Il giorno dappoi, all'ora che Lasagnone soleva portare alla Margherita una pagnotta, una scodella di zuppa ed una brocca d'acqua, le comparve dinanzi con volto più mansueto, a somiglianza d'un orso quando fa cerimonie. Obbediva egli così a colui, al quale egualmente avrebbe obbedito se gli avesse comandato,—Lasciala consumare di fame». E poichè le ebbe deposto per terra il vaso dell'acqua e accomodata la scarsa prebenda, a guisa di chi vuol mettere in sapore di cosa inaspettata, diceva:—Qui poi, ci ho un lacchezzo per vossignoria»; nel mentre che pian pianino, sto per dire con devozione, veniva rialzando i lembi di un tovagliuolo, di sotto al quale comparve un fragrante manicaretto. Tirò il fiato per le narici colui, come un segugio che fiuti il sito del selvatico, e mettendosi la mano sul cuore, esclamò:—Oh buono!» poi deponendolo avanti alla sventurata, che, a quei garbi così insoliti e così goffi, a quella voce così stranamente indolcita, così forzatamente cortese, apriva la fisonomia ad un malinconico sorriso,—Questo (le soggiunse) glielo manda l'illustrissimo signor Luchino: padrone nostro e di tutta Milano; e dice che glielo manderà tutti i giorni, dice; e che vuole sia trattata sempre da par sua: e dice che si ricorda di lei».
Questo cambiamento in meglio recò tutt'altro che conforto alla Margherita. Come succede al giusto conculcato dal prepotente, ella sentivasi di gran tratto superiore al suo nemico; e a guisa di una molla d'acciajo, più era calcata, più con vigore rimbalzava. Oggi però che ne riceveva una cortesia, e pur troppo non poteva recarsi a crederla da pietà o dalla acquistata certezza dell'innocenza sua, ma dovervisi celare qualche insidia; oggi le si apriva dinanzi all'immaginazione un'altra serie di patimenti e martirj nuovi che le sovrastavano. Quindi, allorchè il carceriere le fissava gli occhi guerci in faccia, aspettando di vederla tripudiare dall'allegrezza, un profondo sospiro mandò ella invece dal petto, e sollevando lo sguardo gonfio di lagrime al cielo, esclamò:—A voi mi raccomando».
Era corso il suo pensiero alla madre del bell'Amore: a lei si era votata contro i preveduti assalti. Si ricordò quando, bambina, le insegnavano ad offrire un fiore a Maria Vergine coll'astenersi, in certi giorni più devoti, da qualche vivanda che le facesse gola; buon avviamento a quelle abnegazioni che, in troppo più gravi cose, deve poi nella vita fare per forza chi non vi si abituò per virtù. Anche allora dunque voltasi Margherita a Macaruffo, e colla destra lievemente respingendo il tagliere ch'ei le sporgeva:—No (disse), no. Vedete? coteste delicatezze a me non s'addicono. Per reggere la vita n'ho assai di questo pane e di questa zuppa. Trovate di grazia un poveretto—qualche infermo che conosciate più bisognoso; dategli questo piatto, e raccomandategli che preghi per me.
—Come? la non lo vuole?» esclamava il carceriere, fuori di sè tra per lo stupore e per la fiducia di farne suo pro: e colla più tepida insistenza, che ingegnavasi di fare apparire sincera, ripeteva:—Senta, senta!» e annusava la pietanza e l'avanzava verso di lei:—Senta fragranza! È un pasticcino di beccafichi da serbatojo, tutti sugna. Ah buono! Un boccone da tornar il gusto a un morto.
—Tanto meglio (replicava la Margherita) quel poveretto lo mangierà più volentieri.
—Ma… a… a…!» riprendeva Lasagnone assumendo un'aria seria e contrita.—Il signor principe ha ordinato di darlo a lei, o sarebbero guaj. M'ha fatto una minaccia che… il Signore me ne scampi!
—Il principe non lo saprà. Io l'ho per accettato; fate conto che l'abbia goduto io: e destinatelo, vi prego, all'uso che vi ho detto.
—Deh che buon principe eh?» soggiungeva Macaruffo, pur collo sguardo incantato sopra la vivanda.—Ella può veramente chiamarsi fortunata d'essere nelle sue mani. Pare fino che abbia compassione di lei».
La Margherita chinava la testa, e colui seguitava:—Dunque darlo proprio ad un pitocco.
—Si, e che preghi per coloro che soffrono, ed anche per coloro che fanno soffrire.
—Buon pranzo a vossignoria», esclamò Macaruffo, traendosi il berretto con un'insolita gratitudine, e tiratosi dietro l'uscio, se n'andò contento che non gli parea vero; e non era disceso da metà la scala, che si sedette, e postosi quel leccume sovra le gambe incrociate, si diede ad ingojarlo con avidità, nell'estasi di tutta la sua ingordigia lamentandosi che fosse poco, e leccandosi le dita, le labbra, i barbigi, il piatto: invidiando quasi all'aria gli effluvj che gliene avea rapiti.
Il giorno da poi narrò alla meschina d'averlo dato ad un mendicante.—Se l'avesse veduto! sciancato, lebbroso, che non lo guarirebbe l'arcivescovo il dì delle palme [21]; non poteva reggersi sulle gambe, e ogni po' che io tardassi, e' cascava certamente di pura fame. Con che gola ricevette il suo dono! Aveva ad essere qualche cosa di ghiotto, io credo: Bocconi di quella fatta non ne pappano nemmeno i pitocchi. Fu certo la sua vita. E sa? egli ha mandato una furia di benedizioni addosso a lei, ai suoi vivi ed ai suoi morti».
Era questo uno di quegli esordjper insinuationem, che in retorica c'insegnavano, giacchè alla conclusione di esso, discoprì e le presentò un altro intingolo, che, giusta il comando, egli era stato a prendere dalla cucina di Corte.
—Bene! (disse la Margherita) lodato il Signore che, anche in questo stato, mi presenta il modo di soccorrere i miei poveri fratelli! Ed oggi abbiate la compiacenza di fare altrettanto con quest'altro.
—Come? anche oggi?» saltò su il carceriere, fingendo meraviglia di quel che già aveva per lo meno sperato.
—Sì (ripetè la signora); anche oggi.
—E anche domani?
—Anche domani, e così l'altro, e finchè me ne manderanno.
—Ma (replicava il ghiotto), se egli, se il signor principe le domandasse, che cosa gli risponderà? Non vorrei che credesse…
—Gli dirò che l'ho sempre ricevuto.
—E che lo ringrazia, n'è vero?»
Così tutto a pasto uscì il leccarde, cantarellando sommessamente—Di peggio non capiti».
Ma domandandole che cosa avrebbe risposto al principe interrogata, egli avea fatto rabbrividire Margherita, la quale presentiva che dovrebbe trovarsi faccia a faccia col suo persecutore. Nè quella paura tardò a verificarsi. Pochi giorni dopo, Luchino, girando da quelle parti con un codazzo di soldataglia e di cortigiani, si volse di tratto al suo buffone dicendogli:
—Grillincervello, vogliamo noi fare una visita a madonna Pusterla?
—Questa volta non ci sarà pericolo che madonna colei la troviate partita», rispose il buffone.
Rinfrescavano queste parole al principe una memoria spiacevole se altra mai, onde, a guisa d'un mastino traditore, che repente si volge a morsicare la mano da cui lasciavasi quietamente palpeggiare, digrignò i denti stizzito, e vibrò la mazza contro il motteggiatore insolente. Il quale fu destro a schivarne il colpo, e cacciandosi fra la turba esclamava guajolando:—S'e' mi coglieva, poveri i grilli del mio cervello!» Poi Luchino toccò di sprone il cavallo, e s'avviò alla rocchetta. Al suo venire, si cala il ponte, guardie gridano, guardie accorrono, un ossequio universale, un pendere attenti ad ogni suo cenno;—e tutto questo perchè? perchè egli ha nome il padrone…
Gonfio di tanti omaggi, ebbro dell'universale obbedienza, della vigliaccheria universale, entra, scavalca verso un appartamento che egli avea fatto allestire onde in ogni caso potervisi, come in luogo più sicuro, riparare da una prima furiata del popolo; e lasciata nell'anticamera la comitiva, come fu in una stanza interna, mentre un paggio gli sfibbiava l'armatura, ordinò al carceriere che portasse colà la signora Margherita.
Lesto Macaruffo fece sonare un mazzo di chiavi; orribile armonia, onde tutta si risentì la nostra infelice, tanto più quando in quell'ora straordinaria l'intese drizzarsi verso la sua prigione ed aprirla. In fatto egli schiuse, e con un ghigno di maliziosa petulanza sporgendosi mezzo in quella camera, le disse:—Buone nuove, signora, buone nuove: l'illustrissimo signor principe è di là che l'aspetta».
Chi avesse detto alla Margherita—Sei condannata a Morte», non le avrebbe dato nel sangue una mano così gelata, come annunziandole che doveva trovarsi testa a testa con quel cattivo. Impallidì, sentissi venir meno, talchè le convenne appoggiarsi ad una seggiola; sudò, gelò, poi gettatasi ginocchione, pregò fervidamente.
La interruppe il carceriere con un—Andiamo; lesta, che il suo tempo è prezioso».
Ella rincorata si alzò, e ripetendo—Andiamo», si avviò: mentre Macaruffo le teneva dietro replicandole:—La si ricordi che le pietanze io gliele ho portate:—e se non le volle, colpa sua: e che le ho detto che il principe si ricorda di lei;—e che l'ho trattata sempre come va…» La aspettava Luchino in un salotto, assiso in un seggiolone a intagli dorati, coperto di damasco: aveva deposto la corazza, l'elmo, gli schinieri, ed incrociando le gambe, appoggiava ad uno dei bracciuoli il gomito sinistro, e al dosso della mano la guancia. Due vivissimi occhi scintillavano nel viso di maschia bellezza, quale tutti l'avevano i Visconti; un viso, su cui la virilità aveva reso stabile qualche ruga, disegnatavi prima dall'orgoglio e dal dispetto. Ricca capellatura gli scendeva inanellata dal capo scoperto sopra le larghe spalle; e fissato alla porta, lasciava trapelare sul volto una mistura di turpi speranze, e di appagate vendette.
La Margherita gli comparve dinanzi in un vestito bruno, dimesso e trito, ma nelle pieghe di quello e nell'acconciatura del capo si rivelavano ancora le graziose consuetudini della donna elegante, la quale un tempo dalle labbra di chiunque la vedesse, strappava un grido di ammirazione. Da quel tempo oh come era mutata! eppure fra tanti segni di patimento compariva ancora troppo più bella, che non avrebbe essa desiderato per isfuggire alle malnate voglie del suo tiranno. Ma più bella ancora la rendeva quell'aspetto di superiorità, che la fronte dell'innocente conserva, allorquando, per le non rare combinazioni sociali, si trova chiamato a giustificare la propria virtù innanzi all'iniquità prevalente; superiorità così sublime, che un savio disse, essere lo spettacolo più maraviglioso agli occhi degli Dei.
Poichè all'uomo abituato alle nequizie poco costa una nuova, Luchino stava aspettandola colla indolente attenzione onde l'uccellatore attende la preda al paretajo. Forse, erudito come era, gli veniva in mente quell'imperatore romano che, carezzando la testa d'una sua amata, le diceva:—Mi piaci tanto più, perchè penso che con una parola posso fartela balzare ai piedi».
Vero è che nell'animo suo non aveva fatto disegno di usare violenza con essa: dirò più retto, non aveva pensato che dovesse tornarne bisogno. L'anima abjetta crede gli altri somiglianti a sè. Luchino nei volubili suoi capricci rado o non mai aveva (miseri tempi!) trovato la bellezza resistente alle lusinghe dell'oro, della vanità, del potere. Come credere che l'avrebbe fatto questa? questa, a cui i passati patimenti dovevano aver fatto chiaro da chi pendesse ogni sua fortuna; come un cenno di lui potesse ridurla infelicissima, o sollevarla a primeggiare nella Corte fra le sue eguali, e tornarla, che è più, al marito, al figlio, che importa se contaminata?—Il temere di essi, lo sperare in essi, il vivere per essi è pure l'unico sentimento, che nei sudditi suppongono i tiranni, e che credono bastante a frenar sino il pensiero; che dico? a farli sino amare. Quindi cortese salutò la tribolata, e—In quanto diverso stato io vi riveggo, madonna.
—In quello (rispose la Margherita) in cui piacque alla vostra serenità di ridurmi.
—Ecco!» esclamava Luchino, rizzando il capo e battendo della mano sulla sedia.—Ecco già sulle prime una parola schifa e superba. I casi dunque non vi avranno rintuzzato cotesto orgoglio? Perchè non riconoscere piuttosto i vostri errori? perchè non dire: Sono nello stato ove mi trassero le mie follie—e le altrui?
—Principe (replicava la signora con una dignità accorata), vi prego ricordare che non fui per anco giudjcata: e che il giudizio potrà mostrare come a torto mi si appongono delitti che ignoro. La sicurezza della mia fronte dovrebbe del resto attestarvi della mia innocenza».
Sogghignò egli col freddo e crudele orgoglio, che suole il potente ribaldo al nome di virtù, e—La sicurezza (soggiunse) l'ostenta anche il ladrone, reo del sangue di molti. Non ho veduto mai un ribelle, che sulle prime non abbia in ogni atto, mostrato quell'innocenza che poi alle prove scomparve. Ben forti ragioni, o signora, ben forti devono essere quelle che m'indussero a trarre qui una persona, che voi sapete se io stimo… se amo».
E sorgendo le si avvicinò con aria di procace dimestichezza; essa dava indietro taciturna e sospirosa. Come feriscano al vivo le proteste d'amore fatteci da colui che ci perseguita, neppure al mio più atroce nemico augurerei di sperimentarlo.
—Ma voi (continuava Luchino) come rispondeste alle prove del mio affetto? Alterigia, fastidiosi dispregi e scherni, e dietro a questi, facile passaggio, congiure, tradimenti. Or chi siete voi da volervi alzare contro il vostro padrone? Miserabili! egli soffia, e vi fa polvere».
Così ora placido, ora severo egli veniva da varie bande tentando l'animo di essa, che sempre dignitosa, ne riprovava gli argomenti, lasciava sfogare le sue escandescenze; aveva ragione e gli chiedeva perdono, mentre egli la ingiuriava e chiamavasi offeso:—vicenda tanto consueta nei fasti della povera umanità. Sovratutto poneva essa ogni studio a sviare, a troncare un discorso che egli pur sempre rappiccava, il discorso d'amore: e poichè Luchino insisteva, essa gli disse:—Ma se è vero, o principe, che mi amate, perchè non inchinarvi alla preghiera mia, la prima e forse l'ultima che io vi faccia? Salvate il mio sposo, salvate mio figlio!» e gettatasegli ai piedi, gli abbracciava le ginocchia, con tutta l'eloquenza d'una bellezza innocente ed infelice ripetendo:—Salvateli!
—Sì (rispondeva egli): sta in voi; voi ne sapete il modo. Meno orgoglio da parte vostra, ed io li salvo, ve li rendo».
Il timore che i suoi cari fossero già caduti vittima del nemico, aveva sempre straziato quella meschina. Non saprei accertare se con arte e per meditazione le fosse uscita quella preghiera, onde scoprire la verità: ma dalla risposta veniva rassicurata che erano vivi; onde tripudiando nel cuore e non celando di fuori l'interna gioja—Che? (esclamava), vivono dunque tuttora? rendetemeli; sono innocenti… io sola sono rea; me punite, me: ma loro… O signore! ve ne prego col calore, onde in punto di morte voi pregherete Dio a perdonarvi… Deh concedetemi ch'io li veda; una volta sola vederli, poi fate di me lo strazio che vi piace».
Era venuto per tormentarla, e l'aveva contro voglia consolata: avea fatto conto sullo scoraggiamento di essa, e senza accorgersi le era stato egli medesimo cagione di sorger d'animo, di esaltarsi. Di ciò non poco s'inquietava Luchino, e come succede a chi incontra inaspettati incagli, viepiù si avviluppava quanto ingegnavasi d'uscirne e perdeva dell'abituale sua freddezza; ora volendo farsi un merito di questa involontaria rivelazione, ora procurando, strapparle la speranza ond'ella si lasciava lusingare: e—Non dubitate no (replicava esso) li vedrete, oh li vedrete e ve ne rincrescerà. Dovunque siensi trafugati, non tarderò a raggiungerli. Allora… oh allora…
—Trafugati? come? sono dunque sfuggiti?» proruppe la donna quasi fuor di sè dalla insperata consolazione.—Dunque non sono in vostro potere? Vivi e non in poter vostro! Oh gioja!» Sorgeva, alzava al cielo le mani, e sulla faccia lacrimosa scintillava un raggio d'ineffabile contentezza. —Gran Dio! (esclamava) ti ringrazio! Io mi lamentava che tu m'avessi dimenticata nel fondo delle sciagure, e non era: no, non m'avevi abbandonata. Che mi fanno ora i martirj? O principe, più non mi lagno, più: soffrirò che che spasimi volete; tacerò: raddoppiate pure, raffinate i tormenti miei; se essi sono salvi, più non mi cale della mia vita».
Colla gioja di essa cresceva il furore del tiranno, indispettito dell'aver rivelato una notizia, che non sapeva da lei ignorata, del vedersi messa a nudo e rinfacciata così la sua ingiustizia, nè altro sperarsi da lui se non un esacerbamento di castigo. Ora dunque raddoppiava le minacce, ora tentava profittare del turbamento di lei per gl'indegni suoi istinti: ma se ella aveva resistito prima a lusinghe ed a paure, pensate ora, che sapeva vivi e liberi i suoi cari, ora che si teneva dall'ira di lui sicura, poichè n'erano sicuri gli oggetti per cui palpitava.
Accorciamo ai lettori l'ansietà di quel colloquio, più facile a immaginare che onesto a riferirsi, e basti il conchiudere che la Margherita trionfò.
—Trema! tu non sai fin dove possa giungere la mia vendetta!» furono le ultime parole che le gridò dietro l'iracondo, mentre ella sollevando gli occhi, ridenti di quella illibata serenità che è un raggio di cielo sul volto della virtù campata da grave pericolo, ringraziando Iddio, s'avviava alla sua prigione.
Luchino, sbuffante, scalpitando, digrignando i denti e mordendo le dita passeggiò alcun tempo di su, di giù pel salotto; indi, prese le armi, uscì buzzo, taciturno, agitato: passò senza far motto nè cenno tra i cortigiani, che inchinandosegli, si tentavano un l'altro col gomito, ed ammiccavansi malignamente. Come fu sul pianerottolo della scala, ecco farsegli incontro l'impertinente Grillincervello, e presentargli una pezzuola, dicendogli:—Perchè vi forbiate la bocca».
L'insulto era pungente, il momento scelto male, e la baja tornò sul capo del beffardo, giacchè Luchino d'un calcio il trabalzò sino al fondo della scala onde restò sì mal concio, che per tutta la vita ebbe ad andare sciancato. I cortigiani, la famiglia: che tutti gli volevano il peggior male del mondo in grazia di quella lingua, onde per dritto e per traverso scornacchiava ognuno, accennavansi un coll'altro, e gonfiando le gote, e a fatica reprimendo gli scrosci delle risa, si dicevano sottovoce:—Ve' ve': e' rotola come un battufolo. Questa è lezione col sale e col pepe!» Alcuno anche più caritatevole tentava aizzargli contro i cani, e passando dappresso a lui che sanguinava dal capo rotto e sdolorava delle peste membra, gli sgrignava sul viso ripetendogli a mezza voce:—Ben ti sta malignaccio!»
Quindi tacitamente s'avviavano dietro a Luchino, che saltato a cavallo, si cacciò di carriera verso il palazzo. Non era amore che lo martellasse,—poteva mai tale sentimento pigliar vigore in un'anima logorata dalle voluttà? Era corso di piacere in piacere sfiorando quel che di bello gli occorreva sulla perversa sua vita; se costei resisteva, che doveva importarne a lui? Cento altre il potrebbero compensare. Ma, d'altra parte, ebbro d'orgogliosa ambizione, aveva veduto i signorotti d'Italia cercarlo amico o paventarlo nemico; avea veduto umiliarsegli davanti quelli che, mentre durava in condizione privata, lo soperchiavano: avea veduto (quel che più valutava) inchinarsegli certi cittadini, gran vantatori delle patrie libertà: all'intorno tutto pendeva da un suo cenno: ed ora una donna, una sua prigioniera, osava resistergli, insultarlo,—poichè nel vocabolario dei tiranni chiamasi insulto il protestare contro le loro iniquità. Di ciò l'amor suo proprio non sapeva darsi pace, e si rodeva entro, e il ciglio corrugato, e l'aggrondatura della fronte davano spia dell'animo esagitato. La gente, che lo vedeva venir via per le strade a spron battuto, con dietro la turba e la famiglia, salvavansi a precipizio; e se alcuno gli alzava gli occhi in volto, avvertendo quello iroso cipiglio, esclamava:—Acqua grossa oggi!» e facendo di berretto, tirava muro muro.
Non ebbe questa precauzione un fanciullo di forse dieci anni, il quale era stato messo da' suoi genitori sull'uscio di via con un canestrino di ciliegie primaticcie, per offrirlo al principe, sperandone, come altre volte gli era successo, una buona mancia. Attento ad ubbidire senza più altro guardare, il garzone si postò in mezzo alla strada con un ginocchio a terra e il canestro sovra il capo: ma Luchino quando se n'accorse fe' un cenno ai mastini suoi fedeli compagni, e questi gittatisi sul malcapitato, l'addentarono, lo pestarono, senza che nessuno, nemmanco i parenti, ardissero dare il ben gli sta a quegli animali.
Arrivato poi al palazzo, Luchino smontò senza far parola; salì, stette un poco da solo; chiamò quindi il cancelliere, come per distrarsi dalle proprie cure collo spacciare gli affari altrui, e chiese che l'informasse. Prese questi alcune pergamene, e scorrendole coll'occhio—Qui (diceva) il castellano di Robecco avvisa che fu colto un pastore, il quale tagliava un palo nei boschi di vostra serenità.
—Segargli le mani», diceva Luchino.
Il segretario inchinavasi, e proseguiva:—Nel borgo di Abbiategrasso, dove è la villa della magnificenza vostra, alloggiò un pellegrino proveniente di Toscana: e s'è scoperto qualche caso di peste.
—S'abbruci l'albergo, il pellegrino, gli ospiti e tutto», rispondevaLuchino.
—Scrive da Lecco il connestabile Sfolcada Melik, come uno dei suoi soldati rubò la marra ad un bifolco.
—S'impicchi colla marra a canto.
—Fu fatto così appunto, ed al villano pagata la marra. Ma costui la notte, andò a levar via dalla forca quell'arnese.
—Ebbene, si appenda anch'esso alla forca medesima, e la marra fra loro due.
—Sarà obbedita. Qui poi c'è una lettera di Ramengo da Casale…
—Ramengo? e donde?» l'interruppe Luchino con sollecitudine.
—Da Pisa sul punto d'imbarcarsi: e scrive in cifra che ha fiutato, dice, il covile della preda che vostra serenità, intende, e fra breve confida di consegnargliela.
—Sì? bene, bene! approposito davvero!» esclamò Luchino battendo palma a palma come per applaudire a sè stesso, e con un riso di selvaggia consolazione.
—Ma (ripigliava il segretario) esso Ramengo, oltre gli augurj e baciamani di formalità, fa a vostra serenità una domanda.
—Una domanda? che non è mai sazio? Genia infame cotesti spioni! non basta la confidenza che se ne mostra? Feccia vilissima, che si schiverebbe fino di toccar col piede, se non tornasse necessaria a tener in dovere cert'altri. Ma cosa vuole? dite su, udiamo.
—Egli rammenta che, a chi consegna un bandito, il capo 157 degli statuti di Milano concede di poter liberare un altro da qualunque…
—Che viene ora a metter in mezzo gli statuti? La legge sono io. Ma insomma cosa vuole, cosa chiede?
—Implora che la vostra serenità conceda, senza restrizione, impunità d'ogni delitto commesso sì a lui, sì a suo figliuolo.
—Suo figliuolo? Dove l'ha? nol conosco.
—Soggiunge in fatto che si riserba di farlo conoscere alla serenità vostra.
—Sì sì bene!» rispose Luchino—Speditegli subito il breve d'impunità la più intera, la più assoluta, ma a patto che al più presto abbia consegnato nelle mie mani chi deve. Largheggiate pure in promesse; ma insistete perchè sia presto, infallibile. Capite? presto.
—Sempre nuovi argomenti della sovrana clemenza» esclamò il cancelliere strisciando una riverenza e ritirandosi: e Luchino, lieto in viso più che non potesse essere in cuore, stropicciava le mani, chinava a scosse il capo con una ferina voluttà e pensava:—Ecco, il castigo segue davvicino all'oltraggio. Superba! sarai contenta. Mi sentiva proprio bisogno di questo balsamo. Ora mi trovo sollevato».
Non occorre dirvi che dei severi ordini di quel giorno, buona parte ricadde sopra la Margherita. Non solamente esso le levò quel ristoro giornaliero, ma la fe' gettare in una prigione assai peggiore e, sotterranea. Il carceriere, essere miserabile, contento di bistrattare a baldanza le persone a lui consegnate, come le vide tolto quel cibo ch'era un sacrifizio gradito alla sua ghiottoneria, le divenne oltre misura severo, quasi per vendicarsi di lei che avesse demeritato un favore, unicamente a lui profittevole. Che se dapprima il corruttibile animo suo scendeva con essa a qualche cortesia, almeno di parole e a modo suo, ora con atti dispettosi, con arguzie che fan tanto male a chi soffre, compiacevasi esacerbare le vendette del suo signore.
La carcere dove essa fu mutata nel recinto istesso del castelletto di porta Romana, era proprio conveniente a quei tempi, in cui furono fabbricate le Zilie di Padova da Ezelino, e da Galeazzo i Forni di Monza, nei quali i condannati si calavano per un foro della volta, e posavano sopra un pavimento scabro e convesso, in tanta angustia di spazio, da non potersi nè tirar ritti sulla persona, nè distendere per terra. In quei forni era stato custodito Luchino per alcun tempo dall'imperatore Lodovico il Bavaro: e poichè la sventura ai tristi non fa se non peggiorarli, volle che poco migliori riuscissero queste, che stava fabbricando.
La Margherita nella sua poteva appena mutare quattro passi: nessun'altra luce che la scarsa d'un alto finestruolo, il quale usciva a fior di terra in un cortile, per modo che nei giorni piovosi l'umidità vi scolava e ne rivestiva d'afronitro le pareti. Passati i giorni vernerecci, era allora incominciato il maggio, quando le tiepide arie fanno brulicare la vita nei campi, e infondono un ineffabile sentimento di gioja negli animali e nell'uomo. Dalla primitiva sua stanza, Margherita aveva veduto rinfrescarsi il verde dei prati, le gemme degli alberi gonfiare e sbocciarne le foglie primaticcie, delle quali, coll'amore e colla compiacenza che solo i prigionieri conoscono, ella osservava dì per dì e misurava il crescere, il dilatarsi, il verdeggiare; aveva sentito i venticelli fecondi alitarle sul viso: garruli stormi di augelletti rinnovare i canti e gli amori sotto al soave raggio del sole, che più sempre inalzandosi, faceva men lungo il tedio delle notti, sì caro il rosseggiare della mattina e del tramonto, invitando i mortali a ringraziare il Signore, che all'inverno fa succedere la primavera, ai patimenti le consolazioni.
Ma qui, nulla di tutto ciò, non più il sole, non più spaziare colla vista sopra le sterminate campagne, e lontan lontano, verso occidente, posarla sulle montagne, appena distinte dall'orizzonte: qui non più una pianta, non una zolla erbosa, non vedere un uomo che a suo talento vada o resti o torni; non potersi affissare nei melanconici splendori della luna: solo tenebria e lezzo e il tacere di un deserto, o le querule bestemmie di un inferno. Eppure le lagrime della Margherita scorrevano più libere, meno angosciose.
Al primo entrare in quella tana, si prostrò ginocchione a ringraziare la Madonna; aveva salvato il suo pudore, e di più aveva appresa quella vitale novella. Oh come lo disacerbavano i patimenti! come le sorrideva l'immaginazione! E poichè il prigioniero ama gettarsi lontano colla fantasia, e fermarsi su casi che possono succedere dopo molti anni, anzichè considerare quelli più vicini che troppo crudamente lo richiamano alla spietata sua situazione, le veniva nel pensiero e nella speranza un giorno, in cui col marito e col figliuolo ritornerebbe libera nella città, alla campagna, a tuffarsi nelle onde di luce, che così limpido versa il sole sulle terre lombarde, a rivedere le rive del lago Maggiore, piene delle vergini memorie dell'età sua più gioconda perchè più spensierata; e poi invecchiare nella propria casa, colmata di dolcezza da un figlio, degno di tutto l'amor suo, e con lui, coi figliuoli che nascerebbero da lui, ritesserne piacevolmente il viaggio della vita. Immaginando quel tempo, se ne figura al vero le gioje, e ne ringrazia Dio, e già le pare essere con Francesco suo, col suo Venturino, nei luoghi usati, fra cari amici, e più di tutti gli amici caro quel Buonvicino, che le aveva dato la maggior prova possibile di amore, quella di trionfare del proprio amore.
Nulla era accaduto che l'avesse pur d'un capello avvicinata all'avveramento di questi sogni: ma era fatta certa che que' suoi cari vivevano tuttavia; e la speranza è tanto ingegnosa a ordir le sue tele, appena trovi un filo pur debole a cui attaccarle!
Quindi, allorchè la mattina un tardo raggio di fioca luce scendeva attraverso le ferriate della sua prigione, col primo pensiero ella correva ai suoi cari, che godrebbero intera la delizia della luce; ad essi mille volte fra le monotone cure del suo giorno; ad essi principalmente nell'ora che il dì se ne andava; ora feconda di tanti sospiri all'esule, al solitario, a chiunque ama, a chiunque patisce. Li sapeva liberi; dunque ne andava seguitando le orme;—dove? con chi? non poteva indovinarlo, ma poteva essere per tutto ove non giungesse la tirannide viscontea: tanto più vasto campo alla fantasia della paziente. E le idee carezzate fra il giorno le si riproducevano poi nel dormire, e le facevano consolati almeno gli istanti del sonno. Soffriva, deh se ancora soffriva! pure un pacato raggio a volta a volta diradava quell'oscurità, sicchè talora l'avresti fin detta allegra.
Più d'una volta Macaruffo si accostava origliando all'uscio della prigione, forse per il barbaro gusto di sentirla mormorare e indispettirsi, e tutt'al contrario l'udiva, con sommessa voce ma soave quanto un flauto che risuoni di lontano fra il tacer della notte, cantare le litanie, pregando la Madre degli afflitti che pregasse per noi.—Malann'aggia costei!» esclamava lo scortese.—Che mai non deva io vederla impazientirsi?» Egli ignorava che ella sapeva invocare Iddio. A sturbarle però almeno un istante quella calma, il villano bussava, rumoreggiava attorno alla porta, alzava in tono minaccievole quella sua voce rantolosa e squarciata: un ribrezzo correva per la persona alla Margherita, e lunga pezza il cuore le batteva convulso: il canto per tutto quel giorno era interrotto: lugubri fantasie si attraversavano alla sua mente, e piangeva, e invocava il nome del Signore, e lo supplicava di potere una fiata, una sola, per un sol momento rivedere lo sposo, il suo figlioletto!
Qualche volta anche le giungeva all'orecchio il vagire di un bambino, una voce fanciullesca che chiamava la mamma, o ripeteva la parola dell'innocenza sicura. Erano forse figliuoli di qualche soldato, o chi sa? di qualche prigioniera, con cui dividevano e della quale alleviavano il castigo. Ma alla Margherita quanti pensieri suscitavano, quanti affetti! che non avrebbe dato per poterli vedere, vedere quell'età, somigliante agli angeli, quei cari occhi da cui non traspare che ingenuo affetto e un amore non simulato, non calcolatore, e una placida curiosità; nulla di maligno, nulla di crudele, nulla di bugiardo! Se mai potesse almen da lungi rimirarli, inerpicavasi ella verso il pertugio da cui riceveva lume ed aria. Ah! non vedeva che mura scabre, altissime, con alte finestruole ferrate, entro alle quali altri languivano, forse innocenti al pari di lei, forse il ladro, l'assassino. Ne intendeva le voci: per lo più erano o sucidi parlari, o bestemmie, o un batter rabbioso dei ceppi contro le spranghe: nessuna parola di pace, nessuna di benevolenza, di perdono. Per implorare su di essi il dono della pazienza, essa pregava il Signore, e in quell'atto alzando i begli occhi, vedeva un piccolo campo di aria, e fermavasi a contemplarlo. Oh come il prigioniero conosce ogni stella, ogni nube, ogni accidente del palmo di cielo, in cui tante volte ha fissato lo sguardo!
Poi se miravasi dinanzi, a fiore della sua finestra era lo sterrato del cortile, per cui passeggiava una sentinella: tratto tratto vedea giungere qualche nuovo infelice, e rabbrividiva; qualche altro uscirne liberato, e con lui consolavasi: alcuno anche partire pel patibolo, ed era volta che esclamava:—Almeno quegli ha finito». E l'occhio le si empiva di lagrime; scendeva, pregava; poi, come se l'idea del morire, la quale fa tanto spavento ai fortunati, recasse a lei la consolazione di sapere che quei mali non durerebbero eterni, e che un altro ordine doveva venire appresso, sedevasi più tranquilla sul rozzo suo trespolo, e quivi rincorreva i tempi passati, tempi di virtuosa giocondità, di benefica floridezza; pensava a' suoi cari, alle speranze.
Talvolta perfino intonava le canzoni che aveva intese, che aveva ella medesima ripetute mentre giovinetta attendeva al donnesco lavoro, o quando colle compagne vagava di primavera cogliendo mazzolini di primolette e virgulti di mirtillo, ovvero nell'estate, in una barchetta, lungo le floride rive del Vergante, lasciandosi in balìa di un placido venticello, salutava le bellezze della natura, e al creatore di essa porgeva l'omaggio di un cuore puro e giocondo. Erano cantilene di amore; più spesso erano arie melanconiche, la cui mesta armonia meglio si addiceva allo stato dell'animo suo. Singolarmente le andava al cuore una romanza, in altri tempi composta da Buonvicino, e che egli medesimo più volte aveva accompagnata col liuto, mentre essa la cantava sopra le note, pure da lui ritrovate. Ed era questa:
—Torni alfin, diletto Piero!Ti vedrò col nuovo dì».Lieta Amalia in tal pensieroS'addormì.
Ecco il mira. In armi splendeQual l'Olrisio fe' tremar.Sul suo cuore il cuor ne intendePalpitar.
Oh il tripudio del ritornoFra le braccia dell'amor!Volge in riso quel bel giornoIl dolor.
A lui narra i lunghi affanni,Notti insonni, ansiosi dì:Pa lui sente i casi, i danniChe patì.
Ahi, fu un sogno! Spirto lieveEi serena il suo dormirCon delizie onde non deveMai gioir.
Sanguinoso al nuovo giornoLe presentano un cimier:È il cimiero ond'ella adornoHa il suo Pier.
—Già vicino al patrio lido;Man rival l'assassinò:Cadde, e l'ultimo suo gridoTe chiamò.—
Chiusa Amalia in pio recintoFra le suore del Signor,Canta Iddio, ma al caro estintoVola il cor.
Dal seren di miglior vita,Dolce spirto, miri al suol?Odi il gemer dell'attrita?Vedi il duol?
Dolce spirto, l'ora affrettaChe, disciolto il mortal vel,Presso a te la tua dilettaGoda in ciel.
Fermavasi alquanto la Margherita, poi ripeteva:
Oh il tripudio del ritornoFra le braccia dell'amor!Volge in riso quel bel giornoIl dolor.
E dopo un altro istante di silenzio pensierosa tornava a cantare:
Ahi fu un sogno! Spirto lieveEi serena il suo dormirCon letizia onde non deveMai gioir [22].
A che pensava ella? di chi si ricordava? Un giorno, là, sul far della notte, le interruppe questo canto uno scalpicciare nel cortile, maggiore del consueto, un tuono di sghignazzi, d'insulti, fra cui si distingueva un rammarichio più gentile che non soglia fra prigionieri, ed affatto discorde dalle aspre voci che oramai sole era abituata a udire. Il cuore dello sventurato è così aperto sempre alla paura! Coll'ansietà di una colomba, che abbia veduto il cuculo fissare gli occhi sul fecondo suo nido, balzò la Margherita allo spiraglio, colle delicate mani si ghermì alle grosse sbarre, gettò lo sguardo verso quel rimescolamento, vide un fanciulletto che, scomposta la bionda capellatura sopra gli occhi, strillando e dibattendosi fra le braccia degli sgherri, andava gridando:—Babbo! babbo!» verso di un altro che tutto in catene e col volto dimesso, lo seguitava.
Ah!—La Margherita mise uno strillo come d'uomo percosso nel cuore, e cadde svenuta sul pavimento. L'occhio, l'orecchio, benchè di lontano, benchè a lume incerto, le avevano in quei due infelici fatto avvisare il suo Franciscolo, il suo Venturino.
Poveretta! Si fosse almeno ingannata.
Camminerebbe pur bene il mondo, se, nell'effettuare lodevoli disegni, ponessero i buoni tanto impegno, quanto nei loro scellerati i ribaldi, pei quali le malvagità che non han potuto compire, sono un debito che si credono obbligati di spegnere. Luchino e Ramengo avevano raggiunto la Margherita e molti dei presunti congiurati: ma si eran lasciati sfuggire Franciscolo, e tanto bastava perchè considerassero il colpo come fallito. Ramengo specialmente rodevasi dentro, che il suo nemico avesse potuto camparsi col figliuolo; il figliuolo che tanto gli faceva stizza e invidia, come quello che gli rammentava l'unica gioia innocente che esso agognasse sulla terra, e che, come voleva credere, per colpa di Franciscolo, eragli stato tolto di godere.
—Che importa (diceva tra sè) che costui deva andare ramingo sopra la terra? Egli ha un figliuolo. Io vivo in patria, ma solitario; non avrò mai un figlio, le cui bellezze e le glorie si riflettan sopra di me, che m'aiuti a salire, che faccia me invidiato quant'io invidio altrui.
E più smaniava di vendetta allorchè rifletteva come quel fanciullo l'avesse avuto in propria mano, e gli fosse stato rapito con forza e con ischerno da quell'abborrito Alpinolo, a cui sempre più male voleva, come sogliono i ribaldi a coloro che ne sfuggirono gl'inganni o la violenza. Nell'ebbrezza pertanto della sua scelleraggine, propose al signor Luchino di uscire all'inchiesta del gran cospiratore e dei complici suoi. Per colorire la cosa, Luchino comprenderebbe anche Ramengo nella lista degli indiziati e degli sbanditi: talchè egli, in aspetto di perseguitato, entrerebbe creduto e compatito in mezzo ai forusciti, e potrebbe così, sotto l'ombra d'una fraternità di sentimenti e di castigo, discoprirne le trame; ritrovare il nascondiglio del Pusterla, e forse trarlo nelle reti. Così leali mezzi adoperavano i principi—allora.
Ben fornito a denaro, ma in apparenza di fuggiasco, e travisandosi col mutar foggia di barba, di capelli, di vestito, uscì dunque Ramengo di città, e prima scorse lo Stato dentro ai confini, se mai s'avvenisse a qualche amico dei profughi che stesse macchinando, o che gli desse fumo di ciò che gli importava. Da per tutto ritrovava la gente bassa intenta ai lavori dei campi, al traffico, alla domestica economia; i baroni nei loro castelli desiderosi di godere la vita e di conservare il poco potere che avevano ancora; i giovani cupidi di imprese in guerra e in amore; e per mezzo a tutti, preti e frati che predicavano la necessità di amarsi, di compatirsi, di negar la propria volontà, chi voglia vivere meno male questi fugaci giorni dell'esilio. Ramengo entrava fra loro narrando, chiedendo, tentando; essi gli rispondevano senza sospetto, senza doppiezze; rimembravano migliori tempi, l'udivano volentieri quando esso per suggestione accennava la probabilità che rinascessero, ma tutto finiva qui; ed egli, domanda, guarda, rifrusta, nessuna potè trarre alla luce delle bramate iniquità. Fermò dunque in animo di proseguir le sue indagini verso il cuore d'Italia, e dirizzossi al Po. Schivando Pizzighettone e Cremona, come faceva di tutte le città lombarde, dopo Grotta d'Adda piegò in quel terreno che scende laddove l'Adda mette foce nel re dei fiumi; terreno allora del tutto incolto, ghiajoso e sterpigno, in cui le acque esercitavano a baldanza i loro guasti, non frenati dalla mano dell'uomo. Nel fendere quella lama, un improvviso temporale, come suol avvenire sul mettersi dell'autunno, colse Ramengo in sulla sera, ove, non che vedere alcun ricovero, nè tampoco un sentiero discerneva che lo avviasse. Cacciato dalla pioggia battente e dalla notte che cadeva, spronò il cavallo senza sapere verso dove, ma secondo il terreno gli pareva abbassarsi, sperando che in riva al fiume troverebbe una casipola, un navalestro, un pescatore. Di fatto la sua fortuna, o la disgrazia altrui, gli fece discernere un giovane mugnajo, che a mazzate cacciavasi innanzi l'asinello colla soma del grano, per riparare la quale erasi cavata la giubba, buttandovela addosso al modo di sargia.
—Ehi! quel ragazzo! c'è a trovar un ricovero da queste bande?
—La venga con me. Qua a mancina sta un macchione di pioppi, indi il fiume e il mulino di mio babbo».
Così rispose il ragazzetto, ma poichè il somarello andava più di buona voglia che di buon passo, Ramengo n'ebbe abbastanza di quell'indicazione, e toccò via di trotto serrato, sotto all'incessante acquazzone, finchè alcuni lastroni di macina l'avvertirono del mulino cui era già addosso, senza peranco vederlo. Un lampo gli mostrò sopra un dosserello la casipola, in riva al fiume, coperta da due pioppi piramidali e da un cespuglio di ontani, e vicina ad un barcone da mulino. Da un finestruolo e dalle fessure degli assi mal confitti sbucavano liste di fumo e traluceva la vampa di un fuoco allegro, sul quale una donna veniva rosolando una frittella, come ne davan l'avviso e l'odore oleoso e lo scroscio che confondevasi con quello della pioggia esterna.
Ramengo, scavalcato, bussò risoluto alla mal chiusa portella; un cane alzò subito vivi latrati: la donna di dentro abbandonando il fuoco e rompendo a mezzo un'Ave Maria, corse ad alzare il saliscendo, gridando:
—È lui: è Omobono: entra: tu devi essere lavato come un….
Interruppe il paragone al vedere, invece del somaro, un puledro che ansava e fumava, e invece del figliuolo ch'ella aspettava, uno sconosciuto; però men dispiacente che maravigliata, con rusticale cortesia l'invitò ad entrare. Entrò di fatto Ramengo in una cucina bassa, tuffata, fumicosa, col pavimento di terra battuta e disuguale; nel mezzo quattro sassi fermavano il focolare, dove ardeva una fiammetta, e sebbene fosse appena di settembre, la famiglia stava a godersela come di gennajo, mentre recitava il rosario. La vampa che se ne diffondeva mostrava gli utensili più necessari a preparare i cibi grossolani; la madia, una cassapanca, un par di scannelli; poi appiccati agli arpioni, alle rastrelliere, nasse, fiocine, bertovelli, lenze, e insieme vagli e sacchi d'un bianco polveroso come il vestire di quegli abitatori.
Al comparire dell'ignoto, un ragazzo ed un vecchio si levarono da sedere; Ramengo senza tampoco salutarli si fece al fuoco, dicendo:—Che tempo del diavolo! Ho dovuto ritirarmi qua entro per non annegare.»
Il vecchio, riponendo la coroncina e racchetando il cagnuolo, soggiungeva:—Se vossignoria si contenta di ciò che v'è, è a suo piacere.»
Egli, accomodandosi al fuoco, donde quelli con rispettosa cordialità s'erano ritirati,—Sopratutto (disse) vorrei riparato bene il mio cavallo.
—Oh per questo (replicò il sere di casa) vossignoria non si dia pena: ci abbiamo uno stallino pel nostro giumento, con riverenza parlando, e dove i bardotti stabbiano qualche volta i rozzi che tirano l'alzaia. Vi troverà anche la compagnia di un puledro, che le so dire vale il suo. Ehi! Dondino, va a riporlo.»
—Un altro puledro? (chiese sbadatamente Ramengo) e di chi? Vostro?
—Mi corbella, signoria? nostra una bestia di quella fatta? È d'un cavaliere nostro amico.
—Un cavaliere vostro amico? (ripetè Ramengo con un certo sogghigno beffardo). E come si chiama?
—Si chiama… Oh vossignoria deve conoscerlo… è tanto nominato! Si chiama il signor Alpinolo».
E proferiva questa parola con una dignitosa compiacenza, col tono solenne d'un medico che pronuncia il nome greco della malattia considerata, sicchè era una squisitezza il vederlo. Ma Ramengo a quel nome rizzò la testa, tese le orecchie, siccome il suo cavallo quando udisse schioccare la frusta, ed esclamò:—Alpinolo? che veniva da Milano? un tòcco di giovane ben complesso? sui diciott'anni, capelli neri, ricciuti, occhi di fuoco?
—Ma sì, ma sì, (interruppe il buon mugnajo a quella descrizione da passaporto). Forse che vi sono due torrazzi di Cremona o due Alpinoli a questo mondo? Signoria, sì, quel desso in petto e in persona.
—Oh come capitò da queste bande, che non ci verrebbe uno se non perduto? e lo dite amico vostro?» Ed ora dov'è? continuò Ramengo, mal celando l'ansietà messagli in animo da questa notizia.
L'altro, tutto pacato, se non che un'aria del più perdonabile orgoglio rideva sul suo volto, proseguiva:—Ebbene, ha da sapere vossignoria…. Oh, l'è una favola a dirla. Ma prima si accomodi. Ehi, Omobono, (così diceva a quel tale garzoncello, figliuol suo, ch'era giunto anch'esso, e che tanto volentieri avrebbe trovato sgombro il focolare e lesta la cena), accosta un trespolo, reca una bracciata di legna, poi va a dare un'occhiata al mulino se tutto è bene. Vossignoria si faccia presso al fuoco, che non abbia a pigliarsi una infreddatura. Oh, questa pioggia le ha passato la gabbanella: la dia qui alla mia donna da sciorinare.
—Sì, sì, ma continuate quel che v'ho chiesto.
—La sappia dunque che il signor Alpinolo…. tale quale mi vede, io son suo padre… cioè… egli deve a me la vita. Anzi sono più che suo padre, perchè suo padre è stato… che so io?… qualche crudelaccio che lo buttò via; che, quanto fu da lui, tentò di mandarlo a male e…
—Non dite così» gli dava sulla voce la Nena, sua moglie; giacchè il lettore può essersi accorto ch'erano quel Maso e quella Nena, da cui Ottorino Visconti avea portato via Alpinolo ancor fanciullo.—Non dite così; siete troppo facile a pensar sinistro.
—Eh!» rispondeva Maso, dimenando il capo e stringendo le labbra con un garbo fra di bonarietà e di importanza:—Tu non hai perduto mai di vista i pioppi di questa riva. Ma io del mondo n'ho veduto la parte mia, e ho sempre trovato che chi pensa male pensa bene. Fatto è che Alpinolo moriva se non ci fossi stato io.
—Ed io?» soggiungeva la donna.
—Sì; anche tu: ma la storia è lunga e vossignoria vorrà dormire, neh?
—Contate, contate» insistette Ramengo, non tanto desideroso d'incantare la noja coll'apprendere la storia d'Alpinolo, come intento a scavare dove egli si trovasse, avendo per fermo che con lui sarebbe anche il Pusterla. E chi dirà se quell'anima truce non meditasse anche di ricambiare l'ospitalità del pescatore coll'accusarlo d'avere tenuto mano coi ribelli e d'averli ricoverati? Purchè gli tornasse conto, purchè si avvicinasse alla sua meta, che importavano all'ambizioso quelli che doveva in sul cammino calpestare? Ma il mugnajo, sicuro dell'innocenza sua, proseguiva:—Per rifarmi dunque da capo, vossignoria deve sapere che… un pezzo fa… vogliono ben essere sedici o diciasette anni, n'è vero, Nena?
—Fate il vostro conto» rispondeva la moglie.—Sapete che allora io aveva al petto il nostro Omobono che è qua.
—Appunto! or mi raccapezzo; sconta dall'anno che passarono di qua i Fiorentini soldati, con tutte quelle croci segnate sulle spalle; e dicevano che il papa per ogni milanese che ammazzassero, gli assolveva da un peccato mortale».
Il buon uomo voleva dire dei crociati che, al tempo della guerra di Monza, mossero contro de' Visconti sotto al cardinale legato. Ma Ramengo, ristucco di tante digressioni quanto n'è il nostro lettore,—Facciamola un po' corta», gridava risoluto.
—Or bene (seguitava il pescatore); diciott'anni fa, salvo errore, una mattina appena l'alba, come è costume di noi molinaj, m'alzavo per cacciare in alto il barcone: quand'ecco là basso, dove il fiume fa una ritorta o un gorgo sotto agli ontani, vedo attraversato un barchetto, fatto in tutt'altra foggia dai nostri, e nessuno che lo guidasse. Qualche disgrazia, diss'io tra me; i barcaroli si saranno annegati. Corriamo a tirarlo alla riva, se mai capitasse il padrone: se no, sarà legna per st'inverno. Ma indovini mo?»
Qui Maso alzavasi sulla predella, e traendo la mano dalla giubba, la sporgeva distesa verso Ramengo.
—Dentro v'era una donna con un bambino».
A queste parole, uno sbadiglio che errava sulle labbra di Ramengo, si convertì in un Oh! e sentendosi tutto rimescolare, balzò in piedi di scatto; l'attenzione sua cambiò di natura, e spalancò gli occhi addosso il vecchio, il quale proseguì:—Una donna e un bambino; signor sì: non c'è meraviglia che tenga: ma una donna vestita bene: n'è vero, Nena? doveva essere di condizione: giovane, bella che non le dico altro: e il bambino non finiva forse un mese. Ma l'uno e l'altro erano bagnati, fradici, e inoltre morti.
—Morti?» urlò Ramengo.
—Morti: sì, signore» continuò Maso.—Io dissi: Bella pesca ho fatt'oggi! Li trassi a riva; chiamai gente, li levammo fuori, li portammo in casa, e qui mia moglie, che tiene della medichessa, si pose intorno a loro ostinata di farli rivivere. Ma tutti li tenevamo per ispacciati; pallidi, freddi, non polsi, non fiato: Che vuoi? le dicevamo, vuoi rinnovare la risurrezione di Lazzaro? le dicevamo. Ma ella, questa buona donna incapricciata che fossero vivi ancora, tanto fece e tanto, che li vide ancora a respirare.
—Erano dunque vivi» interruppe Ramengo con viva impazienza.
E il pescatore:—Gnor sì, vivi, ma se non fu un miracolo questo, io per me non credo neppur a quelli del santo di Padova. Il bambolo, appena riavuto, si attaccò al seno della mia donna, e in poco tempo tornò vispo e bello.
—L'avesse veduto!» entrava in mezzo la Nena.—Un bambino che pareva pitturato: bianco, sodo, come di cera: certi occhietti da mangiarlo; dritto come un fuso: e solamente aveva manco l'indice della mano sinistra.
—E si vedeva (interrompevala Maso) che gli era stato tagliato via: che'l vi avesse qualche brutto male. Ma per seguitare, signoria…. o l'ho ristucco con queste chiaccole?
—No, no, seguitate; ma presto; come andò a finire?» diceva Ramengo: e se la stanza non fosse stata così buja, lo avrebbero veduto divenire a tratto a tratto smorto e divampante, e il suo labbro e le sopracciglia contrarsi e squassarsegli tutto il corpo in violenta convulsione. Maso intanto, con quel misto di bonarietà e di rustichezza che distingue i costumi campagnuoli ed insieme coi sentimenti generosi senza ostentazione, che meglio si trovano quanto più basso si discende nella scala sociale, proseguiva pacatamente:
—E sicchè… ma dove son restato? Ah si! ora mi raccapezzo. E sicchè il bambino a vedere e non vedere si rifece sano e in tono. Ma colla madre fu un altro cantare. Tornò sì in vita: quando aperse gli occhi si guardava intorno e chiamava… un certo nome…., un nome bisbetico…. Nena, lo ripeschi tu quel nome?
—Diceva, Ramengo, mio Ramengo dove sei?
—Chiamava Ramengo?» tonò lo sconosciuto.
—Sicuro!» seguitava il pescatore.—Proprio Ramengo; non m'è uscito mai di mente quel nome. La non sapeva dir altro: ed anche quando delirava non faceva che ripeter quello, e….
—E qual altro? chiese il fellone, spalancando gli occhi incontro alla nuova parola che aspettava.
—E diceva anche: Povero bambino, e molte altre volte, Caro, perchè non vieni? tanto aspettarti? ma avesti paura, eh? Egli è burbero, ma è buono» ed altre cose senza senso, perchè era fuori di sè. Già del guarirla non ne fu nulla. Quel che la mia Nena le fece intorno non si potrebbe mai dire.
—Oh bello!» ripigliava la donna con una compiacenza tutta ingenua.—Ho fatto il mio dovere. Non siamo nati per volerci bene, per farci del bene uno all'altro? Dico vero, signor forestiere? E poi, chi non avrebbe ajutato quella povera creatura! A vederla si capiva ch'era fresca di parto: bella che doveva essere stata un angelo: ma sfinita e tutta pesta, e guardava con due occhi da ammansare una tigre».
Ramengo si scostava dal fuoco, e sciorinandosi e soffiando passeggiava pel camerotto.
—Che, le fa caldo?» domandava Maso.—Pure badi che le fumano ancora gli abiti indosso.
—Sì, sì» gridò questi con un tono dispettoso: ma finite cotesta cantafavola, prima che vi venga un canchero nella lingua. Non so come diavolo c'entrino queste bubule con quanto io vi ho domandato.
—Come c'entrino? bubule?» ripigliò il molinaro, un pocolino meravigliato di quelli sbattimenti.—Ora lo sentirà. La donna dunque andò di male in peggio. Entro quella barca, sole, acqua, fame, lo sa lei sola ed il Signore quel che ha sofferto: e quando a riciso ce ne contava alcuna cosa, bisognava piangere come ragazzi. Pure anche un cieco avrebbe veduto che qualch'altra cosa le stava sul cuore, peggio che i patimenti del corpo, una passione, ma di quelle! Perchè, appena si trovava in sè, dava in pianti dirotti, e non c'era più via di farla parlare. Quando vide il suo fantino riavuto, si fece serena come un occhio di pesce, lo prese, lo baciò, il guardò fisa fisa: poi ricadde in delirio:—E l'ha voluto ammazzare?… e non lo vedrà più… e non conoscerai nemmeno tuo padre—e altre parole da vera delirante.
—Per venirne a una, costei è viva o morta?» saltò su Ramengo impazientito.
—E Maso:—Vede quelle foglie, là, entro quel bugigattolo, con sopra un po' di materassuccia? Sono il nostro letto, e quivi, potè ben farne la mia Nena, ma quella poverina dopo pochi giorni spirò.
—E quando spirò (seguitava la Nena asciugandosi gli occhi col grembiule) l'avesse vista! Mi stringeva le mani sode sode. Capivo ben io quel che voleva dire! Voleva dirmi: Tenete da conto il mio bambino e…
—E voi che n'avete fatto?
—Che vuoi che ne facessi? lo allattai del mio petto, diventò grandicello, e buono come il pane, ma vivo come un pesce e ardito come un capriuolo, e stette al nostro mestiere, fin quando un signore, che aveva il nome di quelli che comandano a Milano, il menò con sè, ed ora è il signor Alpinolo.
—Ma chi fosse costei non ve lo disse? nol poteste sapere?» domandavaRamengo con ombrosa curiosità.
—Mah» rispondeva la Nena.—Cosa non avrei dato per saperlo! Una donna così gentile, un puttino così innocente, qual crepacuore pei loro parenti d'averli perduti! E se io avessi potuto presentarmi ad essi, e dire: Io so quel che n'è successo; la gioja loro mi sarebbe stata cara un mezzo mondo.
—E conti poco il gusto di saperne la storia?» parlava Maso.—Perchè, Dio buono! la doveva venire da lontano: che barche di quella generazione sul Po, lo conosco tutto quanto è lungo, non ce ne vanno».
E la moglie ripigliava:—La storia sarà che suo marito un giorno l'avrà menata a spasso: lui cascò nell'acqua; i fiumi erano grossissimi, e la poveretta fu menata giù.
—Ah! sarà» rispondeva Maso dimenando il capo:—ma ti ricorda come esclamava,—Perchè lo ferisci? quel coltello piantalo nel mio cuore!—Io sarei piuttosto di credere che un qualche suo nemico l'abbia ridotta così.
—E perchè avevano a lasciarla viva?» saltava dentro Omobono.
—Come sei materiale! per farla penare di più. Dei cattivi ce n'è di molti, credilo a me che so del mondo; ed essi conoscono bene che il morire è poco: ma il bevere la morte a sorsi a sorsi, come ha fatto questa creatura…
—Oh, babbo mio, chi gli fosse bastato il cuore di far ciò, aveva ad essere non un uomo, ma un demonio in carne e ossa».
Quali dovessero sonare a Ramengo tali discorsi, lo immagini il lettore.
Ai rimproveri della coscienza opponeva lo spietato gusto della vendetta, più sentito ora che comprendeva quanto essa fosse stata atroce; ora che la vedeva non finita ancora; e che senza saperlo, trovava d'aver già contro il frutto del delitto, preparato nuove trame onde perderlo, e ciò che più il dilettava, perderlo insieme coll'autore dei suoi giorni, e d'un sol colpo sterminare quanto al mondo aveva di esecrato. Quindi, dopo un breve silenzio, che i buoni villani aveano creduto di compassione, addimandò:—E Alpinolo dov'è?
—Lo sa lei?» rispose il mugnajo, contraendo il capo fra le spalle. Quattro o cinque settimane fa, una notte tardi tardi, eramo a letto, e sentiamo un cavallo arrivare: fermasi: bussano:—Qualcuno, diss'io fra me, al quale faccia male l'aria di qua del Po, e voglia passarlo. Mi affaccio, domando.—Chi è?—Son io.—Chi io?—ed egli—Padre (perchè m'ha sempre conservato questo nome), son Alpinolo: apritemi». Corsi io, corse la Nena, corsero Omobono e Donnino; per tutti era una festa il suo arrivo. Ripone il cavallo: entra… Se l'avesse visto! che cera! che occhi!—Al figlio di mia madre non la si dà ad intendere, gli diss'io; te n'è capitata una grossa: di' su: possiamo nulla per te? E lì mia moglie e i miei figliuoli a confortarlo, ad esibirsi, a interrogarlo; non rispondeva; stava come trasognato; poi scrollava il capo, pestava i piedi, esclamando:—Infame! maledetto! E quella meschina? ed io dargli ascolto?—e simili voci, da cui nulla si raccapezzava. Volevamo indurlo a mettersi a letto con noi: non volle: ci pregò d'andar noi a dormire: ma era possibile? sedemmo dunque sui sacchi di farina e sullo spento focolare: egli stava appunto ove ora lei, colla testa fra le mani, così; e noi attorno a guardarlo, a sospirare anche noi, finchè cominciò a farsi giorno. Allora alzossi, passeggiò innanzi indietro, appoggiossi alla spalletta dell'uscio, e stette intento all'alba che spuntava. Certo allora gli rivenivano per la mente i giorni di sua fanciullezza, quando non era che figliuolo di Maso, e correva spensierato e folleggiante con questi altri a diguazzarsi nella rugiada. Eh! loro signorie hanno de' grandi piaceri nel loro stato, ma non è poi tutto oro; e noi poveri abbiamo anche noi i nostri, e meno scese di capo. Insomma è che Alpinolo parve un tantin sollevato; ci chiese scusa, povero giovane! del dolore cagionatoci la notte; che erano avvenute a Milano gravi disgrazie; cacciati a prigione dei suoi più cari amici; che per lui non v'era pericolo, ma andava per certe sue bisogne ad un luogo qui poco oltre, onde ci lasciava il cavallo; e se mai tardasse oltre una settimana, era buon segno, e vorrebbe dire che aveva preso altra strada, e il cavallo diventasse nostro e i denari. Ci baciò tutti, e piangeva: e se n'andò; e dopo d'allora l'ha visto lei?
—E dell'anello?» diede su la vecchia.
—Oh questo che cos'ha a che fare?
—Ha che fare moltissimo» riprendeva essa.—Conviene ben dire che gli frullasse pel capo qualche fatto assai rischioso, se depose quelle robe che mai non aveva divise da sè.
—Che robe sono?» domandò Ramengo. E il mugnajo, quasi per supplire all'inettitudine di sua moglie che tartagliava nel cominciar il racconto, proseguì:—Essa vuol dire che Alpinolo, già uscito di casa, fermossi, pensò, esitò un tratto, poi si cavò dal seno un arnese e dal dito un anello che sempre portava; baciò il tutto affettuosamente, e li diede a mia moglie, dicendo: Custoditeli con ogni cura: è quanto or mi resta di caro nel mondo: e replicò i pianti, tornò a baciarli, poi se ne fuggì a precipizio.
—E cotesto arnese che cos'è» richiedeva il traditore.
—È tutta l'eredità di sua madre», gli replicava la Nena.
—Essa nelle ultime sue ore non faceva che baciarli e guardarli; poi mi fece promettere gli avrei dati al bambino, perchè li portasse sempre, in memoria, diceva, delle due persone che più di tutte, diceva, essa amò al mondo. E sono, un anello di diamanti, e un borsellino con cuciti entro due pezzetti di carta, due lettere, mi hanno detto.
—Due lettere?» proruppe con voce tonante Ramengo, i cui occhi gettavano faville.—Due lettere di Rosalia? Ove sono? a me: voglio vederle: datemele: presto: le voglio.
Quel tono imperioso, quel gridare, quel muoversi violento, parvero cosa straordinaria alla rustica famiglia, che in muta ammirazione guardava al forsennato, mille sospetti formando: ma poichè egli instava, la donna si volse al marito e—Ch'io glieli mostri?»
Questi fe' spalluccie; ma l'altro replicava:—Sì, sì, datemeli: li voglio, o vi mostrerò chi sono: porrò a soqquadro la casa: li torrò per forza»; e tanto minacciò e promise, che la donna aprì la cassapanca, e con occhio sospettoso rivoltasi a colui—Ma mi promette di restituirmeli?»
Prima di rispondere, esso glieli aveva strappati di mano, e con un tremito febbrile strinse Fanello:—era l'anello ch'egli avea dato alla Rosalia quando la promise sposa. A guardarlo, che pensieri gli corsero alla mente, che tempi si ricordò! Tempi d'amore, di pace; che avevano lampeggiato un istante sul bujo dell'anima sua, come se una rosa germogliasse fra le cocenti arene del Sahar. Colle dita tremanti fece un moto quasi volesse avvicinarlo alle labbra, poi dispettoso lanciollo per terra. E mentre la Nena premurosa ne seguiva il fosforico brillare fra le tenebre, e raccolto lo riponeva, gli uomini con un silenzio pieno di aspettazione si fissavan sopra quell'uomo, alla cui figura cresceva terrore la rossastra luce del fuoco. Egli stracciava il sucido involto dell'amuleto, e svolgeva due brani di pergamena, indi accostatosi ad un tizzone, leggeva tra sè:
Poichè il destino della nostra patria è deciso, la abbandono, e vo contro gl'infedeli. Solo m'affanna il discostarmi da te che sopra ogni cosa amo. Cinque giorni rimango da queste parti. Se puoi eluder la vigilanza di lui, fa ch'io possa una volta vederti, abbracciarti. Il valletto che ti reca questo, doman sera tornerà per la risposta. Qualunque rischio a me non parrà troppo per poterti dire a voce quanto ti ami il fratel tuo.
In quelle carte Ramengo cercava, voleva trovare il delitto, e scopriva invece l'innocenza della Rosalia! Come intontito rimase alcun tempo sopra quei caratteri; poi ripensando, svolse a furia l'altro viglietto:—Chi sa che non trovi in esso quello che cerco?» ma era della medesima mano, e vi stava scritto così:
Tutti questi giorni aspettai il valletto, colla risposta;nè l'un nè l'altra arrivò. Che sarà? Parto dunque senza vederti, sorella diletta, ma dovunque io sia, qualunque sorte m'attenda, te porterò sempre in cuore, sempre il Cielo pregherò di concedere a te la felicità, ch'io non devo conoscere più. Addio.
—Dunque ella era innocente!» proruppe Ramengo in un tono che fece sbigottire tutta l'intenta famigliuola. Sorse furibondo, mugolando, cosperso di bava, digrignava i denti, morsicò e fece a brani quei viglietti, e cacciavasi le mani nei capegli, stracciandoli a ciocche. Gli ospiti, ad uno spettacolo di cui nulla comprendevano, eransi tutti insieme ristretti da un canto, e la donna si segnava dicendo:—Ch'e' sia indemoniato?» Egli per la rozza cucina trascorreva a passi concitati, ora bestemmiando, ora gridando con voce senza parole; poi d'un calcio sfondò la porta e uscì. Era una notte fosca come i suoi pensieri; la pioggia ingagliardita e tuoni e lampi l'accompagnavano; ma egli non vedeva, non udiva la notte, l'acqua, il vento, il cielo malvagio. Donnino, che gli tenne dietro così di lontan via, lo vide a gran passi traversare la campagna, e poi ben tosto il perdette di vista, e tornando al casolare, ne contava fra meraviglia e paura, le smanie, l'agitazione, esclamando:—Deve aver le lune ben a rovescio».
Altro che lune! era un demonio, col quale in cuore Ramengo continuò l'errante corso. L'aver ucciso una innocente ed a quel modo, sarebbe stato ragione sufficiente per giustificare quel turbamento disperato in un animo molto ribaldo. Ma nel suo non era commozione di pentimento, bensì una foga di ire, di dispetti, poichè il tristo, non che indursi a dar torto a sè medesimo, dai proprj peccati trae motivo di nuovi odj: vaso guasto, ove sin la rugiada si corrompe; serpe, nel cui seno perfido il miele diventa succo mortale. Quella donna egli l'aveva pure amata: aveva provato le dolcezze dell'essere riamato, come si suole di cosa perduta, ne rammentava tutti i pregi, nessuno dei difetti, il peccato in lei supposto era scomparso. Ed egli l'aveva uccisa! Aveva privato sè dell'unica incolpevole dolcezza che in vita sua gustasse mai!—Foss'ella vissuta, oh come diversa sarebbe trascorsa la mia vita! Placido in grembo della famiglia, padre di cari bamboli…. Padre! oh! essere padre! questa consolazione l'ho libata, ma solo quanto bastasse per sentire più grave la maledizione del non poterla provare mai più. Fosse ella vissuta; che importerebbe a me questa superba di Margherita? che invidiar alle gioje del Pusterla? E di tutte queste privazioni, chi fu la causa? se non il Pusterla istesso? Maledetto! egli mesce il veleno nella mia tazza; egli appuntò un coltello fra me ed il seno delle mia donna. Scellerato! S'ei non l'amava perchè farne le mostre? perchè tentar di sedurre quell'angelo? perchè, se non per farmi onta e dispetto?»
E stringendo il pugno, e stralunando gli occhi verso il cielo, scagliava sopra di quell'innocente le imprecazioni più rabbiose e più immeritate.—Se tu non fossi stato (proseguiva) sarei con onore vissuto tra gli uomini, non trascinato sopra una via, per la quale ora mi è forza camminare. Sì… è forza ch'io ne tocchi l'estremo; e se per tua cagione perdetti i gaudj dell'amore, possa io almeno inebbriarmi in quelli della vendetta! Rosalia! Rosalia! te lo giuro! ti vendicherò! ti vendicherò!»
Così la conoscenza del suo delitto a nuovi delitti lo traeva; somigliante a chi, nel terrore di un incendio, getta nuova esca al fuoco, sperando di soffocarlo.
Taceva, seguitava, errando come una cosa pazza per la landa uliginosa, affondandosi nelle pozze, saltando i fossati, poi si fermava, apriva il pugno coi brani dei viglietti lacerati, che macchinalmente stringeva, fissava su di essi gli occhi cristallini, dimenava il capo:—Ecco! essa gli avrà baciati tante volte, vi avrà sparso sopra chi sa quante lagrime; sarà morta premendoli al cuore, col nome di suo fratello sulle labbra, mentre avrà traboccate l'ira e le maledizioni sopra colui che la uccideva… Sopra lui, e non sopra quello che ne era la causa! Col latte avrà stillato l'odio nel mio bambino, gli avrà insegnato ad abborrirmi… Ma no! oh no! egli ignora l'autore dei suoi giorni, e spasima di saperlo, per poter con lui comparire nella società, ed ottenere quell'onore della cavalleria che gli fu negato, sol perchè d'ignota razza. Certo lo cerca, e non sa che quel desso erasi posto sulle orme sue per trarlo a rovina. Ma ora il troverò ben io, me gli paleserò: gli dirò che son suo padre. Qual tripudio per lui aver trovato un padre! come mi amerà! ed io amerò lui, compenserò lui dei torti fatti a quella sciagurata; potrò ricomparire nel mondo tenendomi ai fianchi un figliuolo, che sarà il mio decoro, il sostegno e la consolazione dei miei vecchi giorni. Ma che? no! neppur questo mi sarà dato forse. Eccolo involto nella malvagità del Pusterla. Perdio! avrà dunque il Pusterla a presentarsi traverso a tutte le mie gioje, a tutte? essere causa sempre dei miei tormenti? Maledizione sul capo di lui!»
E imperversava di nuovo: poi fermavasi a guardare la notte, ad ascoltar lo scroscio dell'acqua, unica voce nel silenzio della campagna disabitata. Quella campagna, quella notte un'altra gliene ricordava, un'altra in cui aveva ricevuto dalla Margherita quell'affronto; un affronto che omai non si poteva lavare se non col sangue. A tale rimembranza viepiù ribolliva il suo furore; nell'istante che scopriva il proprio misfatto e la innocenza dell'uccisa e del perseguitato, invece di pentimento, concepiva i più atroci disegni di vendetta.
Pure tra quell'inferno gli tornava innanzi giocondo il pensiero del sapersi padre! padre di un figlio che, ignorando l'antica sua colpa, l'avrebbe amato come quello che gli porgeva il modo di collocarsi con onore nella società; sostituendo così sempre il calcolo al sentimento, come uomo avvezzo a non vedere negli uomini che mezzi od ostacoli al salire. E quel figlio era lì vicino; e forse coll'alba poteva vederlo; forse tornando nel casolare vel troverebbe. Appena dunque la nuova luce gli lasciò distinguere gli oggetti circostanti, s'avviò per rintracciare la strada. Molto era corso quella notte, l'acquazzone aveva cancellato ogni sentiero, ogni pedata per la selvaggia lama; pure il muggito del fiume si udiva, dietro al quale dirigendosi, arrivò dopo lungo cammino, alle sue rive, secondando le quali distinse finalmente la baracca de' mulinai. Vi si accostò come uomo che va ad intender la sentenza di sua vita o di sua morte, entrò, ed alla Nena, che stava accosciata al fuoco, e che tutta si risentì al vederlo, chiese:—È tornato?
—Chi?» domandò ella.
—Chi! chi! Alpinolo.
—Signor no… ho gran paura… Dio nol voglia, ma qualche disgrazia deve certo essergli accaduta. Un animo me lo fischia all'orecchio. Povero giovane!»
E fra il così dire, dava pure qualche sguardo sospettoso e di sottecchi a quell'ignoto, ripensando in che gran bestia l'avea veduto la sera antecedente. Egli fece sellare il cavallo, e se n'andò, lasciando detto che, se mai Alpinolo capitasse, ad ogni patto il ritenessero finchè egli tornasse, importandogli come la vita di parlargli. Quel giorno, il domani, e i seguenti vagò alla ventura, secondo che il capriccio, il caso, il cavallo, qualche idea, qualche superstizione lo portassero: fermavasi in un paese senza un perchè, camminava, tornava indietro, finchè ricapitava pur sempre al mulino. Quivi il suo giungere turbava la vita ingenuamente spensierata di quella buona gente, che ricordandosi quelle furie, avrebbero visto meno male il traboccare del Po.—Fosse almeno la febbre costui (talvolta diceva la Nena) che con una messa a san Sigismondo me ne libererei». E qualche altra:—Fin Giuda a casa del diavolo trova riposo la domenica: ma per costui non c'è festa che tenga».