Ai nostri monti, ritorneremo...
Ai nostri monti, ritorneremo...
Non fa nulla. È musica nostra: e la gondola sembra correre verso di essa come ad un richiamo, scivolando vicino alle prore aguzze delle sorelle addormentate al traghetto. Allo scialbo chiarore della Piazzetta deserta, il cantatore si rivela. È semisdraiato sui gradini della colonna del Leone. Lo vedo alzarsi, tentare di camminare, interrompere il canto, barcollare, riprenderlo...
Maledizione! È ubbriaco!
Il caldo respiro della fine di giugno avvolge questa mattina Venezia. È un alito calmo, di una strana potenza avvivatrice: ed i colori ne acquistano come una loro speciale luminosità divenendo d'una generosità magnifica, prodigando tutte le sfumature, tutte le combinazioni, sfoggiando un'inarrivabile arte. Al disopra dei tetti, le nuvole immobili si caricano di un grigio appena rosato, con bizzarre, sottili, pazienti delineazioni d'oro. E grandi lame di luce le traversano come rigide code di comete, divergenti tutte da un centro misterioso che s'è annidato a mezz'altezza nel cielo, sopra a S. Nicoletto del Lido.
L'acqua del bacino di S. Marco ha preso l'aspettodi cosa lucida e solida che non possa aver più alcuna relazione col vento. E più in là , ridotte al minimo dall'alta marea, le punteggiature nere delle bricole s'inseguono nelle lontananze, come una strana popolazione della laguna, radunata per una silenziosa mostra mattutina, intorno a innumerevoli isolette sommerse, da cui misteriosi capi sorvegliano.
Come un tremito continuo d'aria agita tutto questo scenario di pace, che sciami di bianchi gabbiani traversano a volo lento e senza grida. Ma per contrasto la Riva degli Schiavoni, le Mercerie, le calli intorno a S. Moisè, la calle dei Fabbri, brulicano, si riempiono, aspirano umanità da mille ristretti conduttori di pietra e ne fanno un'unica corrente scura avviata al grande collettore di Piazza S. Marco. E l'immensa sala di marmo, che ha per pareti, fissati per l'eternità , sogni di insorpassabili artisti, e per soffitto il cobalto del cielo, coi suoi tre enormi stendardi immobili come stanchi di anni contro l'oro della Basilica, coi suoi drappeggiamenti sanguigni pendenti tra i colonnati delle finestre, cogli sciami dei suoi colombi volteggianti bassi tra le mura come per non distaccarsene mai, è pronta a ripetere ancora una volta una di quelle cerimonie, che già vedemmo inquadrate da una cornice d'oro vecchio e ricoperte dalla scura vernice del tempo, nei musei o nel fondo d'una nostra falsa memoria.
Ma è strana folla, questa che mi circonda e trascina! Se frotte di fanciulle dalle pesanti capigliature d'oro e avvolte di nero negli esili corpi, cinguettano, col sorriso nella voce e negli occhi, ruvidi accenti ed aspre intonazioni di gruppi di altra razza sormontano e soffocano il loro bisbiglio. E sono tanti e tanti... La loro ossatura elefantina è come di uno stile diverso: il loro vestito porta impressa nel taglio una mentalità squadrata, violenta e goffa: e il loro riso gutturale pare l'espressione di un'orgia perpetua alla fine dalla quale debba sempre scorrere un po' di sangue. Ah! Com'io sento stamane più forte l'ingombro di questi corpi dall'insolente andatura, nelle ristrette calli di questa divina città italica, non fatta per simile stirpe! Come ho il sentimento di un netto distacco tra razza e razza, tra ambiente e ambiente! Mastodontiche case a cuspidi, vie fiancheggiate da monumenti riempiti di grottesche, ma colossali statue: basse birrerie ornate come chiese sacre alle divinità dell'orgia, dove gliach!risuonano al giusto tono; stabilimenti immensi dove tutto si falsifica, dalle gemme alla pietra: dove tutto s'imita, dal capolavoro d'arte alle sostanze alimentari: dove si ruba all'altrui genialità ogni idea per sminuzzarla in azioni...; cieli plumbei, vegetazioni scure, tutto questo ci vuole a costoro.
Che cosa vogliono, che cosa fanno qui?
— Oh! Mais enfin j'ai le plaisir de vous rencontrer! Où avez-vous été donc?
È l'Olandese del «très-joli». Le sue palpebre battono sui suoi occhi chiari quasi su ogni sillaba, per indicare forse una repressa collera, mentre ella mi ferma allo sbocco in Piazza, del Ramo dell'Ascensione.
Le spiego che le mie mansioni di servizio — (il «se ne guardi!») — mi hanno costretto a mille occupazioni diverse, impedendomi di...
— Alors, il faut un Kaiser en personne pour vous dénicher? — m'interrompe bruscamente.
Il Kaiser?
Ma sì! In che mondo vivo dunque? Il Kaiser discenderà tra poco alla riva della Piazzetta di S. Marco, ed il suo popolo si reca a dargli un saluto fedele.
Il suo popolo?
Ha ragione: Il «suo» popolo. La folla compatta che ora ci circonda è sua: quasi tutta sua. La Germania girovaga, multiforme, occhialuta, dagli strani cappelli troppo piccoli per gli squadrati crani, dai colletti enormi, dalle faccie sciabolate alle tempie, dalle grasse femmine coi capelli tirati sull'alto del capo e radunati in misera nocca, è qui, è quasi tutta qui, come richiamata da una parola d'ordine che ha vuotate regioni. Una gioia impossibile ad esser riprodotta dalla nostra razza, ha come slacciate le espressioni di questi volti e la carne sembra dilatata, libera dai suoi legami al cranio.
— Vite, vite! — esclama la bella creatura con un'animazione troppo in contrasto col carattere che le conoscevo. — Écoutez. Il vient... Courons!
Ah no! Non corro affatto. Lascio che i suoi segni imperiosi si dileguino per sempre nella folla, mentre, non so da dove, le note gravi dell'inno tedesco s'alzano nell'aria e «och!» formidabili risuonano tutt'intorno a me.
Ho accanto un'intera famiglia: il padre col suo cappelluccio verde dal bravo piumino piantato all'indietro nel nastro, gli occhiali a spranga, gli occhietti suini nascosti da sopracciglia da caricatura, la zazzera, il collettone, la giubba alla cacciatora, i corti calzoni di velluto da cui sbucano due polpacci informi: la madre, spelacchiata, con un cappello che doveva esser l'orgoglio della vetrina di chi sa quale villaggio di Pomerania, con un naso aggiunto in fretta e composto a palla con la poca materia rimasta, dopo fabbricata una enorme faccia rossa dalle mascelle stritolatrici: stretta nel collo, nella vita, in tutte le giunture: multicolore, sbraitante, lucida; due figlie allungate, appiattite, ingiallite da qualche macchina; identicamente vestite, impalate, rese ossute da un'altra macchina...
Tutta la famiglia spalanca contemporaneamente la bocca quando la marea di un «och!», lanciato dall'altra estremità della piazza, la raggiunge. Gli occhi si rimpiccioliscono nel grido sotto la spinta degli zigomi: e i palati aperti, scuri, sembrano dover finire in una specie di borsa da pellicano, tanto attingono voce. «Och! Och! Och!».
Ah! Com'è brutta qualche volta la fede e quale cattivo odore tramanda!
I colombi s'aggirano spauriti in un volo folle che sfiora le nostre teste, come gabbiani sulle creste d'onda d'un mare agitato.
E, ad una ventina di passi da me, due siepi di fucili aprono una strada perfettamente libera che io posso in parte dominare dall'alto di un tavolino di ferro, offertomi dal cameriere d'un Caffè con un «Bitte» untuoso. Il solito cane d'ogni cerimonia s'aggira nello spazio vuoto, fissando con stupore l'umanità che urla e che non riconosce più. L'elegante figurina olandese s'è unita ad un gruppo di giovani signore che forma come un fiore dalle delicate tinte sul bruno della folla. È là : vicino ad una siepe: agitata, fervida di commozione.
Tacciono ora le musiche. Gli stendardi ondeggiano lievemente come per l'avvicinarsi di un soffio di vento, mentre l'oro dei mosaici della basilica s'abbruna perchè una nuvola densa s'è avvicinata al sole e lo nasconde.
E improvvisamente un coro vocale s'eleva da ogni punto della Piazza mentre rimbomba lontano, quasi in misura, la voce più cupa del cannone.
«Deutchland, Deutchland über alles...»
È inno questo? Non so: a me pare un'esplosione di violenza, intollerabile nella serenissima magnificenzadi questa nostra regale città ... Suona, campanone di S. Marco, suona con la tua voce venerabile che fece nei trionfi tremar di gioia il cuore dei padri. Soffoca con le vibrazioni del tuo bronzo sacro, questo canto straniero che tenta innalzarsi alla tua immacolata altezza. Schiaccialo giù contro terra e che la nostra terra lo assorba e disperda come assorbe e disperde la sciagura del fulmine! Suona! Suona!
Eccolo il Kaiser: delle scintille e un manto azzurrastro, seguito da altre scintille ed altri manti. Scrosciano applausi, la siepe dei fucili si eleva, il canto si esaspera, ingigantisce nelle risonanze delle mura, diviene come un solo urlo scandito dal cannone. E gli occhi metallici di questa razza intrusa si velano di commozione... Come i miei, di rabbia...
— Questa è la festa, la grande festa della pace! — esclama un lungo e giallastro tedesco aprendo le braccia al cielo, con un gesto da eroe dei Niebelungen.
E come ad indicare che il Dio della Pace è proprio lì, sceso dai suoi inaccessibili regni, venuto per qualche istante a contatto dei mortali, le sue braccia si riuniscono in alto e si abbassano orizzontalmente rivolte al Kaiser, mentre le pelose mani, aperte verticalmente, riproducono un caratteristico atteggiamento di fakiro in adorazione.
Passa il Dio teutone. — Dal gruppo di signore del quale fa parte l'Olandese, fiori vengono gettati su di lui che saluta senza sorriso, meccanicamente, con due dita pigramente elevate alla visiera dell'elmo. Rispondono forse le immagini sacre alle folle prostrate ai loro piedi? L'insensibilità è attributo di ogni simbolo divino. Egli passa. Clamori e fiori sono usate cose nella sua vita terrena: e quando il turbine dell'umanità , rotte le dighe dei fucili, precipita come corrente, al suo seguito,pare veramente che una mareggiata si chiuda sulla scia di un enigmatico colosso.
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Più forte, Marangona di S. Marco! Dì all'Italia che a due metri dal suolo l'aria è sempre pura e che una densa legione di spiriti italiani vi turbina sempre agitando spade, corone di alloro, pergamente, pennelli e scalpelli, legione enorme che sorvolò per secoli sulla Terra e discese dovunque. Dì che dov'essa discese, la capanna si cambiava in casa dalle linee armoniche, la palude si prosciugava, campi fertili sorgevano, s'arginavano i fiumi, s'aprivano strade, la vita selvaggia dell'uomo diveniva civile: come per magia, i popoli davano un balzo verso un'esistenza migliore e innalzavano monumenti!... Diffondi il vigore eterno del tuo bronzo nel torpore dei nostri muscoli stanchi, nella vecchiaia dei nostri occhi, nella fissità del nostro spirito costantemente rivolto all'occaso come girasole malato...
Un gran silenzio. Il campanile s'è ammutolito, il cannone tace e la folla come cumulo di neve sudicia, si discioglie e disperde in tanti rivoletti lungo le calli oscure. Venezia riprende la sua vita in semitono, dove nessun grido osa unirsi alla gran voce del tempo.
E i «battitori» delle botteghe, avanti alle loro vetrine, riempiono le Procuratie dei loro sommessi inviti ad entrare, curvi nella loro posizione servile, deformati da un fisso sorriso, simile al senile sorriso che accompagna un'offerta oscena.
— Bitte shoën, fraulein... S'il vous plaît, monsieur! Entrez, entrez...
E sono Italiani, questi?
L'Hôtel attraversa come un cattivo periodo di stanchezza mentre luglio s'inoltra. Esso non rigurgita più. Gli ibridi tipi girovaghi dei due sessi che han racchiusa tutta la loro fortuna nel gramo bagaglio e tutta la loro storia nello sguardo, son spariti. E giornalmente, tedeschi, ungheresi ed austriaci riempiono gli autoscafi che compiono il servizio con la stazione ferroviaria. Essi partono, chiusi in uno strano silenzio, con qualche cosa nell'espressione che è impossibile definire e che finora nella nostra vita non avevamo visto mai.
— È una stagione straordinaria questa! — mi ripete il direttore dell'hôtel, dando alle parole «stagione straordinaria» un significato di sconforto commerciale. — Non si riesce a comprendere che cosa avvenga. Gli altri anni in questo periodo non si avevano — si può dire — partenze, mentre invece quest'anno l'albergo si vuota e non vi sono richieste. C'è poi un fenomeno singolare...
— Quale?
— Quello dei tedeschi... Si direbbe che si son passati una parola d'ordine contro Venezia... Monsieur Marna è desolato!
— Ah! Poveretto! E chi è monsieur Marna?
— Il maître d'Hôtel. Dice che vuol tornarsene a Parigi perchè qui non c'è più lavoro. Io non so che pensarne.
Nemmeno io. Le giornate si succedono monotone, calme, arroventate dal sole e Venezia indora sempre più i suoi tramonti radiosi, nei quali i campanili ergono la loro mole violetta su una tranquilla fantasmagoria di sangue e sembrano giganteschi.
E il resto del mondo apparisce come separato da noi da queste cortine magnifiche: sembra così lontano, così lontano... Il mare stesso pare non aver mai conosciute tempeste ed ha perduto ogni sua voce in una strana interminabile sonnolenza. Mare da bagnanti. Non ci dice nulla.
E si comprende allora la volgarità dell'arte di alcuni pittori di marine che gettano qualche pennellata di ardente colore su spiaggie monocrome, su monocromi sfondi d'azzurro, ricercando l'effetto in poveri contrasti ed assegnando all'uomo la missione di chiazza, sparsa a caso qua e là , fino all'estrema prospettiva...
* * *
Ah! la buona sabbia calda dove le membra seminude sembrano aspirare vigore da innumerevoli pori! Che gioia prostrare il corpo sulla madre terra in una intima comunione di piccolo essere mortale con la materia immortale, scambiando scorie d'anima con correnti di pace prese in anticipo sul gran conto finale. Là : fissiamo il cielo, su, nello zenit profondo e vedremo apparire alla nostra immaginazione, mondi non deturpati da niente, nemmeno da una definizione impossibile. Così: un nirvana azzurro...
Che?
Che specie di parola risuona vicino a me? Chi la pronuncia? Peuh! Due derivati del tipo uomo, appartenenti agli ultimi gradini: due giovinastri dagli occhi sottolineati da una sfumatura violacea ed estremamente ricercati nel loro abbigliamento. Essi mi passano vicino, camminando a piccoli passi e sorreggendo entrambi un unico giornale aperto, sul quale fissano lo sguardo avvizzito.
— Guerre! — han detto: — Mais alors c'est la guerre...
La loro vista politica dev'essere un poco annebbiata dalla falsa luce che certo guida la loro opaca esistenza. Guerra a che? A qualche lozione per capelli? A qualche malsana ricetta?
Ma no: levandomi in piedi, vedo che più in là lungo la spiaggia, capannelli di corpi si seguono, dominati nel mezzo da altri giornali, e sento che la parola si ripete, s'estende, vola, mugge come un'improvvisa bufera, portata da uomini in corsa, da donne spaurite, mentre, come se una minaccia immediata fosse già contenuta nella parola stessa, qualcuno già raccoglie i suoi vestiti per abbandonare la spiaggia.
Ma è pazzesco tutto ciò: dev'essere il sole a produrre un simile fenomeno di follia collettiva...
— No signore, — mi risponde un americano circondato dalla sua famiglia. — Voi avrete la guerra: legga qua.
Leggo. Resto immobile e non trovo una parola che possa esprimere lo stupore che provo.
— Che vuole che risponda la povera Serbia? E con la Serbia vi sarà la Russia, e con la Russia la Francia. L'Austria, si capisce, avrà la Germania e voi...
Pare che questo discorso sia stato anche troppo lungo per la sua fretta e quella della sua famiglia. Presto: verso l'hôtel, dove già tutti i bagnanti si radunano: le scalee brulicano e tutta questa genia d'ozio, ritrova di scatto un'animazione che cancella subito le varie patine imposte alle proprie marionette nella commedia della vita antecedente.
L'orario, l'orario dei treni: la domanda è unica e par troncare esistenze.I «tout de suite» imperativi delle donne, sormontano le pavide obbiezioni degli uomini, mentre tutti i campanelli dell'hôtel si mettono a squillare come percorsi da uno stesso brivido...
* * *
Passano monti di valige, bauli, culle di bimbi; i più disparati bagagli s'incrociano, trascinati da domestici spauriti. E a poco a poco la folla esotica s'avvia, vuotando questi ambienti che videro tutte le stravaganze d'un'epoca, che accolsero senza inchieste ogni portafoglio, e dove si bearono tanti che ritennero il vivervi, massima — ricompensa — alla — vita.
* * *
Sembra che gli orpelli delle decorazioni, i colori degli affreschi sieno pervasi dal pallore di una improvvisa agonia.
In pochi giorni il silenzio ha guadagnato file di stanze, gruppi di appartamenti, interi piani: e le finestre chiuse un poco alla volta, dà nno l'idea di successive morti.
Le orifiamme di festa, fitte sulla sabbia spariscono; alcuni cancelli son chiusi; le tende sulla spiaggia son ripiegate e rimosse.
E a sera nel contemplare l'enorme massa chiusa, buia, ostilmente eretta nelle ultime luci del tramonto, si sente che s'è chiuso qualche cosa di più che un edificio, che s'è spento ben altro che delle lampade elettriche: è un'epoca che muore, ed il mondo ne prova come un primo tremito.
Sul mare non un soffio di vento, non il minimo segno di moto: un velario scuro si alza a mezzo cielonascondendo una larga zona di stelle e pare che dietro, verso Levante, là dove l'occhio non indaga più, qualche cosa di malefico si crei che stringe il pensiero come lo sfioramento della morte.
E mentre, rievocata non so da che cosa, mi sorge nel ricordo la visione delle legioni dei fantasmi che i vecchi pescatori adriatici vedono turbinare sul mare nelle notti di tempesta, una stella cadente riga il cielo con un'abbagliante scìa rossastra.
È volgare credenza che una tal vista realizzi il pensiero concepito nell'istesso istante.
Ahi! Adriatico, che vedrai tu?