CAPITOLO V.

Per allora grandi feste, grandi falò si fecero in Milano, e Azone con pomposo corteggio recatosi a Parabiago, vestì cavalieri quelli che più si fossero nella battaglia segnalati. Un araldo d'arme chiamava un dopo uno i prodi, coi nomi e i titoli della famiglia e dei genitori: e non trovandosi macchie, gli diceva:—Vieni, e t'accosta a ricevere il cingolo militare, di cui la patria e gli altri cavalieri ti credono meritevole». In questa guisa furono da esso araldo nominati ed esaminati Ambrogio Cotica, Protaso Caimi, Giovanni Scaccabarozzo milanesi, Lucio Vestarini lodigiano, Inviziato di Alessandria, Lanzarotto Anguissola e Dondazio Malvicino della Fontana piacentini, Rainaldo degli Alessandri mantovano, Giovannolo da Monza, Sfolcada Melik tedesco: i quali un dietro all'altro si presentavano ad Azone, che ricevendone il ligio omaggio, dava ad essi una leggiera gotata, presentava la spada, e ne circondava i lombi colla cintura cavalieresca; mentre due altri cavalieri allacciavano ai loro talloni gli sproni d'oro. Fu poi chiamato Giovanni del Fiesco genovese, fratello della signora Isabella moglie di Luchino, ma gli onori non poterono esser renduti che al suo cadavere, là recato sopra ricca bara, accinto di tutte le armi come quando, ai fianchi del cognato combattendo, era rimasto ucciso.

Ultimo si proclamò il nome di Alpinolo, ma quando fu chiesto chi fosse il padre suo e quale la schiatta, nessuno potè renderne conto; egli stesso ammutolì confuso, come al rimembrare d'una vergogna; e non potendo provare di non uscire di stirpe non infamata, non venne ammesso all'onore dei prodi. Se la cosa il pungesse nell'anima, consideratelo. Solo la tirannia più sozza e sconsigliata parevagli che potesse badare alla razza, anzichè alla personale virtù: paragonava sè a questo, a quello, singolarmente al Melik, tedesco prezzolato, e da quell'ora si fece più astioso contro i Visconti, più sempre smaniato di conoscer suo padre; e somigliante a certe vergini involontarie dopo una serie di desiderj delusi, era divenuto irritabile, stizzito colla società, a dir suo, così mal regolata: e sempre più entusiasta per coloro che vi formavano eccezione, sempre più bisognoso di nuovi sogni, di pericoli, di prove rinascenti.

I Milanesi davanti a quasi tutte le case nobili costumavano un porticale, dove poter accogliersi ad asolare, a discorrerla cogli amici, a carattarsi l'un l'altro, così portando la vita pubblica e comune d'allora, come il rinchiudersi e isolarsi è portato in altri tempi dal non vivere ciascuno che per sè, dal non far più che sè stesso centro e periferia di ogni azione. Di sessanta che erano questi luoghi di ritrovo, che chiamavanoCoperti, ora appena sussiste quello dei Figini, fabbricato poco dopo in piazza del Duomo[8].

Appunto sotto uno di questi Alpinolo, in sul mangiare, barattava parole, col fuoco che egli in ogni cosa poneva, allorchè se gli avvicinò un tal Menclozzo Basabelletta, umore satirico, beffardo, e caldo popolano, come quei tanti in cui lo sprezzo tiene luogo di libertà. Non so se per amore di bene, o per dispettosa invidia, o per piaggiare la plebe, che anch'essa ha i suoi adulatori, si faceva indagatore maligno, e sarcastico detrattore dei nobili, dei ricchi, dei magistrati.

Salutato egli il giovane, e battendogli sulla spalla,—Oh! (gli disse) quella cima di tutte le donne, quella coppa d'oro di cui non rifini di contar miracoli, scusa assai bene la lontananza del marito col ricevere il magnifico signor Luchino. L'ho visto io più volte uscire verso la villa di lei».

Chi avesse veduto Alpinolo inalberarsi nell'udire trassinato fra un pieno circolo quel nome a lui sacrosanto, l'avrebbe assomigliato a un basilisco che s'avventa a chi gli trasse la pietra. Rosso come i bargigli d'un tacchino, divampante negli occhi.—Menti per la gola, sparlatore villano!» urlò con irte le chiome; e cacciando a mano la sciabola, saltò senz'altro alla vita del petulante. I circostanti accorsi aiutarono questo a sottrarsi; poi con parole, e più a forza di braccia ritenendo Alpinolo, poterono alfine quietarlo. Pure, giurando a gran voce vendetta, ripetendolo bugiardo, stringendo le dita in pugno, pestando de' piedi, digrignando i denti, corse in furia a casa i Pusterla, e senza proferire parola, che tra quell'ira non avrebbe potuto articolarne alcuna, si difilò alle scuderie, e gettata la briglia al primo cavallo che gli venne sotto la mano, vi saltò su di netto e via a spron battuto.

—Salva! salva!» esclamavano le madri nel vederlo venire di carriera, e si affaccendavano a levare di mezzo alla strada i bambini trescanti. Egli via, prestamente ebbe guadagnata la porta Comasina, situata poco oltre il ponte Vetere: e uscitone per la strada allora angusta e bistorta, percoteva in fuga il corridore, quando, non essendo molto lontano da Boisio, conobbe di lontano la compagnia di Luchino, che tornava di Mombello.

Augurossi di non avere occhi, tanto gli trafiggeva il cuore quel trovar vero ciò ch'egli aveva al Menclozzo con tanta sicurezza disdetto. Più che mai fuori di sè, figgendo gli sproni nella pancia al cavallo, il precipitò di foga traverso ai frumenti spigati, evitando la brigata abborrita. Allora fu che lo notò Grillincervello, ma non potè intendere le imprecazioni, che non solo col pensiero, ma colla voce, ossia con un rantolo, con un gorgolìo inarticolato, slanciava contro di loro Alpinolo.

Siffatto, per viette non usate egli giunse a Mombello: in mezzo al cortile balzò dal cavallo, e senza por mente a questo, così come era polveroso e affiatato si presentò alla Margherita. Era la prima volta ch'e' si permettesse con lei simile eccesso di famigliarità: ma era anche la prima volta che per lei concepisse altro sentimento che di venerazione. Non appena però si vide incontro il soave e sicuro aspetto di quella bellissima, ancora un non so che turbato dalla visita ricevuta, a guisa d'un bel cielo sul cui zaffiro la passata bufera lasciò tuttavia qualche nuvoletta, ogni sdegno fu quieto in Alpinolo, ogni sospetto dileguato: e come era stato subito a supporre il male, altrettanto subito rimproverava sè stesso acerbamente d'aver potuto un istante dubitare di quell'angelo. Chinò dunque gli occhi, quasi indegno si credesse di fissarla; ma pure non potè lasciare di dirle:—Anche qua Luchino?»

La Margherita, colla dignità della virtù a cui non giungono gl'insulti direttile, alzò il capo, e in tono di dolce rimprovero esclamò:—Alpinolo! questa parola avrebbe potuto venire da tutt'altri: ma da voi non l'avrei mai temuta».

Ruppe in singhiozzi Alpinolo, e le si gettò ai piedi chiedendole perdono: narrò il sospetto, intese la spiegazione: e il conchiuso dei loro discorsi fu ch'egli subitamente istruisse d'ogni cosa frà Buonvicino. Non era scorso il domani, che Buonvicino era venuto alla Margherita, e persuasala a pigliare i passi innanzi, e ridarsi senza indugi alla città, come ella fece, tenendovisi ignorata nel chiuso palazzo finchè ritornasse il marito.

Luchino pochi giorni tardò a rivenire all'assalto, pieno di una contumace fidanza. Accostandosi a Mombello, trova un silenzio perfetto: le finestre chiuse: nessuna bandiera sulle torrette. Luchino comincia a sbuffare dal dispetto, Grillincervello dalle risa: questo lancia il suo somaro, e poco poi torna indietro riferendo:—L'uscio è imprunato, domine, c'è la faccia di legno.» Sviano dunque, e venuti alla corte rustica domandano al gastaldo che n'è della signora del luogo.

—È partita.

—Quando?

—Jer da sera, eccellentissimo.

—Per dove?

—I fatti dei padroni io non li cerco, io.

—Ma non aveva ella disposto per rimaner qua dei giorni molti?

—Anzi dei mesi, eccellentissimo.

—Onde dunque l'improvvisa risoluzione?

—I fatti dei padroni io non li cerco, io. Mio dovere è obbedire, eccellentissimo».

Troppo rincresceva a Luchino che altri dovesse accorgersi d'un torto fattogli, d'un mancatogli riguardo; sicchè mostrò di pigliare la cosa in riso; e prese a celiarne egli stesso, a lasciar quasi intendere che ciò fosse un accordo, un'intelligenza. Ma questa necessità del fingere ne aizzava tanto più lo sdegno, e pieno di maltalento, giurava pigliar vendetta di quello che chiamava oltraggio. Legna al fuoco aggiungevano quinci i lazzi del bigherajo che non si rassegnava a comparire ingannato, quindi il vile cortigiano Ramengo, che, per sue ragioni malvolto verso la Pusterla, sapeva con arte fina esacerbare contro di lei il principe, sperando addensare un turbine sul capo della innocente.

Nè la speranza scellerata gli fallì. Da quel punto l'amore, dirò meglio, il voluttuoso capriccio di Luchino, attraversato, si converse in fiera collera: e con profonda atrocità si propose, così in generale, di perdere quella infelice. Occasioni di nuocere a un nemico non vengono scarse al potente, e pur troppo gliene offrono talora le stesse vittime designate, talora gli amici di quelle. Fu il caso.

Alpinolo, coll'impeto sconsigliato a lui naturale non si limitò ad adempiere la commissione di Margherita: la quale anzi gli aveva ingiunto di risparmiare a suo marito la cognizione d'un oltraggio, per resistere al quale ella sentiva abbastanza forte sè stessa, non abbastanza forte lo sposo per accoglierlo come uom deve, o per legittimamente punirlo. Ma se a lei la prudenza insegnava a rivelare il men che si può de' guai irremediabili, Alpinolo era invece persuaso che il mostrare le piaghe equivalga a rimediarvi. Non appena dunque ebbe inviato frà Buonvicino alla signora, senza farne motto ad alcuno tornò fuori di città, e tirò per la più breve a Verona.

Senza dar riposo mai al suo corpo, senza distinguere il fitto meriggio dalla notte più fonda, stancando la cavalcatura, non l'indomito suo corpo, scorreva paesi e paesi, ma ancora più a furia trasvolava il pensiero, in un delirio di fantasie, vie più incitato dalle memorie dei luoghi per cui traversava.

In Crescenzago era morto Matteo Visconti:—Anch'essi questi grandi, questi prepotenti finiscono come l'ultimo della plebe. Oh se anche adesso il papa volesse parlar alto, e quando uno si fa tiranno, negargli le consolazioni della religione, la comunione coi fratelli!» A Gorgonzola il re Enzo era caduto prigione dei prodi Lombardi:—Ora vanno essi a prigione dei principi». Al ponte di Cassano i Milanesi avevano respinto Federico Barbarossa; una lega benedetta dalla croce, v'avea fiaccato l'orgoglio di Ezelino…; Treviglio stava libero ancora;—Possa conservarsi!»

Così al forte di Caravaggio, così a quelli di Mozzanica e d'Antignate erano accoppiate ricordanze, vive perchè recenti, perchè ripetute dai padri ai figliuoli.

Scorrendo il territorio bergamasco, Alpinolo si ricordava di quando v'accorreano d'ogni parte gl'inviati della città, per giurare a Pontida la reciproca difesa. Brescia gli tornava a mente i figliuoli, attaccati dal Barbarossa innanzi alle macchine murali, e nullostante percossi dai genitori, affinchè la pietà paterna non guastasse la patria libertà. Il lago di Garda, le rôcche di Lonato, del Sirmione, di Peschiera, di Castelnuovo per cui passò, le tante altre onde vedeva irte le alture, gl'inspiravano un fiero coraggio, un orgoglioso dispetto, paragonando il passato col presente; vedendo tutto oro in quello, in questo tutto fango e sozzura.

Alle mura dei borghi e delle città, ai palazzi del Comune, ai tempj, ai canali che crearono la fertilità d'intere provincie, egli domandava:—Chi vi ha compiti?» e tutti pareangli rendere una sola risposta:—La libertà. Ma ora (soggiungeva nella infervorata fantasia) perchè non altrettanto? perchè le braccia non basterebbero ad abbattere questi tirannetti che minacciano tremando? e render alla patria le franchigie e il primitivo splendore?…. Perchè siamo divisi».

Al mezzo del seguente giorno pervenne a Verona, dove, per usar una frase diplomatica, regnava l'ordine sotto la tirannia dei signori della Scala. Capo della fazione guelfa in Italia era di quei tempi Roberto re di Napoli, della ghibellina gli Scaligeri e i Visconti. I Guelfi (e chi nol sa?) teneano col papa, i Ghibellini coll'imperatore, secondo credevano che l'un o l'altro potesse meglio giovare alla patria ed alla libertà. Ma poi e papa e imperatore erano stati messi da banda: il primo risedendo in Avignone, allontanava la speranza di proteggere l'Italia o forse d'unirla in un solo dominio: gli altri, senza nè forza, nè denari, nè opinione, solo si reggevano in quanto erano sostenuti dai diversi principotti; onde, conservando pure gli antichi titoli di fazione, e Guelfi e Ghibellini non miravano che a crescere in dominazione.

Estendere la loro su tutta Italia era l'intento sì dei reali di Napoli, sì dei signori di Milano e di Verona: ma appunto per ciò si contrastavano gli uni gli altri; di modo che la politica, la quale, nei due secoli precedenti, aveva operato a passioni ed entusiasmo, in questo era ridotto a calcolo e ponderazioni; e gl'Italiani avevano inventata quella bilancia di poteri, che divenne poi norma universale in Europa, e fu non poche volte sostituita al diritto e alla giustizia.

Lunghi e fieri contrasti avevano tolto il re Roberto dalla speranza di signoreggiare tutta Italia; ora a ciò avevano l'occhio Mastin della Scala, e Luchino Visconti. Era Mastino succeduto a Cane suo zio, quelgran lombardo, la cui cortesia fu ilprimo rifugio e il primo ostellodell'esule Allighieri: e nessuna delle virtù, ma tutti i talenti n'aveva ereditato e l'ambizione: comandava a nove città, state capitali d'altrettante repubblichette, e ne traeva in gabelle settecentomila fiorini d'oro; potè mandare a spedizioni lontane fin quattromila cavalli; e chiesto dai Fiorentini di vender Lucca per trecensessantamila zecchini, rispose non aver bisogno di quelle miserie.

Conveniente a tanta ricchezza era lo splendore di sua Corte, ove dava anche magnifico ricetto agli uomini illustri, costretti ad esulare dalla patria, assegnando a ciascuno agiati appartamenti, con dipinture allusive al loro stato e grado; e sino a ventitrè signori vi si trovarono raccolti una volta, i quali avevano tenuta, e per varie guise perduta la dominazione di qualche città.

Non è qui il luogo di descrivere le arti, per cui andava acquistando preponderanza sull'Italia, del cui dominio erasi lusingato a segno, che fece preparare un diadema tutto gioje per coronarsene re. Ma una lega degli altri principi, istigata dalla gelosia dei Visconti, gli ruppe il disegno; del che egli voleva il maggior male ai signori di Milano, e non cessava di scalzarne l'autorità. La mossa mal riuscita di Lodrisio fu tutta maneggio di Mastino: ma fallita quella, perduta anche Padova, conobbe che non era il caso di usare la forza aperta; e voltosi agli scaltrimenti, propose patti. Per conchiudere questi era stato da Luchino, siccome vedemmo, prescelto il Pusterla, sì per allontanarlo dalla moglie, sì ancora perchè, conoscendo come costui non gli fosse troppo affezionato, si persuadeva condurrebbe la cosa tanto tiepidamente, da non istringer un nodo al quale nè egli era inclinato da vero, nè vi credeva inclinato lo Scaligero, di cui anzi sempre nuove macchinazioni gli venivano all'orecchio.

Che se Mastino cercava pace, v'era stato indotto anche dalla scomunica lanciatagli dal papa, perchè, il 27 agosto 1338, esso e Alboino fratel suo aveano per le vie di Verona, scannato il vescovo Bartolomeo della Scala, per astio privato, dando poi voce ch'egli tenesse intelligenza coi Veneziani e i Fiorentini per consegnare in man loro Verona, ed ammazzare i due signori. Della scomunica ei si risero da principio; ma quando videro le loro cose andar a fascio, pensarono davvero a torsela di dosso col sottoporsi a pubblica penitenza.

Grave penitenza, giacchè richiedeva che, per quaranta giorni, portassero dì e notte il cilizio, andassero scalzi e col cappuccio sugli occhi; giacessero sul pavimento; non lavarsi, non radersi, non tagliare l'unghie, non conversare, non accostarsi alla moglie, sedere per terra; sul desco ignudo non mangiare, nè carni, nè uva, nè cacio, nè pesci; puro pane e acqua tre giorni la settimana; levarsi al tocco del mattutino, assistere agli uffici fuor di chiesa, oltre recitare certe orazioni. Però non appena essi impetrarono perdono, la penitenza fu mitigata; e il dì che Alpinolo vi giunse fu appunto quello in cui essi Scaligeri facevano l'ammenda imposta. In camicia, a capo nudo, esso l'incontrò fuori la porta di Verona, donde fino alla cattedrale andarono con in mano un doppiere acceso, di sei libbre, e facendone portare innanzi a sè altri cento somiglianti. Venuti poi alla chiesa (era domenica e tempo di messa solenne) offersero quei ceri, chiesero perdono ai canonici, e furono ribenedetti. In aggiunta dovevano, entro sei mesi, offrir a quella chiesa un'immagine di nostra Donna d'argento e dieci lampade, con una rendita bastante a tenerle accese: e istituirvi sei cappellanie con venti fiorini d'entrata ciascuna. L'anniversario dell'uccisione del prelato, ciascuno dei due peccatori dovea nodrire e vestire ventiquattro poveri: digiunare tutti i venerdì: se mai si facesse il passaggio in Terrasanta, mandarvi venti cavalieri, mantenuti per un anno. Il papa di rimpatto, oltre assolverli, li nominava vicarj, essendo vacante l'impero, contro un annuo tributo di cinquemila fiorini.

Acconciatosi anche col pontefice, tanto meno si sentiva Mastino la voglia di accettare i gravi patti proposti dal Visconte. Era dunque mancato il principale oggetto dell'ambasceria del Pusterla, sebbene riuscisse in una commissione segretamente affidatagli da Luchino; ed era di ottenere che lo Scaligero non lasciasse più uscire dai suoi Stati Matteo Visconte, fratello di Barnabò e di Galeazzo, inviato anch'esso in aspetto di ambasciatore, ma in fatto perchè a Milano egli dava ombra allo zio.

Fino a servire alle segrete intenzioni ed ai sottofini di Luchino erasi lasciato indurre il Pusterla dall'ambizione, dal piacere di piacer al padrone. Ora pensate qual dovesse egli rimanere allorquando Alpinolo, colle vive tinte somministrategli da un'esagerata immaginazione, a sbalzi, a scosse gli espose gli osceni tentativi di Luchino. Nessun maggiore dispetto che sperimentare ingrato colui, per cui vantaggio siasi commesso un'ingiustizia, un peccato. Lo provava Franciscolo, il quale esacerbato contro Luchino quanto dianzi trovavasi a lui ben vôlto, scoprendo essere un nuovo oltraggio quello ch'esso aveva accettato per una riparazione degli oltraggi antichi, risolse senza più di abbandonare il suo posto e tornare alla città, pieno di truci pensieri, e della speranza non solo di ovviare lo scorno, ma di potersene vendicare.

—Buon Gesù, che foste anche voi pargoletto, e sin d'allora cominciaste a soffrire, e crescevate in età e sapienza, soggetto ai vostri genitori, ed acquistando grazia presso Dio e presso gli uomini, deh vogliate custodire la mia fanciullezza, fare che io non contamini l'innocenza; e che le opere mie, conformi al voler vostro, promettano bene di me ai parenti ed ai cittadini miei.

—Buon Gesù, che tanto bene voleste ai vostri genitori, vi sieno raccomandati i miei; benediteli, date loro pazienza nei travagli, forza nell'obbedienza, e la consolazione di veder crescere me quale essi desiderano nel timor vostro.

—Buon Gesù, che amaste la patria sebbene ingrata, e piangeste prevedendo i mali che le sovrastavano, guardate pietoso alla mia; sollevatene i mali; convertite coloro che colle frodi o colla forza la contristano; alimentatele la fiducia del bene, e fate che io possa divenire un giorno cittadino probo, onorevole, operoso».

Così faceva ripetere la Margherita al suo Venturino, che le stava inginocchiato davanti, tenendogli le manine giunte fra le sue mani. Una madre che insegna pregare al suo figlioletto, è l'imagine più sublime insieme ed affettuosa che possa figurarsi. Allora la donna, elevata sopra le cose terrene, somiglia agli angeli che, compagni della vita, suggeriscono il bene e ritraggono dal peccato. Al bambino poi, coll'idea della madre, si stampa in cuore la preghiera ch'essa gl'insegnò, l'invocazione al Padre che è nei cieli.

Giovinetto, allorchè le lusinghe del mondo vogliono avvoltolarlo nelle voluttà, esso trova il coraggio di resistere, invocando quel Padre che è nei cieli.

Va tra gli uomini; scontra, la frode sotto al velo della lealtà, illusa la virtù, beffeggiata la generosità, caldi nemici e tepidi amici; freme e maledirebbe l'umana razza, ma si ricorda di quel Padre che è nei cieli.

Se, mai il mondo lo vince, se l'egoismo, la viltà germogliano nell'animo suo, vive però in fondo al suo cuore una voce amorevolmente austera, come quella della madre allorchè gl'insegnava la preghiera a quel Padre che è nei cieli.

Così traversa la vita, poi sul letto dell'agonia, deserto dagli uomini, non accompagnato che dalle opere sue, volge ancora il pensiero ai giovanili suoi giorni, a sua madre, e muore con una fiducia serena in quel Padre che è nei cieli.

E questa preghiera faceva ripetere la Margherita al devoto pargoletto: indi, spogliatolo ella stessa colle pietose cure che alle madri vere non sono un peso ma la soavissima delle dolcezze, lo coricava, il baciava, e coll'effusione della materna compiacenza, gli esclamava sopra,—Tu sarai buono!»

Non appena giù. Venturino aveva chiuse le pupille a quel caro sonno della fanciullezza, che in braccio agli angeli si addormenta senza un pensiero, senza un pensiero si desta…. Beati giorni! i più belli nella vita:—e non sono avvertiti.

Margherita contemplava l'accelerato anelito del bambino: il vivido incarnato, che il sonno gli diffondeva sulle guance, la invitò a baciarlo, e le brillava in volto quell'ineffabile contentezza, che non sa se non chi rimase assorto nell'osservare chiusi due occhi, che devono sorridergli amorevoli allo svegliarsi.

Staccatasi da lui, la Margherita si fece nella sala dove stavano quella sera accolti gli amici più fidati della casa, venuti a salutare il tornato Francesco. La gioja del rivederlo avea nella donna compensato i dispiaceri cagionatile, dalla sua lontananza; e fatta come era per sentire le dolcezze domestiche, le pareva che, al rivedersi dopo qualche tempo di assenza, dopo un pericolo, nulla dovesse piacer meglio al marito che starsene quieto colla moglie, col figlioletto, tre vite in una. Ma altri pensieri bollivano nell'anima di lui, e tutto il dì non sapeva che ragionar di vendette, e macchinarne.

A Verona non aveva dissimulato a Mastino l'oltraggio nuovo e l'antico rancore: del che profittando pei fini suoi, lo Scaligero il rinfocò, e gli promise che, qualunque risoluzione prendesse, non gli verrebbe egli meno di assistenza e protezione. A Matteo Visconti, per quel che mostrarono poi i dissolutissimi suoi portamenti, non dovevano fare schifo le scostumatezze dello zio: ma volenteroso di sommovere lo stagno per pescarvi, egli aggiunse nuovo ardore alla stizza del Pusterla, e gli diede lettere per Galeazzo e Barnabò suoi fratelli, dove gli esortava a ricordare chi erano, e profittare dell'occasione per finirla una volta di rimanere schiavi, com'egli si esprimeva, ad un prete e ad un manigoldo.

Tornato il Pusterla a Milano nascostamente, nè la bandiera sulla torre annunziò la venuta sua, nè la solita scolta d'uomini d'arme vegliava alla porta. Ma poichè tutto il giorno ebbe tempestato là entro, senza che la donna sua valesse a mitigarlo, abituato alla vita clamorosa, ai circoli, alla discussione, bisognoso di sempre nuove e forti emozioni, neppur quella prima sera egli seppe rimanersi tranquillo in famiglia: ma d'ordine suo, Alpinolo aveva recato l'avviso di sua venuta agli amici coi quali più si confidava, e questi la sera, un dietro l'altro, per una portella segreta verso la via segreta dei Piatti entravano a ritrovarlo e consolarlo.

L'esteriore del palazzo era muto, oscuro, talchè si sarebbe detto disabitato. Ma non appena Franzino Malcolzato, tristo arnese e fido portiere, aveva fatto passare gli amici dalla corte rustica in una seconda, venivano accolti da valletti eleganti in vesti aggheronate a giallo e nero, i quali, reggendo torcetti di cera, gl'introducevano ad una vasta sala terrena isolata nel mezzo dell'edifizio, e attorniata dal giardino. Arazzerie storiate coprivano le pareti; qui e qua scansie, con suvvi vasi e piatti di majolica a rilievo di frutte colorate, e due ampj finestroni, aperti a ciascun lato e incortinati di zendali a partite di vaghissimi colori, davano accesso all'aria della sera, temperando graziosamente la caldura del giugno. Quivi entro, chi attorno a Franciscolo, chi seduti sui capaci scanni di velluto, chi presso ad una tavola, su cui avevano gettato alla rinfusa guanti, mantelli, spade, berretti, discorrevano, narravano, chiedevano, udivano. Si discernevano dagli altri il bollente Zurione, fratello del Pusterla, il moderato Maffino da Besozzo, Calzino Torniello da Novara, Borolo da Castelletto ed altri arrabbiati ghibellini, cui ora veniva lezzo d'un principe che, per opera loro stabilito, non mostrava di averli in quel conto che s'erano ripromesso.

Ultimi arrivarono i fratelli Pinalla e Martino Aliprandi, d'origine monzesi; il primo gran mastro di guerra, l'altro rinomato giurisperito. Avevano acquistato la grazia del signor Azone coll'aprirgli, nel 1329, Monza, che poi Martino, essendone podestà, cinse di mura; Pinalla la difese contro l'imperatore Lodovico il Bavaro, indi a capo dell'esercito visconteo, campò Bergamo dal re di Boemia; per le quali prodezze, la pasqua del 1338, era stato in Sant'Ambrogio, armato cavaliere insieme col nostro Pusterla. In tal occasione fu a spese di questo aperta una corte bandita, e giuochi d'arme e solennità così sontuose, che a memoria d'uomo le maggiori non s'erano vedute. Ma da quell'auge era Pinalla scaduto allorchè, nell'invasione di Lodrisio, posto a difendere l'Adda a Rivolta, si vide dalle sue truppe vilmente abbandonato, e costretto a fuggire. Una nuova guerra, in cui vendicarsi della noncuranza di Luchino, od almeno con audaci imprese e ben riuscite, cancellare quell'onta, era il suo più vivo anelito.

Tra gente così fatta e in una simile occasione (ben ve lo potete figurare) tutt'altro che pacati avevano ad essere i ragionamenti, dove l'idea degli oltraggi che ciascuno aveva ricevuti in privato, dava risalto ai pubblici guaj. Uscivano dunque in propositi esagerati e violenti contro i dominatori del loro paese, tanto più franchi, quanto più sapevano fedele il circolo tra cui versavano.—Oh sì!» esclamava Franciscolo, allora appunto che la Margherita, coricato il suo bambino, entrava nella sala.—Cotesti vecchi ci van ricantando i mali del tempo della nostra libertà; ogni tratto battagliamenti; un continuo doversi esercitare alle armi tutti, sino i fanciulli: poi ad un tratto suona lamartinella; traggono fuori il carroccio, e ognuno, voglia o non voglia, dee vestirsi di ferro, lasciare gli agi di sua casa, i guadagni del mestiere, correre negli aspri perigli della zuffa, o negli oscuri dell'agguato; poi ogni altro giorno rivolte cittadinesche, esigli, diroccamenti, uccisioni… Oh se avessimo un capo che con mano vigorosa ci frenasse!—Così la discorrevano cotesti timidi, a cui natura negò sangue generoso o l'età lo intepidì».

E Zurione interrompendolo:—Codesto è amor di patria! Or mangino di quello che si son preparato. La libertà finì, non finirono le guerre: morti, esigli abbondano, e non più pel bene della patria, ma per sodare costoro nel dominio, per ribadirci da noi le proprie catene. Allora le guerre le volevamo noi stessi, noi stessi le decretavamo: era il bollore di un momento, poi si racquetava, e i frutti maturavano a favor di tutti o dei più. Ora egli solo le comanda a suo talento, per particolari interessi, e noi bisogna farle: nostra la fatica e sua la gloria».

—Dite bene» esclamava Alpinolo: «Sua la gloria. A chi toccò il merito della vittoria di Parabiago? chi ne menò trionfo? chi ne profittò? Han detto: Luchino è valoroso, dunque esaltiamolo signore.—Sì, ma se non fossimo stati noi…

—Oh perchè (ripigliava Zurione) perchè lo ricoverasti tu dalla forca a Parabiago?

—Sarebbe stato certo il migliore a lasciarvelo (entrava a dire il dottore Aliprando): che non si vedrebbero oggi i privilegi dei nobili calpestati, non messi a fascio i Ghibellini coi più marci Guelfi: non aggravati di tributo i gran signori come gl'infimi della plebe, non trascurato chi fu…

—E noi si tace!» saltava su Alpinolo con occhi divampanti, e battendo la palma sulla tavola. «Perchè non possiamo vendicarci? Che? non v'ha più spade? non hanno più nervi le braccia lombarde? Basta voler essere liberi e saremo».

Ed alzava uno sguardo alla Margherita, quasi per cercarle in viso l'approvazione. Margherita era stata dalla prima fanciullezza abituata a udire in sua casa discutere delle pubbliche cose; onde erasi formato un modo proprio di vederle, di apprezzarle; e, rispetto a quei tempi di tanto vivere a comune, il suo favellare di politica non riusciva punto ridicolo, com'è in altre stagioni l'udire una donna decidere su quistioni, davanti a cui stanno dubbj gli uomini più saputi: decidere secondo le impressioni del momento, secondo le massime di chi più le avvicina. L'educazione datale dal padre suo le insegnava a discernere la ragione dalle esagerazioni di quegli infuriati, i torti veri dai pregiudizj della passione. Non potendo però nè calmare l'impeto di loro, nè insinuare i ragionamenti suoi, tenevasi in disparte, e attaccò discorso col dottore Aliprando.

Questo, come uom di lettere che egli era, andava fastoso d'avere ottenuto pel primo in Milano iRimedj dell'una e dell'altra fortuna, dati fuori allor allora dal Petrarca, e si era fatto premura di recarli quella sera alla Margherita, sapendola amante delle belle novità. Essa interrogando, come si fa, il parere di lui, sfogliava il libriccino, fissando così di corsa gli occhi su questa o su quella carta; allorchè colla bella mano chiedendo un tratto silenzio, in voce soave, al cui suono tutti si tacquero attenti, come se nel baccano d'una taverna si ascolti all'improvviso una dolce melodia di flauto, così favellò:—Udite come ben discorre il libro che qui il dottore mi favorì.Li cittadini guardarono come ruina di nessuno quella ch'era ruina di tutti; onde conviene con pietà e paura cercare di placar gli animi; se non fai profitto presso gli uomini, pregar Dio pel ravvedimento dei cittadini.[9]

Intese l'indiretta risposta Alpinolo, e—Se ai cittadini manca l'impeto di una concorde volontà, un solo uomo che può fare? che non può il coltello d'un risoluto?…»

Allora l'Aliprando recatosi in mano il libricciuolo, soggiungeva:—Madonna è come l'ape: non liba dai fiori che il miele. Pure l'ape anch'essa ha il suo pungiglione per chi la offende; e volete udire quel che il divino poeta parli altrove?Avete(così leggeva dal libro stesso)avete il signore, a quella guisa che la scabbia avete e la tosse. Idee contraddicenti buono e padrone. Chiamar buono un signore è dir una lusinghiera bugia e manifesta adulazione. Pessimo egli è, da che toglie a' suoi concittadini la libertà, che è il massimo dei beni quaggiù, e per empier lavoragine d'un solo insaziabile, rimira a occhi asciutti migliaja di soffrenti. Sia affabile, sia piacevole, sia largo in donare a pochi, le spoglie di molti: arti dei tiranni che il vulgo chiama signori e li prova manigoldi.

—Bene! Bravo! Ben pensato! ottimamente espresso!» scoppiava d'ogni parte fra i congregati. E il dottore contento di quell'applauso come se fosse dato a lui proprio, seguitava:

—Or attendete al più bello:Come laceri li tuoi fratelli, coi quali hai passato insieme la puerizia e l'adolescenza, coi quali usaste il medesimo cielo, i medesimi sagrifizj, i medesimi giochi, le medesime gioje, i medesimi pianti? Or con che faccia vivi laddove sai che la tua vita è odiata da tutti e la tua morte a tutti desiderosa?[10]. Che ne dite? Vi par egli ravvisar questo ritratto? non è scritto apposta per…

—Per Luchino: chi ne dubita? è tutto lui», ripigliavano a più insieme, e l'uno commentava, l'altro voleva vedere coi proprj occhi le parole sacrosante del grande Italiano, dell'Italiano veramente libero, com'essi chiamavano il Petrarca, senza far caso che egli allora stesse corteggiando i prelati ad Avignone, che lambisse Luchino, e che, misurando la bontà dei principi dalla liberalità, chiamasse il vescovo Giovanni il più grand'uomo d'Italia [11]; adulazione di cui doveva poi rimproverarlo un altro illustre di quei tempi, Giovanni Boccaccio, rinfacciandogli di vivere stretto in amicizia col maggiore e pessimo dei tiranni d'Italia, in Corte piena di strepito e corruzione, come era la viscontea.[12]

La Margherita, dolce per naturale e pei prudenti consigli paterni, frapponeva qualche parola per disapprovare gli esagerati spedienti, e mostrava come il lamentarsi a tal modo di un cattivo reggimento non faccia che peggiorare quello, ed invelenire i soffrenti: dover piuttosto, chi lo può, procurare legittimamente di mitigarlo, non mai attizzare fra gli oppressi un'ira impotente: in caso diverso, altro non restare che o soffrire in pace o mutare di cielo.—Mio padre (soggiungeva essa) l'ho inteso più volte replicare:Ai novatori la pazienza. Nessuna riforma può attecchire se non sia radicata nel popolo. E questo popolo non è come amano figurarselo diversi, nè tutto oro, nè tutto feccia. Costretto sempre alla fatica, non si abbandona gran fatto ai sentimenti, e piuttosto calcola i vantaggi immediati. Non ridetevi dei pareri di una donnicciuola. Io ve li do sull'esperienza di mio padre, il quale aveva anche in bocca questo proverbio: Il popolo è simile a san Tommaso: vuol vedere e toccare. Ma voi, come? voi parlate di libertà, e non interrogate il volere del popolo: di virtù, e pensate cominciare dall'assassinio?»

—No, no: dite bene», la sosteneva Maffino Besozzo. «Non a sì estremi partiti si vuol ricorrere. Uccidere un tiranno cos'è mai! domani la plebe se ne fa un altro. È un direzzolare, e non ispegnere il ragno. Miglior via conoscevano i padri nostri. La religione stabilì in terra uno, maggiore dei re, perpetuo custode della giustizia, tutela al debole contro del prepotente. Quando in lui si aveva fiducia e a lui si ricorreva, l'innocenza trovava ascolto e la spada dei tiranni perdeva il filo contro al manto dei papi che copriva l'umanità. Vi ricordi un imperatore, che scalzo domanda a Gregorio VII perdono delle ingiustizie commesse. Quando il Barbarossa voleva soffocare la libertà lombarda, chi si fe' capo della nostra lega? chi impedì che Italia cadesse tutta sotto alla tirannide sveva? chi represse l'immanissimo tiranno Ezelino? Oggi noi diffidiamo della potenza inerme, rimettendoci più volentieri a quella delle spade. Eccovi i frutti».

—Uh! il guelfo ipocrita!—il papista!—il frate!» pronunziavano tra sè gli altri: ma ragioni da opporre a quei fatti non suggerivano facilmente, e perciò rifuggivano nel sofisma. E il Pusterla ripigliava:—Il papa! che sperare da lui? Ligio alla Francia, vuol farsi un regno in terra, nè più nè meno di tutti costoro. Scampo non v'è proprio che nel popolo».

—E il popolo (l'interrompeva Martin Aliprando) il popolo non siamo noi? non è generalmente sentita la gravezza della dominazione dei Visconti? Perchè dunque non dovrà ogni buon cittadino avvisare al meglio della patria? Chi sono costoro? donde hanno il potere? donde se non dal popolo? e il popolo che gli elesse può ritirare da loro l'autorità che ha dato. Questo popolo però o guaisce oppresso, o tace spauroso. Per farne chiaro il voto, unico mezzo è la sommossa.

—E le armi?» soggiungeva Pinalla.

—Lo Stato (riprendeva Franciscolo) è cinto da potenti, o gelosi, od invidi della grandezza di Luchino. Qual più facile cosa che intendersi con loro? A Verona ho veduto quanto basti. Altro che sollecitare l'amicizia di costui! Lo Scaligero non vede quell'ora di mostrargli i denti. E il fatto stesso di Lodrisio attestò che a spegnere il biscione bastava una banda raccogliticcia. Che sarebbe se fosse un capo creduto dal popolo?

—Lodrisio stesso non si potrebbe trarre dalla sua prigione di SanColombano?» addimandava Zurione.

Ma Pinalla in tono di dispetto:—O che? non c'è altri che sappia reggere la spada quanto e meglio di lui?»

—Non c'è (soggiungeva Borolo) altri capi di miglior nome? Bernabò e Galeazzo son pure in urto collo zio: alzerebbero tosto la bandiera se fossero certi di trovare seguaci.

—A proposito, che conto si può fare su costoro?» chiedeva il Pusterla, mezzo indispettito dal non sentire proposto sè stesso.—Io tengo per essi lettere del loro fratello Matteo: ma non so per quanto spenderli.

—Spiriti liberi son essi, innamorati del pubblico bene e della libertà», gridava Alpinolo, facile a supporre in altrui i sensi suoi proprj. Ma il Besozzo, più esperto e penetrante, replicava:—Della libertà? Aspettiamo a dirlo quando sederanno in potere. Vedete quando altri assedia una città? è tutto cura a demolirne le difese, aprir la breccia, diroccare le mura. Fate che se ne impadronisca; ogni suo studio sarà di rinfrancare i bastioni, raccomodare, saldar le muraglie. Così costoro che aspirano alla potenza.

—E per questo (aggiungeva Ottorino Borro) Luchino gli ha in uggia. Bernabò per altro fa il sornione, e si mostra con noi voglioso di libertà, con lui spensierato del dominare. Il bel Galeazzino poi se la passa pompeggiando in comparse, e dividendo con Luchino il talamo giacchè non può il trono».

Un'ilarità universale destavasi a quello scherzo, di mezzo alla quale Zurione tornava su:—Ma che mestieri di rivenir sempre a cotesta famiglia, che Dio perda? Ci hanno bistrattato i loro padri, dunque assumiamo capi i figli: bell'argomentare davvero! Mancano cittadini generosi e potenti in città? Manca fuori chi ne darà mano? Qualche nemico si muova, noi lo assecondiamo…

—E una folla di persone innocenti si precipita sotto le spade per l'acquisto di un bene che non conoscono, che forse non vogliono, e si trae sulla patria la guerra, e guasti, e ammazzamenti, e prepotenze, e un esito incerto, o forse una vittoria, cui unico frutto sia mutar padrone».

Così aveva la Margherita interrotto il cognato, esponendo coll'aria di calmo convincimento che è proprio della ragione. Ma non è questo il tono che faccia colpo sopra animi concitati e:—Con queste dottrine di nulla mai si verrà a capo. Il ben pubblico deve preferirsi al particolare.—Nessuna impresa più santa che liberar la patria», esclamavano gli uni a gara degli altri: e Franciscolo con guizzo di dispetto proruppe:—Ebbene; si stia colle mani in mano: facciamoci pecore, perchè il lupo ci mangi: taciamo, e colui conculchi i nostri privilegi, contamini le nostre donne…»

Appena questa parola gli fu uscita dalla gola, accorgendosi che fitta dovesse dare alla moglie sua, se ne pentì: ma era detta. Facendosi appresso a lei la accarezzava, le dava ragione, le ripeteva il titolo di cui ella mostrava più compiacersi; quello di «mia buona Margherita»; però quella sua parola era stata accolta con un bisbiglio di approvazione, e aveva drizzati i discorsi sopra l'insulto tentato da Luchino, e sopra altre dissolutezze e sue e dei suoi. Chi ricordava il fatto del Lando di Piacenza: chi quello di Umbertino da Carrara, il quale, oltraggiato nella moglie da Alberto della Scala, alla testa di moro che portava per cimiero fece aggiungere corna d'oro, e poco andò che, per suo maneggio Padova fu tolta agli Scaligeri.—Non è la prima volta che uno perde una bella città per aver tentato una bella donna.—Gloria immortale ai liberatori della patria!—Gloria a Bruto ed a' suoi imitatori!—Oh la libertà! Viva la repubblica! Viva Sant'Ambrogio!» erano voci che facevano echeggiare la sala; e siccome allo scaricarsi della bottiglia elettrica, tutti rimangono scossi quelli che stanno entro la sua atmosfera, così quei Lombardi venivano agitati tutti dal parlare d'un solo; alla guisa che avviene nelle moltitudini, l'ardor dell'uno trasfondevasi in tutti; tutti parlavano, ognuno rincalzava le ragioni dell'altro e ne aggiungeva di proprie; i più seguitavano a ripetere ciò che essi ed altri già prima avevano detto: era quel vortice che trascina, quell'ebbrezza che non lascia luogo a peso e misura. Tanto più allorquando in mezzo all'adunata comparve un moretto, vestito di bianco alla orientale, con grosse perle agli orecchi, al collo: il quale, con alzate le braccia al modo di certe anfore antiche, reggeva sopra il lanoso capo un vassojo d'argento in forma di paniere, nel quale erano disposti d'ogni sorta rinfreschi e confetture. Insieme un paggio recava una sottocoppa d'oro cesellato, sulla quale una capacissima tazza, del metallo istesso e di fino artifizio, entro cui un altro paggio, da una brocca d'argento, versò vino prelibato. Primo Franciscolo, a cui fu offerto in ginocchi, l'accostò alle labbra, indi mandò in giro fra gli amici la coppa che più volte venne ricolma, talchè l'amor di patria fu riscaldato dal generoso liquore.

—Un brindisi alla libertà di Milano», propose Alpinolo.

—Sia, sia», replicarono tutti, e votando le tazze, gridavano:—VivaMilano! viva Sant'Ambrogio!»

—E muojano i Visconti» aggiungeva Zurione, e non mancava chi facesse eco a questa voce, senza che alcuno si levasse, come in tempi da noi poco lontani il Parini, a correggere quel grido col dire:—Viva la libertà, e morte a nessuno».

—Già non è cosa da finire così», esclamava il Pusterla. E il Borro:—Ne va del bene della patria, dell'onore lombardo, della domestica sicurezza.

—Si, sì: bisogna pensarvi di buon senno;—prendervi su qualche bravo partito», gridavano a vicenda o insieme i due Aliprandi, il Borolo e gli altri; indi con quelle potenti strette di mano, con cui pare si voglia esprimere senza parole quanto valga l'accordo della volontà, si congedavano, e gettatisi sulle spalle i mantelli, calcatisi i berretti in capo, se ne andavano un dopo l'altro, promettendosi di tacere, di pensarvi, di rivedersi.

La Margherita, appena il discorso si volse sopra l'ingrato argomento, che le rimembrava l'oltraggio ricevuto e il dispiacere di non aver potuto tenerlo nascosto, lasciò la sala e ritirossi alle domestiche occupazioni. Se dicessi che affatto le riuscisse disgustoso quell'ardore non mostrerei conoscere il cuor delle donne, sempre disposto a gradire gli atti che annunziano generosità, impeto, vigoria di volontà: forse perchè confidano trovare un appoggio più saldo alla debolezza, che è, o che noi le persuadiamo essere loro appannaggio. Certo quei nomi di patria, di libertà, d'eroismo, se v'ha su cui vivamente facciano impressione, sono le donne; e la Margherita non era di natura dall'altre differente.

Un sovvertimento civile poi era un'idea abituale di quei tempi di vivi dispetti, d'immaginose speranze, di cozzanti interessi, quando le lotte, che oggi vediamo agitarsi sulle tribune e nei giornali, si risolveano nelle piazze e a colpi di stocchi. Milano singolarmente, negli anni precessi, era corsa per assidua vicenda di tumulti, tanto da far dire a san Bernardo che egli non aveva trovato nel mondo gente così facile a rivolgersi e sconvolgersi quanto il popolo nostro [13]. E quantunque allora le cose prendessero altro assetto, fino ad avere il Petrarca potuto chiamare i Milanesi i più miti tra gli uomini[14], però la memoria del passato era ancor viva e vivrà, come vive e vivrà la ricordanza delle clamorose imprese di Napoleone, sebben noi non le abbiamo vedute.

Pure v'ha dei discorsi, delle azioni che uno non sa disapprovare e insieme non vuole sanzionarle colla sua presenza. Tal era questo baccano per Margherita, la quale però era affatto lontana dal temerne verun danno, sì perchè i governi d'allora, piuttosto violenti che astuti, non conosceano l'arte di spargere fra i governanti il sospetto, più micidiale che la paura, col cingerli di spie e di timor delle spie: sì ancora perchè quelli radunati da Franciscolo erano persone fidate alla prova: tanto fidate, che egli non aveva esitato a manifestar loro la sua onta e la venuta sua a Milano, cose che dovevano per tutti gli altri restare un mistero. Imperocchè erasi preso accordo, principalmente col consiglio di fra Buonvicino, che la Margherita col figliuolo seguirebbe lo sposo, per rimanere con esso nel Veronese, fin a tanto che il tempo recasse migliori opportunità.

Aveano dunque lesta ogni cosa alla partenza, che era stabilita per la notte dell'altro domani: ma il domani sta in mano di Dio.

Quell'adunanza erasi tenuta la sera del 18 giugno 1340: e i più dei convenuti, col dormirvi sopra, ne avranno dimenticato i discorsi; probabimente gli avrà dimenticati lo stesso Pusterla.

Ma bollivano per entro la fantasia del giovane Alpinolo, il quale, a forza di rimestarli, e volgerli, e interpretarli, vi diede corpo; dove non erano che parole, immaginò fatti: le minacce scambiò per disegni, i desideri per macchinazioni; e da una parte coll'impeto a lui naturale, dall'altra colla insana passione di certi pari suoi di tenersi alcunchè qualvolta si trovino avviluppati in qualche caso di criminale, si credette depositario del segreto di una trama, la quale potesse, a vedere e non vedere, dare il tracollo ai presenti tiranni—Certo (egli ragionava tra sè e sè) il Pusterla intendeva più che non sonassero le parole. Un uomo di quella levatura vorrebbe nodrire speranze e passare a minacce quando non si sentisse le spalle al muro? A me non apersero tutta la cosa, e in ciò li lodo. Qual merito ho io per entrare a parte di trattati, ove ne va la sorte di tutta la Lombardia? Ma lascia fare; saprò ben io mostrare quel che vaglio: saprò ben io fare acquisto di loro confidenza col guadagnare un mondo di proseliti a causa così santa».

Per tale argomento, fu coi suoi più fidati amici, con quelli di più nerbo e di più cuore, e che in particolare si mostravano sviscerati della libertà, famelici di cose nuove, invogliati di menar le mani, e gl'infervorò, ed ingegnossi di diffondere la sua fanatica persuasione, facendo intendere che si tenessero per avvertiti, che il cielo si caricava, che il tumore stava per venire a capo. Alcuni l'ascoltarono cupidi e volentieri, perchè v'è un gran numero, non meno allora d'adesso, ai quali ogni cambiamento, ogni soqquadro suona fortuna o miglioramento; altri si stringevano nelle spalle dicendo,—Se saranno rose fioriranno». Vi fu chi lo trattò da delirante o millantatore, quasi o sognasse, o volesse farsi tenere un pezzo grosso; e costoro riuscivano i più funesti; giacchè, piccato dall'incredulità o dall'insulto, smaniavasi a due braccia per acquistar fede alle sue parole; e tra il fervore della sua disputa, lasciavasi uscire il nome del Pusterla e degli Aliprandi e del signor Galeazzino e di Bernabò, e del terzo e del quarto, che parte ci avevano mano, parte, al modo suo di ragionare, doveano avervela indubbiamente. Così il secreto suo, secreto d'un affare che era, si può dire, tutto nella sua immaginativa, divenne il segreto di molti giovinotti di poco cervello e di molta lingua, che lo propagarono ciascuno nel circolo de' suoi amici: sempre, come avviene al passar di bocca in bocca, dando per assoluto il probabile, per certo l'accennato; e ciascuno, per dimenticanza, per vanità, per millanteria aggiungendovi qualche cosa del suo.

Ad Alpinolo poi bastava che uno gli gettasse gli occhi addosso per comprendere come un vivo pensiero l'agitava dentro. Che, a furia di ripetere una falsità, alcuno finisca a persuaderla a sè stesso, non è osservazione nuova. D'altra parte Alpinolo, se la congiura non v'era, egli stesso l'aveva fatta davvero; aveva parlottato, aveva concertato tutto un dì, e col discorrerne rinfocata la passione e la persuasione, aveva ai suoi amici stretta la mano in segno di dire:—Ci rivedremo; faremo; diremo»; con alcuni avea giurato odio ai Visconti e morte ai tiranni, per Dio, per la sua porzione di paradiso; aveva forbito le armi sue, calcolato su quelle degli amici, sulle più che stavano nelle botteghe.

Galvano Fiamma, allora professore di teologia nei Domenicani a Sant'Eustorgio, poi capellano e cancelliere di Giovanni Visconti, nella sua Storia Milanese ci lasciò memoria come qui si contassero ben cento fabbriche d'armi, oltre i lavorieri subalterni di ferrareccia; in cui si occupavano da diecimila persone; se ne facevano, soggiunge egli, di lustranti come specchi, le quali spedivansi fino a' Tartari e Saracini. Per potere esser meglio sopravvegliate dai loro abbati e consoli, e da chi doveva far osservare le minute prammatiche, credute necessario al buon andamento, le varie arti stavano distribuite in appositi quartieri, come accennano i nomi tuttora conservati alle vie degli Orefici, dei Mercanti d'Oro, dei Fustagnari: e in quelle che oggi pure diciamo degli Armorari, degli Spadari, degli Speronari, aprivano le botteghe e le fucine tutti gli armajuoli.

Su e giù per queste vie, non vi saprei contare quante volte passeggiasse, o dirò più giusto, camminasse Alpinolo, occhieggiando per entro, e facendo il computo di quanti uomini se ne potrebbero guarnire. Da per tutto era un picchiar di martelli, uno stridere di lime, un soffiar di mantici, un cigolare di mole d'arrotini, un friggere di ferri roventi tuffati nell'acqua o nell'olio; e fra ciò un bociar di padroni, un fischiare e canticchiar degli opranti; suono che ad Alpinolo facea miglior sentire, che non l'accordo di scelta orchestra ad una fanciulla di quindici anni, condotta la prima volta ad un festino. Al vedere poi dentro e di fuori appiccate agli arpioni alla rinfusa, o disposte a guisa di trofei, ronche, partigiane, daghe, stocchi, palosci, balestre, spadoni a due mani, zagaglie, corazze di lamina, di maglie, di squame, buffe, morioni, e scudi rotondi, a cuore, a doccia, di frassino, di cuojo, di metallo, ne veniva al giovane un sollucheramento, quale ad un avaro in contemplando mucchi di zecchini in bisca; o più innocentemente ad un letterato, allorchè traversa per una via dove siano libri di qua, libri di là e in fantasia li compra, li legge, li studia, li adopera per far altri libri e immortalarsi.

In alcune di quelle ferrarie entrava Alpinolo, e domandava quanto potesse comprarsi un petto, quanto una cervelliera, quanto valesse un uomo arnesato a piastra e maglia dal cimiero agli sproni: non comprava nulla, ma lasciava intendere così in nube, che potrebbero venir a taglio e presto. I fabbri l'ascoltavano e rispondevano:—Magari! Già noi braccianti, che cosa si desidera? non già che ci diano i quattrini a ufo, ma che ce li facciano guadagnare»; nè interrompevano il lavorìo per la ciarla.

Singolarmente sulla cantonata degli Spadari, per voltare dove allora era l'unico forno del pan bianco, famoso sotto il nome diprestiti della Rosa, e dove stette fino ai dì nostri un'effigie di sant'Ambrogio, cui toccò, tempo fa, di andare prigione per aver voluto fare un miracolo che ai Giacobini non garbava, stava casa e bottega un tale Malfiglioccio della Cochirola, il cui padre lavorando s'era acquistato assai credito e dei buoni denari. Il Malfiglioccio subentratogli, argomentando che, se il padre suo avea fatto bene, anche egli dovea continuare sulle orme di esso senza scattare d'un pelo, si guardò bene dal voler ammettere nella sua fucina nessuno dei miglioramenti che, secondo va il tempo e la pratica, aveano gli altri introdotto; anzi li derideva come novità, bizzarrie della moda, che domani cascherebbero.

—Sempre s'è fatto così (diceva) e di ragione la sapevano più lunga i padri nostri, i quali tornavano già di scuola quando codesti guastamestieri non vi andavano ancora». Che ne avvenne? il solito effetto. Le sue pratiche si sviarono, e mentre cresceva il da fare agli altri, a lui non capitava più che da raccomodare qualche vecchia armadura di qualche ambrosiano tagliato all'antica, e delle antiche usanze tenace.

Alpinolo, vedendolo stare soletto in bottega a tirar con pace il mantice, e con pace rivoltare un ferro nei carboni, non temendo scioperarlo, attaccò più lungo discorso con esso, e lamentate le miserie dei tempi, gli accennò che potrebbero anche mutarsi.

—Così fosse!» sospirava Malfiglioccio. «Vi so dire che non si guadagna neppur l'acqua da lavare le mani. Chi ha famiglia bisogna stia a stecchetto, e rosichi pan e pane: e la è bazza quando la festa possiamo fare il miglio in vino. Uh, a rispetto di tempo fa! di quando la buon'anima di mio padre era abbate della nostra maestranza! Che lavorare! che coccagna! I fiorini fioccavano a casa nostra. Qua un palvese, là una manopola, poi un frontale, poi schinieri: tre soprastanti e cinquanta garzoni noi si aveva a servigio, e avessero avuto cento braccia, per tutti v'era da lavorare accaniti notte e dì, che appena se avanzava tempo da mangiare un boccone strozzato. Ora tutto pace, tutt'acque morte; pare non si sentano più sangue nelle vene. Questi frati non sanno se non predicar pace. Cosa credono, che Domeneddio ci abbia fatto le braccia per tenerle spenzolone? Se la dura di questo piede, si può chiuder bottega e metter baracca di ferravecchio.

—Vi piacerebbe dunque che tornassero quei tempi?» domandava Alpinolo.

—Se mi piacerebbe! Darei la metà del poco che ho per vedere ancora una brava guerra. E ce n'ha di molti, sapete, in un Milano, ce n'ha di molti cui pizzicano le mani. E, viva Dio, la guerra a chi non piacerebbe? Là si vede quel che un uomo vale: si acquista onore, si acquistano stipendj; un po' si guadagna, un po' si ruba, e tutto il mondo ne ha».

Alpinolo, straccontento d'aver anche il voto degli artigiani,—Ebbene (soggiungeva) state di buon cuore: il rimedio non è lontano. Mettete ordine ai ferri del vostro mestiere, che avrete a lavorare di buon polso: ve lo prometto.

—Sì? davvero? (insisteva l'armajuolo). Bene! Il mio negozio godette sempre credito assai, e non v'è arma colla lupa che regga al paragone delle mie. E quanto ai prezzi, cortesia con tutti, e più con voi che siete degli avventori».

Indi salutando Alpinolo che partiva, e ripetendogli,—Mi raccomando», gli faceva di berretta, poi mettevasi a sportello colle mani in mano a disapprovare le novità, e masticarsi le speranze.

Non mi sarei arrischiato di degradare la dignità della storia con queste trivialità, se fossero state per Alpinolo nulla più di quel che siano per la maggior parte un mezzo di incantare la noja che strascinano da un conoscente all'altro. Per esso al contrario erano un interrogare il pubblico voto; erano nuovi fili di speranze, dietro ai quali più sempre certo si rendeva che la cospirazione esistesse, che stava per sovvertirsi da capo a fondo lo Stato.

Nei quali sogni pensate come egli mescolasse le affezioni sue private! Abbatter quel giudice e surrogargli quell'altro: a quel podestà tutto Visconti serbare la fine di Beno dei Gozzadini, cioè trascinarlo per la città, poi buttarlo nel canale; Luchino, quel maledetto Luchino, metterlo a brani, e al posto suo collocare (già ve lo immaginate) collocare il Pusterla e quell'angelo della Margherita. Allora, giustizia in ogni cosa; non più tributi, non più impacci; allora i buoni in alto e i malvagi sotto; allora… Che bei tempi! che viver d'oro! quante nuove glorie! quanta universale felicità!

Caldo, briaco di questi pensieri, e già parendogli trovarsi al fatto, Alpinolo entrò nel Broletto Nuovo, quello che oggi chiamiamo Piazza dei Mercanti. Credo che molti al pari di me si saranno fermati delle mezz'ore a contemplare, in quel grandioso edifizio, la mescolanza degli stili, e a leggere disegnata in essi la storia delle arti e delle variate dominazioni di questa città. Siffatta mescolanza per altro non si vedeva quando Alpinolo vi capitò.

Poichè il coraggio di spendere, e l'attività del fabbricare non son nate da jeri nei Milanesi, avevano essi coll'animosa lautezza che dava la libertà, comperato le case e l'area di quel centro della città, per radunarvi i principali uffizj; e nel 1228 fecero la piazza quadrata, con cinque porte, alle quali dai quartieri principali capitavano cinque vie acciottolate, una dal Duomo, una da Porta Nuova, una dalla Comasina, una dalla Vercellina; l'ultima usciva verso gli Orefici, e chiamavasi delle Carceri, perchè colà appunto erano le carceri detteMalastalla, ove si chiudevano i debitori fraudolenti e i giovani indisciplinati; ottimo rimedio per spegnere i debiti di quelli e rimettere a questi il senno in capo. Nel bel mezzo di quella piazza, essendo podestà quell'Oldrado de Grassi da Tresseno, il quale, pel suo zelo nel bruciare gli Eretici si meritò una statua a cavallo che ancora si vede colà incastrata nel muro, si eresse nel 1233 dalle fondamenta il palazzo della Ragione, nella cui parte superiore stava una capacissima sala pei tribunali, e nella inferiore, fra triplice corso di sette archi, uno spazzo coperto, qual si conveniva ai comodi del popolo in tempo che a popolo si governava la città.

Tutt'in giro erano fabbriche, con archi, colonne e porticali, ove potere i negozianti ripararsi dal mal tempo, e donde si aveva accesso alle varie magistrature. Quivi, attigua al palazzo della Ragione, avea casa il podestà, colle carceri: quivi, il palazzo di città, segnato di fuori colla croce rossa in campo bianco, ornata di palme ed ulivi, per far intendere che Milano era glorioso non meno in pace che in guerra; e dentro il quale sedevano i padri della patria a deliberare il meglio, cioè quello che i forti comandavano o che insinuavano gli scaltriti; quivi era il collegio dei nobili giureconsulti, che portavano un vestone di porpora, coi cappucci e i baveri foderati di vajo; quivi il collegio dei notari e dei fisici, gente che impinguava sui morbi corporei e sui morali della povera umanità: quivi ancora l'uffizio del Panigarola, ove i mercadanti, colla solita sincerità, notificavano tutte le vendite e i contratti, ed ove si conservavano ricavate nel sasso, le precise misure dello stajo, delle tegole, dei mattoni, per risolvere le differenze, ed inoltre una rozza pietra, la quale si faceva, come diceano, acculacciare dai mercanti cherompessero il banco, cioè fallissero di pagare, se col sacco o per mera disgrazia i giudici non guardavano poi tanto pel sottile. Quivi pure Azone Visconti aveva, nel 1336, eretta la badia dei mercanti, con banchieri e cambiatori là dove ora è l'uffizio dei telegrafi, e di rimpetto la badia dei mercanti d'oro, d'argento, di seta: quivi i tribunali civili, ove salivasi per una scala, presso cui è ancora esposta al pubblico una lapide, la quale insegna come dal litigare nascono inimicizie, si getti denaro, si turbi l'animo, si sciupi il corpo, si lasci l'onesto per l'inonesto, non s'ingrassino che i procuratori; quei che sperano rimangono con un pugno di mosche, e quando pure riescano, al tirar delle tende si trovano avere, in spese e in mangerie legali, buttato tanto o più che l'acquistato.

Così la lapide: ma le cronache soggiungono che pochi facessero pro dell'avvertimento, perchè quelli che andavano colà a muover liti aveano sugli occhi una benda postavi dall'amor proprio, sicchè da una parte si davano a intendere d'aver ciascuno la ragione dalla sua, dall'altra credevano che al mondo vi fosse giustizia. Noi però, meno maliziosi delle cronache, pensiamo che al consiglio non si desse nè si dia ascolto, perchè scritto con caratteri gotici e in latino.

Questo pezzo d'anticaglia è dei pochi scampati a quella, per non dir altro, benedetta smania di rinnovare:[15] mercè la quale, della badia dei mercanti più non rimane vestigio; il portico del collegio dei dottori e dei fisici fu ridotto a più recente architettura, ed abbellito il campanile che a mezzo di quelli era stato eretto nel 1272 da Napoleone della Torre per dar i tocchi al mezzodì, alle due di sera, e quando alcuno veniva condotto al supplizio: il palazzo della Ragione convertito in archivio è chiuso e intonacato, sicchè a pena disotto a un erto strato di calcina si discerne la forma delle antiche arcate, come un pensiero maschio di sotto all'inviluppo d'un parlare artifizioso e cortigiano. Anche le logge sono abbattute, ma per fortuna non potè, nel Seicento, venir condotta a termine la fabbrica delle Scuole Palatine verso gli Orefici, onde sussiste ancora parte della loggia degli Osj, cominciata nel 1316 da Matteo Magno.

Questo edifizio era rivestito di lastre di marmo bianco e nero, diviso in due porticati di cinque archi, un sovra l'altro: nei parapetti superiori si vedono ancora scolpiti in altrettanti scudi le arme delle sei primarie regioni della città: e ne aggetta un pulpito, sulla cui spalletta un'aquila tiene fra gli artigli una scrofa, per segno dell'alto dominio dell'Impero sopra questa città, che, come sanno i ragazzi, deriva il suo nome dalla scrofa lanosa. Su quel pulpito, che il vulgo chiamavaparlera, comparivano il podestà o i consoli ad annunziare al popolo convocato i bandi e le leggi ed a sentirne il parere; ora vi stanno sotto venditori di fusi e rocche a travagliare, e guardar la sentinella tedesca, che placidamente passeggia innanzi e indietro dei cannoni.

So bene che a coloro, ai quali piace veder le cose vecchie senza i moderni guasti, chiamati miglioramenti, gradirebbe non poco che, anche a costo della comodità, si fossero le fabbriche lasciate nell'antico assetto. Benchè tali allora durassero, potete ben credere che Alpinolo neppur d'un'occhiata le degnò, fissando invece la moltitudine ivi congregata di gente serva, e che, al dir suo, fra pochi giorni tornerebbe libera, magnanima, costumata:—fra pochi giorni.

Delle due piazze laterali, quella dov'è l'antico pozzo e la campana del Comune serviva ai mercanti che trattavano di cambj e di traffici; l'altra pel grano e il vino; era vietato, pena dieci soldi di terzoli, ingombrare con panche e con altro le volte, come pure a male donne e ai loro mezzani d'entrarvi, acciocchè a miglior agio vi potessero piazzeggiare i negozianti e i gentilomini, pei quali erano anche disposte pancacce da sedersi, e stanghe e traverseper potergli ponere sopra,dice il Corio,falconi, astori et suoi sparvieri o altri uccelli, al piacer et comodità di qualunque volea.

Stavano dunque colà chi cavillando un soldo, chi discorrendo di novità, chi asolando scioperato, e lodando e confrontando i falchi di Norvegia, d'Irlanda, di Danimarca; mentre alcuni ripetevano i miracoli, onde in quei due ultimi anni aveva cominciato a rendersi famosa la Madonna di San Celso, e così quelle di San Satiro, di San Simpliciano, di Sant'Ambrogio; altri stavano intenti ad un pellegrino che, col bordone e il sarrocchetto, montato sopra un tavolette, raccontava la meravigliosa storia di Paolozzo da Rimini, che in Venezia viveva molte quaresime senz'altro che bevere acqua calda, e che essendo dagli inquisitori tenuto prigione, non fece che confermare la verità del portento: o ad un cantimbanco, che sopra un cartellone segnava una folla di figure che chiamava uomini, e che spiegava essere le venticinquemila persone che, il 27 marzo passato, si erano raccolte a Corrigisior sul Cremonese, scalze e seminude, flagellandosi a sangue e facendo limosine, dirette da una bellissima giovane, avuta in concetto di santa; finchè scoperto che era raggirata da un mal arnese, la fu condannata al fuoco.

Chi s'immaginasse una festa da ballo, numerosa, allegra ove ciascuno pensa allo spasso, alla festività, allo spettacolo del momento: e in mezzo a quella folla un uomo, il quale ha disposto una mina, cui fra un momento vuol dare il volo e mandare in aria il festino, i sonatori, i danzanti, gli spettatori, potrebbe aver un'idea di ciò che sentisse Alpinolo in mezzo a quella turba. Sotto ai portici ove stanno coloro che rivendono usati i nostri libri, dopo che se ne annojarono coloro che o li comprarono nuovi a bottega, o gli ebbero per attestazione dell'ossequio e dell'amicizia degli autori, passeggiava bravamente Alpinolo, misurando e pesando coll'occhio quanti incontrava, come per dire—Tu sei con me, tu sei contro me».

Ed ecco, mal per lui, capitargli fra' piedi Menclozzo Basabelletta, quel desso, se vi ricorda, il quale un giorno lo proverbiò su le visite che la signora Pusterla riceveva da Luchino, e n'ebbe da Alpinolo quell'iroso rabbuffo. Al vederlo sentì questi risuscitar in cuore tutto il dispetto che aveva allora provato, aggiunta la vergogna che provò dappoi, quando, in apparenza almeno, lo trovò veritiero. E gli parve che uno sguardo maligno, un maligno sorriso del Basabelletta volessero dirgli:—Non avevo io ragione allora?» Accostatolo dunque siccome per rispondere a lingua al rimprovero che si credeva diretto a occhi,—Ebbene? (gli disse) con quanto ingiusti denti avevi allora morso la signora Margherita.

—Eh! tu il devi sapere meglio di me», riprese l'altro con fredda ironia.

Ed Alpinolo, frenando a stento la rabbia,—Guarda! vorrei cacciarti in gola codesti insulti a furia di sergozzoni, se non sovrastasse il momento, che tu stesso hai da veder chiaro più che per le mie parole.

—Bravo ragazzo! (ripigliava il Basabelletta) ora profitti nel viver del mondo. Bada a me: prometti sempre sulle generali; altrimenti col venire a precise particolarità, ti toccherebbe poi a trovarti di nuovo smentito, e deriso dei tuoi millanti.

«—Eh no!» replicava Alpinolo, sempre più infervorandosi.—Non sono millanti: derisioni non temo: ti so dire che questa condizione di cose tentenna: che costoro hanno a regnarci per poco.»

E il Basabelletta:—Ci regneranno, perchè il diavolo ajuta i suoi e perchè son troppi quelli che sanno cianciare come te, e poi all'opera non valgono la metà di quel che mostrano a parole».

Considerate se Alpinolo sentisse pizzicarsi le dita! ma parendogli in quelle espressioni ravvisare uno, su cui fare fondamento per l'ideata rivoluzione, mandò giù, e stringendogli convulsivamente la mano, il trasse verso un canto ove fosse men gente, e guardandosi intorno e abbassato la voce,—Quel che è stato è stato (gli diceva): ma poichè tu pensi diritto, sappi che le ciancie prenderanno corpo, che le speranze non sono in aria questa volta: che dove il popolo tutto è malcontento, dove il principe esecrato, basta una favilla a destare un incendio maledetto. E la favilla, ti assicuro, v'è già chi batte la pietra per suscitarla.

—Sai che?» ripigliava il Menclozzo.—Si vorrebbe che men pieghevoli avessero le schiene cotesti nobili; men ligi al padrone fossero e più amorosi alla plebe. Credilo: gli uomini sono come le nespole: per maturare vogliono la paglia. Sulla paglia dei casolari troveresti ancora dei cuori generosi: ma mentre il popolo s'invigorisce sulle glebe e nelle officine, i ricchi si smaschiano in giuochi e tornei, a caccie, a balli, a far tavolacci, e a cercar gloria nell'ostentare codardia alla Corte. I nostri buoni vecchi era loro vanto il sostenere la plebe nella Credenza di sant'Ambrogio, francheggiarne i diritti contro chi voleva soperchiarla… Ma il mondo invecchia peggiorando e di quella santa razza più neppur uno ce n'è: neppur uno.

—E tu sempre (così soggiungeva Alpinolo, sentendosi brillar dentro il cuore a quel parlare), sempre tu pigli san Michele pel diavolo. La razza dei buoni vive, ed io la conosco; e pensano al popolo più che tu non credi, e se l'intendono, e frappoco… e sapranno rendere giustizia a chi sente come te generosamente. Credimi e spera.

—Ch'io speri? Da senno me ne dà cagione il veder anche quelli che meno dovrebbero lasciarsi pigliar per la gola. Il tuo Pusterla per uno. Che non otterrebbe se egli stesse con noi? Invece, appena Luchino gli gettò quell'osso dell'ambasceria, accomodò l'anima alla servitù, e fatto dolce come un miele, se la campa a Verona senza un pensiero nè di sè, nè della patria, nè di qualche altra cosa che gli stringe più sulla pelle.

—Sta colà, non ci pensa eh!» saltò Alpinòlo tutto fuoco. Or —sappi invece… ma stia in te, sappi che il mio signore non è —altrimenti a Verona: se v'andò fu solo per intendersela con Mastino; —ed ora è qui in Milano, in petto ed in persona: e… Insomma, ti —basta? sei ora convinto?

—Belle fandonie!» esclamava ridendo il Menclozzo—Povero ragazzo! tu sei buono, e ti fanno bevere grosso. Qualche servitore te l'avrà dato a intendere: forse qualcuno avrà cantato per farti cantare…

—A chi farla bere?» interrompeva Alpinolo, rosso come bragia.—Ma per chi m'hai tolto? Non ho io a credere a questo par d'occhi? Sappi dunque che jer sera, in casa i Pusterla, io persona prima, ho parlato con lui, con Zurione, con una mano di persone tutte di primo conto, e han detto quel che basta: e già dispongono: e non s'andrà all'altro sabbato a pagar le partite…» e seguitò via contando tra quel ch'era vero, e quel ch'egli si era immaginato. Ma l'altro, o incredulo davvero, o per quell'umore suo di contraddizione,—Va là, va là (replicava); c'è chi lo terrà indietro: e quell'acqua cheta della signora Margherita…

—Chi? Margherita? che celii?» continuò l'improvvido.—Essa non vede anzi quella sant'ora di nettar il paese da queste sozzure. Ella ci narrò la storia di Galvagno Visconti suo antenato, il quale, al tempo del Barbarossa, andava attorno vestito da buffone, colla cerbottana in mano, fingendo strologare: e intanto macchinava, e conduceva maneggi per la liberazione della patria. Ha fino soggiunto: «Allora i savj facean da matti; oggi i matti si credono troppo savj.»

Qui è da sapere che, fosse arte o piuttosto accidente, gli archi del portico, sotto al quale discorrevano Alpinòlo e il Menclozzo, sono combinati in maniera da produrre il fenomeno delle così dettesale parlanti; fenomeno che alcuno de' miei lettori avrà potuto osservare in san Paolo di Londra, nella galleria di Glocester, nella cattedrale di Girgenti, e più vicino, nel palazzo ducale di Piacenza, nella sala dei Giganti a Mantova, e fin in una volta del parco di Monza. Consiste in ciò, che uomo non può dire paroluzza sì cheta presso ad uno dei quattro angoli estremi di esso portico, che non sia inteso da chi si collochi al pilone diagonalmente opposto all'arco. I fisici ne diano la non difficile spiegazione; la storia nostra si contenta di dire che v'era chi ne traeva profitto. Queto come non fosse fatto suo, mentre i due disputavano, gli ascoltava a quel modo Ramengo da Casale, di cui più di una volta ci occorse di far menzione. Adulatore di Luchino, come abbiam detto, però sapeva anguillare in modo da non inimicarsi i nemici di questo; blande erano le sue parole, ambigui i fatti: mai non sarebbesi posto colle une e cogli altri in manifesta contraddizione con veruna parte, cercando anzi andare a versi a tutti, e riusciva ad illudere molti. Fra quei molti che non penetravano entro la scellerata anima di Ramengo, era Alpinolo, al quale la cieca persuasione della bontà di sua causa faceva credere che ogni uomo dovesse parteggiare colle sue opinioni. Quindi nè ombra di sospetto gli nacque allora quando Ramengo, come lo vide scostarsi dal Menclozzo, se gli avvicinò, ed avendo già inteso quanto bastasse per iscalzarne il resto,—Imprudente! (gli disse) tu parlavi or ora col Menclozzo… gli avresti mai detto!…» e ammicava con aria d'intelligenza.—Sei ben certo ch'egli sia dei nostri? Non t'ha dato Franciscolo il segno per riconoscerci?

—No», rispose Alpinolo.

E l'altro continuava:—A me l'ha dato Zurione, e non credo aver buttato il giorno invano, ma spero con maggiore prudenza di te. Tu a chi n'hai parlato?»

Qui Alpinolo nominò parecchi di coloro cui n'avea fatto motto, e degli altri cui volea farlo: e Ramengo, che non ne perdeva parola, gli chiese:—Ma non ti sei tu inteso con Galeazzo e Bernabò?

—Non io: ma l'avranno fatto gli altri che c'erano jer sera.

—Eh! non so chi tra loro abbia con essi bastante entratura, o chi voglia avventarsi a corpo perduto come te e me.

—Come? dite poco? (seguitava l'imprudente). I due Liprandi non son tutta cosa con loro? dove trovar gente più animosa che il Besozzo e quel da Castelletto?

—Milanesi! (esclamava l'altro scotendo il capo). Buona gente; di cuore; ma per darsi moto, per voler risolutamente, è inutile, bisogna ricorrere a quei di provincia.

—E per questo (seguitava il garzone) v'è il Torniello da Novara: e stamattina l'ho già veduto parlare con…

Così rinvesciava e ciò che sapeva, e ciò che immaginavasi; ed esponeva come fatti veri e successi quei che erano sogni di sua fantasia. Poi, contento di aver conosciuto un nuovo apostolo, abbracciatolo con un movimento generoso e cordiale, voltava via per cercarne altri, mentre Ramengo si difilava al palazzo, e faceva dire al Signor Luchino d'avere a comunicargli cosa della più grave urgenza. Luchino comandava che entrasse.


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