Il passo della Spluga, oggidì percorso e ripercorso da infinito numero di viaggiatori, oggetto di visite frequenti a chi, per diletto, percorso il Lario sin dove l'Adda vi si mesce col suo torbido gorgo, voglia dilungarsi in cerca di spettacoli insoliti, ne' tempi andati non era noto più che di nome e da pochi, e non praticato da viandante alcuno, se non da contrabbandieri, da fuggiaschi in cerca di un varco qualunque, e da rari cacciatori. Però, se anche oggidì, a malgrado gli sforzi dell'arte tutta intenta a correggere la natura, e che di certo vi ha operato prodigi, è tuttavia così arduo e selvaggio, torna facile il figurarsi come dovesse presentarsi un tempo a chi per caso e per necessità e per sventura vi si fosse innoltrato. Non vie, non ricoveri, non traccia nessuna che potesse in qualche modo scemarne il terribile.
Le nevi che qui cessano in maggio per ricominciare in settembre, non si dileguano mai così che non ne appaja vestigio anche nell'estate; nella quale stagione, quando si giunga la vetta, i rigori del freddo superano talvolta i geli degl'inverni lombardi. Torbidi vapori agitati dalla continua tramontana, addensantisi spesso in negre nubi, avvolgono quasi sempre i passi del viandante che si spicchi fin là, e che soffermandosi, avvolto nel pesante mantello, assiste quasi ad operosa officina, dove la natura nel suo più squallido aspetto sta apprestando nubi per la prossima Lombardia. Qui silenzio vasto, profondo, perfetto, pur talvolta interrotto dal súbito gracchiare de' corvi volanti a torme di centinaia attraverso le nubi, o dal gemito prolungantesi della borea, o dalla frana che, staccatasi per repentina frattura, con fragor cupo si precipiti a valle, ridestando per poco i profondi echi.
L'uomo in questa regione trova pericoli altrove ignoti, e quando la neve comincia a cadere, può talvolta venir soffermato a mezzo del cammino dall'influenza letale della _bisae dellatormenta_, che dalle gole soffiando ad avvolgerlo nel suo gelo, gli fa d'improvviso piegare i ginocchi e cader seduto, e lentamente lo uccide, nel seno stesso del più profondo sopore, senza che vi sia apparenza di patimento. E nei tempi in cui non era qui traccia alcuna d'abitazione umana, ilsolengoveniva ad opprimere anche l'indigeno che da più dì non avesse udito alcuna voce, nè trovato orma d'esseri viventi.
Nel giugno dell'anno con cui cammina la nostra storia, un cacciatore armato di balestra che per alquanti giorni inutilmente era stato in cerca di corvi, tornando da Vhò alla Cima, per discendere nella Svizzera, sentivasi oppresso appunto da quella sensazione particolare che mette nell'uomo la solitudine prolungata. Passando a volo di roccia in roccia, pareva quasi fuggisse spaventato da sè medesimo, finchè giunto al colmo della montagna, si fermò un istante a contemplare rari sprazzi di raggi solari che attraversando globi di vapor denso vi producevan le tinte dell'iride; ma in quel punto, cessato il suono della sua pedata, da lontano, dal basso gli giunse all'orecchio un rumore insolito, continuo, che pareva avvicinarsi di minuto in minuto. Il cacciatore, avvezzo alla voce dei venti e all'altre delle alpi solitarie, non indovinò da che quella provenisse, e dalla vetta a salti affrettò la discesa. Più calava in giù, più il rumore cresceva, e veniva anzi a fondersi in più rumori diversi. Gli parve infine fosser voci di viventi, favelle d'uomini, nitriti di cavalli; affrettò il passo più ancora; gli si scoperse alla fine una numerosa schiera d'uomini, che, preceduti da più guide, s'affannavano a guadagnare il sommo della montagna.
Era la gente condotta dal marchese Palavicino.
Il cacciatore, ignaro di quanto avveniva oltre il circolo delle sue corse quotidiane, maravigliava a veder tanti armati spingersi per quelle erte dove, a sua memoria, mai non avea veduto torme d'uomini che non fossero di contrabbandieri. Porgeva attento l'orecchio, e misto al linguaggio della Svizzera tedesca, che era il suo, udiva parlarsi una lingua che gli giungeva più piana, ma ch'egli punto non conosceva. Passando presso le guide, e da queste interrogato in tedesco, lor rispondeva di conformità, ma non ottenne da lor risposta quando chiese qual gente fosse quella che conducevano; e però discese oltre curioso e impaziente di raccontare quanto aveva veduto. Infine il rumore che prima dal basso era salito a rompere il silenzio che lui circondava in alto, si dileguò lontan lontano, sinchè l'ultimo suono gli sembrò venire dal colmo della montagna. La gente del Palavicino erasi allora infatti, con prolungate grida di gioja, fermata alla cima della Spluga a riposarsi per poco della faticosissima salita.
Col nipote del Sion, coll'Elia Corvino, con forse un cento Lombardi, con altrettanti circa d'altri luoghi d'Italia, trovati in diverse parti della Germania o fuggiaschi volontari, o banditi forzati, desiderosi tutti d'un repentino mutamento di cose, con più d'un migliajo tra barbute svizzere e spadoni olandesi, e d'altri raccogliticci di Germania, Manfredo erasi partito poco tempo prima da Augusta dove il duca Francesco Sforza aveva ricevuto il giuramento di tutti. Partito con poco apparato, e facendo camminare gli uomini d'armi a sparsi e lontani drappelli, per non dar troppo a parlare altrui, di paese in paese venuto a Costanza, e pel lago entrato nella Svizzera, s'era di preferenza volto alla Spluga, come al passo noto a pochi, da nessuno praticato, e pel quale, scansando il pericolo che le voci assai prima del tempo annunciassero i tentativi, poteva d'improvviso, e quand'altri meno sel pensasse, toccar le sponde del Lario.
Tutto il viaggio da Augusta a Costanza, e da qui a Coira gli era riuscito ben comodo; ma tra gli orridi passi della Via-Mala penò molto a frenare le soldatesche insofferenti dell'eccessivo disagio, e dovette loro promettere doppia paga sintanto che non si fosse giunti al lago. Ciò per altro bastò perchè tutti si rimettessero in cammino di gran voglia, tentando dissimulare sotto le apparenze dell'allegria la fatica che in vero riuscì insopportabile nell'ardua salita dal paesello di Splügen alla vetta del monte. Per ciò furono costretti a riposarvisi, sebbene i gelati buffi del vento e gli umidi vapori lor facessero ingratissima quella fermata, tanto più incomoda in quanto giungeva inaspettata.
È un fenomeno strano, per chi valica la Spluga in estate, il passare in poche ore per tutte le temperature delle quattro stagioni dell'anno, e dopo avere alle falde ansato pel caldo, respirare a mezza costa, per rabbrividire di gelo pochi momenti dopo.
Con tutto ciò copertisi alla meglio gli uomini del Palavicino trovarono qualche sollievo nel riposo, durante il quale chi s'affaccendava intorno a cavalli mezzo ammaccati dalle frequenti cadute, chi a forbir l'armi, e ad avvolgere entro paglia quelle da fuoco onde non fosser guaste dall'umidità eccessiva, chi ad altre cose. Il Palavicino attendeva intanto a dar parole e lodi e incoraggiamenti e promesse a tutti, rivolgendosi ogni tanto alla Ginevra, che di forza, quantunque molti le avessero consigliato di fermarsi in Augusta fino ad opera compiuta, aveva voluto accompagnarsi seco, prontissima ad incontrare nuovi pericoli ed a sopportare nuovi dolori.
Fatto sosta una mezz'ora, si cominciò la discesa della montagna. Sino a Tegiate camminarono senza disagio, il quale si fece gravissimo alla precipitosa costa delle Acque Rosse, e continuò fin sotto a Pianazzo. Qui lo spettacolo della grande cascata li soffermò alquanto. La Ginevra volle discendere con Manfredo di greppo in greppo ad osservare dall'imo fondo l'effetto di quelle acque che, precipitando dalla sommità del monte, fanno tale illusione, che pare si gettino dal cielo. Ripreso il cammino, toccarono Campodolcino qualche ora dopo dov'ebbero assai facile la via, e verso sera si trovarono nella valle San Giacomo. Il Palavicino udendo dalle guide che poco mancava ad esser fuori di quegli ardui sentieri e a toccare il piano, e che poco lungi era il lago, cominciò a sentire gli effetti di una commozione vivissima, di cui trapelavano i segni nell'acceso calore che gli copriva la parte superiore della faccia. Camminando in disparte degli altri, e allontanatosi dalla Ginevra, fisso in un pensiero unico, guardava macchinalmente il fiume Liro che tra immense frane impedito discende e cupo romoreggia, e le cime altissime de' monti da cui le nevi disciolte nella state si versano in cascate e cascatelle innumerevoli, le quali danno alla valle una voce particolare, potente, nella sua grave monotonia, a vincer l'anima di mestizia profonda. Manfredo, benchè avesse l'animo a tutt'altro, pure, senza cercarlo, sentì quell'influsso. In una tale disposizione, il suo coraggio, che da tanto tempo gli confortava le speranze, dileguò, e fu improvvisamente assalito da timori insoliti, da una sfiducia che lo confuse.
Pure di quei timori neppur uno era per sè; eran tutti pe' concittadini, per la patria, per lo Sforza. Se fosse stato sicuro che la sua vita avrebbe comprato in un subito la felicità di tutti, egli ne sarebbe stato ben lieto quantunque l'esistenza dovesse pure essergli cara dopo che la Ginevra stava con lui. Ma temeva che fallendogli il primo tentativo potesse mai crescere il danno comune, e considerando d'avere sulle proprie spalle tanta responsabilità, e che il ben essere di tanti uomini stava per poco nelle sue mani, tremò. Come era nobile quel timore! come quella sfiducia era generosa!
E a tal punto non possiamo a meno di esternare la nostra maraviglia per le poche e sterili parole onde gli storici accennarono di questo giovane uomo, più che ne trattassero. Per ciò se il presente lavoro, che or volge al suo fine, ci lasciò pentimenti molti e ben scarsa soddisfazione, ci conforta almeno di aver tentato di evocar dal passato questa bella figura che soffrì, che operò, che senza mira nessuna di vantaggio per sè stesso, e vita e averi ed ogni sua cosa ed ogni suo bene consacrò alla causa che il suo convincimento gli mostrò essere la nobilissima di tutte.
Quando si considera che volumi innumerevoli furono gettati alla moltitudine ammirata per narrare la vita d'uomini che sconvolsero popoli e Stati e allagarono il mondo di sangue, non d'altro vigili che dell'utile proprio, e convinti di essersi compri il diritto di far servi gli uomini tutti a sè soli; e che poi, a sommare tutte le parole di molti storici, non esce un quarto di pagina per toccare di chi pur vivendo ed operando al pubblico cospetto, possedette la virtù vera, la virtù senza l'egoismo; ci assale un'amarezza invincibile, un'amarezza così sconfortante da travolger persino i nostri giudizi, da comandar quasi anche a noi medesimi la noncuranza comune. Se non che un pensiero più indipendente sorvola agli altri e li fa tacer tutti, e il desiderio di convivere a lungo cogli uomini rari e dimenticati, narrando di loro quel che gli altri tacquero, diventa un così forte bisogno, da costringerci a tentar l'opera, anche nella certezza che nessuno vorrà accostarvisi.
L'amicizia basta a sè medesima. Un uomo nella compagnia di un altro, di cui senta profonda la stima, trova una soddisfazione anche fuori degli sguardi e dell'attenzione altrui; però chi scrive si accompagnò e accompagnerà il Palavicino fino al termine prefisso, con questo pensiero, incurante di tutto il resto.
Giunto fin quasi all'ultime falde, dove la via si distende entro seni, il Palavicino pensò di fermarvi come a campo la sua gente, e affidatala temporariamente al governo di alcuni Lombardi sui quali potea fare appoggio, in compagnia della Ginevra, d'una Perugina che la seguì per servigio, dell'Elia Corvino e d'un fantaccino, se ne venne verso Chiavenna. In questa città, un amico di quel Figino a noi ben noto stava, secondo l'intesa, in aspettazione del primo arrivo del Palavicino, per mandar tosto a darne avviso al castello del Figino medesimo affinchè il conte Galeazzo Mandello, senza perder tempo, rimontasse l'Adda colle soldatesche di Manfredo, e pel ramo di Lecco si spingesse in su a congiungersi con lui. Il Palavicino trovò l'amico in fatto; questi spedì, senza l'indugio d'un minuto, un uomo fidato con ordini precisi, e per quella notte non si fece altro.
All'alba tornò Manfredo dove stavano accampati i suoi, disse loro poche ma efficaci parole, promise non sarebbe tornato che per condurli a tentare le sorti, ed esortatili a star pronti alla prima chiamata, li lasciò nuovamente per ricondursi a Chiavenna, d'onde colla Ginevra e l'Elia si trasferì alle sponde del lago quel dì stesso. Non aveva voluto si fermasse la Ginevra in quella città, per non dar troppo a parlare ai Chiavennaschi; e siccome lo stesso Figino avea possessi e un luogo di delizia a Cremia, dove espressamente era stato mandato un uomo perchè tenesse d'occhio tutto il corso del lago, così stimò assai conveniente il condurvi la Ginevra. Di tal modo tenendola fuor de' pericoli a cui ella non poteva per nessun conto intervenire, appagava tuttavia il desiderio di lei, che era quello di trovarsi in luogo dove per la prima avesse notizia della riuscita dell'impresa. Una tal gita gli occorreva poi, meglio che per altro, a prender cognizione esattissima di tutti i luoghi, prima di commettersi al lago colle soldatesche; ad assoldare barcajuoli, a recarsi presso Como, dove mandando l'Elia avrebbe saputo e che si pensasse colà, e quanto presidio vi fosse, e tutte quelle notizie insomma che gli potevano riuscir vantaggiose.
A Riva, noleggiarono una barca, e senz'apparato, per non dar sospetto nessuno, il Palavicino, la Ginevra, l'Elia colle due persone di servigio si affidarono all'acque. Ventando la breva, traghettarono a volo il mesto lago di Mazzola attraverso gli irsuti canneti. Il cielo appariva sgombro e lucentissimo; il sole gettando nelle onde i suoi raggi, vi generava giuochi di luce, che variavano senza posa. Per essi che venivano dalla squallida Spluga e dalla chiusa Chiavenna, i nudi scogli e i brulli ciglioni del monte, non bastavano a scemare la giocondità che in loro metteva l'aspetto abbastanza ridente de' paeselli di Verceja, di Campo, di Novate; giocondità che tanto più s'accrebbe, quando a due terzi della corsa cominciò ad udirsi un lento e sommesso oscillare di suoni, che spiegandosi man mano e dilatandosi nell'aria finì in un dirotto scampanare a festa. Questo non si diffuse in prima che da un sol luogo, poi sorse da un altro e da un altro ancora, finchè il maestoso concerto delle campane di Domaso e di Gravedona rispose all'umile e incessante, dirò, cinguettìo delle campanelle de' paesi minori.
—Che cosa significano, buon uomo, questi suoni festivi? chiese laGinevra al barcajuolo.
—Siamo al quattro di giugno, cara signora, è la vigilia del CorpusDomini.
La Ginevra, che di ciò non si ricordava, volgendosi a Manfredo:
—Ciò mi è di buonissimo augurio, gli disse a voce sommessa.
Il Palavicino sorrise senza rispondere, e così progredirono per lungo tratto. Il vario prospetto de' luoghi, il giuoco delle acque, il sobbalzo della barca, le onde dell'aria, che pel suono festivo delle campane avvolgeva ogni cosa in un vasto concento, tutto ciò occupava i nostri viaggiatori in altro modo, togliendo ad essi il bisogno di parlare.
L'Elia Corvino intanto, seduto presso al barcajuolo, non poteva un momento distoglier gli occhi dal Palavicino e dalla Ginevra. Non parea vero che un uomo, al quale le circostanze della vita dovevano avere ottusa ogni sensibilità, provasse tuttavia tanta commozione nel contemplare quelle due giovani esistenze, dopo affanni sì lunghi, riunite alla fine, nel contemplare la Ginevra in ispecie, sul cui volto apparivano le insolite rose generate da una calma, da una serenità, da una compiacenza insolita; e sentiva una profonda soddisfazione, considerando ch'egli forse più che altri era stato l'autore di quella felicità… benchè, pensando che tra pochi giorni la vita di Manfredo sarebbe stata in arbitrio delle palle d'archibugio… si sforzò di volgere l'attenzione ad altre cose, non piacendogli sentirsi sopraffatto da un sentimento che gli riusciva molesto.
A Domaso, il barcajuolo affidò ad altro suo collega i nostri passaggeri, che seguirono oltre pel lago.
—Giunti che saremo a Cremia, prese finalmente a dir la Ginevra, che ti resta a fare per prima cosa, Manfredo?
—È ciò appunto a cui stavo pensando; ma innanzi tutto mi spingerò fino a Como anch'io per veder tutti i luoghi d'appresso. Il solo Elia però entrerà in città onde prender notizia di tutto.
—Quand'è così, posso dunque stare con te tutt'oggi ancora.
—Se non si avesse a far altro che visitar luoghi! ma non si sa mai quello che può succedere, e allora….
—S'ella è necessità il fare altrimenti, io non ripeto parola…. Mi fermerò dunque dove tu vuoi meglio.
—Non sarà che per brevissimo tempo, Ginevra; convien dunque esser sofferenti e fare quest'altro sacrificio. Del rimanente è il più lieve che far si possa.
—È il più lieve, lo so; tuttavia non è gran peccato, se ne provo qualche rincrescimento.
E gli occhi di lei s'inumidirono nel dire queste parole. Manfredo, che se ne accorse, troncò il discorso di subito, e alzandosi domandò al barcajuolo quanto distasse il paesello di Cremia.
Non era molto lontano, e in breve vi giunsero. L'uomo del Figino, che aspettava il Palavicino da qualche tempo, gli fece una grande accoglienza appena lo vide. Disse che aveva ordine di prestarsi ad ogni sua volontà, e perciò comandasse.
—Non mi occorre altro, rispose Manfredo, fuorchè mandiate subito due o tre barche sul ramo di Lecco ad esplorare, a guardare per accorrer tosto a dar l'avviso dell'arrivo di chi sapete. Dopo mi abbisogna che facciate un po' d'alloggio a questa mia moglie, che deve star qui fino a nuove cose; e per adesso non vi chiedo di più.
Qualche ora dopo, staccatosi della Ginevra, promettendogli sarebbe stato di ritorno fra un giorno o due, si partì in compagnia del Corvino, e solcando il lago per ogni verso, accostandosi ai paesi principali, facendo studio di tutte le posizioni e non perdendo nulla di vista, veleggiarono verso Como. A notte tardissima l'Elia entrò in città per essere pronto all'alba, e Manfredo se ne stette in un paesello tra i monti a qualche miglio di distanza. Il dì successivo quando il Corvino attendeva in Como a raccogliere le notizie necessarie, e sovratutto a prender nota del numero preciso dei soldati del presidio, egli, trovato un proprietario di barche, fece secolui l'accordo per averle a propria disposizione in tutto il giugno, e medesimamente seco trattò perchè gliene procurasse altre d'altri proprietarj. Aveva intenzione d'incettare quasi tutte le barche del lago di Como, ciò che non gli doveva riuscir difficile dal momento che i compensi da lui esibiti erano larghissimi. In tali occupazioni trascorsero due dì; ai vespri del terzo, l'Elia si ricongiunse col Palavicino, e ritornarono a Cremia.
—E così, che ti venne fatto di raccogliere? chiese Manfredo all'Elia, appena si misero in barca.
—-Non ho scansato di ficcarmi tra uomo e uomo, e spremerli ben bene per cavarne i pensieri; e di fatto non ho perduto il mio tempo.
—E con quali persone hai praticato?
—Mi sono introdotto fra i ricchi proprietarj, perchè son quelli che han sotto mano la povera gente e dirigono le opinioni di tutti. Non mi fu dunque difficile di comprendere che quello stesso, malcontento che serpeggia per Milano, si fa sentire anche qui. Vi dirò anzi che da questi uomini del lago, quantunque sieno, senza confronto, i meno maltrattati di tutti, pure si attende con impazienza che Milano accenni a qualche cosa ed alzi la cresta, e per quel resto di rancore che tanto quanto sussiste ancora tra chi sta al monte e chi vive al piano, si sostiene che se tutta la Lombardia è in gran travaglio da qualche anno, è appunto per la fiacchezza e la viltà dei Milanesi. Vedete dunque che in quanto agli animi sono abbastanza ben disposti; ma ciò non basta, come sapete meglio di me, e pur troppo ostacoli non mancano….
—E dove sono questi ostacoli?
—Stanno in ciò, che il numero dei soldati del presidio da jeri l'altro s è aumentato di più centinaja, senza che alcuno ne possa indovinare il perchè. Dapprincipio, siccome i drappelli giunsero in Como prima che facesse l'alba del giorno del Corpus Domini, così fu creduto fosse stato per l'occasione della solennità; ma tosto, considerato che ciò non poteva essere, si misero tutti quanti ad almanaccare sulle cagioni; ma non si giunse ancora a nessun costrutto.
—Che abbiano avuto sentore di qualche cosa? che ci sia qualche spia?
—Questo pensiero è venuto anche a me; tuttavia, se misuriamo il tempo, parrebbe cosa impossibile.
—E crediamola tale; soltanto ci giovi la notizia del numero accresciuto.
Verso sera arrivarono a Cremia. Entrati nelle stanze della Ginevra, vi trovarono il conte Galeazzo Mandello coll'uomo del Figino.
—Come, sei qui tu stesso, Galeazzo? disse Manfredo maravigliato e contento; ma e la tua gente?
—Ho voluto precederla ad ogni buon conto, e udito dagli uomini da te mandatimi incontro colla parola d'ordine, che tu eri venuto qui, ho pensato d'abboccarmi prima con te, per tutte quelle altre coserelle che, come sai, son nulla e son tutto. D'altronde volevo consigliarti a lasciar passare l'ottava del Corpus Domini. In queste terre, dove i peccati non han fatto ancora scorreria completa c'è molta divozione, e però potrebbe aver taccia d'eretico chi volesse coprire lo scampanar festivo colle scariche d'archibuso. Abbiam d'uopo che gli abitanti di questi luoghi abbiano a fare di noi una eccellente opinione, che altrimenti avremmo a rodere macigni. E dove la divozione piega qualche poco in superstizione non è mai arato dritto abbastanza. Lasciami dunque che le campane facciano il loro debito, che dopo faremo noi il nostro.
—Io non ho nessuna difficoltà ad attendere questi tre o quattro giorni, quantunque le paghe vadan su intanto senza un costrutto al mondo, e non sono poca cosa.
—Ciò che si vuole si vuole e non si può far altro, caro mio.
—Se l'avessi preveduto avrei aspettato a far l'accordo per avere a mia disposizione le barche, del lago, le quali coll'alba di domani comincieranno a non servire più nessun altro.
—Un tale provvedimento fu benissimo pensato…. ma giacchè abbiamo ad aspettare quattro giorni ancora…. converrà dar loro il permesso, in questo intervallo, di servire invece quanti vorranno…. prima di tutto perchè tra la gente del lago non corrano sospetti anzi tempo, e poi per non far malcontenti in questi giorni di festa, che guai a togliere ai laghisti il mezzo di correre sul loro elemento.
—Si penserà anche a questo; egli è assai ragionevole.
—Intanto noi attenderemo a darci qui un po' di buon tempo, perchè è da qualche mese, caro mio, che non stiamo tanto in sul vivere allegro. E penso che anche tu ne avrai bisogno, e questa moglie tua la quale ha patito così gravi affanni, ben più gravi dei miei senza dubbio, che per verità nella miserabile condizione di tutti, sino adesso rimasi abbastanza illeso; ma io credo se ne sia andato per sempre il maligno influsso, e che i giorni avvenire ci ristoreranno abbastanza dei passati. Intanto cominciamo a far migliore il presente. Attendete dunque, cara marchesa, a ricomporre gli spiriti e a confortarvi con quest'aria balsamica, e a discacciare tutte quelle oppressioni che la solitudine vi può aver messo nell'animo; perchè, se ho a dirti il vero, caro Manfredo, appena giunsi qui la trovai molto abbattuta, e la tua assenza le riusciva tormentosa. Lasciam dunque tutti i guai da un canto, che oramai non ci rimangono più che quattro colpi d'archibugio, e dopo porrem rimedio a tutto.
—Il signor conte parla come pochi sanno parlare, e mi piace moltissimo, disse allora l'Elia che se ne stava in un canto della camera.
Galeazzo si volse.
—Ah! sei tu Elia?
—Son io in persona…. e lodo V. S. illustrissima che raccomanda l'allegria con tanto ardore.
—Ho un gran piacere di vederti, sai tu? E ben mi ricordo di quando, a Milano, ci incontravamo in certi strani luoghi: tu mi guardavi di sotto in su e ti sforzavi a stare in sul grave: ma qualche volta ci siam stretta la mano da buoni amici, e mentre io metteva il labbro sul tuorecente, tu lodavi il mio oltrepò…. Se hai buona memoria te ne devi ricordare.
—E me ne ricordo infatti; se non che da quando, per bontà del marchese, vestii cappa di raso e misi le trine, il vino recente non venne mai più a suscitare gli estri della mia ilarità di contrabbando.
—E così fu di me amico mio carissimo…. e da lunghissimo tempo l'oltrepò ha cessato d'intorbidare la mia mente. La propizia sorte per vie diverse ci guidò ambedue ad un medesimo fine, ed ora, come gli eroi della tavola rotonda, godiamo nel rammentarci a vicenda le nostre passate imprese; però il marchese e questa cara signora ne sono tanto quanto edificati.
—S'egli è così veramente, io mi compiaccio con me stesso della mia conversione.
La Ginevra e Manfredo risero di cuore a queste celie, e in quei quattro giorni la presenza del conte Galeazzo e dei Corvino fece dileguare tutte le nuvole che di tanto in tanto pareva volessero oscurare anche quel fuggitivo sereno.
Ma l'ottava del Corpus Domini si chiuse, e il conte, che aveva espressamente sfoggiata la propria allegria onde comunicarne agli altri quanto bastasse perchè coll'eccessiva riservatezza non dessero a pensar troppo ai barcajuoli che li conducevano a diporto pel lago, a un tratto si fece grave anche lui, riepilogò col Palavicino tutto quello che già era stato stabilito; gli diede tutti quei consigli che gli parvero opportuni, e incuorando tutti con que' suoi modi pieni di sicurezza e di fiducia, si mise sul lago.
Il Palavicino partì alcuni momenti dopo fatte pochissime parole colla Ginevra, che si sforzò a non parere commossa. Il Corvino si rimase a Cremia, e per esser pronto agli avvisi che potessero arrivare o dall'estrema sponda del lago dov'era diretto il Palavicino, o dall'Adda, dove veleggiava il conte Galeazzo, e per raccogliere tutti i barcajuoli, coi quali s'era fatto l'accordo e mandarli dove li chiamava il bisogno.
Come aveva stabilito col Palavicino e col Galeazzo, li raccolse infatti in quel dì stesso, e a compagnie di tre o quattro barche divise per molto spazio, e in ore diverse, li mandò in su sin dove il Lario cessa e incomincia il laghetto di Mazzola.
Spacciatosi di ciò e tornato a Cremia, e presentatosi alla Ginevra, che ostentò tutto quel coraggio e quella calma ond'era capace:
—Ora ogni altra cosa è disposta, le disse; stanotte, se altro non succede, il marchese vostro marito e il conte si stringeranno la mano alla punta di Bellaggio, e senza perder tempo e in gran silenzio si volgeranno a Como. Un'ora prima dell'alba saranno in porto. Se il primo tentativo non falla, sul resto fate pure quelle speranze che più vi piacciono.
—Domani all'alba dunque o è tutto guadagnato, o è tutto perduto?
—Nè l'una cosa nè l'altra; bensì si potranno dare sicuri pronostici sull'avvenire.
La Ginevra tacque un momento, poi disse:
—Ora, siccome io non avrò più a vedere Manfredo prima che si rechi colle soldatesche a Como, che a tutt'altro ora son volti i suoi pensieri, e fa bene, così, caro Elia, vi ho a pregare di una cosa.
—Dite pure, io farò punto per punto quel che sarete per comandarmi.
—Giacchè l'incarico che vi fu dato gli è quello di aver occhio a tutto, senza propriamente aver parte alla mischia, vogliate prendervi l'incomodo, quando però non vi chiamino altrove cose di maggior importanza, di venire da me appena ci sia alcuna notizia che mi possa interessare in qualche modo. Nè vi trattenga di far questo nemmeno il più tristo annunzio, nè la totale disfatta della gente di Manfredo, ne la sua morte medesima….
A questa parola si fermò, e fu presa da un brivido convulso, che la fece tremare visibilmente.
Il Corvino abbassò la testa e finse di non accorgersi di nulla.
—Tutto induce a credere, soggiunse poi, che voglia essere ben difficile il caso di un tristo annunzio; e in quanto al marchese Manfredo troverà chi per amor vostro vorrà prendersi cura della sua vita. Sapete cosa mi disse ieri il conte Mandello prima di partire?
—Non so nulla.
—Mi ha detto che voi gli stavate molto in sul cuore, voi e la memoria della sventurata sua madre, alla quale promise di posporre la propria vita per salvar quella del figliuolo, per cui ella moriva di crepacuore. Mi assicurò dunque, che finchè fischieranno le palle delle colubrine e degli archibugi, egli si stringerà appresso a Manfredo e lo coprirà della propria persona, e l'amicizia gli farà far miracoli; e ciò egli mi ha detto perchè lo ripetessi a voi e vi facessi coraggio.
—Se tutto dipendesse da voi, caro Elia, e dal conte, io mi riposerei tranquilla come se domani fosse un giorno di tripudio; ma così, vedete bene… pure avrò coraggio, siatene certo, ne avrò tanto da sostenere, senza lasciarmi abbattere, qualunque più tristo annunzio, che a questo, più che a tutto, voglio prepararmi. Promettetemi ora voi di far quello di cui vi ho pregato.
—Ve lo prometto.
—Adesso potete andare. Io sono perfettamente tranquilla.
Dette queste parole e stretta la mano all'Elia con passione, si ritirò nella sua stanza.
Il Corvino, stato immobile e soprappensiero per qualche tempo, discese al molo, saltò in barca, e senza far nessuna parola col barcajuolo, attraversò il lago per recarsi a Bellaggio.
A metà del promontorio, dove oggidì siede la villa Serbelloni, era allora una rocca, o piuttosto un rudero di rocca, che Gian Giacomo Medici avea lasciato in abbandono dacchè s'era fortificato nel castello di Musso. I sentieri che conducevano colà essendo aperti al passo di chicchessia, l'Elia Corvino pensò di recarvisi, considerando che nel silenzio della notte i rumori anche i più lontani, trovando lo spazio sgombro, sarebbero saliti più facilmente a quell'altezza. Così, com'ebbe passato il lago, uscito dalla barca, tutto solo ascese la vetta ove si mise a sedere.
Era il dodici di giugno, e l'assidua vampa del dì aveva per tal modo acceso l'atmosfera, che la brezza notturna ne avea diminuita la forza per quel tanto che basta a produrre una mite temperatura. Il cielo, risplendendo la luna e le stelle, era nitidissimo, così la vista potea scorrere molto àmbito e godere lo spettacolo delle acque, le quali per la posizione stessa del promontorio a chi di lassù vi getta lo sguardo, sembran quasi dividersi in tre laghi diversi.
L'Elia Corvino, mentre pure per necessità aveva l'animo rivolto a tante e tanto gravi cose, irresistibilmente sentivasi attratto da quelle nuove delizie. Guardava il cielo, lo riguardava riflesso nelle acque; ascoltava lo stormire degli abeti e dei cipressi nelle ville vicine, e il rumore incessante del fiume Latte, che in quella stagione rigoglioso di acque, erompendo dal monte, va a gettarsi nel lago, e prestava attentissimo l'orecchio a quegli aliti d'aria, a quei suoni indistinti e senza nome che si interpolavano ai più vicini e ai più noti.
Quando la notte fu presso la sua metà, l'aria, che ventava da Lecco, gli portò all'orecchio quel rumore di cui egli stava in aspettazione, un rumor confuso di voci che ora appariva distinto or pareva dileguarsi e smorire nell'aria e nell'acque. Allora tendendo l'orecchio verso la parte opposta, d'onde arrivar dovevano le barche del Palavicino, non alitò per sentire se anche di là venisse il suono medesimo, ma l'aria stessa che gli portava le voci dal ramo di Lecco arrestava le onde sonore che si agitavano nella parte superiore del Lario.
Allora pel tortuoso sentiero l'Elia discese al lago, saltò nel battello e, girando a tondo intorno al promontorio, vogò per farsi incontro alla gente condotta dal conte Galeazzo Mandello. A mezza via, tra Bellaggio e Limonta, s'incontrò nelle prime barche, pronunciò la parola d'ordine, alla quale tosto, benchè a qualche distanza, rispose la voce sonora del conte Galeazzo Mandello==Viva Baradello per Baradello.==E allora da tutte le barche che passavano innanzi a quella del Corvino, che si fermò ad aspettare il conte, uscì la stessa parola==Viva Baradello per Baradello.==
—Non si poteva dare una notte più bella e più calma di questa, così prese a dire il Mandello quando dalla sua barca stese la mano al Corvino. Il lago tranquillo, nessun contrattempo, e il vento così propizio, che a pagarlo non poteva comportarsi meglio.
—Quello che fu vantaggio per voi non lo sarà stato pel marchese, rispose l'Elia; e di fatto, dalla parte di là, e accennava oltre Bellaggio, non ho udito ancora rumore nessuno.
—Sta queto, che si farà sentire. E noi, intanto, per non attenderci qui inutilmente, progrediremo, per qualche altro tratto e andremo a trovarli.
E così fecero. Toccarono la punta di Bellaggio passarono innanzi, giunsero sin quasi sotto Varenna…. Là, il conte Galeazzo, voltosi all'Elia:
—Non ti pare, disse, d'udire qualche cosa che non sentivasi prima?
—Badate che non v'inganni il fiume Latte colla sua voce disuguale.
—Non è la voce del fiume Latte altrimenti; son voci d'uomini queste.
Dopo alcuni istanti:
—Non vi siete ingannato, gridò il Corvino, è la gente di Manfredo senz'altro!
Il conte Mandello diede allora un segno, e tutti si fermarono. Chiamò poi per nome il conte Birago, il Ferreri, il Figino e qualch'altro, che gli si portaron presso.
—Intanto che si fa sosta qui per non stancar troppo le braccia dei barcajuoli, noi soli moveremo incontro al Palavicino. Anche tu, Elia, vieni con noi.
E raddoppiati i colpi de' remi, presto giunsero al punto da poter scorgere tutta la bruna linea delle barche che a stento progredivano. S'affrettarono più ancora…. sinchè arrivarono a portata della voce.
—Viva Baradello per Baradello! gridò il conte Galeazzo.
Ci fu un istante d'aspettativa… poi s'udì lo stesso Manfredo a rispondere:
—Viva Baradello per Baradello.
Lo schifo dov'era il Galeazzo cogli altri si fermò. Cominciò la sfilata delle barche che tutte passarono innanzi al Mandello, e da ciascuna fu replicata la parola==Viva Baradello per Baradello—Per Baradello, viva Baradello==finchè la punta della barca dove stava il Palavicino urtò in quella del conte Galeazzo.
—Viva Baradello per Baradello, tornò a gridare Manfredo.
Ciò che replicarono il colite, il Birago, il Ferreri, il Figino…. Le loro mani s'intrecciarono…. Fu un breve silenzio pieno di commozione, di voti, di promesse.
—Tutti gli altri dove sono? domandò poi il Palavicino a Galeazzo.
—A un tiro di balestra poco più.
—Affrettiamoci dunque, che non c'è tempo da perdere; può tardar pochissimo a mezzanotte, e sarebbe di gran vantaggio il trovarci a Como un'ora prima dell'alba quando tutto sia ancora in gran quiete.
—All'ora de' primi crepuscoli comincerà a cambiarsi il vento, non ci sarà dunque difficile il sorprendere per quando vuoi tu, colle scariche d'archibugio, il presidio di Como.
Mentre dicevano queste parole, le barche continuarono il loro corso finchè si congiunsero colle altre che stavano aspettando. Quando tutte furono sfilate, apparve coperto quasi per intero il tratto di lago che è tra Bellaggio e Menaggio.
Del resto, ad onta delle indagini, non abbiam potuto trovar tanto che basti per dir con certezza il numero preciso a cui sommava la gente del Palavicino. Sembra però che fosse sufficiente per tentare una così difficile impresa. Non ci è riuscito neppure di rassicurarci se Gian Giacomo Medici abbia, in questa occasione, avuto qualche accordo col Palavicino, e siasi offerto a prestargli alcun soccorso, cosa che più che altri avrebbe potuto fare; ma stando alle vaghe parole di taluni cronisti, pare che in qualche cosa abbia avuto parte anche lui, sebbene nel fatto non sia intervenuto personalmente.
Ora, tornando a quel che sappiamo, la fermata che si fece a questo punto del lago fu di pochi momenti, e appena bastarono per rinnovare gli ordini, per riepilogare le disposizioni, e per guardare se tutto era in pronto. Fatto questo, i Lombardi e i Milanesi che erano stati messi al comando delle barche grosse si raccolsero intorno al Palavicino, il quale disse loro queste brevi parole:
—Fra poche ore la salute della nostra patria dipenderà dal nostro valore. L'esser qui tutti raccolti voi, che pure avevate i mezzi di preservarvi dalla comune miseria, è indizio che l'amore del vostro paese è più forte dell'amore di voi stessi; perciò tutte le esortazioni ch'io fossi per farvi sarebber di troppo inferiori a quello che voi stessi sentite nell'animo: onde lascerò le inutili parole. Se domani, o dentro a pochi dì, la città di Como sarà nostra, la gratitudine di tutti coloro che da noi attenderanno il fine di questo glorioso principio varrà per tutti i compensi del mondo…. In quanto a me vi prometto che tenterò ogni sforzo per riuscire a far quello che voi farete. Sì, mi confido che a tutti potrete esser di esempio, e che nessuno lo dovrà essere a voi. Prima di toccar Como avrò a parlarvi ancora; per adesso affrettiamo la corsa.
Ciò detto, e data la voce per la partenza, si mise a sedere sulla sua barca, in una profonda concentrazione.
Alla punta della Cavagnola, cominciando i crepuscoli, il vento si cambiò d'improvviso. Allora tutte le vele essendo state spiegate, parvero torme d'augelli giganti che senza posa, agitando le grandi ali, s'affrettassero alla meta.
L'impresa fatta sulla città di Como il dì 11 giugno 1521 è senza dubbio tra le più audaci che presenti la storia. Nè i provvedimenti a lungo ponderati, nè la molta gente raccolta intorno a pochi lombardi, nè l'appoggio d'estranei aiuti, nè la facile adesione della moltitudine irritata ed aspettante, in cui si poteva ragionevolmente confidare varrebbero a purgarla in tutto dalla taccia d'avventatezza, quando non si volesse aver riguardo a quella generosa impazienza per cui uomini innamoratissimi della propria terra, e pietosi della universale miseria, più che in altro cercarono consigli nell'entusiasmo e si affidarono alla sorte.
Allorchè le soldatesche del Palavicino giunsero presso Como, il sole era già sorto, per cui anzichè toccasser terra, potè correr la voce della loro comparsa. Parve allora, per l'effetto ch'essa fece sui soldati del presidio, che a Milano non si fosse avuto nessun sentore di un prossimo tentativo, come il Corvino aveva sospettato, nè che il numero dei soldati si fosse accresciuto allo scopo di opporre una valida difesa. Da principio dunque si mise in essi tanto disordine, che metà de' fantaccini di Manfredo poterono metter piede a riva prima che su loro si facesse fuoco. Però, siccome il Palavicino non aveva potuto giungere a tempo per sorprendere la città in ora di maggior quiete, così pensò cavar partito da questa medesima circostanza, tentando di eccitare a prender l'arme quella parte di popolo che era già desta, promettendo loro la prossima liberazione di tutta Lombardia.
Il Palavicino, il conte Mandello, il conte Birago, il Crivello, il Ferreri ed altri si sparpagliarono infatti tra 'l popolo offerendo e presentando armi ed incuorando tutti a gran voce e promettendo infiniti compensi. Ma il caso non atteso, ma la vista di tanti armati, ma il timore che la città fosse in breve per essere la scena di una strage orrenda e per ultimo il tamburo delle milizie francesi, che battendo a gran carica, ridestò tutti gli echi all'intorno, mise in loro così forte scompiglio e sgomento, che, volti a precipitosa fuga, scomparvero tutti quanti per la via dei monti, lasciando liberissimo il campo ai combattenti.
Una zuffa accanita, pertinace, continua durò quasi dieci ore tra i Francesi e la metà della gente di Manfredo, che l'altra metà aveva comandato se ne stesse aspettando fuori del porto, lontana dal combattimento, affinchè potesse giunger fresca e intatta quando mai il pericolo lo comandasse. Ma in ultimo ai soldati del presidio, stremati e malconci, convenne ritirarsi nel forte. La sera, tra grida di gioja, e canti ed evviva, le soldatesche di Manfredo rimasero padrone di Como, e i Comaschi ritornarono in città pieni di speranze e liberi d'ogni timore.
Non si affidava però Manfredo, chè conosceva d'aver fatto il meno, e sospettava non fossero per giungere nuove forze da Milano in poco di tempo e sconsigliava i suoi dall'abbandonarsi eccessivamente ai tripudj, e li esortava invece, per quanto poteva, in ciò ajutato dal Mandello e dagli altri, a star pronti ai nuovi pericoli.
Mandò poi con tutta sollecitudine un grosso drappello di soldati sulla strada a Milano, perchè precludessero, con tutti gli sforzi possibili, qualunque adito ai nuovi vegnenti.
Ordinate le quali cose, attese la notte a correre affannato tutte le vie di Como dove era popolo, tutte le case, tutte le fabbriche di lana, di seta, dove eran giovani per trarli a sè e indurli ad armarsi, e molti ne ebbe persuasi infatto.
Ma intorno alle cinque ore, da quelli che avea mandati fuori di Como, gli giunse sollecito avviso che a rapida corsa venivan da Milano soldatesche in gran numero e artiglierie ed altro.
Non stette molto a pensare, si raccolse col Mandello e gli altri, senza l'assenso de' quali non mandava nulla ad effetto, e tosto, unita la nuova gioventù di Como alle soldatesche che stavano in città, mandò a levare un altro terzo della metà gente che tuttavia intatta stava in aspettazione fuori del porto, e di tutti quanti fatta un'unica massa assai ben agguerrita e compatta, li condusse sulla strada a Milano, dove di piè fermo attese le nuove forze de' Francesi. Ebbe inoltre la precauzione di lasciare un grosso d'archibusieri in città onde impedir l'uscita a quei del presidio, dai quali per avventura poteva essere preso alle spalle e chiuso così tra due fuochi.
A mezzanotte le soldatesche venute da Milano si trovarono a fronte della gente di Manfredo; e tosto, ad onta dell'oscurità, si venne alle mani. Le scariche continue degli archibugieri, e il tuonare violento delle artiglierie francesi, rimbombarono tutta notte per immenso spazio all'intorno. Nè fecero di meno i soldati di Manfredo. Anzi questi, quantunque fossero in minor numero assai, combatterono con più impeto de' Francesi ne' quali solamente fu maggiore l'ordine. Il conte Galeazzo Mandello diresse l'opera di alcuni militi olandesi, i quali facendo lavorare la poca artiglieria de' Lombardi, poterono far fronte per molto tempo alla tempesta nemica. Il Palavicino, scorrendo tra soldato e soldato, continuò tutta notte a ripetere quest'unica frase:
—Non si ceda terreno! Se oggi si vince tutto è vinto!
Quando sorse il primo sole la zuffa ferveva più terribile che mai. Ma parve che l'alba fosse infausta ai Lombardi, i quali cominciarono a sentirsi soverchiati dai numero. Operarono sforzi prodigiosi, ma pei morti e i feriti che spesseggiavano sul terreno di minuto in minuto, la difesa dovette necessariamente affievolirsi.
A un tratto accorre il Mandello presso al Palavicino, e affannato:—Io ti consiglio, gli grida colla voce fatta rauca e cupa, di far battere a ritratta, e di prender la via dei monti.
Queste parole del conte Galeazzo fecero sull'animo di Manfredo più impressione che la sanguinosa scena e gli spessi cerchi dei morti ond'era circondato. Se un uomo come il conte Galeazzo, che s'era trovato in tanti fatti d'arme, diveniva d'improvviso così prudente, era ben indizio che la speranza di respingere i Francesi cominciava, per allora, a diventare irragionevole. Però sebbene gli pesasse molto di dover comandare la ritratta, considerando quanto sarebbe difficile poi il ricuperare quel posto, seguì il consiglio del conte Mandello…. e facendo dar ne' tamburi, rinculò co' suoi fin a un passo de' monti indicatogli dai giovani comaschi che avean preso l'armi e combattevano a' suoi fianchi e per dar agio alle proprie soldatesche di scomparire per le vie montane senz'essere inseguiti, raggranellò un grosso drappello di archibugieri a rattenere momentaneamente l'impeto de' militi francesi. Intento che gli riuscì, e sempre guidato dai giovani comaschi espertissimi de' luoghi, donde si poteva ferire senz'essere offesi, potè poi soccorrere agli stessi archibugieri rimasti sul campo, i quali ebbero anch'essi il modo di riparare tra monti benchè assottigliati della metà.
I Francesi fecero sosta a questo punto, e non sapendo in sul primo a che appigliarsi, si ridussero intanto entro città. Il comandante del presidio scrisse subitamente al governatore di Milano domandando nuove istruzioni, che vennero infatti e furono funestissime, come vedremo.
Il Palavicino, internatosi fra i monti, s'accampò come gli riuscì meglio. L'Elia Corvino, sebbene non ne avesse avuto il comando, avea fatto allontanare tutte le barche lombarde da Como, perchè i Francesi non avessero così il modo di recarsi a molestare quel resto delle forze di Manfredo, le quali essendo tuttavia intatte avrebbero potuto a suo tempo portar gran soccorso; provvedimento di cui tanto il Palavicino che il conte Mandello lo lodarono assai.
Ma erano a farsi altri provvedimenti, e bisognava pensare seriamente a quanto occorreva in simile frangente; perciò il Palavicino, il Mandello e gli altri Lombardi strettisi in consiglio, determinarono di spedire con tutta sollecitudine un avviso al Morone, confidando, avrebbe trovato il modo di mandar loro un súbito soccorso.
—Ad ogni modo, diceva il Palavicino, quanto abbiamo operato non rimarrà senza utili effetti; e siccome, come altre volte ho detto, a determinare la lega tra Carlo e Leone era forte bisogno di qualche grave avvenimento, così mi confido che questo varrà per tutti. Un'altra considerazione poi mi consola dell'utilità del nostro tentativo, ed è questa: che se da questi luoghi noi continueremo a molestare le milizie francesi, di cui penso non esservi gran numero nel Milanese, sarà per cagion nostra, se le forze del papa e di Carlo, accostandosi a Milano, non avranno a lottare con troppo duri ostacoli. Il più difficile delle imprese non sta sempre nel condurle a termine, ma nel dar loro principio: e ciò noi abbiamo fatto; spediscasi ora dunque, senza indugio, questo messo a Reggio, che qualche cosa nascerà.
Il Corvino si esibì di andar lui in persona; ma il Palavicino:—Per te, gli disse, ci sono ufficj di ben maggiore importanza. Manderò invece qualcuno dei nostri che già abbia atteso al commercio perchè avrà facili i mezzi più che altri e, riconosciuto, per la condizione sua non desterà sospetti. E ciò fu fatto.
In tutto questo giorno Manfredo mostrò un'alacrità quale di solito non era nell'indole sua; ma a poco a poco perdette di quella balda sicurezza che ne' momenti, a dir vero, i più importanti, gli aveva tanto giovato.
De' suoi colleghi eran rimasti morti, nella zuffa, il Crivello e il conte Birago. A tutta prima egli aveva ignorato una tale mancanza, ma non vedendoli, e avendone domandato, gli fu risposto che non erano più fra i vivi; della qual notizia rimase così sopraffatto, che si concentrò in sè medesimo e fu veduto a piangere.
A renderlo così mesto, influì poi la repentina trasmutazione del cielo, giacchè, come trovo notato in un cronista, dalla metà del giugno in poi "comparvero segni esiziali nell'aria, con tuoni e lampi continui e venti di tramontana, da far credere che il giugno fosse tornato al gennaio, poi venti sciroccali da togliere il respiro e da far credere che la Lombardia fosse una regione dell'Africa, e gragnuole mirande devastatrici delli agri e delle messi." Ma forse quella mestizia era un presentimento.
Due o tre giorni dopo, lasciata la compagnia del conte Mandello e degli altri, dai quali eransi agitati mille partiti per sferrarsi da quelle angustie della montagna, e tentare qualche altro colpo, il Palavicino, tutto chiuso ne' più gravi pensieri, se ne venne dove aveva dato ordine che si seppellissero i morti. Se ne venne per assistere alla sepoltura de' cadaveri del Birago e del Crivello trovati pochi momenti prima.
Fermatosi al luogo, vide che i zappatori ascendevano lentamente la montagna portando a stento le salme dei due milanesi. Quella vista, e la torbida apparenza del cielo che si rifletteva nel torbido lago, gl'influirono potentemente sull'animo, e guardò a lungo le cinque o sei fosse, che gli stavano all'intorno scavate, con un'aria così profondamente mesta, che avrebbe fatto senso a chicchessia.
Giunsero finalmente i zappatori, e riconoscendo il marchese Palavicino e mostrando i cadaveri:
—Penereste assai a ravvisarli, gli dissero, tanto sono sformati; pure questo è il marchese Crivello, questo il conte Birago.
Manfredo non rispose e guardò un pezzo i due colleghi morti, poi volse altrove la testa. Quando furon fatti cadere nella fossa, e i zappatori si misero a gettare le palate di terra per colmare e coprir la fossa, trovandovisi il Palavicino assai presso, sui piedi di lui venne a cadere qualche palata di terra mal gettata.
I zappatori ristavano allora per rispetto di lui, del che accortosi il buon Manfredo:
—Cari amici, disse loro sforzandosi a sorridere,fate presto, fate presto a seppellirmi.
Tristi parole, che tanto più ci stringono di pietà, in quanto che, per uno strano ritorno di un fatto presso che uguale, furono ripetute in tempi a noi vicinissimi da un altro Italiano, illustre anche lui, anche lui distinto per ingegno e per coltura, e prode e sventurato, il bresciano Pietro Teullié, vogliam dire, di gloriosa e carissima memoria, che dopo aver pronunciato, per celia anch'esso, a due zappatori che gettavan terra sui suoi stivali:fate presto a seppellirmi, una palla da cannone venne a fracassargli una coscia, e morì. Le parole del buon Teullié furono davvero presaghe…. ma lo furono pur troppo anche quelle del buon Manfredo.
La mattina di questo medesimo giorno, in uno de' bassi camerotti del castello Baradello dove alloggiava il comandante del presidio, questi, passeggiando da un capo all'altro della camera, volgeva la parola ad un soldato che se ne stava in un canto immobile e attento.
—Quanti anni avete?
—Quaranta.
—Siete intervenuto ad altri fatti d'arme?
—A cinque; il penultimo fu la giornata di Marignano.
—E non avete mai imparato a ben morire?
—Sul campo sì; impiccato no.
—E per scansare il capestro siete pronto davvero a far quello che avete detto?
—Prontissimo; non solo però per sfuggire alla morte, ma per migliorare la vita.
—E pretendete?
—Quanto può bastare ad un uomo per vivere, in una città qualunque, colla moglie, sei figli viventi, e provvedere largamente a quelli che nasceranno.
—Largamente?
—Si, poichè ci deve pensare un re a pagare, e perchè se tiro al laccio l'uomo che sapete, il governatore, se fosse il re, mi darebbe una contea. So quel ch'è passato, e basta.
Il comandante, senza rispondere, riprese allora alcuni fasci di carte che stavano ammonticchiati su di una tavola…. e rilesse da capo una lettera del luogotenente del governatore.
—Ringraziate il diavolo, disse poi al soldato, che vi ha fatto tentar la sorte nel miglior punto.
—Quando starò contando i duemila fiorini d'oro, dirò che avete parlato bene.
Il comandante, che era un onesto e leale Francese, e mal suo grado doveva obbedire altrui, non potè a meno di volgere un'occhiata di sprezzo al soldato, mentre pure soggiungeva:
—Giacchè la vostra proposta fu accettata, li conterete ad opera compiuta.
—Ad opera compiuta?
—Si.
—Chi mi assicura?
—Chi ci assicura noi, ribaldo?
—Un buon giuramento aggiusta ogni cosa.
—E noi ti faremo promessa formale dì pagarti quando l'uomo sarà nelle nostre mani.
—Non mi fido delle promesse di chi ha duemila soldati ai propri ordini.
—E le tue saranno attendibili, furfante?
—Quand'uno mi paga bene, io gli son servo in corpo e in anima; è questa una regola alla quale non ho mai contravvenuto in vita mia.
—E ti basta la vista di sostenerlo?
—Mi basta.
—E perchè dunque vendi il marchese, se ti pagava?
—Ho io forse detto che mi pagasse bene? Malissimo mi pagava, e non conobbi al mondo capitano più pitocco di lui. Però mi chiamo fortunato d'esser caduto nelle mani dei suoi nemici.
—Dunque ti ostini a voler la paga prima dell'opera?
—Per finirla in due parole, fate così: metà prima e metà dopo…. è questa la più gran prova di fiducia ch'io possa darvi.
Il comandante, che desiderava spacciarsi in fretta e di un tal uomo e di un tale intrigo:
—Bene, disse, così sia fatto! Vieni dunque, che ti assegnerò i compagni…. e avrai l'oro.
Il soldato, che la storia dice essere stato un venturiero alemanno, uscì poco dopo di Como con tre archibusieri, prese pel borgo di Vico e s'internò tra i monti, volgendo a sicura meta.
Pervenuto in un certo passo dov'era un gruppo di pini:
—Fermatevi qui, disse agli archibusieri; io vado lassù. Pochi minuti, e condurrò l'uomo con me; se qualcuno ci seguisse da lontano, tirate su loro; noi scompariremo per questo sentiero.
Quando il Palavicino, finita l'opera dei zappatori, rimase solo nel funebre luogo, udì al di sopra di sè le voci di alcuni soldati che dicevano:—Se volete parlargli, il marchese è là, egli vi rivedrà assai volentieri.
Manfredo, guardando in su, vide allora appunto quel venturiero alemanno che, preso al soldo molti mesi prima, egli aveva preposto a certi archibugieri olandesi, e che sapeva essere stato fatto prigioniero alcuni giorni prima dai Francesi. Perciò molto maravigliato:
—Voi qui? gli disse.
—Sano e salvo son qui, marchese, e quel ch'è riuscito a nessuno è riuscito a me.
—Avete potuto fuggire?
—Sì, illustrissimo.
E ciò dicendo discendeva l'erta e si faceva presso a Manfredo.
—Se voi vi rallegrate, continuò, perch'io sia scampato dai Francesi ed abbia ricuperata la mia libertà, vi rallegrate di ben poca cosa. Ma vi darò tal nuova per cui avrete a rallegrarvi davvero.
—E qual è questa nuova?
—Che la prigione e la fuga mi fecero scoprire una via segreta, per la quale, senza che i Francesi se ne accorgano, potrete entrare in Como, in qualunque ora vogliate, e sorprenderli e batterli e ricuperar quello che avete perduto.
—Dite il vero?
—Se non volete credere a me, crederete agli occhi vostri; venite a vedere voi stesso.
—Dov'è la via?
—Per questo monte medesimo, un sentiero affatto affatto ignoto; venite dunque.
—Vengo; aspetta! e Manfredo diede una voce; alla chiamata comparvero due soldati: Dite al conte Mandello, loro gridò Manfredo, che lo aspetto qui.
—E che volete dal conte? gli domandava l'Alemanno.
—Che venga a vedere anche lui.
—Lasciate, lasciate; dovete veder voi prima di tutto, perchè se mai, come non credo, io avessi preso abbaglio, non vorrei sentire le beffe del conte, che è si corrivo a dar la berta altrui.
Manfredo sorrise a queste parole del caporale alemanno, chè in fatto il conte aveva per costume di dar la berta a quei buoni soldati, i quali, fuori dello schioppetto che sparavano a maraviglia avevano l'ingegno piuttosto grosso. Sorrise e seguì il caporale, che affrettò la discesa per allontanarlo dalla valle dove stavano a campo le sue genti. Quando furono a mezza costa, risuonò dall'alto la voce sonora del conte Galeazzo Mandello che chiamava a gran voce il Palavicino. Questi, a motivo dei tortuosi giri del sentiero montano, udì il conte senza vederlo, e si fermò.
—Son qui, Galeazzo, discendi, gli rispose poi dal basso.
Il caporale alemanno, non sapendo allora a che appigliarsi, finse di sdrucciolare in giù e trasse a sè il Palavicino. A un tiro di balestra dietro al gruppo di pini stavano gli archibugieri francesi, di cui Manfredo a tutta prima non s'accorse, ma che continuando a sdrucciolare in giù vide a un tratto, onde gli venne un orrendo sospetto.
—Galeazzo! Galeazzo! gridò allora, e fu un grido che fece rintronar la montagna.
—Manfredo! rispose dall'alto la voce del Mandello che poco dopo si mostrò e vide e fu visto.
—Galeazzo, sono tradito, accorri! così disse il Palavicino che, assalito in quel punto, si dibatteva tra le robuste braccia degli archibugieri che io pungevano colle armi.
Il conte fece allora un salto d'un trenta passi buonamente; ma in quella vide le canne di due archibugi appuntate contro di sè e la subita fiamma, e udì il fischio delle due palle e cadde…. cadde ferito gridando con voce di strazio acutissimo e di disperazione:—Ah! Manfredo, io non ti posso salvare! Manfredo, Manfredo!… Ma questi pur continuando a ripetere il nome di Galeazzo, venne tratto lontano, e dileguò anche la voce.
Fu il più sviscerato e il più orrido addio che mai siensi dati due amici da che mondo è mondo. Il conte Mandello, insensibile al dolor fisico che gli veniva dal braccio sinistro, passato parte a parte dalla palla di piombo quantunque ne fosse reso impotente, lasciava che il sangue scorresse senza porvi riparo, e premeva la destra sulla fronte con una tensione così disperata, che pareva volesse in quel modo togliersi la vita divenuta inutile.
—Ahi!!! disse finalmente con un gemito profondo e alzando la mano verso al cielo, tutto è dunque perduto! e svenne e cadde privo di sentimento.
La scarica degli archibugi avea desta l'attenzione di taluni soldati che accorsero per vedere che cosa fosse, e udite le grida e tenendo il sentiero per dove quelle eran venute, discesero, e, pieni di dolorosa maraviglia, trovarono il conte Mandello disteso sul nudo masso, bagnato del proprio sangue, e che non dava segno di vita. Veduta la ferita del braccio, presto la fasciarono e gli si misero intorno con ogni premura; ma mentre si adoperavano con tanta sollecitudine, almanaccavano per trovar le circostanze del fatto.
—Da chi mai può esser venuto il colpo?
—Non mi sono ingannato, e posso assicurarvi che furono più scariche.
—Dunque fu tentato di penetrare sino a noi!
—Aspettate che parli il conte…. Ma sapete che ha perduto tanto sangue quanto basterebbe per dar la vita a due uomini?
—È vero, ma perchè se ne venne solo fin qui?
—Ora che mi ricordo, non lo chiamò il marchese?
Questa domanda mise de' stranissimi sospetti in quel gruppo di soldati.
—Perdio! mi pare; il marchese era con lui!
—Dunque…:
—Ma sei ben certo che il marchese lo abbia chiamato e sia seco disceso?
—Non c'è dubbio…
Il conte diede in quella i primi segni di riaversi, e tutti tacquero.
—Tutto è perduto! egli replicò poi con voce profonda e come se parlasse tra il sonno, e poco dopo aprì gli occhi e si alzò. Il primo moto fu quello di afferrar pel braccio chi gli stava presso coll'ultima forza che gli rimaneva; ma riconoscendo i volti: Perdio, gridò ansioso e anfanato, accorrete, accorrete tutti, il marchese è tradito!… è perduto!…
Ciò dicendo tentò di alzarsi, e gli riuscì con grandissimo stento; e così sorretto dai pietosi compagni d'armi pressochè tutti lombardi, lentamente ascese la montagna per discender poscia nella valle, ov'era il grosso della gente.
Il conte, per la molta perdita del sangue, era oltremodo affievolito; tuttavia, riavutosi dalla prima angoscia, tanto più degna di maraviglia, in quanto aveva potuto vincere la sua natura medesima, narrò il fatto con tale efficacia di parole, che per tutto il campo fu una conflagrazione repentina, insolita, che giunse fino al furore tra i militi alemanni, percossi dalla vergogna che un loro compatriotta si fosso bruttato di un così infame tradimento.
Ma che valevano le pietose proteste, il dolore, lo stupore, lo sdegno, il desiderio di vendetta? Come si poteva salvare lo sventurato Manfredo? Come uscire con tutta la gente da quelle angustie, e penetrare in Como, e far strage di chi aveva comandato un così atroce tradimento? Come continuare le paghe! Come in tanto intreccio di cose, avviluppatesi più che mai quando pareva dovessero terminare, trovare un consiglio, un rifugio, un mezzo potente per riparare a tanta sciagura! Il conte osservò tutte queste cose di un lampo, misurò tutta la profondità dell'abisso, e, da che viveva, perdette per la prima volta affatto quella fiducia così piena di trovati e di risorse, disperò e si sentì prostrato e avvilito e incapace a pensare non che ad operare.
In questo stesso dì giunse l'Elia Corvino da Cremia, dove, per preghiera del Palavicino, erasi recato a confortare la Ginevra, e di mestissima ch'ella era, l'aveva lasciata tanto quanto lieta. Accortosi che nel campo era un gran pericolo, da principio non seppe che si pensare, poi quando udì la grave sciagura rimase come smemorato.—Povera Ginevra, esclamò, qual colpo sarà questo per lei!!—E si recò subito presso il conte Mandello il quale s'era messo a giacere sul suo letto di paglia, non consentendo maggiori comodi le angustie delle circostanze e dei luoghi.
L'Elia e il conte si guardarono a lungo senza parlare.
Non v'ha spettacolo che più colpisca dell'angoscia e della prostrazione di chi naturalmente è audace e giocondo e noncurante. E una tale commozione si fa ancora più grave quando, ritornando alla causa, si considera quanto ella dev'esser stata terribile se potè gettare la confusione anche colà dove era sempre stata sconosciuta.
E fu terribile davvero.
—Ma e non pensiamo a far nulla? disse finalmente l'Elia dopo avere aspettato invano che il conte parlasse il primo.
—-Tutto io avrei fatto, rispose allora quasi dando in furore il Mandello, se questa ferita non mi avesse fatto cadere; quantunque in due soli e quasi senz'armi contro quattro armati d'archibugio e coperti di ferro dalla testa ai piedi, pure li avremmo schiacciati, per la fede di Dio, ed io avrei fatto miracoli per salvare Manfredo! il buon Manfredo! così è perduto!…
E tacque…. e pianse…. pianse d'amore e d'affanno. L'Elia volse la testa altrove.
E dopo una lunga pausa:
—È da più ore, caro Elia, e gli sporgeva la mano per stringere la sua, che io sto affannandomi in cerca di un filo di salvezza; ma non so trovar nulla…. nulla, e mi pare d'avere smarrita l'intelligenza affatto. Sarebbe un gran che, vedi, se si potesse salvare un così prezioso amico, un italiano sì generoso, un così raro complesso di virtù egregie, in cui era tanto valore e tanto ingegno, e tanta soavità di natura…. Oh percorri Elia, percorri tutta Italia che un giovane come Manfredo non ti verrà mai fatto di trovarlo mai…. Ed ora è perduto…. e il cuore mi dice per sempre!…. perchè…. l'altra volta quando Manfredo corse quasi lo stesso pericolo…. io non mi lasciai così abbattere…. e il presentimento d'averlo a salvare mi metteva in cuore una gran fiducia…. ma oggi non vedo nulla! E s'io ho a morire impazzito ciò accadrà per questa disperazione che mi strazia, che mi divora! Ma tu, Elia tu uomo acuto e scaltro…. e provvedente…. non hai nulla a dirmi, nulla a consigliarmi, nulla da operare pel nostro povero, sventurato amico?
L'Elia non rispondeva….
Il Mandello si fece ancora immobile, e tenne gli occhi fissi senza mai parlare.
—E la Ginevra, disse poi scuotendosi tutt'a un tratto, come l'hai tu lasciata quella povera sventurata? Ma tu non rispondi? Io ho perduto il senno, tu anche la favella.
—Vorrei, per verità, aver perduto l'uno e l'altra, rispose finalmente l'Elia…. ma se si ha a tentare un partito ancora…. esso non può essere che il più disperato.
—Sia pur disperato quanto mai può essere, purchè ci sia; parla dunque. Che partito hai tu?
—Potrebbe riuscire se Dio lo volesse, e se dipendesse soltanto da noi, che siam pronti a sagrificar tutto!
—Sì, tutto, sino alla vita!
—Ma noi soli non bastiamo…. Converrebbe che la Ginevra potesse far ciò che forse non è lecito attendere dal suo immenso dolore quando saprà la sventura…. Pure la sua disperazione istessa, le sue grida strazianti potrebbero essere un gran mezzo, una potente scintilla da destare un incendio.
—Che?
—Sì, centomila uomini, che gemendo tacciono da anni, potrebbero, eccitati da uomini esperti prorompere improvvisamente innanzi allo spettacolo di una desolazione che non ha pari.
Il Mandello si alzava dal suo giaciglio a queste parole, e appuntando l'occhio in volto all'Elia in grande aspettazione:
—Parmi, diceva, parmi d'averti compreso…. Segui!
—Manfredo, quest'oggi istesso, forse sarà in Milano.
—Non può essere diversamente…. è il governatore che lo vuole.
—Ma prima che il governatore ci tolga tutte le speranze, Manfredo, trattandosi d'un fatto così pubblico, così straordinario, così politico, sarà giudicato dallaCameretta; questo basta perchè, prima della sua condanna, passi qualche giorno d'intervallo…. Un tale intervallo può esser tutto per noi!
Il Mandello, a tali parole, rianimandosi di speranza:
—Dio ti benedica! proruppe; il resto lo so io.
—La Ginevra….
—La Ginevra s'affretta a Milano….
—E va a palazzo…. e domanda un'udienza dal governatore….
—E al suo rapido viaggio da qui a Milano si dà il più grande apparato possibile, tanto che accorra la folla, commiserando e sdegnosa, sulla via per dove passerà….
—E in città si mandano uomini esperti ad annunciare la sua venuta…. a preparare, ad eccitare, ad esaltare gli animi di pietà e di furore.
—Nè ella dovrà pregare il governatore per la vita di Manfredo: sarebbe domandar troppo; chiederà che a lei sia concessa la grazia di recarsi a supplicare il re, il solo che possa mutar la sentenza dellaCameretta.
—Ma ciò non concederà il Lautrec…. e i pianti di lei ecciteranno il popolo…. e noi stessi muoveremo gli animi intanto che l'infelice pregherà invano! Se le nostre parole avranno efficacia; se in un solo istante una corrente di entusiasmo verace immenso, solca ed arde non già cento; ma ventimila uomini soltanto, non v'è più forza che li trattenga. E una donna che prega e versa torrenti di lagrime, e trova il rifiuto spietato, può far di gran cose, credetelo a me.
Il Mandello, attonito prestava attenzione all'insolito impeto onde esprimevasi l'Elia, e sentiva tutte sussultarsi le fibre, e a dispetto della ferita, non poteva star calmo.
—Mi pesa di essere così indebolito, disse poi, ma farò come se non fosse nulla. Intanto bisognerà che tu ti rechi subitamente a Cremia…. e parli alla moglie di Manfredo.