CAPITOLO X.

A Milano intanto erano stati disposti i processi delle persone arrestate per l'affare della congiura. Il signor Luchino Visconti era studioso di serbare le apparenze della giustizia; e i suoi lodatori rammentavano spesso a grande encomio il seguente fatto. Aveva egli commesso il governo di Lodi al suo prediletto figliuolo naturale Bruzio, giovane studioso di lettere, ma immerso a gola in ogni turpitudine. Sotto la costui balìa accadde che un gentiluomo lodigiano uccidesse un altro, onde fu preso e condannato nel capo. I parenti del reo si presentano a Bruzio, e—Messere (gli dicono), se avete bisogno di denaro, non perda la testa il figliuol nostro, ed eccovi quindicimila bei fiorini, un sopra l'altro».

Ciò udendo, Bruzio, avido dell'oro, cavalcò a Milano, fu dal padre, e inginocchiatosegli davanti, gli chiese grazia pel delinquente, mostrandogli come egli potrebbe così ristorarsi della sua povertà. Luchino fece segno ad un sergente che gli portasse il suo elmo, il quale era forbito e lucente, con sopra un bel cimiero, coperto di velluto vermiglio: ed avutolo, disse a Bruzio:—Leggi queste parole che vi sono scritte». DicevanoJustitia.—E la giustizia (soggiunse) noi porremo ad effetto; nè permetterò che quindicimila fiorini possano più della mia divisa. Va e torna a Lodi, e fa giustizia, od io la farò di te».

Giustizia di questo calibro ne troverete facilmente presso i peggiori tiranni; troverete anche chi l'ascriva loro a merito, merito ad assassini che fedelmente spartiscono fra loro ciò che rubarono alla strada. Ma alcuni opinano che vera giustizia non possa mai esercitarsi laddove chi governa ha interesse diverso dei governati; poichè, qualora si trovino questi in collisione con quelli, l'istinto dell'utile personale si mescola alle decisioni, quasi senza che i giudici se ne avvedano. Quanto più doveva succedere in tempi tanto grossolani, e ignari della dignità dell'uomo!

Il diritto di sangue nelle repubbliche lombarde, dopo la pace di Costanza, spettava al podestà, magistrato che generalmente chiamavasi da paese forastiero, durava in posto uno o due o tre anni, e proferiva le sentenze di concerto con un luogotenente o vicario condotto seco, e con alcuni pratici della legge e delle costumanze, a norma di queste e di quelle. Il travalicare però il diritto nei casi di Stato era abuso di cui già si lordavano le repubbliche, e peggio i tirannelli succeduti ad esse in ogni parte d'Italia. Quando fu trovata, o dirò meglio, quando si tornò a studiare la ragione scritta nelle Pandette, i potenti non curarono gran fatto le garanzie ivi sancite dalla libera sapienza romana, ma trassero a loro servigio le esorbitanti leggi, che la timida tirannide dei Cesari aveva mescolate agli ordinamenti migliori; e si valsero di quegli esempj per farne puntello alla mal fondata autorità e credersi giustificati, se, nei casi di maestà, trascendevano il diritto.

Allora i giureconsulti, non guardando più ciò che era giusto ma ciò che era scritto, sugli esempj di una società nella quale non era ancora venuto Cristo ad erigere un potere tutelare contro la spada, degenerarono a schifosa servilità, e divennero adirati campioni della parte ghibellina, per quel genio d'imitazione romana che tante cose ha già guaste nel nostro bel paese. Quando il Barbarossa adunò a Roncaglia la dieta italiana, famosi legisti pronunziarono che l'imperatore era padrone del cielo e della terra, delle vite e delle robe. Poco meno sostiene Dante nel ghibellino suo libroDe Monarchia. I giureconsulti avevano sempre, come si dice, in manica un discorso per indurre la città a mutare il governo a popolo in governo d'un solo: i tirannelli non domandatemi se facessero lor pro di dottrine per le quali la legalità non si riponeva nella ragione, ma negli atti del governo, qualunque ei si fosse: che sostenevano essere assolutamente obbligatorio il comando della legge, e la legge essere ciò che piace al capo: pel qual modo essi tiranni poterono vantarsi protettori della libertà, purchè questa venisse definita il poter fare tutto ciò che non è impedito dalla legge.

Sentono di quello spirito gli statuti criminali di Milano, dei quali il CLXVII sancisce cheribelli del Comune milanese s'intendono tutti coloro, che fanno contro al pacifico stato del signore e del Comune di Milano:il precedente ordina che, nei casi di ribellione, presa in così lato senso, il podestà e i giudici suoi, tutti e singoli sieno tenuti per proprio uffizio ad investigare e procedere per indizj, argomenti e tormenti, e con tutti i modi che parrà; ed a punire e condannare.

Così elastici regolamenti facevano che in ogni paese, come dice il Muratori, quando per semplici sospetti o per vendetta si voleva togliere taluno dal mondo, sempre era in pronto la voce e il processo di congiura.

E la voce d'una congiura l'avea qui sparsa Luchino; si trattava ora di convalidarla con un processo. Il 15 giugno, vale a dire sei giorni prima, era entrato podestà in Milano Francesco de Oramara marchese di Malaspina, giureconsulto anch'egli, e adoratore della lettera scritta, che poneva per primo dovere d'un magistrato il conservare la quiete; e nell'assumere la carica aveva giurato di far osservare gli statuti del Comune di Milano, e principalmente gli accennati contro i ribelli, o come qui li chiamavano, imalesardi. Non avrebbe dunque messo impaccio alla condanna de' ribelli: ma dall'altra parte egli era un onest'uomo, corto sì, ma retto, retto quanto bastava per venir raggirato da uno scaltro birbante; ma incapace assolutamente di menare una brutta pasta per piacenteria o per sordide speranze. L'uomo da ciò l'aveva in serbo Luchino.

Quella banda di San Giorgio, che v'ho detta raccolta da Lodrisio Visconte a danno del Milanese, dopo sconfitta a Parabiago, si era sparpagliata; e i mercenarj, avvezzi alla prepotenza ed al saccheggio, e buttatasi alla via, rubavano, assalivano, incendiavano; terribili ancora a minuto sotto il nome di Giorgi. Per reprimerli, fu dato licenza a chiunque di farsi giustizia da sè: e le memorie dei tempi ricordano che Antonio e Matteo Crivelli, cui i Giorgi avevano guaste le ville, quanti ne poteano avere gli arrostivano, e infarcendoli di avena, li davano a' cavalli; ad altri sul Cremonese fu stratagliata la pelle sul dorso a modo di nastrini indi il boja li frustava, gridando ad ogni colpo «Stringhe e bindelli». Così si educavano i privati e il pubblico all'umanità.

Luchino, per quel suo amore così fatto alla giustizia, aveva contro ai Giorgi istituito un magistrato nuovo, il capitano di giustizia, con autorità amplissima. E perchè il mite naturale de' Milanesi non rattenesse nell'esecuzione, scelse a quel posto un tal Lucio, severissimo uomo, il quale, imprigionando e impiccando a josa, sbrattò dai ladri il contado. Dai ladri dico grossi e minuti; giacchè molti signori, annidati nelle rôcche e nei palazzotti di campagna, non lasciavano passare immune se non chi avesse il salvocondotto della miseria. Anche a costoro pose freno Luchino: impedì le guerre tra persone e persone, famiglie e famiglie: dichiarò che tutto il contado immediatamente dipendesse pel criminale da Milano; sicchè i feudi si limitarono a semplice giurisdizione, non a tirannia: e i cortigiani del principe lo poterono lodare d'avere stabilito l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge;—eguaglianza però dalla quale si dovevano intendere eccettuati i forti, gli scaltri, gli adulatori, il principe, i suoi favoriti, e i favoriti de' suoi favoriti.

Miglioramenti così fatti sono una vera benedizione del Cielo qualora vengano da principe buono e di rette intenzioni: se mai è un tristo, gli somministrano armi terribili, che, dopo adoperate pel pubblico bene, può far servire al suo malnato talento. Luchino di fatti colla stessa mano onde feriva i nemici della società, abbatteva i suoi personali. Nel che egregiamente era servito da quel Lucio, così austero, così pratico delle leggi, o a meglio dire, dei tranelli del Foro, così zelante di far osservare il diritto: cioè la volontà del principe, e non già per coscienza erronea, ma perchè smanioso di togliersi d'addosso un'enorme vergogna che lo rimordeva più che un misfatto, quella d'essere nato da povera gente e povero egli stesso. A chi abbia profondo nell'animo questo abborrimento è facile, vi so dir io, il trovar modo da fare passata ed arricchire, perchè il merito, quando si vuol vendere, trova facilmente compratori.

E Luchino aveva comprato costui, e adoperatolo altre volte a' suoi fini: onde non esitò a porre gli occhi sopra di esso anche nel presente caso, e cominciò dal carezzarlo e solleticarne la vanità. Nel giorno della solenne traslazione delle ossa di san Pietro martire, la gran festa che abbiamo accennata terminò per la Corte in uno splendido convito, ove sedevano il vescovo Giovanni, tutti gli ambasciatori delle città e dei principi, gran signori e letterati sì paesani, sì avveniticci; e tanto straordinaria era la profusione, che Grillincervello, facendone le meraviglie, disse all'orecchio di Luchino:—Padrone, hai qualche pesce da pigliare per la gola?»

Ho detto profusione, ma niuno diasi a intendere che nelle grosse spese di quel pasto si trovasse nulla della finitezza e del buon gusto che oggi possiamo immaginare ed effettuare. La prima messa fu di marzapani e pignocate dorate, colle armi della biscia; indi vennero pollastrelli con savore; due porcellini e due vitelli interi, dorati anch'essi; poi un'abbondanza di spicchi di castrato, di capretti interi, di lepri e piccioni e fagiani e pernici e storioni, e quattro pavoni coperti di tutte le penne e due orsi; tacio le cento maniere di gelatine, di salse, di paste, di canditi, di frutte, uno sfarzo di piattelli e tazze d'argento, d'acque odorose date replicatamente alle mani, come lo rendeva necessario il non usarsi le forcine; vini poi squisiti e senza misura. Ogni nuova imbandigione era portata a suono di tromba e d'altri strumenti, da donzelli superbamente divisati, fra mezzo ai quali scorreva Grillincervello, tenendo in allegria con motti e con versi e strofe da ciò, e ricevendo da questo e da quello i rilievi e i doni, dei quali aveva fatto un cumulo su un deschetto in disparte, dicendo che gli basterebbero per mantenere quindici giorni le molte mogli e i molti figliuoli che, secondo la scostumatezza de' pari suoi, egli teneva in casa.

I discorsi erano vivi tra i convitati; altrimenti da quel che sogliano ora a tavole principesche, e questo era una nuova lusinga all'amor proprio di Luchino, giacchè neppure la ilarità dei bicchieri non suscitava ragionamenti che gli potessero tornare spiacevoli. La quiete e felicità dei popoli soggetti, gli atti di beneficenza, le prodezze guerresche, l'onta dei nemici, qualche lepida avventura privata, porgevano ampio soggetto di ciance e d'adulazione. Mal vi apporreste credendo dovessero schivare studiosamente di discorrere delle disgrazie della settimana, degli infelici che languivano nelle prigioni, mentre alla Corte si sguazzava. Non era quello un nuovo trionfo del signor Luchino? Non era un pericolo ovviato? un atto di pubblica giustizia? Poco tardarono dunque a formare tema di discussione il podestà ed il capitano di giustizia, collocati vicino e in mezzo ad altri giureconsulti.

Dei cui discorsi avvedutosi, Luchino volse la parola a Lucio, e—Voi (gli disse), voi che delle leggi sapete quel che n'è; voi che tutti interrogaste gli oracoli dell'antica sapienza, qual pensiero fate sopra tanto caso? che n'avrebbero sentito quegli insigni nostri progenitori i Romani?»

Qui la calcolata vigliaccheria del capitano era accresciuta dal vedersi distinto in mezzo a tanta nobiltà; sicchè senza esitare rispondeva:—Il giudizio intorno a traditori della patria può egli essere dubbio? Quanto a me, avvezzo a sostenere francamente la giustizia, a decidere secondo quella, che che me ne deva costare, dico e mantengo che, se la vostra serenità risparmiasse il sangue di costoro, verrebbe meno a' suoi doveri, e tradirebbe il potere affidatole dal popolo».

Quanto bel suono faccia ai tiranni l'udirsi parlare del dovere di essere cattivi e di fare a proprio modo, sarebbesi potuto scorgere dalla compiacenza che scintillò nell'occhio di Luchino. Il quale, lieto di essere stato così bene compreso, continuava:—Sì, ma qui s'avrà a fare con volpi vecchie: gente da toga e da spada, scaltriti a segno da negare i fatti più evidenti.

—Principe, a vincere nemici insegnatemi voi: per far parlare un ostinato, non ho bisogno di scuola».

Così sotto alla maschera di rozza veridicità ascondeva colui la più turpe adulazione, e pattuiva l'infamia; e qui come d'un bel fatto, venivasi vantando di difficilissimi processi, dove era riuscito a convincere al modo suo i più scarsi d'incolpazioni; dietro a che la disputa s'infervorava tra que' legulej, e durava gran pezzo dopo levate le mense; finchè Luchino, tratto in disparte il capitano, gli affidò l'incarico di guidare quel processo, e conchiuse:—I Pusterla sono ricchissimi possessori; e al fisco abbonderanno i mezzi di compensare lautamente i fedeli suoi ministri».

Furono sproni a buon cavallo; e Lucio da quell'ora non pensò che ad ordire le fila per la tela meditata.—Datemi in mano due righe d'un galantuomo, m'impegno di trovarlo reo di morte», ha detto non so qual moderno forestiero. Pensate poi allora, quando il maltalento dei capi e la corruttibilità dei giudici non si trovavano frenate da provide garanzie e dall'opinione e quando fin la tortura poteva essere adoperata per istrappare di bocca la verità o quella che voleasi verità.

Oltre il consiglio generale, in cui sedeva la suprema autorità, ne era in Milano un altro particolare di ventiquattro cittadini, dodici del popolo e dodici dei nobili, partejuris periti, cioè letterati e cogniti delle leggi, partemorum periti, cioè senza lettere ma pratici delle costumanze patrie e degli statuti: duravano in uffizio due mesi, chiamavansi società di giustizia, ed a loro spettava il conoscere i delitti di maestà preseduti sempre da un giudice forestiero.

Il giudice presidente o capitano era esso Lucio, il quale passò dunque in rassegna per iscegliere quelli che facessero al suo caso.

Ecco qua (diceva egli tra sè stesso) gente di idee nuove, ma che pretende cavate dal Vangelo, la quale riporta tutto al regolo della giustizia, supponendo che la giustizia sia una cosa reale, e che s'attacchi non alle convenzioni degli uomini, ma ai voleri di Dio. Fanatici! utopisti! credono che il principe deva star alla rettitudine come l'infimo de' plebei e che sia un gran che la testa di un uomo, per quanto oscuro. Non fanno per me.

—Quest'altri sono incamminati sul buon sentiero e sanno volere la giustizia senza rinnegare la politica; giusti fino al trono. Nelle differenze tra privato e privato e' si farebbero coscienza di portare danno pur d'un bruscolo; ma qualora si tratti del principe, la pensano più liberalmente. Alcuno di questi giova introdurlo nel consiglio, perchè gridano alto giustizia, leggi, ragione, e fra il popolo hanno voce d'essere zelatori. Gridino pure; ma in consiglio i seniori li compatiranno come inesperti, e il voto loro rimarrà eliso dai meglio assennati.

—Questi altri, onesti di fondo, incanutirono nel mestiere, onde si sono formata l'abitudine di veder sempre nero, di credere tutt'uno accusato e reo, e necessari alcuni sacrifizi al pubblico bene. Un pajo anche di questi. Un pajo di quei gran giurisprudenti che, fino dalla scuola, si sono avvezzati a intendere e proclamare che suprema legge è il pubblico bene, e del pubblico bene prima condizione la quiete: nè la quiete potevasi conservarsi altrimenti che col rispettare l'ordine stabilito, qualunque esso sia; e in conseguenza essere il maggior reo colui che dà moto a novità.

Luchino poi aveva cominciato a mostrarsi rigoroso cogli uffiziali di Corte, i quali avessero angariato o rubato ai cittadini, e con tormenti li sforzava a palesare gli illeciti guadagni. Chi fosse tinto di questa pece aveva dunque, come diceva Lucio, una museruola alla bocca per tacere e fare a modo.

Tra sì varie maniere di vedere la giustizia, Lucio potè costituire il suo consiglio senza neppur ricorrere all'abiettissima viltà di quelli che si vendono per denaro ai potenti, e che speculano sul piatto degli oppressi. D'altra parte egli sapeva benissimo come in tali vertenze gli svantaggi dell'accusato sieno tanti, che è un prodigio d'innocenza chi n'esce purgato: aggiungeva le torture, sieno le sfacciate e strillanti della corda e del cavalletto, sieno le ipocrite ed ignorate della prigione e della lentezza: onde, esaminata ogni cosa, esaminate le speciali circostanze di un delitto di Stato, ove accusatori, testimonj, giudici sanno di gratificarsi il padrone coll'aggravare gl'imputati, si trovò d'aver buono in mano e disse a sè medesimo:—Cuor mio riposa: un bel palazzo e un ricco podere e la confidenza del mio signore non mi possono mancare».

Ma per essere sempre più sicuro del fatto suo, il capitano sottopose per primo a giudicatura quel Franzino Malcolzato, servitore del Pusterla, bravaccio famigerato per risse e ferimenti e omicidj. Costui, come si vide posta innanzi da un canto la tortura, la forca, o al men che fosse la prigione perpetua; dall'altro promessa l'impunità qualora si confessasse reo e manifestasse le volute colpe del padrone e i complici suoi, non esitò nella scelta, e Lucio trionfò della sua invenzione. Secondo dunque gli veniva questi suggerendo; il Malcolzato disse che d'una grande congiura aveva inteso ragionare: sparlar abitualmente del principe e de' suoi fatti; discorrere di speranze, di vicine mutazioni, d'un avvenire migliore; il suo padrone aver tenuto a Verona spesse e segrete conferenze col signor Mastino della Scala e con Matteo Visconti: aver ricevuto colà Alpinolo, spedito in gran diligenza dai congiurati milanesi, e con questo esser venuto di volo alla città, spesso tra via bestemmiando il signor Luchino; nel palazzo del Pusterla esservi armi; quella tal sera aver egli introdotto colà i più fidi amici, che dissero, che disposero, che giurarono uccidere, incendiare, rubare;—e seguitò narrando cose tanto assurde e contraddittorie, da mandarlo ai pazzarelli o condannarlo di impostura.

Nel consiglio di giustizia non mancò chi riflettesse all'incongruenza di tali deposizioni; ma Lucio fece sentire come i tumulti bisognasse frenarli col porre il piede sulle prime faville; che se la pace di tutti richiedeva qualche vittima, tornava meglio colpire quel ribaldo, che non mettere a repentaglio tante teste segnalate.

Vero è che la giustizia non dovrebbe accettare diversità di persone, ma quante altre cose non dovrebbe! i pochi opponenti, vedendo prevalere l'opinione dei più, entravano in diffidenza della propria e in timore d'ingannarsi; la riverenza pel potere sì profondamente era nei più radicata, che, senza avvedersene, mescolava nei giudizj la probabilità di godimenti, d'onori, di partecipazione a qualche brano dell'autorità stessa; poi essendo molti a giudicare, ciascuno vi portava una volontà meno ferma, una meno intera valutazione delle conseguenze, che non avrebbe fatto qualora da solo avesse avuto a prendere la deliberazione; e la responsabilità dell'esito pareva diminuita in ragione del numero dei colleghi. Finalmente, riflettevano, si tratta d'un mal arnese, da cui la società non può aspettarsi bene di sorta.

Guai all'uomo che patteggia un solo momento coll'austerità di sua coscienza! se è privato, diverrà un iniquo; se magistrato, un satellite; se principe, un tiranno.

A quell'indegno procedere non resse Bronzino Caimo, valoroso giurisperito, che in piena adunanza osò mostrarne l'enormità ai suoi colleghi. Lucio (anche i tristi s'ingannano qualche volta) non aveva dubitato di trasceglierlo, perchè, sebbene non dissimulasse la sua avversione alle violenze di Luchino, neppure i nemici di questo mostravano farne gran capitale, attesochè si dichiarava sempre abborrente dalle illegali opposizioni e dai miglioramenti recati colla spada: onde solevano dire ch'egli pretendeva raddrizzare il mondo coll'aspersorio e col messale.

Ma l'aspersorio e il messale lo facevano ripugnante a qualunque viltà, e coraggioso sostenitore del vero; tanto che la processura da Lucio impiantata non sarebbe in modo veruno potuta giungere a compimento, ove prima non si fosse punito costui, che osava di aver ragione.

Lucio pertanto, in segreto interrogatorio, potè far confessare al Malcolzato, che Bronzino Caimo era esso pure dei congiurati, anzi uno dei più pericolosi perchè ragionevole, e quando il generoso si preparava a non permettere che fosse, così senza un richiamo, violata la giustizia, si vide egli medesimo trascinato nelle prigioni, e chiamato innanzi a quei giudici stessi, ai quali doveva servire per lezione di docilità.

Senza dunque che altri più fiatasse, le confessioni del Malcolzato furono tenute buone: poi sotto pretesto che egli non volesse dir tutto quello che sapeva, gli venne tolta la promessa impunità, e, condannato a morte, fu tra pochi giorni appiccato, siccome ministro scellerato delle scellerate trame del Pusterla. Il popolo corse a vedere, e disse:—N'ho gusto! egli era un prepotentaccio, e meritava di finir così. Viva i nostri padroni che purgano il mondo da questa feccia».

Ma come le ingiustizie s'incatenano! Da questo supplizio restava convenuto, non solo tra il popolo, ma in giudizio, che una congiura esisteva, che n'era capo il Pusterla, che il secondavano gli altri nominati, oltre i più non iscoperti. Potevansi dunque chiamare in processo gli altri sopra un fatto, della cui verità non si doveva più dubitare dopo che era passato, come dicono, in giudicato: ed a Lucio non restava più altro a fare che mostrarne colpevoli gli imputati….

Oh, togliamo una volta le mani da questa sozza pasta, congratulandoci dei progressi che alla ragione criminale fecero fare coloro, i quali non temettero offendere i principi col francheggiare la sicurezza di tutti.

Per allora la conclusione fu che, terminati i dibattimenti della società di giustizia, i trombetti del Comune andarono in giro per la città, e ad ogni crocicchio fermandosi, dato fiato alle trombe, invitarono i capi di famiglia, perchè, il tal giorno a mezzodì, si radunassero alla concione generale nel Broletto nuovo.

In questo generale parlamento risedeva, come ho detto poco sopra, l'autorità suprema del governo: intendo di diritto, perchè nella pratica si credeva che, col nominare un principe, si fossero i cittadini spontaneamente esonerati di un tal peso per gettarlo sulle spalle a questo, il quale poche volte gli incomodava a venire a dir di sì.

Una delle poche volte fu questa, acciocchè coll'ombra del suffragio universale sanzionassero un nuovo atto di sua tirannia. Già sulla loro decisione verun dubbio non provava il Visconte, conoscendo per esperienza come il voto della moltitudine così congregata non sia null'altro che l'espressione di quello degli intriganti, da cui si lasciano raggirare quei più che non ebbero nè voglia nè tempo nè capacità di ponderare i diritti e la giustizia. D'altro lato, guardando di mal occhio queste apparenze repubblicane, che sopravvivevano insieme colla monarchia, Luchino godeva screditare tali assemblee nell'opinione, col farsele consorti nei delitti.

Allora adunque che furono ivi radunati i cittadini, comparve in mezzo di loro la società di giustizia, e il capitano, salito sulla parlera, espose la congiura scoperta e sventata, nominò i rei, pubblicò le sentenze proposte sì contro gli imprigionati, si contro i fuggiaschi. I quali ultimi non erano pochi, giacchè tutti quelli che sapevano di essere in qualunque modo dispiaciuti al Visconte, sebbene del presente fatto non avessero nè colpa nè conoscenza, temettero ch'egli cogliesse volentieri quest'occasione, in cui il rigore pareva giustificato. Quelli dunque, che nei tempi di fazione si eran chiariti nemici del biscione, fuggirono; fuggirono quelli che altre volte n'erano stati perseguitati, ragione per esserlo di nuovo; fuggirono Ottorino Borro e Pagano Casati, per non provar novamente i guai che a lungo avevano sofferto nelle prigioni di Binasco; fuggirono Lodovico Crivello, Bellino della Pietrasanta, altri ed altri neppure nominati dalle imprudenti o dalle estorte accuse, ma, che il Visconte e i suoi enumeravano come argomento della estensione di quella trama.

Fra quelli che erano intervenuti al colloquio funesto, e contro cui vi erano imputazioni dirette, erano riusciti a sottrarsi Zurione, fratello di Franciscolo, Calzino Torniello da Novara, Maffino Besozzo ed altri, che, se tutti io nominassi, alcuno si dorrebbe perchè avessi richiamato in luce il delitto e la pena de' suoi avi, altri se ne farebbe bello, siccome d'una domestica gloria:—tanto in ciò vanno concordi le opinioni.

Letti i processi, voglio dire quella parte di processi che a Lucio piacque estrarre, apparve così enorme la colpa di tutti, che i novecento capifamiglia, i quali davano voto segreto con sassolini bianchi e rossi, trovaronsi tutti d'accordo nel confermare la condanna, eccetto una qualche dozzina, che dovevano o avere sbagliato, o non compresa la serenissima volontà.

I fuggiaschi vennero dichiarati sbanditi dallo Stato milanese, scaduti dalla nobiltà, cioè mutato il sangue; i nomi loro scritti sul libro dei signori ricevitori della Camera del Comune di Milano, e le effigie rozzissimamente dipinte sul muro del Broletto nuovo, appese alla forca. Ma ciò che è più positivo, i beni loro restarono messi al fisco, e quelli soli del Pusterla salirono al valore di dugentomila fiorini d'oro, che oggi si ragguaglierebbero a dieci milioni di franchi.

Di somma voglia Luchino avrebbe côlto il destro di togliersi d'in su gli occhi i tre nipoti, Bernabò, Galeazzo e Matteo, siccome gliene offrivano ragione le lettere trovate in casa Pusterla, e che furono l'argomento di maggior peso in quel processo. Ma egli non aveva osato farne proferire sentenza finale, tra perchè il fratello vescovo erasi interposto a favore loro con vive istanze, tra perchè temeva si levasse ancora tanto rumore, quanto pochi anni prima per l'assassinio di Marco Visconti.

Davanti a una Madonnina che soprastava alla porta Romana, furono dunque accesi due torchietti, e intimato a Bernabò e al bel Galeazzino (Matteo era già sul Veronese) che, prima che i due ceri fossero consumati fino al verde, eglino dovessero uscire di città: e, come se ne furono iti, fu mandato un bando che li dichiarava esclusi dallo Stato comesospetti della fede, violatori della pace, spergiuri detestandi; et che non potessero contrar matrimonio, nè morendo avere sepoltura ecclesiastica.

Pur troppo, come sapete, ritornarono; fecero di questo paese il peggio che seppero, vennero sepolti in chiesa, e lasciarono prole niente migliore.

Il peggio toccò agli infelici ch'erano stati côlti. Martino e Pinalla Aliprandi, chiusi nelle carceri pretorie in piazza dei Mercanti sotto alle scale del palazzo, da un pertugio di quella carbonaja poterono udire la sentenza che li condannava a morir colà entro di fame. Poi il dì seguente videro Borolo da Castelletto, Beltramolo d'Amico, e l'incorrotto giudice Bronzino Caimo, decapitati sulla piazza stessa; li videro, e come dovettero invidiarne la pronta morte, essi costretti a doverla aspettare a gradi a gradi, con tutti gli atroci spasimi del digiuno!

Ogni anno si soleva imporre sul censo una taglia straordinaria, detta il fiorin d'oro, molto incresciosa non meno alla nobiltà che alla plebe. La mattina dell'esecuzione, Luchino pubblicò che quell'anno la condonava, e che non la riscoterebbe più fuorchè nel caso d'invasione di nemici.

Tanto bastò, e fu sin troppo, perchè il dabben popolo milanese dimenticasse quel sangue, anzi corresse a vedere quell'atto di giustizia del suo generoso signore; il popolo, tanto somigliante ai fanciulli, che da ogni cosa traggono motivo di festa, che contemplano giocondi lo strato disteso sulla bara del padre, e diconooh belloalle molte candele accese ai funerali della madre loro.

I giudici, uscendo di carica, si trovarono consolatissimi d'avere, per la pubblica sicurezza, lavorato tanto, colla soddisfazione d'essere pur riusciti a scoprire i traditori del paese e castigarli. Più soddisfatto rimase il capitano Lucio, il quale da un viglietto di Luchino si trovò assegnato per residenza il palazzo dei Pusterla alla Balla, e conceduto ad uso il delizioso podere di Montebello, salvo ad accordargliene la proprietà quando fosse deciso definitivamente intorno al Pusterla e alla sua famiglia.

Anche la storia doveva, come spesso, offrire l'umile servigio della sua penna alla prepotenza; talchè, o prezzolata, od abbagliata, o trovando più comodo il credere che l'esaminare, affogando sotto pompose parole il vero, e mentendo l'eloquente semplicità dell'affetto, scrisse qualmente lo sciagurato Francesco Pusterla, benchè il più ricco e il più nobile fra i signori milanesi, benchè con gran favori e con gelose missioni distinto dai Visconti, aveva macchinato a rovina di essi, e meritato così di cadere dalla opulenza di Giobbe nella miseria di Giobbe: grand'esempio di non tentare novità contro ai signori del proprio paese.

Così un consesso indipendente processò: la legge proferi la sentenza: il suffragio universale la confermò: il popolo applaudì; la storia perpetuò. Chi più avrebbe osato dubitare dell'esistenza di una cospirazione, e della giustizia con cui fu castigata?

E Margherita?

Fortunati del mondo, se tutto questo racconto non fa per voi, meno ancora questo capitolo, che versa tutto fra solitari patimenti, che voi non potreste capire. Ma chi soffre, chi ha sofferto, mi intenderà, li compatirà.

Nessuno forse de' miei lettori (giacchè non posso sperare che queste pagine mie varchino di molto il recinto di Milano) nessuno forse sarà passato sul ponte di porta Romana senza voltare un'occhiata alla casa sulla destra di chi esce, alla cui facciata servono di fregio certi bassorilievi che rappresentano Milano riedificata dai collegati lombardi. Queste sculture, testimonio della rozzezza, di esecuzione e della rettitudine di concetto nelle arti belle del secolo duodecimo, ornavano la porta della mura che quivi, in due archi, era stata fabbricata al tempo appunto della Lega Lombarda; dove poi sta ora quella casa, Luchino edificava una fortezza, la quale di molto allungavasi fra la via delterraggioe la fossa. Nell'anno in cui ci troviamo col nostro racconto, quella fortezza non era peranco terminata: le reliquie poi di essa, e singolarmente un'alta torre, durarono sinchè, mezzo secolo fa, non fu demolita da quella or savia or pazza foga di riedificare, che non sa far di nuovo senza cancellare le traccie degli avi.

Nell'alto appunto di questa torre venne rinchiusa la Margherita: e la stanza a lei destinata nulla avea dello squallore, con cui quell'atrocità che si chiama giustizia punisce l'uomo, che essa non ha ancora sentenziato degno di pena. Una finestruola le permetteva di vedere, attraverso alle sbarre di ferro, i comignoli della città: si accorgeva ancora d'un mondo che le viveva d'attorno; ancora udiva le campane, le cavalcate, il fragore delle officine; vedeva il cielo, il sole, il verde: scarsi ristori del tanto che avea perduto: ristori però di cui si conosce il pregio immenso allorquando il raffinamento della crudeltà ha fatto sperimentare quanto si può star peggio.

Eccola dunque sola, strappata a tutte le consuetudini della vita, alla libertà delle occupazioni, degli ozj, quasi non dissi dei pensieri: in balia di gente sconosciuta, da cui non intende mai una parola pietosa, mai non riceve uno sguardo di compassione; dove ogni rumore è una mano gelata che le stringe il cuore, ogni tirar del catenaccio è un colpo di coltello.

E questo, perchè?

Una profonda oscurità le cela ogni cosa.

E tutti i suoi cari?

Ah! le lacrime, che aveva rattenute fintanto che non contemplava se non la propria situazione, quando rifletteva al figliuolo, allo sposo, in copia le sgorgavano dagli occhi sconsolati. Qualche motto che ha potuto raccogliere dalla tranquilla crudeltà dei sergenti, che la trassero di casa e dalla schiamazzante indolenza della plebe accorsa a vederla, e che accennava tradimento, principe, ribellione, castigo meritato, le lasciarono argomentare si trattasse di un delitto di fellonia, onde fosse accusato il Pusterla. D'altra parte, sotto tiranni, qual è il delitto che si appone a chi non n'ha alcuno? Ed ella conosceva Luchino, sapeva d'averlo irritato colla sua virtù; la parola poi che le gridò quell'ignoto nell'atto che partiva incatenata, le lasciava indovinare i segreti maneggi di una lunga e scellerata vendetta. Che non aveva dunque a temere? Lo sposo forse, certo il figliuolo sono stati côlti—gettati in carcere—dove?—come? Stanno forse qui, qui vicino a lei.—E non saperlo! e non vederli!—e con loro chi sa quanti dei loro amici? forse i più cari.

Allora le si affacciava alla mente un giudizio, di cui la sentenza fosse prestabilita, indi una condanna, un supplizio.—Dio! Dio! Ella si copriva gli occhi colle mani, gettavasi boccone sullo stramazzo, fremeva convulsa, lacrimava: poi quando questo sfogo medesimo aveva tornato un poco di calma ai suoi pensieri, ella rifletteva:—Se Luchino è sdegnato contro di me, contro me sola dee versare il suo furore. Qual colpa hanno al suo cospetto que' miei innocenti? Oh fossi certa che del mio strazio avesse egli ad accontentarsi! come paziente soffrirei ogni travaglio! come lieta incontrerei la morte più tormentosa!—Ma colui…. oh non se ne sazierà. Antichi rancori, invidie antiche gli risorgeranno nell'animo ora che gli venne il destro di soddisfarle, e punirà in essi le colpe che non hanno, per lacerare me nella parte più sensitiva del cuore».

E qui tornando sui sogni di un'agitata immaginazione si vedeva dinanzi le torture, il patibolo, il manigoldo; e quel ch'è peggio delle torture, del patibolo, del manigoldo, il ghigno di colui, che con fredda vendetta ce li prepara; onde scorata profondavasi nell'abisso dell'incomparabile sua miseria!

Pure la speranza, che negli infelici non è calcolo ma istinto, veniva volta a volta a lusingarla. Nei primi giorni pensò che quella potesse essere una dimostrazione e null'altro, un atroce scherzo per isgomentarla e smuoverne la ritrosia:—Domani verranno a liberarmi. Di me che vorrebbero mai farne?»

Ma troppo presto le correvano a mente altre scelleraggini di Luchino: e prima ancora che quel domani indarno aspettato la disingannasse, già lo aveva fatto la ragione.

Se non che al rimembrare le colpe di Luchino, diceva fra sè stessa:—Non è costui odiato da tutti i cittadini? non ha egli rapite a mano a mano tutte le franchigie di questo popolo che, fremendo, lo vede sciupare i frutti del suo sudore e del suo sangue? Francesco, all'incontro, il mio Francesco, non è amato, accarezzato da ognuno? Quanti poveri non sovvenne la nostra famiglia? a quanti oppressi non diede la mano? quanti non giovò di opere e di consiglio? Deh con che indignazione si sarà intesa per la città la nostra cattura! Certo, il nuovo misfatto avrà colma la misura della pazienza; balzeranno alle armi:—ecco, si combatte:—i pochi vili fautori di esso si nascondono per sentimento di giusta vergogna, per paura della tremenda vendetta popolare; le lancie prezzolate nol difendono che col valore di gente mercenaria;—i buoni trionfano: Luchino è in fuga; la città torna franca; si disserrano le prigioni; fra le acclamazioni del popolo, Franciscolo corre a me.—Oh contento! rivederci dopo tanto pericolo! dopo sì acerbo soffrire! ed essere stati occasione di tornare la patria in libertà».

Questa idea diffondeva sulla pallida fronte della Margherita il raggiante incarnato della speranza; ma o scricchiolar di catene, o cigolio di chiavacci la richiamavano, infelice! alla troppo diversa realtà. Passa intanto un giorno, due, tre; una settimana, due, e la liberazione non viene, non viene l'impeto popolare, il quale, se al primo istante non trabocchi, sbolle e si racqueta. Bensì il continuare al solito del rumore cittadino l'avverte come ciascuno badi a sè, nè curi più che tanto se altri viva tormentato. Che più? ode, vede le cavalcate passar rumoreggiando in vista della sua prigione, dirizzandosi a fare di sè pomposa mostra su quel corso, o ad esercitarsi nelle caccie e nelle gualdane: suono di chiarine festose, popolari canzoni: di tempo in tempo un festivo dar nelle campane, chiaro le dimostrano come gli spensierati cittadini ridano sulla tomba dei loro fratelli, la quale può, il giorno da poi, schiudersi sotto ai loro piedi.

Però la disperazione stessa ha la sua calma; e il tempo, scorrendo sopra le piaghe dell'anima, mentre le incancrenisce, fa sentirne meno vive le fitte. Già con quieta melanconia può la Margherita rivolgere per alcuni momenti il pensiero sul passato, sul presente, sull'avvenire: ogni ora del giorno le ricorda un'occupazione, a cui soleva altre volte dedicarla. Alla mattina, quando incontro alla prima luce dischiude gli occhi riposati, poichè sparve quella istantanea illusione che, sul primo svegliarsi, fa credere al prigioniero di trovarsi ancora nella sua camera, nel suo letto, pensa come occuperebbe quel giorno se fosse libera di sè. Sono placide cure casalinghe, santità di affetti famigliari, opere di pietà, doveri di religione. Qui come lo passerà? Come gli altri, inerte, lungo, pensieroso, angustiato.—Ma chi sa? forse oggi qualche bene mi succederà: se non altro un accidente che distingua la monotonia dei patimenti».

Questa fiducia l'accompagnava il mattino; vedeva il sole crescere sull'orizzonte, poi chinarsi come si era chinato jeri, e l'altro, e l'altro; e al modo stesso si ripetevano gli stessi piccoli casi, gl'insulti stessi, le stesse fitte d'ogni dì. Veniva l'ora del crepuscolo,—l'ora delle memorie e delle meditazioni; ripensava ad altri giorni, ad altre sere, le paragonava con queste, e coricavasi colla speranza medesima, colla quale si era levata; e al mattino la ritrovava ancora sullo spinoso capezzale.

La ragione—la filosofia.—Oh che sono mai le loro consolazioni quando il male stringe?

Ecco un sapiente ti grida,—Meglio il dolore che il disonore.

Oh sì: ma ciò toglie forse che il dolore prema?

—L'uomo (soggiunge un altro) è nato alle pene.

Tristo conforto una sì crudele necessità! Ma come meritò egli questo castigo del nascere? E poi, egli gira gli occhi intorno, e vede altri, colmi d'ogni bene di fortuna; prosperi gli scellerati, anche tranquilli dopo che soffocarono il grido della coscienza tra il vortice di commessi e di meditati delitti: vede esultare nella vendetta coloro stessi che lo fanno soffrire così. Perchè non hanno sortita anch'essi la loro porzione di patimenti? Qui la filosofia che cosa risponde?

Verrà un terzo, che freddamente chiede:—Il rammarico a che giova?

—Ah! lo sa troppo la infelice che a nulla giova, e questo appunto l'accòra, che, da tanta afflizione, verun frutto non venga a sè, veruno a' suoi cari.

Più risoluto intuona un altro:—Non vi è male fuorchè la colpa.

Non vi è male? eppure essa lo sente, e tale che le vince le forze. Si trattasse di doglie del corpo, le tollererebbe. Fossero soltanto mali suoi! ma qui ha consorti nei patimenti le persone più caramente dilette: uno sposo, un figliuolo che nulla ha per anco gustato, e già si satolla di fiele. O filosofo, condannerai gli affetti più naturali? e come conforterai chi da questi appunto è tormentato? Gli rammenterai forse altri tempi, felicità godute? Ah taci, che il rincorrere i beni passati gli esacerba la presente condizione.

O gli ripeterai i pomposi esempj degli eroi e de' sapienti del mondo, e il generoso modo onde tollerarono i guaj, con cui sempre il mondo li ricambiò? Ma quanta parte non vi aveva l'ostentazione? L'eroe che affronta la morte in campo, sa che migliaja di spettatori lo guardano, sa che muore per la salute della patria, per una causa, che è o che crede buona; sa che la gloria di un nome eterno seguiterà al suo coraggio, mentre un eterno obbrobrio verrebbe dietro ad un istante di viltà. Chi sconta sul patibolo la colpa di aver avuto ragione troppo presto, si conosce spettacolo dell'intera società, la quale dal suo ultimo contegno giudicherà della sua dottrina; e vuole colla propria costanza suggellare la santità della causa per cui muore, e l'infamia di chi lo fa morire.

Ma qui è una sventurata, sola, senza testimonj, se non chi o per abitudine è reso incapace di compassione, o per viltà la sbeffeggia; ed ignora se, fuori di là, pur uno si ricordi che ella soffre.

—Ma ha il testimonio della buona coscienza.

Oh! l'innocente sta forse a condizione peggiore del reo: questi conosce il suo peccato, prepara le discolpe, calcola le conseguenze, se non altro dice,—L'ho meritato». La innocente invece non sa perchè tormenta; questo solo sa, di tormentare senza colpa per satollare la rabbia d'un nemico. Può l'animo non covar rancore? e il rancore non è senso spasmodico, che basta ad avvelenare sino la felicità?

Belli sono, o filosofi, i precetti vostri, banditi dalle cattedre e dai libri; eccellenti contro ai mali passati ed ai futuri; ma se il presente incalza, allora natura reclama il suo diritto, e ridendo di voi, li sparpaglia al vento.

La Margherita non ignorava queste consolazioni: che suo padre, conoscendo quanti triboli ingombrano questo breve tragitto dalla cuna alla bara, l'aveva già fanciulla premunita contro il mutarsi della fortuna; e le lezioni dei primi anni tornano vive in mente a chi è dalla sventura arrestato nel corso, e costretto a volgere un minuto sguardo sugli anni trascorsi. Ma poichè ne aveva amaramente conosciuta la vanità, altri sentimenti doveva cercare nella sua memoria e nel suo cuore, ed esclamava:—Santa religione! in mezzo al tumido spirito del secolo, tripudiante nell'ebbrezza delle passioni, nella soddisfazione del senso, nella superbia della scienza, tu comparisti ad insegnare il perdono, la pazienza: dal nascere tuo fosti nutricata di lagrime e di sangue; tra lagrime e sangue crescesti ad occupare la terra!—Oh benedetto conforto, largito dal Cielo nelle miserie che i ribaldi accumulano sulla terra!

Tutta assorta in quella, Margherita contemplava il nulla delle cose di quaggiù: come nessuno sia senza colpa in faccia a Colui, che scopre macchie negli angeli suoi, e che esercita con afflizioni anche la giusta vita per tramutarla, espiata, in una migliore. Allora essa rammentava un testimonio che, presente a ciascun sospiro, esplora il cuore e i pensieri, registra ogni lagrima per compensarla. Esulta l'empio nelle disoneste prosperità? Margherita il compiange, sapendo che altro giudice lo aspetta con altre bilance a rivedere le ragioni di chi soffre e di chi fa soffrire. Trovasi divisa dai suoi; forse mai più non li vedrà—mai più in questa vita; ma un'altra ne segue, per la quale tesorizza ogni istante di patimenti.

E quali esempj le offre questa religione? Un Dio, che veste le miserie e il peccato altrui: viene tra i suoi, e n'è ripudiato; benefica, e non trova che ingrati; sparge il vero, ed è calunniato, e la calunnia trionfa; un amico lo vende, gli altri lo abbandonano; un popolo, fra cui trascorse beneficando, lo grida a morte, e morte decreta una politica atroce mentre lo confessa innocente. Quanto lui chi soffrì? Sei tu innocente? ma chi come lui? Patisci per la giustizia? ed egli era venuto in terra a portare la verità e la libertà vera. Egli pure sentiva tutte le umane affezioni: sulla tomba di Lazzaro pianse: s'indispettì alla durezza di cuore dei Giudei: anelò mangiare la pasqua coi fratelli: gemette sui preveduti guaj della patria; antivedendo la passione, venne tristo fino alla morte, pregò che quel calice gli fosse levato; quando ne sorbiva le ultime stille, si querelò col Padre che l'avesse abbandonato;—e spirò, e lasciava detto che, chi non togliesse la croce sua, non era degno di lui.

E sua madre? quanto più grande, più innocente e santo ella conosceva il divin Figliuolo, tanto più acuto coltello le trapassò l'anima, dal povero tugurio dove appena aveva come ripararlo nascente, fin quando esangue se lo vide deporre fra le braccia. Il mondo la saluta regina dei dolorj, donna dei tribolati. Come un amico partecipe delle umane angoscio, la invocava Margherita nella semplicità del suo cuore:—Tu pure fosti madre: fosti tu pure calunniata; vedesti il Figliuol tuo in mano dei malvagi. O Maria, prega per me, prega per loro.

E recavasi fra le dita il rosario.

Era quel rosario, che fra Buonvicino pentito le avea donato, augurandole che un giorno potesse da quello cavare consolazioni. Quel giorno è venuto, e vere consolazioni essa ne attinge. Bacia la crocetta di legno pendente da quello, la preme sul cuore, la stringe fra le mani giunte:—è il segno delle tribolazioni santificate dalla pazienza e dall'amore; e inginocchiata si dà a ripetere la salutazione a Maria; e l'orazione insegnata da Cristo qual compendio di quanto dobbiamo sperare e domandargli. Allorchè ripetevaPerdona a noi, come perdoniamo a chi ci offese,arrestavasi per esaminare se davvero ella perdonasse:—santo precetto, ignorato, o non inteso dalla superbia del secolo, ma che pone il colmo alla perfezione, nel tempo stesso che fa un dovere la serenità dell'amore: ed a cui volle Iddio aggiungere la sanzione maggiore, il perdono ch'egli pure concederebbe a chi avesse perdonato.

Poi quando Margherita implorava da Maria che pregasse per leiadesso e nell'ora di sua morte,la materia prevaleva un tratto allo spirito, e le si affacciava alla mente quell'ora, tanto diversa da quanto fin là si era immaginato.—Chi sa? forse qui, qui sepolta in un carcere, dovrò aspettare, pigro, tormentoso l'estremo momento; e quando giungerà, non amici che mi confortino: non un occhio che mostri compassionarmi: non una voce conosciuta, che dagli spasimi dell'agonia mi richiami un istante ancora alla vita: non una mano che risponda alle lente strette della mia. Guarderò intorno, nè incontrerò che visi inconsapevoli, e quelle persone che m'hanno fatto soffrire. E quando gli occhi miei più non vedranno, una mano straniera sbadatamente me li chiuderà.

Qui un pensiero più truce le soccorreva: un morire diverso, subitaneo, violento—il patibolo, una folla indifferente spettatrice, un superbo che sorrida… Per tutta la persona un fremito le scorreva, e, come se veramente avesse quelle immagini orrende sugli occhi, li copriva colle palme e—Maria, Maria! pregate per me adesso e in quell'ora.

Per onorare la Madonna, univa la sua preghiera a quella di tutti i fedeli allorchè le squille invitavano a salutarla. E principalmente quando, la sera, parevano congedare i mortali dalle fatiche del giorno al riposo, rammemorando un altro riposo perpetuo, dove ci attendono coloro che prima di noi patirono e sperarono quaggiù, la Margherita, suffragando ai defunti, abbandonavasi nei pensieri del passato, ricordava coloro che aveva veduti staccarsi dal mondo, pregava per una madre che aveva appena conosciuta, per un padre… Oh quanto sentiva di dovere a quel padre! quanto ora gliene tornerebbe soave un detto solo, una consolazione!

Poi le cadeva in mente che forse, tra i poveri morti, v'erano altre persone a lei più vicine, uno sposo, un figlio:—Chi sa se Luchino li risparmiò?—Chi sa se già non mi aspettano all'altro mondo? E sconsolavasi, e piangeva dirotto: finchè la speranza veniva a mormorarle nell'orecchio colla voce d'un angelo—Sono vivi: li vedrai.

Ma quando?

Poichè a molte superstiziose osservazioni propende chi soffre, mille pronostici andava ella traendo dai più naturali fenomeni: un sogno era un presagio:—Quando quel ragno avrà compita la sua tela uscirò di qua entro:—Conterò venti giorni, e a capo di questi verrà qualche novità. Il finire e il cominciare d'ogni mese, d'ogni nuova settimana, e il mutare delle stagioni, e i dì foschi e i sereni, davano appiglio alla malata immaginazione per chimerizzare, per temere, per confidarsi. Principalmente all'accostarsi delle solennità, le si serena la speranza che rechino la fine di lunghi tormenti, e ne valuta a giorni ed ore l'avvicinamento;—e giungono e passano. Allora un più giulivo dar delle campane, un più frequente brulicar di persone in abito adorno, la fanno ricorrere col pensiero ai riti onde la Chiesa festeggia quei sacri anniversarj; ai tempi quando, con una pace ineffabile, ella vi assisteva; un sacerdote apriva i tesori della parola, bandendo i precetti dell'amore, della mansuetudine, della pazienza; un inno più allegro dei pieni cori, un'armonia solenne degli organi le diffondeva nell'anima una serenità, sconosciuta fra i godimenti del mondo.

Ma ora? Quei giorni in nulla sono differenti dagli altri, se non quanto li rende più melanconici il paragone. Appoggiata la testa e intrecciate le dita ai rigidi cancelli della sua prigione, abbassa lo sguardo su quei tranquilli, che con lieta premura s'avviano al tempio, alla festa, quasi voglia indovinare chi siano, di che favellino.—Questi altri tornano liberamente alle case loro.—La casa! oh quante dolcezze sono compendiate in questo nome! e quanti tormenti per chi ne è staccato da violenta mano! Vedi là quella madre col bambolo suo: forse gl'insegna le orazioni, forse gli dà un buon consiglio, un rimprovero affettuoso. Oh, anch'io una volta, aveva anch'io un fanciullo che amava me quant'io lui, che mi chiamava mamma. Oh parola di ineffabile espressione! Ed era così bello, così carezzevole, così innocente! gli angeli parevano gioire nel suo riso: i suoi baci mi facevano prelibare il paradiso. Ei sarebbe cresciuto: soave consolazione della vita mia, di suo padre… Ah forse nol vedrò più più! Deh santa Vergine! liberatemi da queste pene: tornatemi a mio marito, a mio figlio, a casa mia.—La mia casa… la casa mia!—O almeno fatemi contenta di questo! che una volta, una sola volta, io possa rivedere, abbracciare il mio bambino!»

In tal guisa la Margherita strascinò i pigri giorni dell'estate, sola, destituita d'ogni conforto, se non quello che traeva dalla sua religione e dal tempo che medica tutto.

Coloro frattanto, per cui cagione essa pativa, saranno rimasti quieti e senza pensieri, ai comodi della vita, agli spassi. Deh! come può uno godere un istante di tranquillità quando sa che quest'istante è aggiunto alle angoscie della sua vittima? Come può un giudice, non dico divertirsi e distrarsi, ma appena riposare, ove rifletta che ogni ritardo prolunga gli spasmodici dubbj d'un essere pensante e delle tante persone che vivono della vita di lui? Penetrate nei fondi delle prigioni, interrogate l'animo di chi v'è rinchiuso, calcolatene, non coll'orgoglio, ma colla virtù che sente, l'eternità dei giorni inoperosi, l'ambascia delle notti insonni, toccate quella fronte, in cui bolle un pensiero d'uomo, quel cuore che palpita per una moglie, in grazia sua desolata, pei figli rimasti senza pane, per un padre che la sua lontananza spinge nel sepolcro. Ed è uomo come voi, come voi redento da un Sangue prezioso, come voi incamminato ad un avvenire, ove la prepotenza e l'oppressione staranno su diverse bilancie. E forse è un innocente, che non aspetta altro che il giudizio per trionfare nella sua virtù. E voi gli prolungate questi spasimi di un'ora, di un giorno? che dico? mesi ed anni il tenete fra gli squisiti tormenti dell'incertezza, che sarebbero troppi a punire il maggior delinquente? Oh riflettete!…

Ma che? dipingendo il secolo decimoquarto, m'era uscito di mente ch'io vivo nel decimonono, quando la voce di filosofi e della crescente civiltà abbastanza tonarono a ciascuno i suoi doveri: talchè il mancarvi, non è ignoranza, ma perversità.

La giustizia d'allora, ignara dei pigri avvolgimenti moderni, anzi più spacciativa che nol comportasse la sicurezza dell'innocente, non avrebbe lasciato languire Margherita sì a lungo nell'aspettazione di un processo, quando non fosse stato una mira particolare di Luchino, che voleva punirla della virtù, trarla forse agli indegni suoi propositi, o giungere per suo mezzo ad avere in mano anche il Pusterla. Però un giorno, tornando d'aver corso lo sparviero, rientrava il Visconti dalla porta Romana: leste le guardie, dando fiato al corno, calarono il ponte levatojo: si disposero in ala di qua e di là, mentre egli passava in mezzo a loro: giunto ai piedi dell'arco, fece di berretto, e piegò la fronte fin sulla chioma del cavallo innanzi all'effigie della Madonna, scolpita sopra quella porta. Poi girando l'occhio a sinistra, dove si lavorava la sua rocchetta, si risovvenne di colei che in quelle prigioni pativa, cioè si risovvenne che poteva farla patire d'avanzo.

—Ehi, Grillincervello», disse sorridendo al buffone, inseparabile compagno:—Ti ricordi della bella dama che tempo fa ti mostrai su quel terrazzo alla Balla, e tu mi dicesti….

—Che la non è biada pei tuoi denti», interruppe lo sguajato.

—Sai tu dov'ella sia?» richiese il principe.

—In catorbia: lo so.

—Dunque?…

—Mah! badate (ripigliava il buffone) che ildunquenon sia precipitato. Quante volte io vedo sul vostro piattello un ghiotto boccone che mi tocca l'ugola: dite per questo che io possa bagnarmene il dente? Gli è grazia che ne senta l'odore».

Sogghignò Luchino, e,—Va, buffone, e di' al carceriere che passi alla nostra Corte».

In quei tempi non si stava tanto sul sottile delle convenienze; e persone di Corte erano, come l'astrologo e il buffone, così il carceriere e il boja; i quali poi nella raffinatezza successiva non dovettero ricevere gli ordini, nè presentare la relazione ai grandi se non per infinita scala di intermediarj: tutto a vantaggio della verità e della tenerezza di cuore.

Non paja adunque sconveniente che il carceriere si presenti in petto e in persona a Luchino; nè di conseguenza che noi ci fermiamo un tratto a far conoscenza con quello, che da tanto tempo era unico compagno della nostra Margherita.

La giustizia non si faceva—allora—coscienza di collocare presso al cuore delle sue vittime l'indivisibile tormento di un uomo, scelto tra la feccia più ineducata della società, onde esercitare quest'ultimo grado della tirannia, che appunto per essere l'ultimo, pesa più grave, come più immediato, e perchè chi lo occupa vuole sopra i suoi dipendenti vendicarsi delle umiliazioni che soffre dai superiori, e si attribuirebbe a colpa la pietà, se pietà mai potesse germogliare in gente che s'induce a guadagnare un pane sui martirj altrui.—Dico allora, quando la malata e pietosa fantasia di Silvio Pellico non aveva ancora creato di pianta lo Schiller e la Zanze.

Il custode della Margherita, a vederlo, era un coso lungo lungo e badiale, colla pelle tutta chiazzata e a mascherizzi, occhi guerci e suffornati in archi di ciglia setolose, capelli rossastri spartiti in sulla fronte, e tirati giù come una cornice barocca attorno a quel poco viso che lasciava discoperto una folta e sudicia barbaccia, da mettere nausea e spavento. Nasceva egli dalla valle d'Imagna nel Bergamasco; e i suoi buoni compatriotti supplivano allora, come anche oggidì, alla scarsezza del terreno col lavorar al tornio l'acero e il faggio delle loro selve in palle, mestole, taglieri, truogoli, zipoli e siffatti, che poi scendono a spacciare a Bergamo o a Milano. Anch'egli era stato dirizzato su quell'arte del mestolajo, come suo padre, come suo nonno, e il padre e il nonno del suo nonno; ma diverso in tutto da loro, sin da giovinetto gli era stato mutato il proprio nome di Macaruffo in quello di Lasagnone, perchè non sapeva piegar la schiena, e la poca fatica gli era una sanità. Cambiò mestiere più volte, ma senza trovar mai basto che gli entrasse; e dicendosela assai meglio colle mezzine che collo scalpello e col tornio, stavasi tutta la giornata indarno, mangiando il pane a tradimento. Accoppiando così l'abborrimento al lavoro colla insofferenza della povertà e colla leccornia più triviale, avrebbe rinnovato il misfatto di Giuda per buscar denaro e golerie col minor lavoro. La sua gioventù fu infamata di sozze e vili cattività fra' suoi valligiani, i quali solevano dire che esso contraffaceva a tutti i comandamenti del decalogo, eccetto quello del non lavorar la festa. Sperando che questa dovesse rimettergli il senno, gli diedero moglie; ma un bel giorno e' la piantò con un figiuolo in braccio e un altro nel ventre, a buscarsi il tozzo come potesse, od a basir di fame; egli calossi alla pianura, e mescolatosi ai Giorgi, si buttò alla strada. Neppur tanto coraggioso per riuscir bene nella scelleraggine, poco andò che il capitano Lucio se l'ebbe nelle branche.

Ma questa, soleva egli dire, fu la sua fortuna. Perocchè, facendosi rapportatore degli antichi suoi camerata e dei malandrini che gli erano dati compagni nella prigione, acquistò tanta grazia presso il capitano di giustizia, che tolto di là, mercè due sode braccia, un muso duro e un cuore più duro ancora, fu destinato prima per aguzzino, poi per carceriere nella torretta di porta Romana. Superbo coi sofferenti perchè vile coi superiori, sapeva che col ceffo e coi modi avrebbe sgomentato quelli, mentre a questi per nessuna cosa del mondo avrebbe osato dire un no.

Nei primi giorni che la Margherita si trovò nella costui balìa, per procurarsi quelle prime necessità che il suo stato portava, ella dovette cedergli a poco a poco ogni superfluo che le fosse rimasto addosso; nè esso le concedette requie finchè non la ebbe ridotta al più positivo e indispensabile vestire. Colla sommessione dell'agnello che lambisce la mano di colui che lo scanna, essa gli parlava: ma quello, burbero sempre, sardonico, stizzoso, rispondeva, la proverbiava, sghignazzava. Essa gli ragionò di compassione, nè tampoco il nome ei ne conosceva. Essa gli ragionò di Dio: ei sapeva che vi era, gli recitava per abitudine le devozioni, da sua madre insegnategli, ma non andava più in là, e nemmanco figuratasi che questa credenza dovesse modificare le sue azioni, e tanto meno fargli tradire l'obbligo del suo mestiere, che credeva quello di essere spietato.

Per quanto deva patirne lastorica dignità, non voglio tacere questa circostanza minutissima. Una volta (fu sui primi di maggio) Lasagnone entrò nel carcere di lei con una bella rosa fra l'orecchio e le tempia. Un fiore, quel fresco colorito, quella rugiadosa fragranza, dovettero suscitare mille care idee nella Margherita, che mossa da innocente desiderio, con affettuosa commozione additando la rosa, disse al carceriere:—Donatela a me.

—Ah sì? La vi piace, eh? rispose il villanzone; pigliò fra le dita la rosa, la annusò sgarbatamente, mostrò porgerla alla meschina; poi ritirandola di scatto e sfogliatala, la gettò per la finestra, e sghignazzando come di un lepido fatto, se ne andò.

Che caso da' nulla, non è vero? finalmente non si trattava di pane, non d'altra necessità; eppure, che volete? alla Margherita fece tanto colpo, e tanto se ne ricordò, che quando una volta potè sfogarsi con un confidente, gli ripetè questo a preferenza di cento altri torti.

—Lesto, lesto, Lasagnone, che ti chiama il sor padrone intonò Grillincervello, sporgendo la testa rasa da un finestruolo al lungo corridojo delle prigioni, e ritraendolo presto e fuggendo come fa un lupo dal luogo dove altre volte restò preso alla tagliuola.

—Me? domandò Macaruffo tra meravigliato e pauroso: ma non ricevendo risposta, fretta fretta gettò via un suo abituale saltambarco sdruscito e bisunto, infilò un cappotto marrone alquanto migliore, si tirò sulle orecchie un berretto rosso, diede una girata a tutte le prigioni se fossero ben assicurati i chiavacci: e messosi in cintura a sinistra un grosso coltellaccio, a destra il mazzo delle chiavi, uscì frettoloso. Passò davanti a San Nazaro, lasciò a destra il lago artificiale presso al luogo ove sorge l'Ospedale, e di cui serbano memoria le vie di Pantano e di Poslaghetto e venne a San Giovanni in Conca. Fin qui stendevasi il palazzo, o piuttosto l'aggregato dei palazzi dei Visconti; e Luchino stava continuandone la fabbrica con quattro grandi torri ai canti, e dentro ogni migliore comodità. Nel tornare quivi era scavalcato il principe: dato un'occhiata alle costruzioni, censurato, lodato, ordinato siccome dee fare un padrone; quindi per un corridojo coperto, largo dieci e più braccia, e che accavalciava i tetti, era venuto fino alla Corte, ed entrato nelle splendide sale.

Poco tardò a sopraggiungere Macaruffo, e lasciandosi dietro quelli che non avevano se non da esporre al principe i loro bisogni o domandargli la giustizia, fu introdotto da Grillincervello, il quale, con un fare tra goffo e maligno, scotendo i sonagliuzzi, imitava il rovistio delle chiavi, che tintinnivano ad ogni passo del montanaro. E poichè questi, col berretto in mano, rannicchiato presso allo stipite della porta, faceva grandi inchini, grande strisciar di piedi, il buffone forbottandolo gli diceva:—Bada, frusto villano, che non mi stracci il tappeto: vien di Damasco, e me lo pagheresti con altrettanto della tua pelle».

Luchino, senza guardare in viso al carceriere, domandò:—Che fa la signora Margherita Pusterla?

—Oh!… magnifico…. serenissimo…. Oh signor principe! la sta da papa rispondeva l'altro.—Nessuno che le torca un capello. Non trae mai fiato di lamento. E poi le domandi, e sentirà.

—Ma di me che dice?» richiese il Visconti.

—Dice… cioè… oh serenissimo… oh magnifico…» e seguitava questa litania, non tanto per adulazione, quanto perchè non sapeva che cosa rispondere; onde corrugava la fronte, e fissava due occhi stupidamente indagatori in faccia al padrone, come per leggervi se dovea rispondere che lo bestemmiasse, ovvero che lo benedicesse. Ma leggere sul freddo e impassibile viso di Luchino, era impresa difficile anche ad occhi molto più aguzzi de' costui; laonde imbarazzato egli cagliava. Se non che lo trasse di pena Grillincervello dicendo:—Su, parla: che? hai tu veduto il lupo? Scommetto la mia marotta d'argento che essa ne ragiona col miele sulle labbra: n'è vero?

—Appunto (parlava il carceriere): non sa finire di lodare la sua beneficenza che le ha dato sì vistoso alloggio.

—E sicuro dai ladri», interrompeva il buffone.

—E che la fa trattare come neanche a casa sua».

Qui il bergamasco taceva, seguitando a confermare l'asserito cogli atti del viso e con premer la mano sul petto, e Grillincervello saltava su:—Non lo sapeva io? Padrone, tu puoi quando che sia licenziare il tuo Andalon del Nero, e nominare me per astrologo serenissimo. Egli pronostica dalle stelle, io dal mio can barbone, che più gliene appoggio di sode, e più mi corre a leccar la mano».

Luchino fece un moto delle labbra che somigliava a un sorriso; poi voltosi al carceriere,—Da qui innanzi però trattala meglio, ed ogni mezzodì vieni a levare alla nostra cucina un piatto da recarle».

Poi, al tempo stesso che, alzando la mano, gli accennava d'andarsene, soggiunse:—E le dirai che il principe si ricorda di lei».

—Carità pelosa» mormorò il buffone. Il carceriere spalancava tanto d'occhi, corrugava la fronte, rotondava la bocca dalla meraviglia, e pensava fra sè:—Trattar bene un prigioniero! Ch'e' voglia morire?» Poi, moltiplicando le riverenze profonde fino a terra, dava indietro per uscir a modo dei gamberi, allorchè Grillincervello, dopo una sonora risata, ghermitolo per un braccio, e col dito dell'altra mano accennandolo a Luchino, disse:—Lasagnone meriterebbe il suo nome in superlativo se di quel piatto non ungesse la sua golaccia, ed a voi non desse ad intendere che madonna ne viene grassa, e che ve ne sa gran mercè.

—Potrebbe fargli (ripigliò con fiera ilarità il Visconti), potrebbe fargli il pro che ha fatto jeri la lepre a quell'altro».

Bisogna sapere che il giorno innanzi era stato côlto uno sciagurato, il quale aveva avuto l'imperdonabile ardimento di uccidere un lepratto: ed il principe freddamente aveva sentenziato che il delinquente mangiasse quella bestia così cruda, con ossa e pelle e tutto, come dovette fare, e in conseguenza crepare.

Grillincervello intese l'allusione, ed esclamando:—Dio salvi i cani da tali bocconi!» accompagnò con un calcio Macaruffo, il quale tra i denti augurava che il desinare diventasse tanto tossico al linguacciuto beffardo, perchè gli avesse sturbato il disegno che aveva già fatto sopra la vivanda della cucina principesca.


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