UNA NOTTE DI NATALE.(LA FESTA).

UNA NOTTE DI NATALE.(LA FESTA).

Nel silenzio delle motrici ferme, il comandante ha mormorato «Basta» distogliendo l'occhio dal periscopio e accennando col capo una mossa di stanchezza. E lentamente è venuto giù dalla scaletta verticale di ferro, aggrappandosi ai «tarozzi» con movenze di grosso quadrumane infagottato.

Nella camera di manovra del sommergibile dove siamo già in quattro, egli col suo cappotto impermeabile ci apparisce enorme e tutti ci stringiamo alle file orizzontali delle colonnette degli accumulatori d'aria, per dargli posto mentre se lo toglie di dosso.

Che c'è? Non può? Infatti le sue braccia tentano più volte invano di sollevarsi e liberarsi dalle maniche, come trattenute da una strana paralisi. Bisogna che l'uomo destinato al «pianoforte» — così è chiamato sui sommergibili il complesso delle file multiple delle valvole d'aria, raccolte press'a poco in un rettangolo dove spesso scorrono, come su tastiera, le mani del manovratore — si levi, si raddrizzi e l'aiuti. — Perchè? Per un incidente di qualche giorno prima..., come mi dice il comandante stesso con un accenno di sorriso... Già: davanti a Cattaro, un cacciatorpediniere austriaco aveva scoperto il sommergibile e gli si era precipitato addosso. Bisognò immergersi più che in fretta per nonessere sventrati. E nella rapidità della manovra il timoniere del timone orizzontale diede troppa barra, sì che il sommergibile inclinò troppo la prua verso gli abissi e dagli accumulatori rovesciati si sprigionarono i vapori mortali del cloro. Tornar su, la morte: bisognò restar per un'ora immersi in venticinque metri respirando cloro... E si sa, si ebbe qua e là tra l'equipaggio qualche infiammazione bronco-polmonare, qualche bassa emissione sanguigna... — Ma... peuh! roba da poco — conchiude il comandante — e a me è restata questa curiosa «storia» delle braccia che non riesco più a sollevare...

Silenzio.

Non si ode che un tenue gorgoglio d'acqua di là da queste pareti intricate di metalli lucidi, che par venire dall'alto, da molto lontano ed ha risonanze da caverna. È il mare: la terribile cosa che avviluppa la nostra esistenza, che grava sul poco ferro che ci separa da lui e che pure ci sembra estraneo, indifferente, non meritevole del minimo pensiero.

Noi pensiamo soltanto che ne abbiamo per circa cinque metri al disopra di noi perchè ce lo dice il manometro: e che sotto ce n'è un abisso perchè ce lo dice l'abitudine.

Di noi, della nostra vita non emerge nel mondo dove gli altri uomini vivono, che un tratto di periscopio, un piccolo tubo che raccoglie un poco dell'ultima luce d'un giorno che non ci appartiene più e ce la porta quaggiù, raccolta in una larga lente — il panoramico — che è in mezzo a noi e che tutti per istinto di animali da luce fissiamo.

Ora essa è quasi buia. Il diametro che rappresenta l'orizzonte, evanescente in un fondo violetto, mostra ancora un po' di rosso là dove, lassù, il sole è sparito.

— Basta per oggi! — ripete il comandante — e poi non c'è nulla: il solito deserto...

È vero: è la terribile impressione di questa guerra: il mare ridivenuto deserto, come ai primi tempi della creazione; e come allora, popolato da enormi mostri soltanto: noi, noi sommergibili, avanti ai quali ogni altra vita marittima anteriore sembra essersi ritratta rabbrividendo.

Il gorgoglio del'acqua s'è spento. Ed ora i nostri respiri ritmano un silenzio che è divenuto profondissimo.

Verso prora e verso poppa, attraverso le porte stagne aperte, due lunghe prospettive di ambienti bianchi, pieni di cose metalliche brillanti, violentemente illuminati da file di lampade elettriche, si distendono. Come per un giuoco di opposti specchi, uno sembra ripetere l'altro indefinitamente: e non so perchè la loro vista susciti nel pensiero l'immagine di piccole cappelle ardenti scavate per capriccio in una materia immensa e sconosciuta, nelle quali tutte le fiamme sieno state accese nell'attesa di una misteriosa funzione, che tra breve avrà inizio.

Nessuno che vi si muova: nulla che rompa la densità di questo intraducibile silenzio di tomba. I ventitrè uomini che vi abitano sembrano aver fatto corpo con la cosa e avere assunte le funzioni di organi suoi, fatti di una materia chiamata carne, invece che di metallo. E che essi abbiano un nome che li distingue uno dall'altro come gli uomini della terra, e che esistano in scaffali sparsi lassù in qualche parte del globo, alcuni «stati civili» che dicono come essi son nati, quando, e da chi, è un'idea che quaggiù fa sorridere. Dove son nati? Ma... press'a poco qui, a mezz'acqua dell'immenso mare... Come? Ma come nei miti... da misteriosiaccoppiamenti di ibride creature somiglianti agli uomini che si inseguivano nuotando negli abissi dove la luce non giunge. — Quando? Chi sa: da poco o da moltissimo... e forse noi non li conoscevamo perchè il mare ce li aveva sempre tenuti nascosti, per rivelarceli solo nel giorno della massima strage mondiale... Questa.

Ma son creature diverse dagli altri uomini, non c'è dubbio. Parlano a voce bassa scandendo le sillabe e senza sorridere mai: per nutrirsi riscaldano poco cibo su fornelli elettrici e non bevono che acqua quasi sempre tiepida. Respirano un composto formato da gas deleteri e da miasmi compressi dove entra tutto, dall'odore della traspirazione a quello della nafta e della cucina, e che essi chiamano «aria» perchè lassù ciò che si respira si chiama così.

Qualche volta dormono; e allora il loro sonno è fatto di trepidazioni e sobbalzi, di aspirazioni acri e di temperature da forno. Se sognano, il loro sogno costante è lo scoppio di uno dei loro siluri contro una grande nave austriaca sorpresa dal periscopio... Prodigiosamente sonoro, lo scafo dov'essi vivono, per la perfetta trasmissione acustica dell'acqua, raccoglie ogni minimo rumore dentro un vastissimo raggio e può ripetere i palpiti di eliche lontanissime, riprodurre l'esplosione di torpedini e siluri avvenuti chi sa dove...: ed essi hanno uno speciale udito per distinguere le varie voci del mare assorbite dal ferro dentro cui vivono, e non s'ingannano mai: — Passa un cacciatorpediniere... Un motoscafo c'è vicino... Viene, lassù, una grande nave... To!! Un battello a remi!...

La loro vista è fatta per i quadranti indicatori, peril bianco lucido della vernice e per la luce elettrica: essa s'è come inaridita: qualche cosa le manca: qualche cosa che essa cerca continuamente. Ecco perchè il loro sguardo è dilatato come quello dei minatori che sogna il verde dei prati e quello di alcuni santi dell'arte italiana quattrocentesca che cerca l'azzurro paradisiaco d'un più alto cielo.

Ma il fatto che più li fa differire dagli altri uomini, è questo: essi non hanno nervi. L'abitudine ai più spaventosi pericoli ha portato le loro sensazioni a un livello uniforme e inalterabile: tutto può essere morte per loro: ogni incidente può tradursi in suprema catastrofe: si urti in una cima, o in uno scoglio, si sconnetta appena una chiodatura o per svista del timoniere si tocchi il fondo, si impigli comunque un'elica o si dia in una rete, tutto, intaccatura, avaria di un organo, bomba, colpo di cannone, torpedine, è la fine, inesorabile fine sulla quale l'immaginazione non osa soffermarsi perchè troppo altamente atroce.

No: se non fossero diversi, essi dovrebbero già non altro essere che poveri pazzi...

Invece ragionano, questi strani esseri dei sommergibili, e con una pacatezza di mente che sembra affilata e portata a lucido come nei sogni prodotti da alcuni narcotici.

— Sa che cosa faremo? — mi dice il comandante, mentre si china sulla carta dell'Adriatico, fissata su una tavola a destra della camera di manovra. — Passeremo la notte sul fondo. Vede? Qui.

«Qui» è un quadratino tracciato con la matita a circa cinque miglia dalla costa austriaca. — Altri vene sono un po' più su e un po' più giù, disseminati regolarmente lungo il litorale nemico.

— E questi? — gli domando.

— Colleghi: il dormitorio dei colleghi... Ciascuno ha il suo posto fisso, abbastanza lontano dall'altro perchè non avvengano gomitate...

— Il mio posto — prosegue, dopo un accenno di sorriso — è decisamente buono: trentacinque metri di fondo e sabbia mista a fango: ci si sta benissimo. Ecco qui, guardi...

Sicuro: trentacinque metri d'acqua sul capo, dice la carta, e sabbia e fango: ci si deve star benissimo.

— Noi siamo press'a poco sul quadratino K... Del resto, se avessi sbagliata la mia posizione di uno o due miglia... poco male. Il fondo è quasi uniforme e potrei cadere tutto al più in 40 metri. E adesso, andiamo!...

Certo, 5 metri più, 5 metri meno... Strano! Al verbo «andare» siamo abituati a dare, sulla terra, un significato orizzontale o tutt'al più non molto inclinato. Ora questo «andiamo» che significa precipitare verticalmente in giù, verso gli abissi, capovolge un po' la mia mentalità non ancora troppo subacquea, e...

Ma non è questa la sola cosa strana qui... Ecco l'ufficiale in 2ª: un giovanissimo sottotenente di vascello, che conserva ancora nello sguardo un po' di terra, parlare anche lui un suo linguaggio difficile, dopo l'«andiamo» del suo superiore.

— Duecentoquaranta in meno per l'equipaggio, comandante — dice.

— Già: i quattro malati. Dia pure duecentoquaranta.

E prima che io possa chiedere di che si tratti, attraverso una valvola che m'è vicina, fruscia improvvisamente qualche cosa che sviluppa a poco a pococome una nota musicale. È una delle tante bocche del sommergibile che s'è messa a bere: e in un solo sorso che dura pochissimo, ingurgita 240 litri d'acqua, per compensare — mi spiega il sottotenente di vascello — il peso di quattro uomini calcolati a 60 Kg. l'uno e sbarcati all'ospedale di... prima della partenza.

— Se no il «battello» è leggiero, tende a salire. Ecco: ora va bene...

Un colpo secco taglia la nota musicale. La bocca ha finito di bere: e nessuno parla più. Qualche viso laggiù nella prospettiva di cappelle ardenti si volge verso la camera di manovra con la tranquilla curiosità degli oziosi. — Poi nulla si muove più. — Tutta la massa del sommergibile, uomini e cose, sembra gravata da un peso maggiore e terribile, ora che l'ultima piccola tendenza al galleggiamento, l'ultima piccola spinta verso l'alto è annullata tutta. Ci sentiamo un «grave» e la parola richiama insopportabilmente le leggi della caduta irrefrenabile dei gravi che i maestri c'insegnavano nei corsi di fisica.

Siamo dunque un grave in equilibrio indifferente, pronti cioè ad ascendere o a discendere se un minimo peso d'acqua venga tolto o aggiunto: natante o macigno: pronti a ritornare alla luce e alla vita, o a calare indifferentemente alla morte. Ecco un'indifferenza che risponde poco alla parola.

Ma che dura poco: la decisione è di andare in giù.

— Apri al centro! — ordina infatti il comandante. E un'altra bocca ubbidiente si mette subito a bere per riempire un piccolo stomaco di ferro che dev'essere vicino a noi, tanto se ne odono chiari gl'ingurgiti avidi.

Tutti gli occhi si fissano sul quadrante di un grande manometro, la cui importanza è resa dalle dimensioni manifesta su tutti gli altri piccoli manometri disseminatiqua e là tra i rami di metallo, come fiori bianchi, stranamente piatti, rotondi e senza petali. È lui che dice in metri a che punto dell'abisso siamo, partendo dallo zero della superficie.

La lancetta è ancora fissa su cinque metri: ecco che sussulta e si muove... che sale...

— Chiudi! — dice il comandante, il cui occhio è divenuto attentissimo. — Bisogna dar poco peso per non arrivare a toccare il fondo con troppa velocità — mormora a me che gli son vicino.

— Sei... sette... otto... nove... dieci...

Sento la voce di un graduato precisare in metri i gradini della nostra discesa. Le sillabe si distaccano nette in un silenzio che par quasi condensarsi in materia, tant'è opprimente e assoluto. Si ha solo il sentimento che qualche cosa dell'immenso mare stringa, stringa, stringa come in una mano enorme, il corpo del sommergibile e che qualche cosa che prema di più s'addensi nella chiusa aria intorno a noi.

— ... Quindici... sedici... dieciassette... dieciotto...

Come si sente lontana la terra, e tutte le sue cose!

················

C'era una volta una raccolta d'uomini che viveva lassù e che s'occupava d'odio, d'amore e di morte, e alla quale forse appartenemmo anche noi. Ma per sconosciuta ragione essa sparì e restammo noi soli...

— Venti... ventuno... ventidue...

... che fuggimmo racchiusi in questa scatola di ferro nella quale, ultimi della razza feroce, forse morremo. Sparì lasciando fiamme e rovine sul povero pianeta dove essa aveva per millenni vissuto: sicchè nulla portammo con noi quaggiù che ad essa appartenne:...

— Venticinque... ventisei... ventisette... ventotto ventinove...

... ed anche il ricordo di tutto che fu vita ora si dilegua.Finite le passioni! Noi siamo in un punto del creato dove nessuno passò mai e scendiamo sempre più giù verso l'epidermide della terra, vergine dalla creazione dei mondi, mentre infinite porte d'acqua si chiudono su di noi.

— ... Trenta... trentuno... trentadue...

Trentadue metri: è già l'altezza di una collina: avremo «dentro» di noi la forza di risalirla? Chi sa? Chi sa quali viventi organismi del mare fuggono terrificati al nostro calare tra loro; chi sa su quali rami di mostruosa flora noi ora strisciamo! Quali braccia verdi e quali tentacoli bianchi ci palpano?

— Trentatrè... trentaquattro...

Che siamo più noi? Uomini o cose? Cose: avviluppate tutte da una grande pace e distaccate per sempre da ogni cura d'esistere.

Uomini no; chè siamo ritornati materia prima, con l'anima ridivenuta embrione: per una progressione a rovescio, crisalidi d'uomo... Scendiamo più giù e ritroveremo in noi i nostri rispettivi germi: più giù ancora, e certo svaniremo nella matrice del mondo...

— Trentacinque... trentasei... trentasei...

— Trentasei — ripete il graduato con un punto fermo nella voce.

Non la minima scossa, non il minimo rumore, eppure io posso leggere in tutti gli occhi che non scendiamo più, che il grosso bozzolo nel quale siam vivi s'è coricato sul fondo. La lancetta del manometro s'è fissata e ci dice che l'acqua intorno a noi ci rinserra nella sua stretta con una pressione più forte che tre atmosfere e mezza.

················

— Bene: — dice il comandante, — e ora diamo un buon pugno alla bestia perchè non si muova più...Se no, si divertirebbe ad andarsene a zonzo con la corrente, strofinando il ventre sul fondo. Dare 200...

Di nuovo il fruscìo e l'ingurgito dentro gole di metallo... Silenzio. Duecento litri d'acqua son dati per forza al mostro perchè il suo ventre s'aggravi e stia quieto.

Ed eccoci calcati nella sabbia... o nel limo, o nel fango o tra ciuffi d'alghe... forse vicini ad avanzi di naufragi...

Chi sa?

Le otto pomeridiane: le otto degli uomini che uno dei loro orologi segna quaggiù. Per noi ogni ora è luce elettrica: e la corsa del sole, le differenze di temperatura sono abolite. Il tempo non produce altre manifestazioni sensibili che l'addensarsi e l'inspessirsi dell'aria che noi respiriamo. Quando intorno alle tempie una benda invisibile si stringe, e raddoppia, triplica i suoi giri, quando il respiro si cambia a poco a poco in ànsito, quando sui volti si distende come una patina livida, allora molto tempo è passato perchè molta anidride carbonica s'è prodotta. Allora, sotto l'influenza del veleno, gli uomini cadono a poco a poco in una cupa malinconia che non ha niente a che fare col loro carattere. Bisogna far circolare questa poltiglia gazosa — che pure entra ancora nei polmoni — attraverso masse di ossido di calce che assorbe il veleno e lo fissa: e poi bisogna far sgorgare ossigeno da appositi serbatoi. Ed ecco prodursi un prodigio: i volti ridiventano ilari e i movimenti, vivaci: erompe dagli occhi una gioia sovrannaturale di vivere... Ma è chimica, pura chimica. Gioia e tristezza in formule... E il tempo è calcolato così...

* * *

Stasera abbiamo ancora da respirare l'aria di sette o ott'ore fa che prendemmo in pieno Adriatico, quando giunti al nostro posto di agguato cessammo di navigare emersi come un'ordinaria torpediniera. Essa è pura tuttavia, salvo il fondo persistente e grave della nafta. — Ma da prora, da una delle cappelle ardenti comincia a giungere a zaffate l'acre odore di grassi da cucina. Ahimè!: bisogna ben nutrirsi anche quaggiù e subirne tutte le conseguenze. Ed è una gamma di emanazioni, ora confusa, ora distinta nei suoi componenti e che ha rigurgiti, soste e riprese: sinistra sinfonia dell'olfatto nella quale la persistente nota della nafta impera tra i «crescendo», nei duetti, nei terzetti, nei cori, sempre.

Sulla sinistra della camera di manovra, riparati da una cortina rossa, son due tavoli sulla stessa linea ed uguali. Un lungo divano, che può essere cambiato in due cuccette, si addossa alla murata del sommergibile e serve di sedile. Di qua e di là, verso prua e verso poppa, due piccoli armadi danno forma rettangolare al ristretto ambiente, formandone le pareti corte.

E qui un marinaio, dal volto di asceta novizio, prepara il nostro pranzo. Attraverso la stretta porta, tra aggrovigliamenti di metalli che sembrano viscere dilaniate e pendenti, egli passa e ripassa svelto, agile e silenzioso. Si chiama Vismara e sulla terra nacque a Milano. Il suo nome risuona spesso tra le cappelle di prora, di una delle quali dev'essere l'anima: infatti è lui che presiede ai servizi di mensa.

I trentasei metri d'acqua che sovrastano a questo Vismara non premono affatto sul suo cervello di sanoanimale giovane e non ottenebrano la sua chiara visione di posate e stoviglie che egli maneggia con elegante disinvoltura. E siccome tutto richiama Verne quaggiù, non so perchè mi sembra d'averlo già visto nelle vignette che raffigurano i pranzi del Capitano Nemo, ma con l'aggiunta di due fedine e di un paio di grossi stivali, che egli non ha.

— È fidanzato — mi dice il comandante, che si avvede che io esamino il suo uomo.

Fidanzato! Ecco una parola che m'apparisce spropositata davvero sul fondo dell'alto Adriatico.

— Lei si sorprende? Lo sono anch'io, e lo è pure il mio Secondo... È una malattia di questo sommergibile — prosegue ridendo: ma è un attimo di sorriso, repentinamente troncato da una contrazione cupa del volto. Il suo Secondo, il giovanissimo sottotenente di vascello, non ha sorriso affatto, e s'è passata una mano sulla fronte.

Dovrei rallegrarmi con loro? Eh, non mi pare. I legami spirituali di questi fidanzamenti mi sembra percorrano una ben incerto cammino, da qui alle varie città d'Italia... Meglio tacere...

— Del resto — prosegue il comandante a bassa voce per non essere troppo udito — qui a bordo in questioni matrimoniali abbiamo alcuni casi interessanti, se non molto allegri. C'è un certo Ricci, capo-silurista, che ha sposato una settimana fa in tre giorni di licenza, compreso il viaggio, tra una crociera e l'altra... e cioè tra un'immersione e l'altra... Da fidanzato, pochi giorni or sono, poco mancò non colasse a picco quando quel tale cacciatorpediniere austriaco di cui le ho parlato ci corse addosso per investirci. Questa che facciamo ora, è la sua prima crociera da marito... e speriamo bene.

Ce n'è un altro, poi, Pagano, un silurista, richiamato in servizio per la guerra, che è vedovo da pochi giorni ed ha tre bimbi rimasti quasi soli a Sorrento. Avrei potuto sbarcarlo, ma egli mi pregò di non farlo, perchè qui sul sommergibile ha una più alta paga... e può mandar qualche cosa di più ai suoi piccini.

Un altro corto silenzio.

— Bah! Noi giuochiamo a carte — dice il comandante come chiusa di un suo ragionamento interno e con la sua voce pacata e velata da uomo sommergibile. — E se oggi venisse a qualcuno la bizzarra idea di modernizzare il conosciuto simbolo della fortuna, dovrebbe prendere quella tale donnina bendata e farla arrampicare sull'estremità di un periscopio, glielo assicuro io!

Ah! Ecco Vismara che ci porta con sussiego qualche cosa che fuma — dopo aver appeso un tovagliolo al volantino d'una valvola che si protende vicino alla cortina rossa.

È del riso elettrico e della carne in scatola, riscaldata elettricamente: cinque o sei ampères di cucina.

Niente vino: nessuno ne beve nei sommergibili; e so già che non avremo sigarette, perchè è proibito fumare.

— Il pranzo è servito — ci dice Vismara senz'alcuna ironia.

La quale sarebbe inutile. Con trentasei metri d'acqua sul capo ogni lista è buona; siamo, d'altronde, ancora ben lontani dai manicaretti d'alghe e dalle altre leccornie marine di cui era ricca nei libri di Verne la mensa del Capitano Nemo... E poi, qua nessuno ne desidera...

* * *

— Permesso?

— Avanti. Che c'è?

Scorre la cortina rossa sulla sua guida metallica e una grossa testa scura, un po' calva, apparisce.

— Oh! Capo! — esclama il comandante con una certa apprensione nella voce, sapendo bene che ogni annuncio può essere grave sui sommergibili. — Tutto bene?

— Tutto bene, comandante...

È il Capo Torpediniere Elettricista, una delle personalità più importanti di bordo e che ha mansioni assai gravi.

La vita subacquea ha già devastato il suo viso, delineandogli il teschio sotto la pelle afflosciata. I suoi occhi nerissimi, rintanati nell'orbita, hanno il floscio scintillìo degli occhi di alcuni vecchi felini resi mansueti dalla grande età. Ma il suo profilo è purissimo e in certe posizioni, nel bagliore della luce elettrica, acquista spesso ombre e rilievi da medaglia.

— Tutto bene... — ripete, soffermandosi con un sorriso d'imbarazzo.

— Allora?

— C'è che l'equipaggio m'incarica di augurare a Lei, al Secondo, e al signor comandante ospite nostro, il «Buon Natale».

Diamo un balzo tutti e tre, come fossimo stati richiamati ad un tratto da una voce soprannaturale, fuori dall'abisso in cui siamo sepolti.

Poi ci guardiamo l'un coll'altro stupiti, mentre la buona testa di medaglia ride.

Già: proprio vero. Domani è il Natale degli uomini.E chi ha più nozione di giorni e di feste quaggiù? Se si provi a domandare a un uomo dei sommergibili in crociera, che giorno è della settimana, lo si vedrà smarrirsi e mettersi a contare sulle dita; poi dirà: Ecco, quando lasciammo la base era, poniamo, martedì; dunque oggi dev'essere... il suo ricordo è netto soltanto sul giorno della partenza, sul distacco dalla vita di lassù: dopo viene una serie tumultuaria di poco sole e molta luce elettrica che non ha più alcun legame col giorno e con la notte e che sconvolge il pensiero del loro succedersi.

E dunque, domani è Natale, o pare sia Natale: per eccezione, qualcuno delle cappelle ardenti deve averlo ricordato.

Ma il messo dell'equipaggio non ha finito.

— «Ci» auguriamo — prosegue — di poter dare il «Buon Natale» a qualche nave austriaca col siluro...

— Eh! — risponde il comandante inchinandosi a metà come per l'offerta d'un prezioso dono.

Non ha finito ancora...

— E preghiamo lei, comandante — dice rivolgendosi a me — di prendere delle note su questa notte e di farle pubblicare, dandone una copia a tutti noi per ricordo della sua visita, e del primo Natale passato sott'acqua...

Diamine, buona testa da medaglia, perchè no? Se ne avrò tempo... Perchè io pure lavoro come te, ma lassù, su navi, sulle vecchie navi che galleggiano, sacerdotesse dell'antica lealtà del cannone e della luce del sole, e che devono tremar di te, sommergibile, odioso ragazzo, moderno pescecane di guerra. — Ma io temo, o cari sepolti vivi, che la mia semplicissima arte, da più che due anni dormente, sia ben al disotto di quanto meriti la vostra carne — che il mostro sommergibilegiornalmente affloscia e divora nel santo nome d'Italia — e la saldezza del vostro cuore, che sfida l'uomo e i più profondi misteri del creato senza mai vacillare... Posso darvi parole, nient'altro che parole. E se per esse s'irradî lo sguardo d'Italia dalle rosse trincee del Trentino e del Carso ai verdi abissi dell'Adriatico, e si prolunghi al suo occhio divino l'immensa fila di cadaveri di coloro che morsero la roccia e la neve, con quelli di coloro la cui bocca rimase per sempre spalancata dall'asfissiante morso dell'acqua e vagarono fino alla dissoluzione ultima secondo il capriccio dell'onda... ebbene, amen! scriverò.

— Dunque? — interroga il Capo Torpediniere. — Dunque? — domandano i due ufficiali, unendosi a lui...

— Sì.

È detto. E mentre il Comandante ringrazia il messo e lo incarica di contracambiare gli auguri all'equipaggio, io e il Secondo pensiamo che tornando in porto sarà anche miglior ringraziamento qualche bottiglia, progetto a cui si unisce con gioia il comandante, non appena la buona testa di medaglia sparisce e la cortina rossa ricade.

Le dieci. È pronta per me la metà del divano che appartiene al S. T. di vascello, il quale è ora di guardia in camera di manovra. Nell'altra metà il comandante già dorme tutto vestito — se può chiamarsi dormire il suo rivoltolarsi continuo.

Prima di tirar la cortina rossa, guardo ancora una volta come sia fatto il sonno del sommergibile. Verso prora e verso poppa, attraverso le prospettive delleporte, sorgono in fila le teste degli uomini di guardia, una per compartimento: ed è una ben singolare serie di volti fortemente illuminati e tutti rivolti per abitudine verso il centro, verso la camera di manovra, da dove parte il comando, così come in alcune tabelle musive egizie due file contrapposte d'uomini tutti uguali fissano al centro l'ara del sacrificio.

Egizie? C'è qualche altra cosa qui che mi richiama alla memoria l'Egitto e che stento a precisare. Ah! ecco: questo profondissimo silenzio...: e socchiudendo gli occhi rivedo la cella mortuaria di Cheope perduta in una montagna piramidale di macigni, dove per la pace del gran Re ogni suono è in eterno escluso. No: occorrono veramente masse enormi di materia per racchiudere un simile silenzio che non rassomiglia a nessun altro.

E così dev'essere. Qui gli uomini non devono parlare, non devono far nulla che impedisca la percezione dei benchè minimi rumori venuti dal mare e raccolti con prodigiosa sonorità dallo scafo.

Questa è la guardia del sommergibile.

Allora tutto sembra morto qui dentro: e tutta la vita è nell'udito.

E adesso, giù adagio la cortina; bisogna far adagio anche nel distendersi sulla metà del divano. Proviamo un po' a fare come gli altri...

Oh, sì! Dormire! Qualche anno fa, disteso su una «cama Venezuelana», solo, in una capanna fatta di tronchi d'albero e perduta nel cuore della foresta vergine popolata di serpenti, ebbi una stranissima notte che ritenni unica nella mia vita. L'immenso mare verdetumultuava intorno a me e dall'impenetrabile distesa di rami e di foglie giungeva a me l'urlo assillante della fauna in caccia d'amore e di cibo, alla quale l'alba impose finalmente silenzio.

Fu quella la notte del parossismo vitale della Natura dei tropici, nel massimo fervore della Terra. Questa notte, quaggiù, tutto che ricordi la Natura è sparito: sono nella morte del Pianeta. Intorno al ferro che ci chiude e che potrebbe esser bara, niente ha un'anima, nessuno ha una voce: è l'assoluto isolamento, l'esclusione definitiva dal mondo!

E questa notte, antitesi precisa dell'altra, è pari negli effetti, chè anche in un sarcofago è difficile il sonno.

Le lampade elettriche della cosiddetta cabina sono state spente. Ma tra i lembi della cortina rossa filtra luce dalla camera di manovra ed incastra triangoli vividi nell'ombra. Così c'è un barometro sopra di me che tutto illuminato scintilla e richiama senza sosta il mio sguardo come unica cosa precisa, tra molte cose dissolte dall'ombra e che han cambiato profilo. E c'è anche, un po' più in là, una smorta lama di luce di riflesso che investe uno scaffaletto di libri e dà tenue vita alle filettature d'oro dei dorsi.

Libri. Sono essi che racchiudono e trasmettono ciò che l'uomo pensa: secrezione del cervello fissata attraverso i secoli, se essi sparissero simultaneamente dal mondo, quale scossa nella razza, rimessa repentinamente a nuovo e male aiutata dalla memoria: quale enorme rivoluzione in tutti i campi della vita!

Ecco una balorda idea che non può nascere che qui, in fondo al mare, in una notte insonne di sommergibile... E ne deriva subito un corollario che ha il piacevole senso del nuovo: nessun libro ha ancora pagine perquesto ambiente, o scritte quaggiù. E quando ne verranno, e saranno lette alla luce del sole, produrranno l'impressione d'una mentalità da alienato, che vive d'un suo mondo insano, misteriosa e sinistra come la vista di quelle creature degli oceani, che strappate dal fondo degli abissi e gettate dalle onde sulla spiaggia, morte, nessuno conosce.

Guarda! Anche questo barometro ha le sue funzioni sconvolte quaggiù. Ricordo benissimo che quattro o cinque ora fa, quando ci posammo sul fondo, segnava 770: chi sa perchè ora segna 790, il che sarebbe una pressione enorme... Dev'essere guasto... È bene avvertirne il sottotenente di vascello che è di guardia.

— No, — mi risponde a bassa voce, dalla camera di manovra, e senza muoversi per venire a vedere. — Ed è un «no» che ride.

— 790, le dico!

— E salirà ancora. Dagli accumulatori d'aria carichi a 150 atmosfere sfugge inevitabilmente aria ad enorme pressione, ed è questa che fa salire la pressione interna: più si prolunga l'immersione e più l'aria si comprime qua dentro.

Ho compreso.

— Grazie: buona guardia!

— Buona notte.

Ed ecco anche spiegato, perchè da qualche tempo ho cominciato ad avvertire nel capo come il ronzio d'uno sciame d'api.

Ancora i libri. È un'ossessione. O prono, o supino, o sul fianco, è là che il mio sguardo torna sempre a fissarsi, tanto sembra inaccettabile l'idea che qualcuno li abbia scritti.

Ebbene: giacchè dormire è impossibile, mi proverò a vedere che cosa dissero gli uomini della terrae che effetto faccia il loro pensiero ripetuto quaggiù. Eccone uno; a caso. Nella lama di luce che investe il barometro, è possibile leggere.

Diamine! Bisogna inchinarsi anche qui:La Divina Commedia!Ecco un grandissimo Italiano il cui onniveggente pensiero «è passato anche di qui» per spingersi assai più giù nella terra.

Che non è impresa da pigliare a gabboDescriver fondo a tutto l'Universo...

Che non è impresa da pigliare a gabbo

Descriver fondo a tutto l'Universo...

O gran Signore dell'Idea, grazie del palpito di fierezza italica che il tuo nome mi dà, qui dove il passato fa sorridere e dove tutto che fu, sembra inutile...

E, tracciata da un chiaro carattere femminile, v'è nella prima pagina una dedica:

«A te, mio...

perchè il mio amore t'accompagni NEL mare e ti preservi da ogni pericolo mentre scandisco le ore della tua assenza ripetendo la cara parola: Italia.

«La tua....».

Ah! A quale dei due ufficiali dovrei chieder scusa della mia involontaria indiscrezione; a quello che dorme a pochi centimetri da me, o all'altro che veglia di là da questa cortina?

Io ignoro i loro nomi di battesimo, e non so per quale dei due questa sconosciuta e intelligente personcina invii l'eco della sua angoscia quaggiù, NEL mare, affidandolo a così alto messo. Ma in fondo la cosa è indifferente: sono entrambi fidanzati, e le parole dell'uno possono valere anche per l'altro. — Allora io guardo colui che dorme, e continua a rigirarsi così malamente su sè stesso, ed ho la visione di altri sonni agitati,in camere lontanissime da qui, dove giovani teste involte da trine ansano colla bocca dischiusa su guanciali scomposti, avvertite da misteriose forze d'intuito che questa è notte di pericolo...

Bene: ancora una volta, un poco della divina armonia italica, per fugare ombre tristi: una pagina a caso... Purgatorio: Canto XV:

Quell'infinito ed ineffabil bene,Che lassù è, così corre ad amoreCom'a lucido corpo raggio viene.Tanto si dà, quanto...

Quell'infinito ed ineffabil bene,

Che lassù è, così corre ad amore

Com'a lucido corpo raggio viene.

Tanto si dà, quanto...

Strano! Mi pare che al ritmo del verso stupendo s'aggiunga in cadenza un piccolo palpito partorito dal mare e proveniente da distanza enorme. — Che cosa sarà? Un fenomeno dell'aria viziata o della pressione troppo alta, che dà fermento alla mia testa?

Tanto si dà, quanto trova d'ardore;Sì che quantunque carità si stendeCresce sovr'essa...

Tanto si dà, quanto trova d'ardore;

Sì che quantunque carità si stende

Cresce sovr'essa...

No: la cortina è rimossa, la luce inonda l'ambiente e il sottotenente di vascello viene ad avvertire il suo superiore:

— Comandante!

Immediatamente, come in tutti i marinai, l'immediato risveglio senza alcuna transizione, e il pacato levarsi in piedi.

— Che c'è?

— Il rumore di due eliche: mi pare s'avvicini...

Tutti gli uomini di guardia l'han già percepito: nelle file di cappelle ardenti tutti son già desti: qualche oggetto metallico vien rimosso e tintinna: qualche portastagna cigola sui cardini... vengono provate alcune valvole per brevi e violente fughe d'aria...

— Silenzio! — ordina il comandante prendendo il suo posto in camera di manovra, vicino al panoramico.

E su questo silenzio, s'ode il duplice battito che s'avvicina, s'avvicina: e così nettamente, da sembrare nato nel corpo stesso del sommergibile, come una pulsazione delle sue vene.

Un cacciatorpediniere?

Forse: ma nessuno in mare esprime un parere senza previa, assoluta certezza.

Tutti gli sguardi son fissi, tutte le orecchie in ascolto: l'uomo tende ora i suoi sensi facendo ricorso agli istinti intatti dell'animale, sepolti in lui dalle prime epoche della razza.

Ad un tratto, quasi sulla nostra verticale, il duplice battito rallenta e cessa; e subentra un fruscìo che anch'esso a poco a poco si spegne in gorgoglii tenui.

— Ma questo è straordinario, — mormora il sottotenente di vascello. — S'è fermato qui sopra... un poco sulla nostra sinistra... mi pare.

Ora udiamo alcuni colpi secchi, come di chiusure di pesanti porte metalliche.

Ma che cosa sarà? A che distanza sarà?

— Straordinario, davvero! — dice lentamente il comandante, che finora non ha pronunciata sillaba, chiuso nella sua spasmodica attenzione. — È un sommergibile: un sommergibile che s'immerge... come noi. E ha scelto la stessa zona nostra perchè è l'unica in questi paraggi che non abbia scogli o fondi troppo fangosi. Viene probabilmente a riposo anche lui nella notte di Natale — aggiunge con un sorriso — ed è vicinissimo.

Sommergibile. — Nostro o...

— Nemico, nemico — dice il comandante come se qualcuno avesse veramente formulata la domanda. — Non vi può essere dubbio. So dove sono i nostri: ben lontani da qui...

— Ma qualche sbaglio di uno di loro...

— No: impossibile: nemico — egli ripete con assoluta certezza e... — ma non continua e c'indica di tacere.

Udiamo l'ingorgo d'acqua dell'altro; tre o quattro sorsi brutali, troncati dal colpo secco delle valvole di immissione. Poi il diffuso sciaquìo della discesa che è abbastanza rapida... Ed ecco i borborismi cheti della bestia che va a riposo e si predispone a dormire: chiavarde metalliche che stringono dadi, porte sbattute, passi su lamiere di ferro, tutto sembra visibile, tanto è meravigliosamente trasmesso e raccolto ogni suono creato nel ventre nemico...

Poi, a poco a poco il silenzio.

E nell'alta notte Adriatica, l'inscrutabile mare spinge le bianche greggi delle sue onde sul nostro destino.

Che cosa faremo?

Quest'uomo che mi è vicino e si mordicchia le labbra intensificando il suo pensiero con uno sforzo così acuto che tutto il suo volto si contrae, deciderà.

Dagli uomini dell'equipaggio che son venuti ad ammucchiarsi a prora ed a poppa della camera di manovra e hanno lo sguardo fisso su di lui, non si leva una parola, per supremo rispetto all'affannoso lavoro dellasua mente. E nel profondo silenzio, sentiamo ancora qualche piccolo suono dell'«altro».

Ad un tratto il suo volto si spiana come per un «Amen» interno.

— Io ritengo — mi dice con voce martellata dalla volontà e abbastanza forte perchè tutti possano udire — che il sommergibile sia lontano da noi dai cinquanta ai cento metri, sulla nostra sinistra, e press'a poco alla nostra altezza. Dalla direzione del moto giudico che debba essersi coricato su una linea poco divergente dalla nostra e cioè che ci offra un fianco. Allora — e la sua voce si eleva un po' — proverò a lanciargli addosso un siluro, presentandogli la prora... So bene che il lancio ha pochissima probabilità di riuscita, sia perchè non ho l'assoluta certezza della direzione, sia perchè non è possibile regolare l'apparato idrostatico del siluro per la profondità nostra. Ma proveremo a dare all'arma il massimo periodo di immobilizzazione. Chi sa? Una probabilità c'è e ho il dovere di tentare...

— Ma comandante, — obbietta il Secondo — e se siamo più vicini?

— E allora maggior sicurezza.

— E noi?

— Noi, che cosa?

— Noi sommergibile... la concussione potrebbe...

— Daremo qualche giro indietro... — E un colpo secco della mano sul maneggio circolare del periscopio avverte che le comunicazioni son finite e che non è più tempo di parole.

— A posto per il lancio! — ordina il comandante; e mentre con una specie di balzo l'equipaggio si dilegua verso prua e verso poppa nelle cappelle ardenti, come per una funzione finita, il mio occhio cade per caso sull'orologio: è l'una; ed io penso alle folle chenello stesso momento, lassù, sgorgano dalle chiese della terra dopo l'osanna per la nascita del Redentore, celebrata in triplice messa. E chi, tra i fedeli, ha pregato per noi? Chi di loro ha avuto la visione di quello che sta per avvenire quaggiù?

— La prora? — chiede a un portavoce il comandante.

E una voce che parte dall'alto, dalla torretta del sommergibile, e che attraverso il tubo acquista risonanze da catacombe, risponde: — Cinquanta.

— Accosteremo a sinistra fino a trecento venti.

— Va bene — dice l'invisibile timoniere.

— Pronti per l'emersione!

E successivamente, dal più lontano scompartimento di prora s'alza un grido che viene ripetuto in ogni compartimento da bocche diverse, arriva al centro, percorre la poppa e si spegne:

— Chiuso 1!... Chiuso 2!... Chiuso 3!... Chiuso 4!...

— Chiuso 5!... Chiuso 6!... Chiuso 7!... Chiuso 8!...

È tolta così ogni comunicazione col mare e il sommergibile non può bere più. E se dal suo ventre pieno gli si farà espellere per forza dell'acqua, alleggerito risalirà.

— Leva 300 alla compensatrice! — Obbedisce una turbina elettrica rapidissima che par frusciare con gioia. La lancetta del grande manometro sussulta, lentamente si sposta, scende.

— Trentacinque... trentaquattro... trentatrè... — legge un uomo ad alta voce.

Il fondo non ci avvinghia più: siamo di nuovo un corpo vivo del mare.

— Timone a sinistra: avanti in parallelo: trecentoampères. Sinistra indietro... — dice il comandante che ha ripreso a mordicchiarsi le labbra e stringe con forza che par spasmodica, il volante del periscopio.

— Siamo pronti a prora col siluro? — domanda, e la calma delle parole rivela un'ansia mal dominata, quasi angosciosa.

— Pronti! — conferma una voce lontana e solenne.

Ed ora, tutto qua dentro si muove: girano ruote, stridono ingranaggi, sussultano lancette nei bianchi fiori dei piccoli manometri: da tubi, da valvole si sprigionano sibili d'aria, e nelle articolazioni lucide delle motrici si alternano riflessi brillanti a brevi eclissi. Noi assistiamo alla vita interna di un mostro, nascosti tra le sue viscere, e le funzioni del suo cuore, dei suoi nervi, delle sue vene ci appariscono evidenti.

— Mantieniti su 33 — dice il Comandante all'uomo che maneggia il timore di profondità — e ti raccomando di evitare inclinazioni...

Già: perchè basterebbe abbassare la prora per tornare a immergersi nel fondo; la poppa, per contorcere le eliche.

Ma che cos'è? Ecco che sulla sinfonia dei rumori interni, un gruppo di suoni esterni e di diversa tonalità si sovrappone. Ecco spurghi d'acqua che non ci appartengono, colpi affrettati che sembrano venir a picchiar sul nostro scafo. — Ah! è l'«altro» che ci ha uditi e s'è svegliato in sussulto: l'altro nel cui ventre devono avvenire scene spaurite per il prodigioso caso — forse l'unico della guerra — avvenuto.

Ecco: muove anch'esso le eliche.

Ah! Par di udire da qui gl'incitamenti, le raccomandazioni ultime e le rozze voci di comando dell'altra lingua: par di vedere l'«altro» comandante tender l'orecchio come il nostro, stringer il volante del periscopiocon la stessa stretta convulsa del nostro, teso con tutta l'anima nel supremo intento di distruggerci. Par di...

Silenzio: tutti i volti si fissano in un rigido spasmo che imita la calma. Viene la morte... tutti hanno udito la cupa scossa dell'altro che ci ha lanciato un siluro addosso... Sei, sette secondi d'attesa convulsa col respiro trattenuto, mentre qualche cosa che ci corre incontro — la Morte — sibila nell'acqua elevando sinistramente la sua voce d'acqua... È qui! Non una palpebra che batta. Viva l'Italia anche negli abissi, dove si muore in pezzi...

················

«Erano» due, non uno: e li abbiamo sentiti passare velocissimi poco al di sopra del nostro dorso... Forse bianche braccia di giovani donne e di bambini si son protese disperatamente nel mare per rendere vana la loro corsa...: forse il pargolo di Nazaret, dal fondo della sua culla adornata di mille ceri, deve aver detto NO... questa notte, NO...

— Fuori! — grida il comandante.

Si ode come il gigantesco sbuffo di un mostro che stia per soffocare, e segue un cupo sussulto. — La «nostra» morte va. I nostri secondi di ghiaccio si ripetono ora nell'altro... Ah! potessimo non fargli più riprender respiro!... È strano! Questi brevi secondi di attesa sono più carichi di angoscia dei primi... molto di più... infinitamente di più... spasmodicamente di più....

················

e finiscono con una mossa disperata di tutti... Nulla!... Le eliche dell'altro continuano il loro ritmo beffardo, come quello delle nostre per lui. E da vicinissimo com'era, par si allontani verso Sud.

Ma che cosa sono questi colpi secchi che il nostro scafo raccoglie? Sono serie regolari che il radiotelegrafista immediatamente comprende e che riempiono di stupore i suoi occhi.

— Ci chiamano, comandante, col sistema Morse...

— E rispondete! — dice il comandante stupito a sua volta.

E un grosso martello da macchina, impugnato dal radiotelegrafista, si mette a picchiare sulle nostre pareti ripetendo la serie: poi si ferma, com'è d'uso.

Un istante di attesa.

Ecco: l'altro ci parla: un colpo semplice, uno doppio, due altri semplici: F — compita il radiotelegrafista... Un colpo semplice, uno doppio, un altro semplice: R... Tre colpi doppi: O... Avanti. Ormai tutti compitano all'unisono come una strana scolaresca guidata dal maestro lungo un sillabario.

H.....L....I....C...H...E....... FRÖLICHE....

Il martellamento si ferma per un momento, come per chiedere se abbiamo compreso la parola.

— FRÖLICHE! Che diamine dice? — domanda il radiotelegrafista rivolto al comandante.

— Va bene: dite di sì — questi risponde mentre inarca le sopracciglia.

E i colpi riprendono:

W....E...I....H...N....A....C...H....T...E.....N

Fröliche Weihnachten: basta.

— Buon Natale! — traduce il comandante... con una inesprimibile espressione fatta di sbalordimento e di sprezzante ironia.

—Ma senti si che rrobba! Te possino «....» a te e a chi te cià mannato...— mormora un marinaio romano.

Ma il comandante gli fa un brusco cenno di tacere.

— Che ne dice? — mi chiede.

Che ne dico? Se nella lotta di due tigri, dopo un reciproco balzo a vuoto che non può esser ripetuto, l'una improvvisamente si placa e s'allontana, è inutile che l'altra continui a ruggire...

— Prendiamola dal lato ameno — gli dico. — Ricambiamo l'augurio...

E, pronto, il martello traduce in colpi semplici e doppi il nostro «Buon Natale» che si propaga nel profondo dell'Adriatico, in sillabe nostre. E pare che il mare ascolti con reverenza la lingua che dovrà essere l'unica sua, tanto è lieve la carezza dell'acqua che nella nostra ascensione ci avvolge.

Ritorna il silenzio da tomba; no: v'è ancora un piccolo rumore d'eliche lontanissime che a poco a poco si spegne... e che aizza ancora in noi un sentimento come di rimpianto... o di rimorso... o di che?

Non so: nelle cappelle ardenti gli uomini imprecano. Ossigeno: si aprano le bombole dell'ossigeno per dar loro del buon umore chimico. Molto ossigeno. Che diamine! Oggi è Natale...

O buon equipaggio del Sommergibile «....»: ecco: l'ospite ha mantenuta la promessa! E ha voluto lasciare a queste linee scritte tra voi, dietro la cortina rossa della camera di manovra, la loro intonazione cupa, così come gli venne dettata dall'ambiente vostro. Oggi, rilette al sole, esse gli ricordano l'impressione suscitata dalla vista di quelle creature degli abissi che strappate dal fondo e gettate morte alla spiaggia, nessuno conosce.


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