CAPITOLO XIV.

Così colla testa ingombra di pregiudizj e col miglior cuore del mondo, non sapeva perchè, ma non poteva tollerare quell'uomo:—E neppure il nostro cagnuolo (soggiungeva) si è potuto mai assuefare a vederlo senza guaire come se lo pelassero».

Ma poichè per gli importuni ci vuol meglio che augurj e imprecazioni, Ramengo tornava sempre, assiduo come un creditore; la prima domanda che faceva era sempre di Alpinolo se fosse comparso; la risposta era sempre il medesimo no.

Perduta ormai la speranza di rivedere Alpinolo, certo che, dovunque fosse, costui ne avrebbe fatte di tali da lasciarsi scoprire anche troppo. Ramengo andava tra sè pensando ove rintracciario; giacchè il desiderio di scoprire un figlio lo faceva disviare dalla pesta che fin la aveva ansiosamente fiutata. In una delle sue corse alla ventura, mentre costeggiava il Po, ascoltò di sotto un macchione uscire un fischio come d'uomo che chiami: s'accosta: era un barchettajuolo, il quale sommessamente gli chiese:—Vuol forse passare, signor cavaliere?

—Perchè cotesta domanda?

—Oh la si lasci servire. Conosco ai panni ch'ell'è un milanese. Se n'ho passati queste settimane!»

Tali parole diedero la spinta all'irresoluta volontà di Ramengo, il quale risposto un sì piuttosto agl'interni suoi ragionamenti che all'inchiesta del barcaruolo, calossi, fece allogare il cavallo nel barchetto: poi mentre il rematore faceva forza vogando e tagliando obbliquamente il filone del fiume, il ribaldo, intento a scalzare, gli domandava dei passeggieri, degli abiti loro, dei discorsi, del dove si dirigessero: poi l'interrogò se fra quelli aveva veduto un bel fante così e così, dipingendo Alpinolo.

—Eh eh! (rispondeva il remigante) se dovessi averli a mente tutti. L'è stato un via vai! Però… quel che mi descrive mi pare di averlo veduto sì: un uomo così fra i trenta e i trentacinque…

—No, no: meno: neppur venti; capelli neri…

—Appunto: or mi raccapezzo: occhi grigi, bassotto, tarchiato…

—Anzi, occhi neri: alto tanto più di me; ben tagliato in tutte le membra:—impossibile vederlo e non ricordarsene.

—Uh! tanti asini si somigliano».

Capì Ramengo che l'uomo era tanto gonzo, tanto occupato del mestier suo, da non poterne succhiellar nulla: onde giunto all'altra riva, scarsamente regalatolo, si mise alla ventura, perchè l'unica indicazione datagli dal navalestro fu che quei profughi eranoandati di là. Varcò ancora da luogo a luogo, richiedendo da per tutto, e da per tutto udendosi rispondere che Milanesi di fatto, se n'eran veduti molti, ma niuno sapeva ridire chi fossero, dove si dirizzassero: al più conoscevasi che andavano fuori via dalla patria per la tirannide di Luchino.

Ma altri tiranni egli vide dominare per le varie città di Romagna: a Rimini i Malatesta, gli Ordelaffi a Forli, a Faenza Francesco di Manfredi, i Polenta a Ravenna: Roma lamentavasi vedova, dopo che i papi, tramutandosi in Avignone, l'avevano abbandonata alla tirannide di que' suoi baroni, contro dei quali doveva pochi anni dopo, sollevare generosa ed impotente la voce Cola Rienzi: Bologna riceveva vita e splendore da forse quindicimila Italiani e Tedeschi, studianti sulla sua Università, la quale fino d'allora procacciavale il titolo didottache conservò sin qua, come conservò nello stemma la parola LIBERTAS, quantunque già in quei tempi si fosse ai papi assoggettata. Valicando poi l'Apennino, Ramengo si calò nel bel paese toscano.

Quivi la libertà era con maggior gelosia custodita, quanto a peggiori abusi vedeansi rompere i signorotti di Romagna e di Lombardia: tutte le terre difendevano acremente le loro franchigie, ed abborrivano il governo d'un solo. Ma come sperare che una fanciulla si conservi innocente fra bordellieri e femmine da conio? Quei tristi vicini se ancora non osavano attentare direttamente alla libertà dei Toscani, se ne preparavano la via col romperli, e col fomentarvi i mali umori. Sotto pertanto a quest'infame influenza, le nimicizie cittadine ivi peggio che altrove imperversavano: e i nomi di Guelfi e Ghibellini, che negli altri paesi avevano quasi perduto la significazione, mantenevano quivi una tenace vitalità. Ghibelline erano Pisa ed Arezzo; guelfe Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato, Siena, Perugia e principalmente Firenze; talchè, invece di maturare un concorde sentimento di nazionalità, dal quale soltanto potevano sperare frutti per l'avvenire, combattevansi e contrariavansi l'una l'altra; patria riguardavano l'angolo dove ciascuno era nato: forestieri ed avversarj tutti quelli d'altra terra, tanto più accaniti quanto più vicini; e nelle loro querele invocavano spesso o le funeste armi o la più funesta mediazione dei comuni e più veri nemici, gli stranieri.

Fra quelle lotte però sentivasi la vita: ciascuno capiva quel che valesse di per sè, e quel che potrebbe d'accordo cogli altri; il commercio, l'agricoltura, le arti erano salito in gran fiore; pittura, scultura, architettura, offrivano modelli, che il difficile nostro secolo non cessò di ammirare; e la lingua, venuta a mano di Dante Alighieri morto venti anni prima, e del Petrarca e del Boccaccio, giovani ancora, acquistava il primato che più non perderà, sopra l'altre d'Italia.

Come in quella Grecia, a cui per tanti lati somiglia la patria nostra, si dimenticavano le mutue nimicizie per convenire ai giuochi in Olimpia, così l'umore allegro dei Toscani li raccoglieva alle splendide feste, onde solevano spesso ricrearsi le diverse città, o nelle solennità dei loro santi patroni, o per memoria di antichi fatti, o per celebrazione di nuovi. Pisa in quel tempo aveva appunto riportato vantaggio contro i Moreschi, che dalle coste d'Africa infestavano il Mediterraneo e l'Italia; onde, per solennizzare quel trionfo e la presa di alcune loro galee, dovevasi finire il carnevale colla festa di Ponte. Nè d'altro che di questa udiva Ramengo ragionare per tutta Toscana allorchè vi capitò: chi poteva, preparavasi per andarvi; gli altri se ne struggevano di desiderio.—Perchè non v'andrò anch'io?» disse Ramengo. «Fra tale concorso di gente, nulla più probabile che incontrar quello ch'io cerco».

E vi si drizzò.

Pisa in quel tempo era nel maggior suo fiore. Porto frequentissimo come (fatta ragione ai tempi) oggi sono Amsterdam e Londra, nel 1283 aveva armate fino centotrè galee per guerreggiare Genova, che gliene oppose centosette: vedeva a' suoi mercati accorrere Mori d'Africa, Normanni del Settentrione, Turchignoti di Levante; mandava i suoi legni verso le Indie orientali a caricarsi di spezie, che poi diffondava per tutta Europa, riportandone in cambio legnami, canapa, stoffe, denaro. Alle speculazioni congiungendo l'amore per le arti belle, innato nella patria nostra, dalle imbarbarite regioni dell'Asia i Pisani traevano marmi, colonne, sculture, di cui abbellivano la patria: di Palestina recarono terra per riempiere il loro cimitero, onde poter dormire in terra santa; attorno a quel cimitero, i ristoratori delle arti belle fabbricavano, scolpivano, dipingevano, più insignemente perchè l'originalità non era stata per anco soffogata dall'imitazione, nè il raffinamento materiale aveva tolto la mano alle idee ed al sentimento. Su quelle pareti era stata ridotta a figure laDivina Commediadi Dante, per leggere la quale avevano eretta una cattedra nella nuova Università;—poesia, pittura, scuola nazionale e religiosa: commercio, arti, devozione, sapere, libertà; begli elementi della vita italiana d'allora.

Oggi Pisa è ben altro. Una borgata a mare, allora appena avvertita, le tolse quel resto di commercio, che le mutate condizioni d'Europa lasciarono alla Toscana; i cencinquantamila suoi abitanti sono ridotti ad un settimo appena; la marmorea cattedrale, lo stupendo battistero, la mirabile Loggia dei mercanti, gli altri edifizj di antica maestà fanno un melanconico contrasto coll'erba crescente per le vie spopolate, col silenzio delle ammutolite officine, coll'inoperoso vuoto del suo Lungarno; e la bizzarra Torre sembra chinarsi in atto di compassione per deplorarne le perdute grandezze.

—Potenzinterra! ei dee venire da in capo al mondo se mai non ha inteso parlare della festa di Ponte»; diceva a Ramengo l'oste Acquevino, che, venuto giovane da Pontedera senza un becco d'un quattrino, come egli diceva, in sulla via di Pisa avea rizzato dapprima un frascato, ove dava bere a' mulattieri, cavandone le spese e qualche zaccherello di vantaggio; poi coi quattrini facendo quattrini, e spacciando gran nomi ai piccoli vini che la sete faceva parere strabuoni, murò un'osterietta, che, se alcuno gli diceva essere piccola, egli, senza certo aver mai letto di Socrate, rispondeva,—Così potessi averla sempre piena di avventori». Posta sur un dosserello, aveva dinanzi uno spazzo ove si giocava al pallamaglio, e da cui vedevansi passar rasente quelli che si avviavano alla città, e dominavasi la vasta pianura, che da un lato scende fino al mare, dall'altro è chiusa da collinette biancheggianti nel verde degli olivi, e tramezzata dall'Arno che poi a forma di semicerchio divide Pisa. Colà Acquevino fatto maturo e grassotto, ma sempre fresco, snello, gran chiacchierone, gran lodatore del suo paese, del bel cielo, della buon'aria, della buona gente, quanto un poeta arcade, dava alloggio a qualche forestiere, facendogli poi nello scotto pagare la colpa di non esser toscano; somministrava bubbole e da bere a vetturieri e pedoni; e con religiosa integrità serbava prosciutti del Casentino e fiaschetti d'aleatico e di Montepulciano, che un professore dell'Università aveva paragonati all'ambrosia e al nettare degli Dei; similitudine che Acquevino, da venti anni ripeteva come nuova di zecca a tutti i signori, che (diceva egli col tono onde una civettuola dice esser brutta per sentirsi raffermare il contrario) venissero ad onorare quella sua catapecchia.—E (soggiungeva) qui gente non ne manca mai. Perchè io non sono come que' miei confratelli, che vogliono far commenti all'altrui starnuto. Libertà per tutti; chi paga è buon amico».

Vedendo arrivare in sulla sera Ramengo solo e con magra valigia, gli aveva dapprima fatto gli occhi grossi ed era stato con lui tant'alto; ma quando lo intese comandare la camera migliore, i più squisiti bocconi, il centellino più scelto, e gli balenarono all'occhio i fiorini d'oro lampanti, onde aveva rigonfia la borsa, disse fra sè:—Costui vuol riuscire meglio a pan che a farina»; e mutò cantare: non fu buon garbo che non gli usasse, e mentre si dava fretta intorno alle pietanze e ai forestieri, trovava qualche ritaglio di tempo per regalare due parole all'ospite dalla buona borsa, e vantargli il suo paese e la sua osteria.—Pisa (gli diceva) fior del mondo; senza far torto a nessuno, e meno al suo paese, signor forestiere. E se non fosse stata Pisa, tutta Toscana era a manco d'un pelo di venir turca, e non si berrebbe vino.—Ch'io le ne mesca un altro bicchieretto?—Vogliono esser forse trecent'anni, i Saracini avevano posto piede in Calabria: ma i Pisani, nemici dei nemici di Dio, mandarono il fiore della nostra gioventù a snidarli. Cosa pensano quei dannati? Con navi sottili e col diavolo che li ajuta, nel fondo della prima notte di gennajo hanno faccia di entrare in Arno, invadono il sobborgo, lesti e queti così che nessun popolano se n'accorse, fuorchè ai colpi dei malnati e alla vampa degli incendj. Allora tutti a fuggire senza guardarsi alle gambe, e senza pensare ad avvertire la città perchè si mettesse in difesa. Una donna sola, oh viva le donne toscane!—la sola Cinzica de' Sismondi, attraversa i maledetti che già occupavano il ponte d'Arno, corre ad avvisare la Signoria; e subito un dar delle campane, un sonar di trombe, un leva leva, un presto presto, un corri corri, tutti, a vedere e non vedere, pigliano le armi; fanno fronte ai Saracini che, rincacciati, n'hanno di grazia a fare salva chi può, si tolgono di testa il baco di mai più tentare la gente più valorosa di cristianità. In memoria di quel trionfo sul ponte stesso…»

Qui Acquevino, richiesto da altri avventori, dovette interrompere la narrazione di quel fatto, successo intorno al mille, e in memoria del quale il borgo rifabbricato di là d'Arno fu nominato di Cinzica, ed istituita la festa del Ponte. Noi meno, pressati dagli avventori che non fosse Acquevino, procureremo supplirgli alla meglio nel divisarne il modo.

La smania di fazioni, di allegrie, di battaglie, di devozioni tutt'insieme, che Pisa, colonia greca, aveva dalla Grecia portato, suggerì quel genere di festa; lo tenne vivo il desiderio politico di alimentare gli spiriti guerreschi, tanto necessarj per mantenere la pace e tutelare i diritti. Imperciocchè in grazia di quella, i più valenti e animosi fra i giovani pisani si addestravano continuamente nelle armi e nei movimenti del corpo; e in tal guisa formavansi prodi e disciplinati sotto capitani, che, come più esperti, erano a ciò trascelti per voce di popolo, e che, dopo le finte lotte, poteano guidare anche alla vera.

La città e il territorio si dividevano in due fazioni, chiamate dei Bianchi e di Borgo, ovvero di Sant'Antonio e di Santa Maria, da due chiese una di qua, l'altra di là del fiume. Nappe di color diverso, per lo più intrecciate e regalate dalle belle, distinguevano i parteggianti; e per quindici giorni innanzi alla festa non era quasi nient'altro che lottare e tambussarsi, ora in pochi, ora in più, con guasto anche di molte vite. Giunto poi il dì solenne, i combattenti delle due fazioni, protetti il capo di celate, con alla mano noderosi randelli che chiamavano i targoni, schieravansi dai due capi del ponte di mezzo, formando una fronte di forse quaranta. Non appena alzata la sbarra, si movevano all'incontro, e venuti al colmo, allora era il menar delle mani, il cozzare, il picchiarsi; e la baja diventava pur troppo da vero. I primi, coi targoni appuntati al petto, pigiavano, spunzavano contro gli avversarj; altri menavano, facendosi piazza; alcuni carpone si ficcavano tra le gambe dei combattenti, o per arrovesciarli, o per alzarli di peso e buttarli in Arno. Sulle spallette intanto venivano i capitani, col battacchio anch'essi, dando un poco di regola a quel tumulto, rincorando, zombando, ma coll'occhio attento a schivare gli avversarj, che, se vedevano il bello, con uno spintone li sbalzavano dal ponte. Sotto a quei colpi, tra quella furia, guaj a chi stramazzasse ai piedi della calca! Il men male era per chi dai parapetti traboccassero in Arno, ove stavano pronte le barchette a raccorli. Del resto si ferivano, si abbattevano, si disarmavano avversarj, si facevano prigionieri; nè per tre quarti d'ora restava il calcare, il ferire, l'accopparsi, come diceva Acquevino, con mirabile tripudio degli spettatori. Dalle finestre, dai terrazzi, dalle bertesche, d'in su i tetti, una calca di gente attendeva, smaniando di gioja, di timore, di applausi, d'incoraggiamenti, di fischi, secondo che questa o quella parte piegava o prevaleva; secondo che era in fortuna o in disdetta l'amico, il parente, l'amante; secondo che Sant'Antonio o Santa Maria più acquistavano del combattuto ponte; e sì gran fervore ponevano nel matto parteggiare, che madri, sorelle, amiche, all'udirsi annunziare le ferite e fino la morte dei loro cari, domandavano qual delle due parti avesse avuto il meglio, e se l'annunzio rispondeva ai loro desiderj (Spartane fuor di tempo) obliavano i più teneri e sacri affetti per prorompere in festose acclamazioni.

Spirato il termine concesso a quel furore, sonavasi a raccolta, calavansi di nuovo le sbarre, e la parte che più avea preso dell'erta, veniva gridata vincitrice. Qui le baldorie, il trionfo, e i più segnalati campioni, incoronati dalla Signoria, abbracciati, baciati da chiunque avea la fortuna d'esserne, in quel giorno, amico; e scornacchiare i vinti, e cantare inni, come fossero stati distrutti i nemici della patria.

Poichè le usanze sopravvivono al loro motivo, i Pisani continuarono il sanguinoso spasso anche quando il valore non solo era divenuto inutile, ma si sarebbe reputato una colpa; e finalmente Pietro Leopoldo di Lorena, trovandolo troppo per un giuoco, troppo poco per una guerra, lo proibì.

—Non ha mai visto, signor forestiero, in vita sua e per tutto il mondo, un tal concorso di cristiani?» domandava l'oste a Ramengo, il quale, la mattina dello spettacolo, stava sopra un terrazzino, ombreggiato da un leccio, osservando Pisa e la folla che vi traeva. E girando in tondo la mano distesa, seguitava:—Le par poco? Che sciali! Che bellezza! che brio! Un toscano si discernerebbe anche di mezzo alla moltitudine di Val di Giosafatte. Quelli che vede in lucco maestoso sono i Fiorentini; ricchi sdondolati, sa, speculeranno anche sulla festa. Quest'altri, tutti in fronzoli e in fiocchi, sono Pistojesi; quelli là, da Siena, la gente più leale e sincera delle tre parti del mondo. Il desiderio di vedere le nostre feste gli ha fatti dimenticare delle vecchie emulazioni; e a Pisa tutti saranno i ben accolti, e nemmeno si temerà che ci portino la peste. Oh veda la bella cavalcata! Sono signori della Versilia e della Lunigiana, terribili nei loro castelli non meno che sul mare; lo sanno i viandanti.—Buon divertimento a lor signori! Posso servirli di nulla?—Questi sono di que' ricchi cogli arnioni, e vengono dalla val di Nievole, fertile e ridente, ch'è il paradiso di Toscana, come Toscana è il paradiso del mondo. Snidarono essi gli antichi baroni, e si piantarono nei loro palazzotti per coltivar le vigne e gli uliveti. Osservi, belle e robuste figure. E tutti hanno in groppa fanciulle e donne, che, non v'è rimedio, le eguali non vede il sole, per quanto giri.—Viva il bel sole, vivano le belle donne di Toscana».

Così, ma a spizzico e scappa scappa, raccontava l'ostiere a Ramengo, intanto che dava ricapito agli altri, che cominciavano bene la mattinata con un fiaschetto; e quel vivo spettacolo pareva ammansare il truce animo di Ramengo, che, nella contentezza di sapersi padre, nella speranza di pur trovare suo figlio, di riconciliarsi con esso, pareva entrare in una vita nuova, e talora sentivasi preso da un tal accesso di benevolenza, che proponeva lasciare la micidiale e infame sua scelleraggine, e cercare con belle azioni la stima dei buoni, la tranquillità dell'animo, la serenità che attorno a sè vedeva regnare nella turba festiva.

Alla quale intento, mirava dai poggetti, dagli scenderelli, dai tragetti, sbucare i villani, a larghi cappelli di treccia bianchi, con nastri rossi e neri; e quadriglie di contadinotte che, cammin facendo, trecciavano la paglia.—Esse scendono dai colli di Signa (ripigliava Acquevino). Questi sono i robusti montanari di Lucca. Cotesti pallidi e scialbi vengono dai contorni del lago di Bientina»; ed ai vivaci colori del loro vestito faceano contrasto i bigi e neri e bianchi delle tonache di tanti frati, e il marrone dei mendicanti, che accattavano pei poveri e per Dio.

Su per l'Arno intanto vedeva un mondo di bacchette guizzare leggiere fra mezzo ai grossi legni ancorati. Chi capitò a Pisa per la festa della Luminara, che si rinnova nel giugno d'ogni terzo anno, ed ha goduto, per non più dimenticarlo, l'incantevole prospetto di quella città, con tutti gli edifizj, le cupole e i campanili accesi a lumicini e fiammelle, e una quantità di navicelle illuminate vogare l'una a prova coll'altra, potrà immaginare il tripudio che, in tempi tanto più prosperi ad essa, vi si doveva fare alla festa di Ponte. Fra tutta quella moltitudine era una curiosa allegria; eccitata viepiù dal felice rinnovarsi della stagione, ed alimentata da capricciosi scherzi, da bizzarri motteggi, che si facevano, che si slanciavano gli uni agli altri, nella dolcissima e vivace loro favella. Un coro di giovani, dando fiato alle zampogne, accompagnava gli accordi di altri che cantavano la nota ballata:

Vaghe la montanine pastorelle,Donde venite sì leggiadre e belle?

E com'ebbero finito l'aria, una forosetta, che, per grandi occhi e per guancie rubiconde come una melarosa, si discerneva dalle compagne, rispondeva con voce più robusta che delicata, mentre appunto passava sotto al balcone ove stava Ramengo:

E s'io son bella, io son bella per mene,Nè mi curo d'aver de' vagheggini;E non mi curo niun mi voglia bene,Nè manco vo' ch'altri mi facci inchini.

—Guarda che bella tosa», esclamò un giovane, sbucando di dietro la taverna, e spingendosi audacemente verso la fanciulla. Al suono della parola e dell'accento forestiero si voltò Ramengo, e riconobbe un crocchio di Lombardi. Quando ogni paese portava diversissime foggie di vestimenti, bastava un'occhiata per discernere gente da gente; e i Lombardi d'allora, dico i più ricchi e da festa, usavano nobili panni, assettati alla persona, foderati di seta, o cappe tedesche foderate di vaj; cappucci alle gote con fregi d'oro intorno alle spalle; ai piedi calze e calzeroni; alla cintura larghe correggie con fibbie d'argento, da distinguerli al primo sguardo.

Vibrò Ramengo un'occhiata fra loro; fissò con sguardo scrutatore quei visi, ed accertatosi che fra quelli non v'era chi lo conoscesse per veduta, o gli potesse interrompere i disegni suoi, scese, e col parlare si diede a conoscere per loro compatrioto. Tosto gli furono essi intorno con quell'amorevole premura, onde si suol salutare un concittadino su terra lontana, dove basta la comunanza di patria per far riguardare siccome amico anche uno sconosciuto.

In quella libera città avevano fatto capo i molti forusciti da ciascuno dei varj paesi lombardi; e quivi, pascendosi delle speranze, dolce e indigesto nutrimento dei profughi, preparavano maneggi ed armi contro al tiranno della patria loro. Ma il tiranno della patria loro aveva il vantaggio, che ha sempre chi già trovasi in possesso d'una cosa, sovra colui che ne lo vuol privare; e mentre essi menavan trattati a danno di lui, altri più vivi ne raggirava sott'acqua, Luchino; quelli andarono sventati, questi riuscirono al loro intento.

Ma non anticipiamo gli eventi, e ci basti per ora mostrare come quella festa, al pari di tutte le altre antiche e moderne, nostrali e forestiere, potesse rassomigliare al color di rosa, che tinge le guancie d'alcuni consumati da mal sottile: sul volto non appare che la sanità, ma dentro cresce lo spasimo e il marasmo; oggi sorridono, domani morranno.

Ramengo, sicuro tra quei sicuri, salutava, rispondeva, abbracciava, stringea la mano a questo o a quello, e sebbene potesse sperare che il nome suo fosse tra i forusciti riguardato come quel d'un amico, d'un compagno di sventura, gli parve però prudenza il dissimularlo, e si diede per un tal Lanterio da Bescapè, nato all'ombra del Duomo di Milano, abitante alle Cinque Vie, e come loro fuggiasco dalla patria,—perchè (diceva) chi può reggere regga in una terra, a quel modo oppressa da così scellerato tiranno. Tenga egli seco i suoi mastini, tenga il suo Sfolcada Melik; non chi sentesi nelle vene stilla di sangue italiano».

Pensate se quelle parole andassero a' versi de' forusciti, e quasi il parlare avventato fosse infallibile contrassegno di spiriti animosi e sinceri, già, senza un sospetto al mondo, computavano il nuovo arrivato per un acquisto; già prendevano occasione di narrargli ciascuno i torti fatti da Luchino alla loro patria, a Cremona, Pavia, Lodi, Como, Bergamo, ed i particolari loro disgusti, o domandarlo de' suoi, che immaginate s'egli sapeva impiantare e colorire al vero. Ognuno poi si affrettava a chiedergli di questo o di quello fra i parenti, fra gli amici che aveva lasciato a Milano.

—A che partito sono gli Aliprandi?

—Morti per fame.

—E Bronzino Caimo, quel gran moderatone, sta sempre col tiranno?

—Sta col muso alla ferrata per aver osato difendere la verità, se pure non gli è già capitato di peggio.

—E Matteo Visconte?

—Confinato a Morano di Monferrato.

—E Barnabò?

—In Corte dello Scaligero. E dicono farà un parentorio con quella signora regina.

—E Galeazzino? sempre bello? sempre galante? sempre adoratore di madonnaIsabella?

—Oibò! Il signor Luchino dorme soltanto finchè vuole. Il bel Galeazzo è vagabondo per povertà, e per far perder allo zio la sua traccia. Dicono però sia in Fiandra»,

Così rispondeva Ramengo alle varie domande, lieto di mostrarsi informato per guadagnare maggior fede, e di narrare quel che sapeva onde ricavarne quel che cercava. Perocchè, come il marinaro nel riveder le onde quiete, come il ladro al presentarglisi un bel tiro, come il beone all'entrar in una bettola, dimenticano ogni proposito antecedente, così Ramengo dissipò quei momentanei impulsi al bene, tosto che si vide innanzi l'occasione di poter nuocere; volle mentire sulle prime, affine di scoprire, se potesse, ove trovare Alpinolo, quindi, al solito, un peccato il trasse all'altro, all'ebra necessità del delitto, a far il male per il male istesso.

—Ma dunque (gli domandavano quegli infervorati), che vivere è oggi aMilano?

—Il vivere (rispondeva Ramengo) dell'inferno e di ogni paese in servitù. Luchino ogni giorno più imbaldisce, perchè vede che le alre città, spaurite, vengono a lui, come il bove che volontario andasse al macello. Dieci n'ebbe già Azone in obbedienza, non è vero? Ebbene, costui già v'aggiunse Bobbio, Asti, Parma, Crema, Tortona, Novara, Alessandria….

—Vili! così lor pute la libertà? così vogliono farsi puntello al trono di uno scellerato?» l'interrompeva Aurigino Muralto da Locarno. Ed Acquevino, che mesceva loro del più generoso, ripetendo,—Guardino com'e' brilla, spruzza, salticchia! Resusciterebbe un morto», ascoltando quegl'infervorati loro parlari, quel prendersela così d'impegno, dimenava il capo ed esclamava:—Poveri paesi! Viva la libertà toscana! Per dio bacone, viva il giardino d'Italia!… Ma trovato quest'aria, questo vino, questa pace, cosa importa a loro chi sia e quale il padrone? Non basta ciò alla vita beata?» E andandosene canterellava:—Nè per tempo nè per signoria non ti dar malinconia».

Prediche al deserto. Ramengo, dopo vuotata una tazza con quei compatrioti, proseguiva:—Giudichereste però che egli cresca per questo in potenza? Tutt'al contrario: ingelosi le potenze vicine, e al primo vento le barbe diverranno rami. I signori Gonzaga lo guatano da Mantova in cagnesco; il conte di Savoja già levossi i guanti, e prepara delle buone armi; il marchese di Monferrato non vede quell'ora di romperla seco. Ma chi la romperà in modo da non rappiccarla più, ve ne accerto, sarà Mastino della Scala. Nel paese poi non vi dico altro. Sapete che gran ghibellino si è mostrato Luchino finchè durò in condizione privata. Chi non avrebbe creduto che dovesse ora in ogni cosa dar mano alla parte migliore? sostener i nobili contro la ciurmaglia? Ma no, li tratta nè più nè meno di quel che faccia coi Guelfi più marci nell'anima. Questi però non gli credono, e lo tengono un impostore; gli altri se gli rovesciano ogni di più; cosicchè gli è proprio il colosso di Nabucco dai piedi di creta.

—Ma il sassolino che basti ad atterrarlo?» soggiungeva Caccino Ponzone cremonese.

—Eh! il sassolino ci saria ben egli (rispondeva quel falso) e se… Ma lingua taci…» e battevasi sulla bocca.

Era il miglior modo di metterli in savore, onde, stringendosegli viepiù intorno e punzecchiandolo,—Che? dite su; c'è qualche nuvolo in aria? c'è speranze? Abbiamo ben compreso che voi in cose di Stato pescate al fondo. Perchè far misteri con noi? la causa dei Milanesi non è quella pure di noi tutti? e siam qui per dare di spalla quanto valiamo. Non si aspetta che quel momento del Signore, ildies irae. Ma chi dirigerebbe?

—Se Franciscolo Pusterla…» Proferito questo nome, Ramengo si recava sulla sua, con una di quelle pause a tempo, che sono il giuoco dei maliziosi, e girava uno sguardo aggressivo su tutti quegli impavidi visi, come per succhiellarne il pensiero più arcano. Ma non facea bisogno di tanto perchè l'imprudenza andava in essi di pari coll'ardor giovanile, tanto che il tristo n'ebbe miglior mercato che non isperava.—E che? (gli domandavano coloro) siete anche voi di quelli del Pusterla?

—Come! se sono dei suoi?… (ripigliava Ramengo) Chi aveva il mestolo di tutta quella faccenda a Milano? e perchè m'ho avuto di grazia ad uscirne colla pelle? Ora qui (e li mostrava) ho dispacci da recare a lui… ma, acqua in bocca, che alcuno non mi ascoltasse. La prudenza non è mai troppa. Coloro hanno bracconi da tutte le bande. Io ho lettere per lui dal signor Mastino della Scala…»

Ramengo punzava, ed emetteva queste parole a scosse; balestrando gli occhi in faccia a tutti: essi credevano per cautela, in fatto era per ispiare l'impressione che su loro faceva, e se alcuno potesse o volesse dargli notizie o modo d'averne. E notò alcuni che dimenavano il capo, come volessero esprimere,—Non ne faremo niente»; sicchè continuò:—Ma! quando si dice gli uomini!… Chi lo avrebbe creduto? Egli, che poteva, sol che volesse, divenire capo e salvatore della patria, ora dorme… s'è rimpiccinito… scappa come un fiacco paltone…

—E' bada a faremea culpaai piedi di un fornaio…» uscì a direAurigino Muralto.

Fornajo di mestiere, quindiFournierdi soprannome era stato il padre di Benedetto XII papa, allora sedente in Avignone. L'indicarlo a quella guisa, anzichè spiattellarne il nome e il luogo, era stato una di quelle povere transazioni che fanno colla prudenza coloro i quali sanno alle sue leggi rassegnarsi solo fino ad un certo punto.

Aurigino non si sarà creduto d'aver fatto il minimo, male, non n'avrà concepito il minimo rimorso, eppure avea messo lo spione sulla traccia, che più non perderebbe. Ramengo toccava appena il suolo colle piante per l'esultanza di questa scoperta, ma dissimulando e facendosene appieno informato,—Di certo (proseguiva) e' s'è messo ad Avignone come un chierico, il quale aspiri al cappel verde o al rosso, o come un basso delinquente, che cerca sicurezza celando lo stocco micidiale fra le tonache e le cocolle. Ma lo ridesteremo noi da codesto pigro sonno… oh, lo ridesteremo!

—E qui (soggiungeva il Ponzone) troverete amici suoi, da potervi dare indirizzo e ajuto.

—Vi saranno, m'immagino, suo fratello Zurione, Maffino da Besozzo, quel della Pietrasanta…» domandava Ramengo. E gli rispondevano:—Sì, ma chi ne mostra più amore e devozione è lo scudiere Alpinolo.

—Alpinolo?…» ripetè colui, sentendosi dai capelli alle piante rimescolare.—Alpinolo? dov'è? ch'io lo veda tosto, ho estrema necessità di parlargli per cosa che molto dappresso lo tocca. Dov'è? dov'è?

—Che furia!» saltava su quel mezzo prudente da Locarno.—Finiamo di bere, e poi venite con noi. Laggiù ve li faremo trovar tutti. Che festa per loro a rivedervi!…

—Ma io voglio parlare con Alpinolo dapprima… con lui testa testa. Le cose so come vanno trattate»; e mentre egli era dominato dall'ansietà di trovare un figlio, e dalla speranza che, scoprendosegli padre, ne avrebbe e perdono ed amore, essi continuavano a bere, a discorrere, a ragionare, massimamente di Alpinolo.

—È un demonio colui quando si tratta di mettersi ad un'avventura.

—E per un proponimento non ha il pari. Ti ricordi, Ponzone, i primi giorni? Noi lo credevamo muto: nè parlava nè faceva segno. Che è, che non è, aveva fatto proposito di non proferire sillaba per sei mesi.

—E così giovane! (soggiungeva il Muralto.) Che gran soldato vuol riuscire!

—Ed ai nostri giorni (replicava il Lambertengo) se n'è visto dei soldati, con nient'altro che la propria spada, fare slanci, e toccare i primi gradi. Costui lo vedo già a un gran posto.

—Di chi dicono? (s'inframmetteva Acquevino) Di quel garzonotto con quegli occhi senza secondi? E come se lo conosco! Caspita! gli è di buon gusto e vien a bere qui tal volta un par di gotti, e non mesce a miseria; e dice che vini come i toscani, è inutile, non se ne trovano al mondo nè in maremma. L'altro dì era con alcuni; e dagliene un sorso, dagliene un secondo, erano brilli; e venuti a parole, uno gli disse:—Taci là, tu che non hai nemmeno padre.—Non avea finito, che Alpinolo, senza dire, guarda che ti do, stampandogli le cinque… volli dire le quattro dita della sua mano sulla guancia, gli buttò tre denti in gola».

Che suono facessero ad un padre, ad un tal padre, siffatte parole, immaginatelo. Sapeva d'esser vicino al figlio, e quel figlio lo sentiva lodato: lodato per quell'unica virtù ch'egli valutava: l'unica che, in tempi di quella sorta, potesse aprirgli facile varco alla glòria e alla potenza. Che lusinghe per la vanità di Ramengo! come struggevasi di vederlo, di abbracciarlo! Come si componeva in bocca le parole per calmare la prima furia! Dimenticava perfino di avere scoperto il nascondiglio del Pusterla, dimenticava Luchino ed i premj sperati e le giurate vendette. Quindi, col cuore palpitante, al modo che gli aveva palpitato nelle notti che stette appostando il drudo della Rosalia, calossi verso Pisa in mezzo a quei buoni Lombardi, i quali, intrecciati braccia con braccia, intonavano le canzoni della patria loro,—canzoni che per l'esule finiscono sempre in un sospiro!

Entrando nella città, ritrovarono tesi da parete a parete drappelloni bianchi e vermigli, e filze di verzura secondo la stagione, che ivi chiamanole fiorite; dai balconi e sui muri sfoggiavansi ricchi tappeti e arazzi portati di Levante, e stoffe di seta, che alle Corti dei re parevano ancora un lusso esorbitante, e qui abbondavano in mano di quegli attivi negoziatori. In alcun luogo zampillavano fontane di vino, tra un'ingorda ciurmaglia intenta a riceverlo nelle aperte bocche, od attingerne col cavo della mano; in altri apparivano credenze e buffetti carichi d'ogni rarità venute dal Mar Nero, dal Golfo Arabico, dal Baltico, e serbate in memoria delle ardite e felici navigazioni. Brigate di giovani pisani, con a capo i loro più valenti e denarosi signori, tutti divisati ad un modo, con vesti di colori appariscenti, e briose cavalcature, movevano incontro ai vegnenti e salutavano i nostri Lombardi, i quali rispondevano:—Addio, Benedetto Lanfranchi!—Bel puledro, Nieri!—Passerino si discerne sempre alle più ricche divise!—Viva Banduccio Buonconti!—e stavano ad osservarli, mentre, dietro a gonfaloni con varie imprese e con motti bizzarri e ingegnosi, a suon di nacchere, di tamburi, di zuffoletti, si tiravano appresso la turba. Meno pompose venivano poi, dirigendosi al tempio od al ponte, le arti e le maestranze, guidate dai loro abati, tutti vestiti a una taglia, e tutti con un tal abbandono d'allegria, che Ramengo non potè di meno di riflettere quanto a Luchino avrebbe dato gusto l'avere un popolo così festivo, e quindi così facile a governare e raggirare.

Udiva intanto un gridio, un trescamento di merciajuoli, che, colla bottega ad armacollo, gridavano, a' bei vezzi, a' bei nastri, agli abitini, alle crocette; di montanari che, al suono di ribecchini e tamburelli, facevano ballare i cagnuoli e le marmotte; di Lucchesi che esibivano santini di gesso, santa Zita, loro patrona, e santa Verdiana da Firenze, che dava a pascere ai serpenti. Altrove si faceva cerchio attorno al cerretano dai rimedj e dai segreti, od al cantastorie il quale mostrava sur un cartellone, il disastroso allagamento di Firenze dell'anno 33,—quando, (diceva esso) quest'Arno che vedete tanto quieto, straripò sulla città, portando via bestiame, case, palagi e migliaja di persone, che pareva il finimondo. Perchè non s'è portata via del tutto quella città, che Pisa ne sarebbe più grande e più gloriosa?»

Così il cantafavole; e il popolaccio, con villano patriottismo, ne secondava l'imprecazione, gridando:—Mora Firenze! e viva Pisa!» nè volevasi ricordare che il ciurmadore istesso, poco prima o poco dopo, avrebbe in Firenze augurato col rabbioso Ghibellino che la Capraja e la Gorgona chiudessero la foce dell'Arno, sicchè in Pisa annegasse ogni persona.

La genìa dei cerretani, e col nome proprio e con altri più onorevoli, non s'è ancora estirpata, come ognun vede; bensì è finita un'altra, che avea gran corso allora. Persone non d'ingegno, ma di memoria e di fronte vetriata, ricorrevano a quei che sapessero far versi; e parte a prezzo, parte per misericordia, parte per importunità, ne impetravano alcune composizioni, italiane o provenzali, che poi, con grande enfasi e gesti smaniosi, recitavano su per le fiere e nelle sale. Il Petrarca [23] ci ha lasciato memoria di molti fra costoro, che gli vennero innanzi poveri in canna, od ottenuti da lui alcuni sonetti, li rivide, pochi anni dopo, ben in arnese, ben in carne e ben al soldo, mercè le largizioni degli ammiratori.

Il poeta era dunque miglior mestiere che non oggidì, quando di simil arte più non avanzò se non qualche improvvisatore, da assettar piuttosto nella riga di quelli descritti innanzi.

Ramengo, infatti, ne intese di molti, i quali, in abiti bizzarri, accompagnandosi colla ghironda e la mandòla, gridavano stanze e sonetti appunto del Petrarca, di Cin da Pistoja, di Guido Cavalcanti, o leggende in cui si ricordavano le antiche vittorie dei Pisani sopra i Saracini di Sardegna, le imprese loro alle Crociate, il valore della Cinzica de' Sismondi, le cortesi prodezze di Uguccione della Fagiuola; senza dimenticare il conte Ugolino, sulla cui fine versavan tanto obbrobrio, quanta dispettosa compassione v'avea profuso l'Alighieri.

Fra il latrato, la gioja, la curiosità del popolo, che non si ricordava come la peste già irrompesse da ogni banda nel paese; che non si sovveniva di aver avuto fame jeri, e che l'avrebbe domani ancora, spingevansi i nostri Lombardi verso i varj posti dove sperassero scontrare Alpinolo, e li seguiva Ramengo, al quale il cappuccio a gote dava il modo di celarsi, quando mai imbattesse persona che gli convenisse evitare. L'ansietà che doveva stringergli il cuore, non tolse ch'e' restasse compreso di maraviglia nel veder quella stupenda piazza, ove nel mezzo sorge la maestosa cattedrale; davanti, il battistero rotondo di San Giovanni, e la torre inclinata, tutta a colonne; da lato, il Camposanto: storia compita e parlante delle arti belle in Italia. Byron, anche ai nostri giorni, chiamava quella piazza un sogno orientale; qual doveva apparire colla mobile decorazione di una folla sterminata e vivace?

Fra la quale videro guizzare un Milanese, a cui, dando la voce, il Muralto addomandò:—Ehi, Ottorino Borro, perdio tanta premura? Sapresti dirci ove stia Alpinolo?

—Sta in prima fila per combattere al Ponte; là sono tutti i nostri camerata. Corro a raggiungerli»; e si perdette tra la calca.

—Ma come gli entrò il ticchio (esclamava Ramengo) di mettersi a questo inutile sbaraglio? Combattere in frotta colle pertiche come un villano?

—Andate a dirlo a lui (gli rispondevano). È così fatto. Quando sia da porsi in prova il coraggio, il volerlo distogliere è un buttare il fiato».

Mentre queste parole erano fra di essi, la campana del Comune toccò.—È il segno! è il segno!» gridarono i nostri, e accorsero, ed a spintoni si fecero strada. Ma di arrivare fin presso al combattimento non era speranza; onde, ficcatisi sotto un portico, sostenuto da una colonna di porfido egiziano e da una greca scanalata, un po' colle buone e un po' colle brusche salirono sovra certe are, qui portate dall'Attica, e poterono dominare quella folla di teste, parte nude, parte coperte colle più varie foggie del mondo, dal vistoso turbante del Levantino al positivo berretto del Veneziano; dalle ondeggianti piume del cavaliere provenzale, all'abborrita reticella gialla dei poveri Ebrei; dal tòcco di velluto ad oro dei baroni napoletani, al cappuccio arrovesciato dei Milanesi, che si erano posti fra i primi per testimonj alle prodezze del loro compagno.

Allora, a suon di tromba, comparvero il gonfaloniere e gli anziani sotto un pergolo adornato a guisa di un padiglione turco; la turba spettatrice più sempre si accalcava, mentre i disposti al combattere fremevano impazienti attorno alle sbarre dei due capi del Ponte, come freme un torrente attorno alla chiusa. Poi, quando ad un nuovo segnale caddero le sbarre, fra uno schiamazzo universale, tutti con tutti andarono ad affrontarsi, e per quanto Ramengo guardasse, non gli apparve nella prima mezz'ora che una procellosa mescolanza di gente che assaliva, di gente che respingeva, che si raffagotava; noderosi randelli a furia picchiavano su quelle povere teste, su quelle povere spalle; e gli urli di chi batteva, gli strilli di chi era battuto, mescolavansi alle acclamazioni di:—Viva Santa Maria! viva Sant'Antonio!»

Cresceva furore ed interesse alla scaramuccia l'esservisi, come soleva, interessate le fazioni e i politici puntigli; e le due parti dei Raspanti e dei Bergolini, che nei consigli e nelle frequenti baruffe per le strade dividevano Pisa, qui avevano tolto la prima a favorire Santa Maria, l'altra Sant'Antonio; onde il grido di guerra, le bandiere, gli applausi, gli insulti infervoravano la rabbia, il baccano, fieri quanto si possa immaginare.

Poi a poco a poco divenuta meno stivata la mischia pei morti, i feriti, gl'intronati, gli stanchi, già si poteva discernere da qual parte la fortuna piegasse; intanto si vedevan ora deporre dalle barche, intirizziti e guazzosi, quelli raccolti dal fiume, ora i mal capitati strascinarsi da sè, od esser portati a braccia fuori della zuffa, premendosi le mani sulle membra fiaccate, sulle tempia sanguinanti, protestando al cielo e alla terra di non avventurarsi mai più in quegli stolti badalucchi;—ma quelli che guarivano, credete a me che vi saranno tornati.

Però, dinanzi a quelli della parte di Santa Maria e dei Raspanti, si vide ben tosto sopra gli altri distinguersi uno per disperata robustezza di colpi, pel cerchio che largamente si faceva, per la rovina che menavasi davanti. Ramengo, alle fattezze e al grido dei compatriotti, non tardò a riconoscere Alpinolo, nè più da esso dispiccò gli occhi, ora inquieto del vederlo in pericolo, ora pieno di compiacenza e meraviglia a tanto vigore, e mostrando agli altri Lombardi quei colpi, che veramente parevano più che da uomo.

I Bergolini e Sant'Antonio non poterono a lungo stare alla prova di quella furia; e per sottrarre le teste voltarono il dosso. Allora quelli che, come dietro a un torrione, s'erano tenuti a riparo alle spalle di Alpinolo, con un coraggio da non dire si precipitarono addosso ai fuggenti, per aver la gloria, men bella forse, ma più sicura, di batterne i terghi, urlando a tutta gola:—Viva Santa Maria!—Viva i Raspanti!—Vergogna ai Bergolini!—Viva i Gambacurti!—Viva gli Aliati!—Abbasso Dino della Rôcca», questi eran i nomi dei capi delle due fazioni. Alpinolo cessò le picchiate quando cessò la resistenza, ed appoggiatosi al riposato targone, osservava, immoto come uno scoglio fra le ondate, il facile coraggio della vittoria.

Ad un cenno del gonfaloniere, fu di nuovo abbassata la sbarra; trombe e chiarine diedero dentro a giubilo: Santa Maria scampanava a distesa, e i Milanesi, fattosi largo, accostaronsi ad Alpinolo, e tripudianti abbracciandolo, se lo tolsero sopra le braccia per recarlo a ricevere la corona dalla Signoria, e gridavano:—Viva Alpinolo!—Viva Milano!—Viva Sant'Ambrogio!» E poichè la folla di rado grida unvivasenza aggiungere unmora, è probabile, quantunque la storia nol dica, che gridassero:—Morte al Visconte!—Morte ai traditori della patria».

Il lampo di gioja che quel trionfo faceva brillar sul viso di Alpinolo, mescevasi in modo indefinibile colla cupa costernazione che vi avevano improntata i casi passati, e coi segni d'un dolore profondo e celato che lo straziava. Quando Aurigino Muralto, riuscito ad accostarsegli,—Sta su allegro (gli gridò). Buone nuove: è arrivato un Milanese.

—Un Milanese?… e chi?

—Un tuo conoscente: Lanterio da Bescapè; occhio dritto del Pusterla; e t'ha a dire cose di gran rilievo, ma a te solo.

Un tumulto di idee scosse in quel punto la mente di Alpinolo; e Francesco, la Margherita, fra Buonvicino, gli Aliprandi, gli amici tutti lasciati a Milano se gli pararono innanzi, colla speranza forse di vederne alcuno, d'averne forse un messo, certo notizie; onde, coll'impazienza più viva, senz'altro aspettare i premj nè la corona, sviluppatosi dalle braccia dei compatriotti, si difilava verso là dove gli avevano detto che troverebbe quest'amico, sotto al portico dei Marmi, con una premura tale, che guaj ai petti, alle braccia di coloro che gl'impedivano il passo.—Eccolo! vello!» dissero i Lombardi, mostrando l'avveniticcio ad Alpinolo, che, fissandolo, si trovò a fronte Ramengo.

Invano avea questi voluto sottrarsi all'incontro, ed avere Alpinolo da sè a sè; invano ora accennava al garzone che tacesse, venisse, dovea parlargli. Un padre che abbia scorto un aspide attorcigliato al collo dell'unico suo figliuolo, non fa gli occhi così spaventati come Alpinolo allorchè i suoi scontrarono l'esecrata faccia del traditore.

—Ramengo!» urlò con voce somigliante ai mugghi di toro ferito a morte; e non badando agli atti che questo gli faceva, agguantar di nuovo il randello, sua arma trionfale, e scaraventarsi alla volta di esso, gridando:—Infame spia!» fu un batter di palpebra. I Lombardi, non sapendo spiegare quell'ira, si ritraevano e il lasciavano fare, ma non istette ad aspettarlo Ramengo, che, visto quel flagello, precipitossi dietro ai marmi, ivi accumulati, ed uscendo dall'opposta parte, si ficcò dove la calca era più serrata, e gobbo gobbo tra quel brulicame cercava di sgattajolare. L'iracondo, con un diavolo per pelo, non lasciava però di seguirne le vestigia, ripetendo a gran voce:—Spione! pur t'ho côlto! Largo! guardate la vita! lasciate ch'io l'accoppi! un colpo le pagherà tutte!» e per farsi piazza, batteva da destra, da sinistra su chiunque pe' suoi peccati gli cascasse fra i piedi.

Il vulgo pisano, non diverso dal vulgo degli altri luoghi e degli altri tempi, aveva già provato un poco di dispetto (chi vuole, lo chiami nazionale) al veder che unostranieroavesse riportato l'onore di quel giorno; e, come suole, gliene volevano male i vincitori, non meno che i vinti. Ora poi nel veder quello stesso, se non bastava mostrare di non curarsi del premio, accendersi in ira sì rabbiosa, e senza conoscere il perchè di quella bussa disperata, non se ne davano pace:

I più timidi levavano il volo, come colombi grulli, spaventati; i prudenti s'addomandavano:—Con chi l'ha costui?» e facevano largo; ma quelli di spiriti più vivi, quelli che ancora si sentivan la stizza d'altri colpi toccati dalla mano di lui, perdettero la pazienza, e cominciarono a voltarsegli con un viso brusco, e rompere la strada a lui ed ai concittadini suoi, che per amor di patria, anche senza dimandarne la cagione gli davano spalla.—Per tutti i santi del calendario! (esclamava il popolaccio). E' pare che costui abbia bevuto sangue di drago e pasciuto carne di cocodrillo».

—Vuoi finirla una volta, ambrosiano insatanassato?

E qui tra Milanesi e Pisani cominciava quella battaglia di lingue, che suol precedere la battaglia di mani.

—Fatevi da banda, anime di sambuco! Pisani, vitupero delle genti!» gridavano i Lombardi guardando in cagnesco.

—Andate via, Milanesi mangiafagiuoli», rispondevano i Pisani mostrando il pugno.

—Meglio fagiuoli che non lecee[24] che se ne comprano trentasei per un pel d'asino.

—Che state dunque qua, baggiani da dodici la crazia? che mutate l'Arno nella cantarana di Sant'Ambrogio.

—Ci stiamo perchè possiamo. E però?… spendiamo dei vostri?Covielli, che un solo Milanese vi ha volti in fuga a diecimila?

—Odi parlare che par tedesco!

—Odi che favellando par che sgargarizzino!

—Sì—no»; le ingiurie eran più che le parole; dalle parole si fu ai fatti:—Sono Guelfi, sono Ghibellini, sono Raspanti traditori»; una frastagliata di minacce, poi para, picchia, martella: una soda baruffa si impegnò, peggiore della prima e di maledetto senno, per calmar la quale ebbero a fare e dire assai, parte i soldati, parte i prudenti e i nobili e il gonfaloniere; più d'uno restò morto sul campo, moltissimi ebbero di che ricordarsene per tutta la vita; ma come spesso nelle baruffe degli innocenti profittano i ribaldi, tra quel bolli bolli potè Ramengo pigliare il tratto innanzi, e tra il pigio della folla, andarsene a Dio ti rivegga.

Quando Alpinolo s'accorse che il più seguirlo era un perder tempo, non vi starò a descrivere che rumore menasse, quanto bestemmiasse quel che si bestemmia quando altro non si sa o non si ardisce, cioè il destino, per averglielo mostro un tratto, poi tolto di nuovo: sopratutto dava biasimo a quei Lombardi come imprudenti, come sconsigliati, per avergli pôrto ascolto; e che bisognava arrestarlo, e che non s'ha a prestar fede al primo avventuriero che capita… ma tra quel rimproverare sorgeva la voce della coscienza a dirgli:E tu?

Allora gli cadevano le parole di bocca e la baldanza di cuore, nè più pensando a rimbrottare altrui, con sè solo la prendeva, tornava a maledire sè stesso, e il dì che nacque, e chi lo generò, e la fantasia entratagli di mettersi a combattere; la quale se non fosse stata, avrebbe incontrato Ramengo, avrebbe fatto le vendette di sè, di Franciscolo, di quell'angelo di Margherita, della patria, per sua cagione perduta, dell'umanità da lui disonorata.

Io auguro che i lettori miei trovino, quantunque in tempi più fieri e meno maliziosi, essere strano che diverse persone dessero nel calappio, teso dal ribaldo. L'auguro per il loro meglio, giacchè questo proverebbe che essi non hanno, ai loro giorni, avuto incontri con simile fiore di scellerati, nè conoscono per prova con quanta sottigliezza sappiano essi insinuarsi negli animi, colorire l'impostura, ammantare di generosità l'infamia, di amicizia il tradimento, e col mutare voci e costumi, placidi coi quieti, iracondi cogli stizzosi, bugiardi con tutti, acquistarsi fede d'ogni parte. L'auguro anche in quanto sarebbe indizio che non hanno mai provato i duri passi dell'esilio, nè quindi indovinano, quanta consolazione rechi, a chi va profugo dalla patria, lo scontrarsi in altri, di sorte e di pensieri conformi; quanto facile sorrida la speranza di potere, con un modo o coll'altro, spesso coi più disastrosi, ricuperare la terra nativa. A chi di tali cose avesse esperienza, pur troppo non saprebbe di stravagante e di improbabile la confidenza che, al primo incontro, posero in Ramengo quei garzoni, e che in lui collocherà un altro nostro amico [25].

Perocchè Ramengo, appena si trovò campato dal pericolo di cadere ammazzato dal proprio figliuolo, comincio fra sè a rammaricarsi e indispettirsi. E abituato com era ad imputare sempre altrui le conseguenze dei suoi proprj delitti, ed a cercare nell'ira rimedio ai rimorsi, anche per questo accidente voleva sempre maggior male al Pusterla.—Perchè egli m'ingannò col mostrarsene amoroso, uccisi la mia donna. Un figlio almeno mi restava di lei, un figlio che poteva formare la mia compiacenza, rendermi invidiato da quelli che ora mi disprezzano, ed ecco fra noi cacciarsi di nuovo quest'infame, e per le pazze sue fantasie, padre e figlio rimangono divisi, inimicati. Ma no; mai non desisterò finchè io non riesca a riconciliarmi col figliuol mio. Torrò di mezzo costui che l'affascina, allora ci ravvicineremo io ed Alpinolo; ricomparirò con esso nella società a Milano, alla Corte. Quando io sarò salito in grandissimo stato, oh chi mi cercherà di qual passo io vi sia giunto? Ma tu, tu maledetto… tu che sei cagione di staccarlo da me, ora so dove ti annidi; e non sia mai uomo se non te ne fo scontare la pena col sangue. Allora solo le poste saranno pareggiate».

E scrisse a Luchino Visconti la lettera che abbiamo trovata in mano del segretario, il giorno del colloquio di lui colla Margherita, nella quale gli chiedeva l'impunità per suo figlio, ed accennava in nube d'essere sul punto di partire per raggiunger il Pusterla. Di giorno più non osò mostrarsi per le vie di Pisa; non tornò all'albergo presso Acquevino, il quale teneva infamata la sua bettola per aver dato ricovero ad un cotale, e ripeteva che di quella genia non ne fu mai stampa, nè mai ne sarà in Toscana. Un bucuccio segnato con una frasca, e dove per pochi soldi dormivano facchini, marinaj e male donne alla loro posta, diede ricovero a Ramengo nei giorni seguenti, ma abbondando di denari e di scaltrimenti, non tardò ad accontarsi con un capitano di marina, il quale, col primo buon vento dovea mettere alla vela per Antibo, e con esso, di fatti, tra pochi giorni abbandonò sano e salvo l'Italia.

Alpinolo, che nè dì nè notte si dava pace per trovarlo, e in tutte le vicinanze lo appostava, e spiava ogni angolo più riposto, ogni concorso più affollato, ebbe un bell'aspettarlo; nè più lo doveva incontrare se non—vedrete in qual orribile luogo!

Sull'ardua montagna, d'un ultimo sguardoMi volgo a fissarti, bel piano lombardo;Un bacio, un saluto, ti drizzo un sospir.Nel perderti, oh quanto mi sembran più vaghiL'opimo sorriso dei colli, dei laghi,Lo smalto dei prati, del ciel lo zaffir!

Negli agili sogni degli anni felici,Ai baldi colloqui d'intrepidi amici,Nel gaudio sicuro, fra i baci d'amor,Natale mia terra, mi stavi in pensiero:Con teco, o diletta d'amore sincero,La speme ho diviso, diviso il timor.

Tra cuori conformi, nell'umil tuo senoIn calma operosa trascorrer sereno,Fu il voto che al cielo volgeva ogni dì;Poi, senza procelle sorgendo nel porto.Del pianto dei buoni dormir col confortoNel suol che i tranquilli miei padri coprì.

Ahi! l'ira disperse l'ingenua preghiera;Rigor non mertato di mano severaPer bieco mi spinge ramingo sentier.O amici, piangenti sull'ultimo addio,O piagge irrigate dal fiume natio,O speme blandita con lunghi pensier,

Addio!—La favella sonar più non sentoChe a me fanciulletto quetava il lamento,Che liete promesse d'amor mi giurò.Ignoto trascorro fra ignoti sembianti;Invan cerco al tempio quei memori canti,Quel rito che al core la calma tornò.

Al raggio infingardo di torbidi cieli,All'afa sudante, fra gl'ispidi geli,Nell'ebro tumulto di dense città,Il rezzo fragrante d'eterni laureti,Gli aprili danzati sui patrj vigneti;La gioja d'autunno nel cor mi verrà.

Intento al dechino dei fiumi non miei,Coll'eco ragiono de' giusti, de' rei,Del vero scontato con lungo martir.Il Sol mi rammenta gli agresti tripudj;L'aurora, il silenzio dei vigili studj;La luna, gli arcani del primo sospir.

Concordia ho veduto d'amici fidenti?Tranquilla una donna tra tigli contenti?Soave donzella beata d'amor?Te, madre, membrando, gli amici, i fratelli,Te, dolce compagna dei giorni più belli,Che acerbe memorie s'affollano al cor!

Qual pianta in uggioso terreno intristita,Si strugge in cordoglio dell'esul la vita;Gli sdegni codardi cessate, egli muor,Se i lumi dischiude nell'ultimo giorno,L'amor dei congiunti non vedesi intorno,Estrania pietade gli terge il sudor.

Al Sol che s'invola drizzò la pupilla;Non è il Sol d'Italia che in fronte gli brilla,Che un fior sul compianto suo fral nutrirà.Spirando anzi tempo sull'ospite letto,Gli amici, la patria, che troppo ha diletto,L'estrema parola dell'esul sarà.

Così, non è molto, lamentavasi taluno, nel punto di abbandonare l'Italia; eppure la condizione dell'esule quanto non è oggi senza confronto migliore di allorquando la subiva il Pusterla! Agevolezza di comunicazioni hanno oggi, sto per dire, tolte di mezzo le distanze e le barriere fra popolo e popolo; posta di lettere, giornali, commercio, viaggi, fecero comuni a uno le usanze, le idee di tutti; una gente conosce l'altra, una all'altra somiglia per vestire, per costumi:—sei fuori, ma frequente incontri tuoi concittadini, ma ogni tratto te ne giungono ragguagli; calchi una terra forestiera, ma le simpatie di nazione, di opinioni, di ingegno, di speranze vengono a mitigarti la durezza dell'esilio, ti fanno trovare nuovi amici, udire in diversa lingua l'espressione dei tuoi medesimi sentimenti, la fratellevole compassione per le tue sventure. Allora, al contrario, da paese a paese, per quanto vicino e confinante, correva maggior differenza, che non oggi dall'America all'Europa; poco si conoscevano le lingue; uno Stato ignorava quel che succedesse nel suo limitrofo; e corrieri a posta ci volevano per trasportare lettere o notizie.

Quanto aveva dunque a dolere a Francesco il dipartirsi dalla terra natale! e dipartirsene, non colla pace della rassegnazione, nè tampoco col magnanimo dispetto dei forti, costretti a cedere alla prepotenza degli eventi; ma da una parte cruciato da irrequieto desiderio di operare, dall'altra sollecito di quel che di lui direbbe la patria, direbbero i conoscenti, direbbe la posterità; avvegnachè non aveva egli concepito per gli uomini quella dose di disprezzo, che si richiede in chi voglia giovarli davvero, senza nè curarne i torti giudizj e maligni, nè temerne l'ingratitudine.

Quando frà Buonvicino accomiatò il Pusterla, lo commise alla fedeltà di Pedrocco da Gallarate, capo di una di quelle specie di carovane che, due o tre volte l'anno, facevano il viaggio di Francia per portarvi le derrate di Levante e i panni nostrali; raccattarvi lino, canapa, lana, e trasmettere il denaro in natura, come erasi costretti a fare prima che fossero praticati i giri di cambio.

Avea Pedrocco la persona come un facchino: faccia abbronzata dall'avvicendarsi dei soli e dei geli, mani robuste e callose da scusare il martello e le tanaglie; una casacca, stretta alla vita da una larga cintura di cuojo nero, ricamata a punti rossi, gli teneva pronto un paloscio, mentre il cappuccio tirato sugli occhi gli dava una fierezza di fisonomia, da far credere che per ogni poco lo caccierebbe a mano. Eppure a praticarlo era il miglior cuore del mondo: indole giuliva e tranquilla che non avrebbe fatto male ad una mosca; e col girare perpetuo aveva acquistato quella franchezza di trattare, quella estensione di veduta, quella spontaneità di riflessioni, che appena un lungo studio può dare a chi non uscì mai dal tetto paterno. Distinguiamolo bene dai cavallari d'oggidì, poichè in fatto egli era il capitano di una banda di mulattieri, uno spedizioniere ambulante. Da tutte le parti riceveva commissioni per vendere e comprare, per riscuotere somme e versarne, per avviare speculazioni; onde dovea goder reputazione di destro e di galantuomo. Ma per massima tramandatagli dal padre e dall'avo, adempiva le incombenze affidategli senza cercare più addentro; onde al modo stesso avrebbe portato un'indulgenza plenaria ed una sentenza di morte; una cassa di reliquie ed il prezzo dell'infamia e del tradimento.

Aveva ora caricato il suo convoglio di panni, usciti dalle fabbriche degli Umiliati di Brera e della Cavedra di Varese, per recarli a Lovanio, a Sedan, agli altri luoghi, donde ora ci arrivano se possono e quando possono; e come Buonvicino gli ebbe raccomandato di condurre questo amicissimo suo e di tacere, si pose la mano al cuore, esclamando:—Padre, farò ogni mio possibile»; e con fedeltà anche maggiore del solito assunse questo incarico, per la grande stima in che vedeva tenersi Buonvicino.

—La si confidi a me (diceva Pedrocco al Pusterla), io la servirò di cappa e di coltello. Anche cotesto piccolino vuoi menare in Francia? Ei comincia presto. Ma anch'io, alla sua età, passeggiavo già le montagne, e dopo d'allora ho girato tutta la vita come un arcolajo. E conta vossignoria piantare negozj in Francia?»

Il Pusterla rispondeva di no, e lasciava comprendere come fuggisse la tirannia del suo paese. Pedrocco l'interrompeva:—Di queste cose io non me ne intendo: ma in Francia la si troverà da papa. E il papa stesso non lasciò la sua Roma per la Francia altrui?»

Con una fila di muli si avviarono dunque per la Valgana, indi per Marchirolo a Pontetresa, confine allora del contado rurale del Seprio, e varcata la Tresa, costeggiarono la rupe Cislana verso Luino, finchè voltarono nella Val Travaglia. Ma quando erano più inviluppati tra quelle gole, ecco sbucava loro addosso una masnada di armati, che in sulle prime fecero paventare Francesco per la vita propria e del figliuolo; sicchè, raccolti i mulattieri, preparavasi a venderla cara. Presto però si accorsero come quelli non attentavano alla vita: andassero pur dove volevano, purchè lasciassero quivi le robe, o pagassero una enorme taglia: giacchè provenivano da Milano, e coloro appunto eran nemici del signore di Milano.

Pedrocco protestava che, nemici o no, egli di cose politiche non se n'intendeva: ch'era roba dei frati, e che l'avrebbero a fare con tutti gli Umiliati di Lombardia, e col papa che li proteggeva. Ma quei masnadieri poco tenevano conto delle minaccie: e davano già mano a spogliarli, se non che il Pusterla intese come fossero uomini d'Aurigino Muralto da Locarno. Era questi, se vi ricorda, uno dei fidati del Pusterla, intervenuto all'adunanza della sera fatale; e cercato a morte dal Visconte, invece di fuggire cogli altri, erasi ridotto fra i patrj monti ed a Locarno, ond'era signore, e quivi intesosi coi Rusconi, dominatori di Bellinzona, aveva alzato bandiera contro Luchino.

Quel nome, quell'annunzio bastò per dissipare dall'animo del Pusterla tutti i proponimenti di quiete, di fuga, di nascondiglio.—Aurigino? (diceva agli uomini di masnada), grand'amico mio: guaj a colui che toccherà un filo di questa roba! Siamo del partito istesso: vengo a far causa con lui».

E ottenne di fatto che quei masnadieri, i quali avevano una specie di buona fede al modo loro, e di diritto delle genti al modo dei moderni Beduini, lasciassero quelle robe in deposito: mentre Pedrocco, che ripeteva non intendersi nulla nè di partiti nè di causa comune, tornava a Varese per impegnare gli Umiliati a riscattare le mercanzie. Il Pusterla si imbarcò sul Lago Maggiore, ed oh come il piccolo Venturino pareva deliziarsi al vedere tanta bellezza di cielo, di acqua, di rive, un pelago circondato da scabre montagne o da spiagge ammantate da lussureggiante vegetazione! Vi restava un tratto coll'occhio incantato, poi volgendosi al padre,—Oh se ci fosse mamma!» esclamava: e l'uno premeva il volto al volto dell'altro, e sospiravano. Ma se il cuore e la mente del fanciullo non si pascevano che di amore, ben altre idee occupavano il genitore; il quale già si figurava capo di un esercito di prodi e risoluti montanari, terribile al Visconte; e via di vittoria in vittoria scorreva col pensiero fino al momento di dettar patti a Luchino, e ricuperare per forza di armi la patria e la consorte. Arrivando di fatti a Locarno, vi fu ricevuto coll'entusiasmo onde si suole un nemico d'un nostro nemico; feste, tripudj, e mostrargli ogni apparecchio, ed esagerargli le forze, e menarne trionfo, quale forse gli Americani allorchè il giovane La Fayette andò a spargere per essi il nobile sangue francese. Ma Aurigino Muralto era in casa sua, era capo: per rinunziare al comando si vuole più virtù e meno impeto che non avesse il giovane ribelle. Cortesie dunque senza fine al Pusterla; dato libero l'andare al convoglio di Pedrocco; ma quanto fosse ad autorità, nessuna ne concedeva al foruscito; al quale, il trovarsi meno che secondo in piccola terra sapeva d'agresto, assai più che non l'obbedire nella patria, in città grande, ad una grande famiglia. Alle brevi illusioni tenne dunque dietro un prestissimo disinganno: e colla solita irrequietudine, già si augurava in qualunque luogo prima che in questo, ove gli amici stessi, diceva, l'abbandonavano, il tradivano.

Che far dunque? Ripigliare il duro viaggio dell'esule, che va e va, nè sa dove riposi al fine dell'amara giornata.

Sopraggiunse intanto Pedrocco, che era corso ad avvisare gli Umiliati del sorpreso convoglio; e mentre ringraziava Francesco di averglielo riscattato, gli dava lettere di Buonvicino, ove, con tutto l'ardore dell'amicizia, lo supplicava a fuggire, a scostarsi più che poteva, a non lasciarsi allucinare dalle troppo facili speranze dei forusciti: ricordasse che la vita della Margherita poteva dipendere da un suo moto: pensasse al figliolino che aveva seco, e che doveva conservare all'amore di quella sventurata; poi gli esponeva i preparativi che Luchino faceva, e contro cui certamente non avrebbe potuto reggere un pugno di sollevati, comunque coraggiosi.

In effetto Luchino, indispettito della resistenza oppostagli da quelli di Locarno e di Bellinzona, e dei guasti che recavano alle sue terre con correrie e rappresaglie incessanti, temendo anche il contagio tanto sottile dell'insubordinazione, volle con uno sforzo straordinario domare la straordinaria opposizione. Dal Po, dal Ticino, da Pizzighettone, da Mantova, da Piacenza, raccolse nel Tesinello navi da tal servigio, ben fornite in opera di battaglia; fece fabbricare seiganzerre, barche di grossissima portata, con cinquanta remi ed ampie vele e torri e macchine, montate ciascuna da cinque o seicento armati. Capitanata da Giovanni Visconti da Oleggio, la flotta venne pel Lago Maggiore ad assaltare Locarno; mentre Sfolcada Melik da terra guidava un grosso di mercenari, che sottoposero Bellinzona, e scesero di là contro i Muralti, assalendoli così vigorosamente, che Locarno fu espugnato; i capi dovettero per le montagne fuggirsene; i primarj borghesi furono trasportati a Milano; e per tenere quel posto in soggezione, fu fabbricato un robusto castello; sicchè i rimasti dovettero chinare il capo, rodere il freno, e raccomandare ai loro figli pazienza e vendetta.

Prima che questi avvenimenti si compissero, Francesco Pusterla, secondando in parte i consigli dell'amico e la prudenza, in parte il dispetto del vedersi posposto, erasi ritirato da Locarno, ove si fecero di lui tante beffe, quanti applausi dapprima: e in compagnia ancora di Pedrocco valicava le Alpi per vie, segnate unicamente dallo scolo delle acque, e da qualche croce che additava i passi ove altri viandanti erano caduti in precipizio. Faceva uno strano spettacolo ai profughi nostri quella fila di muli, che, tenendosi sempre sull'orlo dei precipizi, s'arrampicavano tortuosamente, lenti e col capo basso, senza che per l'ampia solitudine altro si udisse che il battere dei loro zoccoli, il tintinnio delle loro sonagliere, e fioccare i giuraddii dei mulattieri. Nel centro della carovana Francesco procedeva sopra un mulo più robusto, tenendosi in groppa il suo Venturino: e pedestre a canto di lui camminava Pedrocco, accorrendo qua e là a dar gli ordini opportuni come uomo esperto, poi tornando pur sempre a sollevare con parole la noja del signore lombardo.

—Oh di qui in Francia si va d'un salto. Io vi sarò tornato trenta volte alla larga. Paese d'ogni bene è quello: a petto suo, la Lombardia non vale la metà.—Come vi si stia a Governo? Mah! di queste cose io non me ne intendo.—Le strade? Faccia conto siano tutte sull'andare di questa che, come sa, l'ha fatta il diavolo. Abissi, precipizi, rovine e frane tra i monti; boschi, pantani alla pianura; ladri da per tutto. I muli però sanno ove tenere i piedi, ed alle volte si compie il viaggio senza che uno se n'accoppi. E poi, che serve aver paura? Se si muore, buona notte: tanto una volta quella corbelleria la s'ha da fare.—Dice bene: il peggio sono i malandrini. Non ha visto come l'abbiamo scappata bella con quelli laggiù? Nel mille trecento, e non mi ricordo quanti, tornavamo da Avignone con sessantamila fiorini d'oro che fumavano. Mi getto via nel rammentare quel bel marsupio. Me gli aveva fidati il santo padre da recare al cardinale del Poggetto, suo nipote o non so che altro, per pagare le truppe ch'egli assoldava onde tenere in senno certe fazioni, ed altre cose che io non me n'intendo. Il santo padre, perchè gli stavano sul cuore, mi diede cencinquanta cavalieri per convogliare i miei trenta muli: cavalieri, le so dir io, che ne tremava l'aria. Si va; si passa fiumi e monti senza incontro: quando insaccatici in una valle della Savoja, io comincio a notare certe faccie che non promettevano nulla di bene, ed avvedermi di un certo armeggio.Pas peur, dissero quei cavalieri francesi:noi mangiare Italiani in un boccone.Ma convien dire non si fossero ben raccomandati a san Cristoforo pel buon viaggio: poichè i Francesi hanno tutte le buone volontà, ma non la divozione. Mentre stavamo, come si fa, votando non una bottiglia, ma una botte, eccoci addosso una banda, Dio sa di quanti. Ferma, dagli, piglia, lascia: quei Francesi parevano tanti Orlandi paladini. Ma bisogna confessare che, per menar le braccia, gl'Italiani non hanno pari al mondo. Insomma quella truppa, ch'erano di Pavia, gettarono a terra i Francesi, e sollevatili dal peso dei cavalli, li rimandarono ad Avignone a piedi come pellegrini; a me poi tolsero la metà giusta del denaro e dei somieri, cosa che non era più accaduta dacchè i Pedrocchi vanno da Gallarate in Francia; e dovetti condurre al cardinal legato quel che mi rimaneva».

Così Pedrocco dava risposta alle varie domande del Pusterla, risposte meglio opportune a distrarlo che a confortarlo. Ma più che al disagio ed al pericolo della via, accoravasi il Pusterla per l'abbandono della patria; e quando giunse sul ciglio del monte che separa le due favelle, arrestossi, guardò di qua, di là, il cielo, la terra: pareva le ginocchia gli mancassero sotto, talchè Pedrocco gli domandò se si sentisse male. Egli rispose sospirando:—Qui finisce l'Italia».

Anche questa era una delle tante cose che il buon cavallaro non intendeva, pure il confortava alla meglio, raccontandogli siccome anche in Francia vi fossero uomini simili a noi, e buone case, e monti, e fiumi, ed erba alla primavera, e messi all'estate e all'autunno le delizie della vendemmia; i Francesi amabili, dilettevoli, sociali, buoni e vattene là: Ma il Pusterla ripeteva:—Non è l'Italia».

Ma una vera Italia (soggiungeva Pedrocco) ella potrà ritrovare in Avignone. Là cardinali, là servi, là camerieri, là poeti, là buffoni, tutto italiano».

Il Pusterla voleva far capire all'altro i disconci che venivano all'Italia dallo starne fuori i pontefici, e le sconvenienze della politica e della religione; ma Pedrocco, protestando che di queste cose non s'intendeva, magnificava le splendidezze dei prelati, e il continuo andare e venire di corrieri, di soldati, di ambasciatori, di roba, di denari, e i bei guadagni che egli ne cavava.

—E conoscete voi colà Guglielmo Pusterla?

—Chi? l'arciprete di Monza? Se ve l'ho accompagnato io stesso.

—E come vi sta?

—Sta benissimo: grasso, trionfale, ha salute da campar cent'anni.

—Lo so: ma dico se il papa lo favorisce; se saprà le disgrazie della sua famiglia a Milano: se in Corte è il ben veduto.

—Mah! di queste cose io non me n'intendo».

V'era però una materia, in cui Pedrocco s'intendeva come Manzoni nel far versi, e che importava non poco anche ai Pusterla. I Lombardi, nel tempo che si reggevano a comune, erano deditissimi al traffico, e frequentavano Francia, Olanda, Fiandra, Inghilterra, fin l'estrema Russia, dove aprivano case di commercio, e dove ancora se ne conserva memoria nel nome d'alcune strade e quartieri. Lombardi anzi venivano colà per antonomasia chiamati i banchieri; perchè davano opera principalmente al cambio del denaro e agli imprestiti. Perduta coi governi a popolo l'energia della classe media, primo elemento delle speculazioni ardite, ormai quel traffico era passato nei Toscani: ma i più denarosi fra i Lombardi non s'erano ancora immaginato che il guadagnare col commercio sporcasse la nobiltà, nè quindi avevano ritirato dai negozianti i capitali, come fecero due secoli dopo, quando l'albagia pitocca degli Spagnuoli diede, con questi pregiudizj, l'ultimo tuffo alla vivacità commerciale del nostro paese, uccidendone la prosperità mentre gli rapivano l'essere, il fare, il pensare.


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