I Pusterla, ricchissimi non meno di terreni che di capitali, ne aveano investiti dei grossissimi sulle banche dei Lombardi, dei Lucchesi, dei Fiorentini a Parigi. Ora venivano a grand'uopo a Franciscolo per ristorarlo dei beni confiscatigli in patria, e apprestargli il modo di potere, sopra la terra straniera comparire, non solamente col decoro conveniente alla grandezza di sua famiglia, ma col lusso ancora che la sua vanità desiderava, e che trovavasi e si trova necessario per acquistare considerazione fra gli sconosciuti, e non avere bisogno di quella compassione, che tanto confina col disprezzo.
Da ciò avevano materia di ragionamenti i due viandanti, ove Pedrocco era nella sua beva, e potè dare buon indirizzo all'innominato suo compagno. E questo ne profittava grandemente, non solo per ciò, ma anche perchè la vita di quel trafficante, tutta attiva di corpo e placidissima di spirito, dava tregua alle agitazioni di lui, gli mostrava altre vie nella società, che dapprima egli non aveva nè tampoco immaginate: gli faceva qualche volta invidiare di trovarsi fuori delle politiche turbolenze, o almeno di mutare la traditrice compagnia dei grandi, in quella meno appariscente e più sincera delle persone occupate. Ma la forza dell'antica consuetudine rivaleva: e non appena si vide sul suolo di Francia, sicuro e con quanti denari bastavano per accattarsi amici, si congedò dalla compagnia di Pedrocco, senz'altro conservarne se non la ricordanza che si suole d'un buon galantuomo, incontrato su questa strada che tutti battiamo senza sapere dove ci conduca.
E prima Franciscolo trascorse i varj paesi della Francia, cercando un poco di svago, e cogliendo i fiori, che, sul cammino d'un ricco, naturali o artefatti, spuntano da ogni terra. Venne poi a Parigi, la città del fango (Lutetia), che tuttavia giustificava quel nome colla sozzura delle sue strade. Da ogni parte del mondo vi accorrevano studenti all'Università, metodo tanto opportuno d'educazione allorchè non v'era la stampa e scarseggiavano i libri, quant'è ora disutile e pernicioso. Era cancelliere di essa Università Roberto dei Bardi fiorentino, il quale, facendo gli onori all'illustre arrivato,—L'Italia (dicevagli) primeggia pel diritto, Parigi per la teologia e per le arti liberali. A ragione il nostro Petrarca chiamò questa città un paniere, ove si raccolgono le più belle e rare frutta d'ogni paese: poichè vi convengono quelli che siano in qual vogliate facoltà eccellenti. Il nostro sommo Alighieri, nell'esiglio suo, qui studiò dai gran dottori della Sorbona, e il dirò per vergogna dei tempi, lasciò di farsi addottorare solo perchè gli vennero meno le spese. Qui avemmo anche Giovanni Boccaccio, un giovane che farà onore alla patria, e che raccoglieva novelle da Francesi e Provenzali, e le riduceva in vulgar nostro. Da Padova ci arrivarono dodici garzoni, che il signor Ubertino da Carrara qui mantiene a scuola di medicina. Vive poi, e vivrà sempre la memoria degli Italiani che qui lessero scienza: un Pier Lombardo novarese, maestro delle sentenze; un Egidio Romano, un Albertino da Padova agostiniano, il francescano Alessandro da Alessandria, i due astrologi immortali Dionisio Roberti da Borgo San Sepolcro e Pietro d'Abano padovano, e quei che valgono per tutti, il dottore Serafico e l'Angelico».
Denotavansi con tali nomi, chi nol sapesse, Bonaventura da Bagnarea e Tommaso d'Aquino, gigante della scienza dei secoli cattolici, la cui sintesi grandiosa da nessun posteriore tentativo fu eguagliata.
—Ed ora (proseguiva il valoroso Fiorentino, prodigo di lodi come un segretario e di frasi come un accademico) ora piangiamo estinto Nicolao de Lira l'autore della Postilla Perpetua sopra tutta la Bibbia, e del Commento, opera di tanta lena, che a stento crederanno i posteri le abbia potute un uomo terminare. A questo augusto concilio di dotti, non altrimenti che a Bologna, ricorrono prelati e città e principi o per la decisione di casi di coscienza, o compromettendo i loro litigi. Volete più? lo stesso re d'Inghilterra Enrico II sottopose a noi le sue differenze con Tommaso da Cantorbery. Le scienze sono il rifugio nei mali, l'ha detto l'oratore d'Arpino. A queste volgete l'animo; qui fermate vostra stanza, e provate quel che ne cantò Giovanni da Salisbery:
Felix exilium cui locus iste datur».
Il Pusterla trovava in fatto Parigi gajo, vivace, pieno di quel fecondo movimento, che infonde ad un paese il fiore della gioventù radunata. Tanti v'erano gli studenti, che a fatica trovavano alloggi sulle piazze; li vedeva discorrere o disputare, seduti in circolo sopra la paglia: nella via degli scrivani aveano tutto quel che occorresse per lo scrivere: diecimila amanuensi attendevano continuamente a copiare libri. Gli scolari la mattina badavano alle lezioni, il dopo pranzo alle dispute, la sera alle ripetizioni. Quest'era il lato bello; ma Francesco scoprì ben presto le magagne che vi covavano; attorno ai venditori di vino, che lo spacciavano per le vie, quei giovani commettevano disordini d'ogni maniera: usurieri ed ebrei traevano profitto dall'inesperta loro generosità: male donne li corrompevano, per cui cagione non passava giorno che non si facessero baruffe e sangue.
E poi la Francia non era il paese che potesse far dimenticare l'Italia a chi non vi avesse passioni od interessi predominanti. Taciamo la diversità di cielo, la coltivazione delle terre, trascurata a confronto della Lombardia, il sudiciume delle città, la miseria delle borgate, il disagio delle abitazioni: la Francia non erasi purgata dalle ferocie del medioevo passando, come i nostri paesi, attraverso alla libertà municipale. I governi a comune avevano tra noi fiaccato il potere feudale: e quei baroni che nelle rocche minacciose, ricinti da vassalli e da servi della gleba, facevansi unica legge il loro superbo e minaccioso talento, erano stati rintuzzati dai campagnuoli, dai mercanti, dai giureconsulti, da tutti i borghesi, e costretti a disarmare la loro prepotenza e farsi cittadini. I tirannetti, che usurparono dappoi il comando, non fecero che ajutare quest'opera; e, come vedemmo in Luchino, sebbene non per amore del popolo, ma pel proprio vantaggio, vennero stringendo sempre più il freno ai feudatarj aumentando le franchigie del vulgo per fare contrasto a quelli; e dilatando viepiù i privilegi della popolazione campestre, la quale, sotto le repubbliche, aveva cominciato a mutarsi dalla condizione di schiavi in quella di coloni, e ricuperare l'umana dignità. In generale dunque la nobiltà d'Italia non era più che un patronato, onde il plebeo si affezionava e si legava col ricco.
Tutt'altrimenti in Francia: mille baroni erano altrettanti piccoli re, il cui dominio viepiù pesava quanto in più angusto confine lo esercitavano. Non una moltiplicità di repubblichette, non una lega di queste gli aveva imbrigliati; e quantunque il re, il quale non era che il primo fra di essi, s'ingegnasse di opporre a loro le comunità cui veniva rinvigorendo, era ben lontano da riuscire a notevole risultamento; e il bel regno di Francia consisteva allora in un re impotente, pochi forti oppressori, la moltitudine oppressa.
Quindi prepotenze in ogni parte e di ogni genere: quindi miseria: quindi l'arbitrio al posto della giustizia e delle leggi. E Pedrocco, tutto che lodatore delle cose di Francia quanto alcuni miei amici che non la conoscono, non poteva cessare i lamenti per gli spessi pedagi, per le generose mancie che doveva dare ai capi degli uomini d'arme, per le menzogne onde doveva ricoprire la ricchezza del suo convoglio. Poi additando varj castelli al suo compagno di viaggio,—I vassalli di questo (diceva) sono obbligati per turno a ripulire le stalle del padrone.—Questi altri non possono far testamento, senza lasciare metà dei loro beni al feudatario.—Il vescovo e principe di Ginevra succede nell'eredità di chiunque muore senza figli.—Vede là quei villani colle pertiche in riva a que' paludi? Sono obbligati a far la ronda, acciocchè i ranocchi non disturbino il padrone mentre dorme». Tacio le prelibazioni oscene; tacio quel che era comune, il contadino pareggiato nelle fatiche ai bovi che l'ajutavano: alla porta di ogni castello, insieme col teschio di lupi e di cervi, e cogli avoltoj confitti sulle imposte ferrate, spenzolava da una carrucola la corda della tortura, in segno del diritto di sangue; e sulla spianata ergevasi la forca, da cui a dozzine pendevano i giustiziati per le più lievi cagioni, per un capriccio, per una vendetta.
Ben altro giudizio delle cose di Francia dovranno portare gli esuli d'oggidì: ma i lamenti che da loro intesi mi fanno calcolare con quanto maggior ragione il Pusterla dovesse dire allora, che, per amare assai la sua patria, conviene aver veduta l'altrui.
E poi Parigi aveva già fin d'allora il privilegio funesto delle grandi città, di poter uno vivervi, godere, spasimare, morire, senza che altri gli badi o se n'accorga. Il che, se era il caso per un profugo bramoso di pace e d'oscurità, non poteva per verun modo accomodare a Francesco, sempre desideroso di primeggiare, sempre spinto all'azione, al movimento, e che colà andava confuso, inosservato, fra una turbo che veniva e tornava e cambiavasi ogni dì; fra un numero infinito di pitocchi, che beneficati non facevano se non divenire più importuni, e chiedergli denaro coll'insistenza del ladro, fra la spensierata scolaresca, fra i segregati dottori, fra anime che non potevano neppur comprendere i patimenti d'un esule italiano.
Ma una parte di Francia tutta italiana, siccome gli aveva detto Pedrocco, erano il contado Venesino, padroneggiato dai papi, e la città d'Avignone appartenente a Roberto re di Napoli; nella quale Clemente V, il 1305, aveva trapiantato la sede pontificia, e per gridare e sperare che gli Italiani facessero, e per quanto sembrasse strano che i papi preferissero restare sudditi in Francia, anzichè sovrani a Roma, più non la tornarono sul Tevere se non nel 1376.
Colà dunque si rivolse il Pusterla, e vi trovò una vita, un moto straordinario. Dimessa l'idea di trasferirsi in Italia, Benedetto XII faceva murare, per alloggiar come si conviene al capo della cristianità, e tutti i cardinali ergevano palazzi, splendidi d'ogni suntuosità, e non inferiori alla Corte di verun principe d'allora. Artisti italiani vi accorrevano ad abbellirli, altri a lusingare coi canti, colle piacenterie, colle novelle, cogli strologamenti: dei porporati ognuno v'avea condotto numerosa famiglia di servi e camerieri e scrivani; talchè poteva dirsi proprio una colonia d'Italia, con tanto maggiore verità, perchè quel clima meridionale fa ricordare le dolcezze del nostro.
In un tempo quando il papa stava ancora disopra delle autorità temporali come depositario della celeste, vale a dire della giustizia, vedevansi alla sua Corte ambasciadori d'Ungheria, di Polonia, di Svezia, d'altri potentati, che rimettevano all'inerme sua decisione le loro politiche differenze: cosa che deve recare grande scandalo al secolo nostro, il quale vuol piuttosto vederle risolte colle bajonette o rattoppate dai Castelreagh e dai Talleyrand coi protocolli…
I cittadini di Monza, agitati dentro dalle fazioni dei Magantelli e degli Stratoni, e minacciati fuori dalle armi dei Visconti e Torriani, avevano (già ne abbiam toccato una parola) nascosto il prezioso tesoro della loro basilica, che valeva ventiseimila fiorini, cioè un milione e mezzo d'oggidì. Il nascondiglio non era conosciuto se non dal canonico Aichino da Vercelli; il quale, venuto in caso di morte, ne fece la confidenza a frate Aicardo arcivescovo di Milano, e questo al cardinal legato Bertrando del Poggetto, che lo fece cavar fuori e trasferire in Avignone. Ora quietati i tempi, per ricuperarlo avevano i Monzesi mandato il loro arciprete Guglielmo Pusterla, insieme con lo storico Buonincontro Morigia. E sebbene quell'arciprete non fosse ancora potuto venire a capo di nulla, erasi però insinuato nella grazia dei papi, seguitando tre regole di condotta, che a modo di proverbio egli ripeteva sovente; lasciar andare il mondo co' suoi piedi, fare il dover suo piano e tranquillamente, e dir bene de' superiori. Le aveva imparate in convento sin da quando era novizio, ed ora con queste meritò di essere scelto prelato di Corte, ed in appresso arcivescovo di Milano.
Di buon cuore com'era, fece egli una festa da non dire a suo nipote Francesco, il quale, col mezzo di lui, potè collocarsi bene, ottenere alla Corte rispetto ed amorevolezze, e speranza di acquistare entratura col papa, nella cui assistenza ormai vedeva l'unica via di migliorare la condizione sua e della patria. Ma quest'ultima corda non sonava bene allo zio arciprete, il quale era il più nuovo uomo nei garbugli della politica.
—Caro nipote (egli diceva) tu eri ricco; tu stavi da papa; tu invidiato da tutti; che importava a te che regnasse Pietro o Martino? Lascia cuocere i potenti nel loro brodo, e troverai maggior pace. Guelfi e Ghibellini, l'imperatore e il pontefice, la tirannide e la libertà, tutte idee astruse; è necessario che vi siano, come gli scandali: ma un galantuomo può arare dritto senza intrigarsi di queste gerarchie. Credi a' miei capelli grigi,experto crede Ruperto: lupo non mangia carne di lupo: e i potenti se l'intendono quando si tratti di spalleggiarsi fra loro. L'imperatore par che l'abbia col santo padre: ma se vedesse un altro sul punto d'opprimere il santo padre, darebbe mano a questo per abbattere il primo. E tanto meno ti riuscirebbero cotesti intrighi ora che il papa è un uomo di pace ebonæ voluntatis. Giovanni XXII, nelle cose del mondo e nelle questioni scolastiche (diciamolo, chè tanto e tanto è morto) si affaccendava troppo; morì lasciando diciotto milioni di fiorini in oro, e sette in vasellami e gioje e con questo marsupio poteva fare più che non Archimede colla sua leva:coelum terramque movebo. Ma sono otto anni ch'egli è in paradiso; e il papa adesso è di tutt'altro umore. Per sapienza teologica non è un'aquila: degl'intrugli di gabinetto se n'intende buccicata: tanto meglio: e così non desidera che metter acqua là dove i suoi predecessori attizzarono il fuoco; ribenedire dove essi avevano scomunicato. Quando, contro ogni sua aspettazione si sentì chiamato papa, sai quel che disse ai cardinali? Cari fratelli, i vostri voti si sono accordati sopra un asino. Tant'è umile! E con lui non han nulla a sperare nipoti e parenti. Una sua carissima nipote gli fu chiesta sposa da un gran barone, ed egli non consentì, perchè non era da par suo, e la maritò ad un negoziante. Di sposa, ella col suo consorte venne a trovarlo qui, e tutti dicevano,—Chi sa che regali!» Indovina mo?… gli accolse bene, ma li rinviò senz'altro che rifarli delle spese di viaggio, e dare la sua santa benedizione. Vedrai la sua anticamera zeppa di abatini e di monsignoroni che vengono a sollecitare benefizj: ma egli preferisce di lasciarli vacanti, anzichè, com'esso si esprime, adornare di gioje il fango e l'argilla. Quando egli solleva qualcuno a dignità, si può assicurare che egli ha trovato del merito sodo».
E in così dire, lo zio arciprete rizzava il capo con un sentimento di decoro che non potevasi dire superbia. Franciscolo pensava:—Mio zio ha bel dire che non gli piove addosso»; e s'ingegnava di fargli capir quella ch'ei chiamava ragione, ma il buon uomo lo interrompeva:—Non hai tutti i torti; molto hai perduto; hai lasciata quella donna, che la pari non si trova al metodo. Ma tutto questo perchè? T'ho pur detto delle volte assai che, per camparla bene, bisognafacere munus suum taliter qualiter. Se mi avessi dato ascolto, non avresti voluto primeggiare:bene vixit qui bene latuit. Ora l'esperienza ti ammaestri. Stavi bene, volesti star meglio: vedi frutto? Almeno profitta di quel che ti avanzò per tirar innanzi alla meglio questi pochi anni di vita.Fugit irreparabile tempus.Vuoi piaceri? vuoi spassi? vuoi pompe? qui non hai che a desiderare. Vuoi conoscenze di letterati? vedi quanti poeti provenzali; vedi quel che tutti li vale, il gran Petrarca. Vuoi discussioni fine e puntigliose di teologia e di erudizione sterminata? ti farò conoscere il monaco calabrese Barlaamo, quel che insegnò il greco al Boccaccio. Fu mandato qui da Andronico imperatore di Costantinopoli per maneggiar la riconciliazione della Chiesa greca colla latina. Quello è un uomo! L'avessi inteso jeri a otto disputare contro gli onfalopsichi! Questi eretici dicono: Chiuditi nella tua cella; siedi da un canto, leva lo spirito sopra le cose terrene; appoggia la barba sul petto; fissa l'umbilico; tieni il respiro; cerca nelle viscere tue il cuore, sede della potenza dell'anima, e vi troverai dapprima tenebre, poi una luce limpidissima come quella apparsa sul Monte Tabor. Ma frate Barlaamo risponde….»
E qui lo zio arciprete, coll'interessamento di un dilettante, esponeva a Francesco le ragioni, con cui il monaco confutava questa specie di quietisti: ma dall'addurle ci dispenseranno facilmente i lettori, come volentieri ne l'avrebbe già allora dispensato il nipote. Il quale, o per voglia o per forza dovette acquietarsi al consiglio dello zio; a Corte, da tutti i cardinali, fra tutti i cittadini lo rendevan il ben accolto sì le sue aderenze, sì la splendidezza che sfoggiava negli abiti, nel treno, nell'avviamento della famiglia, tanto da poter emulare quella dei prelati. E per quanto noi ci sentiremmo inclinati a dipingere bello e ideale lo sposo della nostra Margherita, siamo costretti a dire che, siccome la prospera, così l'avversa fortuna non sapeva egli portare dignitosamente; giacchè, invece di rendere sacra la sua sventura con un decoroso dolore, voleva schivar la compassione collo star sulle gale, e non perdere la maggioranza del vivere sfoggiatamente. Al pericolo poi che gli poteva venire dall'essere conosciuto e nominato, credeva di ovviare col rendersi, come faceva, ben accetto chiunque fosse di nome e di potere o di scienza segnalato in Avignone.
Tra questi riportava allora il vanto Francesco Petrarca, già famoso per tutta Europa, sebbene appena in età di trentasei anni, e caro ai papi ed ai prelati. Stava di casa a Valchiusa, poche miglia discosto da Avignone, impinguandosi di benefizj, scrivendo di filosofia, imitando i versi dei Provenzali in sonetti e canzoni italiane, che doveano smentire quel detto che chi imita non sarà imitato; dando pareri ai potentati, che non gli ascoltavano, o facendo da quattordici anni l'amore in rima con Laura, figlia di Audiberto di Noves, cavaliere della provincia avignonese, donna di trentadue anni, da quindici maritata con Ugone de Sade, sindaco di quella terra, al quale, mentre il poeta ne veniva cantando la verginale castità, ella avea partorito uno stuolo di figlioletti. Il poeta platonizzando aspirava all'amore di Laura; Laura a una fama estesa ed eterna col far la schiva quanto bastasse per non lasciarsi sfuggir di rete il cantore; ella riuscì nell'intento; se anch'esso, è disparere tra i fisiologi e gli estetici.
Il Petrarca era esule anch'esso; avea scritto deiRimedj dell'una e dell'altra fortuna: filosofo patriotto per voce comune e grand'amatore dell'Italia, Franciscolo, che lo avea conosciuto a Padova e a Milano, sperava dal colloquio di esso ritrarre e consolazioni e consigli; onde si recò in Valchiusa, e volle condurvi anche il suo Venturino, persuaso che ai fanciulli l'aspetto e il favellare d'un grande sia ispiratore di generosi sentimenti.
In un enorme masso apresi una profonda oscura grotta, dalla quale sbocca la Sorga, che, chiusa da inaccessibili scogli, forma questa valle, che trae il nome dalla natura sua. Quivi in una deliziosa villetta Franciscolo ritrovò il Petrarca, in mezzo ad anticaglie, di cui esso faceva gelosa conserva, e a grandi armadj di noce, ben chiusi a chiave, entro ai quali custodiva il tesoro de' suoi libri. Non appena lo riconobbe, il poeta gli lesse il sonetto
Piangete, o donne, e con voi pianga amore,
che allor allora aveva composto per la morte di Cin da Pistoja, stato suo maestro in poesia.
Finito il quale, e domandato se non gli paresse veramente un capolavoro, senz'altre parole attendere dal Pusterla oltre le congratulazioni,—Deh perchè (gli diceva), perchè abbandonaste Italia e l'onorata riva? Anch'io ho corso le barbare terre; visitai le Gallie fino al Reno, e l'Alemagna non per alcun negozio, ma per desiderio d'imparare, come quel grande che molte città vide e costumi d'uomini; ho costeggiato i lidi di Spagna, navigai l'Oceano, toccai l'Inghilterra; ma quanto vidi, più m'ha fatto amare ed ammirar l'Italia. E come volentieri per essa lascerei questa Babilonia occidentale di cui nulla più informe il Sol vede; lascerei il Rodano feroce, simile all'estuante Cocito ed al tartareo Acheronte[26], se non mi trattenesse amore, se qui tutte non avessi le mie dolcezze. Il 6 d'aprile 1327 vi conobbi quella, che per sempre mi doveva tor pace; e queste chiare, fresche, dolci acque della Sorga divennero il mio Ippocrene. Qui scrivo in rime vulgari i miei sospiri pei presenti; ma già rimansi dietro il secondo anno da che ho cominciato l'Africa, poema che mi farà immortale a paro con Virgilio e Stazio nell'età ventura. Qui mi trovano gli amici, qui mi cercano i grandi della terra; e sebbene io non dia retta alle fole de' medici e degli astrologhi, vedo quanto fosse veridico uno di questi, allorchè a me fanciullo indovinò che godrei l'amicizia di tutti i più illustri e grandi uomini della mia età. E voi, date anche voi opera agli studj?»
E poichè Franciscolo rispose un mezzo sì,—Attenetevi (prosegui il Petrarca) attenetevi ai classici. Cotesti moderni filosofanti non vi gabbino. Meglio tornerebbe studiassero in Cicerone, che non in Aristotile e Averoé, da cui succhiano l'empietà. Anche me vorrebbero far ateo: e perchè io sto alcredovecchio, dicono che son un buon uomo, ma ignorante».
Quando poi il Pusterla, bramoso di pur dire anch'egli qualche cosa, e massime di quel che più gli stava sul cuore, entrò a discorrere di Milano,—Milano! (l'interruppe il poeta) paese glorioso per salubrità, e per clemenza di clima invidiato! di quante cortesie non mi colmarono e colmano i Visconti! Il signor Luchino, gran protettore del bel sapere: grande specchio di giustizia quel fratel suo arcivescovo e mio padrone! Ma dite, che fa quivi Giovanni da Mandello, il dolcissimo degli amici miei? E a Bergamo? non dimenticherò mai, l'ultima volta che vi fui, un orefice, il quale mi venne a molte miglia incontro colle maggiori feste del mondo, e mi volle ospite suo, e spese ogni avere per festeggiarmi; incantato della mia gloria. Oh i posteri lo sapranno. A Bergamo conoscete il Grotto, fortunato raccoglitore delle opere del gran padre dell'eloquenza? Osservate: e' m'ha copiate leQuistioni Tusculane, di cui io non aveva scoperto che parte, e mandommele a regalare. Che carattere elegante! Io stesso, calligrafo qual mi vanto a nessuno secondo, non n'eguaglierei la nitidezza. Ma voi, deh, quando tornerete in Italia, cercate per me opere di Cicerone. L'Italia è inesauribile miniera. Colà ho rinvenuto il trattatode Gloria:che gioja di libro! Ora l'ho prestato a Convenevole maestro mio [27], che se ne delizia. In Verona scopersi leLettere famigliari, e questead Atticoche ora trascrivo: le opere di Catone, di Censorino, di Varrone sopra l'agricultura, leCommediedi Plauto, leIstituzionidi Quintiliano, colà io le ho disseppellite. Che non darei per iscavare il libroDe Republicache deve esser una perla, e leConsolazionie leLodi della filosofia! Ma in Francia, nulla v'è a profittare: i libri sono merce esotica. Basta il dirvi che in tutto Avignone non trovereste un esemplare dellaStoria Naturaledi Plinio, se non dal papa o da me».
Per accorciarla, il Petrarca non parlò che per sè, che di sè; onde Venturino ebbe a dire allo zio arciprete:—Come predica bene quel signor canonico!» e Franciscolo, lasciandogli la sua ammirazione, portò seco l'idea che questi grand'uomini non rechino grande ristoro nè grande ajuto nelle infelicità. Se pensasse il vero, lo dica chi ne praticò.
Io toccherò innanzi, contando come gli occhi del Pusterla si volgessero continuamente all'Italia, e per tornarvi non gli pareva qualche volta neppur troppo grave la prigionia e fino la morte. In sulle prime, la ricchezza sfoggiata il fece trovar bene alla Corte pontificia, guardato, accennato da ognuno, ed all'ambizione del comparire univasi, per mitigare le sue amarezze, la speranza di poter cogliere i frutti del martirio, più sempre agognati che le sue palme.
Perocchè il papa se la diceva poco coi Visconti, i quali, desiderando tiranneggiare la patria, opprimevano la causa guelfa per affidarsi agli imperatori, da cui ricevevano sempre appoggio i nuovi signorotti. Le cose erano procedute a segno, come altrove abbiamo accennato, che il papa, in castigo del parteggiare coll'imperatore Lodovico scomunicato, proferì l'interdetto contro i Milanesi. Terribili e spaventose conseguenze recava questo castigo; gli altari restavano senza croci nè candellieri, se non al momento che si celebrava la messa a porte chiuse: nessuno, eccetto i chierici, i pellegrini, i mendicanti ed i fanciulli minori di due anni, potevano seppellirsi in luogo sacro: nessuno accettavasi alla penitenza ed all'eucaristia se non in articolo di morte; proibito il menar moglie o baciarla o mangiare carni, e fino radersi: ogni giorno, a terza, sonavano le campane, al cui tocco dovevano tutti recitare preci di penitenza.
Vero è bene che, parte perchè abituati, parte per espresso comando dei Visconti, queste proibizioni non erano così a minuto osservate in Milano; e i papi stessi, rimettendo dal primitivo rigore, erano discesi a qualche concessione; però, in tempi come quelli ove la religione esercitava tanto imperio sulle opinioni e sulla vita, troppe anime timorate venivano a trovarsi in continuo contrasto fra la coscienza propria ed i comandi superiori, dal che seguiva uno scontento universale, un desiderio ogni giorno più sentito di tornare in pace col capo de' Fedeli. E già Novara, Como, Vercelli, altre città avevano fatto la loro sommessione al papa, promettendo di non aderire a Lodovico il Bavaro nè a veruno scismatico, onde erano state ricomunicate. Bologna, che aveva ricalcitrato al pontefice, ora, per lo spavento di vedersi privata d'ogni splendore col perdere l'Università, e per la speranza che la Santa Sede potesse colà trasferirsi, erasi di nuovo piegata all'obbedienza. Siffatti esempi potevano moltiplicarsi a scapito dell'autorità de' Visconti; tanto più che l'imperatore Lodovico, del quale chiamavansi vicarj, era scaduto interamente di credito e di potere: e non più riverito perchè non più temuto; non poteva col nome suo ricoprirne l'usurpato potere.
Tenevano conto di tutti questi fatti coloro che raggiravano le tresche politiche; e quindi accarezzavano il Pusterla, che davasi gran moto, e spendeva senza misura, nella fiducia di nuocere ai nemici della sua patria. Ma intanto da questa patria nessun ragguaglio riceveva, stante la scarsità dei corrieri, i quali non venivano spediti che espressamente da Corte a Corte pei pubblici affari o pei principeschi. Ed oltrechè questi rimanevano un segreto dei gabinetti, e i privati stavano anni ed anni a conoscere gli avvenimenti anche strepitosi delle terre forestiere, ogni comunicazione era con Milano interrotta per le ruggini sopradette. Da Pisa, città di più vivo commercio, sapeva il Pusterla che stavano colà suo fratello e gli altri che noi v'incontrammo; aveva loro, per sua sventura, dato a conoscere dove fosse: qualche imbasciata n'avea ricevuto; ma parte neppur essi erano esattamente informati delle condizioni di Milano, parte trascuravano gli interessi e gli affetti privati per discorrere dei disegni sediziosi, delle esagerate speranze. Che ne sarebbe dunque de' suoi conoscenti? degli amici? di Buonvicino? E Margherita? la sua Margherita, alla quale oh come ora gli rimordeva d'aver recato torti, d'averle causata tanta sciagura, di non essere con lei camminato alla felicità! Oh potesse mitigarne in qualche modo i patimenti! potesse chiederle perdono! potesse almeno averne notizie! mandargliene. Quindi un intenso struggimento di tornare, se non altro di avvicinarsi alla terra natale.
E poichè alle anime passionate ogni accidente per piccolo s'ingigantisce, fortemente il commossero gli ambasciadori, che contemporaneamente giunsero da Parigi e da Roma per invitare a gara il Petrarca a ricevervi la corona trionfale. Allorchè questi, preferendo la patria, si recava ad incoronarsi di alloro in Campidoglio, il Pusterla nemmeno potè sorridere al vedere il grand'uomo mostrare suprema contentezza nel ricevere unlauro, principalmente perchè somigliava di nome a colei chesola gli pareva donna:e vedendolo restituirsi in Italia fra gli applausi, fra un trionfo che rinnovava la pompa dei tempi antichi, a vanto non più d'insanguinati conquistatori, ma del pensiero e della scienza, ebbe tal pressura al cuore, che per gran tempo ne stette malato—malato di quel mal di patria, che spezza tante esuli vite.
Col Petrarca era egli cresciuto di dimestichezza nel vederlo presso i cardinali a cui profondeva adulazioni; e l'aveva pregato che dall'Italia gli scrivesse. Lo fece il grande Aretino, e poichè gli ebbe dipinto coi colori retorici le rivedute bellezze del paeseche Apennin parte, e la festosa venerazione onde l'accoglievano da per tutto, lo esortava a fuggire da quel suo ricovero:—Va da per tutto, anche fra gl'Indiani, purchè tu non duri in cotesta Babilonia, non rimanga ancor vivo in cotesto inferno. Avignone è sentina d'ogni abbominio: le case, i palagi, le chiese, le cattedre, l'aria, la terra, tutto v'è pregno di menzogna; le verità più sante vi sono trattate di favole assurde e puerili; terra di maledizione, se non avesse dato i natali a Laura»[28].
Il Petrarca con ciò non faceva che un esercizio di stile, egli che in quell'infernoerasi annicchiato così per bene, e che fra poco vi doveva tornare di voglia: ma strazianti cadevano quelle parole sull'anima ulcerata del Pusterla. Al quale già riusciva insoffribile quella fredda compassione; quella diffidenza che tiene dietro ai passi dei forusciti per farli più amari; quella perpetua propensione degli uomini, e massime dei fortunati, ad attribuirò all'infelice la colpa delle sue disgrazie, e credere un tristo colui che non seppe camparsela bene in casa sua, fra' suoi concittadini. E poi la pietà è sentimento istantaneo, e presto da luogo all'indifferenza.
A fargli ancora più rincrescere la stanza d'Avignone sopravvenne un cambiamento di politica rispetto ai Visconti. Luchino e Giovanni sentirono la necessità di rappattumarsi colla Corte pontificia; onde spedirono ad Avignone soggetti creduti ed esperti, quali furono Guidolo del Calice sindaco e procuratore, che già aveva maneggiato la sommessione di altre delle città interdette, Mafino Sparazone giureconsulto, e Leone Dugnano, quel che dappoi compilò gli Statuti milanesi. Le benevoli inclinazioni di Benedetto XII agevolarono il rintegramento della pace e della concordia. Lo zio arciprete, tutto sereno, un giorno raccontò al Pusterla:—Consolati! la nostra patria torna finalmente al cuore, torna la pecorella sviata all'ovile. Oggi, in pieno concistoro, i messi del signor Luchino protestarono della piena e sincera riverenza figliale e della zelante fedeltà dei Visconti verso la Santa Sede, ad ogni voler della quale mostransi disposti a consentire. A nome del signor loro professarono di credere che il papa non può esser degradato dall'imperatore, come pretendeva quel superbo Lodovico di Baviera: che, quando l'impero sia vacante, come è adesso per la scomunica e la deposizione d'esso Lodovico, al papa solo ne spetta l'amministrazione, e quindi da lui solo Luchino e Giovanni riconoscono il governo di Milano e delle città dipendenti». Il Pusterla, a cui tutt'altro che buon suono faceva quest'annunzio,—Ma (l'interruppe), questo vuol dire ch'essi dichiaransi soggetti al pontefice in parole, purchè egli li lasci padroni in fatti.
—Non credere però (ripigliava l'arciprete Guglielmo) che il papa non abbia ingiunto di buone condizioni. I Visconti, nè direttamente nè indirettamente imporranno gravezza di sorta sopra luoghi e persone religiose: pagheranno l'annuo tributo di cinquantamila fiorini d'oro; a queste condizioni il santo padre cassa come iniqui i processi d'eresia fatti contro i Visconti, diciannove anni fa: li nomina vicari imperiali di Milano e delle altre città: permette che Giovanni venga all'Arcivescovado di Milano, riservandone alla Santa Sede diecimila fiorini di rendita. Ogni scomunica, ogni interdetto rimane prosciolto a patto che si erigano in Milano due cappelle a San Benedetto, una in Sant'Ambrogio, l'altra in Santa Maria Maggiore: ove in perpetuo, il giorno che i vescovi di Lodi, di Cremona, di Como ribenediranno la città in questo maggio, abbia a cantarsi messa coll'intervento del principe e de' magnati, e distribuire a dugento poveri un pane di frumento da dodici once. Quest'ultima condizione la suggerì il papa di propria testa.
—E degli esuli? e dei prigionieri, non disse nulla?
—Nulla: raccomandò per altro ai signori di Milano d'essere pii, generosi, più pronti a ricompensare che a punire, se vogliono che altrettanto faccia con loro il Signore. Ma, nipote mio, appena io mi contengo dalla gioja al pensare la contentezza dei Milanesi, de' miei buoni Monzaschi quando udiranno la fausta novella: e riaperte le chiese, e sepolti in luogo benedetto i loro morti, intender di nuovo i cantici, assistere alle cerimonie solenni che da venti anni più non vedevano!»
E le lagrime agli occhi venivano all'arciprete in così parlare. Ma questi trattati, questa conclusione molto male notti cagionarono al nostro Franciscolo, tra il dispetto delle speranze fallite e del prosperato nemico, ed il timore di vedere in compromesso la propria sicurezza. Oltrechè coloro, i quali si conducono non per sentimento ma per machiavellica, e che alla Corte blandivano il Pusterla come uno stromento da poter venire a taglio contro i nemici del loro padrone, ora gli facevano poca accoglienza e manco cera, sì perchè diventato inutile, sì per non fare cosa che disgradisse al nuovo amico: e i cortigiani, che pigliano il tono dai capi, il ricevevano con tale grazia anacquaticcia, che la sua ambizione ne pativa acerbamente, e gli persuadeva che quella non fosse più aria per lui.
In così funesto punto giunse in Avignone Ramengo, e si presentò al Pusterla come ad un amico. In fatti egli era un antico fedele di sua famiglia, legato ad esso dal benefizio: era stato lo sposo di quella Rosalia che, se egli non aveva amata d'amore, aveva però tanto compatita; le enormità di lui, l'attentato all'onore della Margherita, gli erano restati ignoti. Quanto all'ultimo tradimento, Alpinolo su quel primo momento erasi gettato a' piedi del Pusterla per confessargli la propria debolezza e la scellerata perfidia di Ramengo; ma per correre a sapere il destino della Margherita s'interruppe, e confessioni di tal genere se non si facciano in un primo impeto di generoso pentimento la riflessione ne toglie il coraggio.
Così era succeduto al giovane, che animosissimo contro gli aperti cimenti, veniva meno in que' minori, ove non trattavasi che d'affrontare il perdono d'un offeso. Colle penitenze imposte a sè medesimo acquetò il comando che la coscienza gli faceva di manifestare il suo errore, e si tenne discosto da Franciscolo. A questo invece, allorchè stava rimpiattato nella cella di Brera, frà Buonvicino aveva nominato Ramengo tra quelli banditi come ribelli: e quantunque sapesse che costui non aveva mai avuto parte seco, non che a trattamenti, neppure ad alcun discorso politico, forse che migliori ragioni aveva Luchino di perseguitare gli altri tutti! Non poteva essergli parsa colpa bastante l'avere Ramengo portata antica osservanza e servitù colla casa del Pusterla?
Al primo veder Ramengo, se gli fece incontro l'esule nostro con cordialità, domandandolo:—Siete venuto spontaneo o spinto?
—Mezzo e mezzo», rispose l'altro: ed infilò quante bugie occorrevano per acquistar fede e compassione presso il signore. Concittadino adunque, noto d'antica benevolenza, come lui esule della patria, come lui perseguitato e forse per sua cagione: erano titoli più che sufficienti onde il Pusterla accogliesse a braccia aperte quel mostro, lo volesse ospite suo e con ansietà prendesse a ragionar seco di quel ch'è il primo discorso d'ogni foruscito, la patria ed i suoi.
Pur troppo il liuto era in mano di chi lo sapeva sonare. Avviluppando il falso col vero, seppe Ramengo, non che rimuovere ogni sospetto dal cuore del Lombardo, acquistarsene intera la confidenza. In uno sfogo che da tanto tempo non gli era più consentito, Francesco espose al nuovo venuto i dispetti suoi pel mutato contegno de' cardinali e il sospetto fondato, a dir vero, sopra troppi altri esempi di somiglianti slealtà.
Devo ricordarvi, lettori miei, come Ramengo ai rifuggiti di Pisa avesse mostrato certe lettere di Mastino della Scala, delle quali diceva dover essere portatore al Pusterla. Era un'altra ordita di sua accia. Perocchè, sapendo quanto Francesco fosse bene nelle grazie dello Scaligero, e come questo l'avesse confortato a vendetta durante la sua ambasceria a Verona, finse, d'accordo con Luchino, una carta, nella quale il signore veronese mostrava all'amico suo come gli fosse venuto lezzo dell'arrogante potenza del Visconti, aver già cominciato a mostrarsegli avverso coll'impromettere sua figlia Regina all'esule Bernabò Visconti: ora volere del tutto buttar giù buffa, e bandire guerra a costoro che ponevano in gran punto la libertà di tutta Italia. Lo invitava pertanto alla sua Corte promettendogli e lauti assegni e grado d'autorità pari al merito d'uomo sì universalmente caro e riverito: che trarrebbe sotto a' suoi vessilli chiunque fosse voglioso di ricuperare la patria e il franco stato.
Sopra un animo ambizioso e irrequieto come quel del Pusterla, il colpo riusciva da maestro; e Ramengo, battendo il ferro mentre era caldo, gli espose le condizioni di tutta Italia, i disegni dei forusciti che aveva potuto subodorare a Pisa: raccontò come con questi si fosse abboccato ed inteso, e che anche da parte loro veniva a sollecitarlo perchè prendesse pietà della patria, che gli chiamava mercede: uscisse dall'inerte riposo: si ricordasse come Matteo Visconti dopo nove anni d'esiglio, fosse tornato in signoria, allorquando i peccati dei Torriani prevalsero a quelli di lui.—Ed ora (soggiungeva) i peccati del Visconti hanno colma la misura. Dei vostri amici alcuni già hanno perduto la testa sul patibolo, lasciando a voi per eredità il vendicarli: altri aspettano ancora un giudizio, di cui voi non potete cambiare l'esito prestabilito; i liberi tramano qualche nuovo colpo. E la donna vostra? quella incomparabile geme nelle prigioni del sozzo Luchino. In chi altri può essa avere speranza, dopo Dio, se non in voi? Finchè qui dimorate, la vostra sicurezza è, o vi sembra maggiore: ma intanto neppure un passo date per la salute di lei. Non avrà ella ragione di credere che l'abbiate dimenticata o in poco conto? I cittadini vostri non potrebbero accusarvi di codardo o di neghittoso? voi, quel solo che potete dar ombra a Luchino, e state qui allo schermo dei manti sacerdotali? Se invece osate, se raccogliete gli amici, i consorti vostri, più di sei capelli diventeranno canuti al tiranno della Lombardia, tutta Italia si scoterà dal pigro sonno. E poniam pure che lo Scaligero vi venisse meno delle sue promesse—promesse di principe—; nemici al Visconti ne troverete in ogni lato per darvi mano. Pisa stessa, avversa e timorosa, quanto si voglia, non darà soccorso ad uomo sì reputato, per ficcare una spina nel piede al suo nemico? coi denari e col credito vostro facilmente assoldate delle bande in ajuto della causa migliore. Lodrisio non fu ad un pelo di rovesciare la baldanza dei Visconti con nulla meglio che una turma prezzolata? Quanto più voi che, non in soccorsi mercenarj, ma porrete fidanza in coloro che generosamente combattono per la patria e per la libertà».
Queste o sì fatte ragioni convalidava col venire tratto tratto, in vista tutto pieno di compassione, stimolando la gelosia del Pusterla nel dipingere il pericolo in cui si trovava l'onestà della Margherita. E si confessi ad onore di Francesco, che gran colpo faceva sull'animo di lui il timore che ella potesse credersene dimenticata; e che la noncuranza mostratane nei giorni di sua prosperità, ora la dovesse trarre nella persuasione che, lontano e fra distrazioni d'ogni genere, egli negligesse l'eccesso delle miserie di lei. E chi dirà se quest'idea veramente non si aggiungesse qualche volta ai tanti spasimi di quella nostra infelice?
Ondeggiando tra la fantasia che gli sorrideva un avvenire di vendetta e di dolcezza, e i consigli dello zio e di Buonvicino, talora sospinto ad avventurare ogni cosa di bel nuovo per uscire dal tedio d'una calma, somigliante a quelle micidiali che colgono talvolta i naviganti in mezzo ai mari dell'equatore; tal altra bramoso di pace, di un riposo di cui si sentiva più cupido che capace, provava la pessima delle condizioni, quella d'uomo che non sa prendere partito.
—Perchè non ricorrete a Tommaso Pizzano?» gli suggerì Ramengo.
Era il Pizzano un astrologo, in quel tempo rinomatissimo ad Avignone; e il sostituire ai calcoli della prudenza gli indovinamenti degli impostori o le lusinghe di chi non sa che consentire, era allora, e non allora soltanto, ottimo spediente per gli esitanti. Piacque il consiglio a Francesco; e l'astrologo, dopo che, con gran mostra di studj e di cognizioni arcane, ebbe molti giorni durato ad osservar la mano di lui e le stelle, e formare l'oroscopo, e trovare l'ascendente, alfine gli annunziò:—La vita vostra si trova ora in gravissimo punto; alcuno, col mostrarvisi grazioso, pensa tradirvi ai vostri peggiori nemici».
Non bisognò più avanti per confermare il Pusterla nel dubbio già concepito che la Corte papale volesse, come una vittima espiatoria, consegnarlo al perdonato Visconti. Si allestì dunque alla partenza; e per quante ragioni gli adducesse lo zio, per quanto il buon uomo l'esortasse, fin colle lagrime agli occhi, a dar ascolto alla divina sapienza, la quale chiama stolti coloro che spendono il loro denaro in tentare la rovina dei potentati, per quanto lo assicurasse che tradimenti così neri non dovevansi mai aspettare da sacerdoti del Dio della giustizia, il Pusterla si ostinava più sempre nel suo proposito di tornare in Italia.—Finalmente (diceva) che male me ne potrebbe seguire? Non mi pongo già in arbitrio del mio persecutore: lo tolga il cielo: non mi confido ciecamente ad una indulgenza, ad una generosità menzognera. No: rivedo l'Italia.—Italia! chi può proferirne il nome senza aggiungervi bella e sventurata? Mi accosto agli amici, a' miei sofferenti, alla Margherita. Colà potrò più da vicino scorgere e calcolare la situazione della patria mia; e più che non Avignone, terra da preti, mi fornirà di sicuro e decoroso asilo Pisa: Pisa libera, signora dei mari, e nemica dei Visconti».
Pertanto al principio di luglio del 1341, colle lettere che in diligenza spacciavano da Avignone gli ambasciadori milanesi per mezzo di Pedrocco da Gallarate, il signor Luchino riceveva un biglietto di Ramengo, che noi riporteremo tal quale l'abbiamo tratto fuori dagli archivj segreti.
Magnifico Domno Luchino
_Come arrivè, juxta la jussione vostra, in Avenione, è reuissilo de trovare el malesardo Francisco Posterola, cum el toso. Nil magis cupiens quam fare servitii al prenze nostro, a ki messer Domenedio konceda lætizia, my sono andato dreto tanto, che induxetti ello a imbarcarse verso Portum Pisarum. E mo se partiremo per Niza de Proventia, La seguente septimana, Deo favente, fiemo in mare sul naviglio nuncupato el Caspio. Ideo suplico vostra magnificentia a disporre de modo ut al nostro advento sia parato per catturare el Prefato Posterola et putto. Tunc riferirò più destensamente omne cosse a piedy de la Vostra Serenità, ke ora baso humilemente.
Pridie kal. julii anno domini MCCCXLI.
Ramingus de Casale._
Secondo che qui accennava, appena si fu messo mare acconcio, Ramengo salpo da Nizza, conducendo il suo nemico, nulla più diffidente che la pecora tratta dal villano al macello. E la fortuna servì ai disegni dello scellerato, meglio ch'e' non potesse sperare: giacchè, mentre non mirava che a trascinare il Pusterla in luogo più vicino, dove meglio potesse nascere occasione di darlo preso, essa gli agevolò di consegnarlo direttamente all'inimico.
Pisa (già ne toccammo), capitana della parte ghibellina in Toscana, gareggiava continuamente con Firenze guelfa: e questo soverchio mescolarsi delle cose di terra ne aveva disavanzato la potenza sul mare. Intenti a favorire gli imperatori svevi ed Enrico VII e gli altri, accorrenti al fiuto delle italiche ricchezze, i Pisani trascuravano di necessità il commercio ed i lontani possedimenti; la Sardegna si videro tolta dagli Aragonesi; dovettero abbandonare molti banchi della Siria, acquistati nelle crociate, più non valendo a proteggerli contro i Musulmani per terra e contro i corsari sull'acqua; e più non furono i più ricchi e rispettati mercanti di Costantinopoli e dell'Adriatico.
Dentro provavano il contraccolpo delle scosse esteriori; ed era un parteggiare micidiale, un odio, un sospetto, che distruggevano l'accordo, necessario per la prosperità e la sicurezza dignitosa. Alcun tempo prima la fazione popolare aveva avuto il sopravvento, e poichè questa pendeva sempre alla bandiera guelfa, legò amistà con Firenze. Non potevano di ciò darsi pace i nobili, ghibellini per affezione, per eredità, per calcolo personale, e senza far mente ai reali vantaggi della patria; onde stavano addocchiando ogni occasione d'umiliare i popolani, romperla con Firenze, e tornar in auge la fazione imperiale. E l'occasione venne, allorchè i Fiorentini, desiderando acquistare Lucca, posseduta allora da Mastino della Scala, rifiutarono come sospetti gli ajuti che Luchino esibì loro onde toglierla per forza, e la comprarono per dugencinquantamila fiorini, a patto di lasciarle il governo a comune.
Un rumore senza pari levarono i Ghibellini pisani d'un tale acquisto, per cui la città, loro nemica naturale, come caritatevolmente dicevano, si accampava alle stesse porte di Pisa; e sparsero voce che i Fiorentini avessero stabilito di ridurre Pisa a nulla più che un quartiere, col nome di Firenzuola. Tali voci, appunto perchè esagerate, guadagnarono fede tra il popolo; si gridava all'infamia del governo che aveva sopportato un tale obbrobrio; e secondo le suggestioni dei mettimale, deliberarono di romper guerra a Firenze.—Daremo ogni aver nostro (dicevano), fin le nostre donne prenderanno le armi; ma perdio, non lasciamoci togliere Lucca; e il Signore per certo darà vittoria al diritto contro l'iniquità arrogante».
Tornati allora in posto i nobili, se l'intesero coi principali Ghibellini di Toscana e, quel che più importa, con Luchino Visconte, il quale, indispettito dal rifiuto dei Fiorentini, bramoso di fare onta all'abborrito Scaligero, sperava inoltre di potere stendere così l'influenza sua sopra quelle parti, e forse, poichè da cosa nasce cosa, anche il dominio; e vantaggiarsi di tanto coll'aggiungere ai suoi Stati mediterranei anche un porto di mare. Chiese dunque a' Pisani cinquantamila fiorini d'oro, l'annuo omaggio di un palafreno, di due falconi pellegrini e di uno marino; e consentitigli, ebbe a sè Giovanni Visconte d'Oleggio, soldato di ventura, che da chierichetto del duomo di Milano salì fino a dominare dappoi Bologna; e gli affidò duemila cavalli, dicendogli all'orecchio:—Va, e muovi difilato sopra Pisa: entravi, e in sicurezza di pace occupala; e fa che i molti partigiani nostri gridino me signore. Se così ti vien fatto, buon per te».
Ventura fu che l'accortezza degli scaduti popolani rimediasse alla ambiziosa cecità dei nobili signoreggianti; il colpo fu scoperto e riparato, e Giovanni e Luchino, senza far mostra di nulla, ajutarono in fatti Pisa ad ottenere Lucca.
Ma non va mai senza castigo un popolo libero, che attenta alla libertà d'un altro.
L'alleanza di un tiranno subdolo e attivo qual era Luchino peggiorò i costumi repubblicani di Pisa, e la trasse a consigli sleali e scellerati. Che per la prima cosa egli domandasse lo sfratto dei rifuggiti lombardi, facilmente l'immaginerete. Mandata la proposizione a partito, molti generosi favellarono contro una domanda sì bassa e vergognosa, ma i contrarj prevalsero, e quei miseri furono costretti cercare altrove nuovi oltraggi.
Nelle piccole cose e nelle grandi, nei gabinetti delle dame e in quelli di Stato, una concessione ne chiama un'altra, un passo dato in falso ne esige un secondo. Io non vi enumererò i diversi errori, a cui trasse i Pisani la funesta amicizia del tiranno, bastandomi dirvi che Luchino osò chiedere di potere, nelle loro acque, appostare il naviglio che riconduceva il Pusterla, col pretesto che questi fosse un suo gran nemico, un insidiatore della pubblica quiete; il quale veniva a muovergli incontro una maledetta trama.
I vili suggerimenti di pochi calcolatori ambiziosi, che si pretendevano interpreti della pubblica volontà, impressero sulla libera Pisa questa nuova macchia, senza che la popolazione generosa ne avesse colpa; e consentirono che Buonincontro da Samminiato, condottiero agli stipendj di Luchino, arrestasse in mare una galea sotto bandiera pisana, e ne strappasse fuori il ribelle d'un altro Stato.
Così nera, sozza, avvilupata procedeva la politica—di quei tempi.
Varia fortuna corse sulle prime il vascello ilCaspio, che di Francia riconduceva il Pusterla: rovesci di pioggia, turbini di vento e tempeste furiose, più che non sogliano mettersi in quel mare, parevano quasi voler respingere gli sventurati dalla terra desiderata e funesta. Venturino, riavendosi dal nauseato stupore in cui lo aveva gettato il trabalzare del naviglio,—O padre (diceva) perchè ci siamo dipartiti da quel paese? Là stavamo fermi in terra e sui nostri piedi».
E il Pusterla rispondeva:—Perchè quella non è la nostra patria.
—Ma ora dove si va?
—Nol sai? andiamo in Italia.
—In Italia? Oh dunque nel nostro caro paese, eh? Là udremo ancora parlare come noi, è vero? Là vedremo tutta gente che si conosce. E la mamma la troveremo noi subito?
—Povera mamma!» replicava Francesco sospiroso; e, carezzando i biondi capelli del suo fanciullo,—Sì, la vedremo, se Dio vorrà. Ora prega per lei.
—Pregare? Oh, non passa giorno ch'io nol faccia; non momento che io non me la ricordi. Anche stanotte me ne sono insognato. Eravamo là nella villeggiatura di Montebello; ma la villeggiatura era in città; stavamo in sala, io e lei; e tu entravi a cavallo con un esercito… Oh, non mi raccapezzo… ben so che non l'ho mai veduta più bella, nè più cara. Oh fossi io grande! avessi io il braccio forte! forte come te, come Alpinolo, correrei ben io a liberarla!»
Il Pusterla lo abbracciò intenerito, e alzando gli occhi verso Ramengo, che teneva su loro intento lo sguardo, come la vipera sull'usignuolo ammaliato,—O amico, (gli disse) qual consolazione nella solitudine, nelle sventure, il trovarsi allato un figliuolo!»
Come al gettar olio sul fuoco, tal divampò Ramengo nell'intendere parole, che gli rammentavano quanto esso pure avrebbe potuto godere di quella consolazione; e come gli fosse stata rapita, diceva egli, da quel Franciscolo che ora n'era beato.—Ma il sarai per poco!» urlò stringendo le pugna verso il cielo, e precipitossi a sfogare il suo furore giù nella stiva, tra la meraviglia dei compagni di viaggio.
Frattanto una mattina, al dissiparsi di una nebbia leggiera, simile al velo che si getta sui mille ninnoli, sugli eleganti gingilli dei tavolini delle nostre sale, che li copre senza nasconderli, il sole nascente mostrò spiccate le coste d'Italia. Francesco le contemplava in un'estasi religiosa piena di memorie, mentre la sua fantasia, stanca di prevedere il male, non gli dipingeva che le immagini deliziose del passato, le lusinghevoli dell'avvenire. E il fanciulletto, attenendosi alla mano del genitore, gli andava col piccolo dito segnando le cime di terra ferma, miste alle fantastiche apparenze di qualche bianca nuvoletta, sorta sull'orizzonte, e chiedendo:—Che monte è quello che sporge là in mare? e quell'altro così elevato e acuto? e questa vetta nevosa? Vedi l'altra laggiù che fuma? Oh non è un paese quel bianco? Pisa sta forse dentro a quel seno? Ve' ve' quel vascello che si avvicina! Ei porta sulla bandiera il biscione come a Milano».
Stava in fatto così: ma quello che pel fanciullo era oggetto di consolazione, fu di terribile pronostico per Francesco. A osservar la nave che si accostava, trassero passeggieri sul ponte, e già distintamente, insieme coll'arma di Pisa, discernevasi quella dei Visconti. Curiosi di saperne la ragione, non più tosto furono a portata della voce, il capitano delCaspiochiese nuove a quell'altro.—Viva Pisa e i Visconti!» fu la risposta; indi, colla concisione e il disordine solito in tali incontri, informò come Pisa si fosse congiunta coi Visconti di Milano, e che dal suo porto continuamente traversavano legni alla Sardegna, ove Luchino, per recente eredità, possedeva il giudicato di Gallura.
—Pisa allearsi col Visconti! (esclamava qualche Pisano) Sarà la società della pecora col lupo.
—Non dartene gran pena (gli soggiungeva un secondo). È un cavallo bizzarro che per poco sopporterà il freno; e sbalzerà di dosso il cavaliere. La servitù non è per le città ricche di marittimo commercio.
—Per me (diceva il capitano, contemplando con occhio indifferente quella nave, i passeggieri, il mare, il cielo), per me, comunque stia la patria, poco me ne cale. Vivendo sempre sulla nave, io mi sento libero come l'elemento che trascorro».
Questi e simili commenti facevansi a quella notizia; ma per Francesco riusciva la più spaventosa che in quel momento potesse ascoltare. Trattavasi nulla meno che della vita sua e del figliuolo, perdute irreparabilmente se desse in quelle navi. Bianco dunque come le vele del suo bastimento, coll'ansietà che gli cagionavano l'istinto della vita e l'amore di padre, cominciò a supplicare il capitano perchè al più presto desse la volta indietro e tornasse in Francia, esibendogli pagare, non che le spese del tragitto, ogni danno che ne venisse a lui e agli altri naviganti, e una grossa mancia per soprappiù; ne destava anche la compassione col palesare chi fosse, perchè si trovasse colà, a quel pericolo esposto; prendesse pietà di quel fanciulletto innocente. Udiva il capitano quelle ragioni, quelle preghiere, seguitando a scompartire le occhiate fra il supplicante, i passeggieri, il sole, l'acqua; poi, stringendosi nelle spalle, disse:—Di tutte coteste fazioni io non m'intrico: io sono libero come il mare. Ma devo stare agli ordini di quel signore».
E accennò Ramengo, il quale bruscamente gli intimò:—Il vostro dovere, e innanzi!»
Che benda squarciarono tali parole d'in sugli occhi del Pusterla! Ragioni, suppliche, lacrime, che non adoperò a intenerire quell'atroce? Per quanto gli repugnasse l'animo del piegarsi, di cui quel momento gli rivelava tutta la turpitudine, pure, nulla credendo sconvenevole a un padre, fino ai piedi gli cadde, e, unito al suo fanciullino, ne abbracciò le ginocchia, gli rammentò le antiche benemerenze di sua famiglia, il nome di Rosalia.—Anche voi dovete intender che cosa sia l'amor paterno…. voi ancora un momento foste padre….»
Il satanico riso che guizzava sulle labbra di Ramengo nel contemplar l'umiliazione, nell'udir le preghiere del suo nemico, e nel sentirsi determinato a non esaudirle, si convertì in un ruggito feroce a queste ultime parole, e,—Padre ancora e marito sarei, se tu non eri, o maledetto!» esclamò, lanciando con un gesto brutale lontano da sè il supplicante. Poi soggiungeva:—Ma ringrazio Dio che almeno ho gustato la consolazione di veder tu pure straziato in quell'affetto onde hai privato me».
Non poteva il Pusterla comprendere del tutto il senso di queste parole: la beffarda e insieme atrocissima espressione del ribaldo, non consentiva di chiederne una spiegazione; e poi il sentimento di sua dignità era rinato: e colla superbia che sente l'uomo leale allorchè si trova calpestato dall'infame, voltò dispettosamente le spalle a Ramengo, e, senz'altro più dire se non:—Mio povero Venturino!» abbracciatosi al suo fanciullo, sedette sopra la coffa in calma discorata. I passeggieri non restavano indifferenti a quel patimento, alcuno interpose parola presso Ramengo, e non profittò più che la voce di un mendicante sulla borsa di un avaro; i Pisani volevano persuadere il Pusterla a non temere, che, essendo in mare, su libera nave, non correrebbe rischio di sorta; altri gli profondevano consolazioni generiche e triviali, giacchè gran filosofi sono gli uomini nel sopportare le disgrazie altrui e nel consolarsene! Scampati dai pericoli, vicini a uscire dalle noje della lenta e discomoda navigazione, allettati da un bel giorno, da un prospero vento, dall'aspetto del lido, della patria, la salutavano rallegrati.
Solo il Pusterla, tenendosi sulle ginocchia Venturino, sospirava in silenzio, curva la testa sulle spalle del figliuolo, il quale, strettegli le braccia al collo, piangeva dirottamente.
Oh! i pericoli, quando sopravvengono all'uomo libero di sè e delle sue membra, che può volere, può tentare uno sforzo onde svellersi dalla penosa situazione, se non altro, coll'avventarsi in una peggiore, pare che raddoppino il coraggio. Ma qui, sopra una nave, coll'inevitabile aspetto delle medesime cose, delle persone medesime, vedersi oncia ad oncia avvicinare al precipizio, e non poter tampoco allungare un braccio al riparo! Deh come allora invocava la tempesta, paventata i giorni innanzi, avesse anche dovuto in quella perire! Ma calmo affatto era il cielo, e se non fosse stato l'argenteo solco che la chiglia lasciavasi dietro, sarebbesi potuto credere il legno fermo in un mare di cristallo; la tinta carica della volta aerea confondevasi col colore dell'acqua; il sole faceva scintillare mille vaghi splendori sulla liquida pianura, simili a diamanti che tempestassero la sciabola di un guerriero.
Il Pusterla girava gli occhi per l'orizzonte, cercando una nube, una vela, un qualunque oggetto ove aggrapparsi con un resto di speranza, e non vedea nulla: gli alzava verso la Meloria, verso quelle coste d'Italia che di tanto desiderio avea desiderate, verso i monti lucchesi… Per vederli da lontanissimo, o piuttosto per indovinarli, s'era tante volte arrampicato sui più erti picchi di Francia, stando ad osservarli col mesto tripudio d'un ritorno più ambito che sperato. Ed ora che se gli facevano sempre vicini, gli osservava collo spavento di chi, in buja notte smarrito per deserta campagna abbia seguitato un lume lontano colla fiducia che gli segnasse un ricovero amico; e si trova condotto invece ad una spelonca d'assassini.
La nave intanto era stata veduta, e di dietro la Capraja sbucarono due galere a remi battenti, movendosi alla volta di essa: la vipera viscontea sciorinata in penna non lasciava dubitare di chi fossero. Il Pusterla le guardò avvicinarsi; ardì gettare ancora un'occhiata sopra l'infame Ramengo, ma senza trovargli in viso che una scellerata contentezza: onde per disperato si aggruppò ancora col singhiozzante figliuolo, e chiuse gli occhi aspettando l'inevitabile destino. Così prostrossi boccone nella sua piroga il selvaggio indiano, che sentivasi irresistibilmente strascinato verso la cascata del Niagara.
Non appena i due legni si furono avvicinati, chiamarono ilCaspioall'obbedienza, ed ammainate le vele, si venne all'arembaggio. Il capitano Samminiato richiese i nomi dei passeggieri; e Ramengo traendosi innanzi, e accennando quel pietoso gruppo, esclamò:
—Questo qua è Francesco Pusterla».
Colla turpe soddisfazione della sbirraglia quando giunse a ghermire la preda, si lanciarono tosto i soldati addosso all'infelice, la cui unica voce fu ancora,—Mio povero Venturino!» e caricato di catene, lo gettarono nella stiva e seco il figliuolo;—colà almeno gli fu tolto l'aspetto della ribalda gioja di Ramengo.
L'oro che seco portava il Pusterla divenne bottino del traditore, il quale non si fidò di rimettere il piede in Pisa, ricordevole dell'avventura dell'altra volta, e domandò al capitano delCaspioche lo tragittasse a Genova. Questi, volendo (ripeteva) esser libero come il mare, pose a terra il suo carico, e tosto diede la volta per dove Ramengo gli comandava. Il quale poi sbarcato, a gran giornate come chi reca una prospera novella, attraversò la Liguria e il Monferrato, toccò a Vigevano i confini del Milanese. Quivi però dovette subire una contumacia, essendo allora sospetticcio di peste, e massime nella Toscana, ove la fame dei due anni precedenti sviluppò la contagione in modo che la sola Firenze perdette in quell'estate quindicimila cittadini. Veniva come un tremendo foriero di quella che infierì sette anni dopo; intendo la troppo famosa, descritta dal Boccaccio, che sterminò centomila persone in Firenze, ottantamila in Siena, quarantamila a Genova, settantamila a Napoli, fra Sicilia e Puglia cinquecentotrentamila, restando alcune città, come Trapani, affatto disabitate; e perdendo tutta Europa tre quinti degli abitanti. Era ben altro che il colèra.
In quell'occasione valse la severità di Luchino, che con rigorosissimi cordoni tenne lontano l'imminente flagello. Per tanto Ramengo dovette durare la quarantena a Vigevano, poi per lo stupendo castello di Bereguardo, fabbricato dai Visconti, passò sopra il ponte gettato sul Ticino, lungo un miglio, largo e sfogato a segno da potervi sopra correre tre carri di fronte e sotto le navi più grosse; con ponti levatoj in capo, e due rôcche di legno assai forti in ordine di battaglia. Benchè fosse uno dei bei lavori architettonici, non credo che Ramengo v'abbia posto gran mente; e tanto meno, nel venire da Abbiategrasso a Milano lungo il Ticinello, avrà considerato l'ardimento d'una piccolissima repubblica, che osava tentare una tanta opera, qual era condurre artifizialmente il Ticino per trenta miglia fino alla città. Entrò in Milano per la stessa porta Ticinese, dond'era entrato quell'altra volta colla parata trionfale; passando dalla Palla, diede un'occhiata al palazzo del Pusterla, ove in benemerenza abitava il capitano Lucio; e coll'aria trionfale di chi sente d'avere compita una bella, se non buona impresa, si presentò alla Corte di Luchino.
Il buffone Grillincervello stava nell'anticamera in mezzo a camerieri e donzelli e paggi, insinuando la morale, e additando i buoni esempj con certe sue storiacce, ond'era provvisto a dovizia.—E sicchè (diceva) non vedendo ella altro modo di trovarsi col ganzo, ed egli non rifinendo di richiederla, gli fece intendere che, la tal notte, entrasse nella camera dove essa dormiva col marito, e si facesse alla proda del letto, dalla banda di lei.—Ma, se il marito sente, e m'accoppa» diceva il baggiano. Ed ella:—Portate in mano un par di guanti, e se vi accadesse di esser sentito, scoteteli, imitando il batter delle orecchie di un cane. Egli vi crederà il bracco suo fidato, che cuccia sempre nella stanza vicina.—Non occorre altro; e l'uomo piano piano, quatto quatto, entra fin al talamo beato. Un'anima di sambuco di quella sorte, pensate che paura! che battisoffiola! Moveva i passi come camminasse sulle uova; teneva il fiato, da gonfiare come una bôtta: ma quando si dice nascere disgraziati! il diavolo ci mise la coda, e ser colui urtò della maledetta nella cassapanca da piedi della lettiera. Il marito ode:—Chi è là?e il prode, che non aveva pelo che non gli tremasse, comincia a dimenare i guanti. L'argo ripete l'intimata, e l'altro a scuoter più forte. Il marito balza dal letto; e il gaglioffo, vedendo che l'agitare dei guanti non bastava, credette far l'effetto coll'aggiungere, con una gorgia da Cittadella,Sont el brach»[29].
Uno scoppio di risa vive e sguajate secondò ed interruppe quel racconto; nel più vivo delle quali appunto ecco entrare Ramengo. Tutti gli sguardi si volsero a lui, come al comparire d'un resuscitato; Grillincervello, troncata a mezzo la favola, tese il dito verso lui con unohlungo e strascicato, fece due capriole, ed entrato da Luchino roteando il suo berretto e facendo mille attucci da babbuino,—Marcia, sparisci e torna (esclamava). Quanto mi pagate, ed io colla mia polvere di biribara, vi fo comparire qua in petto e in persona Ramengo da Casale?».
Luchino non mostrò nè meraviglia, nè piacere; già l'aspettava, onde asciutto rispose:—Entri.
—Entri qui, o in carbonaja?» domandò Grillincervello meravigliato.
—Qui, qui,» replicò Luchino.
—E ch'io vada ad avvertire mastro Impicca di prontare i ferri del mestiere?
—Meno scene», l'interruppe Luchino, bujo come un diesire: e Grillincervello, che sentivasi ancora del le bôtte rilevate in quell'ultima lezione alla rocchetta di porta Romana, non istette a farselo dire due volte; e introdotto Ramengo, diceva agli scioperoni dell'anticamera:—Non avevo mai visto i tordi andare a cena col cacciatore».
Il vile cortigiano espose a Luchino di punto in punto tutta la sua involtura e l'iniqua trama, mettendo nel racconto la furfantesca soddisfazione che gli scaltriti usano nel narrare come trappolarono un semplice ed innocente. Luchino gli attendeva colla severità consueta, e s'avvicendavano in lui la contentezza della riuscita, e l'inesauribile disprezzo che tutti provano pei traditori e per le spie.
—Ed ora (soggiungeva Ramengo dopo finito) se ho ben meritato della vostra magnificenza, permetta ch'io la supplichi ad impegnarmi di nuovo la fede sua per la promessa impunità da qualunque delitto, sì a me, sì a mio figliuolo.
—Dove avete cotesto figliuolo?» chiese Luchino.
—A tempo la vostra magnificenza il saprà; ed io confido potrà farsi al potere di essa robusto sostegno, quanto volonteroso fu il genitore».
Tratta di seno la pergamena dell'impunità, già speditagli, come altrove abbiamo veduto, fece che Luchino vi apponesse di proprio pugno la firma. Conteneva essa che a Ramengo da Casale e a quello che egli indicherebbe per suo figliuolo, fosse conceduta intera impunità; col solito ordine a tutti gli ufficiali di rispettare quella ordinanza. Ramengo teneva in serbo questo colpo estremo per mostrare all'esacerbato Alpinolo quanto l'amasse, e mitigarlo, e cancellato di bando e di condanna restituirlo in patria agli onori ed alle ricchezze.
Ma ad onori e ricchezze aspirando, prese egli a mostrare a Luchino la grandezza dei prestatigli servigi: come per questi si trovasse, non solo scompigliato nelle proprie faccende domestiche—tacque della buona presa fatta sopra il Pusterla,—ma disonorato in faccia dei cittadini: qualora se ne sapesse: onde era del decoro del principe di conferirgli un grado, un impiego che lo tornasse e mantenesse in riputazione e in grado di continuargli i servigi. Nol lasciò finire Luchino, ed allumandolo biecamente, con atto sprezzante ed iracondo, gettatagli ai piedi una borsa di denaro,—Tieni (gli disse) i pari tuoi si pagano con argento e non con dignità»: e gli volse le spalle, nè più ne volle udire.
Quanto sia al povero nostro Pusterla, non tardò molto ad arrivare anch'egli: e il popolo corse a vedere quel famoso capo di ribelli, quel che voleva mandare Milano sottosopra, disfare lo Stato e ristampare la religione. Esso pure fu rinchiuso nella torretta di porta Romana; dove appunto lo vide entrare la sciagurata Margherita, che noi lasciammo svenuta a quella vista. Al male vogliamo credere il più tardi possibile; ed essa, la infelice, s'ingegnava di non dar fede ai proprj occhi:—Vedendo così a spicchio, mi sarò ingannata.—Sarà una illusione dell'amore e del timore». Ma ogni dubbio le fu tolto un giorno, che il carceriere Macaruffo entrò nella sua segreta con un portamento di manierato sussiego, e con un viso schizzinoso, sciamando:—Che tanfo qua entro! Che odor di chiuso! Perchè non date aria all'appartamento? Non vi si regge»: e facevasi vento con una pezzolina di seta. La Margherita fu presta a riconoscere il raso, sul quale ella aveva incominciato a ricamare una margheritina, che poi non potè finire: quel raso che Buonvicino aveva tolto dalla sala nell'ultimo giorno che vi entrò, e dato in carissimo dono al Pusterla, il quale recollo sempre con sè. Ora nel ravvisarlo, la Margherita si scosse tutta, come alla memoria di soavi affezioni, di cari giorni, dell'ultimo istante di sue gioje tranquille: e—Donde aveste quel ricamo?» domandò con ansietà all'aguzzino.
—Che? vi piace?» le rispose il ghiotto, scherzosamente sciorinandoglielo sopra gli occhi.—Me l'ha dato un altro camerata, alloggiato qui presso, e che voi conoscete.
—Franciscolo?
—Brava l'indovina! il signore, signorissimo Francesco.
—È veramente lui!» proruppe essa, piuttosto esclamando fra sè, che non interrogando quel tristo, il quale seguitava:
—Lui appunto: ne dubitate? credereste non ci capitino che dei vestiti di frustagno? Guardate. Sta sotto a questa chiave ch'è qui!
—E il figliuolo?
—Oh anch'esso, s'intende. Sarebbe una barbarie separar il figliuolo dal genitore».
Già, per quanto s'industriasse di far inganno a sè stessa, la Margherita era persuasa anche prima di aver qui vicino i cari suoi; e lo sapeva la desolata stanza, riempiuta, quei giorni, di gemiti senza consolazione; ma l'udirselo ora assicurare, ma il vedersi dalle schernevoli guise di quel figuro strappato fin l'ultimo filo di speranza e di illusione, faceva su lei quel che fa sopra un reo l'udirsi leggere la sentenza di morte, benchè già prima ne conosca il tenore.
—E (seguitava colui) m'ha dato questo fiore; ve' come è bello! perchè vi saluti voi e ve lo faccia vedere.
—Sa egli dunque che io sono qui?» domando la Margherita, ravvivando la voce, affievolitale da quello stringimento di cuore.
—Se mi disse che vi salutassi, e che….
—E che altro mi manda a dire?
—Oh, vi manda a dire delle altre pappolate… uh! tanto da non venirne a capo dentr'oggi. Ma non me le ricordo più.
—Deh! procurate ridurvele alla mente», diceva Margherita stendendo le mani giunte verso il torto ceffo di colui, in atto di tale pietà, che avrebbe commosso le pietre. Chi sa?… forse le doveva dire cose, che importassero alla, vita di entrambi; se non altro, una parola d'amore da colui, al quale tanto maggior bene voleva dopo che quel ricamo le mostrava quanto viva e delicata memoria di lei serbasse. Ma quel rozzo, digiuno di ogni sentir gentile, con un gesto espressivo le rispondeva:—Ridurmele a mente? Non avrebbe ella, signora mia, qualche cosa allato per ajutarmi la memoria?…
—Nulla; buon Dio! nulla. Voi lo sapete. Tutto quel poco che mi era rimasto ve l'ho pur dato, tutto, tutto. Che cosa mi avanza più se non questo trito vestire? Deh! una tal grazia vogliate farmela per carità. Oh, chi sa che un giorno io non torni in grado di compensarvene? Se no, ve ne rimeriterà Iddio».
E blanda, supplichevole, appoggiando le belle mani sulle spalle di colui, tentava piegarne l'impassibile cupidigia, ma non faceva sovra di esso maggior colpo che il sospiro di un vento di aprile sopra una montagna di marmo.—Che Dio? che diavolo? che carità? che compensare? (egli saltava su). La carità, io son uomo da riceverla, non da farla. Ichi sae le promesse di là da venire, il bettoliere non le scrive. Alle corte; o avete qualcosa da darmi, e schiodo; se no, statevi colla vostra curiosità in corpo, finchè non ve lo dica io».
E poichè essa non aveva proprio nulla sottratto all'ingordigia di lui, nè potea dargli altro che lacrime, che una accorata supplicazione, e inginocchiarsi a pregare il Signore, esso, rizzato un muso duro, le voltava tanto di spalle, e facendo sonare più forte i chiavacci nel rinchiudere, si allontanava pel lungo corridojo cantazzando, finchè la Margherita più altro non intese fuorchè la sentinella, la quale di e notte passeggiava dinanzi alle prigioni, alternando due passi uniformi, come senza volontà, quasi due pesi metallici che a vicenda battessero sull'ammattonato.