CAPITOLO VII.

Ma gli è tempo che diamo a conoscere ai nostri lettori questo malnato.

Ramengo era detto da Casale appunto dal luogo donde nasceva nel Monferrato, e donde, bambino in fasce, era stato portato via nel 1209, quando quella terra si era ribellata a Matteo Visconti per darsi a Giovanni marchese di Monferrato ed ai Pavesi. Il padre di lui, soldato di ventura, senz'altra ricchezza che la spada, era venuto a Milano a procacciare sua ventura al soldo dei Visconti. Morto poi nelle battaglie, sulla stessa via lo avea seguito Ramengo, siccome l'unica nella quale sperasse acquistar nome e ricchezze, e contentare l'avara ambizione che lo struggeva. Nè il sollevarsi era difficile cosa in quei tempi agitati, quando Dante si lamentava che diventasse un Marcello ogni villano, il quale venisse parteggiando. Che se ognuno non avesse in pronto esempj di subite fortune, potrei ricordare Giovanni Visconte da Oleggio, povero fanciullo, raccolto di quei di appunto dai Visconti, e messo chierichetto in Duomo, poi fatto cimiliarca, poi podestà di Novara, poi generale di tutte le armi di Luchino, e suo logotenente e capitano per tutto il Piemonte: ovvero la bizzarra storia di Pietro Tremacoldo, detto il vecchio, mugnajo lodigiano, che divenuto famiglio dei Vestarini che colà dominavano, ottenuta da essi in custodia una porta della città, una bella notte v'introdusse certi suoi assoldati, levò Lodi a rumore, prese i Vestarini, e chiusi in unvestaro, come il vulgo chiama l'armadio, ve li fece morir di fame, proclamando sè stesso signore di Lodi.

—Se questi e quelli, perchè non anch'io?» diceva Ramengo tra il suo cuore, ogni qualvolta udisse tali o siffatti racconti: e poichè si sentiva incapace di salire con arti buone, disponevasi a quelle qualunque fossero che il potessero giovare, adulazioni, viltà, tradimenti.

I Pusterla, che avevano lauti poderi nel Monferrato, ed erano per alcun tempo stati feudatarj di Asti, aveano tolto in protezione il padre di Ramengo, acquistandogli credito e posto nelle milizie. Ma persone, la cui vista rammenti il dovere di una gratitudine che non si ha, divengono esecrate al malvagio. Ramengo, cresciuto con cuor tristo, se al mondo un n'era, uno di quei cuori per cui è necessità l'odiare, abborriva svisceratamente la famiglia Pusterla, perchè n'era stato beneficato; ma avendone tratti molti vantaggi, e molti altri sperandone, dissimulava; e fattasi una fronte inesplorabile, mostravasi coi Pusterla devoto sino alla viltà e piaggiatore, mentre con inquieta scontentezza procurava alzarsi sulle loro rovine.

Ruppesi intanto la guerra fra Ghibellini e Guelfi, e il papa, scomunicato Matteo Visconti, mandò l'esercito a sostenere gli anatemi, tanto che Matteo, atterritone, rinunziò il potere a Galeazzo suo figliuolo; e datosi a vita devota, morì poi nella canonica di Crescenzago. Allora Galeazzo spinse vivamente le ostilità; e fattosi confermare signore di Milano, chiese sussidj a tutte le città vicine. E poichè i Guelfi fautori dei Torriani, guidati da Simone Crivelli, da Francesco di Garbagnate e dal cardinal legato, tentavano passare l'Adda per entrare su quello di Milano, tutto al lungo di quel fiume dispose corpi d'osservazione, e rinforzò le rôcche. A Trezzo stava quel Marco Visconti di cui un amico mio sì bene vi espose le bravure e i patimenti: il castello di Brivio, un forte eretto a Olginate e la rocchetta di Lecco erano governati dal padre di Franciscolo Pusterla: il quale, volendo che suo figlio facesse il noviziato delle armi, gli affidò quest'ultima, ponendogli però ad ajutante Ramengo. Ciò avveniva nel 1322.

Lecco in quel tempo era poco meglio che un mucchio di rovine. Imperocchè essendosi esso ammutinato contro i Visconti nel luglio del 1296, Giavazzo Salimbene podestà di Milano, coi collaterali del capitano e tutti gli stipendiati della repubblica, cavalcò a Merate, e quivi congregati molti fanti della Martesana, mosse sopra Lecco, ne levò dugencinquanta ostaggi, che spedì a Milano, poi ordinò che fra tre giorni tutti i terrieri uscissero dal luogo, e a Valmadrera si collocassero colle loro robe a cielo scoperto, e guai a chi si movesse. Infelici! dovettero obbedire, e di là dal lago videro bruciare la patria loro, non conservata che la rocchetta per tenerli in soggezione; poi intesero pubblicarsi un bando, che mai più quel borgo non fosse rifabbricato.

Simili vendette erano a tutt'altro opportune che a far amare il dominio: e in quelle parti più sempre si infervorò l'animosità contro dei Visconti, alimentata dalla intelligenza che manteneano colà i Torriani, oriondi della vicina Valsassina. E sebbene le replicate vittorie dei Visconti avessero fiaccato la potenza di questi, ogni qualvolta però riuscissero a sollevare il capo, i Torriani trovavano appoggio in questi terrieri. Devotissimi a loro v'erano i Ticozzi, i Manzoni, gli Invernizzi e principalmente Gualdo della Maddalena. Col volgere dei casi, la famiglia di questo era stata disfatta, egli ucciso in battaglia; l'unico figlio Giroldello, menato ostaggio, era riuscito a camparsi, e aveva ultimamente preso servigio nelle truppe guelfe: nè rimaneva in Lecco che una sorella sua Rosalia, teneramente amata da Giroldello, più amata ancora dopo che da lei lo distaccava la sventura.

Bellissima era cresciuta la Rosalia, e con quel prepotente bisogno di amore che istillano negli animi dolci le sciagure dei primi anni, e che più si accende quando mancano attorno le persone su cui sfogarlo.

Franciscolo Pusterla, giovanissimo allora, aveva conosciuto la coetanea fanciulla, e ne compassionava la situazione, tanto più perchè la vedeva così bella: qualità che ha tanta parte nei sentimenti destati da una fanciulla. Riguardandola come vittima innocente delle civili discordie, come martire d'una fazione, cui la sua famiglia stessa aveva aderito, e che ora rimaneva nobilitata dalla sventura, volentieri trovavasi con lei, le usava maniere di singolarmente amico, e con arti di delicata beneficenza sapeva recarle opportuni soccorsi: tanto che i molti che han costume di non credere alla generosità se non interessata, bucinavano che Franciscolo l'amoreggiasse.

La conobbe anche Ramengo, e le pose amore.

Ma no: di questo sentimento, che in tanti è germe d'azioni generose, non si deturpi il nome usandolo a significare quel che Ramengo provò per Rosalia. Calcolo, mezzi, risultamenti egli vedeva solo colà, dove gli altri dell'età sua vedono affetti, piaceri, illusioni. Unica meta d'ogni suo operare era di togliersi alla nativa bassezza, ed avanzare negli impieghi e alla Corte, fossero qualunque le vie. Tra le vicende d'allora aveva egli veduto salire quando i Visconti, quando i Torriani: e sebbene ora paresse assodato il dominio dei primi, non poteva un accidente rimettere gli altri in potere? Collegarsi col Visconti nel tempo del loro maggiore ascendente era idea che il desiderio poteva suscitargli, ma che la ragione ributtava siccome un delirio. L'umiliazione presente all'incontro porgeva il destro di amicarsi coi secondi; gran cose bollivano: il paese era in guerra e la sorte delle armi va sempre dubbia: se mai tornasse prospera ai Torriani, qual merito di essersi unito a loro in tempi di sfortuna, quanta ragione per venirne ingrandito!

Ma sposare la causa loro apertamente sarebbe stato un mettersi a repentaglio. Se invece prendesse per moglie la Rosalia, essa era tanto meschina, tanto sola oggidì, da non ispirar gelosia a chi che fosse; da non impedirlo d'esercitare il rigore contro chiunque desse segno di devozione al nome torriano. Qualora poi i Visconti venissero sbalzati dal dominio, la Rosalia non solo gli varrebbe di tavola per campare dal naufragio, ma per approdare anche ad una riva fiorita.

Con questi calcoli si preparava ad un'unione, che solo l'accordo dei caratteri e la virtù possono rendere beata: con questi e con altri ancora più turpi. Aveva egli avuto sentore della predilezione di Franciscolo per la Rosalia, e l'aveva creduta spinta chi sa fin dove. Ma poco brigandosi di ciò, coglieva volontieri un'occasione di vendicarsi del Pusterla coll'usurpargli l'amica. A lui, che si teneva per un gran che nelle guerre, metteva astio quel trovarsi soggetto a un garzoncello, che allora faceva le prime armi. È ben vero che questi interamente a lui deferiva nelle cose di guerra, ma però aveva più volte posto freno all'eccessivo rigore onde perseguitava la parte avversa; e principalmente una volta gli aveva fatto seriissimi rimproveri perchè avesse mandato uomini in traccia di Giroldello, venuto in Lecco a salutare nascostamente la sorella, e ingiunto a loro che, non potendo vivo, il prendessero morto, Ramengo cominciò da quel punto a considerare Franciscolo colla stizza onde un fratello diseredato guarda l'altro dovizioso: a tenerlo per un impaccio a' suoi progressi; a contrariarlo sott'acqua, aspettando luogo e tempo di far peggio.

E per contrariarlo richiese la mano della Rosalia a certi lontani parenti, alla cui custodia era stata commessa: i quali, tra per disgravarsi d'un peso, tra per la speranza di cessare le persecuzioni contro Giroldello, assentirono. Conchiuso il sì, Franciscolo sovvenne lautamente a quanto occorreva pel corredo e per le nozze; dal che Ramengo a crescere i sospetti e pigliarsene peggior talento: ma godeva di cavarne intanto alcun frutto: quando l'avesse fatta sua, penserebbe a custodirla.

La Rosalia, come succedeva allora e come succede anche oggi al più delle fanciulle, ne venne informata ad affare conchiuso, e consentì senza sapere che si facesse. Non conosceva ella Ramengo, nè questi avea fatto opera per meritarsene la benevolenza, ma quando si vide a lui congiunta di un nodo che la morte sola può sciogliere, formò sua delizia di quel ch'era precetto; e come fa l'amore, vedendo generosità e nobili sentimenti e beneficenza in quanto aveva fatto e faceva Ramengo, andò lieta di trovare uno su cui traboccare la piena di un affetto, che non aveva sin allora avuto sfogo, e lo amò con tutto l'impeto d'una prima passione.

Amare l'oggetto che si possiede: è pur divina cosa.

Per brutale che uno sia, non è possibile che, nei primi tempi almeno, non ami la donna sua, quella con cui divide i piaceri, i dolori, le cure della vita. E Ramengo pose anch'egli amore alla ingenua sua Rosalia, e gustò le dolcezze del voler bene e dell'essere ben voluto; le quali avrebbero anche potuto ridurlo a più miti pensieri, persuaderlo a cercar quello, in cui solo è la felicità di quaggiù, il diffondere il bene fra coloro che ne circondano, grande o piccolo che sia il circolo nostro.

Ma da quei momenti di virtuosa concitazione ben tosto ricascava egli nelle abitudini antiche, spoglie di ogni gentil sentire, e per cui sino i più soavi affetti prendevano del fiero e dell'atroce. Severo, bisbetico, cane, poi a sbalzi cortese ed affettuoso, or accarezzava la donna sua, ora ne conculcava i sentimenti: oggi batteva villanamente chi avesse osato recarle la più lieve noja od esitato nell'obbedirla: domani le comandava colla rigidezza che soleva a' suoi soldati, sottraevasi alle dimostrazioni gentili di lei; teneva insomma i modi più opportuni ad alienarsi un cuor di donna.

Conosceva egli il suo torto, ma non che emendarsene, ne traeva ragione di inviperire; non che farle merito della pazienza onde la meschina tollerava, argomentò che ella se ne vendicasse col tradirlo; argomento vago affatto ma che pure in lui divenne un bisogno, per trovar nella donna un nuovo oggetto di livore. Gli antichi dubbj intorno al giovane Pusterla rinacquero più forti; la pietà di esso parevagli segno di colpa: e poichè il Pusterla tornava sovente da lei, e seco volentieri passeggiava talora lungo quelle rive, colla compiacenza di un giovane che trovò un'anima ingenua ed appassionata; e, qualora di lei parlasse, vi metteva l'ardore che suole la gioventù, non anco avvezza a fingere, a temere, a dissimulare. Ramengo ne divenne furiosamente geloso, o, a dir più proprio, ne colse pretesto di resuscitare la rabbia che i benefizj passati e la presente soggezione gli avevano messa in cuore contro del Pusterla. Con severi rabbuffi adunque intimò alla donna come per conto nessuno volesse più soffrire Franciscolo in sua casa, imponendole al tempo stesso che si guardasse bene dal dire, nè lasciare intravedere a questo il comando del marito. Ordine che costrinse Rosalia a quegli obliqui andamenti, cui tanto spiace alle anime leali il vedersi ridotte dalla prepotenza e dalla ingiustizia; e non isfuggendo questi all'occhio scrutatore del marito, ne crescevano i biechi sospetti.

Se non che Franciscolo abbandonò Lecco per correr colle armi dei Brianzuoli in soccorso dei Visconti, i quali, dall'esercito guelfo crociato incalzati vivamente, si videro fino assediati in Milano. Breve per altro durò il buon vento ai Crociati, stantechè il Visconte, chiamate tutte le forze disperse, non solo liberò Milano, ma a Vaprio diede un tale tracollo ai nemici, che i Torriani da quell'ora perdettero ogni speranza di principato, e i loro fautori andarono sbrancati in varie parti.

Ramengo, secondo che la fortuna delle armi gli faceva scorgere nella donna sua un istrumento opportuno od inutile alle sue aspirazioni, l'aveva o meglio o peggio trattata, ma quando seppe rovinate le speranze dei Torriani, usò maniere di tal rigore, con quanti nel territorio si potevano credere devoti a quella parte, che tutti ne stavano pessimamente.

La Rosalia, che erasi data a credere di poter qualche cosa sull'animo del marito, osò interporre alcuna parola per mitigarlo almeno al suo Giroldello, ma egli avea preso tanta insolenza, che più non si poteva seco: ributtò villanamente la supplicante; poi, come d'un mezzo che più non tornava ai suoi usi, la tolse a tedio, e di voglia se ne sarebbe disfatto quando avesse potuto e celarlo agli occhi altrui, e trovare qualche appiglio onde vincere il residuo di pietà che anche ai più malvagi fa rincrescere l'immolare alcuno senza ombra di colpa.

Una mattina, la sentinella avanzata della rôcca di Lecco riferì a Ramengo come, sul tardo della sera precedente, si fosse avvicinato alla fortezza, un, non sapeva chi, e aveva vibrato uno strale sul verone dove stava la Rosalia, la quale avealo raccolto.

Divampò alla notizia Ramengo, persuaso che colui fosse il Pusterla, il quale continuasse in tal guisa la tresca colla donna sua per fargli scorno. E gli balenò innanzi l'idea di potere, e disfarsi di lei, e procurare un dolore atroce alla casa dei Pusterla, con un assassinio giustificato dal dover suo di custode: sicchè commise alle guardie che, se mai ciò avvenisse di nuovo, traessero senz'altro sopra lo sconosciuto temerario, l'uccidessero, e zitti.

La sera, di fatto, ecco di nuovo l'uomo si avvicina alla rocchetta: Rosalia, che stava affacciata al balcone, non appena lo vede, slancia di tutta forza verso di lui un sasso; quegli lo raccoglie, ma non appena prendeva la via del bosco per ritornarsene, un colpo di balestra al capo lo stende morto stecchito. Gli furono subito addosso le guardie, e trovarono che non era se non un valletto incognito: nessun segno, nessuna divisa dava indizio dell'esser suo, ma gli rinvennero il sasso, a cui era legato un viglietto.

Ramengo, il quale aspettava col feroce dispetto che provano gl'ingannatori nel vedersi ingannati, quando ricevette la notizia e lo scritto, compose la bocca ad un riso somigliante al ringhio di un lupo che avvisò la preda; congedò gli uomini: sciolse il foglio:—non è indicato a chi sia diretto, ma è la mano di sua moglie, e tra spasmodiche convulsioni, vi legge queste parole:

/#Che dolcezze, da gran tempo sconosciute mi fece provar in tua lettera! Tu vuoi, dunque per amor mio avventurarti a nuovi pericoli? Stringerti anche una volta al cuore, è consolazione, che appena io osavo sperare. Ma se egli ti vede, ne va la vita. Però l'altro domani egli uscirà alla notte a perlustrare i posti sul lago. Appena partito, io esporrò sul verone, a levante, un pannolino, e tu scendi alla portella di soccorso che conosci. Quante cose ti dirò! Sai? il mio seno è fecondo. Possa quel che nascerà somigliare a te! Addio, addio! Come tripudio al solo pensare che tra poco abbraccerò il mio diletto!#/

A gran pena Ramengo durò sino al fine; morsicò il viglietto, morsicò le proprie mani, e sbuffando, bestemmiando, muggendo come un toro ferito, correva di su, di giù, dall'occhio mezzo nascosto tra le ciglia corrugate gettava faville, dalla bocca mandava spuma, colle dita serrate in pugno percoteva i mobili, le pareti, sè stesso: poi rompeva in esecrazioni infernali contro la donna sua, contro il drudo di lej.

Tanto è vero che può la gelosia sorgere anche dove tace l'affetto;—la gelosia, primogenita dell'amor proprio, che non tanto c'inviperisce per la temuta perdita della persona diletta, quanto per l'onta di vederci posposti e svergognati.

Più Ramengo non sapeva dubitare che la Rosalia nol tradisse: chi fosse il complice suo, l'argomentava; i sospetti vaghi erano ormai certezza; non restava che un partito solo—la vendetta.

Il furor suo l'avrebbe tratto in quel punto medesimo a correre addosso alla sciagurata.—Scannarla, cavarle il cuore, strapparle dalle viscere il feto non ben vivo, e stritolarlo sotto ai piedi, erano immaginazioni in cui si compiaceva—e si mosse per darvi effetto; e già ghermiva la spaventata Rosalia, quando gli parve che questa punizione non fosse di lunga mano proporzionata all'enormità dell'oltraggio. Anche il drudo avrebbe voluto cogliere ad una rete:—Oh allora allora!» E si pentiva d'aver lacerato il foglio:—Avrei potuto inviarlo, trar lui pure nel laccio… Ma… inviarlo! a chi? dove? Se non avessero ucciso il vile mezzano, avrei ben io, a forza di tormenti, straziandolo a membro a membro, avrei ben io saputo strappargli il nome dell'infame. Ecco che vuol dire precipitar le vendette! Ma ora, oh l'ho imparato ora: questa sarà lunga, tormentosa… Tremate, o scellerati!»

Sperò che, quantunque non ricevesse la risposta, potrebbe l'amante capitare ugualmente: e però l'altro domani, sull'ora bruna, accennò di doversi partire. La Rosalia lo congedò col solito affetto, coll'affetto che opponeva ai mali suoi tratti, lo accarrezzò:—Perchè (gli diceva), perchè sempre così aggrondato? Io ho paura. Ramengo, sta buono!» e colla delicata destra gli palpava le ispide gote, mentre coll'altra mano abbracciandolo, stringevasi tutta lusinghiera contro il suo fianco: e con quella più tenerezza che poteva, alzava gli occhi gonfi di pianto, verso i torvi e cagneschi di lui.—Sta buono. Mi vuoi bene ancora? Dimmelo! accarezzami: non sono la tua Rosalia? non porto qui dentro un nostro figliuolo? via, un bacio innanzi partire…»

Chi colla pietra infernale gli avesse toccato la viva carne, non avrebbe recato a Ramengo tanto strazio, quanto lei con simili parole.—La bugiarda! la infame! vuol con carezze ricoprire il tradimento: baciarmi e vendermi. Ma ti pagherò della moneta stessa: inganni per inganni».

Tentennò, divincolossi, parve voler proferire alcuna parola, ma non si udì che un rantolo nella gola; tese le mani verso le braccia di lei, quasi per trarsela al seno; indi, come preso d'insuperabile repugnanza, coll'atto medesimo la ributtò fieramente da sè, e senza un'occhiata, senza un motto andossene precipitoso.

Ella sospirò, pianse: erano stranezze pur troppo solite in lui: ma ella non vi si era mai incallita.

Ramengo salì in barca, allargossi, poi presa di nuovo la spiaggia e tornato, si appiattò dietro una macchia donde potesse, non visto, vedere la rôcca: ed ecco fra non molto, sciorinarsi il pannolino sul concertato balcone. Al primo vederlo si rinnovarono, addoppiaronsi le furie di lui: il cuore gonfiato non pareva gli potesse più reggere in petto: gettavasi sul terreno, svelleva brancate di erba e le addentava, alzavasi, traeva la sciabola, percoteva nelle piante, nei sassi, schiantava i rami, gli arbusti, bestemmiava Dio, gli uomini, il cielo. La notte si offuscò; egli, accostatosi di più, si appoggiò fra due piante vicine, e tra quelle protese la faccia, come la jena quando aspetti al varco la gazzella: fissato alternatamente al viottolo, alla porticina, al verone.

Ed ecco su questo apparire Rosalia, in una candida vesticciuola lina, e mostrare di spingere lo sguardo via via per la pendice, come all'incerto lume cercasse discernere un aspettato. Delusa, rientrava; usciva ancora: sedevasi appoggiando il gomito sui balaustri del verone, e chinando la bella faccia nella mano, in una ansiosa ma soave aspettazione. Qualche volta alzando gli occhi alle stelle, sospirava: qualche altra li teneva per alcun tempo coperti, poi più fisi gl'intendeva, se mai in quel mezzo fosse comparso l'atteso: anche qualche canzone intonava, d'aria placida e malinconica, che lene lene si perdeva tra i patetici silenzj della notte, e si mescolava al fiottare lontano dell'onda, che frangeva al primo margine del lago sottoposto.

Ma l'aspettazione della Rosalia e di Ramengo restò delusa. Non per questo egli si stancò; ma e la seconda e la terza sera rimase alla vedetta, e fin alla sesta soffrì quell'orribile tortura, sempre lusingandosi di veder giungere il rivale, sempre colla rabbia in cuore, coll'assassinio in mente: ma sempre invano. Ebbe tempo fra ciò di stillarsi la sua libidine di vendetta: e fra le atroci veglie di quelle notti, l'andò ruminando, pungendosela alla fantasia, raffinandola quanto fosse mestieri per satollare quell'anima sua, ingorda di strazio e di sangue. Il figlio che essa maturava nelle viscere doveva possedere la vita per poterla perdere: lasciarlo nascere, metter lui pure a parte del castigo, esacerbare le pene della madre, a cui dovessero giungere tanto più micidiali, quanto meno aspettate.

Dissimulando pertanto, continuò verso la Rosalia col tenore di prima, crescendo anzi di cortesie come chi medita un tradimento: se non che fra le carezze, l'occhio suo fissavasi talvolta sopra di essa con un baleno così sinistro, così cristallino, ch'ella, gettandogli le braccia al collo gli domandava:—Cos'hai, Ramengo? tu mi guati così!»

Non rispondeva egli; ai baci di lei sentivasi correre dalle chiome ai piedi un fuoco d'inferno: le dita sue irrigidite e convulse stringevano involontariamente il pugnale, era duopo che la respingesse da sè, ed uscisse all'aria aperta a sfogare l'indocile rabbia. Comprendeva la Rosalia che una grave tempesta versava l'animo di lui: soffriva, taceva, non gli scemava l'amore: consolavasi negli arcani godimenti della donna che sente in sè stessa un altro essere, unito e pur diverso, vivente della medesima vita, scosso da movimenti comuni, amato come sè e vagheggiato come un altro: e tripudiava nel vedere avvicinarsi il tempo di metter alla luce un bambino, pegno dell'amor loro, che l'amor loro crescerebbe colle cure prodigategli d'accordo, coi vezzi infantili, colle speranze che danzano intorno alla culla del primo figliuolo.

Maturato il tempo, ella espose un maschio: ed appena nel bacio primo ebbe dimenticato il sofferto travaglio,—Recatelo (disse) a suo padre».

Gli recarono di fatto quella creaturina così gracile, che, sotto le prime impressioni dell'aria e degli oggetti esterni, vagiva e agitava le membra inferme: spettacolo d'affetto per tutti, d'ineffabile esultanza per chi è padre. Ma l'occhio di Ramengo si fe' più feroce che mai; digrignò i denti: un riso sinistro gli raggrinzò le labbra: tolse il fanciullo sopra un braccio; coll'altra mano afferrò il pugnale, e trasse al neonato.

La bambinaja fu abbastanza lesta per sottrarlo a quel colpo, diretto al seno: ma non così affatto, che non gli recidesse, povera creaturina! l'indice della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne sprizzava, agli strilli spasmodici del fantolino, il violento gettò lo stile, e maledicendo e bestemmiando fuggì.

Che cuore l'amorosa Rosalia all'udir questo fatto! Affievolita dal travaglio del parto, in quello stato in cui ogni commozione può divenire micidiale, fu per soccombere. Però la ferita si trovò di facile medicazione; donne venali prodigarono a lei quell'assistenza che le negava il marito: questo ridivenne mansueto e pentito. Non del pentimento però che avvia all'emenda: ma s'indispettiva seco medesimo d'essersi dall'ira lasciato trasportare a tradir il secreto, che del suo scorno come della vendetta volea fare con tutti, se fosse possibile fino coll'aria: onde accagionando di quell'escandescenza certe sue cure penose, la fantasia turbata da molesti pensieri fino il desiderio di cimentare l'amore di lei colla pazienza e la costanza, si mostrò mitigato, venne al letto della moglie, le parlò cortesemente.

Questa fu la medicina migliore, il miglior ristoro alla travagliata. Stese la pallida mano tremante allo sposo, che gliela strinse nella sua: gli mostrò il bambino che teneva al petto; e—Vedi (gli diceva) vedi com'è bello! come poppa soavemente! È tuo figlio: è figlio nostro. Di', non gli farai paura più? gli vorrai tu bene? Che viso d'alabastro! come spira amore! Guarda: egli apre gli occhi.—Cari quegli occhietti! son tutti gli occhi tuoi. Come ti somiglia! Prendi: levalo fra le braccia: dagli un bacio»; e glielo sporgeva.

Ramengo, comunque fiottasse dentro, lo prese, il guardò fiso fiso, gli accostò le labbra alla faccia, e lo baciò o ne fece le mostre. Ma una furia di baci gli prodigava la madre, che in estasi d'amore, di contentezza, sentendo tutta la beatitudine d'essere moglie e madre, amata e amante, non poteva saziarsi d'osservarlo, di carezzarlo; lo fasciava, lo snudava, l'adornava, l'atteggiava; traboccando sopra di esso quell'eccesso d'affetto, che non le era dato versare sul marito.

Ma pel marito quella scena era una prolungata tortura: non vedeva nel bambino che un frutto del delitto: non vedeva in lei che una infedele: e più gli appariva tenera ed amorosa, più la esecrava come scaltrita ingannatrice.—Tante carezze, per qual altro fine che per ingannarmi? È sì affettuosa a quel fanciullo: qual meraviglia? Lo concepì dagli infami suoi amori». E guardandolo, nol trovava per nulla somigliante a sè: quegli occhi semichiusi, quel malatticcio pallore, quella cascante gentilezza d'un neonato, punto non gli pareano ritrarre de' suoi robusti lineamenti, del fuoco del suo sguardo.—No, no: non è mio figlio. L'iniquo Pusterla m'ha oltraggiato. Mal per lui, giuro a Dio! Per ora muojano madre e figlio, verrà l'ora, oh verrà anche per lui».

Così diceva tra il suo cuore; ma lo dissimulava, e in atti mostravasi calmo colla moglie, le dava del buono per la pace, tanto che la Rosalia ne rimase confortata, perdonò facilmente—e che non perdona l'amore? e come non è ingegnoso a trovare scuse alla persona diletta?—Egli lo ama certo: oh come non amare quest'angelo? l'ha baciato: e ogni giorno più lo amerà. E quando col primo riso lo saluterà? e quando articolerà una parola? E la prima che l'insegnerò saràbabbo. Appena potrà mutare i passi, caro fanciullino! correrà da me a lui bamboleggiando, gli si avvinghierà alle ginocchia, e gongolando gli ripeterà,babbo. Esso dimentica per lui le cure, la guerra, le armi: umano si curva, il toglie fra le braccia, lo paleggia, se lo leva sulle spalle, sul capo, lo bacia e ribacia, poi viene a deporlo sul mio grembo. Crescerà poi; verrà grande, bello, robusto come lui: tutti lo guarderanno; e gli stranieri e le donne chiederanno; chi è quel pezzo di giovane? Ed io e Ramengo ne esulteremo, e vedremo in lui il conforto dei nostri vecchi giorni.

Questi sogni passavano per la mente della malata, intanto che porgeva medicamenti e latte al fantolino; e da questi ricreata, a poco andare tornava in vigore, lasciava il letto, ricompariva per la casa. Poichè Ramengo le si offriva mansuefatto e gentile, la Rosalia, non che sgombrare ogni corruccio, fin la memoria depose del maggior torto che ad una madre possa recarsi, un insulto al suo bambino, e tornò tranquilla come prima, e festiva nelle nuove cure, nel nuovo affetto.

Poco tempo dopo ch'ella fu risanata,—era sull'imbrunire d'un giorno di maggio, bel tempo, quieto; il primo calore rendeva grazioso il soffiare dell'aria vespertina, e Ramengo disse alla moglie:—Vedi bella sera. Che non usciamo noi a far due passi? te ne dovresti trovar meglio».

—Volentieri», esclamò in tripudio la Rosalia, di nulla più desiderosa che di cogliere ogni prova d'affezione venutale da lui, per volergliene sempre più bene.

—E il bambino? (soggiungeva) Lo coricherò, è vero? Attendi tanto ch'io l'abbia addormentato.

—Perchè nol recheremo anch'esso? (rispose Ramengo) O forse ti da noja il portarlo?

—No! (esclamava ella affettuosa) «Oh non sai come ad una madre sia gradito peso il proprio figliuolo? Non l'ho portato io tanto tempo qui?»

Così dicendo, l'avviluppava in un pannolino, e di costa al marito, si avviava. Uscirono dalla rôcca, e presa la china, vennero verso il lago.

Era la prima volta che, dopo la sua malattia, essa rivedeva il cielo aperto e sereno, il lago, i monti; tutta ne tripudiava, e come a chi esce da prigione, il petto parea dilatarsele nel respirare quelle arie così soavi, così vitali. Scesi laddove il lago slanciava quietamente le ondate sovra le arene del margine, quietamente, benchè lo squagliarsi delle nevi montane e la stagione oltre l'usato dritta alle pioggie, l'avessero straordinariamente gonfiato, là sovra un muricciuolo sedettero, contemplando quella pianura ondosa, che neppure da una barca era solcata, perchè i sospetti guerreschi le avevano fatte colar tutte al fondo. La Rosalia ora guardavasi alle spalle il Resegone, dalle cui cime merlate il sole ritraeva gli ultimi raggi; ora dinanzi, il varco della Valmadrera in cui la luce tramontando parea ricoverarsi, come il sangue al cuore d'un moribondo; e accarezzava il lattante suo, lo vezzeggiava, e parlandogli come se veramente egli potesse intenderla e risponderle, diceva:—Apri gli occhi, amor mio: aprili, guarda questo bellissimo spettacolo. Vedi là i monti? Un giorno li conoscerai ben tu. Sulle loro coste, fin sulla vetta inseguirai i cavriuoli, lesto tu pure come un cavriuolo, godendo l'aria pura, i lieti soli, la libertà. E quando sarai di qui lontano, salirai su qualche poggio, su qualche torre, per discernere ancora quelle creste: piene delle memorie di tua fanciullezza. E questo lago? Mira: c'è dentro un altro bambino, bello come te. Ma un giorno tu v'andrai per entro davvero a nuoto, lo solcherai in barca.

—E perchè (l'interruppe Ramengo), perchè non andiamo un tratto noi pure in barca?

—Sibbene! (ella esclamò): purchè a te non ne incresca la fatica.

—Oh al contrario; è uno spasso, un esercizio.»

E in due salti fu al molo, ove sotto chiave si custodivano due navetti per servigio del cartello, gli unici lasciati in tutta la riviera; e dati i remi all'acqua, vi raccolse la Rosalia, che sedette sulla prora col fanciullo, mentre Ramengo battea la voga. Scesero così giù giù per la riva, su cui oggi va crescendo la città di Lecco: passarono sotto al ponte, pochi anni prima gettato dal signor Azone, e seguitando fra Pescate e Pescarenico, vennero dove l'acqua dilatavasi in ampio bacino. Intanto era sparito affatto il giorno; le cime circostanti spiccavano nette e brune dall'azzurro fosco d'un cielo senza nubi: e i naviganti, essendo nel mezzo, appena distinguevano la riva: ma dalle finestre delle scarse casipole vedevano esalare il fumo del fuoco a cui la povera gente coceva quel poco di cena che l'interrotta pesca permetteva. Tutto era pace intorno e dentro alla Rosalia, che inondata di soave giocondità, posava la bocca sulla madida fronte del dormente bambino; allorchè d'improvviso Ramengo batté fieramente del piede sul fondo del navetto, sicchè tutto lo squassò, e fece trabalzar la madre e destare in sussulto il fanciulletto. Indi urlò:—Traditrice infame! hai creduto celarmi le sozze tue tresche. T'ingannasti. So tutto: e l'ora del castigo è battuta. Scellerata, muori».

Sbigottita: cogli occhi, la bocca spalancati; pallido il viso; con una mano serrandosi al seno il pargoletto, protendendo l'altra colle dita irrigidite in atto istintivo di difesa, voleva la meschina rispondere, domandare, pregare: ma non gliene lasciò tempo l'infellonito, il quale slanciati nell'acqua i remi, si avventò egli pure nel lago. La Rosalia mise uno strido, in cui sonava l'accento della disperazione; coperse gli occhi, allorchè lo vide gettarsi dalla barca; scoprendoli poi, al fioco barlume del crepuscolo potè vedere come, nuotando, egli guadagnasse la riva.

Cessato allora lo spavento pei giorni del marito, rimase dapprima attonita e tolta di sè, dubbia se fosse un sogno; poi quando cominciò a rinvenire, volse il pensiero sopra sè stessa, e sopra la sua situazione. Sola, in mezzo d'un gonfio lago, in piccola barca, senza remi per aiutarsi, sola con un bambino, la cui vita le era più cara della sua propria! Ruppe alla prima in un pianto angoscioso, e le lacrime piovevano sulla faccia dell'ignaro lattante. Ma tantosto la scosse dal doloroso letargo il sentirsi bagnare le piante. Quel vendicativo avea strappato il capecchio ond'ora calafatato il legno, sicchè l'acqua vi trapelava lenta lenta per le commessure. Stette la tapina coll'occhio incantato sul fondo della barchetta, e parve consolarsi.—Un'ora, due al più, e sarà empita: affonderà: io con essa… e sarà finito quest'inferno.—Ma… e il mio bambino?»

A tal pensiero rabbrividì; e affaccendandosi allora nel cercare salvezza, quanto dapprima disperando aveva agognato la morte, si strappò a furia dal capo, dal petto i veli, e con quelli si pose a ristoppare le commessure, attentissima coll'occhio, coll'orecchio, se da veruna fessura trapelasse acqua ancora; e quando più non le parve, si consolò, riprese il fanciullo, sedette, guardò a questo, guardò alla riva, guardò al cielo… Il bambino era sopito: la riva lontana, silenziosa come l'egoista alle miserie dei suoi fratelli, il cielo bello, limpido, qual suol esser al terminare di maggio in quelle floride parti della florida Lombardia, la luna scema spuntava allora di dietro i monti dell'Albenza, le cui vette si disegnavan sovra il profondo ceruleo dell'aria per la quale scintillavano migliaja e migliaja di stelle.

Quante sere, lucide come questa, avea la Rosalia passate nell'amorevole e gioconda compagnia delle amiche, presso ai parenti, spensierata fanciulla, lieta di placidi gaudii, di allegre fantasie! E dopo sposa, quante volte, in quell'ora, sul battuto della rocchetta erasi badata ad ascoltare i malinconici concenti dell'usignuolo, od a spingere lo sguardo giù verso la riva e per lo scarco delle colline, se vedesse tornare lo sposo!—Ed ora? L'idea dello sposo le richiamava alla mente i più minuti casi del passato; gesti, parole, tratti, che avevano voluto o non vedere o interpretar in bene, ed ora le rivelavano una miserabile tela di sdegni covati, di meditate vendette. Da lui condannata di colpa, onde non si conosceva rea, di cui poteva giustificarsi con una parola, condannata a penare qui, com'ella si credeva, una notte intera, nel deserto delle acque, fra il disagio e la paura…—Oh! che nessuno mi venga a soccorrere?… Nessuno?… Certo egli a quest'ora è giunto al castello; entrò in casa, rivide i luoghi pieni delle memorie de' nostri primi giorni di felicità; nessuno gli si fece incontro a festeggiarlo; rivide il letto, rivide la cuna,—la cuna vuota; si ricordò di me, del bambino che non ha colpa; s'è pentito d'averci messi a questa croce, e corre a salvarci. Oh! saprò ben io dissipare i suoi sospetti: saprò bene col doppio di amore quietargli ogni sdegno… Mio Ramengo! ancora mi vorrà bene, m'abbraccierà ancora. Ecco, la sua destra è sotto al mio capo; la sinistra mi accarezza, e tra noi due è questo caro fanciullo, e ci baciamo tra noi, e lo baciamo lui. Ve'! qualcosa di chiaro s'inoltra nel fondo… È senz'altro la sua barca.»

Il lume si avanzava lento, eguale, ma pallido, azzurrognolo, accostavasi alla barca;—era un fuoco fatuo che seguitando si disperdeva. La Rosalia, che al suo avvicinarsi aveva mandato il grido di chi implora soccorso, che coi palpiti ne aveva misurata la distanza ed il lentissimo procedere, come anche questa speranza dileguò, sospirava, piangeva, piangeva.

Posò il bambino sullo scannello di prua, e inginocchiatasi e sporgendosi da una proda, cominciò colle mani a imitare l'ufizio di remo, se mai riuscisse a farsi più presso alla riva. Il navicello si moveva, sì, ma aggirandosi intorno a sè stesso, senza nulla guadagnare verso il lido, talchè, stanca, rifinita, scoraggiata, tornò la dolorosa a sedersi, a levarsi in grembo il fanciullo, a coprirsi gli occhi con le mani, a piangere ancora, a fantasticare.

—Questa notte, per lunga, per ambasciosa, passerà: verrà il mattino; alcuno comparirà, mi farò sentire; sarò aiutata, tratta a riva… E poi? che farò io? dove anderò? Ritornare a lui?… ma se egli mi ha scacciata… se ha decretata la mia morte… E la gente?… che dirà la gente se mi vedono tornare a questo modo? Comprenderanno il fatto, me incolperanno di tradimento, Ramengo di violenza. Che ne sarà di lui? di me? Che avesse egli a soffrire per mia cagione? Oh Dio! Dio!» e raddoppiava i gemiti, alzava le strida: strida da passare il cuore, ma che si perdevano inesaudite nel silenzio dell'ondosa pianura e della notte arcana.

Solo, tratto tratto riscosso da quelle, il fantolino mesceva ad esse i suoi vagiti; ella carezzandolo allora, baciandolo, porgendogli la mammella, il tranquillava; e, quasi avesse intendimento, gli diceva:—Dormi, fanciullo mio, viscere mie, dormi. Questi mali almeno tu non li senti, tu. Ma la povera tua madre!… Oh! sono io, vedi; sono io che ti ho dato la vita, son io che ti nutrisco di me stessa, che ti alleverò, che ti educherò. E guarda! ora son qui, di notte al bujo, sola, in una barca, nel mezzo di un lago che non ha fondo… non ho un palmo di terra dove posare i piedi; non un sasso dove declinar la testa. Ma tu intanto, tu almeno riposa. La tua cuna, la morbida coltricina ti aspettano invano stasera, ben mio; pure hai le mie ginocchia per letto, hai per guanciale il mio seno: il seno di una madre: puoi tu desiderar di meglio? Oh no? Tu poppa in pace. A me sola i guaj, a me la tempesta, a me l'inferno. O Signore! O Madonna santa! Ma voi, Maria, foste anche voi madre, anche voi portaste un bambino, e fu cercato a morte, e vi toccò di camparlo fuggendo. Deh! traetevi a compassione di me; guardatemi dal cielo, datemi forza di passare questa notte, quest'angosciosa notte, questa notte d'inferno».

E si segnava, segnava il bambino, bisbigliava le sue preghiere, e un poco di pace sembrava pure stendersi sovra quell'anima ambasciata. Le chiuse gli occhi una stanca calma; un lieve sonno la tolse all'ansia del presente. Ma breve. In sobbalzo si svegliò, riaperse gli occhi, non bene ancora sdormentata, credendo trovarsi nella propria camera, nel letto consueto, ma tantosto guardando, toccando, si riconobbe, ricordò dov'era, come v'era arrivata.

Coll'appressarsi della mattina, erasi levato una brezza sottile e frizzante, che la faceva intirizzire e batter i denti, e che, ajutata da quella che gli idraulici chiamano contrazione della vena, spingeva, lentamente sì, ma sempre in giù la barchetta. Foschi nuvoloni si erano pure addensati attorno alle creste della Grigna e del Resegone, che incalzati dai venti delle diverse gole, di qua, di là avanzandosi come due schiere nemiche, avevan tutto ottenebrato il cielo. Poi spesseggiavano i lampi, un tuono sordo brontolava, cominciò la pioggia, si fece dirotta, ed una furiosa tempesta si gettò sul lago. La Rosalia si volse a guardar Lecco, sempre più s'andava quello discostando; e per quanto al tetro guizzo dei lampi ella aguzzasse le pupille, nessun soccorso vedeva comparire, nessuno più ne sperava.

Allora si presentò al pensiero della costernata la probabilità, indi la certezza di un caso peggiore, che dapprima nol si fosse immaginato; allora cominciò a capire che l'alba dovea, non che terminare i suoi patimenti, esacerbarli.

L'acqua cadeva come se la versassero; dove ripararsi? come? La barca non aveva padiglione, non tenda; già il brontolio dei tuoni e lo schianto delle saette avevano svegliato il bambino, e le braccia materne non bastavano a schermirlo. Dapprima, ella si trasse la sottana in capo, e sotto a quel tetto sè medesima e lui protesse; ma l'acqua incessante ebbe ben presto inzuppati gli abiti che grondavano, ond'ella si batteva il petto, stracciava le chiome, percotevasi il capo; più non vedeva, più non sentiva. Coricò il fantolino sul fondo, ove più rialzato lasciava un po' d'asciutto, indi messasi carpone, appoggiata sulle mani, si fece tetto a quello; e in sì penosa attitudine, porse al bambino la poppa, al modo che sogliono le belve delle foreste.

Scarso partito anche questo! All'acqua trapelata la sera per le fessure, aggiungevasi ora quella che il cielo rovesciava; le ginocchia, le gambe di lei ne erano immollate; pure, pazienza! tollerava. Ma sempre più alzandosi, dal peso medesimo determinata, saliva l'acqua anche dov'era posato il bambino, onde la misera più non sapeva che farsi, come schermirlo. Si levò di dosso i panni, e inzuppandoli nell'umore entrato, li spremeva fuori dalle prode; facendo pala delle mani accostate, buttava fuori l'acqua; ma in questa fatica di tanto stento e di piccolo profitto conveniva lasciar discoperto il fanciullo che tutto si infradiciava, che correva pericolo d'annegarsi. Spossata, la Rosalia tornò a collocarsi carpone, strinse il fanciullo contro il petto, e piangeva e pregava, mentre intanto continuava la pioggia come Dio la sa mandare, e l'aria di tramontana cacciava il battello all'ingiù. Tratto tratto sollevando il capo, essa vedeva traverso a quel diluvio, passar sulla riva i casali e le terre, e come venne là dove alla Rabbia dopo Olginate, il fiume piglia un corso violento, sentì trabalzare, aggirare vorticosamente il suo legnetto: si credette sommersa,—baciò il bambino, e raccomandò l'anima sua al Signore—l'anima sua e la vita del suo poppante. Ma dopo sospinta alquanto dalla corrente, e respinta dalla ritrosa, si trovò in mezzo alle acque che riposavano di nuovo, lentissimamente inoltrata dal vento che scemava di forza.

Oggidì le molte palancose, che, o per comodo della pescagione, o per dedurre l'acqua ai mulini, furono piantate in quel lago ove torna a restringersi per formare il fiume dell'Adda, lo impigriscono talmente, che fra Olginate e Brivio può dirsi un paludo morto, ingombro di alghe e di cannuccie. Ma in quel geloso tempo servendo di frontiera, non permettevano i signori di Milano che rimanesse rallentato da qualsifosse ingombro, sicchè sbrigliato scorreva; oltrechè, essendo, come abbiamo accennato, rigonfio per le nevi sciolte e per frequenti acquazzoni, versavasi per quell'unico suo scaricatore, e seco traeva la navicella di Rosalia. All'avvicinarsi d'ogni casa, d'ogni villaggio, quante speranze sorgevano in cuore della meschina che alcuno la vedesse, la sovvenisse! Ma era troppo di buon mattino: pei timori di guerra nessuna nave, come abbiamo ripetuto, solcava allora quel fiume, e la direzione della corrente la trascinava verso la riva sinistra, deserta di abitazioni.

Anche a Brivio da ultimo passò innanzi, e come vide scostarsi pure questo castello, come si sentì trasportata rapidamente dal fiume, che sotto di quello scende a scorsa, si diede per senza scampo perduta. Il temporale, secondo suole in quella stagione, erasi presto sfogato; e Rosalia, alzando gli occhi, vide lo stesso vento che avea addensate le nubi, spingerle ora lontano, al modo onde si dileguavan le sue speranze, e spazzare la volta del cielo, sulla quale cresceva il sole. Ma qual pro che il cielo cessasse d'ispirarle sgomento, se non minore glielo infondeva la rapidità dell'Adda, che, raggirandola, barellandola, la traeva frammezzo a isolette, a selve, a dirupi, ove non avvisava un abituro, un campo coltivato? Gli occhi di lei più non avevan lacrime, non più voce la gola; e quelle ore di spasimo le avevano impresso sul volto un solco profondo, come anni ed anni di cordoglio, come un'ora di colèra. Con una stupida maraviglia levava gli occhi al cielo, li girava sulle spiaggie che le si involavano dai lati, li chinava sulle acque che spumavano, rumoreggiavano, facevano vortice dinanzi al serpeggiante navicello; ma sempre finiva col fissarli sovra il suo pargoletto con un amore più intenso, quanto più s'accostava alla disperazione.

Si assettò di nuovo, se lo coricò sulle ginocchia, gli porse una poppa… l'altra…. Ohimè! erano inaridite!… Una notte come quella, in sì fiero struggimento e sì prolungato, ne aveva esausto il latte. Invano il bambino colle avide labbra facea forza di suggere; invano ella stessa le premeva; a forza di dolori ne sprizzava sangue vivo, ma nessun nutrimento. Un'altra idea s'aggiungeva dunque alle atroci da cui era già straziata: l'idea di aver a morire dalla fame, prima che le acque gli inghiottissero.—-Ma no (diceva tra sé), il fiume è violento, molti scogli l'ingombrano; romperemo a qualcuno… Ecco là in fondo come spumeggia intorno a quel masso… ecco là come pare si precipiti. Ivi sarà l'ultimo tratto, sarà la fine di tante pene.—Ma, e il mio bambino? tu, frutto delle mie viscere? Perir anche tu? perire innanzi di aver gustato la vita? innanzi di aver altro provato che pochi giorni di pianto? O mio Dio! Dio mio! salvate quest'innocente! O angelo suo custode, venite, levatelo sulle vostre ali, portatelo a salvamento! e me, me lasciatemi pur al mio destino, non piangerò, non gemerò, morrò contenta, solo che sopravviva il figliuol mio… Ma che? tu vagisci?… poverino! hai tu fame? Oh trista me! Desolata me! E non avere onde ristorarti! o doverti vedere a languire, e forse a morire fra poco!

Le tornavan copiose le miserabili lacrime, ed ancora porgeva il capezzolo al figliolo, ma ancora senza frutto! onde, convulsa, disperata, chiamava, strideva;—non rispondeva nessuno; nessuno l'udiva… Illanguidita, piegavasi sovra il pargoletto, giungeva le sue alle labbra di lui, nell'atto del colibrì quando porge la lingua a suggere per alimento agli aerei suoi pulcini.

Rapido intanto, tortuoso caracollando scendeva il navetto. Qualche casipola di pescatori, qualche mulino scorgeva di distanza in distanza; alcun contadino, alcun boscaiuolo, alcuna lavandaia, intenti alle opere loro sulla spiaggia, ove n'era alcun lembo, se vedeano quella barchetta di lontano, la fissavano un tratto; qualcheduno esclamava:—Strano gusto d'andare giù pel fiume ora che è così grosso!»

Ma altri soggiungeva:—Non vedi che non ha remi, nè timone? È una barca che si perde.

—Si perde? Corriamo ad ajutarla. Malann'aggia la guerra che ci tolse i nostri battelli!»

Correvano, e non sapevano dove, e gridavano verso la barca, e alcuno affrettavasi ai posti dov'erano le sentinelle e le vedette, ma prima che fossero arrivati, l'acqua superba avea tratto innanzi la navicella così che più non potevano se non guardarle dietro ed esclamare:—Povera gente che v'è dentro! Gli ajutino le anime del Purgatorio!»

Il fiume, che in quello spazio corre a rotta anche ne' tempi ordinarj, ma a vero precipizio quand'è gonfiato, giunto al luogo che chiamano ilSasso di San Micheleda una chiesuola erettavi dalla timorosa pietà, entra in un letto più angusto, con furia ancor più minacciosa. Dico il luogo appunto, ove, tre secoli dopo quel tempo, venne aperto a gran forza ed artificio un canale navigabile, che dal sovrastante villaggio è denominato ilNaviglio di Paderno, e che con moltiplicati sostegni modera l'acqua in modo, che senza guasto le navi discendono l'altezza di ventisette metri nella traccia di un miglio o poco più.

Nulla eravi allora di ciò, e il fiume in balia di sè stesso dando volta, s'insaccava in quella stretta, che oggi ancora, benchè difesa da salda e fitta travata, mette i brividi ai pochi naviganti che s'avventurano a passarle da lato, e che ripetono al piloto, ai rematori, di tenersi ben rasente alla riva opposta, mentre si raccomandano al Signore, e rammemorano i non rari casi d'infelici, che l'inesperienza o l'impeto strascinò attraverso per le Trecorna, come vien chiamato quel gorgo. Di qua e di là del quale ergesi a picco una montagna, da cui i secoli divelsero enormi catolli, onde è seminato ed irto quel varco. Alcuni si alzano giganti da emulare i greppi laterali; altri sporgono appena a fior dell'acqua la cima tagliente; dell'acqua che, riurtata fra i massi, spumeggia loro intorno, si ritorce in sè stessa vorticosa, ruggisce sì che da lontano se ne ascolta il frastuono, come da lontano se ne vedono balzare le spume ad incanutire i più erti scogli, e diffuse in minutissima spruzzaglia, ingombrar l'aria d'una nebbia trasparente, e colorarsi dell'iride, rinfrangendo i raggi del Sol levante e del morente.

Intese la Rosalia il grave e minaccioso frastuono, poi vide quell'abisso; in soprassalto di terrore si scosse dal momentaneo assopimento, cacciossi le mani nelle chiome irte sul capo; aperse quindi le braccia, le tese colle dita aggranchite, spalancò gli occhi, la bocca ad unah!disperato quando la barca fu presso, quando venne dal vortice strascinata. Al primo sobbalzo si credette morta; premette al seno il bambino, quasi il suo seno potesse sottrarlo da quel furore; avventò uno sguardo ansioso sulle rive, quasi lusingandosi che le potesse bastar la forza per recare, sventurata! attraverso quell'impeto, fin colà il diletto suo peso.

Udiva frattanto il fondo della barca crocchiare strisciando sul fendente dei macigni: era diguazzata ora dalle onde che sovverchiavano il legno, ora dal piovoso polverio, in cui quelle si risolveano frangendo contro i ronchioni; ogni nuovo fiotto era una trafittura; nessuna era quella della morte. La morte coglie bensì l'uomo, contento fra le lautezze della gioja, ma risparmia l'infelice quando la invoca siccome termine delle sue miserie.

Ed io, nato sulle rive di quel fiume, non dimenticherò mai d'aver veduto… Egli era un povero sartore della mia terra, fidanzato ad una setajuola della riva opposta, povera anch'essa, ma ricchi entrambi di sentimento. Salì egli in battello per varcare il fiume, e andarla a trovare; l'Adda era grossa: veniva la sera; egli, mal destro nel remare: la corrente gli tolse la mano e gli strappò un remo, onde giù e giù. Noi accorremmo; egli fece ogni industria per ajutarsi, ma non vedendo più modo, in abbandono d'ogni rimedio umano—parmi vederlo tuttora—inginocchiossi, incrociò le mani sul petto… noi pregammo per l'anima sua. Al domani si trovarono giù per le Trecorna i galleggianti frantumi del suo battello.

—La setajuola!

Ma per Rosalia non andò così. La sua barchetta, per non so qual ventura, ficcossi fra due scogli vicinissimi, uno dei quali, d'ingente mole, era stato rovesciato dal caso sopra l'altro, in guisa che questo gli serviva di puntello, come il guanciale a cui un gigante riposasse le membra enormi, stancate nella battaglia; e sotto al loro cavo, alcuna quiete avea quel bollimento. Ivi non percosse la barchetta sì forte da andarne spezzata, e il rincalzo delle onde ve la tenne come confitta e in tentenno fra il mugghio, fra i vortici, fra la spuma, fra la continua aspettazione della morte irreparabile.

La Rosalia si levò, curvossi sopra quell'acqua—un salto e più non comparire fuori,—e aver finito, finito questo prolungato crepacuore.—Ma, e il bambino? Oh finchè pure un filo di vita restasse, bastava per attaccarvi la fiducia. Misurava coll'occhio l'ertezza di quelle rupi; arrampicarsi fin lassù… nulla pareva impossibile alla forza, dirò meglio, alla frenesia dell'amor materno. Ma e poi?… gente all'intorno non v'è: il rovinio delle acque non lascia intendere le chiamate. Avrebbe dunque a morir lassù di fame, dopo aver uno ad uno noverati i singulti del moribondo figliuolo, dopo sorbito stilla a stilla il calice di quella desolata agonia. Ora la corrente, che tanto l'avea dianzi spaventata, le pareva desiderabile, come un rimedio, come l'unica speranza; poteva forse recarla ad una riva, dove alcuno la guardasse, la soccorresse. Ma qui, qui non altro poteva aspettare che la morte.

Risoluta pertanto ad avventurarsi di bel nuovo, col vigore che le infondevano il prepotente istinto della vita e la pietà materna, puntò le braccia contro quei massi, ne staccò la navicella aderente, sicchè fra essa ed il macigno potesse mettersi un filo appena d'acqua, il quale di subito dilatandosi il passo, allontanò il legno, e spinse; l'istante dopo trovavasi ancora in balia della corrente, trovavasi fra nuovi gorghi, fra nuovi scogli, poi librata all'impeto dell'Adda che, emersa da quel sasseto, e ripigliando libero corso, la portava colla rapidità del desiderio. Lo sgomento attuale cancellava la ricordanza del precedente; avrebbe voluto ancora trovarsi fra quei sassi, fra quelle angustie di prima, ma ferma ed appoggiata; e pregava Iddio di ridurla colà, di presentarle un altro scoglio, ove un istante assicurare la vita sua e del suo bambino. Chieder salvezza più non osava: assai le era invocare la morte men dolorosa; o piuttosto ella medesima non sapea più che dimandare, se non ogni momento, una situazione diversa da quella in cui si trovava.

Però, dopochè nuovi pericoli la sgomentarono sotto al castello di Trezzo, l'Adda, spaziando in men ripido letto, portava la navicella con minor violenza, e nelle vicinanze di Vaprio, l'andava sempre più accostando alla sponda, sicchè un raggio di speme tornò a brillare sugli occhi di Rosalia. Di fatto ella fu dalla ritrosa trascinata rasente ad un masso, che scalzato di sotto dal batter delle onde, formava una grotta, dalla cui volta pendevano i radicioni e i torti rami d'un caprifico. Ad uno di questi venne fatto a Rosalia di ghermirsi, e coll'estremo di sua forza stringendolo,—Grazie al Signore, (esclamò) eccolo salvato».

Respirò; con occhio consolato riguardò il suo bambino, e sul volto le si fece tal mutazione, qual era successa nel cielo quella mattina. Il fiotto tentava bensì di scostare il barchetto, ma essa, attenendosi con ambe lo mani, ne vinceva lo sforzo. Cominciò poi a mirare d'intorno. La rupe, dov'essa era fermata, sporgeva erta e discoscesa. Per quanto l'occhio arrivasse, non si discerneva un approdo. In sulla sinistra dell'Adda, stendevasi fiorita e verdeggiante la pianura, e per quella vigorosi contadini e bizzarre Bergamasche attendevan giulivamente dietro alle opere campestri; ma tanta era la lontananza, tale il rombazzo del fiume, che ella non potea farsi intendere fin colà. Intanto il sole, giunto a mezzo del suo corso, sferzava cocente il nudo capo di lei, procurandole un nuovo tormento, quasi fosse destinata a tutti provarli in quel giorno. E le ore passavano, e col fuggire di quelle cominciò ad accorgersi come la sua posizione fosse mutata, non migliorata. Colà, soletta, scevra da tutti, non vedeva modo come ajutarsi. Forse la disperazione avrebbe potuto invigorirla ancora tanto, da ghermirsi di sterpo in sterpo, di ronchione in ronchione, su fino alla vetta, ma e il bambino? Abbandonarlo non era neppur pensiero che le nascesse, e con esso in collo, nè di muoversi tampoco le era fattibile: solo per esso tenevasi così avvinghiata al ramo salvatore.

Il bambino poco dopo si risvegliò, prese a guajolare, tormentato dall'incomodo posare sugli assi, dalla fame, e dal sole che lo coceva anche sotto ai panni, con cui, sciorinando il proprio capo e il seno, l'aveva ricoperto Rosalia. Ogni suo strillo era un coltello al cuore della madre, che tanto più addentro la trafiggeva, quanto erasi ormai creduta in salvo.

E come chetarlo? Se abbandona lo sterpo, eccola di nuovo travolta nei terrori di prima.—Forse è un villaggio qui vicino… ma, e se nol ci fosse? se non arrivassero in tempo?» Allora tremava che il ramo non si schiantasse, e viepiù lo stringeva, col furore onde chi affoga si appiglia a che che gli si offerisca; e gelava e sudava qualora, intontita dal sole, le paresse veder la rupe ondeggiare e cedere, o sentisse venirsi meno la forza e fiaccar le giunture delle dita, che sbattevano in convulsione.

Finchè però stava così, non poteva accarezzare il languido infante, non premerlo al seno, non l'acquetare baciandolo, cullandolo sulle ginocchia, fra le braccia. Più dunque non le restava che la voce, colla quale il veniva confortando, lusingandolo a pazientare, a tacere, a dormire: non temesse più: verrebbe presto il soccorso; tornerebbe a suo padre, al suo tetto…. Fin qualche cantilena intonava per addormentarlo…. cantava in quello stato, in quella agonia!

Ma il fanciullo nè ascoltava, nè smetteva il rammarichio e gli striduli vagiti, che facevano a brani il cuore di essa. Tentava ella ogni arte per accostarglisi, toccarlo almeno coi piedi, colle ginocchia, mentre pure colle nude braccia supine aggavignavasi al caprifico. Più di una volta fu per lentare le dita e lasciarsi ancora all'arbitrio del fiume, ma non osava, e rompeva in più dirotto piagnisteo, che accordavasi con quello del fanciullo in un'armonia di desolante pietà. Tratto tratto ripigliando alquanto di lena, alzava un grido, il più forte che poteva; udivasi l'eco iterarlo; l'eco insensibile come l'anima dell'avaro; gli uccelli annidati fra quei macchioni, sbucavano strepitando, sparnazzando; ma nessuno rispondeva; un momento dopo, tutto era rientrato nel silenzio, appena rotto dal cozzare delle onde, che frangendo contro il masso, facevano barellare il navicello.

Così la fiducia tornò a dileguarsi; più non videsi davanti che la morte, resa anzi più atroce dalla necessità di eleggere tra l'affrontarla col rimettersi alle onde, o sorbirla qui per estenuamento di fame, con sugli occhi il languire affannoso, negli orecchi lo straziante piagnucolare di quell'innocente. Quante miserie aveva essa mai osservate in sua vita; quante madri infelici le erano occorse, tutte ora le tornavano a mente: le une mendicanti dal duro passeggiero un tozzo da sfamare i pargoletti; le altre, confitte sur un pagliericcio, inferme, senz'altro poter dare alla loro prole che compianto; espulse di casa da prepotente soldataglia, da disumani mariti, coi bamboli in collo;—ma i mali di nessuna le parevano pari ai suoi: quelle avevano i piedi in terra, potevano strascinarsi in cerca d'un alimento: destavano, se non altro, compassione in chi le sguardava, ma essa!… Quante preghiere quel giorno non recitò! quanti voci non fece! Se usciva da quel travaglio, se campava il suo bambino, avrebbe digiunato tutti i venerdì, poi tutti i giorni; portato di continuo un cilizio sulla nuda carne; visitato, ginocchione, i Santuarj. Pareva che le preghiere la calmassero alquanto, la rianimassero; ma come il suo bambino levava di nuovo i vagiti, smarrita, disperata, ancora si dava a gridare, a bestemmiare, a maledire chi di tanti patimenti le era cagione.

Il sole intanto calava; e la vampa, onde per tante ore l'avea sferzata, dava luogo a quel piacevole ventare, che ricrea le sere in riva ai fiumi. Già sulla spiaggia opposta Rosalia vedeva, oh con che invidia! i bifolchi, togliendosi alle fatiche, incamminarsi ai pacifici casolari: il boatiere cacciarsi innanzi la mandra pasciuta: la fanciulla colla verga ravviare i branchi di paperi al pollajo. Era l'ora del crepuscolo, l'ora delle rimembranze per chiunque godette, per chiunque soffrì, per chiunque amò. Ma per Rosalia non veniva che preludio di nuovi tormenti. La notte si oscurerebbe: se la fortuna non aveva mandato nessuno a soccorrerla il dì, quanto meno la sera! Pure di sopra al capo suo le pareva e no intendere un sussurro, una faccenda:—Oh se riuscissi a farmi sentire!» E per quanto spossata, alzò uno strillo,—il ripetè,—credette essere stata intesa, perchè si fece silenzio: lo raddoppiò, e di fatto gente si avvicinò all'orlo del masso, e—Chi è laggiù?» gridò una voce.

—Io… una infelice… ajuto, ajuto!» rispose la costernata.

—Ma come siete lì?» richiese la voce.

Ella non replicò se non—Ajuto! ajuto! prendete il mio bambino.»

Erano veramente persone, che passando l'avevano intesa: e come poterono comprendere ch'ell'era una donna in pericolo di sua vita, pensarono a salvarla. Ma come? il discosceso della rupe impediva, non che d'accostarsi, nè tampoco di vedere se costei fosse nell'acqua, se in nave, se s'uno scoglio. Andare per una barca sino a Vaprio era lungo viaggio, poi più lungo il salire a ritroso della corrente; ella intanto si sarebbe affogata.

—Volete una corda?» le gridarono.

—Sì, sì… una corda: Ajuto, ajuto… subito… Il mio bambino muore.»

Lesti adunque presero un canapo, che per buona ventura si trovava sul carro, e lo calarono giù: ma parte che essi non sapevano il luogo appunto ove ella si fosse, parte che il masso, sportando, teneva la corda discosta dalla barca, mai non potè la infelice vedersela sì vicino, che osasse abbandonare il suo ramo; e veniva dicendo:—A ritta—A mancina—Non la posso prendere—Ajuto—ajuto!»

Finalmente la corda le rasentò la persona, onde la Rosalia, sicura omai di poterla tenere, lasciò il ramo per ghermirla.

Ahi lassa! non appena sciolse la mano, l'acqua respinse la barchetta; la fune tutta molle le sguisciò fra le mani, che intormentite non avevano forza di fermarla; essa vide un'altra volta fuggir la riva; vide le persone che dall'alto del sasso la stavano additando, compiangendo, gridando accorr'uomo. Protese le braccia esclamando—Ajuto»; sollevò verso di loro il suo bambino; li commosse a tenerezza, ma essi più non sapeano via di soccorrerla; il fiume già l'aveva tratta lontano, già la portava impetuoso.

L'ultima occhiata che la Rosalia volse al lido, le mostrò un pio sacerdote, che, a vederlo, pareva le gridasse a gran voce la formola dell'assoluzione dei peccati, alzando la destra in atto di benedirla: mentre tutti i circostanti, piegate le ginocchia, oravano per lei, come si ora per l'uomo in agonia.

Essa ricoricò il suo bambino, poi lasciossi in abbandono cader sul fondo del perduto barchetto. Fra tanti e sì variati patimenti, fra il digiuno, fra la nausea, fra la speranza tante volte nata e tante sparita, solo l'amor materno l'aveva tenuta in vita; ora prevaleva l'ambascia; le si offuscarono gli occhi, più non vide, più non udì…

Possa il suo pensiero in quegli ultimi istanti essersi affratellato a quel dei fedeli, pietosamente preganti in sulla riva, per domandare con essi dal Cielo quel rimedio, che più dalla terra non poteva aspettare!

L'uccisore di Rosalia frattanto, guadagnata la riva, traversò le rovine di Lecco, monumento di vendetta pubblica: rivide la macchia, fra cui esso aveva concepito la vendetta privata, che ora tornava d'aver compiuta; entrò nella rôcca, nella camera sua, e respirando come persona giunta al termine di un difficile cammino, buttandosi sui letto esclamò:—Alla fine son contento.»

Ma contentezza non segue al delitto, neppure in chi vi ha fatto il callo: le gioje che esso procura sono tempestose, come l'inferno da cui procedono. Quelle coltri, quel materasso riuscivano ispidi, pesanti per Ramengo; voltavasi, contorcevasi, volendo pure a sè medesimo simulare tranquillità, chiudeva gli occhi, si provava di dormire, ma rivenendo in sè, trovavasi averli spalancati, fisi, incantati sopra i fantasmi che l'immaginazione gli presentava. Non erano fantasmi di paura, ma quei della donna sua, del figliuolo, delle loro ambasce; e lì immobili, confitti alla proda del suo letto, al capezzale, alla porta: sicchè non potendo stornarli, procurava mutar lo spavento in un'atroce dilettazione. Balzò di su la coltrice, salì sulla vedetta: e quivi fermi gli sguardi lampeggianti sopra il lago, col fosco crine spartito sulle due tempia convulse, il pugno sopra la spada, l'altra mano aggrappata ad un merlo, si sarebbe detto una statua posta colà ad ornamento o a spauracchio. Tentennò poi risolutamente il capo, e proferì:—Sei là! là in mezzo. Maledetta! perchè non dura eterna questa notte? perchè non può colei sentir in essa tanti affanni, quanti da due mesi a me ne ha fatti soffrire!»

Poi mirò farsi bujo verso tramontana, e un nebbione, quasi densa fumea di fornace, avanzarsi radendo il lago: previde la burrasca, e ne tripudiò: tripudiò quando la vide scoppiare: ogni groppo di vento che rompesse, ogni fulmine che cascasse, egli trasaliva d'infernale piacere, nella frenesia della rabbia figurandosi quel che ne patirebbe la donna. L'acquazzone tutto il lavava; gli strideva tra le chiome il vento;—e' non lo sentiva; non sentiva altro che l'ardore della vendetta.

Solo al primo albeggiare si tolse da guardare il lago; e salito a cavallo, uscì furiosamente lunghesso la riva se mai essa vi fosse approdata, se piuttosto la procella ne avesse rigettato il cadavere. Nulla vide, nulla ne intese raccontare, onde fu al colmo della soddisfazione, sperando che, com'era stato suo disegno, il lago avesse inghiottito e la vittima e le traccie del delitto. Su quei primi giorni mascherò il rimorso con una smania di operare; spedì attorno a cercare se mai il nembo o la piena avessero fatto pericolare alcuno: sotto veste di esplorare gli andamenti di certe bande che infestavano la valle San Martino, mandò di qua, di là scorridori che gli riferissero a minuto quanto udivano, ma nessuno gli fe' cenno di una donna affogata: onde esclamò:—Hai pur dato l'ultimo tuffo!—Possa la tua agonia essere stata lunga, affannosa quanto te l'auguro io, quanto la meriti! Possa io un giorno, come ho goduto, della tua morte, così godere di quella dell'infame tuo drudo!»

A chiunque abbia idea della disordinata prepotenza dei governi militari in ogni tempo, e della confusione speciale d'allora, quando, per troncare un viluppo inestricabile, fu fatto uno statuto[16] che nessuno si ricercasse per delitti commessi durante la guerra di Monza dal primo novembre 1322 all'undici dicembre 1324, sarà agevole spiegare come veruno giuridicamente chiedesse conto a Ramengo della donna scomparsa; in privato poi, coi subalterni gli valeva la superiorità per farli tacere: coi pari e coi superiori non gli mancavano sfuggite e pretesti. A Lecco diede voce che la Rosalia fosse andata a Milano: a Milano che fosse corsa ad unirsi co' suoi parenti forusciti; poi che era morta, morta lei, morto il bambino, e se ne finse accorato, celando il suo delitto sotto impenetrabili apparenze, come celato lo aveva la superficie del lago, cui unicamente l'aveva confidato.

La prima volta che di ciò fu inteso, il giovane Pusterla se ne mostrò tocco nell'anima, siccome succede allorquando vediamo peccare chi più ci pareva dabbene; allorquando vediamo chiuder il libro della vita chi non ne avea scritto ancora che pochi fogli. E non rifiniva di chiederne; e s'ingegnava di consolare Ramengo, prima colla speranza che certo ella tornerebbe al marito, al dovere: poi, dopo credutala estinta, coll'enumerarne le belle doti, e rammentare certi atti minuti, certe leggiere parole, che tra i casi ordinarj sfuggono innotati, ma che tornano a mente vivacissimi allorchè scomparve quello alla cui memoria erano attaccati.

Ma questa commiserazione, questi encomj, ben altro suono facevano a Ramengo. Non già ch'e' fosse cotanto geloso dell'onor suo che credeva oltraggiato: ma la commiserazione faceva dispetto a lui, bramoso di eccitare invidia: e nella ribalda anima sua il rimorso palliavasi sotto altri affetti, dei quali soli era capace: odio, disprezzo, vendetta.

Sebbene verun tribunale, veruna potente voce chiamasse conto a Ramengo dell'operato, sì lo interrogava fieramente una voce interna, quella che, se i gran malvagi asseriscono di non sentire più, o mentiscono, o il vero è che l'hanno soffocata sotto altre voci, principalmente sotto alla smania che gli invade di nuovi delitti. Come l'ubbriaco, allorchè il vino comincia a fargli dar volta al capo, crede ripararvi col berne del nuovo: come una donna che d'una prima infedeltà sentesi spinta a cancellare la memoria col commetterne di nuove, e sostituire la vorticosa illusione della voluttà alla severità dell'innocenza perduta e al salutare stimolo della coscienza; tale Ramengo per rapirsi allo strazio del primiero misfatto provava una diabolica necessità di consumarne di nuovi. E com'è sottilissimo l'amor proprio a trovare scuse fino alle atrocità; così Ramengo versava ogni colpa sua sul Pusterla: fingeva a sè stesso di avere amato Rosalia d'immenso amore, sinchè tra i loro cuori non si frappose quell'esecrato: esagerava le speranze che avea fondate su quel fanciullo; e col lungo fingere un tal sentimento, talvolta Ramengo ritrovava in sè un vero rammarico di avere perduta quella sposa, di cui gli ricorrevano a mente le rare doti del corpo e dell'animo, e le dolcezze ch'essa gli prometteva.

Più ancora compiangeva il perduto figliuolo: così è dolce cosa a tutti il vedersi crescere intorno un bambolo, col quale ritessere il cammino della vita: così all'ambizioso è caro il poter erigere su quello la speranza e i disegni dell'avvenire! Nè poteva Ramengo ripiegare con un nuovo matrimonio, poichè da una parte la vulgare opinione aggiungeva non so che obbrobrio alle seconde nozze e a chi le contraeva; i feudatarj ne esigevano una tassa a profitto delle loro stalle: obbrobrio che, a chi pretendesse trovar ragioni delle popolari ubbie, parrà strano davvero in tempi che nessuno se ne apponeva al concubinato, all'adulterio. Ma se questo riguardo era gittato alle spalle dai principi e dai maggiori cittadini, doveva rispettarlo Ramengo, smaniato com'era di salire, e quindi in necessità di accarezzare e i vizj de' magnati e i pregiudizj de' volgari. Dall'altra parte chiedendo una seconda sposa poteva indurre e questa e i parenti a cercare più sottilmente l'esito della prima moglie, e rimestare così una sucida pasta.

Doveva dunque dire addio alle casalinghe consolazioni, smettere la lusinga di potere, quel che a stento gli veniva fatto per sè stesso, montare sublime per via di un figliuolo. Ma, anzichè accettare ciò come conseguenza e punizione del suo misfatto, non volea vedervi che una ragione onde portare peggior odio al Pusterla, onde concentrare su lui solo tutto l'astio, che era un bisogno dell'anima sua, e che dapprima sfogava contro la povera Rosalia.

Però una vendetta subitanea e violenta poteva fallirgli, e venire punita, e non corrispondeva agli spasimi che nella sua immaginazione a lui preparava. Conservò dunque le apparenze di servitù e di amore verso i Pusterla, anzi le raffinò, come è stile dei traditori: non avresti detto potersi dare altri più zelante dell'onor di quella casa: ma intanto ne spiava ogni andamento, simile al lupo cerviero, che con lunga persistenza seguita la vittima che destinò pasto alla rabbiosa sua fame.

Corsero gli anni: al Pusterla incontrarono i casi che già accennammo, e si sposò colla Margherita Visconti. Ramengo, siccome cliente della famiglia, assistette alla pompa della benedizione conjugale: e quel sacro istante, in cui il cuore balza fra due vite, fra i desideri del passato e le promesse dell'avvenire, ricordò al feroce il momento in cui egli erasi giurato amore colla sua buona Rosalia. Vide poi la tenerezza e la felicità spargere fiori a gara intorno e sopra della Margherita: con invidioso struggimento vide il suo abborrito diventar padre d'un vezzoso fanciullo: la beatitudine che quello godeva nelle incolpate mura domestiche, gli riaprì, se mai erasi rimarginata, la ferita onde in grazia di lui dicevasi trafitto.—Ecco! a me rapita una moglie, un figliuolo: messa nell'animo mio questa procella…. tutto per colpa di lui… ed egli nel colmo d'ogni felicità! E quel bambino? Oh un figlio! se avessi io pure avuto un figlio! quanti ineffabili gaudj! quante floride speranze! Poter anch'io amare, poter destare invidia! E non l'avrò mai… mai! Colpa di chi? Ed egli lo ha… e così bello! Ha una donna… una tal donna! Oh potessi turbargli cotesti godimenti! oh potessi mescere alle sue labbra un sorso del fiele, di cui esso ha attossicate le mie!»

L'astio (tant'è versatile!) assunse perfino le apparenze di amore. Perocchè, o rimanesse veramente preso anche Ramengo alla virtù e alla bellezza della Margherita, come se un demonio s'invaghisse d'un cherubino: o non si tenesse per pagato fin a che non ricambiasse collo scorno lo scorno che dal Punteria pretendea aver ricevuto, incominciò a corteggiare la costui moglie. E prima le venne in atti ed in parole prodigando le lusinghe, da cui ella potesse argomentare come di lei vivesse passionato: spinse quindi la sfacciataggine fino al punto di richiederla apertamente di amore. La Pusterla vedevasi di così immensa distanza superiore a colui, del quale, se non sapeva tutte le nequizie, indovinava per istinto la maligna natura, che dalla sozza sua persecuzione affatto si trovava sicura, e senza farne motto a veruno, le parve assai castigarlo col disprezzo. Ramengo però non era uomo da fare come sbigottito e vinto al primo colpo: anzi viepiù s'infervorava, fosse per punta, fosse perchè, confidente nei meriti suoi, come suol essere chi non ne ha, credesse potere coll'assiduità riportare una vittoria, tanto più gloriosa quanto più difficile. Oltrechè fermamente erasi proposto di cominciare le sue vendette contro il Pusterla dal contaminarne la donna: e quando pure non vi dovesse riuscire nel fatto, anche le apparenze gli sarebbero bastate; bastato che la vulgare malignità trovasse onde appuntare la Margherita, e turbare i sonni a Franciscolo.—Ma costei (diceva tra sè) non è costei come tutte le donne? A qual di esse torna ingrato un omaggio che si presti alla loro bellezza? Oh cadrà, cadrà: venga solo l'occasione».

E l'occasione parvegli venuta nell'incontro che sto per dirvi.

Sebbene non ancora tanto divulgata come si fece poi nel secolo XVI e nel seguente, pure già correva allora l'opinione, che un uomo potesse far patti cogli spiriti dell'inferno, ed acquistare così una facoltà soprannaturale, alcune volte di giovare, più spesso, di nuocere altrui. Sapevasi che versiere e stregoni potevano destare i turbini e quietarli; ogni temporale si credeva da loro suscitato; e ne trovavano irrefragabili prove nelle strane apparenze che assumevano le nubi accavallandosi, e nelle quali l'immaginazione ravvisava figure di giganti, di bestie, di demoni. Gli astrologhi, generazione molto attenente alle cose della magia, davan norme ai principi, che dal cenno di essi facevano dipendere le azioni loro, le guerre, le partenze. Ove, per dirne una sola, ricorderò l'avventura del Petrarca che, mentre nel nostro duomo recitava un'adulatoria orazione per l'inauguramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si vide sul più bello interrotto da quell'astrologo Andalon del Nero, che altrove mentovammo, il quale aveva scoperto esser quello il preciso minuto della combinazione di stelle migliore per fare la cerimonia. Ogni malattia poi alquanto bisbetica veniva attribuita a fascino e sguardo maligno: erano fatture di streghe gli accidenti, di cui l'uomo o non sapeva render ragione o non aveva coraggio d'incolpare sè stesso: e credevasi ch'elle si congregassero, certe notti, in certi luoghi, a tenere i loro conciliaboli infernali.


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