di Arianna mi giovò tanto bene; ma se il vero non è vero, non so più cosa dire.
Il Palavicino, il quale, ad onta di tante cure, era però abbastanza ben disposto per le nuove speranze, rise di cuore a queste celie dell'Elia, e lo condusse innanzi al duca.
Questi, dopo le prime parole, entrò col Corvino a discorrere di ciò che avrebbe dovuto fare viaggiando per le Fiandre, e rimase tanto maravigliato dei consigli e delle considerazioni di lui, che, alla fine, voltosi a Manfredo:
—Se di questa tempra d'uomini, disse, ci fosse meno scarsità nel mondo, certo le cose camminerebbero di miglior passo.
Del resto le prime ore che Manfredo e lo Sforza passarono insieme in quella notte dopo tanti anni, sia per le cagioni reali che li esaltava, sia pel conversar vivo e brioso del Corvino, furono al certo le più liete della loro vita, e per parte di Manfredo tanto più liete, in quanto pensava che gli era concesso finalmente di poter trasfondere quella giocondità medesima in chi per lui aveva tanto patito.
La Bentivoglio, ritrattasi in Monaco, aspettava intanto, prima di ricondursi ad Augusta, che il Palavicino venuto ad abboccarsi col duca Francesco Sforza e ricevuto il comando delle sue genti, tornasse in Italia. Come le costava però quel sagrificio ch'ella medesima s'era imposto, di non vedere mai più il marito della duchessa Elena! Come invece i movimenti spontanei del cuore la portavano a far tutt'altro! E quante volte anche in quell'anima virtuosa ed ingenua sorsero pensieri di gelosia furente e d'odio inesorabile contro la signora di Rimini; quante volte, nell'esasperazione di una passione, a cui non sapeva dare uscita in nessun modo, proruppe a maledirla, benchè con subito pentimento. Sorsero persine de' propositi di vendetta, fuggitivi bensì come il pensiero, ma sorsero; e la verità ci costringe a dire che in quegli ultimi giorni s'era messa nel suo sangue un'acredine, un'asprezza, una così procellosa disposizione, da renderla quasi intollerabile a chi l'avvicinava; e noi teniam per fermo, che se mai fosse durata codesta condizione di cose, la mite, la nobile sua indole avrebbe subita una tale modificazione, da farla parere pel resto della vita tutt'altra donna; tanto può un desiderio nutrito a lungo e con ardore continuo, e non appagato mai!
Ma un giorno le fu annunciato che il duca Francesco Sforza, venuto aMonaco espressamente per lei, chiedeva di vederla.
Com'è ben naturale, ella il fece entrar tosto.
Alla Bentivoglio, che in quel momento era tristissima, parve fosse il duca d'un umore, oltre il solito, giocondo; tanto giocondo, da generare in lei un certo dispetto che non bastò a dissimulare.
—In mille anni, cominciò a dirle il duca, mai non sapreste indovinare, o Ginevra, il motivo della mia venuta a Monaco, e perchè adesso stia qui.
—E di fatto, come lo potrei, eccellenza, se non ne ho il filo?
—Io non so se quanto vengo a proporvi potrà essere ben accetto; tuttavia parlerò, e quando la parola sarà uscita, dell'effetto risponderà la fortuna.
—Ma e che mai avete a propormi, eccellenza?
—Per dir vero mi sembrate sì mal disposta, che quasi sarei per prorogare ad altro giorno il mio mandato; che cosa dunque ho a fare? ditemelo con tutta la libertà; se volete, parlo, se non volete, taccio.
—Quantunque io sia ben trista, o duca, pure non saprei mai perdonare a me stessa se mi bastasse l'animo di rifiutarmi ad udire le cortesi vostre parole.
—Dunque parlo.
—Sto ad ascoltarvi.
Il giovane duca, che per verità era più del solito lieto, diede di volta per la camera ridendo, poi fermatosi in faccia a lei.
—È da un pezzo, Ginevra, che mi giungono all'orecchio dei lamenti intorno alla vostra vedovanza…
La Bentivoglio si accigliò.
—Bella, e chi nol vede, giovane, e chi non lo sa… credo infatti non abbiate più di ventitrè anni, è una gran bell'età, vedete!…
La Ginevra si faceva sempre più attonita ad ogni parola di lui, e si alzò molto sconcertata.
—Dunque, come vi dicevo, continuava il duca imperterrito, giovane, bella, ricchissima qual siete, sarebbe il gravissimo degli errori il rimaner così sola per tutto il resto della vita…
—Duca, io non vi comprendo.
—Mi comprenderete benissimo.
—Ma e dove volete voi condurmi con queste strane parole, le più strane che io abbia udite da che vivo?
—A un fine per avventura desiderabile… se non da voi, da altri; vengo insomma a proporvi un matrimonio; la mia missione sta qui.
—La vostra missione è straordinaria assai, gli rispose la Ginevra con una severità quasi iraconda.
Il duca non si scompose, e ghignò a quella specie di rabbuffo.
—Quand'è così darem di volta al discorso e parleremo di tutt'altro… parlerem dunque degli ultimi avvenimenti d'Italia.
—E allora vi ascolterò, come sempre, con molla attenzione e vivo interesse.
—Benissimo! Cominciam dunque dall'avvenimento che in questi ultimi mesi ha destato il maggior rumore, perchè del resto, in questo istante almeno, non è a fare nessun conto; sappiate dunque che la signora di Rimini è morta.
Esprimere con parole la trasmutazione istantanea che, a quella notizia, successe nella faccia, in tutta la persona della Ginevra, è assolutamente impossibile; al primo fe' un balzo quasi per abbracciare il duca, ma si frenò issofatto seria e grave, pungendola la vergogna d'essersi fatta troppo scorgere, e il rimordimento d'aver provato una viva gioja per l'annunzio di una sventura.
—Morta? ripetè poi; ma come, ma quando è avvenuta?
—In gennaio avvenne. Come poi sia avvenuta ne parleremo a suo tempo; per adesso è assai meglio tacerne.
—Chi vi ha detto tutto ciò?
—È inverosimile non l'abbiate già indovinato; lo stesso Palavicino lo disse, che venne in Augusta alcuni dì fa, ed ora è qui anche lui.
—Lui?
—Sì, lui, non è a farne alcuna maraviglia; ma, a proposito di lui appunto, io che, sotto al dolore onde necessariamente egli era compreso pel fatto della duchessa, ho letto altri affetti ed altri pensieri, lo esortai, giacchè il tempo incalzava, a lasciar da un lato talune convenienze, e prima che vengano altre procelle, che Dio tenga lontano, far quello che mai s'è potuto fare. Voi mi comprendete; però, sebbene la morte recente della sventurata Elena, parrebbe comandare di protrarre ad altro tempo quel che io, che voi, che Manfredo desidera, tuttavia, avuto riguardo alle circostanze straordinarie in cui noi tutti ci troviamo adesso, faccio presente che, quanto non è fatto oggi, talvolta non è fatto domani.
La Bentivoglio non rispondeva, chè il tumulto dell'animo le toglieva ogni forza. Ma il duca continuava:
—Se me lo permettete, esco dunque un istante, perchè l'amico mio sta attendendomi con quell'ansia che potete immaginarvi, onde sarebbe una vera crudeltà il protrarre più a lungo la sua aspettazione. Siate dunque forte, ed attendeteci ambidue.
Così la Ginevra rimase ancor sola finchè il duca ritornò col Palavicino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La Bentivoglio, durante il tempo che dimorò in Germania, aveva ricominciato un carteggio con una sua amica di Bologna, una Giulia Aldrovandi, carteggio interrotto fin da quando era partita da Milano.
Ultimamente avendo veduto in Roma il fratello dell'Aldrovandi, e sentito da lui come l'amica desiderasse ardentemente sue nuove, le scrisse di fatto prima di recarsi a Trento; la qual cosa continuò a far poi, che il mezzo di mantenere una tale corrispondenza e di far ricapitare le lettere erale agevolato dai molti che viaggiavano in Italia.
Siccome il tempo intercorso dall'arrivo del Palavicino in Germania al suo ritorno in Italia non fu gran fatto ricco d'avvenimenti, quando si eccettui l'affaccendarsi di Manfredo per raccogliere e condurre con sè quanti Lombardi trovavansi nelle Fiandre, ma invece, tanto per parte di lui, che della Ginevra, fu tempo di calma, di riposo, di soddisfazioni tutte intime: così a compire un tale intervallo riporteremo taluna delle lettere stesse della Bentivoglio, che meglio delle nostre parole può valere a riprodurre quello stato di vita.
Augusta.—21marzo, 1521.
"Al tuo desiderio d'aver notizie di me e da me stessa, dopo tanto tempo, io ho adempiuto e con mia grandissima soddisfazione, ma più per amor tuo però, affettuosa Giulia, che per desiderio ch'io avessi di versare in altrui que' dolori onde, con tanta insistenza e crudeltà di fortuna, io fui tormentata. Quei dolori in parte tu li conoscevi, e dal fratel tuo seppi di quanta compassione tu mi fosti cortese, e quanti voti tu facessi per me continuamente; pure l'ultimo e il più terribil colpo a te non era noto. O amica mia, esso fu così acuto, così straziante, così insopportabile, che se taluno mi dicesse, che un altro simile mi attende, nell'avvenire, ben di gran voglia io rinuncerei a questa vita, sebbene adesso versi in quell'estrema gioia, onde troppo rare volte gli uomini possono confortarsi. Oh sì, tanto è immenso il gaudio mio presente, quanto fu immenso quell'affanno. Allora perduto per sempre quanto più desideravo nel mondo, e perduto quando appunto mi confidavo d'averlo acquistato alla fine; ed ora nell'assoluto possesso di lui, mentre un istante prima tutto mi convinceva d'averlo per sempre perduto. Ben ti accorgi ch'è di Manfredo ch'io ti parlo. A te sarà noto l'ultimo fatto pel quale è rimasto libero di sè; ora sappi, ch'egli è venuto in Augusta, ch'è venuto e cercar me, che tutti gli ostacoli furon tolti di mezzo, e che domani, nella cattedrale di Augusta, io sarò benedetta moglie di lui. Ultimamente, nel darti ragguaglio delle mie sventure lunghissime, de' miei dolori, della mia disperazione, quasi avea rimorso di venire con racconti lugubri a intorbidare la tranquilla tua vita; ma provo un'immensa soddisfazione adesso considerando che la mia possa alla fine perfettamente armonizzare colla tua. In questo istante medesimo in cui attendo a scrivere queste parole, nella camera dove io sto, odo la voce sonora del mio Manfredo che sta parlando dell'impresa che tu sai; e mentre provo certa sensazione da non potersi mai esprimere, rivolgendomi al passato, e considerando in che desolata condizione io mi trovavo un anno fa solamente, non so quasi persuadermi che quanto mi sta d'intorno e vedo e sento e tocco, sia vero e reale, e lo stesso Manfredo che mi è sì vicino, e in questo punto io mi volgo a contemplare, quasi sospetto non sia più che una fuggitiva immagine della mia fantasia ardente. O mia Giulia! a te son note le oscillazioni tutte quante dei mio cuore adolescente, quando fanciulla a te fanciulla comunicava i primi trasporti del cuor mio di subito infiammato. Che desiderj io facessi allora, di che speranze, di che illusioni andassi in cerca tu lo sai. Ebbene ora tutto è compito, e d'altro non mi affanno che di concentrarmi in quest'unico punto della vita, a cui vorrei perpetuamente fermarmi. Poche ore dunque, e il Palavicino sarà mio marito, e ciò ti ripeto perchè lo annunci in Bologna a quanti più puoi; che dell'esser fatta consorte a questo generoso lombardo, a quest'orgoglio dell'anima mia, io ne ho tale esaltamento, che vorrei fosse narrato dalla Fama a tutto il mondo. Per oggi basta; ti scriverò ancora tra breve in occasione che il legato danese verrà in Italia e passerà per Bologna. Addio."
Altre lettere avremmo qui da riprodurre ma basterà questa in data del 6 maggio, che è la più breve e come la riassuntiva delle gioje tranquille in cui, dopo tanta procella, si riposarono per poco Ginevra e Manfredo.
Aquisgrana.—6maggio, 1521.
"Al legato danese che abbiamo atteso in Augusta un pezzo, ci siamo incontrati qui in Aquisgrana, però consegno a lui questo letterino per te. In questi due mesi io, Manfredo e il duca Francesco Sforza, che sempre si è degnato di stare con noi, abbiam percorsa la parte più bella della Germania. La stupenda vista di città, di castella, di fortezze, di cattedrali insigni; la primavera ridentissima lungo le sponde del Reno, i tortuosi giri della Mosa che secondammo in questi ultimi giorni, tutto concorse ad accrescere l'alacrità delle anime nostre. C'incontrammo in molti Italiani, dei quali per dir vero andavasi in cerca, e di cui la maggior parte stanno adesso con noi e si son messi sotto gli ordini di Manfredo. Confido che i voti che noi già facemmo, fanciulle ancora, quando ci costò tante lagrime la misera fine di Gliceria nostra così atrocemente offesa e tradita [1], si compiranno alla fine. Tutto volge ad un punto, e pare che gli ostacoli cadano l'un dopo l'altro quasi per volontà superiore. Stamattina fui nella cattedrale di Aquisgrana, ho veduto il teschio di Carlo Magno, ho toccato la sua pesantegioiosa, e mi par d'essere più che donna. Domani ci rimetteremo in viaggio per Augusta…. di là per l'Italia. Partiamo quasi soli, ora siamo in una truppa tra Lombardi ed altri d'Italia…. Addio; non ti scriverò più se non dopo l'esito dei primi tentativi. Addio di nuovo."
[1] Vedi, cap. IV.