PERIODO TERZO

Il timore d'uscir troppo de' nostri confini per invader quelli del minuzioso cronicista, e, ciò che forse più importa, di obbligare ad un'attenzione eccessivamente tediosa coloro che leggono per diletto, ci consiglia di saltare anche qui, come già prima abbiam fatto, quasi lo spazio di un intero anno. Assai cose, per verità, avvennero in codesto tempo di un grave interesse; ma più che per sè stesse, lo sono per quanto produssero. Lasciam dunque la via su cui la storia fa il suo lento cammino, e balziam tosto alle ultime uscite.

Parlando delle cause che mantennero in lungo svilimento il Milanese e accelerarono di poi la sua rovina; ne abbiam dato il più grave carico al ceto patrizio. E senza nessuna riserva abbiam messo in chiaro le non scusabili aberrazioni, la cecità ostinata, le bassezze medesime onde non seppe andare immune nell'ingannevole fiducia di servire all'utile proprio. Nè per alcun riguardo avremmo mai voluto o dissimulare o mitigare simil fatto quand'anche fosse stato perpetuo. Ma con tanto meno di ritrosia ne abbiam parlato, in quanto era per venir tempo in cui l'errore avrebbe dato luogo alla ragione, e per parte nostra il biasimo avrebbe dato luogo alla lode. È ingratissimo ufficio scriver la vita d'un uomo di cui tutti i giorni sieno un obbrobrio, ma è pieno d'alto interesse, il narrare quella di chi, con pentimento non aspettato, si purghi delle vecchie colpe. È pieno d'interesse ed è senza pericolo; d'altra parte il discorso può assumere una severità più franca, quando si sa che da lontano si preparano gli argomenti per piegare di tratto ad una giustizia cortese.

Se non era possibile reprimere lo sdegno allorquando vedemmo i milanesi patrizj accogliere con tanta festa i Francesi orgogliosi della vittoria di Marignano; se quando insieme al Palavicino ci siamo incontrati nei gentiluomini che spontaneamente esulavano da Milano, alla compassione non abbiam potuto accompagnare la stima; se di nuovo a Venezia abbiam dovuto dubitare di loro, adesso possiam bene dimenticare il passato per assistere ad uno spettacolo che ci deve riempire di maraviglia e di conforto.

La città di Reggio, piccola, tranquilla, e poco importante città, fatta improvvisamente luogo di comune ritrovo, nell'anno 1520 attrasse a sè gli sguardi non solo d'Italia, ma di tutta Europa. I pochi Lombardi venuti a fermarvi stanza fin dal gennajo, come sappiamo, ne tirarono a sè infiniti altri. Man mano che le intenzioni del papa e di Carlo si venivan spiegando, vi cresceva anche il numero delle persone. Confortava tutti quanti che Leone avesse aggiunto al proprio dominio Urbino, Pesaro, Perugia ed altre terre della Romagna, e che, togliendo di mezzo i loro tiranni, carpisse tanti alleati alla Francia; piaceva che la repubblica di Firenze, governandosi in tutto e per tutto secondo l'arbitrio del papa, niuna cosa facesse che non fosse la sua volontà; ma ciò che aumentava o rendeva più fondate le speranze era che il re di Francia, essendo stato autore di molte sollevazioni nelle Fiandre, aveva dato a Carlo V cagione di muovergli guerra; e sapevasi d'altra parte essersi accorto l'imperatore, già da qualche tempo, del quanto gli fosse poco onorevole si tenesse il re lo Stato di Milano, che per diritto antico apparteneva all'impero romano.

I Milanesi che da più anni trovavansi a Ferrara, a Parma, invitati da lettere, s'erano affrettati presso il Guicciardini. Quelli che continuavano ad uscire di Milano recavansi, com'era naturale, dove sapevano trovarsi i compatrioti. Molti da principio, anzi la maggior parte, vi s'erano trasferiti senza uno scopo spiegato, ma solo per trovare un rifugio in qualche modo; come però si videro uniti in buon numero, e senz'altre occupazioni che li distraessero, tutti quanti avendo sempre volto il pensiero alla causa per la quale trovavansi costretti a vivere in quella città, a vicenda narrandosi le ingiurie patite, si confortavano negli sdegni e nelle speranze, e a poco a poco i desiderj individui si fusero in un'intenzione comune. Tutti i giorni, tutte le notti si raccoglievano insieme; chi all'ingegno più acuto univa il dono della più faconda parola, metteva fuori esortazioni, consigli, disegni da cui si generavano discussioni, dibattimenti continui, vivi, generosi. Da un tal centro intanto gli sguardi di ciascheduno si volgevano ai punti estremi del campo d'azione, e intorno ad ogni cosa che succedeva in qualunque parte della penisola o fuori, si facevano lunghi comenti. Corse finalmente il racconto di un fatto, il quale volse l'attenzione di tutti a Francesco Sforza, duca di Bari.

Dopo molte offerte, sempre sdegnosamente rifiutate, il re di Francia aveva fatta un'ultima esibizione a Francesco Sforza perchè rinunciasse a qualunque diritto potesse avere sul ducato di Milano; ma sebbene le condizioni offerte questa volta dal re fossero grandi e tali da vincere l'ostinazione di chicchessia, pure il giovane duca le respinse con fiera risposta. Sapevasi da tutti trovarsi lo Sforza, a Trento, in pessimo stato, e per essergli mancati, dopo la morte di Massimiliano d'Austria, di molti soccorsi, aver vissuto qualche tempo in grandi strettezze; perciò il magnanimo rifiuto destò un insolito entusiasmo, e que' Milanesi istessi che avevano affrettato il crollo della dinastia sforzesca, ora facevano voti perchè lor fosse quandochesia dato il modo d'instaurarla. Così il giovane duca, dopo molti anni in cui visse fra la noncuranza e lo spregio universale, improvvisamente era diventato l'oggetto dell'attenzione, dei discorsi, dell'ardore di tutti.

In questo mezzo venne a Reggio Gerolamo Morone. Anch'esso erasi recato a Trento per aggiungere alla causa comune que' Milanesi che là si trovavano, e seguivano la parte ghibellina. Nel viaggio, a stento aveva potuto sfuggire alle insidie di Federico Gonzaga signor di Bozzoli, castello nel Mantovano, il quale ricevendo soldo dai Francesi, s'affrettò onde porgli le mani addosso sapendo ch'esso moveva gli animi di tutti contro la Francia. Era giunto portatore di notizie importanti, e accompagnato da molti di que' Milanesi che colà aveva trovati. Dopo di lui venne a Reggio anche Manfredo Palavicino.

Siccome il Lautrec era stato chiamato in Francia, e sinchè durava la di lui assenza dalla Lombardia, faceva le sue veci il fratello di lui monsignore di Lescuns, così il Palavicino, senza nessun sospetto, partitosi da Rimini, aveva lasciata la duchessa colà per trasferirsi a Reggio con una mano di scelti soldati ch'esso in quegli undici mesi era venuto mettendo insieme ed addestrando. L'Elia Corvino, il quale accompagnatosi a Trento col Morone, avea dovuto fermarsi colà qualche tempo ancora dopo di lui per dar termine a quante incumbenze questi aveagli date, tornò esso pure portando la notizia aver Francesco Sforza, cogli aiuti di Carlo e dei signori della bassa Fiandra, ed anche con quelli della Bentivoglio, la quale aveva offerta quasi tutta la pensione pontificia per soccorrere ai bisogni, messi insieme qualche migliaio di soldati; e insieme a tal notizia portò lettere della Ginevra al Morone e di Francesco Sforza al Palavicino. Queste lettere venivano mostrate a' Milanesi che trovavansi a Reggio. Le intenzioni, i disegni, i voti che faceva il duca di Bari contribuivano moltissimo ad accrescere la stima che da poco tempo i Milanesi avevan fatto di lui, e colla stima ad accrescere il desiderio di rimettere il giovane Sforza, che così altamente prometteva di sè, sul trono de' suoi padri. E il nome della Ginevra Bentivoglio corse questa volta accompagnato da molta ammirazione sulle labbra di tutti, che nella lunga lettera da lei scritta al Morone era tanta generosità di parole, tal dirittura di considerazioni da non parer vero una donna potesse averle dettate. Il Palavicino, testimonio dell'ammirazione di tanti uomini per colei, non è a dire come si sentisse dentro di sè, e come l'antico affetto non potesse dileguarsi anche in mezzo all'apparato della più grave impresa, della quale era stato messo alla testa. E non sapeva darsi pace, che la fortuna mentre aiutava a poco a poco realizzando il più delle sue vecchie speranze, in quanto appunto risguardava lui solo, avesse voluto avversarlo d'una maniera sì dura. Egli aveva sempre pensato che i mali d'Italia, e della Lombardia in ispecie, dopo la venuta de' Francesi erano scaturiti da tre fonti principali: dalla dinastia sforzesca, dal ceto patrizio, dai tiranni della media Italia. Ma egli avea anche trovato un conforto nel vedere che in mezzo a ciascuna di queste tre classi era sorto chi dovea assumersi l'incarico di espiare e di riparare le colpe di ciascheduna di essa, ed eran sorti contemporaneamente, e la fortuna aveva fatto che l'un l'altro si conoscessero in una città medesima.

In sè stesso vedeva il patrizio milanese destinato ad espiare le colpe del patriziato, e a ripararle. In Francesco Sforza vedeva il giovinetto ramingo che doveva portare la pena dei falli del padre per farli dimenticare poscia con qualche luminosa virtù. Nella Ginevra Bentivoglio, figlia dello spodestato signore di Bologna, vedova di un altro che aveva perduto il proprio dominio, vedeva quasi un'occasione per cui sarebber caduti coloro che avevano soccorso alla Francia a danno d'Italia. Ed ora dopo tanto tempo d'incertezza e timori accorgevasi che tali idee prendevano di giorno in giorno realità.

Il duca si mostrava al cospetto di tutti. La Ginevra, recatasi a Trento, l'ajutava dove poteva. In quanto a sè stesso considerava avrebbe fra poco avuto mezzi bastevoli per tentare l'estremo colpo. Adunque non gli pareva giusto avesse la sorte guidate tante e tali cose per quella via che da tempo egli aveva tracciata in sua mente, ed avesse provveduto, per dir così, al miglior esito della cosa pubblica, per far lui così misero in mezzo a tante cagioni di contento.

Ma se avesse saputo a qual costo e con quale strazio d'altrui sarebbe per ottener quello di cui disperava, avrebbe respinti tali pensieri, non avrebbe più sentito altro desiderio al mondo di quello in fuori che toccava la salute della propria patria. Ma lasciamo che i fatti vengano da sè e non ci lasciano prendere dalla smania di prenunciarli.

Sappiamo che il Lautrec, chiamato in Francia, aveva rimesso temporariamente nelle mani del fratello, monsignore di Lescuns, le redini del governo di Milano. Ora Federico Gonzaga signor di Bozzoli, che invano aveva tese insidie al Morone, se n'era corso a Milano per avvisare questo fratello del Lautrec, farsi sempre più chiari gl'indizj di una ribellione per parte de' Milanesi radunati in Reggio; e che il rapido viaggio del Morone da Trento a questa città dava segno indubitato ch'ella sarebbe per iscoppiare presto. Abbiam detto che se i patrizi milanesi per tanti anni avevano avuta la brutta colpa di favorire la Francia al danno della propria patria, ora avremmo dovuto a loro riguardo cambiar tosto il biasimo in lode. Parlando però di essi non abbiam già voluto dire siensi tutti tutti reintegrati al senno, soltanto di una buona parte abbiam voluto accennare, la quale può ben bastare a purgar le colpe e mantenere l'onore di una nazione. Del resto molti ancora aderivano alla Francia, e quelli specialmente i quali, dimorando a Parigi quando Lautrec incrudeliva nella capitale lombarda, non avevano veduto a lungo le miserie della patria.

Con molti di costoro adunque, e con taluno dei capi francesi, monsignore di Lescuns erasi di volo trasferito a Reggio, e qui fece chiamare a parlamento il Guicciardini, il quale a nome del papa governava la terra. In questa circostanza avvenne un fatto degno di essere raccontato. Mentre monsignore di Lescuns introdottoin certo antiportofuori della città, presa la parola, molto dolevasi col Guicciardini che i ribelli e i nemici di re Francesco, non solamente fossero accolti nello Stato del papa, ma ricevessero anche fortissimi ajuti contro l'accordo fatto molti anni prima a Bologna tra Leone e Francesco: Alessandro Trivulzio con una compagnia di uomini d'arme, i quali facevan sembiante d'essere soldati d'un conte Guido Rangoni capitano del papa, tentò, se mai gli fosse stato possibile con tradimento, di entrare in Reggio per la porta a Modena, ch'era l'opposta a quella dove il Guicciardini e il Lescuns stavano trattando.

In questo punto è il conte Galeazzo Mandello che ci torna innanzi, e che in quel giorno fece tal cosa da meritarsi la nostra gratitudine. La mattina se ne andava cavalcando fuori di quella porta, recandosi a un certo luogo di delizie lontano qualche miglia da Reggio, dove aveva una sua tresca. Questa parola (sebbene non sia conveniente intrecciare a fatti di grave importanza cose troppo minute) ci costringe ad accennare in brevissimo al modo onde si comportò il Mandello nel tempo di sua dimora in Reggio. Esso non aveva dunque mai voluto far cosa che per nessuna guisa avesse a far parlare di sè svantaggiosamente. In faccia a tutti voleva essere un patrizio modello, tra i primi nel campo della discussione, tra i primi nel dare esortamenti e consigli, tra i primi nel far disegni e progetti. Ma dopo aver speso due terzi del giorno in così gravi cure gli rimaneva ancora molta vitalità da espandere, e in quanto alle tentazioni della concupiscenza e dell'intemperanza, non avevano potuto esser vinte in tutto e per tutto. Perciò di nascosto e di queto, s'era procurato taluni passatempi, e di tale precauzione usava in quei suoi contrabbandi, che nessuno erasi mai accorto di nulla. Avendo dunque passata tutta intera la notte in lunghi ragionari col governatore, col Morone, col Palavicino, i quali quasi sempre avevano ad ammirare l'aggiustatezza delle sue considerazioni, la mattina volle darsi un po' di sollievo, e però s'incamminava per dove egli sapeva. Ma lungo il cammino nacque tal circostanza da fargli cambiar di proposito. A qualche distanza dalla città si trovò impacciato in mezzo a gran numero d'uomini d'armi. Non sapendo cosa pensarne, domandò se fossero mai soldati del monsignore di Lescuns. I più che gli passan d'accosto non gli rispondono; ma un giovane, il quale pareva aver qualche grado:—Siam soldati del papa, illustrissimo, e siamo capitanati dal conte Guido Rangoni.

Il Mandello mentre stava ascoltando s'accorse di un tal lezio fatto da codesto giovane ad uno che gli veniva d'appresso, e quando si fu di poco allontanato li udì sghignazzare. Fra que' soldati sentì poi taluno che parlava il dialetto milanese, tal'altro il francese. Udì finalmente pronunciato il nome di Alessandro Trivulzio. Sapeva esser il governatore, per la venuta del Lescuns, fuori di Reggio, e l'attenzione di tutti esser vòlta a quanto sarebbe uscito da tal conferenza. Però il vedere tanti uomini d'armi, le parole ingannevoli del giovane che gli aveva parlato e il nome del Trivulzio, gli diede molto a pensare, e così, messi da parte i sollazzi che l'attendevano, diede di sprone, al cavallo, e fingendo di allontanarsi da Reggio sempre più, diede di volta a tempo, e a galoppo serrato se ne venne in città. Fatta chiudere la porta a Modena, chiamò tutti nel palazzo del governatore, e colà espose i propri sospetti.

—Vi esorto, disse, quanti siete qui a prender l'armi di subito, ed a montare a cavallo. Fuori di porta a Modena ci si prepara al certo qualche bel fatto. Codesto monsignore di Lescuns, non volendo esser molto dissimile da quel tristo di suo fratello, mentre se ne sta confabulando col Guicciardini, avrebbe presto il modo per coglierci tutti all'impensata. Fuori un miglio dalla città son cavalli e fanti condotti dall'Alessandro Trivulzio. Il caso volle che fiutassi qualcosa, ed è impossibile m'abbia preso abbaglio. Dunque altro non ci rimane che d'uscir tosto e gettarci su costoro e sgominarli. Questo Trivulzio appartiene ad una casa alla quale ho sempre desiderato ogni male possibile. Io sono una pasta di zucchero, ma se in me nasce un odio, state certi che è per qualche cosa. Se dunque quell'altro Gian Giacomo, che alcuni sciocchi chiamano il Magno, morì di crepacuore in Francia, e scontò la più imperdonabile delle colpe, quella di essersi adoperato con ogni sua possa per desolare quella patria ove fu indegnissimo di nascere, io vi scongiuro quanti siete qui a condurre oggi le cose in modo perchè anche codesto Trivulzio abbia a restar morto…. Non importa se sarà il crepacuore, o un colpo di spingarda, o una palla d'archibuso, basta che muoja, torno a dirvi; però ve lo raccomando quanto so e posso, che dopo canteremo insieme il più giocondoTe Deumche mai sia uscito da gola d'uomini. Che Gian Giacomo e questo Alessandro abbiano di grandi virtù militari e molto ingegno, io non sarò già quello che lo neghi, ma è ciò appunto per cui sento contro a costoro un'ira che mi divora, considerando quanto bene avrebber potuto fare al paese comune se non fossero stati così infami. Dunque, se l'uno è morto, costui lo segua di corto, e sia una mano milanese che faccia le vendette su questo Milanese indegnissimo, e dia una lezione memorabile ai traditori di tutti i paesi.

Il conte Galeazzo Mandello non aveva finito di pronunciare queste parole che alcuni Reggiani entrarono in folla nel palazzo del governatore, ad avvisare che alla porta a Modena una grossa mano di cavalieri e di fanti minacciava di voler entrare nella città. Il Palavicino corse ad ordinare i proprj soldati; quanti Milanesi orano in Reggio furon presto a cavallo; il Mandello si mise pedestre con taluni fanti, armato d'archibuso. Comandati dal Palavicino, presto comparvero alla porta della città, e di là usciti improvvisamente e con grand'impeto respinsero gli assedianti. Una sanguinosissima zuffa s'impegnò, che durò qualche ora. Alessandro Trivulzio combatteva anch'esso, e pareva che la più santa delle cause gli comunicasse il valore. Ma il Mandello, quando s'accorse di lui, mai non lo perdette di vista. Armatosi d'archibuso per poterlo cogliere anche da lontano, sempre gli aveva posto la mira, e finalmente una palla, squarciando l'aria, fischiò a compir la vendetta, e trapassato il petto del Trivulzio, lo rovesciò da cavallo. Il conte Galeazzo, soverchiando tutti i rumori, con una voce tonante fu udito da tutti allora a pronunciare le seguenti parole:—Questo colpo ti viene da un Milanese; va a raccontarlo a Gian Giacomo.—Colla morte di Alessandro Trivulzio cessò la zuffa, e i suoi più non fecero che darsi ad una rapida fuga.

I Milanesi condotti dal Palavicino e dal Mandello tornarono in città, e in quel giorno fu un insolito tripudio.

Saputa una tale insidia e un tal esito, il Guicciardini che ancora trovavasi con monsignore di Lescuns, e con belle e prudenti parole attendeva a declinare ogni sua pretesa, improvvisamente cangiò modi, e rinfacciando al Lescuns il vilissimo tradimento, lo investì con tal procella di parole, da sbaldanzirlo affatto e costringerlo a partirsi.

Scornato e vergognoso della rotta che i soldati del Trivulzio avevan patito, sgomentato del numero e del valore dei ribelli lombardi che trovavansi in Reggio, e maledicendo la propria fortuna la quale avealo messo al posto del Lautrec nel momento più pericoloso, si pose in quel dì stesso in viaggio per Milano.

Giunto a Piacenza, quando stava per mettersi co' suoi nelle barche onde passare il Po, due soldati colla buffa al viso che un momento prima erano balzati a terra, domandarono di lui. Un solo gli parlò senza scoprire la faccia.

—So la rotta che hai toccata, gli disse colui, so la morte del Trivulzio e la baldanza de' ribelli rifugiati a Reggio. Ma di costoro porto fede che, in poco di tempo, non rimarrà più nemmanco la pelle, e farò mettere a fuoco e fiamme la città che li ricetta; solo mi pesa ch'essa abbia così stretto circuito. Del resto tu hai fatto malissimo a tentar costoro senza apparato di sorta e senza aspettar me; te l'ho pur detto di non far nulla senza il voler mio, così ti giovi l'avviso.

—Ma perchè sei qui tu adesso?

—Perchè non devo essere altrove; prima di tornare in Lombardia ho a spacciarmi di tal faccenda che m'imbroglia la testa da anni, perciò son qui per andarmene più giù; e se mi vedi in tal arnese è indizio ch'io non voglio si sospetti da nessuno ch'io sia arrivato di Francia, capisci tu? nessuno…. e se costoro ti domandassero di me…. trova qualche storia da inventar loro, ma non nominarmi. È tal faccenda per cui mi vorrà, credo, poco tempo, se la fortuna e il diavolo mi aiuteranno. Va dunque, va a Milano ad aspettarmi.

Ciò dicendo senza più altro, salendo a cavallo mentre gli altri saltavano nelle barche, continuò il suo cammino.

Il lettore in costui ha già riconosciuto il Lautrec, ma prima di rifarci con lui, e di cercare per qual fine, venuto di Francia in tutta segretezza, ora attraversasse l'Italia incognito, bisogna che ci fermiamo in Reggio per qualche poco ancora.

La morte del Trivulzio e la partenza, per non dire la fuga, del Lescuns, quantunque non fossero fatti della più grave importanza, avevano di molto accresciuto il coraggio e le speranze di coloro che la Francia, e chi stava per Francia, chiamava ribelli. Si entrava già nel 1521 e il Morone riceveva da Roma un forte soccorso di danaro affine di giovare l'impresa, e con quello alcune lettere che lo assicuravano esser imminente l'ora che tra Leon X e Carlo V sarebbesi fatta la lega per cacciare i Francesi d'Italia. L'ambasciatore di Carlo, il quale trovavasi in Roma, assicurava intanto che il giovane duca Francesco Sforza, il quale nelle Fiandre s'era trovato coll'imperatore, da questo avea tenuto altri mezzi per accrescere il numero della gente con cui dovea tentarsi un primo colpo.

La sera che nella gran sala del palazzo del governatore, il Morone comunicò tali notizie alla numerosa folla dei Milanesi, i quali attentissimi lo stavano ascoltando, rivoltosi improvvisamente al Palavicino:

—Ora io penso, disse, che tu non debba aspettar altro, e tosto ti metta all'opera. Qui c'è qualche migliajo di soldati che dipendono da te. Francesco Sforza in Germania ha pure messo insieme della gente che bensì dipende da lui, ma alla quale per adesso non gli è concesso di comandare in persona. Io vi esorto dunque, quanti siete qui, a metter fuori il vostro parere sulla questione ch'io propongo, ed è questa: Se al Palavicino convenga recarsi in Germania, accostarsi a Francesco, farsi capo della sua gente, con quella calar giù di queto per impadronirsi di quella città del ducato di Milano che più dell'altre porga qualche facilità di riuscita; o piuttosto uscire adesso di Reggio colle forze che abbiamo e coll'altre che sì potranno in breve mettere insieme, e intanto che monsignore di Lescuns non è preparato, assalirlo. Comincierò dunque dal metter fuori il mio parere, ed è che il Palavicino s'attenga al primo partito. Dite ora voi, messer Francesco, s'esso vi paja il migliore.

—In Germania necessariamente vi debbon essere maggiori forze e meno ostacoli, rispose il Guicciardini; d'altra parte, per quella via, le prime mosse non potrebbero essere esplorate. Qui invece le notizie precederebbero l'azione. Non ci può dunque esser dubbio.

—La sentenza del nostro governatore, soggiunse allora il Morone, potrebbe bastare senza più altro. Pure se v'è taluno qui che abbia altro pensiero, si faccia sentire.

A queste parole successe nell'adunanza un lungo silenzio e nessuno si alzò per parlare.

—Un tal silenzio mi avvisa che voi tutti portate un'opinione medesima intorno al punto da cui il Palavicino ha da partire. Il disegno è dunque fatto, non ci resta a far altro che colorirlo. Ma anche qui ci potrebb'essere disparità di pareri, ed è necessario sentir tutti perchè il consiglio migliore sarà seguito. Parla dunque tu pel primo in proposito, marchese Palavicino, che n'hai il diritto.

Dopo lunga pausa, durante la quale tutti gli sguardi erano rivolti in lui:

—Se il punto di partenza è la Germania, disse Manfredo, la prima cosa a cui si devo pensare è la via per cui di là si ha a calare in Italia. Queste, per non parlare delle altre che essendo frequentate non sono favorevoli al nostro segreto, possono esser due, o pel Tirolo o per la Svizzera; ma ciò dipende troppo dalle momentanee circostanze perchè si abbia a stabilire adesso quali delle due esser debba. Bensì si può stabilire il cammino da farsi, varcate che sian l'Alpi, e la città lombarda, su cui, venendo da quella parte, si possono fare i primi tentativi, e qui mi pare tutto si disponga da sè. Sia che si venga dalla Svizzera o dal Tirolo, sarebbe dunque mio pensiero prendere pel Lago di Como e volgere le nostre mire a questa città. Ho detto.

—E benissimo avete detto, prese allora la parola un mercante lombardo, ma non so se sappiate quanto sia arduo il varco delle Alpi tanto a chi viene dalla Svizzera come dal Tirolo, e che in questi luoghi se non sì trovano ostacoli d'uomini, si trova quello della natura selvaggia e deserta. Tuttavia state di buon animo che più d'una volta ho fatte queste vie, e se mai non ho cavato grand'utile da que' disastrosi viaggi, credo d'averlo a cavare adesso, e sia lodato Iddio.

—Quand'è così tu sarai compagno a Manfredo, gli disse il Morone. Intanto se v'è qui chi abbia qualche buon pensiero lo invito a metterlo fuori.

—L'altro mio pensiero è questo, riprese allora la parola il Palavicino. Siccome io debbo recarmi solo per adesso in Tirolo e tutti gli uomini d'armi che ho messi insieme in Rimini ho a lasciarli qui, così penserei d'affidare costoro al conte Mandello, il quale, come gliene verrà avviso, dovrà (non faccio che metter fuori un pensiero) recarsi a chiudersi con essi nel castello di Marsiglio Figino, il quale so che sta con noi di buonissima voglia. La posizione del castello, non essendo lontano all'Adda e fuori d'occhio affatto, non può esser migliore. Chiuso in esso con questa brava gente che tengo al soldo, e che molto bene è addestrata, tu devi aspettar ch'io dalla Svizzera o dal Tirolo mi sia già messo sul lago… Allora esci dal castello, rimonti l'Adda, e su su pel ramo di Lecco vieni alla mia volta; qui ci congiungiamo. Il resto non v'è chi nol veda.

A tutti parve bellissima questa pensata di Manfredo, che sentì scoppiare gli applausi da tutte le parti della sala.

—Dunque, continuava Manfredo, io mi porrò tosto in viaggio e domani senza perder tempo tornerò per poco a Rimini a prender commiato dalla duchessa, alla quale io e quanti siam qui dobbiamo avere assai gratitudine, giacchè, per aiutare la nostra impresa, ne ha dato facoltà di giovarci delle sue ricchezze.

Il Morone si oppose a quest'andata di Manfredo, e trovando del resto assai ragionevole che alla duchessa Elena fosse dato avviso del viaggio di lui in Germania, consigliò fosse per questo spedito a Rimini il Corvino o talun altro. Ma il Palavicino stette ostinato nella volontà sua e si mise a cavallo il dì dopo.

Precediamolo a Rimini, dove un grave avvenimento sta preparandosi.

Era il 30 gennaio del 1521; alla porta del palazzo della signoria di Rimini la guardia della mezzanotte subentrava a fare il suo quarto; nell'interno era quel movimento che prepara la quiete. Soldati che, con lanterne, andavano a visitare alcuni posti; servi che con lumi accesi, si vedevano gironzare come per dar sesto all'ultime faccende. Di minuto in minuto il silenzio cresceva sempre più, fino al punto in cui s'udì distintamente il suono di una voce, la quale parea recitasse preghiere o piuttosto declamasse qualcosa.

Un'ala del palazzo appariva ancora illuminata, e stando nel cortile si potevano vedere alcune figure dipingersi come ombre sulle vetriere. La duchessa stava colà in mezzo alle sue donne, ed era da molte ore ch'ella passava d'occupazione in occupazione senza mai potersi riposare in alcuna, finchè si fece leggere ad alta voce da un giovane paggio alcuni squarci dell'Ariosto, il suo autore prediletto.

Dopo la partenza del Palavicino aveva cominciato a protrarre le veglie sino ad ora tardissima. Aveva sgomento delle tenebre, della solitudine, sentiva bisogno di qualche cosa che la difendesse da' suoi pensieri. Dal giorno in cui sperò di trovare la felicità, l'aveva invece perduta per sempre. Dopo che fu la moglie del marchese Palavicino, tutte le ore della sua vita furono una successione di dubbi, di ansie, di sospetti, e ciò che più forse le rodeva l'esistenza, di un amore senza limiti che quei dubbi e quei sospetti facevano sempre più ardente. Il modo onde s'era comportato Manfredo in Roma poche ore dopo le nozze le avevano infatti posta nell'animo una spina che non doveva sradicarsi che colla vita. In qual maniera spiegare quell'improvviso e furibondo dispetto di Manfredo, e poi quel suo pianto dirottissimo, disperato?! La soluzione di questo viluppo era quanto da undici mesi la tormentava, e per cui tante volte Manfredo era stato tormentato; pure prima di partirsi da Roma le venne all'orecchio qualche voce che di certo l'avrebbe condotta a scoprir tutto se la scaltrezza del Morone non le avesse rotto il filo delle congetture. Prima di questa partenza, l'attenzione di quella città fu rivolta ad un faceto dialogo ch'ebbero a far tra loro le statue di Pasquino e Marforio, dialogo che avea dato origine ad un numero infinito di comenti. I nomi del Palavicino, della signora di Rimini e della signora di Perugia vi erano intrecciati in un modo singolare, tanto singolare, che ne dovette arrossire la Ginevra quando gliene fu detto qualcosa, e fare impallidire la duchessa Elena allorchè gli giunse la notizia.

Questa parlando col Morone di Manfredo e dei sospetti ch'ella aveva di costui, gli mise innanzi un tal dialogo, dicendogli ne facesse la spiegazione; ma il Morone seppe così ben fare e così ben dire, che la vedova del Baglione uscì affatto dalla mente della duchessa Elena, alla quale rimase intera la sua curiosità tormentosa. Venuta poi a Rimini, e Manfredo comportandosi in modo da tranquillarla affatto sul proprio conto, mille volte avealo stretto con domande insistenti perchè confessasse il segreto, promettendo ch'ella sarebbesi dimenticata di tutto, quand'anche fosse per farle la più orribile manifestazione. Ma il Palavicino fu sempre fermo, e per nessuna promessa non volle mai confessare ciò ch'era veramente, nè metter mai fuori il nome della Ginevra Bentivoglio. Questa ostinazione però, facendo credere che il segreto fosse ben grave, tanto più cresceva il tormento della curiosità. Spesse volte avvenne in quell'anno che Manfredo stesse sopra di sè impensierito, e allora era una cosa strana a vedersi la duchessa, se mai più dell'usato fosse lieta, tosto si rannuvolasse al rannuvolarsi di Manfredo, il quale mentre più volte aveva provato una viva compassione ed anche una gratitudine sincera conoscendo d'essere tanto amato da questa donna che pure era il delirio di molti, mai non aveva potuto dimenticar la Ginevra, pensando alla quale non sapeva vincersi così, che il suo tetro umore non fosse manifesto.

Nella mente un po' superstiziosa della signora erasi messa la credenza che l'antica sua colpa dovesse espiarsi per queste pene assidue, e dal giorno in cui pensò tal cosa, i rimorsi tornarono ad assediarla, e strane ubbie l'infestavano al punto, che quasi la solitudine e le tenebre la spaventavano.

Però, come ad affrettare il tempo dell'espiazione, con grandi beneficenze, che a ciò la portava la sua naturale tendenza, cercava nell'amore e nella benedizione de' poveri cittadini e dei tanti infelici che l'assediavano continuamente, un sollievo ai propri affanni. E al Palavicino concesse quante ricchezze ella poteva avere a disposizione, quando sentì dover servire per sanare la più profonda piaga che i Francesi, colla lunga dimora, avevano aperto in seno all'Italia. Ed ella era tanto più degna di stima in quanto che, tormentandosi al pensiero che pei soccorsi medesimi ch'essa gli dava, il Palavicino si affrettasse sempre più incontro all'estremo pericolo, dovendo esporsi per la patria e per tutti; pure non disse mai parole atte a sconfortarlo un momento, e fu solo quando Manfredo mostrò l'avviso ricevuto di recarsi a Reggio colla gente da lui messa insieme, ch'ella non potè vincersi affatto, e il pianto tradì ogni suo pensiero. Dal giorno che si trovò ancor sola, sentì pesare sopra di sè tutti i mali della vita. Con tanta apparenza di prosperità, non sapeva in qual modo dare un sollievo all'anima affaticata; protraeva perciò le veglie sino alla più alta notte, cercava nella musica, nel canto, nella poesia, in cui tanto valeva, qualche gran difficoltà da vincere per dimenticare tutto il resto. Di giorno davasi anche ai più violenti esercizi di corpo, e in mezzo a' distinti della città, il popolo la vedeva per molte ore precorrere a cavallo la spiaggia del mare, darsi talora a così rapida e furiosa corsa da far credere cercasse espressamente i pericoli. Dicevasi tra il popolo che da queste strane occupazioni, ridottasi nelle sue stanze, e nella cappella di palazzo, passava poi a cose al tutto opposte, e come forse non aveva mai fatto, infervorava nella meditazione e nelle preghiere e negli atti religiosi da far sospettare stesse facendo la penitenza di qualche gran peccato. E allora di bocca in bocca tornava a passare il racconto della vecchia storia di lei; ma la maldicenza quando stava per prorompere era costretta a tacere innanzi ai tanti benefizi della duchessa, e allorchè, dalle corse affannate, ella tornava in città, e a cavallo l'attraversava, tutto il popolo erale intorno ad attestare con battimani e con evviva l'amore e la gratitudine che sentiva per lei.

Questo da qualche tempo era il tenore di vita della signora di Rimini.

Nella notte a cui siamo, ella, dopo esser passata d'occupazione in occupazione, prestava dunque attenzione alla lettura che un paggio le faceva dei migliori squarci dell'Ariosto. Si giunse al canto ventesimoterzo, alla pazzia di Orlando, a que' versi:

All'ultimo l'istoria si ridusse Che'l pastor fe' portar la gemma innante Ch'alla sua dipartenza per mercede Del buon albergo Angelica gli diede. ……………………… Questa conclusïon fu la secure Che il capo a Orlando gli levò dal collo. ……………………… ……………………… Non suppliron le lagrime al dolore, Finir che a mezzo era il dolore appena, ……………………… ……………………… Il quarto dì da gran furor commosso E maglie e piastre si stracciò di dosso. ……………………… ……………………… E cominciò la gran follía, sì orrenda Che de la più non sarà mai ch'intenda. ……………………… ……………………… E in tanta rabbia, in tanto furor venne Che rimase offuscato in ogni senso….

La duchessa si alzò, accennò al paggio di sospendere la lettura, e, pallida, si concentrò in sè medesima. La figura del Lautrec, per l'effetto di que' versi essendole comparsa innanzi come se fosse la vera, fu la causa di quel turbamento. Dileguatosi però, e pensando che non vi poteva essere più pericolo, e che Lautrec era in Francia, si ricompose e tornò a sedersi fra le donne. Era impossibile che di quel terribil uomo ella potesse dimenticarsi affatto, od ogni minimo accidente che per associazione le richiamasse qualche fatto antico, bastava a sconvolgerle tutta la massa del sangue. Eravi poi una creatura che sempre, a dispetto de' suoi terrori, le richiamava il Lautrec; una creatura per cui provava un effetto particolarissimo: il fanciullo Armando, la cui immagine infantile ella avea fatto ritrarre da uno scolaro di Raffaello, e che ogni tanto contemplava con una passione ineffabile, la quale tanto più facevasi forte, quanto più doveva star nascosta, che sarebbe caduta morta di vergogna, se al Palavicino fosse trapelato mai nulla di quanto era accaduto. Ma passiamo a ciò che più importa.

Avvicinavasi l'ora in cui di solito soleva licenziar le donne e recarsi nella camera da letto. Quando infatti non trovò più con che protrarre la veglia.

—L'ora è ben tarda, disse, e se tutto riposa adesso, bisogna bene che tronchiamo la veglia noi pure. Così dunque vi auguro la buona notte.

Ciò detto, si recò nella sua camera seguita da una fante. Tutto era tranquillo oramai, nè alla signora altro rimaneva che di farsi svestire dall'ancella…. Quando un furioso scampanare a martello, rimbombando nel silenzio della notte, venne improvvisamente a colpirla. Atterrita esce allora dalla camera, e con lei l'ancella. Chiamano le altre donne che, spaventate, per diverse parti ritornavano. A quel martellamento intanto che parea venire da una estrema parte della città, rispondono tutte le campane delle chiese. A questi suoni si mescono le voci stridenti delle sentinelle che gridano all'armi:—Chi è?—che fu?

La duchessa dagli appartamenti, entrando sugli atrj è colpita da un'insolita luce rossa infuocata, riflessa nelle vetriere dei fìnestroni del piano superiore. Era l'effetto medesimo che produce la faccia del sole quando dall'occidente manda fiumi di luce sui fastigi degli edifìzi, in cui pel giuoco de' vetri, sembra vada infuriando un vasto incendio.

E l'idea di un incendio colpì appunto la duchessa che, per accertarsi salì su di un ballatoio posto nella parte più alta del palazzo, e di là volgendo lo sguardo donde veniva lo spaventoso splendore, vide infatti dalla parte spettante al mare come un capellizio di fiamme e colonne di torbido e nero fumo, che s'innalzavano al cielo nubiloso. Da quasi tutto l'inverno imperversava un furioso vento di ponente, per cui anche l'Adriatico era sempre stato in una continua procella. La duchessa sospettò che il vento appunto portando faville ed incendiando qualche covone di paglia sparso alla campagna (chè le fiamme apparivano fuori della città), avesse dato fuoco alla gran selva d'abeti che da quella parte univa i villaggi a Rimini. Ma stando cogli occhi fissi al terribile spettacolo, e facendo tacer quanti le stavano intorno, si mise in ascolto. Da quella parte le veniva all'orecchio il cupo e vasto fragore del vento che alimentava ed era alimentato dalle fiamme. Dalle contrade della città un momento prima tranquille e deserte, salivano fino a lei le mille voci dei cittadini che, atterriti, avean lasciati i letti al suono della campana a martello per accorrere a dar soccorso. Stando a quell'altezza, alla gran luce dell'incendio che, quasi fiume di fuoco straripato, si avanzava con tremendo impeto verso la città, vedeva sulle piazze i densi gruppi delle persone affrettarsi tutti ad una meta, e sui tetti le facce di coloro che oziosi stavano osservando. Allora ella discese rapida; tutti i camerieri, i servi, i famigli erano in movimento di su, di giù per gli atri, pei corridoi, per le scale. La duchessa li fa chiamar tutti.

—Perchè siete ancor qui? loro dice, il comune pericolo vi chiama; l'incendio si avanza verso la città. Andate, e avrete da me tale compenso, che assai vi loderete di aver prestato soccorso altrui. Sopratutto fate in modo ch'io sappia uno per uno il nome di coloro che più degli altri fossero per rimanere danneggiati dalla gran disgrazia. Andate.

E finito di far questa esortazione ai servi, si recò tosto al verone che rispondeva sulla pubblica via per incuorare dalla voce la moltitudine che tuttavia continuava a passare.

Un'ora prima che la campana a martello svegliasse tutto il popolo di Rimini; fuori della città, in riva al mare, passeggiava affrettatamente un soldato. Tirando il vento di ponente, la notte, era delle più tempestose, quantunque non cadesse pioggia. La luna a quando a quando, sotto strisce biancastre, mostrandosi tra i neri nuvoloni, rivelava lo spettacolo del mare, d'una tinta affatto nera, chiazzata qui e qua, e alla cresta delle onde segnatamente di bianca spuma. Al fragore del vento che sommoveva le onde, rispondeva il vasto fremito della selva d'abeti, situata a molta distanza. La grande corporatura del soldato proiettavasi gigante sulla ghiaia del lido, se mai per qualche istante la luna uscisse abbastanza dalle nubi da gettare qualche raggio sulla terra; di tanto in tanto colui soffermavasi, e pareva che frammezzo al fragore del vento e del mare aspettasse di udire qualch'altro suono. Tosto però tornava a passeggiare percorrendo la ghiaja, talvolta calava giù giù fin quasi a toccar co' piedi l'ultimo lembo dell'onda, che alzandosi quasi muro e ripiegandosi poscia in sè stessa, si rovesciava a bolzonargli le gambe con suo pericolo.

Stava esso appunto così, colle braccia intrecciate al petto, guatando quell'immenso e torbido spettacolo, scongiurando quasi fosse il demonio della procella, e mare e venti; quando d'improvviso una larga e lunga striscia di luce vivissima comparendo in seno alle acque sommosse, lo fe' balzar tosto dal basso al sommo della spiaggia. Qui si fermò guardando alla parte opposta al mare, e apparendogli un gran fuoco, battè palma a palma, e pronunciò parole che furono portate dal vento. Allora tornò di nuovo a percorrere la spiaggia, finchè il suono di molti passi d'uomini lo fecero fermare. Si volse; quelli gli si raccolsero intorno dicendo in francese ciò che noi mettiam qui in italiano:

—Tutto secondo i vostri ordini, eccellenza, e secondo i vostri desideri. La selva arida, il vento a tempo, non un tizzo gettato in fallo.

—Se il ponente segue a soffiar con quest'impeto, il fuoco della selva s'appiccherà alle mura in meno d'un'ora.

—E il popolo s'è già desto, eccellenza, e quasi tutti sono usciti dalla città.

—E fra poco sarà deserta.

Dopo un lungo silenzio:

—Ora potete andare, disse colui al quale eran volte le parole di tutti, procedete tosto per di qui, e crolli anche il cielo stanotte, viaggiate di continuo senza mai fare un passo indietro per qualunque cosa aveste ad udire, e domani all'alba siate a Forlì. Andate.

Quelli senza far motto nè aggiunger parola, tosto si staccarono dal loro signore, e a gran passi lungo la riva si allontanarono da lui, finchè questi li perdette di vista e rimase solo.

Che costui fosse il Lautrec è inutile dirlo; rimase dunque solo, e ancora diedesi a passeggiare la spiaggia il più frettolosamente che mai, guardando come si venisse distendendo l'incendio. Un orrendo contrasto gli accrebbe quello scompiglio che da tanto tempo gli si era messo nell'animo. Un anno prima, quando a Milano gli giunse la notizia che la duchessa Elena avea sposato il marchese Palavicino, dopo un accesso di furore che quasi fu per divenirgli funesto, aveva risoluto di non lasciar correre tempo in mezzo, recarsi a Rimini e disperatamente vendicarsi. Ma volle il caso che il re gli desse tali incarichi da non lasciargli tempo di provvedere alle cose proprie, e lo chiamasse poi in Francia con gran sollecitudine, per cui dovette protrarre ad altro tempo quanto aveva in animo di fare, e così per molti mesi se ne rimase in Francia. Ma più tempo trascorreva, più la passione si condensava nell'anima di lui, così che quando gli fu concesso di ritornare in Italia, non ebbe altro pensiero che quello di correre alla vendetta.

Attraversare l'Italia senza che nessuno avesse sentore del suo arrivo, raccogliere di fretta quelle notizie che gli fossero per giovare, di volo correre a Rimini, e, attraversando ogni ostacolo, cercare della duchessa e del Palavicino per far scontar loro in un punto tutte quelle angoscie onde a lui erano stati cagione, ecco qual fu il suo primo divisamento; se non che il difficile stava appunto nel vincere quegli ostacoli che, sebbene fosse travolto dalla passione, vedeva pure essere fortissimi. Però gli venne in mente che un gran disastro pubblico, mettendo tutti nello scompiglio, a lui avrebbe dato facoltà di cogliere all'impensata, e soli forse, tanto la duchessa che Manfredo. Allora non vedendo la possibilità che questo potesse nascere da sè, pensò di suscitarlo egli stesso, e un incendio gli parve l'occasione più opportuna per ottenere il proprio fine. Da uomini fidati poteva farlo appiccare quando e come gli fosse piaciuto, e in quella parte della città di Rimini che gli convenisse meglio.

Fatto dunque un tal disegno, l'impazienza di vederlo effettuato, lo sollecitò nel viaggio. Seco aveva condotto dodici uomini con promessa di larghissimo compenso. Messili al fatto del proprio intento, a mezzo cammino, per non destar sospetti, erasi diviso da loro, e li aveva spediti innanzi per la via di Ferrara, dando loro la posta al piccol luogo di Cervia presso Forlì, dov'egli sarebbe arrivato dopo, prendendo per la strada del Modenese, e dove sarebbesi concertato il rimanente da farsi.

Dopo molti giorni di viaggio era in fatti giunto a Cervia, e qui trovò gli uomini che lo aspettavano. Colà saputo che il marchese Palavicino erasi recato a Reggio, da principio ciò gli parve un contrattempo, e fu quasi per aspettare ch'egli tornasse. Ma dopo fece altri pensieri, e si dispose a mandar tosto ad effetto il suo atroce disegno. Conoscendo benissimo la città di Rimini e i suoi dintorni per avervi dimorato tanto tempo, senza bisogno di far nessuna visita ai luoghi, ebbe subito stabilito il modo. Suo intento era, come si disse di produrre un immenso scompiglio in tutto il popolo, costringerlo ad uscire della città se voleva attenuare il disastro, e per tal via, mentre la città rimaneva deserta, o quasi, le soldatesche occupate altrove, e, se dava la sorte, anche il palazzo della signoria abbandonato dalle guardie, entrare in quello. Per questo stimò bene di appiccare l'incendio alla parte della città che fosse la più lontana dal palazzo, perchè nel mentre fosse abbandonato dalle guardie intente a portar soccorso altrove, non fosse poi abbandonato da chi egli aveva interesse di trovare. Pieno di questo pensiero e della smania di vederlo compiuto, aspettò la notte in cui il vento imperversasse più del solito e communicasse così impeto maggiore all'incendio. Tutto adunque gli era andato a seconda del desiderio. Udiva dal posto ove stava il furioso crepitar delle fiamme, sapeva che quasi tutto il popolo era uscito di Rimini, e che a lui non rimaneva perciò che di entrare in quella città di cui sapeva ogni angolo, e col favore delle tenebre, della solitudine e del generale disordine, senza ostacolo, mettere il piede nel palazzo della duchessa.

Ma quante volte fu per prender la via della città, altrettante retrocesse e si fermò perplesso:

—A che vado a far colà? diceva tra sè, per qual fine io la cerco colei?

Quando seppe le nozze di Elena con Manfredo, esso non aveva veduto che sangue allora, e nel sangue solamente aveva cercato di confortare i propri dolori; nè altro pensiero gli era venuto in mente fuori di questo, che fu il primo, e continuò ad esser l'unico per assai tempo. Da che dunque gli derivava adesso tanta perplessità? Da ciò solo che dall'odio medesimo ond'era divorato per colei, e lo sospingeva a cercarla per distruggerla, era risorto l'amore, prepotente amore che, confuso coll'odio stesso, talvolta lo soverchiava; però nel punto medesimo in cui quanto si chiama sete di sangue trucemente lo esaltava, il brivido che si metteva nelle sue ossa al pensiero che dopo tanti anni avrebbe riveduta la madre del suo Armando, era segno indubitato che l'amore gli comunicava l'irresistibile bisogno di trovarsi con lei, ma un bisogno nel cui soddisfacimento era pure riposto un supremo gaudio. Chi sapesse farsi idea dell'esistenza contemporanea di questi due affetti, potrebbe valutare appieno la condizione tormentosa in cui versava il Lautrec in quella notte, in quell'ora, la più procellosa di tutte le trascorse.

Ma l'immagine del Palavicino e tutte le ricordanze che si affollavano intorno all'abborrito Milanese lo determinarono finalmente, e percorrendo una via fuor di mano che metteva in Rimini, vi entrò una mezz'ora dopo. A gran furia avea fatto la strada, e tra per questa rapida corsa e per la passione che assiduamente lo batteva, si sentì come spossato. Giunto sulla gran piazza e incertissimo ancora di quel che dovesse fare, si appoggiò per poco a quel piedistallo di marmo su cui è fama che Cesare parlasse alle sue legioni prima di passare il Rubicone. La piazza era silenziosa, e soltanto portato dal vento, vi giungeva il frastuono delle mille voci del popolo uscito ad arrestar l'incendio. Quando in mezzo alla generale quiete sentì la voce di due cittadini che parlavano:

—La selva è in cenere oramai, ma tanto abbiam fatto, che le fiamme non hanno ancora investite le mura. Or vado a vedere se la povera mia madre s'è rimessa dallo spavento, e torno subito all'opera.

—Vado io pure a dire alla donna mia, che il pericolo è quasi cessato.

—E a ringraziar Dio d'aver mandato a vuoto l'atroce attentato di chi voleva arsa questa bella città.

—Che dici tu? se fu la furia, del vento che portò fiamme tra i rami degli abeti,

—Tu non sai nulla. V'è chi ha veduto uomini armati a mettere fuoco agli alberi.

—È ciò possibile?

—È vero….

E con queste parole dileguarono le voci e i due che parlavano, e il Lautrec si alzò considerando che se più tardava, poteva forse venir gente e affollarsi il palazzo di cittadini e d'uomini d'armi, ed impedire a chicchessia d'accostarsi alla duchessa.

Si alzò dunque, e difilato si affrettò al palazzo. Giuntovi presso, rallentò il passo e si pose in ascolto per sentire se ne uscisse qualche rumore; ma alla quiete che vi dominava, pareva fosse disabitato.

—Che colei se ne fosse mai uscita? disse tra se sconcertato da un tal dubbio.

Allora corse alla gran porta…. Le imposte erano spalancate…. Egli mise il piede nel cortile. Il piano superiore dell'ala destra era illuminato ma non ne usciva alcun suono; però quando si fermò gli venne udito un mormorare monotono che veniva da un luogo a terreno. Si studiò di poter comprendere cosa fosse, e allora conoscendo parte a parte tutti i luoghi di palazzo capì che quel rumore veniva dalla cappella dove tutte le mattine solevasi celebrare la messa per la signora e la sua famiglia. Avvicinatosi all'ingresso della cappella e messovi l'orecchio, sentì più voci di donne che recitavano delle preghiere, poi udì nettamente la voce di una sola, a cui l'altre rispondevano. Non era la voce della duchessa. Fu in dubbio di entrare, vedere e interrogare, ma temette d'avere a metter fra quelle donne troppo spavento, e pensò ad altro. Si allontanò di là, e recatosi alla parte opposta del palazzo dov'era il gran vestibolo che introduceva allo scalone, e là messosi di nuovo in ascolto prima di entrare gli parve d'udire il suono di due voci che venissero dall'alto dell'edificio. Rattenne il respiro per udir meglio. Fra quel silenzio, al quale di tanto in tanto s'interpolava il mormorio che veniva dalla cappella e il suono del popolo scemato dalla distanza, conobbe una delle due voci. Quel terribile uomo, che non sarebbesi scosso per nessuna cosa del mondo, all'udire quella voce, quella voce fatale, quasi fu per smarrire ogni spirito e cadere. Era la duchessa che dall'alto del palazzo, dove sul ballatoio stava osservando cosa avvenisse dell'incendio, dava alcuni ordini ad una donna, la quale, rispostole, si ritraeva. Di fatto il Lautrec non udì altro. Allora credette fosse venuto il momento d'entrare, ma quando fu per spalancare l'imposta che chiudeva il vestibolo, udì scender qualcheduno per la scala appunto; ond'egli ritrattosi, vide uscirne una donna la quale, attraversato il cortile, si recò nella cappella. Misurando il tempo, congetturò dover essere la donna che un momento prima aveva parlato colla duchessa; pensò dunque esser probabile che in quel punto ella si trovasse sola. Entrò nel vestibolo, salì la scala… fu tosto al piano superiore. Di qui per un'altra scala, e finalmente per una a chiocciola fu sul ballatoio. Vi corse con un'ansietà e insieme con un'agitazione che gli faceva vacillare i ginocchi; vi gettò uno sguardo… non v'era più nessuno.

—Dove può ella essere andata? disse tra sè; ma era pure la sua voce quella che ho udito… ma era qui dov'ella si trovava momenti fa!

E si pose ancora in ascolto… il solito silenzio gli rispondeva.

—Che fosse mai discesa a' suoi appartamenti? pensò poi.

Pensato questo, ridiscese tosto. Ripercorse gli atrj del primo piano, fu all'uscio che metteva agli appartamenti della duchessa; vi entrò subitamente, ma rallentando il passo e procurando di non far rumore col piede ferrato. Passò per più stanze; eran tutte vuote, ma v'era quel disordine nelle suppellettili che è indizio dell'abituale movimento di molte persone. Quando fu nella gran sala, che si chiamava la sala de' musaici, e pareva piuttosto un piccol tempio che altro, si fermò; udì nella prossima un suono di passi affrettati, e quel fruscio particolare che da una veste serica sbattuta. Il sangue gli corse alle tempia, si precipitò in quella camera; in un lampo fu dappresso ad Elena. Al rumore della porta che si spalancava, alla vista dell'uomo d'armi che moveva alla sua volta, la signora si fermò guardandolo attonita e in aspettazione di qualche gran cosa…. poi a un tratto proruppe in un grido…. Ella avevalo riconosciuto anche di sotto alla buffa. Il Lautrec corse all'uscio e lo chiuse a chiavistello, e senza dir mai parola si pose in ascolto…. gli parve d'udir qualche rumore…. Allora liberò ancora il chiavistello dell'uscio, e continuando sempre a tacere, uscì della camera.

La duchessa, cui lo spavento ognora crescente aveva soffocato il secondo grido, non seppe cosa pensare, e seguendolo coll'occhio non si mosse dal suo posto. Udì i passi ferrati del Lautrec che si allontanavano di sala in sala, poi lo strepito di una porta che si chiudeva, e quell'aspro cigolìo che fa la chiave quando gira nel chiavistello, poi lo stesso di un'altra porta, e della terza e della quarta, e i passi del Lautrec che ritornava…. Allora accortasi di quel che era, e cessata l'inerzia della prima attonitaggine, si mosse per uscire; ma fino a sei tutte si chiusero le porte a quel modo, e il Lautrec rientrò dov'ella era.

—Sei stanze mi serrai dietro a chiavistello, furono le prime parole del Lautrec, e questa non mette capo a nessun luogo; siam dunque soli, soli, affatto soli!

Pronunciando queste parole con quella sua voce nasale e tremenda, guardò fisso la duchessa pei fori della buffa che non alzò. Con tutti i modi avrebbe voluto atterrirla, fuorchè collo spettacolo della sua laida bruttezza. Questa doveva a lei rimaner coperta in perpetuo.

—Soli! macchinalmente ancora ripetè… ma in quel punto, facendo un passo verso Elena e prendendole un braccio… la vide lenta lenta piegar il collo e le ginocchia, e diventar bianca come se tutto il sangue le fosse uscito dalle vene. Certo sarebbe caduta come piombo sul pavimento, se non fosse rimasta così sospesa e sostenuta dalla mano ferrata di lui che l'aveva presa pel braccio. Egli subito si tacque, e continuò a sostenerla guardandola con un'attenzione particolare. Passò qualche minuto senza che d'un punto si cambiasse la posizione d'ambedue… ma i ginocchi di lei si ripiegavano sempre più, finchè con quelli venne a poco a poco toccando il suolo. Anche al Lautrec pareva che le forze si fossero scemate, e non bastando a sorreggerla la lasciò toccar terra, senza però lasciarla cadere. Colla testa cascante da un lato, colle braccia pendenti e la fronte pallida pallida, ma bellissima tuttavia di una bellezza senza pari, non dava Elena nessun segno di vita.

La dritta mano ancora avvolta intorno al sinistro braccio di lei, il capo basso, gli occhi fissi nello spettacolo di una vita che pareva dissolversi, il Lautrec non si moveva, non alitava. Pareva una statua di ferro inchinata sur una di marmo…. Se non che improvvisamente, dopo un profondo sospiro che rivelava un angore straziante, dai larghi fori della buffa del Lautrec, caddero grosse goccie di pianto sulla bianca fronte della signora.

Per quell'apparenza di gracilità subita dalle fattezze d'Elena a cagione del deliquio, erasi accresciuta la somiglianza ch'ell'aveva col fanciullo Armando, le di cui linee erano le medesime di lei, e soltanto ne differiva per l'esilità e la pallidezza, e accresciuta al punto che agli occhi del Lautrec l'un volto si confondeva coll'altro. Il fanciullo, nell'anno che stette in Francia, forse pel clima influentissimo sulle debili complessioni, avea perduto sempre più della salute, ed era stato, ed era tuttavia cagione di forti apprensioni al padre, che interrogava medici e si struggeva di dolore, e malediva la sorte che minacciava colpirlo nell'unico oggetto della sua affezione. Ora il volto d'Elena gli richiamava queste idee, e mentre da ciò stesso gli era accresciuta la pietà pel suo figlio, questa era di tal natura, che bisognava pure in qualche parte si stendesse anche sulla madre sciagurata di lui. Temeva l'immatura fine d'Armando, di cui a quando a quando sentiva un vago e angoscioso presentimento; però, mentre era venuto in cerca della madre per consumare su lei una vendetta covata da tanti anni, un orrore insolito lo prese, un superstizioso timore che spegnendo la vita di lei, venisse contemporaneamente a spegnersi anche quella del fanciullo; credeva che un'aura medesima animasse l'esistenza di quelle due creature tanto simili l'una all'altra, e che per conseguenza un soffio solo dovesse riuscire funesto ad ambedue. Ma pensando com'era stato tradito e offeso da quella che ora gli pendeva dal braccio, si tormentava fossegli venuto in quel punto un tal timore, e con una vicenda rapidissima passava così da un estremo all'altro della passione inestimabile che lo divorava.

Pianse finch'ella rimase più presso allo stato di morte che di vita, ma, cosa stranissima a dirsi, quando Elena diede segno di riaversi, parve gli s'inaridisse improvvisamente la fonte delle lagrime, e vergognandosi potesse ella mai accorgersi della condizione dell'animo suo, la mise a giacere, ed aspettando ricuperasse gli spiriti, si staccò da lei.

Taceva ancora tutto d'intorno, e il Lautrec colle braccia intrecciate al petto se ne stava immobile in mezzo alla stanza, le spalle rivolte alla duchessa, quando un secondo suo grido, ma assai più debole del primo, l'avvisò ch'era tornata in vita, e si volse.

La signora, quando si fu desta, alzossi, e movendo in giro lo sguardo, e vedendo il Lautrec immobile, si ritrasse nella camera vicina, ch'era quella da letto, per tentare di chiudervisi in fretta; ma il Lautrec, voltosi a quel movimento, la seguì, e fu davvero il peggio per la sciagurata Elena. Dalla parete in faccia all'alcova del letto pendeva il ritratto del Palavicino, fattogli a Roma da Giulio Romano. Gli occhi del Lautrec corsero a quell'immagine, e fu un funesto accidente che, inariditagli ogni pietà, non gli lasciò che furore nel sangue.

La sciagurata Elena se n'accorse, e vedendo che il Lautrec di colpo s'era fermato innanzi a quel ritratto:

—Ahi, disse con voce tremante e con un accento particolarissimo, io sono perduta! E si mise le mani alle tempia, indizio di gran disperazione.

—Sì, perduta, irremissibilmente perduta! rispose volgendosi il Lautrec alle parole di lei. E per qual altro fine credevate voi che io fossi venuto a far qui, e abbia fatto appiccar fuoco alla città, e gettato lo spavento in sì gran numero di uomini? Per uccidervi; pensate poi se in faccia a questo (e additava il ritratto), io possa mai desistere da tal proposito; preparatevi dunque a morire.

La duchessa, che stava per interrompere il Lautrec, si fermò a quest'ultima parola…. e se ne stette così immobile tendendo lo sguardo senza fissarlo in nessun luogo, e premendo con tremito convulso le mani intrecciate sul petto.

Il Lautrec la prese la seconda volta pel braccio.

Talora l'eccesso dello spavento in animo naturalmente altero genera il coraggio; però al tocco di quella mano ella gli alzò in volto que' suoi grand'occhi con un'espressione che non si potrebbe descrivere.

—Quando pure, come voi, tutta io fossi vestita di ferro, e avessi l'arme accanto, sareste tuttavia ben vile ad assalir me così sola.

Il Lautrec sorrise, ma di quelli amari sorrisi che gelano il sangue.

—Quel ch'io mi sia non lo so, disse poi; ma da così lungo tempo, e con sì tenace persistenza io mi struggo di consumare su te una vendetta pari all'offesa, che se tutto il mondo insorgesse poi a caricarmi d'obbrobrio e a chiamarmi il più vile degli uomini, mi riderei di lui, come adesso mi rido di te; però non isprecare il fiato.

Ciò dicendo, di tanta forza la veniva stringendo colla mano di ferro, ch'ella non potendo sopportare il dolor fisico, gridò. Un sudor freddo le grondava dalla fronte. Era veramente un istante orribile.

La sciagurata richiamandosi, in mezzo al disordine stesso della mente, le ingrate memorie, e vedendosi ricomparire innanzi la truce larva del primo marito per lei assassinato, tanto più si sgomentava, ma pure le parea fosse lo strazio presente di lunga mano superiore alla colpa. Ed era in vero un accidente degnissimo di tutto il compianto che tanta bellezza e insieme tante doti di mente e di cuore, e così abbaglianti prestigi, bastevoli a dar gloria e felicità non che ad una, a dieci vite, per lei siano state invece l'occasione prima di farla cadere in tanto abisso di peccato e di sciagura. Ma ebbe difetto di una virtù che le altre avrebbe equilibrate, ed eccesso di vitalità e d'ardore che mal suo grado la travolse.

Dopo l'ultimo grido della sventurata Elena, salì dal cortile del palazzo un rumore che fu udito tanto dal Lautrec che da lei.

Mille partiti passarono in mente all'infelice e insieme una speranza, ma fu una cosa istantanea, considerando che quel rumore e il sopraggiungere delle sue donne o d'altri avrebbe accelerato l'istante estremo. Parve infatti che il Lautrec si determinasse, ond'ella con tutta la forza che le potea dare lo spavento cercò strapparsi da lui, e uscita così dalla camera da letto, tornò nella vicina. Aveva compreso che il ritratto di Manfredo pendente dalla parete più che ogni altra cosa erale funesto…. Il Lautrec non l'abbandonò…. In quel punto, di dietro alle sei porte, s'udì distintissimo il suono di molti passi.

Il Lautrec si percosse la buffa col pugno… non gli rimaneva un istante di più, ed era tuttavia nel massimo della perplessità e del contrasto.

La sventurata Elena, più non sapendo allora a che appigliarsi, alzatasi quanto più poteva ed accostata la bocca all'orecchio del Lautrec, quasi paventasse d'essere udita da qualcheduno.

—Ah Odetto, disse con accento cupo e guturale, e il nostro figlio!?

Più volte prima ell'era stata in procinto di ricordargli, al fine di placarlo, quella creatura per la quale, insieme a sì vivo amore, provava tanta vergogna; ma il rossore glielo aveva impedito e non ci volle meno dell'ultimo pericolo per costringerla.

Ciò per altro non fu senz'effetto.

Nel tentare d'alzarsi per parlare all'orecchio di lui, avea dovuto abbracciare la sua armatura e lasciarsegli andare addosso. Ora un tal atto, che richiamò ad Odetto l'epoca più felice della sua vita e lo illuse al punto da trasportarlo a quel tempo, e l'accento straziante onde gli fu ricordato il figliuolo, fu di una efficacia strana.

—Oh Elena! proruppe Odetto allora e con impeto. La sua voce aveva il suono del gemito ferino, ma pure blandiente.

La duchessa fu scossa dal modo onde il Lautrec pronunciò il di lei nome, e s'egli non avesse avuto il volto coperto si sarebbe assai confortata vedendolo; ma continuava il Lautrec:

—Se ti spaventa di dover morire, parla.

Il rumore nelle anticamere intanto si faceva sempre più forte, parve anzi che da taluno fosse pronunciato il nome della duchessa.

—Se t'è di spavento, parla, che il tempo ci sfugge. Parla ed esci con me fra questa gente; esci per seguirmi fino all'ultima Francia. Là, nella mia terra, lontano dal mondo, dimenticherò…. Di ciò solo io mi contento…. Giunga a notizia di colui…. che tu sei venuta con me, che Odetto e il fanciullo Armando, il tuo, il mio fanciullo, ti stavano ben più sul cuore che lui colla sua giovanile ma fiacca bellezza. Esci e sia tutto dimenticato…. Nessuno di costoro, di cui udiamo il tumulto, vorrà impedire i tuoi passi, purchè tu il voglia….

Elena non rispondeva, ma, per estremo di sventura, sul volto di lei, senza ch'ella il volesse, apparvero i segni del rifiuto e dello spregio….

Tacque Odetto di colpo….

Dietro alle porte chiuse, più voci chiamarono altamente e con insistenza la signora. Questa gridò per rispondere, e fu un grido da metter tutti in allarme.

S'udirono allora de' gran colpi all'ultima porta.


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