LA TRAVERSATA DELLA MORTE.(L'UOMO).
Making the sun like blood, the earth a tomb,The tomb a hell, and hell itself a murkier gloom.(Byron,Childe HaroldXXXIV).
Making the sun like blood, the earth a tomb,The tomb a hell, and hell itself a murkier gloom.(Byron,Childe HaroldXXXIV).
Making the sun like blood, the earth a tomb,
The tomb a hell, and hell itself a murkier gloom.
(Byron,Childe HaroldXXXIV).
Alla vista dilatata ancora dal largo e dalle raffiche di capo Linguetta, non c'è gran che di cambiato dentro questa rada, dall'ultima volta che vi venni, ai primi tempi della nostra occupazione. Stessa impressione d'immenso lago perennemente sconvolto dal Ponente, stesso addensamento di nuvole in corsa sulle cime dei monti, sbrandellate attorno alla vetta di Kanina, diradate verso la vallata di Valona e più in là divorate dalla distesa di paludi che si allunga a perdita di vista fino alle foci della Voiussa, come se il vento vi si fosse aperta una grande via maestra del cielo; identico paesaggio di verde carico e di grigio, di vette scure e di balze incolte, dove i cipressi s'ergono qua e là come indici tesi allo zenit e ricordano quella cosa che qui imperò per secoli e che per una mareggiata di sangue s'è ora ritratta lontano lontano senza speranza di riflusso: la Turchia.
Già: ecco laggiù a Krio-Nerò, a Valona, l'altra sua impronta: i timidi minareti lasciati qui a recitar le preci della sua morte; e l'idea che poveri, spauriti «muezzin» compariscano ogni ora a ricordare con singhiozzante voce Allah e la sua misericordia alle molte migliaia d'italiani qui venuti dal Carso e dal Tirolo, apparisce dissennata, come una frase comica interpostada un pazzo in un epilogo tragico. Ma tra le case fronteggianti il mare allo sbocco della grande strada che unisce la lontana Valona alla sua marina, è qualche cosa di cambiato. Fresche tinte e vernici dimostrano che a vecchie abitazioni s'è data nuova vita: due immense croci rosse dipinte sul tetto bianco dell'antico Kursaal, dove or non è molto risuonavano a beneficio spirituale degli ufficiali austriaci le poco argentine voci delle canzonettiste viennesi, rivelano che quell'edificio è divenuto ospedale in espiazione dei suoi molti peccati. E poi le piccole cataste di legna, viveri e munizioni d'allora, i pochi rotoli grigi del fil di ferro dei reticolati, le corte file delle salmerie e dei cannoni, ora appariscono sulla sabbia della spiaggia moltiplicati per un coefficiente uguale a quello che ha moltiplicato le prime truppe inviate quaggiù fino a raggiungere oggi un prodotto enorme. Così, alla vista dei cubi e delle piramidi scure che nascondono le case e le sormontano, è possibile abbracciare d'un tratto col pensiero quanto divori la guerra e quanto lavori la terra per nutrirla. E repentinamente quella sensazione a cui è impossibile dar nome e confini e che si produce dovunque la vita umana bruci a larghe vampate, scaturisce dalla vista di ogni cosa: e tutta la nitidezza del panorama se ne offusca.
Navi, navi e navi: le grandi, al largo, in linea ordinata, disciplinate anche nel riposo; le piccole, sparpagliate a caso, più strette alla terra e frammiste a barcacce d'ogni dimensione e d'ogni tipo, resti di vecchie generazioni di barche da lungo tempo ripudiate dal mare libero e rimaste senza alberi e senza sartiame, carcasse senza membra.
Mai ve ne furono tante qua. E che qualche grave avvenimento del mare si prepari, è dimostrato dal fattoche in mezzo a loro, bianche come un simbolo della carità, listate di verde lungo tutta la loro lunghezza e largamente crociate di rosso, due immense navi-ospedale si distaccano nette sul grigio delle sorellastre che le circondano e che macellano perchè esse si riempiano.
La mia s'è ancorata vicino ad una di queste: e col Ponente arrivano a bordo le acri zaffate dell'acido fenico, l'odore di tutti gli alberghi della morte. Più in là quattro transatlantici giganteschi, dai quali una sovrapposizione di pittura grigia ha fatto scomparire ogni lucentezza dell'antico lusso, hanno quell'aspetto caratteristico delle navi che aspettano il loro carico: braccia di ferro protese e immobili, macchinari che sibilano chetamente come operai rimasti inoperosi, uomini raggruppati in silenzio qua e là nelle vicinanze del boccaporti e getti di vapore smorto dovunque.
Io so, noi sappiamo, che cosa aspettano...
È un carico che li riempirà tra breve tutti e quattro e che giungerà qui, partorito dalla costa, dai monti, da tutta quella sterminata distesa di terra vertebrata dai Balcani, percorsa dal Danubio, estesa fino ai confini meridionali della Germania e occidentali della Russia. È un carico che cammina da mesi per giungere qui, colonna senza fine d'ogni sciagura, assottigliata ogni giorno come valanga discendente al sole dei piani, orda umana radunata dalla guerra e spinta dalla guerra, inerme, al mare per essere inghiottita e dispersa.
Tra poco giungerà un secondo scaglione di prigionieri austriaci fatti dai serbi nella loro prima campagna vittoriosa, quando l'Austria, non ancora provincia germanica, aveva la gola stretta dalla morsa di Kumanowo e Leopoli e si sentiva soffocare.
Erano ottantamila; un popolo, nella pingue retatadi Pasic. Ma quando la Serbia, invasa, ritrasse il suo esercito in Albania dirigendolo alla salvezza del mare, dovè fare della sua preda, divenuta troppo pesante, un greggie disordinato: e sospinse tutto avanti a sè per monti senza strade, per vallate senza traccia d'uomo, nel fango e nella neve, spaventevole massa su cui la morte ed i corvi tripudiarono a lungo e che lasciò un cammino tracciato per sempre da ossa.
Fame, colèra, tetano, assideramento, sfinimento e pazzia, traversarono regioni in ridda furiosa, ieri come oggi e come domani, nella sinistra gioia di poter uccidere senza freno, senza ritegni di nomi, di croci e di cifre, sicure di ogni impunità.
Cifre? Eccone una sola, ed anche questa vaga, indecisa. Pare dunque che tra tutti gli scaglioni arriveranno al mare circa cinquantamila ex-uomini.... A sei o sette giorni di marcia da qua, il computo del secondo scaglione faceva prevedere così: ma in questi giorni, gli ultimi del calvario, molte ultime forze si saranno spente, e che la cifra venga di molto abbassata non sorprenderà nessuno.
Sicchè la differenza...
E questo è il carico che aspettano i quattro giganteschi transatlantici grigi, mentre il Ponente porta via i loro sbadigli di vapore ed i monti di Valona s'abbrunano...
Io vedo un gruppo di cavalieri sboccare dalle case della marina là dove termina la strada di Valona e correre al galoppo sull'ansa di sabbia che da lì va fino ad un grande pontile d'imbarco eretto in questi giorni: il «terminus» della fiumana di dolore, il punto dal quale non si «camminerà più».
E subito dopo vedo apparire da dietro allo stesso sipario una Cosa che ha il colore della sabbia e che avanza lentissimamente. Il suo corpo si allunga come biscia che stani e il suo contorno si sfrangia e si ricompone, si allarga e si restringe, con contrazioni di cui è impossibile precisare l'origine e che sembrano sussulti dolorosi. Il chilometro circa di spiaggia che i cavalieri hanno percorso in pochi minuti, vien ricoperto dalla Cosa in un tempo lunghissimo, con un moto che non somiglia a nessun altro conosciuto e che ricorda piuttosto il lento progredire di un'alluvione. Tutta la Cosa brulica, non si capisce di che, ma il suo brulichio non ha niente di umano, giacchè essa non può appartenere alla terra o almeno alla terra delle nostre abitudini. Essa va, va, spinta da una forza che par venire dalle sue spalle, e con propulsione così continua, che nel dubbio non debba finire mai, una diga di soldati e di marinai s'è formata nelle vicinanze del pontile a far argine infrangibile. E quando la testa della Cosa vi giunge, essa vi rigurgita sopra con tutta la massa del suo corpo come fiumana di lava su un ostacolo.
Da una cosiffatta moltitudine s'alza sempre un clamore: e questa, per un fenomeno che fa smarrir il nesso delle idee, tace d'uno spaventevole silenzio. E subito s'intuisce che ogni sua forza, ogni sua estrema forza è concentrata nel lavoro meccanico del cammino, senza poterne sperdere nemmeno una particella per altre funzioni. Tutto è sopito nella Cosa: essa non ode, non vede: va; per un impulso che dura da mesi e che ebbe inizio a un grande tratto d'Europa da qui.
Ed ecco che tutta la baia, nella sosta serale del Ponente, è pervasa da un tanfo orribile: esso è giunto come un'improvvisa bruciatura nell'olfatto e basta esso solo a descrivere la miseria più orrenda di questa infelicissimacosa che è divenuta l'umanità dal 1914 in poi. Nessuno che abbia fiutato un simile lezzo di decomposizione potrà più dimenticarlo: esso sarà un'ossessione di tutta la sua vita, accompagnerà i sogni delle sue cattive notti e i suoi tristi momenti di solitudine.
Sciami di pontoni s'addensano attorno al pontile sul quale la testa della Cosa straripa, versandovi brani del suo corpo: fischiano barche a vapore, ma il loro fischio è breve, come non osassero lacerar troppo il silenzio terribile che incombe sul semovente carnaio che brulica lì intorno chetamente; e subito file di convogli s'irradiano nel mare, lentamente, come convogli funebri.
Ecco, passa la carne umana che «non cammina più»: pare che essa vuoti da sè stessa la terra, prima che questa scompaia per un cataclisma imminente e finale: passa nel suo lezzo, che ora mozza il respiro: e tutta la rada ne è piena... Passa: qualche viso simile al viso dell'uomo, qualche membro nudo si precisa; qualche occhio imita lo sguardo... Che famiglie, che madri!... Questa carne non ha mai appartenuto a nessuno... Non è che una lebbra spontanea del nostro triste pianeta...
E i quattro transatlantici, come svegliati di soprassalto, ora sbuffano vapore, agitano le loro braccia di ferro e s'accingono ad ingoiarla a larghe boccate.
* * *
Il tramonto sparge violetto nei monti e lacca rossa nel cielo. Il motoscafo che mi conduce a terra, corre a breve distanza dalla spiaggia dove la Cosa passò e che è ridivenuta deserta. Alla prima sera l'ocra della sabbia s'incupisce. Ma vicino al pontile d'imbarco èqualche cosa di cui non riesco a precisare la natura. È una catasta che prima non v'era, e attorno alla quale soldati nostri e militi della Croce Rossa inglese s'affannano. Altri soldati formano crocchi qua e là lungo il cammino che la Cosa percorse... Che sarà? Che cosa è che i soldati sollevano e trasportano verso la catasta?
Motoscafo, férmati!... Voglio esser ben sicuro di quanto gli occhi vedono... Sono corpi? Sì: corpi esanimi. L'ultima loro forza fu assorbita dal faticoso cammino sulla sabbia e caddero esauriti senza potersi rialzare più.
.... Uno ve n'è che cammina ancora, sorretto da un soldato nostro. Ma ben presto il movimento delle sue gambe s'intirizzisce, il corpo s'affloscia e il suo peso non può più esser sorretto. Odo il grido del soldato che chiama un compagno in suo aiuto. C'è ora al pontile un ultimo zatterone che raccoglie i detriti della Cosa che possono ancora giungervi e sul quale giacciono in fila corpi rattrappiti che sembrerebbero morti se di quando in quando non si rivolgessero lentamente per il dolore delle ossa scarnite, gravate sul legno. Ed è verso questo che i due soldati tentano condurre il corpo da essi sostenuto, mentre le sue gambe immobili strascicano sulla sabbia e il capo bendato gli ciondola sul petto nudo. No: non si può più sperare in niente: è inutile continuare: l'abbandonano: e il corpo cade vicino alla catasta, flosciamente, come avesse le ossa rotte. Allora avviene una cosa unica. Dopo qualche istante di immobilità, sembra rifluire nel corpo un piccolo resto d'anima che può ravvivargli soltanto le braccia e gli lascia inerte il resto, come nelle agonie del «curaro». E a bracciate lentissime, rampando come un drago dalle reni spezzate, striscia sulla sabbia, immergendovi il viso. Sembra che dall'orribile catastacento invisibili mani di morti lo attraggano a loro: va, va, la povera cosa che muore, va serpeggiando nella direzione verso cui è attratta... Giunge nella fila, solleva il busto da terra puntellandosi con un braccio: ansa, si ritorce, il puntello del busto gli si ripiega di scatto, s'appiattisce, non si muove più.
È al suo posto: s'è collocato al suo posto.
Poco lontano di lì alcuni soldati zufolano.
Motoscafo, avanti! Vola, motoscafo!
Pare che i quattro transatlantici partiranno subito non appena riempiti: seguirà una nave da guerra inglese, anch'essa carica dello stesso carico. E le varie centinaia di ritardatari, rastrellati dai monti, dalle paludi giù verso Valona e il mare, verranno imbarcati sulla mia nave per essere trasportati in Sardegna, al lazzaretto dell'Asinara...
Ah! Per Bacco! meglio affrontar di nuovo i siluri dei sommergibili e il bombardamento di un'intera squadriglia di aeroplani, come stamane a Durazzo, quando, dal basso e dall'alto, frusciava e rombava la morte. Ma... sta bene; vedremo da vicino come «lavori» anche il colèra... Una volta stabilito che l'uomo debba finalmente sparir dalla terra, è bene che tutti i mezzi concorrano insieme a distruggerlo...
È notte; la cupa notte di guerra, dove tutto si occulta e tace. Navi, monti, case, accampamenti e la catasta dei morti, son svaniti nel caos nero del mare e del cielo. I «chi va là!» delle sentinelle suscitati dal passaggio del motoscafo, c'inseguono rabbiosamente nel buio, come voci di fantasmi acquattati a mezz'ariae disturbati da noi. Dal subitaneo intensificarsi del tanfo dei prigionieri comprendo che uno dei transatlantici in partenza ci dev'essere vicino. Ma è molto lunga questa nave: lo deduco dal tempo nel quale son costretto a non respirare più.
Da dietro ai monti di Kanina sorge come il diffuso bagliore di un incendio lontanissimo e il castello del paesetto, annidato sulla cresta, vi s'incide sopra con un nero, per contrasto, più denso di tutto il nero d'intorno.
Ah! la luna!
Il che vuol dire, tra poco aereoplani: e cioè rimbombi, vampe, costellazioni di shrapnel e... chi lo sa?
Qualcuno già segnato dal destino intanto pranza e forse ride.
Tutta bianca di calce cosparsa sui ponti, avvolta da un'atmosfera d'acido fenico, e qua e là sbarrata come per guidare armenti ad una via prefissa, la nave sussulta per l'urto di quattro pontoni enormi che le portano il carico.
— Si può cominciare? — domanda una voce dal basso. E un capitano dei carabinieri, col volto rivolto in su verso l'ufficiale di guardia, aspetta la risposta.
Scintillano alla scala due file di baionette: sfilacciature di cordami intrise di liquido disinfettante son distese sul ponte: sbuffano a prora improvvisate doccie d'acqua di mare; medico ed infermieri rimboccano le maniche dei bianchi camici: tra i cannoni di prora, lunghe fila di gavette fumigano, fiancheggiate da mucchi di pane e da schiere di «bidoni» di vino: sì, che si può cominciare. Avanti!
Avanti, Austria, il cui Impero è il mondo!
E, appoggiato a due bastoni, comparisce alla scala lo Scheletro.
I suoi abiti furono lungamente seppelliti con lui e la putredine li scolorò, li rôse e lacerò.
Così un ginocchio ne emerge, ridotto alla macabra plastica delle ossa. I suoi piedi sono avvolti in cenci legati con una cordicella e non è difficile riconoscere in questi, lembi di stoffa militare. Non può camminare perchè «gli si è logorata la carne» delle piante e deve gravitare su piaghe.
Ha nella bocca contratta un ciuffo d'erba che mastica. Dai suoi occhi affossati s'alza uno sguardo obliquo di mendicante assassino: sguardo che si fissa su noi elevandosi a poco a poco come trattenuto da un peso.
— Io, tenente, — dice in italiano sillabato in tedesco, lo Scheletro, mentre porta a scatti una mano fasciata al berretto che è forato in alto da una palla.
È vero: sul bavero lucido di untume, due stelle in diagonale son rimaste attaccate ad un fondo di velluto rosso. Allora, passi a dritta, lo Scheletro: la dritta, il lato privilegiato di ogni nave.
E al taglio della scala apparisce al suo posto l'Agonia.
Piedi fasciati da cenci anche lui: tibie nude, intorno alle quali i pantaloni color terra, tutti sfrangiati, s'afflosciano. Un resto di camicia color terra apparisce nella scollatura d'un cappotto militare color terra e che al posto dei bottoni ha complicate legature di spago. Più su è una testa di uccello scarnito dalla quale due occhi piccoli, nerissimi, mandano le cupe vampate della febbre. E questa testa terribile ripete le strane oscillazioni delle teste delle testuggini.
— Questo, a prora sinistra — dice il dottore che lo riconosce «suo» immediatamente.
Col passo di un ottuagenario l'Agonia ubbidisce. Va, ma si sofferma, tossisce, socchiude gli occhi ed ansa, e un infermiere l'accompagna al suo imminente destino.
— Giù i bastoni!
—Was?
— Giù i bastoni! Questi. — È il capo cannoniere che impone così.
E tre, quattro figure sparute, in cenci, dai capelli biondi lunghissimi, una delle quali ha tutto il capo fasciato da bende sordide, obbediscono. Un'occhiata a questi bastoni che cadono e rimbalzano sul ponte, perchè l'eloquenza delle cose, spoglia del fastidio della parola, domanda tutto lo sguardo.
Grossi, noccuti, alti, furono fatti per sostenersi, ma anche più per difendersi dagli uomini, questi bastoni che tastarono così a lungo la superficie della terra. Essi si consunsero su di una «Via Crucis», dove tutto era disputato, dalla radice strappata alla terra con le unghie, agli stracci dei compagni caduti. L'esistenza era ad essi raccomandata e fu il continuo strofinio delle mani che diede loro quella patina lucida che soltanto l'essenza umana distillata dal tempo può dare. E allora da questi randelli che ormai s'ammucchiano e il cui picchio sul ponte divien quasi isocrono, si sviluppa come un'anima tetra: non pare più legno la loro materia...
Avanti: la fila ha ora un afflusso press'a poco regolare, nel quale di quando in quando rallentamenti per corpi portati a braccia dai marinai, s'interpongono. Sulla candida coltre della calce un sentiero scuro si traccia, di fango, di stracci, di stille di sangue. Sembrache la nave galleggi in un inferno da cui sgorghino senza posa dannati per una ascendente via di liberazione. Ah! nell'anno di sventura 1916 è necessario ricorrere ai paragoni d'extra-mondo, perchè la storia degli uomini s'è tutta impallidita e non può più dar confronti...
Avanti, «miei» popoli d'Asburgo; «miei» reggimenti, «miei» fedeli soldati...! povera putredine di sfacelo di razze. Tutta la nave ne è invasa: e l'orribile, veramente orribile tanfo di mezza morte che se ne sviluppa, dopo aver avvelenato ogni ambiente, s'infiltra nelle cose perchè nell'avvenire ne rimanga sempre.
Guarda! Un bambino! Un bel bambino biondo, con dei grandi occhi scuri irrequieti, nei quali l'infantile smania «di guardare duramente come i grandi» si confonde con una punta irrefrenabile di sorriso che persiste anche qui. Nella fila abbiamo già scelti diversi interpreti: coloro che parlano lo strano italiano di Dalmazia mordicchiato da slavo: e non son pochi...
— Chi sei?
— Boris — risponde pronto il bambino, passandosi da un'ascella all'altra una magnifica pagnotta della — e non c'è dubbio — Reale Intendenza italiana.
Boris! Nientemeno!
È pulito, ben vestito, porta un bel berrettone nuovo, e ha, pare impossibile, scarpe.
Qualche secondo di stupore: presto, perchè la fila putrida incalza...
Vorrei chiedergli molte cose: ma l'anomalia della sua presenza è troppo forte; e non so da quale condensazione di idee mi vien ispirato di renderne proprio lui responsabile.
— Perchè sei qua? — E son parole queste che traducono male il pensiero che tutti noi formuliamo internamente: — Piccolo!perchè non sei tra le braccia di tua madre?
— Perchè — risponde Boris, mentre uno zoppo a cui un'orrenda ferita sul volto ha dato una fissa espressione di ghigno, lo incalza, — perchè ero tamburino della banda del reggimento.
V'è un biondo teschio che dalla scala sospinge lo zoppo e lui. E il fanciullo si mette a correre verso prora nello spazio rimasto libero durante la sua fermata.
Tutti lo seguiamo con lo sguardo mentre va a confondere la sua fresca innocenza nella ressa color terra e che stilla sangue... E la fila atroce continua... Non una parola; sempre l'inesprimibile silenzio che gravava ieri sulla Cosa, laggiù, sulla sabbia fatale: unico rumore, il fruscio sul ponte degli stracci che fasciano i piedi, ritmato dal colpo secco dei bastoni che cadono.
È che la parola è dei vivi e questa massa contiene ancora in sè, sempre, ostinatamente, la morte.
Il loro computo è fatto: son «circa 45 tonnellate», come dice il Direttore di macchina a proposito della maggiore immersione della nave. Ma siamo in dubbio se il peso medio assegnato ad ogni uomo sia giusto: quaranta o cinquanta chilogrammi? Teniamoci bassi; nessuno di noi sa quale sia il peso medio di uno scheletro.
Ma è necessario troncare il dibattito.
La nave è già piena nelle stive e nei ponti: tanto, che per noi di bordo non c'è altro rifugio che lo «spar-deck» e la plancia, dove alla lebbra è proibito salire. Dunque partiamo.
Austria, al tuo destino!
Con improvvisati steccati, con sentinelle, si riesce a mantener sgombri quei punti dove è necessario lasciar libero giuoco ai macchinari per la manovra. E visti dal palco di comando appariscono ben strani questi spazi vuoti, scavati nel fitto della massa umana!...
— Pronti a prora?
— Pronti.
— Vira all'àncora.
E la catena dell'àncora stride, come se l'argano le facesse male.
Ma che cosa avviene?... Non so: non riesco a rendermene conto... Gli ufficiali che sono sulla plancia si guardano tra loro allibiti. Ma, per Bacco! che cosa avviene a prora? S'è levato da laggiù un urlo complesso e raccapricciante che costringe il nostromo ad alzar le braccia con un gesto quasi disperato per farci comprendere che l'àncora ha lasciato il fondo. Ogni rumore, ogni voce, sormonta questo urlo che non ha niente di umano. E contemporaneamente, come da un palco privilegiato per uno spettacolo di insorpassabile orrore, noi, pur essendo desti, assistiamo a qualchecosa che ricorderemo come un sogno delle nostre febbri. Signore! troppo tu ci punisci per averci creati... Laggiù è un monte di corpi improvvisamente impazziti, freneticamente stretti, avviticchiati, urlanti... e da principio non altro può distinguersi; ma nelle maree, nei risucchi della massa, compressa dai fianchi della nave, dalle palizzate e dai cannoni, si delineano come dei centri: centri di lotte forsennate combattute a morsi, a unghiate, a colpi bestiali. E poi, dove è possibile fissar la vista, particolari orrendi si precisano: una bocca incastrata in una gola, braccia che percuotono ripetutamente su teste bendate, con l'insistenza atroce dei colpi di becco del gallo che ha vinto, manificcate nei volti nella posizione d'afferrare un teschio, moncherini ritorti, dorsi denudati dai brandelli che li coprivano, teste scosse per i capelli, corpi orizzontali pestati come si pesta la vipera dopo il morso...
Penetrare in quella massa è impossibile: non si districano i grovigli dei vermi o delle serpi. Invano le sentinelle ficcano qua e là i calci dei fucili e interpongono a leva le baionette: è inutile che graduati s'affannino a separare i gruppi rotolati al margine, come macigni di montagna in subbuglio tellurico... L'acqua! i getti d'acqua come ai pazzi furiosi! Su! Le pompe di lavaggio in moto! Acqua sui fomiti, come negli incendi. Acqua! rovistando nei meati di membra, sugli aggrovigliamenti più densi, su bende, su sangue, su tutto e a tutta forza...
Infatti sei bianchi getti, resi miracolosi dal ghiaccio di febbraio, soffocano a poco a poco la bufera demoniaca e, come acqua santa, la spengono. Ritorna istantaneamente l'immobilità e il silenzio.
Un ufficiale vien sulla plancia trafelato.
— Ma dunque? — gli vien chiesto.
— Si era cominciata la distribuzione dei ranci, Comandante... Ma ai primi pani dati... — E un suo gesto verso la massa completa la frase.
Ho compreso. E subito viene elaborato un piano perchè la scena non si rinnovi. La distribuzione del pranzo verrà fatta fuori della massa, clandestinamente. I prigionieri verranno chiamati uno alla volta e ricevuto il loro cibo, non saranno più mescolati con gli altri. Marinai armati regoleranno il flusso: un ufficiale sorveglierà. Ogni volta si procederà così. Precauzioni come per pasti di belve... Ma il nutrire costoro è ben pericoloso, e non possiamo usare forcine di ferro, noi.
— Le due macchine avanti! — A sinistra la barra!
E il Ponente, che già soffiava forte, ora comincia a muggire tra i sartiami perchè la nave gli corre contro. L'arco di mare tra Capo Linguetta e l'isola di Saseno s'allarga, irto d'onde e di schiuma.
E intanto cinque o sei corpi esanimi son portati giù. Ve n'è anche uno piccolo: Boris. Forse sarà inutile preparare le loro razioni...
Ah! Noi siamo la generazione chiamata a scontar tutte le colpe della natura umana. La presente strage sarà punto d'arrivo della vecchia storia e di partenza della nuova: avvenimento unico come il diluvio universale, si chiamerà forse diluvio di sangue. Ma dalla sofferenza nostra dovrà nascere qualche cosa di migliore e di diverso: dal cataclisma che ci distrugge, razze sorgeranno che non somiglieranno a noi, perchè dal ribrezzo del ricordo nostro, dalla vista della terra ereditata da loro lorda di sangue e semidistrutta, noi saremo da loro maledetti.
Due radiotelegrammi: con uno ci vien segnalato un sommergibile nemico nei pressi di Capo Laki e diretto al sud verso di noi; con l'altro ci si dice che n'è stato visto un secondo poco lontano da Otranto e cioè dove noi saremo tra tre ore. Ci s'ingiunge di prendere le precauzioni del caso.
Sta bene: quello di Capo Laki non ci potrà raggiungere; resta il pescecane d'Otranto e sarebbe ben strano essere silurati dagli austriaci con questo carico austriaco. Bah! In questa guerra, tutto è giuoco di «roulette». Noi siamo il rosso e sappiamo che intorno a noi c'è molto nero sotto mille forme; mezz'ora fa, sugli scogli di Capo Linguetta, c'è sfilato accanto uncadavere di cacciatorpediniere, sventrato, a cui venne «nero». Il suo Secondo, scampato a morte, è ora secondo comandante di bordo su questa nave. Tener ferma la posta sul «rosso» e avanti.
Avanti: ma questo mare, la cui violenza apparisce, come sempre, illogica e sproporzionata alla piccola causa inconsistente del vento, ci flagella troppo. Bisogna liberare la coperta dall'ingombro di 45 tonnellate di prigionieri che formano massa passiva al rollìo e impigriscono la nave al colpo di mare. Dove li metteremo? Chi sa! Ahimè, checchè si dica non è sempre possibile rispondere di tutto. Credere a quelle maschere che si dichiarano onnipresenti e onnipotenti in tutte le contingenze della vita, è pura follia: c'è per tutti un ritardo di Blücher. Dove li metteremo? Ma giù: che, secondo scuola, s'«arrangino». E sieno ben chiusi su di loro i boccaporti perchè l'acqua, che si frange sul ponte e subbuglia, non invada le stive.
Ecco: siamo finalmente soli e la coperta può liberamente sparire nelle montagne d'acqua che le s'accavallano sopra. Nulla alla nostra vista ci rammenta l'orribile carnaio chiuso sotto i nostri piedi e che ora per la sofferenza del mare deve certo fervere per un parrossismo di sudiciume.
È scomparso nella tempesta anche lo scellerato tanfo che ci avvelenava il respiro. Ora s'ingoia vento con piacere: gli spruzzi gelati dell'acqua sul volto ci ribattezzano per una vita pura che avevamo dimenticata.
Sommergibili? No. Oggi è giornata di «rosso». Un simile tempo non si addice alle loro gesta. Oggi se ne staranno accucciati in 25 metri di fondo a ruminar cadaveri nel ricordo, cosa che è fatta per rallegrare i loro onesti riposi...
Potremo tutt'al più saltare su qualche mina strappata dalla tempesta e portata alla deriva. S'avvicina la notte, il mare è un nero inferno che urla: chi potrebbe vederla?
* * *
Cinque ufficiali bulgari, ottenuto il permesso, sono venuti stamane sullo «spar-deck» a godersi il mare ritornato amico — e cioè nemico — e la vista della costa calabrese, che l'incrociatore divora in rapida corsa.
V'è a bordo circa un paio di centinaia dei loro soldati, e vennero insieme fatti prigionieri nei recenti scontri coi francesi, sulle ultime spanne di terra serba non ancora divorata dalla mascella austro-bulgaro-tedesca. Ricapitoliamo: bulgari, fatti prigionieri da francesi in terra serba e consegnati all'Italia; non è facile la giusta espressione geografica in questa forsennata strage di popoli.
Ieri sera, per semplice principio di organizzazione, fu ordinato che i bulgari fossero separati dagli austriaci, il che vuol dire che vennero compressi, per necessità di cose, in una stiva unica, col vantaggio di maledir insieme il mondo in una lingua sola. Agli ufficiali delle due nazioni vennero assegnati camerini da ufficiale, come il regolamento prescrive; il loro pranzo fu quello degli ufficiali di bordo e venne loro servito nelle rispettive cabine, la cui porta una sentinella sorveglia. Proibizione assoluta di uscire senza permesso e proibizione al personale di bordo di avvicinarsi a loro e usar loro la minima cortesia.
Occupato nell'osservar la costa, la vista dei cinque ufficiali m'entra di quando in quando nei limiti estremi ed indecisi del campo visivo, senza acquistaralcun rilievo. Son cinque alte stature intabarrate in color foglia secca e sormontate da berretti rotondi; una accanto all'altra, immobili.
Ma ad un tratto m'avvedo che son tutti e cinque rivolti verso il casotto di rotta e che uno di loro s'avanza in direzione della scaletta della plancia in atto di chiamata.
— Che c'è?
— Peut-on oser vous déranger, monsieur le commandant?
— Osez.
— On vous demande la permission de vous parler.
— Accordée. Je descends.
Il messo corre a mettersi in fila coi colleghi: e tutti e cinque s'irrigidiscono d'una assoluta rigidità; poi con uno scatto perfettamente simultaneo alzano la mano al berretto e s'inchinano, rimanendo curvi in angolo di dorso uguale. Bene, Berlino!
Su le schiene. — Che c'è? — chiede di nuovo l'interpellato.
— Est-ce que monsieur le commandant parle l'allemand? — domanda un biondo messere che ha le mascelle quadre e porta gli occhiali a spranghetta.
Ecco una domanda pregna d'inopportunità tedesca.
— S'il vous plaît, nous ne parlerons allemand du tout...
— Ah! oui, commandant — mormora l'uomo confondendosi. — Je comprends.
— C'est heureux...
E spiega in un francese comprensibilissimo che egli ha fatto tutti i suoi studi in Germania e che perciò la lingua estera che gli permette d'esprimersi meglio è la tedesca.
Bene. Poi?
Poi, il mondo è una miniera inesauribile di cose inaspettate. In una forma solenne che fa intravedere un cattedrante tedesco in gestione oratoria, egli ringrazia della gentile delicatezza loro usata nel separare loro e i loro uomini dagli austriaci...
Guarda! Ma il genere umano è dunque davvero impazzito?
— Oh! Vous ne savez pas, monsieur le commandant, quelle est notre douleur pour avoir été forcé à...
E giù: la serena radiosità della mattina, il mare calmo, aprono la stura a confidenze impressionanti, nelle quali tutti s'uniscono. Ma non ne sono soltanto queste le cause: in una parentesi, uno narra qual è stata la loro commozione la sera prima, nel vedersi davanti ad un letto con lenzuola candide, in un ambiente illuminato a luce elettrica, dov'era pure un lavabo scintillante contornato da asciugamani immacolati... — Et puis le diner... les assiettes, les verres, monsieur le commandant... Vous n'avez pas l'idée de ce que tout cela peut signifier pour nous, qui dépuis longtemps n'avions plus l'habitude d'être considerés comme des hommes...
Si deve a tutto questo lo strano impulso di costoro?
Forse... e forse dicono la verità.
La risposta è che a loro riguardo non è stato usato che il regolamento, semplicemente.
— Oui, mais de nous avoir séparés des autrichiens... e c'est une initiative... — insistono ancora come su un motivo principale — ... nous écrirons tout cela à nos familles...
— Oh oui, monsieur le commandant — intona colui che ha studiato a Berlino — la famille: cette chose dont le seul mot force les êtres humaines à ladouceur; cette chose que le bon Dieu nous donne et dont Goethe...
Basta, per carità. Congediamo Goethe e chiediamogli scusa se la nostra latinità, che si rivolta all'etica e all'estetica tedesca distillate in Bulgaria, sta per mettersi a ridere.
Ecco: le cinque schiene si curvano: uno! — si raddrizzano in linea: due! — mano alla visiera: tre! — dietro front: quattro! — march: cinque!
È fatto: non ancora; c'è un altro che aspettava di parlare a sua volta: il dottore di bordo.
Quest'uomo vive nella melma umana da ieri: ha passato la notte a tagliare, a fasciare, a confortare, disinfettare, lavare, chiuso nel sepolcro avvelenato e squassato dal mare.
Annuncia che abbiamo cinque moribondi: tre per esaurimento e due per...
— Per?
Dalla plancia odono: e lo dice a bassa voce.
La nave della sciagura è ferma sulla boa ed è avvolta da una nuvola di gabbiani che han trovato buon pasto intorno a lei.
Siamo a Messina: una città di cui tutti al mondo conoscono la storia di dolore relativamente recente, non è vero? E poi le case sgranate, le macerie deserte, quelle colline rimaste nude come non fossero mai state abitate, le linee delle baracche, dovrebbero parlar chiaro nel loro linguaggio di distruzione. Ebbene: tutti questi europei che salgono in coperta ad uno ad uno e che indubbiamente rappresentano varie caste e varie colture, dalle buone alle infime, si stropicciano gli occhi,guardano la terra intorno, e ripetono invariabilmente la stessa parola: Napoli.
Nessuno che si domandi dove sia il Vesuvio, dove sia sfumata Capri, che fine possa aver fatta Ischia: nomi conosciuti dovunque; niente: Napoli. E non è difficile pensino con gioia che è stata bombardata molto bene dalla squadra austriaca, questa Napoli che hanno sott'occhio tutta sventrata...
E quando qualche marinaio napoletano stupefatto, s'irrita e dice loro «Messina!» appoggiando il nome con sonori appellativi dialettali non precisamente forbiti, essi lo guardano con diffidenza. Messina? Mai sentito. No, Napoli; e noi italiani siamo degli incor- reggibili burloni...
L'orda è ritornata in coperta ed ora noi allaghiamo con acido fenico il sepolcreto da cui è uscita. Vampate nauseabonde si sprigionano dai boccaporti aperti, e non c'è più rifugio: bisogna respirarle e ripeterne la mortifera analisi ad ogni colpo di polmone.
Ma oggi riserpeggia un po' di vita in questo immondo stracciume. L'acqua, la sicurezza d'un buon cibo, il riposo, il sapere che ogni lamento verrà raccolto, la sensazione animale di sentir rialzar la curva della propria esistenza, rimasta per mesi abbassata al livello della morte, è risurrezione rapida per questa carne disfatta.
E negli occhi ravvivati si riaccende la fiamma della bestia tranquilla, con qualche sprizzo sinistro d'Austria....
Io non so come, se dalle sentinelle o dai graduati o dagl'interpreti, certo è che da qualcuno son già stati raccolti gli episodi della spaventevole marcia attraverso la Serbia e l'Albania.
Non mi par verosimile quello che mi si racconta, perchè a tutto è un limite.
— Signore! — mi dice un giovane sergente austriaco che interrogo: un istriano di Snegnevitza. — Se è vero? — E i suoi occhi si velano e la sua bocca si contrae... — Non so da dove cominciare... Si riceveva da principio un pane per settimana: poi più nulla. Erbe, radici, corteccie, tutto fu buono. Bisognava scavare nella neve con le mani per trovare qualche cosa. Si camminava, si camminava, seguendo gli altri su pei monti o lungo il letto dei torrenti. Ci fermavamo quando volevamo... Bastava buttarsi nella neve, fuori del branco. Ma non bisognava dormire perchè si era derubati subito degli abiti, dei pochi danari, di tutto, da bande di prigionieri stessi, pronti a uccidere a bastonate se si resisteva. E quando si rimaneva nudi si moriva. A meno che...
— A meno che...
— ... uno non si riunisse a una banda e andasse ad accoppare i caduti, per vestirsi di nuovo. Ma vede, signor comandante, questo derivava da una legge matematica...
— Cioè?
— Le scarpe. Sì. Nessuno aveva più scarpe dopo pochi giorni di marcia. Ora per camminare ancora, occorreva fasciarsi i piedi. Dove prendere il panno se non nella massa stessa? Dapprima si spogliavano i morti... ma non sempre si poteva aspettare... Allora o si «affrettava» la morte, o appena uno cadeva gli altri gli si precipitavano sopra... Ecco perchè noi che siamo arrivati, avevamo tutti i piedi fasciati... Comprende? E poi questi stracci dovettero esser rinnovati molte volte... Lei comprende bene?
E questa insistenza nel domandarmi se io comprenda,dev'essere giustificata dall'espressione mia che deve in questo momento far dubitare della mia ragione.
— Il terribile erano i crepacci nella neve. Non bisognava mai essere i primi a passare. Tenendosi in coda, invece, si passava benissimo.
— E come?
— Sì, sui caduti... Sa, a scendere riuscivano tutti, ma quando si trattava di risalire su pareti ripide di fango ghiacciato, facevano troppi sforzi e ricadevano giù: naturalmente per sempre. Bisognava avere un poco di pazienza ed aspettare, ma poi si passava... Fu un colonnello a darmi questo consiglio e me ne trovai bene. Mi vidi un giorno camminare accanto questo colonnello quasi nudo e stentai molto a riconoscerlo dal berretto: aveva calzoni ridotti come questi miei e una bisaccia da soldato a tracolla, piena di erbe e corteccie: nient'altro. Sa, lui non poteva servirsi del bastone come gli altri, e allora io gli «procurai» un cappotto. Così mi diede il consiglio di cui le parlai e non ho avuto a pentirmene... Ma, scusi, il signor comandante mi segue?
— Seguo.
— Dunque con buoni muscoli, un robusto bastone e un po' di furberia uno poteva ancora cavarsela. Per esempio, non v'era pericolo di perdere di vista la colonna in marcia: bastava guardare a mezzo cielo...
— Ma questo sciagurato vaneggia! — io penso guardandolo fisso.
— ... dov'erano nubi di corvi... E avanti e dietro se ne vedevano a perdita di vista. Così non si sbagliava mai. Ma una cosa a cui non si poteva rimediare era la fame. Corteccie e neve, a lungo fanno male... E io non mi sono mai potuto adattare a quello che ho visto fare a qualcuno, impazzito dalla fame... Meglio addiritturabuttarsi a terra per sempre... E che diamine! ma questo non glielo dico, non glie lo posso dire...
E poi — dice in tedesco come parlando a sè stesso — è proprio da pazzi mangiare dalla bocca...
— Dio!
— ... dei colerosi caduti...
Basta, cristiano, in nome del nostro Dio comune, in nome delle due donne che soffersero in ugual modo per metterci a «questo» mondo! Tu, purificato da un inferno più atroce di quello che da bambini ci terrorizzava, non sei più mio nemico: noi italiani che abbiamo la tua vita in mano per un minimo tuo segno di rivolta, in questo momento non potremmo ordinare la tua morte. Ah! Possa esser questo che tu hai sofferto, l'Inferno di coloro che ti ci spinsero vivo!
Notizie macabre abbiamo raccolto a Messina sul passaggio dei quattro transatlantici che ci hanno preceduto nella stessa nostra «Via Crucis». Il colèra, rimasto solo a uccidere, s'è sentito il tiranno di bordo e come se le povere orde raccoltevi fossero condannate, o in battaglia, o in marcia, o in riposo, sempre e dovunque a dare ogni giorno una stessa cifra di vittime, ha stabilito quante centinaia gliene occorressero per mantener la cifra costante; e le ha volute.
Tutto il ferro disponibile di bordo venne usato per assicurare a ciascuna vittima la discesa negli abissi, dove il furore dell'uomo non poteva più raggiungerla. Ma poi il ferro finì e...
* * *
... e ora che la mia nave è in pieno mare, può facilmente rintracciare sull'acqua il cammino delle altre.
Quando sulle creste delle onde si vede la spuma frangersi su una chiazza scura, non ci si bada più, si sa già che cosa è.
Invece dei corvi d'Albania, i gabbiani del Tirreno: ma son sempre le stesse scorie gettate dalla Cosa sulla terra e sull'acqua, ovunque essa passi.
Stamane tocca a noi gettarne via. È stato ordinato agli ufficiali prigionieri di assistere alla cerimonia e ho letto nei loro occhi la sorpresa che venisse data una benchè minima importanza ad avvenimenti così comuni...: e si trattava di soldati loro, di gente della loro terra affidati a loro.
Alla smorta luce dell'alba, biancheggia a poppa la calce che questa notte è stata versata a secchi sul ponte: ma la rugiada l'ha di nuovo qua e là disciolta e vi si sdrucciola facilmente.
Allora bisogna camminare guardinghi per non sdrucciolare su certe masse fasciate di grossa tela e cosparse anch'esse di calce, che giacciono allineate una accanto all'altra e traballano per il sussulto delle eliche. Silenzio! C'è qualcuno laggiù a prora che inconsapevole canta...
Un segno convenuto alla plancia e le macchine si fermano.
E ora il mare solo intona un suo inno lene intorno a noi, mentre l'organo del vento l'accompagna con poche note ferme e basse.
— Io son la pace — dice, con eterne parole...
Un gruppo di sei marinai interroga il comandante con lo sguardo. Per risposta questi si toglie il berretto e gli ufficiali delle varie nazioni imitano il gesto.
Ah! come disperatamente s'avvinghia il primo sacco alla ringhiera di questa nave! Poi il gran tonfo, la scomparsa, la ricomparsa per estremo addio e lo svanire biancheggiando nell'infinito azzurro. Un altro tonfo... un altro... Poi un intervallo, perchè il quarto sacco s'è piegato ad angolo contro la murata e il peso di ferro vi s'impiglia: non cede, bisogna scuoterlo quasi brutalmente, questo sacco, come in lotta, e nel cadere solleva alti spruzzi che ci vengono addosso.
Giù ancora... È finito; avanti le macchine!
Uomo, che sei?
— «Merci» — mormorano gli ufficiali. E alcuni gabbiani piombati sull'acqua, ritornano ad alzarsi, delusi, gridando.
L'Asinara non ci ha voluti. In questo apocalittico anno 1916, cataclismi d'uomini e di elementi si succedono come se il mondo s'avviasse alla fine. Noi sentiamo che qualche cosa nella terra è veramente peggiorato perchè tutto ciò che avviene è senza precedenti: la storia è inutile e il suo libro può chiudersi. Così è senza precedenti la terribile bufera che imperversa sulla Sardegna da tre giorni e che non permette più a nessuno la navigazione nel canale di S. Bonifacio. Siamo perciò ridossati nel golfo degli Aranci, che è tutto un muggito di vento. Mai a memoria d'uomo — ci urla un vecchio pescatore passandoci vicino col suo battello fuggente nella schiuma sconvolta dalle raffiche — si vide una simile cosa. Son venuti in terra i demoni!
E siccome oltre l'impossibilità di avvicinarsi a noi per il furore del tempo, al trinchetto della nostra nave scudiscia al vento la triste bandiera gialla dei contagi,noi siamo abbandonati da tutti e giacciamo isolati nel fondo d'una insenatura, dove tra le raffiche, i demoni urlanti si sono dati convegno e trasvolano invisibili nel nostro sartiame, sghignazzando.
I ponti sono sgombri. E io so che nella continua, pestifera chiusura, ora, riacquistate le forze, la massa fermenta. Questa notte una rissa feroce è scoppiata improvvisamente tra bulgari e austriaci, giù, nell'oscurità delle stive. I fucili spianati, pronti a far fuoco, han ricondotto la calma: una calma piena di lamenti verso prora e verso poppa: i due campi. E oggi pare che serpeggi qualche cosa tra gli austriaci. Strani crocchi s'appartano per parlare a bassa voce... qualche gesto indica le sentinelle: misteriosi messi, con varie scuse, si recano tra i bulgari bisbigliando qua e là: e agli ordini dei graduati di bordo s'è avuto qualche caso di resistenza.
Chiedono più acqua; non vogliono più la carne in scatola; e acqua non ce n'è quasi più a bordo per nessuno: la carne in scatola è ciò che usiamo tutti noi, perchè i viveri freschi son finiti ed è impossibile procurarsene, visto che siamo ripudiati dalla terra. Alzano troppo la voce, costoro, e il loro sguardo è torvo... Noi non siamo che centocinquanta di fronte a varie centinaia d'esasperati. Allora non bisogna esitar più. E mentre il vento urla al di fuori e la nave sussulta per le raffiche, il comandante e gli ufficiali, penetrati nel sepolcreto, coi piedi immersi in una poltiglia indescrivibile, stabiliscono ripartizioni, fanno scelte, prescrivono isolamenti e chiusure. Poi un breve discorso a tutti i graduati prigionieri messi in riga, reso efficace dalle armi prontissime.
D'interpreti non c'è bisogno. E non si ha nessun seguito. La Cosa ragiona così.
* * *
Siamo giunti all'Asinara con un mare orribile che non s'è placato nemmeno per altri due sacchi cosparsi di calce che gli abbiamo gettati in pasto stamane. Troppi ne ha avuti in questi giorni: e ha ingoiati i nostri due con ingorghi indifferenti, quasi senza schiuma. L'isola della morte è qui, invasa da raggruppamenti di centinaia di tende e di baracche piene d'Austria, dai quali s'alzano come dei pacifici fumi serali di villaggio, e che invece sono fumi macabri.
È il tramonto. Il disco rosso del sole sembra soffermarsi sulla cresta d'una collina per dar ancora uno sguardo alla povera umanità brulicante su per le balze e divenuta irriconoscibile. L'ultimo suo raggio obliquo colpisce la nave mia come un proiettore gigante che indaghi in uno scafo appena giunto e mai visto. Ecco: s'è persuaso che anche noi siamo carichi dell'ordinario carico di morte: e allora il raggio si riempie di violetto, impallidisce, s'alza nel cielo e si spegne.
Qua sotto il bordo sono i pontoni che accolgono quanto noi raccogliemmo a Valona. La fiumana color terra s'è stabilita e «procede rapida» giù per la scala, mentre dai boccaporti spalancati si diffonde nell'aria il veleno degli antri da cui sgorga. Per lungo tempo subisco lo sfioramento di tutti gli sguardi che mi passano davanti ad uno ad uno, e che son tutti pieni di un'espressione identica: la gioia della sicurezza dell'io, mista a un poco di perplessità sull'avvenire e soverchiate entrambe dal niente di un fatalismo abitudinario. Nulla per tutto il resto: nel loro sguardo non c'è posto per altro. Un solo volto s'irradia di sorriso: queldel piccolo tamburino del reggimento, che non serba alcuna traccia del trambusto dei famelici dal quale fu travolto: Boris.
Passa: e staccando le sillabe dice:
— A ri-fe-ter-ci e cra-tzie.
È l'unico che abbia parlato nel lasciar la nave.
Gli ufficiali invece hanno parlato un po' troppo: informeranno... scriveranno... «Merci»... riconoscenza... «oublié la guerre... quand la paix viendra, nous...». Ma alla fine del discorso non segue — e non deve seguire — alcuna stretta di mano. Un saluto rigido di qua: l'inchino ad angolo, di là: «Bonne chance!».
— Presto che è notte! — gridano dai pontoni i carabinieri di scorta, mentre con una matita segnano su liste che hanno in mano, decine e centinaia, come i muratori contano i mattoni.
— Sergente, come si fa? — chiede uno di loro con una voce piena d'apprensione e riferendosi alla cifra da noi telegrafata alla partenza. — Ne mancano diversi! Il conto non torna!
Vien tranquillizzato con un rapido gesto a croce del pollice a mezz'aria.
— Pronti?
— Pronti.
Cala la sera. Dalla terra giungono zaffate d'acido fenico portate dalle prime brezze partorite dalle colline e nelle quali s'interpone come il ricordo d'una vita pura che non ci appartiene più; l'odore del lentischio; l'alito fresco e sano della Sardegna.
Laggiù, qualche lume s'accende: altri ne sorgono in fretta e palpitano lungo bizzarre linee geometriche suggerendo un'immediata immagine lugubre: viali di enormi cimiteri.
Ecco: i pontoni si discostano dalla nave e la nostra spaventevole missione è finita. Ad uno ad uno l'ombra li ingoia, seguìti dal nostro sguardo silenzioso...
Ma ogni riflessione nostra è ad un tratto bruscamenteinterrotta da un grido che viene... da dove viene? dall'ultimo pontone?
Forse. Ma questo è l'anno delle cose incredibili. È proprio una voce che proviene dalla cupa distesa del mare: una voce nemica; e chiara, netta, ci investe lo spirito con una forza tale che ne proviamo un brivido... Io non so, nè saprò mai, chi della confusa massa di uomini che la notte ingoia, ha saputo in questo momento elevarsi al disopra della propria sciagura, più su della marea di sangue che sommerge l'Europa, e lanciare il suo augurio di vita: di vita all'Italia. Io non so chi e quanti sieno coloro che ora dai pontoni che corrono verso le lugubri luci della terra, ripetono insieme il grido augurale... ma debbo a questi ignoti martiri un attimo di coscienza nuova e radiosa: debbo a loro se ho potuto per un istante pensare che l'uomo, no, non è la più scellerata, la più abbietta delle cose create: quella che porta in sè il germe del male, e che per nefasta prerogativa può anche ragionare il male che sparge intorno a sè, aumentarne le dosi con l'aiuto della scienza, mascherarlo come vuole con l'aiuto della morale...
È in grazia loro che io posso ora provare in me l'intrinseca gioia di sentirmi un essere animato da uno spirito che può inorgoglire e sentire in sè la grandezza dominatrice della propria Patria, che s'eleva, luce eterna, al disopra d'ogni lutto, d'ogni scempio, d'ogni inimicizia, d'ogni odio. Sono questi sconosciuti nemici che, affascinati, l'acclamano.
E mentre le colline dell'Isola della Morte s'arrossano delle fiammate macabre che bruciano la lebbra degli uomini, io vedo che più in alto, nel cielo, là dove i fiotti di fumo nero non potranno giungere mai, brillano le prime stelle, purissimamente.