Nè tutte queste opinioni erano germogliate unicamente nelle teste plebee: forse anzi si apporrebbe chi dicesse al contrario non essersi tra il vulgo radicate se non in grazia delle discussioni e degli ordinamenti di chi dirigeva il vulgo. Le città dettarono leggi contro i maliardi: qualche chiesa introdusse formole per esecrarli e scongiurarli; i sapienti ne discutevano di proposito e sul serio; quando poi i tribunali processarono per delitti di malía, la credenza diventò certezza: volevate che i giudici e i tribunali s'ingannassero? Da una parte dunque ridotta a sistema, questa opinione si confermò in coloro che pretendevano di sapere, dall'altra, sparsa tra il vulgo da parabolani d'ogni abito e d'ogni condizione, acquistò fin al segno, da parere bestemmiatore ed eretico chi ne dubitasse.
Crescendo adunque il potere e il numero degli streghi a misura delle persecuzioni, anche i ripari e gli antidoti si moltiplicarono: e mentre la classe culta aveva scongiuri e fiamme, il popolino ne praticava di meno empj e atroci; ad ubbie opponeva ubbie; e tra siffatti rimedj, efficacissima era tenuta la rugiada della notte di San Giovanni. Chi si bagnasse a quella, asserivano poter tutto l'anno vivere sicuro da fatucchiere: certe erbe sbocciate e côlte in quella notte, erano il tocca e sana degl'incanti. La quale opinione si collega ad altre che qui non è il posto di commentare, ma di cui alcuna traccia è rimasta viva fin nel secolo delle macchine a vapore, sì in Italia, sì fuori. In tutto il nord, dalla Svezia alla Sassonia e sul Reno, si accendono ancora grandi falò pel San Giovanni; un Inglese trovandosi in Irlanda la vigilia di quel giorno, fu avvisato non si meravigliasse se a mezzanotte vedrebbe accendersi dei fuochi su tutte le alture del contorno[17]; a Newcastle le cuciniere fanno quella sera fiammate di gioia, a Londra gli spazzacamini vi menano danze e processioni in vestire grottesco; in una valle della contea di Oxford, detta Caval Bianco, si raccolgano tutti i vicini aripulire, come essi diconoil cavallo[18], cioè a svellere l'erba da uno spazzo sterrato, che rappresentava un cavallo colossale, ed a passarvi la giornata fra campestri allegrie. Io so di paesi lombardi ove, malgrado le proibizioni, quella notte suonano continue le campane: fanciulletto fui più d'una volta, da qualche femminella all'antica, condotto a ricevere la guazza di San Giovanni, e in diversi luoghi mi furono mostrati enormi noci, i quali, fin a quella sera conservatisi aridi come di gennajo, la mattina si trovano verdeggiare del più folto e gajo fogliame.
Ai tempi della nostra Margherita, in proporzione della fede o della corrività, più solennemente celebravasi la vigilia di San Giovanni. Dal cadere della sera fino all'alba successiva non tacevano mai le squille sui centoventi campanili della città, affinchè le streghe, a cui, se nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le erbe nocevoli, nè impedire con loro malizie che fossero côlte le preservative: intanto la gente non velava occhio per uscire garagollando a ricevere la guazza miracolosa. Era quindi una specie di festa, un berlingaccio notturno. Nei villaggi, adunati tutti alla campagna, su qualche aja, in certi luoghi da ciò, i villani, al suono di zampogne e cornamuse, canticchiavano, ballonzavano, pregavano: dico la gioventù, nel mentre che i vecchi strascinatisi anch'essi pigramente al lampaneggio, ripetevano una litania di storie di streghe: una donnicciuola assicurava d'avere ella stessa veduto il tale o tal caso: l'altra di avere conosciuto due, tre, più fatucchiere: quale, intender ogni notte un gatto miagolare sul tetto della vicina: quale sentir la sua pigionale, di mezza notte, massime quando il marito non fosse in casa, aprire e bisbigliare, certamente, col foletto; il maggior numero e le più sincere si erano quelle che assicuravano in vita loro non aver mai patito di malíe, perchè mai non aveano lasciato di bagnarsi alla rugiada del San Giovanni.
La Chiesa, che in tutto allora interveniva, neppur qui mancava: come si continuò fino a noi nella solennità del Natale, così allora in quel giorno si celebravano tre messe, una a mezzanotte, l'altra all'alba, la terza sull'ora nona. Durante e dopo la messa notturna, si cantava un ritmo, cioè un inno, una sequenza, lunga e di metro variato, della quale pongo qui sotto per saggio alcune strofe[19]; la cantavano preti e chierici; e il popolo, a tutta gola e cogli spropositi onde suol rifiorire i cantici latini, rispondeva per ritornello:
Quam beatus puer natusSalvatoris angelus,Incarnati nobis datiVerbi vox et bajulus.
In Milano, senza ch'io vel dica, immaginerete che la solennità era più raffinata e clamorosa. Niuno sarebbe rimasto fra le mura: tutti uscivano chi di qua, chi di là; i più verso una selva, posta dove ancora si dice San Giovannino alla Paglia: ed era una gara delle donne di venirvi in begli abiti bianchi e divisati, che facevano singolare spicco al bujo della notte; scollacciate secondo che portavano l'usanza e la stagione, e con una vaghezza di fiori in capo, in mano, alla cintola, al lembo delle vesti. Molte in coro intonavano certe canzoni, di semplici note, cui gli uomini tenevano bordone; altre ad allegre sinfonie menavano vivaci carole: non potendo nel recinto di quella selva penetrare nè lettighe nè cavalli, e trovandosi a ronzare tutti a piedi, indistinti i nobili dai plebei, i ricchi dai pezzenti, tolto di mezzo l'oltraggioso ricordare della diversità delle fortune, nasceva una libertà sicura e procace, somigliante a quella dei balli mascherati in carnevale. La notte, la folla, l'allegria non è mestieri ch'io vi dica di quanti disordini fossero cagione od incettivo in tempi come quelli.
Se la Margherita credesse anch'ella e temesse le streghe e le altre superstizioni, non ho argomenti nè per asserirlo, nè per negarlo; è probabile di sì, giacchè, quando un errore è divulgato, troppo poche sono le menti privilegiate che ne siano tenute monde dallo spirito di osservazione e dal rifiuto dell'opinione popolare. Fatto è che colla folla soleva anch'essa colà condursi, ed unita alle compagne, prendersi onestamente sollazzo, andando in ronda quanto la notte durava.
Credette valersene agli effetti suoi il vile Ramengo, e standole indivisibile al fianco siccome un rimorso…
I cronisti, da cui ricaviamo tutta questa serie abbastanza sconnessa di fatti, sebbene in alcune particolarità usino troppo più licenza che nol comporti la raffinatezza degli orecchi moderni, qui non discendono a chiarire la cosa; nè altro appare, se non che Ramengo si avvicinò alla Margherita; e quanto insolente si comportasse il possiamo argomentare da ciò, che ella, tutta gentile e temperata che era, lo percosse d'uno schiaffo.
Per un'anima bieca che, simile ad un vaso fetido ove si corrompe anche la rugiada che vi caschi, convertiva in occasioni di scelleraggine fino i più soavi affetti, non domandate se questa fu profonda, immedicabile ferita. Nol rimorse la propria colpa: solo vide l'orgoglio suo oltraggiato, il contaminato onor suo: la sete di vendetta, che già lo stimolava contro dal Pusterla, altrettanto e più fiera s'accese ora contro della donna di lui:—Sì, sì; un colpo solo le farà scontare tutte. Orgogliosa! ti avrà a tornare a mente la notte del San Giovanni!»
Di questo accidente la Margherita non credette opportuno far cenno al marito: infatti a che pro? quanto a sè, tenevasi più che abbastanza sicura contro un essere tanto spregevole: dal manifestarlo allo sposo potevano nascere e turbazioni e guai vicendevoli. Ramengo però da quell'ora non osò comparire in casa i Pusterla; le prime volte che si avvenne in Franciscolo, il cansò studiosamente; ma dal modo con cui egli si comportava seco qualora lo trovasse in altre case, o nelle comparse, o sotto ai coperti, ebbe a chiarirsi che nulla sapeva dell'occorso; si rassicurò, non si mitigò. Prese anzi maggior corruccio dal conoscersi disprezzato, e nè tampoco creduto degno di ira: e poichè l'odio dei tristi grandeggia di tutta l'altezza onde il nemico sovrasta ad essi, gli pareva non aver bene di sè, finchè coloro non avessero redento col sangue i fattigli oltraggi. Sulla casa ove più non ardiva portare i passi, teneva aperti gli occhi indagatori: già vedemmo con quali seduzioni lusingasse Luchino a voler contaminare la bella donna: sapendo poi la ruggine che era tra il Pusterla e i Visconti, confidava non tarderebbe l'occasione di rovinarlo. Un'accusa è così presto trovata!
Quasi un anno era passato dal caso che vi raccontai, ed il prossimo ritorno della solennità di San Giovanni aveva rincrudita in Ramengo la mal saldata piaga. Le disposizioni dei cittadini per festeggiare quella notte, da cui tre giorni appena li dividevano, i preparativi delle donne, il tripudio con cui ne ragionavano i fanciulli, pei quali un dì festivo è un avvenimento, suscitavano in lui una maggiore furia di dispetto. Or pensa, lettor mio, se a gran disegno gli venisse l'imprudente colloquio di Alpinolo, il quale gli poneva in mano uno stilo avvelenato, onde colpire non la sola Margherita e il consorte di essa, ma quegli altri amici, ch'egli esecrava appunto perchè amati da loro; e nel tempo stesso gli lastricava la via di sollevarsi nel favore del principe con questa prova di zelo. Ambizione! l'idolo suo: e per raggiungerlo v'era di mezzo la testa dei suoi nemici.
Recatosi dunque alla Corte, e ottenuto accesso al signor Luchino, gli rivelò la gran trama, e ben crederete che trovò i colori più neri per aggravare la colpa e l'idea del pericolo. Il tornare secreto del Pusterla a Milano, abbandonando la sua destinazione, già dava titolo a sospettare: fresca era la memoria di Piacenza, perduta da Galeazzo, (noi l'abbiamo accennata parlando di frà Buonvicino), appunto per maneggi d'un marito oltraggiato: Luchino poi e sapeva di meritar l'odio di molti, ed agognava l'occasione di punire su Margherita le virtuose ripulse. Quando il tristo può ritrovare un pretesto onde, sotto velo di giustizia, mascherare l'iniquità, non ha egli il suo voto?
Dalla relazione di Ramengo appariva che i primi da cogliere dovevano essere o il Basabelletta o Alpinolo: e secondo le deposizioni di questi, regolarsi per gli altri. Ma Alpinolo era conosciuto come un fiero, che avrebbe resistito a qual volessero maggiore tormento, anzichè peggiorare in nulla la causa dei suoi benefattori: avrebbe anzi voluto in ogni guisa scaricarli, a costo della propria vita: vita d'uomo oscuro, e quindi di poca importanza. Parve dunque miglior consiglio porre lo mani addosso al Basabelletta; poco interesse aveva costui a tacere: e la corda gli strapperebbe quante confessioni bastassero per procedere, non importa se giustamente, ma legalmente, contro degli altri che più stavano a cuore.
Coll'abituale suo passo violento, e balestrando gli occhi in qua e in là, attraversava Alpinolo la piazza del Duomo, sempre infervorato nelle medesime fantasie; allorchè ode chiamarsi con voce sommessa e incalzante. Si volge, e ravvisa uno dei sergenti del capitano di giustizia, col quale egli soleva non di rado trovarsi in radunanze popolari, al giuoco, negli spettacoli, sulla taverna, luoghi che Alpinolo bazzicava per moltiplicare a sè ed alla buona causa amici e fautori tra la plebe e tra la gioventù. E gli giovò: poichè colui, passandogli a fianco, con aria di misterioso sgomento, gli disse:—Seguimi»; e senza mostrare che fosse fatto suo, piegò verso il Broletto nuovo, e quivi ridotti in uno di quei chiassuoli, badato ben bene che nessuno gli ponesse mente,—Va, (disse ad Alpinolo con voce affannata) va, e fuggi, e fa fuggire subito il Pusterla.
—Ma perchè?
—Il signor Luchino manda ordine che siano incarcerati lui, la moglie, tutti voi altri.
—Ha forse scoperto?…
—-Sì: ogni cosa; hanno messo alla tortura il Menclozzo ed ha schiodato…
—E chi fu la spia?
—Dio lo sa! Nessuno ha parlato oggi col principe fuorchè Ramengo.
—Ramengo!» proferì Alpinolo, spalancando gli occhi con aspetto e con voce d'un terrore disperato. Dunque era un traditore quello di cui egli si era interamente assicurato! dunque di un tal precipizio era colpa la sua imprudenza! Urlando e bestemmiando sè e lui, neppur fece motto al benevolo sergente (dei ribaldi ci conservarono il nome le cronache; questo benedetto non parve degno di menzione; stile vecchio), e viepiù che di passo corse Alpinolo giù per la via dei Mercanti d'oro [20]; fu alla Balla, e fattosi alla porticina posteriore della casa Pusterla, bussò violentemente.—Oh, oh? volete sfondare l'imposta?» gridò una vociaccia di dentro; e si vide da un finestruolo da lato sporgersi una testa nera e barbosa, con due occhi sdrusciti e uno sberleffe attraverso alla gota. Costui, che chiamavasi Franzino Malcolzato, erasi acquistato pel paese un tristo nome di fastidioso e manesco, a molti appoggiando e pugni e brave coltellate, ora per conto suo proprio, ora per l'altrui, finchè fu tolto al servizio del Pusterla. Un signore anche buono tenevasi sempre agli stipendj alcuno di questi bassi scellerati, sì perchè fosse uno strumento di meno in pugno dei suoi nemici, sì anche per potersene all'uopo servire contro di essi, in tempi che la giustizia si faceva troppo spesso a punta di spade e di pugnali, o almeno a bastonate.
Quest'arnese, come vide e conobbe Alpinolo, tosto gli ebbe dischiuso.
—Dov'è il signor Franciscolo?» chiese il giovane pressato.
—È fuori.
—E Margherita? la signora?
—Attorno anch'essa.
—Ma dove, in nome di Dio?
Il Malcolzato non rispose che facendo spalluccie. Ed Alpinolo imperversando e bestemmiando, corse alle scuderie, saltò sul cavallo più corridore, e lanciollo a tutta briglia per correre dove potesse immaginare che i Pusterla si fossero condotti; e l'ultima parola che ne intese il Malcolzato fu:—Maledetto Luchino e chi fa per lui!»
—E maledetto sia,» replicò egli guardando dietro al garzone, il quale se n'andava che nè anche il vento: poi, per incantare la noja del far la sentinella, sedutosi s'un muricciuolo daccanto alla porta, diede occhio alla serpe viscontea che era dipinta quivi sur uno stipite, e zufolando la guardò beffardamente. Già aveva mal sangue coi Visconti perchè gl'impedivano di esercitare liberamente le sue prepotenze; in quella casa era solito udir parlarne tutt'altro che col miele sulle labbra; ora, ispirato anche dalla sonora imprecazione di Alpinolo, così per celia raccolse un pezzo di carbone, e attorno a quell'arma disegnò, come sapeva, due pali ritti ed uno traverso, che dovevano significare una forca, dalla quale scendeva una soga che si attortigliava al collo del biscione. E guardando la sua fattura colla compiacenza onde Hayez può aver guardato la Giulietta o la Stuarda da lui create, sghignazzava, e ripeteva con una certa buffa intonazione:—Il biscione impiccato! impiccato il biscione! così vada il suo padrone».
Stava il tristo nella goffa estasi sua, quand'eccogli addosso il temporale. Perocchè all'ordine di Luchino, il connestabile Sfolcada Melik, con una grossa banda di quei mercenarj suoi compatriotti, che Luchino comprava per sua difesa perchè ignoravano il parlar nostro, non badavano alle scomuniche del papa, nè cedevano a lusinghe di novatori, mosse tosto per sorprendere in casa i gran ribelli. Allo scalpitare dei cavalli, al grave passo dei pedoni, uscivano dalle botteghe, facevansi alle finestre le persone;—Che è? Che non è?—È Sfolcada Melik, che Dio ce ne scampi!—Dove vanno? perchè vanno?—Guarda, guarda, hanno seco picconi, arieti, scale. Che vadano a pigliare una fortezza?»
I più quieti lavoratori si accontentavano di guardar dietro alla truppa, stando a sportello o sui balconi; altri, come facchini, carbonari, macellaj, correvanle dietro, e domandavansi un l'altro dove andassero, e nessuno sapeva soddisfarne la curiosità. Vedendoli drizzarsi alla Balla: —E che si che vanno a far la festa al signor Barnabo? o al bel Galeazzino? Già, dà ombra a Luchino—già ne è geloso».
Ma la sbirraglia volta.—Sta a vedere! si fermano al vicolo Pusterla;—appoggiano le scale al verone.—Vedi ve' colui come s'arrampica! e' par tutto un orso!—Come?—Chi?—I Pusterla?—O Madonna di San Celso! Son miei protettori. Scappa, scappa, che non mi credano del loro partito».
E i più scappavano: il che chiamasi prudenza; gli altri stavano a guardare, ma nella rispettosa distanza in cui li tenevano le labarde dei soldati di Sfolcada Melik: parte dei quali dava da qui l'assalto alla porta, alle finestre, fino al tetto; un'altra, alla guida di uno, che la buffa calata sul viso impediva di conoscere, svoltò nella via dei signori Piatti, e arrivò addosso a Franzino Malcolzato, intento a quel giuoco che dicemmo.
—Una forca! impiccato il biscione! minacciata la forca ai Visconti! Ecco: fin ai servi sono nell'intelligenza!» Così diceva alcuno, forbottando e legando il Malcolzato, a cui una sbarra cacciata in bocca impediva di gridare, come le corde gl'impedivano di rispondere ai molti pugni, onde valorosamente il percotevano i Tedeschi.
Per quell'usciuolo intanto, e giù per le finestre e dal tetto erasi versata nel palazzo la piena assalitrice, prendendo i pochi servi trovati; poi si diffuse per le stanze come assaltasse un castello nemico, cercando i gran malfattori, e tra via facendo profitto per sè col cambiar di padrone al buono e al bello che capitasse sotto le mani.
Ma innanzi a tutti davasi da fare quel tale dalla visiera calata, e che, mostrandosi pratico della casa, con vera passione frugava le camere, e pareva scontento a mano a mano che, entrando in una, la trovava deserta, od occupata da tutt'altri che da quelli che cercava. Quando in una galleria vide Venturino, il bel fanciullo della Margherita, che infantilmente trescava con uno sparviero, senza udire o temere il fracassìo che attorno al palazzo succedeva. Col labbro tremante nel più amaro sogghigno, si avventò contro lui quel malvagio, il ghermì, lo fissò quasi volesse sbranarlo cogli occhi; e mentre il meschinello strillava a tutta gola, e chiamava il babbo, la mamma sua, egli lo serrava ferocemente contro al petto, e gli chiedeva con istanza,—Dov'è tua madre?» Ma poichè egli non rispondeva se non con urli e lacrime, esso lo minacciava, il percoteva, e senza un istante abbandonarlo, continuava le indagini per ogni camera, per ogni ripostiglio più secreto. Che se non poteva trovare nè il Pusterla, nè la Margherita, raccoglieva però le armi, le valigie disposte, tutto ciò che potesse attestare o la presenza di Franciscolo in Milano, o i preparativi di una rivolta: singolarmente fu lieto al trovare la lettera che Matteo Visconti, per mezzo del Pusterla, avea da Verona inviata ai suoi fratelli. Fatti poscia incatenare i servi, già s'accingeva a partire non del tutto soddisfatto, quando, nel metter il piede sul ponte levatojo, vede affacciarsi la Margherita.
Nella carestia che allora dominava, molte donne, per vera fame, aveano fatto getto della loro onestà. Là verso Sant'Eufemia abitava una famigliuola, ridotta a tale necessità, che i genitori diedero ascolto alle sozze sollecitazioni di un ricco, promettendo alle voglie di esso una loro figliuola, purchè egli provvedesse ai loro bisogni. La fanciulla, allevata nelle massime dell'onestà e nel timor di Dio, non reggeva all'idea desolante d'un amore senza virtù e senza avvenire; supplicava il cavaliero, supplicava i parenti; ma quello al mal talento, questi alla fame più volentieri porgevano orecchio. Ridotta alle strette, la zitella ricorse alla Margherita, e non fu invano, che i soccorsi di lei risparmiarono un delitto. Ora, sopraggiunta a lei l'inaspettata partenza, volle dapprima compire l'opera sua, e sebbene affaccendata nell'allestirsi al viaggio, trovò un momento da correre a casa della meschina, nell'ora che sapea d'incontrarvi il nobil uomo. E quivi, non dandosi per intesa degli indegni patti ond'egli entrava colà, tolse a lodarlo della carità usata con quella gente; gli espose come ella avesse trovato un marito alla fanciulla, un onesto cardatore di pannilani, e che domani si farebbero le promesse; talchè egli era in tempo a mostrare la sua generosità.
Il ricco, preso da siffatta bontà, che non tocca mai tanto come quando è vôlta sul consolare gli altrui patimenti, fece come la Margherita volle; fu chiamato lo sposo, dato l'anello, e la Margherita se ne partì tra mille benedizioni di quella povera gente, che instava perchè ella domani assistesse ai contenti da lei preparati.
Oh le benedizioni dei poveri fruttano sempre, ma non nell'infeconda terra delle tribolazioni.
Mentre, imbaccucata nella mantiglia, la Margherita tornava, vede trar gente; avvicinandosi, s'accorge d'un serra serra intorno al palazzo:—Che sarà?» al cuore di una sposa, di una madre, quanti spaventi! Tra la folla, tra la soldatesca si apre il passo; più d'uno le diceva:—Fuggite, salvatevi!» ed ella stessa, giunta al lembo della calca, vedendo quell'invasione nel palazzo, stava in forse d'andarsene, allorchè mirò uscire dalla porta quel mascherato, recantesi in braccio il suo diletto bambino.
In simili casi una donna conosce pericoli? una madre? Si slanciò alla volta di quello; ma neppure di raggiungerlo ebbe tempo; giacchè l'incognito, non appena la scorse, diede un guizzo d'infernale compiacenza, che fece guaire il fanciullo abbracciato; e additando la donna a Sfolcada Melik,—Eccola: è dessa; legatela».
Il connestabile diede l'ordine; ma come, assalendola, ne ebbero fatto cascare lo zendado, ed apparvero quella bellissima fronte maestosa, quegli occhi avvivati dall'amore, dalla temenza, quelle bianchissime carni impallidite, quell'aspetto, su cui con tanta eloquenza si dipingevano e l'accoramento e la generosità che le faceva dimenticare il suo pericolo nell'altrui, ristettero anch'essi quasi tocchi da sacro sgomento. Ma lo Sfolcada, che poco capiva delle affettuose parole da lei indirizzategli, e che non voleva rincrescersi di far male a quella razzaccia di Lombardi, contro dei quali era lautamente stipendiato, le fece por le manette, e strascinarla via; non prima però che quel malnato, nascosto dalla visiera, si accostasse alla infelice, e mostrandole il figliuolo, le dicesse in voce sommessa, ma rabbiosa:—Margherita, vi ricordi la notte di San Giovanni».
Poichè allora non adopravasi cura per illudere il popolo, gli arresti si facevano clamorosamente, a suon di campane. E la campana del Broletto nuovo aveva cominciato a tempellare; a' cui rintocchi alzando il capo, gli operosi dimandavano:—Che s'attacchi fuoco?» Ma poi intendendo che non era altro se non un atto di giustizia, esclamavan beati i loro tempi, perchè più non erano, al suon della squilla, costretti interrompere i lavori per accorrere sull'armi. Propagandosi però quei tocchi a martello di chiesa in chiesa, moltiplicandosi il rumore di vicinanza in vicinanza, mano mano che i satelliti andavano pei varj quartieri imprigionando or l'uno or l'altro, una sollecita curiosità, un panico terrore invadeva i cittadini: tutta Milano andò sottosopra; i bottegaj chiusero: i privati stangarono gli usci. Quando tale scompiglio si dilatò, era sulle ventitrè: l'ora che, di solito, chi ne aveva, mettevasi a cena: e che dai telonj, dalle officine tornavasi ai tugurj suoi la plebe operosa. All'intendere quella novità, avresti veduto i Milanesi arrestarsi un l'altro, farsela ripetere, poi fitto fitto ripeterla essi stessi ai sopravvenuti, al compare, al collega, al camerata.
—Che? anche questa? nuove vittime? nuove crudeltà?»
E sorgeva in ciascuno un sentimento misto di pietà, di indignazione, di ritorno sopra sè stessi: sentendo così in confuso che, quanto oggi accadeva agli altri, poteva domani toccar a loro. I più deboli, i denarosi, i pusillanimi, stringendosi nello spalle ed esclamando,—Poveri noi! poveri noi!» si ritiravano chiotti chiotti a pollajo, senza rivolgersi indietro; chiudevano ben bene le porte, e fattosi attorno un cerchio della sbigottita famiglia, si davano a pregare, raccomandarsi al Signore; come il contadino allorchè vede in aria certi nugoli bianchicci, per così dire stracciati, ed ascolta un sordo continuo brontolar del tuono, che lo fa pensare alle fatiche durate, alla messe spigata, all'inverno imminente.
Ma gli animosi (e in quel secolo non erano i meno), quelli i quali alla loro vita s'erano bagnati di sangue nelle frequenti scaramuccie, e di tempo in tempo alimentavano l'abito della bizzarria e della fierezza coll'attaccar risse e col mischiarvisi, od almeno star a vedere, appena udito il caso, buffonchiavano, sbattevano per terra i berretti, arruffavano i mustacchi e il ciuffo, poi sui crocicchi, nelle piazzuole, facevano capannelli, ove comunicando un all'altro l'ardore, come più faville che unendosi formano un incendio, se prima mormoravano, allora prorompevano in sonanti imprecazioni; e senza guardare che fosse padrone o non padrone, facevano a chi peggio dicesse del signor Luchino; lodavano il Pusterla, forse non per altro motivo se non perchè era perseguitato; rammentavano i tempi de' loro vecchi, quando si faceva senza d'un padrone, e si viveva da papi.
—Come?—che? nuove catture; nuovi sbandimenti? (così dicevano con varie voci e discordanti) Arrestato il cavalier Pinalla? un fior di galantuomo di quella fatta! Io ho servito per cinque campagne sotto la sua bandiera; egli è mio protettore spacciato.
—E suo fratello Martino? Pensate! domenica udiva messa in San Lorenzo a due passi da me.
—E me? gli è mio vicin di casa, e non mi scontrava mai che non mi dicesse,—Schiavo, Pizzabrasa.
—Anche Beltramolo d'Amico fu menato su ripiegato ripiegato, sai?
—Ah! quello gli sta bene: è un ghibellino marcio. Non l'ho inteso io a dire che il papa ha fatto male a scomunicare l'imperatore e il signor Matteo? Malann'aggia! Se non ci fosse il papa a fare star a segno questi cani grossi, che ne sarebbe di noi e del popolo!
—Ma pel popolo e per Sant'Ambrogio si sarebbe fatto a pezzi Borolo daCastelletto; e anch'egli è col muso alla ferrata. Quanto me ne sa male!Un avventore di meno al mio macello.
—Il peggio è però di quella buona signora Margherita.
—Un occhio di sole.
—Un angelo in carne.
—Ad un pitocco non diceva mai, Andate in pace; nè, Tornate domani.
—Colla penuria che corre, in porta Ticinese nessuno ha patito la fame.
—Alla mia nonna inferma ogni dì ne mandava un fiaschetto».
E seguitavano innanzi con questi encomj finchè dandoci alle furie, gl'interrompevano certe vociaccie sgangherate e risolute:—Ah cane!—ah demonio!—Così becca via un per uno i nostri bravi signori!—Che razza di città ha da diventar questa mai? Non ci resteremo che noi pitocchi. —E allora chi verrà alle botteghe? chi ci toglierà per servitori? chi ci pagherà da bere?—Bel vivere, perdio, vorrà essere allora?
—Vivere? (soggiungevano altri). Se pure ci lascerà vivere. Perchè io lo vedo come in uno specchio; una volta che colle sue manifatture abbia spazzato via i grossi, ingojerà i piccini in una boccata; come il lupo colle agnella dopo squartato il cane.
—Oh se avremo giudizio (replicava Antellotto Braccioforte, fabbro ferrajo tutto affumicato, e con voce usata a vincere il fragore delle incudini); se avremo giudizio, non aspetteremo che arrivi sino a questo: e vi piglieremo sopra un bravo rimedio a tempo.
—Un rimedio: sicuro: Un bravo rimedio; dice bene Antellotto (davano su a molti insieme). Già non è il primo che si fa freddo. Abbiamo snidato anche i Torriani: abbiamo strascinato per le strade anche Beno dei Gozzadini.—Oh sì certo! bisogna pensarvi di maledetto senno, perchè ormai chi è più sicuro nemmeno in casa propria?
—Oh, in quanto poi a casa mia (gli interrompeva il bottajo Calcintesta) com'io son dentro del mio uscio, l'ho a vedere quel muso bravo che ha da portarvi dentro i barbigi, l'ho a vedere.
—E anch'io—e anch'io», replicavano altri, destinati, tutta la vita loro ad essere, come i più, null'altro che l'eco delle voci altrui, che l'ombra degli altrui gesti; e imitando Calcintesta, col capo e colle pugna facevano terribili atti di minaccia, che Dio ne scampi.
—E se (ripigliava il ferrajo) se si avrà a fare qualche fazione, a menar le mani, ehi, camerati, mi avete visto delle altre volte. Per qualche cosa mi dicono il Braccioforte.
—E nemmen io non son mai dato indietro ai pericoli.—E nemmen io»; replicava il solito coro.
—Ohe! (saltava su il Pizzabrasa) suonano il terzo segno della campana! la ritirata. A casa, a casa. Io non ho lanterna, e non mi sento di pagare le venticinque lire di multa.
—Neppur io: dunque buona sera.
—Tutt'ora che mi vogliate, sul terraggio di porta Tosa, lo sapete. Addio, compare, buona sera.
—Schiavo, Beccalò.—Dormi bene, Peregrosse»; e quei crocchi si scioglievano, come un muro sotto alla mano del mastro che demolisce; versavansi per le vie ad uno, a due, a più, difilandosi alle loro casipole, al Guasto, alla Vetra, al Broglio, dove la poveraglia abitava, stivata sino a venti per camera, uomini, donne, fanciulli alla mescolata. Tra via seguitavano a parlottare, a brontolare, a rinfocolarsi a vicenda. Giunti ciascuno sulla propria soglia, nel dividersi dalla compagnia, in atto di far mari e monti, si danno certe strette di mano che fanno spalancare le bocche, ed entrano nelle loro cameruccie. Colla prima sera i poveri allora si mettevano a letto per potere colla prima alba essere ai mestieri; e i lumi erano una rarità. V'è dunque bujo, se non quanto le rischiara qualche raggio di luna, che batte attraverso le impannate di carta oliata. All'aprire risoluto ed impetuoso dell'uscio, la moglie alza il capo dal piumaccio, domandando perchè più tardi del solito; quattro o cinque fanciulli, che le posano daccanto, e che furono tenuti svegli fin allora dalla fame, chiedono al babbo che cosa portò da cena: ma i babbi infuriati non badano, non rispondono nè a donne nè a ragazzi, ed acceso un lumicino a mano, s'inviano a spiccar dal muro, a trarre di sotto al letto le loro armadure: scoprono la barbuta che era stata di loro padre e del padre del loro padre, ammaccata dalle asce fraterne e dalle straniere; cacciano a mano lo stocco; tentano il ferro della lancia, e si danno a spazzarne la polvere e i ragnateli, a dirugginare, ad ugnere, ad affilare, a provarsele in capo, al dosso, in pugno, ad armeggiare, facendo fischiare gli spadoni a due mani sovra il capo dei coricati.
A tale scena le povere donne balzano sgomentate dal letto, avvolgendosi un cencio intorno alle nude carni, che le camicie erano un lusso di pochi, ed—O cara Madonna, di San Satiro! (esclamano) cosa c'è—che fai?—perchè così scalmanato?—T'è accaduto qualche incontro?—Te n'hanno fatto una grossa?» e piangono, e fansi il segno della croce; e i ragazzi, vedendo la madre a piangere piangono anch'essi, s'aggruppano con una meraviglia paurosa attorno al padre, pregandolo a dire cos'è, cos'ha da succedere, a non lasciar piangere la mamma. Egli, così fra l'allestire l'armatura, risponde con parole ricise e a spizzico!—Eh, niente… non v'è niente… Toglietevi fuor dei piedi… Che volete mai saper voi, tenerume? preparo le armi perchè… perchè… è sempre bene trovarsi all'ordine. Non è niente, vi replico: via, volete finirla? che serve piagnucolare? ci vuol altro che lagrime. Sangue ha da essere: sangue.—Per me non sarò il primo, ma giuraddio se mi schiacciano la punta d'un dito… Cani! gliela faremo vedere.—I Milanesi son buoni, ma non di là da buoni. Pazienza e pazienza va bene; ma poi la scappa, e rotto una volta il ghiaccio, saranno guai. Brutti mostacci!…»
Queste e più violente parole, dette coll'energia del dialetto e coll'espressione dell'ira, sono atte a ben altro che a tornare tranquille le agitate famigliuole; onde per quella sera è un sbigottimento, una sospensione, un trambusto. Di cenare nemmanco si parla: ma ogni tratto affacciarsi e tender l'orecchio ansiosi al minimo bisbiglio: e sgomentarsi, ed accorrere ad ogni ubbriaco che schiamazza, ad ogni battente che si rabbatte più risoluto: poi da un balcone all'altro chiamarsi a nome, e—Compare, niente di nuovo?
—No, niente; e voi?
—Neppur io»; e tacere un istante per replicare un momento dopo con un altro la stessa domanda, la stessa risposta.
A poco a poco però quell'ardore sbollisce: le donne pietose, i vecchi prudenti riescono a mandar a letto gl'infuriati: l'ultima parola è una minaccia, ma intanto le impannate una dopo l'altra si ravvicinano; i lumi appena trapelano dalle accostate finestre, poi si spengono, e tutto rientra nell'oscurità, nella quiete.
Alla mattina, svegliati tra il sì e il no, in mezzo al pacifico sbadiglio consueto si risovvengono del tramestio, della furia schiamazzante di jer sera; se ne vanno lentamente rivocando alla memoria le ragioni, i successi: traggono il capo di sotto la coltre;—Come? già chiaro!» Tendono l'orecchio, sentono la calma solita, il solito tranquillo ronzío delle altre mattine. Sbaldanziti dunque e tutti calma, tranquillamente stirandosi, tranquillamente mettendosi in dosso, tra il fare si affacciano alla finestra.—Tutto è quieto: le botteghe ancora chiuse: le campane non suonano che a mattutino o a messa; lattivendoli, ortolani, mastri muratori, braccianti s'avviano alle loro faccende consuete.
—Tanto meglio! (esclamano). Sia ringraziato il Signore».
Al coraggio della paura è sottentrata la viltà della sicurezza: a quel grand'impeto, a quella viva stizza, un languore d'inferno: se non che per codarda apprensione vorrebbero non aver fatto, non aver detto quel che si ricordano di jeri:—Ma erano molti, e di ragione nessuno avrà badato a me. Al caso dirò ch'io era in cimberli».
Riprendono le scuri, le seghe, le cazzuole; raccomandano alla moglie di riporre le armi tratte fuori, di far dire le orazioni ai puttini, di avere scodellata la zuppa per quando suona lazavatara(così, dal podestà che la fece fondere, chiamavasi un campanone in Cordusio che annunciava il mezzodì): e sbocconcellando un pezzo scusso di pan di miglio, goffi goffi tornano ai lavorieri, docili, spensierati, come se nulla fosse accaduto. Di quel cacciare di lingua, delle fragorose imprecazioni, delle minaccevoli smargiassate della sera innanzi, null'altro è sopravvissuto che un rumore misterioso, una curiosità piena di diffidenza, un cauto mormoracchiare coi vicini di bottega, cogli amici di più specchiata confidenza.
—E sicchè? ci ha novità?
—Mah! non ho inteso niente: quando capiterà qui un mio avventore, che è tutta cosa del cuoco del luogotenente del capitano di giustizia, saprò il fatto a minuto.
—E degli arrestati che ne sarà?
—Daran da fare a mastro Impicca (quest'era il nome del boja d'allora). Gli statuti parlano chiaro:Suspendatur eo modo ut moriatur.
—Volete dire, eh? E noi andremo a vedere, dico bene?
—Mah! non so che dire. Chi ha buono non rimescoli. Che gerarchie entrano per la testa a questi signori? Toglier a cozzare coi muricciuoli! È proprio come se le lumache facessero a testate coi montoni. Dico bene?
—Voi dite come un predicatore.
—L'è il caso di quell'asino che, jer l'altro passando per di qui, s'impuntò di non voler più andare innanzi. Che ne seguì? il padrone lo mazzicò finchè poteva portarne; e la bestia, scalcia, ragghia, ricalcitra, alfine dovette cedere e seguitare.
—Già il proverbio non falla: legar l'asino dove vuole il padrone.
—Tal quale. Gli uomini sono nati parte per obbedire, parte per comandare, dico bene? Poco su, poco giù, comandi un solo o comandino molti, le cose vanno dello stesso piede; e ad ogni modo noi, se vogliamo trarre in castello, ci convien lavorare tutta la giornata: dico bene?
—Benissimo. Quanto a me, io sto coi frati e zappo l'orto. Se oggi odo gridarePopoloeViva Sant'Ambrogio, grido anch'ioPopoloeSant'Ambrogio; se domani urlanoViva i Visconti, ed io urlo più forteViva il biscione.
—Bravo! così si sta amici con tutto il mondo.
—E si muore a suo letto».
Quindi si danno a fischiare una cadenza, a cantacchiare un motetto, a sollecitare i battimazza perchè lavorino, a dare uno scapellotto al fattorino impertinente, a far sentire più vivo lo strisciar delle piale, il ronzare dei tornj, l'affollare dei mantici, lo stridio delle lime e delle seghe, il picchio dei martelli: mentre la folla dei curiosi, dei ricchi, degli scioperoni, degli affaccendati, dei divoti, seguita a riempire le strade, le case, le piazze, le chiese, secondo l'usato, allegro e melanconico ciascuno secondo gli accidenti suoi proprj; e nessuno in particolare dolendosi di quello che era male di tutti.
La domenica seguente fu una memorabile solennità in Milano. Poichè i tiranni hanno l'amor proprio di volere che i loro sudditi sieno allegri—ottimo preservativo da quell'incomodo vizio del pensare—pompe e feste si ricordano ogni tratto, introdotte o praticate dai principi lombardi. A noi vaglia il ricordarne due in Milano, cominciate nel 1335 da Azone Visconti: l'annua processione delCorpus Domini, e la festa della Natività di Maria, in cui ogni città e borgo doveva, per suoi deputati, mandare a Milano la propria insegna e un drappo di seta da offrire alla metropolitana; i quali drappi, il primo anno, sommarono a centoventidue, del valore di settemila fiorini.
Alla solennità celebrata nel giugno, ove ci troviamo col nostro racconto, avea dato occasione il capitolo generale dei Domenicani, tenuto nel convento di Sant'Eustorgio, sotto alla direzione di Ugo Vantemann, sedicesimo generale di quell'Ordine recente e vigoroso; e vi fu dato compimento col trasferire il corpo di Pietro martire da Verona, stato ucciso a Barlassina da chi mal soffriva lo zelo di esso nello stabilire ed esercitare fra noi l'inquisizione contro l'eresia. Giovanni di Balduccio da Pisa, uno dei primi ristoratori della scultura, aveva in Sant'Eustorgio preparato quell'arca di sì stupendo lavoro che tutti avete veduto; e nella quale Giovanni Visconti, fratello di Luchino, in gran pontificale depose le sacre reliquie, con una sfarzosa processione, decorata da tutti i vescovi della provincia, dalla Corte, dal fior della nobiltà, dai paratici, voglio dire dalle sessanta badie d'artefici e negozianti, ciascuna con divise particolari e collo stendardo del proprio Santo protettore. Dalle città vicine, da tutto il contado accorse il popolo a folla, e tutto il dì fu uno scampanare a Dio lodiamo, e corse di barberi, e rappresentazione di misteri, e preghiere, e ubbriachezze, e una devozione, e un'allegria da non dire; poi la sera canti e suoni e luminare e fuochi di gioja—che il vulgo non distingue mai dai fuochi d'artifizio.
Fra il generale rimescolamento di quella funesta giornata, che debolmente noi ci provammo di ritrarre, e che non può essere adeguatamente compreso da chi non esca affatto dalle costumanze d'oggidì, tutte quiete, tutte regolate, coperte, personali, per trasportarsi in quelle d'allora, piene di pubblicità, di vita, di spettacolo, di frastuono. Alpinolo, a maniera di disperato, cacciandosi per le vie di Milano, cercava il Pusterla, ne domandava a quanti conoscenti incontrasse, batteva anche ad alcune case, ma nessuno gliene sapeva dar contezza: i più anzi lo credevano delirante, e rispondevano:
—Il Pusterla? Oh sì! gli è lontano delle miglia più di quattro», giacchè solo a pochissimi era noto come egli fosse ritornato in città.
Così cercando senza curare del proprio pericolo, riuscì Alpinolo sulla piazza dei Mercanti, e la vista di quel luogo, di quei portici gli esacerbò il cordoglio; insaccò poi per l'angusta callaja di Santa Margherita di Gisone, e venuto al luogo, che chiamavano le Case Rotte pei rottami che vi si vedevano del diroccato palazzo dei Torriani e del loro giardino, quivi appunto incontrò il Pusterla.
La storica verità ci ha pur troppo costretti ad avvertire i lettori come egli, non soddisfatto nei tranquilli godimenti, cercasse un tumulto di affetti in indecorose passioni. Il mondo lo sapeva e non gliene faceva colpa, sì perchè corrotti erano i tempi, sì perchè egli era uomo ricco, giovane, bello; qualità che, non so per qual bizzarra ragione, sogliono far perdonare simili e peggiori traviamenti. Lo strano poi si è che questi traviamenti servivano ai maligni di testo per beffarsi della Margherita, quasi che uno potesse rimanere disonorato dalle colpe altrui: quasi non tornasse a maggior lode di quella virtuosa l'irreprovevole modo ond'ella si conduceva verso sè stessa e verso il marito.
E appunto il Pusterla, non sapendo durare un intiero giorno pacifico nel suo palazzo, era uscito per salutare qualche amica sua, ed anche per dare una volta nella città, come chi toglie congedo da un suo diletto, che per un pezzo non dee rivedere.
E fu ventura. La Margherita, che era andata a fare del bene, capitò nei manigoldi; suo marito, che andava per tutt'altro, li schivò:—tanto s'inganna chi aspetta quaggiù il compenso delle azioni.
Ma ravvolto in una veste comune, senza divisa, e col cappuccio in sugli occhi, neppure Alpinolo non l'avrebbe conosciuto, s'egli medesimo, ponendosi col cavallo attraverso alla corsa di quell'infuriato, non gli avesse chiesto:—Ove, così a precipizio?»
Non ho parole per descrivere il sentimento che Alpinolo provò nel ravvisarlo; e senz'altro rispondere, afferratagli la briglia del cavallo:—Fuggiamo», gli disse.
Non ebbe tempo l'altro di chiedere perchè; e secondando quell'imperio di spaventato, giù a spron battuto volse con esso per la via, che allora affatto ristretta serpeggiava tra monasteri e chiese, ora spaziosa e a filo signoreggia, fiancheggiata da caffè, da palazzi, e dal teatro della Scala; varietà di secoli. Ma giunti là dove questa è tagliata da un'altra via, che da dritta metteva ad altre chiese e monasteri, da mancina ad un antico olmetto che le dava il nome, ecco venire soldati da ambe le parti; onde più e più stimolando al corso gli alenati cavalli,—Corriamo (ripeteva Alpinolo), spronate; oh potessimo raggiungere la porta!»
Ma come furono in vista della postierla, videro difesa anche questa da un drappello sulle armi; talchè disperato, il giovane cominciò a strapparsi i capelli a ciocche, a bestemmiare gli uomini e Dio, e più non avvisando modo a campare, si volse tutto affannoso a Franciscolo dicendogli:—Siete perduto… cercano di voi… tutto è scoperto… vi vogliono morto».
Quelle interrotte parole spiegarono al Pusterla ciò che gli avevano già fatto presumere quella foga, e il trarre dei soldati, e il martellare delle campane. Ma se l'impetuosità abituale, cresciuta all'eccesso per l'angustia presente e pel feroce rimorso, non lasciava ad Alpinolo trovare un partito allo scampo, Francesco, più calcolato, lo ravvisò, e girata la briglia verso il convento di Brera, ivi si rifuggi.
I conventi (e chi nol sa?) erano asili inviolabili, come le croci, come i sagrati, come le chiese, come i palazzi del Comune: rimedi infelici ad infelici legislazioni, ma che facevano meno sciagurato nell'applicazione il desolante eccesso delle pene minacciate, il precipizio onde i magistrati le applicavano, e la furia vendicativa dei prepotenti. In Brera dunque, ancorchè potesse essere stato veduto entrare, Franciscolo doveva tenersi sicuro; onde Alpinolo, allorquando lo vide scavalcare colà, respirò, come una madre che veda tornar sicuro nella camera un fanciulletto, il quale per isconsiderata vivezza erasi condotto a passeggiare sull'orlo d'un tetto. Precipitossi dunque a terra, baciò il limitare, poi abbracciando le ginocchia al suo signore, e bagnandole di copiose lagrime, si accingeva a contargli la colpa sua e il tradimento di Ramengo, quando il Pusterla lo interruppe dicendogli:
—Va, e salva Margherita».
Spaventosa allora balenò alla mente di Alpinolo l'idea che la Margherita potesse anch'ella correre pericolo, e questo dubbio ne moltiplicò l'angoscia. Un piloto che adoperi a rimettere a galla un naviglio, dalla sua inesperienza trascinato nelle secche; un famiglio che aiuti a spegnere l'incendio, da esso incautamente suscitato; un amoroso che voglia trarre l'amata donna da deplorabile situazione, ove esso l'ha sconsigliatamente ridotta, non operano con tanta ansietà, con quanta Alpinolo. Il meno che pensasse era il proprio pericolo; e, o fosse che le guardie poco badassero a questo giovane, scambiato per nulla meglio che un ordinario scudiero, fosse che la confusione di quel parapiglia lo giovasse, fosse quel concorso di circostanze che chiamasi fortuna, fatto sta che egli riuscì, sempre correndo a fiaccacollo presso al palazzo dei Pusterla. Quando vide la folla maggiore intorno a quello, gli brillò un raggio di speranza: confidò che i Milanesi vorrebbero salvare i loro concittadini e benefattori, e cominciò ad alzare il grido di—Viva la libertà!» La turba dava luogo a questo cavalcante infuriato, ed udendone il grido, guatavansi uno in faccia all'altro, e chiedevano:
—Cosa vuole colui?
—Che diamine urla?
—Viva la libertà? Deve essere qualche pazzo. Largo, largo, dategli il passo».
Sciagurato! Alpinolo arrivò al vicolo Pusterla nel momento appunto che i soldati eransi tolta in mezzo la Margherita, e se la portavano incatenata. Al colmo della rabbia e del dolore, precipitossi verso di quelli, e non trovandosi allato la spada, volea cominciare a menar le pugna, persuaso di essere assecondato dalla turba, che credeva lo avesse seguito; ma volgendosi indietro per rincorarla, si trova solo: non un viso di amico, non una simpatia di indispettito; nei più una vile e stupida curiosità: negli altri un'inerte compassione. Quasi vergognoso di stare più oltre fra una razza sì codarda, già si avventava per morire tra le alabarde mercenarie, allorchè dietro agli altri vide quel mascherato, nel quale già i lettori hanno riconosciuto Ramengo. Tenevasi egli, come abbiamo detto, il figliuolo del Pusterla, lieto nell'atroce cuore di farne uno strumento di squisita vendetta, comunque la cosa andasse a finire; e se pur non potesse cogliere l'abborrito Pusterla, consolandosi almeno di rapire a questo le inenarrabili gioje della paternità, che per cagione di lui credeasi avere egli stesso perdute. Strillava Venturino, invocando sua madre; ma ruvidamente gli turava la bocca Ramengo, e a volta a volta, gli percotea la vita e il capo, senza quasi che alcuno ponesse mente ad esso, intenti com'erano alla maggior pietà della madre.
Ben vi pose mente Alpinolo, il quale pur troppo accorgendosi di non poter essere per nulla d'ajuto alla Margherita, si spinse addosso allo sconosciuto, gridando:—Lascia, lascia!» Questi non rimase ad aspettarlo, ma via spronò pei tortuosi chiassuoli di colà intorno. Sentendosi però già sopra il giovane, e sperando accalappiarlo colle usate frodi, si fermò, e mostrando chiamarlo a sè,—Almeno (disse con aria sospettosa e con voce alterata) almeno questo l'ho salvato».
Tanto bastò perchè Alpinolo sospendesse il suo furore, e credendolo un amico, gli dicesse:—Porgilo a me, porgilo a me, che lo renda a suo padre.
—E dov'è suo padre?» chiese il mascherato.
Il giovane schiudeva già la bocca ad una nuova imprudenza, quando la prima gli corse al pensiero, e con essa l'immagine più viva dell'esecrato Ramengo; alla quale paragonando la voce e gli atti dell'incognito, lo riconobbe per quel desso. Mugghiando allora come un toro percosso, se gli avventò al collo, gridando:—Ah traditore! Ah spia infame!» Qui cominciò una lotta, nella quale il ribaldo, per difendere sè stesso, dovette lasciar cadere Venturino, che a fatica e piangendo salvossi di sotto ai piedi degli scalpitanti cavalli, mentre Alpinolo, ghermito il nemico alle gavigne, gli pestava il muso e la persona, e, fattegli perdere le staffe, il lanciava per terra. Colui si appigliò al giovane con tanta forza, che lui pure trasse di sella, onde entrambi s'avvoltolavano sullo sterrato, a guisa di due villani rissosi. Alpinolo era disarmato e leggiero: l'altro, col morione e la lamiera di ferro; ma i pugni onde il giovane lo tempestava, pareano colpi di mazza, e non gli lasciavan ripigliar fiato; sinchè Alpinolo, riuscito a cacciarselo sotto e piantatogli un ginocchio sul petto, e la sinistra mano alle fauci, colla destra gli veniva traendo di cintola lamisericordia.
Misericordia, chi nol sapesse, chiamavano certi pugnali, con cui, dopo avere scavalcato il nemico colla lancia o colla mazza, i guerrieri gli saltavano addosso a finirlo. Tale stravolgimento di nome non farà, spero, maraviglia al secolo nostro, avvezzato anche a più strani, che parrebbero una fina arguzia se non fossero troppo atroci.
Ramengo, sul punto di pagare in una volta tutte le sue iniquità, chiedeva perdono, e gridava agli uomini, a Dio, talchè fu inteso dai soldati, da cui, non visto, s'era diviso; il connestabile Sfolcada Melik comparve coi suoi in capo della via, e tra il fosco e il chiaro veduto quell'abbarruffamento, accorreva. Alpinolo conobbe non restargli tempo da perdere, e avere un obbligo più sacro che non la vendetta; onde abbandonando la sua vittima, e giurandogli che arriverebbe a lui pure il suo sabbato, si tolse sotto al braccio Venturino, e in men che dire addio, saltando in sella, spronò verso la parte opposta a quella onde traeva gente.
Il bujo e il trambusto di quella giornata ajutarono Alpinolo a scampare: ma divenuto ora cauto quanto era prima sconsiderato, più non osò rivolgersi alla casa degli Umiliati ove stava ricoverato il Pusterla, temendo che i passi suoi fossero spiati, e potessero tradire la traccia dell'amico. Rinvolto perciò Venturino, il teneva nascosto al seno, come, una gemma unica che avesse salvata in mano ai ladri; come la sola reliquia con cui potesse redimere la colpa di aver involontariamente gettato in precipizio l'amico, il protettore suo, il salvatore della patria. Così svignava per le strade più deserte, occhieggiando se scontrasse persona fidata, cui consegnare Venturino; ma di nessuno più sì assicurava; in chiunque vedesse temeva uno spione, un traditore: e intanto il fanciullo, mal frenando il pianto e l'impaziente desiderio, gli veniva tratto tratto esclamando:
—Rimettimi a casa… Dov'è il mio babbo?… La mamma dove l'hanno portata?»
Il padre suo fra ciò, ricoverato nella cella di frà Buonvicino, in massima segretezza stava trepidando sulla sorte sua, degli amici, della moglie, del figliuolo. Già il lettore ha compreso come l'animo di esso fosse tutt'altro che tempra di stocco. In battaglia aperta o in campo chiuso, in maneggiare lancia e destriero, non la cedeva ai migliori, nè mai fu veduto a fronte dei nemici abbassare gli occhi, nè mentire, nè ritirarsi: ma avea bisogno lo spettacolo, l'applauso, mancandogli affatto il coraggio civile, coraggio paziente, che sotto il cumulo dei guai, si conforta col testimonio della propria coscienza, o colla patetica gioja di lontane speranze. Dalla fanciullezza cresciuto negli agi, avvezzo a vedersi rispettato, obbedito, non avendo sentite mai le utili lezioni della sventura, non si era a questo disposto; e la presente infelicità più gli pesava, quanto erano maggiori i beni a cui aveva attaccato il cuore, senza immaginare di doversene disgiungere mai più. In questa cella medesima, quando ancora il cielo era ridente, Buonvicino lo aveva esortato a spiccarsi decorosamente dalle pompe cortigiane: ora, strappato con onta da quelle, doveva ricoverarsi quivi come un reo, come un perseguitato, avvilito agli occhi di quel pubblico, nel cui concetto aveva tremato di scapitare. Lasciò da banda le perdite reali, le dolcezze della casa, della patria, degli amici; una donna di cui più vive ora gli si presentavano le virtù, e più enorme il torto d'averla trascurata. Quindi, sollecito e povero di consigli, non che far fronte alla sventura, le si piegava sotto, come il salice alla bufera; nè trovando in sè vigore o prudenza, implorava l'uno o l'altra da Buonvicino, e con una desolazione scoraggiata, non sapea che stringer la mano al frate e ripetergli:—Amico… padre!… Buonvicino! mi raccomando a voi; son nelle vostre mani… che devo fare?»
Se allora Buonvicino gli valesse, lo argomenti chi nei maggiori suoi bisogni sentì la necessità di avere un amico, il quale voglia e sappia consigliare, soccorrere, avventurar, sè stesso. Misurando l'ansietà del Pusterla, dalla sua medesima, dopo che gli ebbe compartite quelle consolazioni che per momenti siffatti serbano la religione e la fiducia nella Provvidenza, uscì per prendere lingua, per conoscere se la Margherita abbisognasse di ajuto, o non potesse ricevere più che compassione. Con qual cuore egli fendeva le strade della città! con qual trepidazione si accostava ai crocchi, o schiamazzanti o sbigottiti delle persone, per raccogliere qualche notizia, qualche parola a mezzo! con che ansia interrogava qualche frate, qualche suo fidato! Pur troppo venne assicurato di quello che già presentiva: la disgrazia della Margherita: ma non avendo potuto sapere nulla di Venturino, si fece maggiore di sè, e trasse fino al palazzo dei Pusterla. Quivi una ciurma di popolaccio esultava nel dare il sacco, porzione di sue ingiustizie che Luchino concedeva all'ingordigia plebea per farla silenziosa e applaudente. Buonvicino vi entrò, salì, cercò ogni ripostiglio, chiese a tutti, ma nulla scoprì del figlioletto.
Vide la sala—quella memore sala!—Ogni cosa era scompiglio e guasto; ma colà, nel vano d'una finestra, al luogo appunto ove, nel giorno del suo errore e del pentimento, egli avea veduto la Margherita, scorse un telajo da ricamo, che a nessuno doveva aver fatto gola, come cosa da troppo poco.
Su quello aveva la Margherita cominciato a trapuntare il fiorellino, chiamato come lei. Oh quando lo cominciò, chi le avesse detto che non doveva finirlo, e dove aveva a ritrovarlo!
Questa reliquia egli si tolse, la baciò, se la pose sul cuore, proponendosi di non distaccarla mai più da sè; poi subito un affetto generoso gli si elevò nell'anima, che condannando questo rimasuglio di affetto mondano, gli ricordava la via di perpetua abnegazione, su cui era entrato, e lo persuase di recare quel dono al Pusterla:—qual cosa potrebbe riuscirgli più preziosa di quella, su cui la donna sua aveva fatto l'ultimo studio?
In tal guisa uscì di nuovo; uscì per l'ultima volta dal funesto palazzo; quanto il cordoglio glielo permetteva, esortando la ciurma ad esser buoni, a star cheti, a non esacerbare con atti o con insulti le miserie di chi già soffriva abbastanza. La turba lo ascoltava, sospendeva i sacrileghi guasti, dicevansi uno all'altro:—Gli è quel buon frate, quel frate santo»; ma appena aveva rivolto le spalle, e alla riflessione succedeva l'istinto, ritornavano a far come prima e peggio.
E difatto, in quel caso, il frate santo che nascondeva e favoriva la fuga di uno, perseguitato dalla legge, era prevaricatore; coloro che mandavano a sacco e guasto la roba d'un ribelle, operavano legalmente:—nuovo argomento in favore di chi fa sinonimi giustizia e legalità.
Tristo e desolato, col capo basso e rinvolto nel gabbano, si ravviava Buonvicino al suo convento, tra le fosche vie della città, dove appena negli spazj più dilatati la luna gettava uno sguardo senza calore, come l'ammirazione che un logorato damerino comparte alla bellezza; come la compassione che alla miseria concede l'egoismo. Ma poichè, sulla via stessa di Brera, giunse alla chiesa di San Silvestro, ode chiamarsi con replicata istanza. Riscosso quasi a forza dalle dolorose sue meditazioni, così alla bruna scorge alcuno che, addopato ad un pilastro, gli accenna cautamente; si accosta, e ravvisa Alpinolo, il quale occhieggiando se veruno, quantunque fosse già buon'ora di notte, il potesse notare, gli consegna il piccolo Venturino. Un lampo di fulgidissimo sereno tra la fitta tenebria d'un uragano potrebbe appena assomigliarsi alla gioja che irradiò il volto di Buonvicino; abbracciò il fanciulletto, strinse al seno e baciò in fronte Alpinolo, il quale tristamente esclamava:—O padre, non lo merito…. Salvate questo fanciullo…. salvate il Pusterla… Ditegli… la colpa di tutto fu….»
E i singhiozzi lo interrompevano: sicchè Buonvicino, udendo avvicinarsi una pedata:—Benedetto te! (gli disse) Va, fuggi; che il Signore t'accompagni, e renda a te il padre, come tu rendesti al genitore questo figliuolo».
Coperto poi sotto al gabbano il fanciullo, col favore della notte chiusa entrò inosservato in Brera, dove le regole eran ben lontane dai rigori imposti agli Ordini più recenti.
Lunghi, penosi volgevano intanto i momenti al Pusterla, chiuso in una cameretta, col tormento, che è sommo, quello di vedersi ridotto all'inazione allorchè maggior bisogno occorrerebbe d'operare: ridotto ad aspettare una decisione capitale senza poter nè cansarla, nè migliorarla; dubbioso su quello che fosse accaduto della casa sua, di sua moglie, del suo bambino; dubbioso su quel che accadrebbe di lui medesimo; senza il coraggio di prendersi tanta sciagura in pazienza e in espiazione. Quando Buonvicino entrò nella cella, era bujo affatto, lo che tolse a Francesco di vederne la fronte, pallida come di cadavere, ma tutta l'estensione della sua disgrazia dovette comprendere quando, chiesto a Buonvicino della Margherita, questi non fece che stendergli la mano convulsa e madida di sudor gelato, mentre un singhiozzo mal represso gli rivelò il pianto dell'amico.
E l'uno pianse coll'altro, e con essi il fanciullo;—povero fanciullo, già abbastanza intelligente per comprendere la paterna afflizione; non abbastanza ragionevole per conoscere l'arte di non esacerbarla. Egli si abbracciava a suo padre, e il padre a lui, coll'impeto onde, nella perdita di una persona cara, più ci attacchiamo a quelle che sopravanzano, più proviamo il bisogno di sapere che le amiamo, che ne siamo amati, di dirlo, di sentircelo dire. E tratto tratto Venturino rompeva in lacrime più dirotte, e,—Babbo (esclamava), la mamma… oh se tu l'avessi veduta! L'hanno legata come un ladro. Povera mamma! guardava me, chiamava te, ma non piangeva….Dove sarà la mamma? andiamo a cercarla; stiamo con lei:—con lei anche in prigione!»
Suo padre non poteva altro che raccomandargli di tacere, di star zitto, perocchè frà Buonvicino neppure ai suoi confratelli erasi fidato di rivelare il segreto che chiudeva nella sua cameretta. Anzi, per dissimularlo, quella sera e il giorno da poi comparve tra essi alle opere, alle salmodie consuete, soffogando il dolore che lo struggeva. Ma ognuno potrà immaginarsi che trafitture fossero per lui i comuni discorsi, di cui erano tema inevitabile i casi del giorno precedente; e quando alcuno ne domandava lui stesso, e conoscendolo amico dei perseguitati, gli compartiva le sguajate consolazioni cha usa la società, e che non fanno se non invelenire le ferite. Colpo più forte portò al soffrente il prevosto della casa, frà Giovanni da Aliate. Eccellente uomo era questo, ma, siccome avviene troppo ordinariamente nei capi, qualora tra i loro dipendenti abbiavi alcuno che si faccia amare e rispettar più di loro, sentiva contro di Buonvicino un certo rancore, che egli intitolava zelo per la salute de' suoi confratelli. La venerazione in cui Buonvicino era tenuto nel convento, l'amore che gli portavano i cittadini, la fama di valente e di santo che godeva presso l'universale, e' li scambiava per attentati all'autorità sua propria. Non gli parve dunque vero di cogliere un'occasione onde umiliare quello che esso chiamava orgoglio di Buonvicino, il torto cioè di valere da più: e perciò quando si trovarono tutti uniti in circolo, il prevosto avviò il discorso su quella cattura, e, volgendosi a Buonvicino con tutta l'amorevolezza necessaria per rendere più vivo il colpo, gli mostrò come avesse mancato di prudenza mantenendo entratura con una casa, che già da un pezzo era conosciuta per turbolenta e avversa al principe; indi rivolto agli altri, e specialmente ai giovani, gli ammoniva che andassero cauti nella scelta degli amici: meglio non averne; ma, se non altro, cercassero gente quieta e dabbene: non imitassero l'esempio di certuni che, nutricando sotto al mantello dell'umiltà la superbia e l'affezione al mondo, anzichè volgersi ai poveri di Cristo, amano accomunarsi coi ricchi e coi potenti della terra; nè di cert'altri, ai quali sta bene quel che Festo diceva a San Paolo:Insanis; multor te literæ ad insaniam convertunt.
Tutti gli occhi naturalmente si fissarono sopra Buonvicino; i più dei confratelli dissero col cuore, ed alcuni anche colle labbra, che il prevosto aveva ragione, sebbene non s'inducessero a credere che Buonvicino avesse torto: altri però, e massime i novizj, chinavano il capo e tacevano, e dopo un silenzio meditabondo esclamavano con un sospiro: —Povera gente!» e taluni anche—Povero Buonvicino!»
Questi nulla rispose al rabuffo del prevosto, e, come sogliono le anime ambasciate, osservò rapidamente gli astanti per indagare su quale di loro potesse far conto in un caso di bisogno: se non altro, qual sentimento proverebbe al conoscere la vera sua situazione; e raccolto lo sguardo, quasi non avesse trovato a riposarlo, raggrinzò la fronte a guisa degli uomini forti, che concentrano i loro patimenti avvisando inutile ed imprudente lo svelarli quando veruna parola non sarebbe bastante a ritrarne la profondità, dove nessuno sarebbe capace di comprenderli.
Nella casa di Brera per tutto il giorno vi era un'attività faccendiera e regolata, quale appena negli opifizj più fiorenti delle più vive città ai giorni nostri; dalla porta un continuo entrare di carri, portando ballotti di lana greggia, ed uscire di altri, carichi di panni finiti; un pesare, un misurare, un battere di telaj, misto talvolta a devote salmodie, tal altra a qualche cantilena popolare. Il silenzio imposto negli altri monasteri, mai non erasi potuto prescrivere a questi, che per ciò avevano poco prima vinto una lunga lite col pontefice, siccome anche per non andar obbligati al digiuno: nè questo, nè quello trovando conciliabili coi traffici e col lavorìo, a cui specialmente si riguardavano dedicati.
In mezzo a quell'incessante rumore, zitto, occulto stavasi Franciscolo col suo bambino, accovacciato nella cella angusta, più sicuro che in qualsivoglia fortezza, ma col battimento di cuore troppo naturale alla sua desolata posizione. Il dì Buonvicino li lasciava sempre soli, tra per non mettere ombra col trascurare le solite occupazioni dell'istituto, e tra per darsi attorno, e informarsi di quello che importava sapere. La notte poi tutta la vegliava il buon frate coll'amico a discorrere dei casi loro, a provvedere, a confortarlo.
Di cosa mal condotta noi sogliamo dire anche oggi «La par roba di rubello»: il qual motto nasce da ciò, che le case e i poderi dei proscritti per titolo politico solevano mandarsi a guasto: demolire le prime, lasciar gli altri incolti. Azone Visconti però avea proibiti questi eccessi, e la plebaglia dovette sapergli mal grado d'averle tolto il gusto che, simile anche in questo ai fanciulli, essa prova nel distruggere. Il palazzo dunque dei Pusterla non fu diroccato e solo mandato a sacco; gli amici di Franciscolo che non erano riusciti a fuggire, doveano fra poco venir sottoposti al giudizio; della Margherita nulla si sapeva: silenzio che dava maggior ragione a temere.
Mentre una volta frà Buonvicino stava cogli infelici suoi ospiti, odono un suono di trombetta avvicinarsi, cessare, poi risonar più dappresso, interrompendosi di nuovo, sinchè chiaro lo si intese ai piedi del convento. Il fanciullo, che facilmente veniva divagato da un'impressione nuova e gradita, si mise in ascolto con compiacenza, invitando gli altri a fare l'istesso, ed accostando il piccolo indice al naso per accennare che tacessero, che gli lasciassero goder tutta quella distrazione. Era il banditore del Comune, il quale veniva gridando per la città con una voce da passar i tetti:—Cento fiorini d'oro di mancia a chi consegna vivo o morto Franciscolo Pusterla». Qui un minuto di silenzio, poi dava fiato allo strumento, e ripigliava:—Signori, taglia di cento fiorini d'oro sulla testa di Franciscolo Pusterla, capo d'una scellerata combriccola per abbattere il signor Luchino, scannare i preti, disfare la santa religione, e far morir di fame la povera gente.—Signori….»
E così alternando il sonare e l'urlare, allontanavasi fra una turba di plebe che lo seguiva; alcuni inorriditi delle annunziate enormità, appena credendo che gente così scellerata potesse vivere sotto l'occhio del sole, altri ideando qual bella fortuna sarebbe la loro se riuscissero a scoprire e consegnare il bandito: l'ideavan quegli stessi, che, se mai ne fosse venuto il caso, per natural bontà avrebbero rinunziato alla taglia ed ajutata la fuga dell'accusato.
Intesero frà Buonvicino e il Pusterla quel suono: e Franciscolo esclamando,—Una taglia! come un lupo, un orso!» coprì la testa del suo Venturino perchè non udisse quelle funeste intimazioni; poi rimasto un momento ad immaginare l'impressione che farebbe sulla ciurma, sui malevoli, sugli invidiosi, sugli indolenti, alzò gli occhi inviso a Buonvicino, e se gli buttò al collo, siccome una donna che, udendo narrare i tradimenti d'altri mariti, si abbraccia al suo fedele, esclamando:—Ma tu no; tu non mai».
Tolta la speranza di poter giovare alla Margherita, a sè, agli amici, non rimaneva a Franciscolo altro partito che di cercar salvezza colla fuga, e ritirarsi ad aspettare tempi migliori.—Va pure! (gli dicea frà Buonvicino) Se per la Margherita vi sarà modo di scampo, o almeno di consolazione, sai se qui lasci chi l'ama davvero, chi non farà meno di quel che faresti tu medesimo, senza esporsi ai pericoli come te. Oh, risparmia almeno a quella poveretta il sapere perduti e te e questo vostro angioletto. Va; fuggi; fuggi lontano più che puoi: non dar troppo facile credenza alle speranze, onde i forusciti lusingano sè stessi e gli altri: non ti fidare a vanti, a promesse di stranieri. Lungo è il braccio dei cattivi, e molte e tortuose le loro vie, più che il giusto neppur se lo possa immaginare».
Una mattina, Angiolgabriello da Concorrezzo, portinajo che conoscete della casa di Brera, schiudeva il cancello della porta rustica, e lasciava uscire un barroccio di pannilani, senza dir altro se non,—Iddio vi benedica».
In alto di esso, coricato boccone e celato dalla sargia, era un fanciullo e dietro dietro gli venivano due Umiliati, uno ravvolto nel gabbano bianco di lana sparato dinanzi e col cappuccio, secondo costumavano i sacerdoti del terzo ordine: l'altro a foggia dei laici, col gabbano anch'esso, greggio, chiuso davanti e sparato ai lati per trarne le mani, con le pantofole ai piedi, e in capo una gran berretta, della quale il popolo nostro li soprannominavai berrettani. Erano essi fratel Buonvicino, il Pusterla e Venturino. A questo avevano raccomandato vivamente di tacere, di non muoversi: e il poveretto dimandò—Si va forse a trovare la mamma?» e con questa speranza si accomodò e tacque. Chi entro fragile zattera abbandona una punta di scoglio dove era stato gittato dalla tempesta, e per riguadagnare il porto espone di nuovo la sua vita alla ventura dell'infido elemento, può dar immagine di quello che provavano dentro i due amici al primo metter piedi fuori dalla inviolabile soglia del convento, per dare alcuni passi nella città ove tutto era pericolo.
Vero è però, che, essendo già trascorsi alquanti giorni da quella prima sfuriata di guardie, di bandi, di sospetti, e credendosi omai presi o scampati tutti que' gran nemici dello Stato, meno attento occhio si aveva sopra coloro che uscissero. Anche le perquisizioni della finanza non mettevano a rischio i nostri viandanti, atteso che gli Umiliati godevano esenzione dal dazio di dieci soldi terzuoli, che ogni pezza di panno pagava all'uscire. E poichè un portinajo veniva eletto a voce di popolo per ciascuna porta della città, che vegliasse onde veruna frode non fosse fatta nella riscossione, alcune erano affidate agli Umiliati, cioè la porta Giovia, la postierla delle Azze, e questa del Guercio d'Algiso, dalla quale appunto avevano a passare i fuggiaschi.
All'avvicinarsi dunque del loro carro, come fu conosciuto essere merce dei frati, nessuno venne a farne la veduta: i due Umiliati di guardia esclamarono—Pace, fratelli»: e—Pace anche a voi», rispose Buonvicino: ed uscirono. Quando si trovarono allargati nella campagna, Franciscolo osò alzare gli occhi, girarli intorno, rimirar ancora quel bel cielo lombardo, imporporato dall'aurora, e che viepiù gli pareva bello dopo che da molti giorni nol rimirava se non attraverso una socchiusa finestra. Chiamò il figlioletto, che fin allora si era tenuto quatto, colle mani sugli occhi, senza trar fiato, al modo onde si rimpiattano sotto le coltri certi mal avvezzati, per paura delle fantasme. L'innocente rizzò il biondo capo, e la prima cosa fu un sorriso al genitore il quale se lo levò fra le braccia, teneramente baciandolo e ribaciandolo: e gli disse:—Ora siamo salvi».
Venturino corrispondeva a quelle carezze, poi fissando in volto al padre due occhi d'inesprimibile tenerezza, domandò:—E la mamma?»
Come potevano rispondergli i due se non col dare in uno scroscio di pianto? e ricorrendo su tutti i casi del vivere suo con quella sventurata, Francesco stette un momento rivolto verso le torri che s'abbassavano della sua terra natale.
Oh, la patria, quando la si abbandona è pur cara! E quando la si abbandona a quel modo! quando vi si lascia tanta parte di sè!
Una volta usciti di città, potevano i nostri profughi riguardarsi come in sicuro. I Governi d'allora, tutti impeto e di forza e poca astuzia, neppure sognavano la raffinata oculatezza dei secoli moderni. Quindi nè posti di gente d'arme, nè squadriglie di birri, nè chi cercasse dell'esser vostro, nè le mille cautele onde nei tempi colti la Polizia tutela la pubblica tranquillità. La gente poi della campagna non aveva, come la cittadina, sofferto l'influenza corruttrice della Corte e degli artifizj dei tirannelli; e come serbava più vive le ricordanze della goduta libertà, nutriva costumi schietti, compassionevoli: quei costumi che si alterano fra le egoistiche importanze della città, e che non furono ancora, per fortuna, disimparati affatto dai più lontani abitatori della campagna lombarda. Quindi da per tutto, nei riposi del lento loro viaggio trovarono liete accoglienze, cordiale ricovero.—Pace a questa casa ed ai suoi abitanti», esclamava frà Buonvicino entrando: e il padrone di casa correva loro incontro, levandosi il berretto:—Oh entrino i servi del Signore. Dove vanno, e' portano la benedizione come le rondini». E accomodatili di quel che abbisognavano, e chiesto con ingenua curiosità donde venissero, ove andassero, come prosperassero i traffici, quanto si vendesse il braccio di panno, con altrettanta ingenuità raccontava le sue faccenduole, domandava un parere, esponeva un affanno.—Oh! la brina questo aprile ci portò via mezzo il frumento. Ma le vigne mostrano bene.—Mia moglie? la poveretta è morta. Eh! se la ci fosse ancora, non vi sarebbero questi garriti colla mia nuora, che se la dice male cogli altri di casa. A proposito, il suo ultimo bambino, che non fa ancora l'anno, ha i bachi. Queste donne dicono sia qualche cosa di peggio, qualche malía: c'è qua una vecchia nostra vicina con cert'occhi, che…. Basta! loro sacerdoti non vorrebbero si pensasse male. Pure… farebb'ella la carità di benedirlo?»
E frà Buonvicino benediceva il fanciullo malescio; esortava la nuora a conservarsi dabbene, e augurava all'ospite una ricompensa di poco in questo mondo e di godimenti nell'altro.
A Varese, il carro dei panni doveva far capo alla casa degli Umiliati di colà, che ancor chiamano la Cavedra. Quivi il Pusterla mutati abiti, si separò col figlio da Buonvicino.—Addio (esclamava questi intenerito). Vedi le parole scolpite sopra del nostro convento?Spera in Deo. E tu le scolpisci in cuore. Riposa le tue speranze in quel Signore che dà una patria anche alla capra silvestre, e guida nel loro passaggio le rondini pellegrine. Egli è da per tutto e per tutti: ed a chi lo invoca di cuore piove sull'anima consolazioni, che il mondo non sa dare e non può rapire: Invochiamolo insieme: preghiamo che una volta ancora ci possiamo rivedere—rivederci in pace e in amore, a giorni più quieti per te, per me, per lei, per la patria nostra».