1914.
Yet, Italy! . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . thy handWas then our guardian, and is still our guide.(Byron).
Yet, Italy! . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . thy handWas then our guardian, and is still our guide.(Byron).
Yet, Italy! . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . thy hand
Was then our guardian, and is still our guide.
(Byron).
Sdraiarsi sulla sabbia soffice e calda, lontano dagli uomini, contemplare il cielo e arrischiarsi nell'infinito, mantenere inerti le membra e affilar l'udito perchè nulla si perda dall'eterna aspra melodia che il mare canta... e lasciar che il sole morda appieno nelle carni quasi nude, basta questo al breve riposo degli stanchi e dei tormentati. Chiudendo gli occhi senza troppo stringere le palpebre, entra nell'anima come una luce di prodigio fatta d'oro e di rame volatizzati e ogni ricordo di visioni della terra intorno, svanisce. Se fosse possibile restar a lungo così e dar meno presa agli artigli della vita, io credo che...
Diamine! Troppo presto! Ritorna l'uomo: anzi l'embrione d'uno speciale tipo d'uomo che ha già in germe quasi tutto il protoplasma putrido della razza: un ragazzetto dell'Hôtel: l'anonimo «Lift» o «Chasseur». Nel giugno di quest'anno di grazia 1914 si parla ormai così dappertutto: e più specialmente così in questo immenso, effervescente, emporio d'internazionalismo, di «rastas» e di tango che è l'Hôtel Excelsior del Lido di Venezia.
—Ihre Post ist hier.— È qui la sua posta.
Pure il tedesco! Questo ragazzo è completo.
— Parlami italiano e dammi la posta. Di dove sei?
— Di Torino, Signore.
— E perchè parli tedesco?
— Perchè il primo cameriere vuole così. E poi mio padre è tedesco.
— E tua madre?
— Egiziana, ma figlia di greci.
C'è tutto. Intravedo un complicato e vagabondo romanzo di guardaroba e cucina, un poco più basso dei romanzi dei piani superiori degli alberghi. E questo ibrido essere vestito di rosso, dal viso già sfiorito, dallo sguardo reso già obliquo dall'ereditarietà della mancia, ne è il prodotto.
— E ora vattene.
Ed eccomi solo col giornaliero mucchio di carta in mano, la porzione quotidiana di vanità e menzogne trattenuta sul setaccio di varie calligrafie e di non sempre ferme ortografie.
...«Pregiatissimo... Carissimo... Egregio... Stimatissimo... Illustre...» Sicuro: tutto il rispetto umano si rifugia nello scritto: alla voce, il resto...
«Amico mio» — Ahi!... — «suo silenzio»... «tè»... «sempre»...
Riduciamo, per esempio, a dieci giorni questo «sempre»: un rapido calcolo finanziario, e...
Avanti.
«Si ha il pregio di portare a conoscenza della S. V. che a parziale scioglimento della riserva contenuta nel foglio citato a margine...» — Servizio: per la burocrazia il mare parla così.
················
— «Patrò»... Oh! San Benedetto del Tronto! Chi sarà ? Ma riconosco subito i poco ortodossi caratteri dell'unico scrivano pubblico locale, al quale tutti i marinai di laggiù ricorrono. Ecco una lettera certamente schietta.
«Patrò». Lu paroco della Marina mi ave ditto che tu sei volute scrivere quelle cose dellu sciò che io che songhe Antò Picchinsù tè songhe dite anno (l'anno passato). Lu paroco dice altretante che tu non sei credute a lu sciò e che sei ditto che ne lu mare Adriatiche lu sciò nun se pò più vedere a cagione che so cose delli vecchi. Patrò, sei fatte male prassà (molto). Antò Picchinsù te pò sulla Croce dire che li peccati de lu mondo so troppi prassà e che lu santissimo Gesù e la Matonna de Loreto te farano vede nu sciò che tu no lo sei viste maie e tutte l'Adriatiche se avrà tanto grande spaventoso che paranze, lancette, sciabiche non vano più pe lu mare. Sei capite, patrò? Lu diavole che s'è preso lu mondo e lu mare perchè la fede non c'è più e iè venute lu socialisme. Questo te dice Antò Picchinsù, patrò, che ci devi credere con tanti saluti e te racomanda alla santissima Matonna de Loreto.
servo oplicatissime
Antò.
Io invidio, o Antonio detto Becco in su, la tua anima ottuagenaria e semplice. È questo il mare che dovrebbe diventar spaventoso per i troppi peccati del mondo? Puoi tu concepire vuoto di vele gialle e rosse questo azzurro infinito che s'avvicina trascolorando in opale e viene a sfrangiarsi in spuma candida, fusione perfetta di luci, colori, ombre, balenii, capolavoro di armonia? Leva le vele all'Adriatico, spoglialo dei casotti multicolori disseminati sulle sue sabbie di pallido oro e ne avrai un cimitero o una visione d'apocalissi. Più che ogni altro mare, l'Adriatico vuole l'uomo e l'inno mattutino dei suoi pescatori, se no è mare di tragedia, o dissennato profeta Antonio.
Ma in quanto ai peccati del mondo, questo vecchioche minaccia unoscïòsenza precedenti, non ha torto. Io immagino facilmente che quello che egli chiama peccato, lo desuma da ciò che la sua annebbiata vista gli mostra sulla tranquilla spiaggia del suo paese, quando una modesta anzichenò, folla di bagnanti la popola durante le arsure estive. Scherzi semi-innocenti da collegio, laggiù: discorsi da refettorio conventuale a confronto di ciò a cui si assiste e che si vede qui. L'officina centrale del peccato, caro Antò, è questa.
Bah! giù di nuovo sulla sabbia calda, aprendo le braccia a croce e socchiudendo gli occhi per lasciar entrare a poco a poco il pulviscolo d'oro e di rame che offusca le visioni della terra. Così.
················
— Est-ce-que vous aimez beaucoup à vous laisser rôtir?
— .........
— Eh, monsieur!
— Madame?
— Mademoiselle, s'il vous plaît... Qu'est-ce-que vous avez à me regarder comme ça?
Eh, per Bacco, non si passa dal pulviscolo d'oro e di rame, alla — dirò — stupefacente visione d'una giovane donna più che nuda, perchè la maglia rosa e attillata che le fascia il busto, parte molto più in giù delle spalle e finisce molto più in su del ginocchio, rimanendo tutto aperta e appena trattenuta di lato da una fettuccia di seta rosa che s'incrocia lungo i fianchi più che nuda, dicevo...
— Dame! — le rispondo levandomi in piedi per fissarla e catalogare il tipo, perchè qui un simile costume e un approccio così — come dire? — disinvolto, non precisano proprio nulla — Mademoiselle... mademoiselle qui?
— Sonia, ça suffit.
— Russe?
— Oui.
— Ça suffit aussi...
S'offende? No, ride. Regola: mantenersi impassibile quando una sconosciuta di questa specie ride.
— Vous êtes bien original... — mi dice. Seconda regola: aprir le braccia senza parlare e accennare un breve gesto di accondiscendenza rassegnata.
— D'où êtes-vous?
— Italien, si vous permettez.
— Ah! très-bien.
— Pourquoi très-bien?
— Parce qu'alors vous chantez.
Ancora! Non so quante volte attraverso il mondo mi son sentito rivolgere le stesse esasperanti parole con la medesima intonazione di assoluta certezza. Ma in quale testo internazionale, sconosciuto soltanto a noi italiani, è scritto che noi cantiamo tutti e che le nostre aspirazioni spaziano tutto al più nel tratto di scala melodica che va dal soprano al basso profondo? La solita risposta:
— Vous vous trompez: je ne chante pas du tout.
— Et «alors» qu'est ce que vous êtes?
Quell'«alors» è assolutamente notevole. Le indico vagamente il mare, il paziente assorbitore delle più grandi sciocchezze...
— Entrepreneur de bains?
Questa non me l'aspettavo. Cerco di risponderle «no» con naturalezza, ma non riesco forse a moderare abbastanza la vivacità del mio diniego.
— Je vous ai offensé? Allons: vous me le direz après ce que vous êtes... Prenez mon bras et accompagnez-moi voir le tango là -bas...
Prendo il braccio — è la parola nuda — e mi avvio con lei verso le lunghe file dei casotti che s'allineano dinanzi alla terrazza dell'Hôtel e dove s'annida, ferve e fermenta quasi tutto quello che s'annida, ferve e fermenta nella natura umana. E c'è infatti un tango, ballato sulla sabbia nel preciso succinto costume mio e della mia sconosciuta compagna. I soliti abbominevoli tziganes, personaggi che condividono con gli chauffeurs, coi couriers, coi manicure e con i masseurs, la loro moderna importanza — con un sovrappiù loro speciale, derivato dalle avventure del celebre Rigo, moderno Re della loro razza — si sdilinquiscono sui loro archetti, accompagnando le snervate battute della loro musica con guizzi da cavalli da monta che scuotono la criniera. Un ibrido personaggio, rasato, pettinato quasi «à la vièrge», dagli occhi cerchiati di nero, vestito di color perla e dalla calzatura estremamente «vetrina di gran calzolaio», agita in ritmo il suo corpo ambiguo trascinando con sè la femmina della sua specie, una creatura d'ossigeno, di labbra rosso-vizio e movenze di serpente caldo: maestro e maestra di tango: riverite e privilegiate posizioni sociali dell'anno 1914 dopo la passione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il loro ballo è seguito con irrefrenabile ammirazione da cento occhi dipinti, è scrutato con sguardi di benevolenza attraverso occhialini d'oro di maestose matrone sedute là intorno in religioso silenzio, è applaudito da bambine dalle gambe nude e dalle vesti troppo corte, imitato da bambini aggrappati a mezza vita delle loro istitutrici tedesche, assurto all'onore di un'istituzione sociale che compendi in sè, grazia, bellezza, le più alte elezioni, tutte le più nobili aspirazioni.
— Mais pourquoi ils font ça debout? — domanda a mezza voce una Canadese...
— Qu'il est charmant ce Monsieur Kravna! Il est vraiment adorable! — mormora la mia compagna fissando i suoi occhi antropofagi sul maestro.
— Allons: à nous! — esclama brevemente; e mi si appoggia addosso respirando forte, pronta al ballo.
— Non: je deteste ça — le rispondo irrigidendomi.
Qua le situazioni si decidono alla svelta, da gente da ferrovia, da piroscafo e d'albergo che ha la quasi certezza di non incontrarsi più. La mia è risoluta in due brevissime scene: la prima, una netta voltata di spalle dopo uno sguardo di indescrivibile, sprezzante stupore; la seconda, un conciso dialogo riferito a me e udito nel mentre, libero, mi avvio verso il mio casotto.
— Sonia, quel est ce monsieur-là ?
— Sais pas: une éspèce de fou...
Il mare è là : ripieno di corpi umani, punteggiato da cappelloni di paglia, da cuffie rosse, bianche, azzurre, cosparso di minuscole imbarcazioni bisessuali, si lascia pervadere da mille odori complicati e dorme respirando appena, come mastino sdraiato al sole e insensibile agli sciami di mosche.
E sarebbe questo il mare giustiziere, il truce mare del vecchio marinaio di S. Benedetto del Tronto? Eh! Via! Ha il sonno così duro! E lo sguazzio della lascivia umana non alza di un centimetro le placide, silenziose sue piccole onde che vengono ad una ad una a cancellare mollemente le traccie lasciate da centinaia di piedi nudi, mossi in ritmo...
La metà delle lettere che si scrivono nel salone di un grande albergo sono scritte per essere scritte e come relazione vera con la persona a cui vengono indirizzate,non hanno generalmente che l'indirizzo. Quanti occhi assorti e quante penne sospese a mezz'aria, in questi tavoli omnibus, dove ciascuno sembra cercare i periodi sul viso femminile incontro e fa durar le lettere più che può!
Io son venuto a sedermi qui per questo motivo: che una signora, forse ungherese, forse peggio, nello scendere dall'automobile dell'Hôtel si è diretta subito verso la mia uniforme e mi ha chiesto due stanze non esposte al mare. Invano il direttore si è precipitato dal suo banco ad avvertir dell'equivoco. Niente: la predetta dama ha insistito freddamente nel chiedermi le sue due stanze non esposte al mare e il mio neutro silenzio non le ha spiegato nulla. È stato necessario voltarle le spalle: e siccome ella ha certamente ritenuto che io le mostrassi il cammino, mi ha seguito dentro il salone di scrittura già affollato. E allora mi son seduto pacatamente a un tavolo, piantandola in asso. E una volta seduto, bisogna ben scrivere qualche cosa. Bene! Quando alcuni di questi foglietti saranno riempiti, metterò «Amico mio» in testa al primo, — «cordiali saluti» in fondo all'ultimo, e sceglierò un indirizzo che corrisponda ad una persona di spirito.
Ed ecco, caro Indeterminato, perchè ti scrivo. Chiama queste pagine «note sincere di un'ora di grande Albergo» invece che lettera; e supponi di avermene dato l'incarico. Prometto l'assoluta verità .
Intanto il posto di fronte a me s'è riempito e al disopra del basso cristallo che taglia in due la larghezza del tavolo, vedo un'ondata di capelli biondi, molto sapientemente pettinati secondo la foggia di alcune di quelle figurine etrusche la cui missione consiste nell'essere dipinte eternamente in fila attorno ad un vaso.
Continuare a scrivere: far mostra di niente; vediamo quanto tempo resterà chinata la testa.
Molto. Una manina lunga e gemmata scrive, scrive di là dal vetro, dritta, veloce, sicura, animata da reale impulso: quindi, o l'amante o l'interesse. E una busta è chiusa e gettata affrettatamente di lato. L'educazione degli alberghi prescrive che una busta si guardi sempre.
Una linea di caratteri che non conosco.
Ministère de la GuerreBureau 628St. Pétersbourg.
Ministère de la GuerreBureau 628St. Pétersbourg.
Ministère de la Guerre
Bureau 628
St. Pétersbourg.
Un'altra busta copre presto la prima.
M.r le Comte Raoul de F...Poste restanteParis.
M.r le Comte Raoul de F...Poste restanteParis.
M.r le Comte Raoul de F...
Poste restante
Paris.
Ma!... E la testa bionda si leva, fissando lo spazio avanti a sè.
Due occhi di acqua marina velati da lunghe ciglia mandano come una calda vampata sotto l'arco puro e sottile delle sopracciglia. Un naso dritto, diafano, palpita stranamente nelle narici come aspirasse un fiore: e una bocca bambina, rorida, perfetta, si schiude sul terso candore dei denti.
Un Americano che mi siede accanto, lascia addirittura cadere rumorosamente la penna sul cuoio della scrivania come un punto ammirativo messo alla sua contemplazione. Un altro individuo ricciuto e biondastro che ha parlato poco fa uno strano italiano col cameriere e siede di fronte all'Americano, assume quello sguardo profondo dell'uomo che corrisponde all'apertura a ruota della coda nel tacchino.
Son due inesperti: sistemi sbagliati.
Infatti la bellissima creatura estrae freddamente una sigaretta dal suo astuccio d'oro e non ha bisogno nè di fiammiferi nè di nulla: con lo sguardo non ha domandato loro nulla: non esistono per lei.
Ma ha finita la carta del suo scaffaletto: e allungando la mano al disopra del cristallo ne cerca nel mio, come se il tavolo fosse assolutamente vuoto. Bene: questo gesto è di troppo, come è di troppo dimenticar di prendere anche le buste. — Gliene porgo qualcuna in silenzio e la testa s'inchina appena di là dal cristallo.
— Messieurs, s'il vous plaît...
E quest'altra che cosa vuole? È una donna semiscollata che indossa un vestito quasi da circo equestre e ci presenta, con un sorriso elencato nella lista dei sorrisi, una grande gualchiera già carica di biglietti e di monete d'argento e — nientemeno! — d'oro.
Per quale ragione, non si sa bene e non si domanda nemmeno. Forse di là , in un salotto attiguo, vi saranno dei giuochi di prestidigitazione, o si mostreranno cani ammaestrati. Ma qui non si bada a queste cose; si mette giù del denaro perchè quando si sta qui, se ne mette giù in qualsiasi gualchiera venga presentata. L'Americano infatti ne dà rumorosamente, levandosi in piedi perchè il suo gesto illustri tutta l'immensa ricchezza dell'America e sia soprattutto notato dalla testina bionda, che non gli accorda però il minimo segno di considerazione.
L'individuo ricciuto ne dà anche lui con gesto largo, rivolgendo un viscido sorriso «anche» alla femmina della gualchiera. Ed entrambi, disillusi, si levano e se ne vanno.
Riprendo a scrivere, dopo la breve interruzione della quota. La testina bionda fa altrettanto. E siccome siamo rimasti soli al nostro tavolo, lo spirito intona insordina, come sempre in simili casi, la prima frase del duetto lohengriniano:
Cessaro i canti alfin — che siam solila prima volta è questa...
Cessaro i canti alfin — che siam soli
la prima volta è questa...
Ma ammutolisce subito perchè Elsa non risponde affatto. Ed ecco che una donnetta di mezza età , di mezza ricercatezza e dal volto rimasto a mezza espressione dopo la spugnatura d'una vita acida, s'avvicina e le parla in una lingua che non comprendo. La maniera secca e breve con cui le vien risposto precisa la sua posizione di subordinata, ed è evidente che la sua signora non sa qualche cosa che ella le domanda. E allora la donnetta si rivolge a me parlandomi nella sua lingua, cosa che rappresenta l'estrema impertinenza del forestiero in Italia: la stupida presunzione che a noi soli incomba l'obbligo di conoscer le lingue altrui, mentre egli non può curarsi di imparar la nostra.
Aspetta, amico ancora indeterminato... Ecco fatto: ho alzato sgarbatamente una spalla rimanendo a bocca chiusa e ricominciando a scrivere...
— Do you speak english? — insiste la donnetta.
Bene: se scendiamo in un terreno neutro, giù la penna...
················
Ma l'inglese di costei zoppica troppo. Interviene finalmente il francese della testina bionda... spiega, domanda, disgela...
— ... Mais je suis fachée, Monsieur, d'avoir interrompu vôtre lettre...
— Pas du tout: j'ai fini... Je vous assure, Madame.
················
Lettera d'albergo, mio caro... Stile Excelsior e 1914. Cordiali saluti.
tuo.........
Devo dunque al caso la conoscenza di questa bella e altera persona che sembra concedersi a monosillabi e par mantenga una sua vista interna su un'immagine che trascina con sè attraverso il mondo. È Olandese, ha ventitrè anni, quattro di matrimonio, due di divorzio, vesti magnifiche e gioielli imperiali. Parla a scatti socchiudendo gli occhi e a voce bassa: e usa camminare lentamente tra le folle, guardando fissa avanti a sè come se attorno non esistesse nessuno.
Tutto a Venezia, è «très-joli» per lei. La divina armonia dei marmi, dei colori, dei riflessi; lo splendore degli scenari, degli sfondi, delle linee architettoniche stemperate nel cielo e nell'acqua, è «très-joli»; il silenzio dei rii solitari dove la gondola s'insinua scivolando furtiva come per recarsi al delitto o all'amore e striscia il suo fianco nero sulle viscide vegetazioni smeraldine delle pietre e dei mattoni, è «très-joli»; le risonanze del remo sotto i ponti, l'allegro cinguettio di uno scialletto che chiacchiera con la compagna da una riva all'altra, tutto è «très-joli, vraiment très-joli».
E pare che a poco a poco, per il miracolo di questa città di sogno, regina dell'idea e carezza dello spirito, la sua anima si spogli d'una veste vecchia, come un fiore che liberi i suoi petali intatti da un primo involucro vizzo. Il «très-joli» si cambia in «J'aime ça», «J'aime tant ça». Poi «Mon ami, c'est un rêve delicieux, ça...».
Da S. Giorgio Maggiore, da S. Giorgio dei Greci, da S. Stefano, da S. Pietro, da cento campanili che il tramonto colora d'indaco nelle basi e insanguina nelle guglie, le campane dicono agli uomini che un altrogiorno della loro vita è trascorso. Tra San Giorgio Maggiore e S. Marco, come tra due colonne principali d'una ribalta infiammata, sopra la linea dei tetti dei comignoli delle cupole, intagliata netta nel cielo, par si celebri la fine trionfale del dì con un'immensa sinfonia di colore, diretta da un prodigioso maestro nascosto tra nuvole d'oro.
E guardando in là , da questa spianata prossima all'Hôtel, l'occhio si ritempra dalla prossima vista della turpe architettura mezzo orientale, mezzo tedesca dell'enorme vespaio umano che mi ospita.
Enorme vespaio. Vi venni deliberatamente perchè ritornando stanco da un lungo periodo di solitudine sulle desolate coste della Libia, volli riavvicinarmi alla grande vampa del mondo, per necessaria reazione. È inutile mostrare agli uomini un volto cupo nella stanchezza: è il riso che li sconcerta e li sormonta. Un sintomo di debolezza e tutta la muta vi assale...
Ed ora, già sazio e rifugiato di nuovo in beata solitudine, innanzi a questo spettacolo magnifico, si scioglie in me come un inno di pace e benedico Iddio per avermi dato a compagno un «io» col quale non mi annoio quasi mai.
— È solo?
Vorrei rispondere a questo signore che mi si para inaspettatamente di fronte, le parole del filosofo greco: Levamiti davanti! È un certo personaggio molto gioviale, molto servizievole, che ho incontrato varie volte coi miei compagni e che dall'accento netto, un po' forte, incisivo, non si riesce a comprendere di che regione d'Italia sia. So di lui due cose: che è a capo di una vasta azienda dal nome esotico e che la sua cordialità ha come un fondo opaco che non mi spiego e non mi piace.
— Pare...
— Aspetta forse qualcuno?
— Non precisamente: aspetto che l'oro delle cupole della Madonna della Salute, svanisca in violetto. Come vede, è un'aspettativa piuttosto stravagante...
— Oh! — commenta in tono incolore il personaggio.
— È uno spettacolo che a Venezia — insisto — vale qualsiasi compagnia...
— Anche quella là ? — ribatte sorridendo il personaggio senza rilevare affatto la mia non invitante dichiarazione.
Quella là , chi? Ah! Contro i bagliori d'incendio del tramonto una fine figura nel viale apparisce che lentamente vien verso di noi, e pare come soffusa da una luce di miracolo che l'accompagna nel cammino e dà rilievo al suo passo ritmico.
Non v'è dubbio: è la mia recente conoscenza del salone di scrittura, mia compagna di qualche giorno di gite.
Che cosa vuol dire, costui? Una frase qualsiasi o vuol precisare un senso alle sue parole? E mentre cerco una risposta che non viene, la bella creatura s'avvicina, guarda prima lui con un strano, fuggevole, laterale sguardo di rispetto, nuovo nei suoi occhi, poi guarda me chinando un poco il capo con un sorriso di saluto e passa.
— La conosce? — gli domando con indifferenza.
— Mi pare che conosca piuttosto lei, — mi risponde ambiguamente l'uomo ridendo, ma con una nota di più del necessario. Poi cambiando repentinamente tono:
— Sa perchè mi son permesso interrompere la sua contemplazione di Venezia? — aggiunge —. Perchè devo partire dall'Italia e volevo salutarla.
La notizia non m'interessa gran che. Ma un elementare dovere di forma mi costringe a mostrare una certa sorpresa.
— Una gita commerciale, immagino....
— No, son chiamato sotto le armi per un lungo periodo di manovre...
— Lei? E dove?
— In Germania. Io sono tedesco, sa? Ho il brevetto di ufficiale del Genio... Ma vede, noi quando usciamo dalle università siamo tutti classificati ufficiali secondo il genere dei nostri studi. Io sono ingegnere chimico.
— Ma... e come mai la richiamano dall'estero? È la prima volta che ciò le avviene, o si tratta di chiamate periodiche?
Si stringe nelle spalle. — Per me è la prima volta — dice: e mi offre una sigaretta.
Non ho alcun motivo per insistere di più.
Che la Germania ordini alcune manovre militari non ha il minimo nesso con la regale visione di questa città che s'addormenta sotto un manto stellato d'argento e s'avvolge nel velo della sua nebbia violetta mentre l'Adriatico, con mille braccia scure le si insinua addosso e l'allaccia e l'attira come sposa che il sole gli contese.
E saluto con compassione questo straniero che visse a lungo tra noi e come noi, in quest'atmosfera di calme visioni e di placido fermento di ricordi dove poco o nulla si domanda all'avvenire, e che ritorna al suo cupo paese a far inutile frastuono d'armi in un mondo che dorme del sonno pesante dei pingui.
Ora non c'è più nessuno spiraglio di luce rosata nel cielo. La nebbia s'alza e s'addensa dovunque, diluendoin grigio la massa dei palazzi, delle chiese e delle case, mentre le campane dei cento campanili intonano nell'aria immota la loro nenia mesta per la grande Regina che sussulta e s'assopisce.
Uno dei direttori dell'Hôtel, naturalmente poliglotta, naturalmente intelligente, riassuntore unico della vita umana che in forza della sua professione conosce in tutti i più disparati aspetti, ha scoperto che tra i tanti libri d'ogni lingua esposti in vendita nell'antisala dell'Hôtel, qualcuno ve n'è ch'io vidi nascere sui miei tavoli di bordo tra sbalzi di latitudine, di longitudine e d'anima e tra razze di ogni colore. Non osava dirmelo: e voleva che io indovinassi dai suoi inchini intenzionati, dal suo sguardo carico di significato, che egli li aveva letti e che quindi io ero già letterariamente in suo possesso e alla sua mercè. Ciò rientra, del resto, nelle facoltà intellettuali dei moderni direttori d'albergo, che hanno in generale un'istruzione da ministro. Finchè, nel presentarmi l'ultima nota settimanale di spese, non si è deciso a rivelarmi il suo segreto. — Tra autore e lettore è già avvenuta una trasfusione che — ahi! — somiglia un po' allo strano senso che la vista d'un'antica amante suscita. Una comunione è avvenuta ed è incancellabile. Avanti a voi è un essere che ha seguito le strade del vostro spirito e che da quel disco fonografico, inciso da voi, che è il libro, ha sentito ripetere in sè le vibrazioni vostre, assorbendo il vostro più segreto pensiero.
Il direttore approfitta di questa circostanza e mi assicura che se io volessi soltanto osservare intorno a me nell'ambiente in cui siamo, potrei trovare molti soggetti di studio.
— Può essere... — gli rispondo vagamente — e del resto stia certo che già me ne sono accorto abbastanza...
Ma l'uomo sorride coll'accondiscendente sorriso di colui che ne sa di più.
— Sì, signore: ma per quanto lei osservi e in parte anche indovini — mi dice — non arriverà mai al colpo d'occhio sicuro che acquista chi, come me, vive da lunghi anni in fornaci di questo genere. Vede: per esempio, signore, da che lei è qui ha già commesso un paio di errori.
— Sentiamo...
— Giovedì scorso, lei andò a passeggiare di sera dopo pranzo, solo, lungo la spiaggia avanti ai casotti, fino a notte. — Sa! Noi seguiamo tutto...
— Mi pare di sì. Ebbene?
— Come, «le pare»?... Non ha osservato niente? Non ricorda niente? Lo vede che ha bisogno del mio aiuto! Non ha notato numerose passeggiatrici solitarie, pronte alla parola, inventrici di mille pretesti per attaccare discorso... mare... luna... malinconia... nostalgia... il «bull terrier» o l'«aberdeen» che si sperde sempre... la scarpina bagnata dall'onda... il piccolo grido di spavento e di richiamo...? Oh! ah!... oh!...
— Ma...
— Ebbene, senta: Il venerdì mattina, come lei sa, si pagano i conti della settimana d'hôtel... Mi spiego?... E si regoli nelle serate di vigilia....
— Grazie... Poi?
— Secondo errore. Come classificherebbe quella molto bella signora, forse olandese, che lei deve aver certo conosciuta nella sala di scrittura qualche giorno fa? Se dovesse descriverla che tipo ne farebbe?
— Appunto: m'aiuti lei... M'interessa...
— Ah! Allora mi fermo.
— No, no... vada avanti sicuro.
— Ebbene: gliela classifico io. Propensione per le uniformi italiane: specialmente di Marina. È un tipo recente che in questi ultimi tempi, chi sa perchè, si riproduce continuamente. Una ne va e l'altra viene. Il tipo ha due sottospecie: il brioso, il gioviale che dopo poche parole dà dellochérie che ridendo butta inaspettatamente le braccia al collo in un angolo di salotto; e il solitario, l'altero, l'assente, che aspetta a stringersi al fianco in una calle stretta, in un vano di ombra della luna, o che avanti ad un Tiziano o ad un Veronese che ella contempla con occhi umidi a lungo, stringe forte la mano di colui che l'accompagna... Va bene? Tanto l'una che l'altra sottospecie scrive molto, riceve molta corrispondenza sigillata e preferisce impostar le proprie lettere da sè. Si direbbero — non rida! — spie, se questo genere non si fosse da un pezzo rifugiato nella letteratura francese di una certa specie lagrimatoria erevancharde. Vorrei sapere chi crede alle spie, qui? Spiare che? Chi è che da noi ha mai pensato a nascondere qualche cosa?
Pure un non so che di simile deve sussistere, per quanto la nostra mentalità non riesca a persuadersene. — E la sconosciuta persona di cui parlavamo deve appartenere a questa classe indeterminata... Vuole un consiglio? Se ne guardi!
Non condivido totalmente la sua opinione, ma annuisco. E siccome squilla il campanello elettrico che annunzia nuovi «arrivi», il nostro colloquio è bruscamente interrotto da un inchino affrettato che il direttore mi dirige per accorrere al suo posto, nel peristilio che s'apre sul grande viale del Lido.
«Se ne guardi...» Le parole mi si ripetono nellamente con una subitanea insistenza, mentre mi siedo appartato in una delle grandi poltrone di marocchino del salone, di fronte alle arcate dell'entrata, dove si sprofondarono corpi di tutte le razze. E se avesse ragione? La spia: sulle scene, primissima avanguardia di guerra... Ma via! Quale assurdo pensiero! Se si dovesse soltanto ammettere una simile possibilità , questo povero paese nostro non sarebbe più che un immenso vivaio di spie, allagato com'è, di esotismo torbido, libero, indisturbato, quasi padrone della nostra vita.
Guarda! Dei colleghi! Non precisamente: dei colleghi alleati: ufficiali di marina Austriaci, accompagnati dall'addetto navale Austro-Ungarico a Roma, che io conosco. Giungono ora e il direttore li ossequia con un forte angolo d'inchino. Sono con loro alcune signore e alcuni bambini vestiti da marinaio, sul cui berretto, per antica professionale mia abitudine di leggervi il nome ricamato in oro sul nastro, il mio occhio fugacemente si posa... Oh! Maledetti! «Lissa» e «Novara»... Selvaggi o idioti... Potessi figgere in tutta la vostra orda con punte roventi nel cervello queste lettere della nostra sciagura, che venite a mostrarci in casa nostra!...
— Oh! Come sta? È destinato a Venezia? — È l'addetto che mi parla.
Su la maschera, italiano, il cui cuore duole, come se uno spillo ne martoriasse la punta. E colleghi alleati e bambini mi si trattengono intorno, mentre le signore aspettano un poco più all'indietro.
— Da qualche giorno... Lei?
— Accompagno questi ufficiali, venuti da Pola per le regate internazionali, sa? Siamo appena arrivati col «Metkovitch» da Trieste ora... Non ci siamo ancora cambiati...
— Lo immagino — gli rispondo — dal nastro di questi bambini...
Un sussulto che si propaga a ondate all'intorno. Chi asserisce ancora che l'uomo appartiene alla stessa famiglia, mente. V'è sulle labbra di tutti costoro e forse anche sulle mie, lo stesso sorriso che ci venne insegnato nell'infanzia, frale scudo alla verità . Ma le pupille parlano, fissate da un attimo di odio ereditario, ribollito all'istante dalle più intime fibre del nostro essere. Latini e barbari ci ritroviamo di fronte, come sempre, animati da un'ostilità assorbita nell'alveo materno, più forte della nostra natura, incancellabile, eterno.
Non batto ciglio, mantenendo tranquillo lo sguardo sui volti intorno...
— Max! Rudolf! Frida! — chiamano alcune voci femminili. — E i bambini si ritraggono, condotti via da una governante dal bianco vestito di leggiera mussolina, che contro lo sfondo luminoso dell'arcata, rivela con profusione tutta la sua rosea nudità di bionda.
No, che non è morta la guerra: il contratto sorriso di costoro è divenuto quasi un ghigno che riproduce quello dei loro padri nel martirologio italiano, come ci venne descritto da bimbi. E non so perchè, provo per un istante la sensazione netta che ci ritroveremo un giorno di fronte così, su questo scintillante Adriatico, sconvolto da un orrendo «Scïò»...
Ma comincia l'untuosa cortesia austriaca, fatta di sorrisi slavi e di dialetto veneto, a cui dà spirito l'ultima operetta viennese, e fibra, un'educazione mezzo ecclesiastica e mezzo militare. Bisogna rassegnarsi. Fuori tutte le risorse della cordialità internazionale, tutti i ganci orali dell'alleanza... — Italiano, e che ci vuole a sorridere a un Austriaco?
Una contrazione: niente. E poi è un periodo difeste che mi s'annuncia... Verranno qui due navi tedesche: la «Goëben» e la «Breslau» insieme allo «Sleipner» — l'ex-cacciatorpediniere trasformato in veloce yacht di S. M. l'Imperatore di Germania. E subito dopo giungerà l'« Hohenzollern» con a bordo Sua Maestà ... Feste, feste della nostra alleanza, la vera, l'unica garanzia della pace, che nessuno oserà rompere mai...
················
— Non so più come fare — mi dice il direttore dell'Hôtel che ritorna a me non appena son rimasto solo. — Non ho più camere disponibili e continuano a giungere telegrammi di richieste, potrei dire, da ogni parte d'Europa. Son tutti tedeschi che piovono qui in questi giorni... Magra clientela e non troppo desiderabile... Esigente, pitocca e grossolana.
— Risponda no.
— Sarebbe imprudente. Sono vendicativi e organizzati anche nella vendetta. Lei non può averne idea... Si guardi intorno: decorazioni, tappezzerie, lampadari, cristalli, mobili, tutto è «made in Germany», tutto ci vien di là ... Lei mi capisce?... Non c'è che un sistema... Mandar via i pali...
— I...?
— I pali.
E siccome lo guardo con una certa sorpresa, — Noi chiamiamo così — prosegue — tutti coloro che ospitiamo a ridottissimi prezzi e anche gratis e che servono di richiamo. C'è un po' di tutto: autentica nobiltà che ha molte relazioni e le attira qui vantando l'ambiente, la stagione, ecc.: un magnifico profitto per noi; pseudo-artisti che «lavorano» nella cerchia intellettuale, intrattengono gli ospiti veri e rappresentano una speciale attrattiva, molto apprezzata dal forestiero«rasta». E poi — palo supremo — alcune abitatrici così dette di passo — ben mascherate di rispettabilità nei saloni da pranzo, da ballo, di scrittura e nei salotti del pian terreno, ma che dopo la breve salita dell'ascensore, cambiano un po' carattere...
Mandar via costoro non è un gran male. Li raccomanderemo ad un altro Hôtel, tanto devono ben passare la stagione in qualche modo. Li richiameremo quando avremo di nuovo stanze vuote. Lo vede che lei ha bisogno di essere istruito?
Proprio vero: ho bisogno di essere istruito: e quest'uomo che ha per orizzonte una lista di nomi rinnovata ogni giorno, possiede inestimabili tesori di scienza. Peccato che una tedeschina verso cui si precipita per chiederle con premura se ha pranzato bene, me lo porti via con un «Ia wohl» che è tutto un poema di riconoscenza gastrica, seguito da altri desideri gastrici per l'indomani.
— Ich habe die Here... — Costui che mi saluta alla scala della sua nave, con un inchino composto di tre oscillazioni sulle reni, una breve sull'«ich», un'altra breve sull'«habe» ed una lunga sull'«Here», tenendo ferma la mano destra lungo la tempia, mi ricorda quei musi di vitelli bolliti, che dalle vetrine di alcune trattorie popolari romanesche fissano l'uomo con un glauco disdegno discendente, coronato d'alloro.
È roseo, paffuto, implume e orecchiuto; alto, tarchiato, mal vestito e legnoso; e ride come se un capitano di vascello, annidato dentro di lui, gliene desse di quando in quando l'ordine.
Un suo collega accorre: un altro, un altro ancora,percorrendo il ponte di coperta con un passo che richiama alla mente la mazzuola del calafato. E mi circonda la cortesia teutonica, espressa in cinque o sei tempi, così come prescrive qualche suo codice segreto.
Andiamo: una colazione di «comandata» mi aspetta e m'è necessario un preventivo contatto con costoro, per non sentir poi una dissonanza troppo acuta: giacchè è proprio a tavola che si accentua il contrasto delle razze e di tante altre cose.
Ma nell'avviarci verso poppa, rasentiamo un casotto dall'ampie vetriate con tendine di seta bianca accuratamente chiuse come sui tabernacoli. — L'alloggio del Kaiser... — mi si dice. E mi si dice con una voce fatta quasi afona dalla reverenza; e mentre mi si invita ad entrare, espressioni ed atteggiamenti raggiungono quel massimo di umiltà grave che soltanto il sacerdote raggiunge, quando nel sacrifizio divino si proclama indegno dell'ostia consacrata. Io non so se lo sguardo più che tranquillo dei miei occhi latini che racchiudono un'eredità secolare di cose grandiose e di viste trionfali, e che ora si soffermano appena su un tavolo enorme, sormontato come da un casellario ripieno di biglietti di ordini, intestati con la ruvida corona imperiale e trascorrono poi su una comunissima poltrona da circolo, e si trattengono anche meno su alcune fotografie di paesaggi nordici, incorniciate da carta dorata, sia stato interpretato come evidente manifestazione di una irriverenza ingenita nella mia razza.
Forse...: e devo esser illuminato...
— Da questo telefono — mi ammonisce un ufficiale dalle orecchie larghe e mobili da antropoide, indicando un apparecchio telefonico posato sul tavolo e certamente già connesso alla rete della città , — dipendono le sorti dell'Europa...
Nientemeno! E perchè no del mondo? La superbia non ha mai limite, come non ne ha la scempiaggine di chi nel 1914 può credere a simili facezie e ripeterle a un ospite con un tatto così squisito. Sono dunque in potere di questo filo propagatore di chi sa quali volontà .
O cara chiesa della Salute, nelle cui volute barocche carezzate dal tempo e dal vento marino i colombi in amore s'annidano, rispondi tu per me a questi rozzi millantatori che son venuti a legare la loro nave ai tuoi piedi, così come un mastino ad un altare prezioso! Costringili tu ad elevare per una volta lo sguardo ed a fissarti nella maestà delle tue cupole: tenta di instillare nei loro crani brachicefali un po' della nostra signorilità di pensiero, per la quale nessuna «kultur» può trovar sostituti!...
— Tanto noi siamo alleati! — sorride in tre tempi l'ufficiale, mentre i lobi delle sue orecchie sussultano tre volte.
Già : siamo alleati; è bene ravvivare alquanto alcuni ricordi sbiaditi. Tanto alleati, che nel discendere la scaletta del boccaporto che conduce nel Quadrato Ufficiali, tre o quattro manate confidenziali sulle spalle aggiungono al mio passo un impulso inaspettato.
Ecco: siamo in Germania. La Germania di sette o otto Von allineati, impettiti, muti, avanti ad una tavola sovraccarica di bicchieri e di vivande già pronte; la Germania dei cristalli policromi, dei lampadari dai fiori metallici contorti, delle piroincisioni, delle fotografie malamente colorate: la Germania della complicazione, della pesantezza, del cattivo gusto in ogni cosa.
Io stono qua: lo sento: lo vedo; il mio spirito italiano osserva, analizza, critica troppo, e se un sorriso tenta velare un po' questo mio sentimento, m'avveggobene che esso sprizza da ogni gesto, da ogni inflessione di voce, irrefrenabile come lo sviluppo di un germoglio, sfuggente alla volontà come il pulsare del sangue: mio, mio nell'essenza, nella genitura, nell'eredità , alimentato da aria italica e dai prodotti della mia terra fatta di polvere di veri dominatori.
E vedo la marionetta di me stesso rimanere in piedi ad ascoltare una specie di saluto al Kaiser che il Comandante lancia con un tono fatto di predica, di cattedra e di comando; poi la vedo levare un bicchiere all'altezza precisa alla quale tutti i «Von» lo elevano, ingurgitare di colpo del vino del Reno, e picchiar forte il calice vuoto sul tavolo, con un rumore simultaneo e secco che ripete l'urto sulla terra del calcio dei fucili d'un plotone, al comando «pied'arm!».
La vedo osservare il morso avido, accompagnato dall'apertura animalesca degli occhi, dalla scossa del capo, dal succhio delle labbra, nel silenzio tutto teutonico della nutrizione. — Ahi! Quanti interminabili piatti sfilano, quanti sermoni ascoltati in piedi, irrorati di nuovo, e chiusi dal colpo unico dei bicchieri sul tavolo! Su, giù: su, giù: a tempo, con scuola, con metodo; e gli occhi brillano, e l'alleanza si stringe e le cordialità manesche sulle spalle si moltiplicano, mentre il discorso scivola, scivola verso una buca finale che la mia marionetta sa già quale sarà . Essa sa già che questo suo vicino di dritta, il cui sorriso s'accentua e diviene quasi fisso, domanderà tra poco: — ... E come passate voi la sera qui?... — preludio di altre domande che l'alleanza sa formulare in tutti i paesi del mondo traendole dal catalogo del libertinaggio marittimo, nelle sue ultime linee.
Ci siamo. No, per Bacco! Il «se lei viene da noi a Wilhelmshafen o a Elbing... le faremo vedere...» nonè reciprocità che lontanamente lusinghi la mia marionetta che quasi di colpo sparisce per ridarmi il mio posto. No: e un mio sorriso perfettamente idiota ferma —Ach!— e poi storna le questioni, mentre l'io s'ecclissa davanti al suo sostituto che ritorna subito.
Finito? No. V'è ancora da brindare levandoci di nuovo, inchinandoci tutti verso il centro della tavola, in maniera che le nostre teste si tocchino, come si toccano i bicchieri. Formiamo così una capanna conica di corpi ben stretti, assolutamente seri, ben fissi nell'atteggiamento di scambiarci una parola d'ordine che è invece una chiacchierata declamatoria nella quale entra un po' di tutto. E il rito è celebrato. Vorrei conoscere quale sia il nesso che spinge l'uomo a ingurgitare del liquido sulle cose che egli dice, quando le ritiene solenni e impegnative per la sua fede. Ora, per esempio, con tre o quattro sorsi di extra-dry ci siamo assicurati una quantità di cose che nessuno infrangerà . È inutile: la storia beve; ha sempre bevuto troppo, tanto che spesso oscilla e non la si comprende più...
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Scendo nel motoscafo col netto senso di rientrare in Italia. — È mia quest'acqua che rispecchia le snelle linee dei marmorei palazzi creati dalla mia razza; mia quest'ampiezza rosata di spazio, dove si librò sovrano il pensiero dei miei padri per dar fremito al mondo. Canta gondoliere! La tua canzone la so! Va, caro scialletto, va per la calle dondolando sugli agili fianchi: fa risuonare dei tuoi zoccoletti il lastricato liscio da dove i colombi tranquilli non fuggono. Figure, linee, suoni, tutto è per me e per il mio sangue. E mentre il motoscafo rasenta le rive da dove le galeazze lionate salpavano cariche di forza e di saggezza a portare sui mari il fulgore del nostro spirito, le campane di SanMarco suonano, sciama compatto dalla Piazzetta un turbine di colombi che il colonnato del Palazzo dei Dogi respinge e dissolve, e mi pare che tutta l'aria vibri per un grande inno italiano terminato da un immenso, immateriale bacio a questo paradiso italiano.
Il Sire è giunto. L'«Hohenzollern» — il yacht Imperiale — è passato stamane a pochi metri dalla mia nave ormeggiata ai Giardini, accolto da colpi di cannone e dal ronzìo degli apparecchi cinematografici, così come giustamente gli si conviene. I nostri equipaggi, raccolti in striscie dense ed immobili lungo i fianchi delle navi, hanno gridato gli hurrah di rito, ai quali un uomo isolato sulla plancia, intabarrato, stringente un cannocchiale sotto un'ascella, rispondeva appena portando di scatto due dita alla visiera del berretto: lui: il Kaiser.
Poi i cannoni hanno taciuto: una ressa di gondole ha formato come le siepi di una strada immaginaria tracciata nel bacino di S. Marco, ed il yacht imperiale vi si è inoltrato a lento moto fino alle boe dove è stato ormeggiato.
Un gridìo immenso sorgeva dalle siepi ed era condensato a tratti in un urlo solo che si ripeteva tre volte. Ho creduto di sognare: mi son chiesto con stupore quale Venezia fosse quella che avevo sott'occhio; quando e come fosse stata invasa così. Tutto tedesco quel grido!: — Hoch! — Hoch! — Hoch!... — Grido di migliaia: da dove — o angelo dorato del Campanile di S. Marco — da dove venuti? E non so perchè ho provato un brivido a cui non ho potuto dar nessun nome...
* * *
— Questo qui — mi dice un tenente di vascello tedesco, col quale mi son fermato avanti ad un enorme ritratto che domina tutta una paratia del Quadrato Ufficiali a bordo dell'«Hohenzollern» — questo qui ne farà vedere delle belle!... E abbassa la voce, stemperandola nel sorriso della confidenza.
«Questo qui» è il Kronprinz. E io guardo con sorpresa la mia guida domandandole perchè.
— Perchè? — ripete questa; ma naturalmente non va più avanti, affidando la risposta ad un gesto prettamente tedesco che significa attesa e che consiste in una rapida oscillazione della mano tenuta dritta, palma in fuori, ed all'altezza del petto.
Io penso che lo champagne di rito che ha bevuto poc'anzi con me, e forse con molti altri ufficiali prima di me, gli abbia dato leggermente al capo. Devo aspettar che? E, in ogni caso, il mio Paese non ha nulla a vedere con le questioni interne della Germania e col carattere del suo futuro governante.
No: questo gioviale fanciullone, quasi albino a forza di esser biondo, deve realmente aver troppo brindato, e le sue confidenze hanno soltanto per fondo le bollicine esilaranti delle coppe tracannate...
Infatti nel guidarmi attraverso gli imperiali appartamenti mi suggerisce le più strane osservazioni sul dubbio gusto degli addobbi, sorride con indulgenza su alcune imperiali volontà , sorvolando però, non approfondendo troppo; pronto al viso tedesco di reverenza non appena il suo spesso labbro si agita per pronunziare la parola cesarea, la parola di dominio, designante la massima potenza umana.
Ed ecco che la psiche di questo straniero mi sfugge...
* * *
Parsifal: l'apoteosi del Germanesimo. Wagner agli intellettuali, attraverso i teatri di Europa infiacchiti tutti nello spirito nazionale; e Carlo Marx alle masse, rese irrequiete da un materialismo senza limiti. Che cosa sono, armi e dottrine? programma o spontaneità ? Ma...
Sono alla Fenice, in un palco che potrei dire internazionale: una principessa tedesca che parla francese, un addetto d'ambasciata austriaco, due «Von» della marina tedesca imbarcati sulGoebene due signore del mio paese, sì, ma che parlano tedesco.
Sfilano le scene dalle insulse parole e dalla musica filosofale, nel più profondo silenzio che massa umana possa produrre. Tace persino la tosse del teatro, persistente nota di ogni uditorio.
Crani lucidi e spalle bianche sono immobili; e, disegnate dagli sparati candidi delle marsine, tante file parallele si allineano nella semioscurità della platea, come solchi di un campo nevoso in disgelo.
Incorreggibilmente latino, io trovo che il cosiddetto genio tedesco può essere sempre raffigurato da una enorme piramide rovesciata, ed in bilico su un vertice non suo. L'occhio non vede che una grande superficie tedesca; così, l'origine vera, sapientemente nascosta, gli sfugge. Ecco qua il Capolavoro. In questa folla religiosamente intenta, corrono infatti fremiti che solo l'arte può produrre: io stesso in certi momenti ne subisco il fascino e sento che il veleno tedesco è veramente ben preparato se può infiltrarsi nelle vene così. Ma se analizzo questi momenti di reverenza ne trovo subito l'origine e mi sorprende che tutti costoro non sentano che la piramide oscilla. Il vertice è il Vangelomalamente profanato da erotismo e impasticciato da nebulosi personaggi, faticosamente nati da tavolino tedesco.Kundrynon è che una complicataMaria di Magdala, la quale aveva certo dovuto fare innumerevoli orgie di birra prima di mettersi a detergere piedi e a belare «redenzione... redenzione» insieme all'estaticoParsifal, giustamente punito con interminabili «piantoni» per non saper nemmeno lontanamente avvicinarsi alla grande figura che dovrebbe imitare e che può, tutto al più, parodiare. Lo Spirito Santo è distaccato dal cielo per diventare comunissimo piccione, fatto apposta per scorrere lungo un filo di ferro, secondo un sistema tedesco brevettato: l'altare cattolico, dopo la manipolazione tedesca, perde una quantità di cose, ma conserva i gradini, dove al posto dei chierici s'inginocchiano graziose giovanette dalle gambe troppo in vista tra le spaccature laterali della cotta. — Chiamiamole pureGraalqueste strane chiese, e chiamiamo pure cavalieri quei buoni personaggi che vi passeggiano dentro e che certo ebbero precedenti daGambrinus...
O puri, limpidi maestri del mio Paese a cui bastavano poche schiette note a strappare lagrime e far delirare le folle, quando il sentimento italiano era intatto e trovava nella vostra musica la sua perfetta espressione, su dalla tomba! La Germania avanza e stritola i vostri sepolcri che le fanno argine. Ombre insigni e luminose, proteggeteci. — Quando ci avranno assuefatti a questa odierna mentalità musicale, ahimè! — la questione è assai più elevata — sentiremo e penseremo alla tedesca e chiameremoElsaoOrtrudale nostre figlie: schiavi saremo: irrimediabilmente schiavi...
— È veramente magnifico! Non si può andare più in là ! — mi dice l'addetto austriaco mentre cadela tela tra gli scrosci degli applausi e la luce inonda di nuovo la sala.
Vorrei rispondergli con l'ambiguo «tu lo dici!» evangelico, ma trovo miglior soluzione il «colossale!» che gl'inferisco senza smuovere un muscolo del viso: e m'avvedo che la mia parola di commento, grazie al Cielo, lo persuade poco.
Ma intanto gli applausi continuano il loro scroscio. E guardiamola dall'alto questa frenesia morbosa che è un mero fenomeno d'inoculazione di virus tedesco! Sono mani italiane che si agitano, sono bocche italiane che, malate, gridano il loro entusiasmo. È un triste spettacolo patologico da studiare in tutte le sue fasi...
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Fuori, la notte stellare intagliata dai parallelepipedi scuri delle case. I rii fremono della chiusa vita delle gondole che sciamano dal Rio della Fenice in massa compatta per disperdersi nelle oscure arterie d'acqua, dove punti luminosi s'inseguono. Tonfano i remi con risonanze da pozzo, e il grido lugubre dei gondolieri si ripete qua e là come chiamate di animali notturni a cui l'immaginazione presta aspetti favolosi. L'odore della bassa marea, esagerato dall'umidore fresco della notte, sembra condensato e più acuto. — Ah! È ben Venezia questa: l'immutabile Venezia che ci fu tramandata dai padri e che noi dovremo, intatta nella sua reale essenza, cedere alla nostra volta alle generazioni future.
Ma per le calli, sui ponti, lungo le fondamenta, canti isolati persistono, accompagnati dal rumore del passo. Il loggione della Fenice rincasa e son i lamenti diParsifal, i piagnistei diTuturele diKundryche si insinuano nelle vene di Venezia: da un campiello nascostosi diffonde, stonato, il coro dell'entrata dei cavalieri delGraal. — Come olio velenoso e irresistibile, il canto teutonico si propaga profittando sinistramente del sonno della città . Ma verso la Piazzetta di S. Marco un canto, un canto italiano finalmente s'eleva. La voce è grassa, rauca, intercalata da note gutturali e da note in falsetto...