Sdrajone sul pavimento se ne stava il carceriere Macaruffo nel corridojo delle prigioni, facendo sue prove di appetito sopra un tozzo di pane inferigno e una fetta di lardo, e succiando tratto tratto da una brocca di vino, che con affettuosa devozione tenevasi fra le gambe, distese sul terreno. Era notte e silenzio, nè altro splendeva se non un fioco lampione sospeso alla volta e una lanterna sorda deposta a manritta di Macaruffo, i cui raggi lo illuminavano a mezzo, e venivano riverberati da un mazzo di chiavi, pendentegli dalla cintura, e delle quali si sentiva lo sgarbato tintinnio ad ogni volta che egli desse. Una sentinella passeggiava da capo a fondo, taciturna, facendo dei monotoni passi rimbombare sordamente il concamerato corridojo, poi si fermò accanto al carceriere, e impugnata con ambe le mani l'asta della lancia all'altezza della testa, se ne fece puntello alla persona, alquanto incurvata verso il Bergamasco, al quale drizzò così la parola:
—Compare, la tua cena è parca da senno.
—Pane d'un dì e vino d'un anno (rispondeva l'altro). Ce ne fosse sempre, col caro d'oggidì! Tutto costa un occhio, e nel mestiero si fila sottile. Maledetta sia l'ora e il momento che scelsi questo mestiero! Fare il cane tutto il giorno, ingegnarsi di tormentar più che si può gente che non m'ha offeso per nulla: e in pagamento aver da litigare il pane, e in tasca neppur tanto da far cantare un cieco. Uf!»
E qui tirava un buon fiato di vino, poi, forbendosi la bocca col dorso della sinistra, soggiungeva tentennando il capo:—Se non fosse… se non fosse….
—Ma se tanto ti pesa codesto arrabbiato mestiero, perchè non lasciarlo?» lo interrogava il soldato.
—Lasciarlo, eh? Mi fai ridere, e ho male. Hai un bel dire tu che hai tutta la casa nella valigia. Ma di' su: come si fa allora a mantener la moglie e una nidiata di ragazzi e un'altra di vizietti? E mia madre m'ha fatto qui un osso, che, è inutile, non posso lavorare: mi fa male: sarebbe un accopparmi. Ma che serve darsi delle scese di capo? Cacciamo i fastidj trincando. Mille pensieri non pagano un debito».
E tornava attaccar la bocca alla mezzina, poi ne offriva al soldato con rozzo garbo, dicendogli:—To', camerata, tirane un sorso, chè il vino sbandisce le malinconie».
Quegli prendeva la brocca, ne gustava, o almeno vi poneva le labbra, e, rendendogliela,—Dunque vuol dire che se tu trovassi da vivere altrimenti, lo faresti, eh?
—Se lo farei? e di che voglia! Non so qual altra vita non durerei per abbandonare le chiavi, il nervo, i ceppi, i catenacci e il diavolo che se li porti! Qualunque vita, purchè non fosse quella manifattura del lavorare. Mi terrei di passeggiare tutto il dì nato a far la ronda, come te; andrei fino a Gerusalemme in ginocchio, quand'anche vi fossero cento miglia, perchè, vedi, io son mantello da ogni acqua, purchè si buschino quattrini, e non vi si abbia a mettere la schiena.
—Ma dimmi, se nel tuo mestiero ti cascasse da guadagnare?…
—Guadagnare?… (domandava Macaruffo con ansietà) Guadagnar denari?
—Per esempio… (continuava il soldato) una cinquantina di fiorini d'oro?…»
Il carceriere guardò in faccia all'altro con un'aria di attonita mentecattaggine, poi diede fuori in uno scroscio di riso sgangherato, come chi ne sente una grossa, ed esclamando,—Sì! son lì che covano!» bagnatasi di nuovo la gola, porse il fiasco alla sentinella, dicendogli:—Bacia, bacia questa reliquia, che, a quanto vedo, il cervello ti comincia a ballare la frullana, e così finirai di darvi volta.
—Non do la volta per niente, (ripigliò l'altro, ricusando di bere) ti parlo del miglior senno», e cacciò a mano una borsa di pelle, e svolgendola, fece scintillare allo sguardo del carceriere un bel marsupio di oro. Stupefatto, questi balzò in piedi; di tratto l'occhio suo, luccicante per quel che aveva bevuto, lo divenne ancor più per la maraviglia, e, presa la lanterna, ne fece rimbalzare i raggi sopra quei ruspi, che il soldato gli faceva scorrere davanti per metterlo in maggior succhio; e, col dito teso verso di quelli,—Tu, (esclamava) tu, povero soldato, tanta grazia di Dio? Deh, che mestier grasso è la guerra! Chi più ruba è più bravo. Quello doveva esser il mio pane. Viver di robatura non di limatura. Se però non vi fosse quell'appendice del farsi ammazzare…
—Questi (replicava il soldato con una bizza mal repressa) questi non sono rubati, ma di buon acquisto. E… e se fossero tuoi?
—Se fossero miei? (rispondeva l'altro, sempre col tono dello stupore). Se fossero miei, domanderei se Bergamo è da vendere.
—Ebbene, (continuava l'altro) prima di domattina possono diventare belli e tuoi, e senza una fatica al mondo.
—Che celii?… Ma per guadagnarli, di' su, che s'ha a fare?
—Nient'altro (ripigliava il soldato abbassando viepiù la voce) se non tirar un catenaccio, e lasciar andare di gabbia due uccelli.
—Zt!…» fece il carceriere, premendo la mano sopra la bocca della sentinella. Poi, con un tono serio e profondo,—Che? come? due carcerati? Poffar mio! Camerata, so che tu burli».
Posò ancora in terra la lanterna, borbotton borbottone; si tornò a sedere dinoccolato presso di quella; pensò, vi bevve sopra, e tacque un momento.
Ma i fumi del vino facevano effetto: maggior effetto faceva il bagliore di quei zecchini, il quale, siccome avviene a chi guardò nel sole, era rimasto fitto, indelebile negli occhi a Macaruffo, che in vita sua mai non ne aveva veduto altrettanti. Onde il soldato che, scontento del primo tentativo, non però disperato, avea ripreso il regolare suo passeggiare, ebbe per buon augurio quando, al tornargli appresso, Macaruffo, con voce più di rammarico che di collera, rappiccò il discorso, dicendo:—Ma ti pare? Lasciar fuggire due prigionieri! Domani si cercano: non vi son più.Ehi, Lasagnone, che n'è?—Illustrissimo, io non ne so niente, io; proprio niente, in coscienza. E lui:Fuor camicciuola: mettetelo sulla corda; e dalla corda alla forca. Cu cu! Avrei fatto la pannata al diavolo. I denari va bene, ma la forca! Di me, mia madre non ne fa più.
—Oh certo (soggiunse la sentinella affettando scarso interesse per la cosa); certo, se tu fossi gonzo al segno da lasciarti pigliare. Ma, pareva a me che con cinquanta di tali fratelli in saccoccia, vi fosse a far meglio che cotesta arte.—In quanto? in quattro ore tu sei ai confini; varchi l'Adda, ed eccoti a casa tua, sulle tue montagne, ove voglio chiamar bravi quei che ti verranno a rintracciare. Tu rivedi la moglie, i figliuoli; rizzi casa: prendi figura di galantuomo in paese; fai collottola, e la sguazzi in pace e trionfale».
L'altro teneva le pupille intente senza trar fiato, assorto nelle belle fantasie che quelle parole e quei denari sviluppavano nel suo cervello, come in quello di una fanciulla le prime lusinghe di chi le parli d'amore. Poi, strette le labbra e scotendo il capo, esclamava:—Campare da vivo e ben avere da morto, è pur bella cosa: non dice male, no, costui». Poi si tornava a tacere, a pensare; onde il soldato, che s'accorse di far breccia, rincalzava così:—Ma fai bene: sta a cotesto pane: chè, chi non sa ghermirla, non la merita. Mi ero figurato che a cinquanta di questi, guadagnati in grazia di Dio, tu non dovessi torcer il grifo. Tal sia di te. Questo tesoretto non mi mancherà modo di goderlo, a me. Tu seguita a ugnerti il muso col tuo lardo, e se un bel giorno al signor Luchino salterà la bizzarria di cacciarti fuor dei piedi, e tu, vecchio e impotente a lavorare, colla moglie e coi ragazzi, per Dio! allora dirai: mia colpa».
E facendo sonare la borsa, se la rimise nella fusciacca, e continuò le sue volte innanzi indietro, ostentando più trascuranza quanto la cosa gli stava più a cuore, e più sentivasi combattuto fra la voglia di rompere il muso allo sciocco montanaro, e la necessità di tener buono colui, e di star egli medesimo in cervello.
Tutto questo a Macaruffo pareva un sogno, e si fregava gli occhi, quasi per accertarsi di essere ben desto, e che non fosse, com'egli diceva, uno scherzo del decotto di uva; e in tentenno fra la paura e l'ingordigia, l'andava librando dentro di sè. Alzossi; colle mani alle reni e la faccia curvata, a guisa di un matematico che cerchi la soluzione di un problema, si pose anch'egli a misurare il corridojo con certi passi disuguali, ora celeri, ora rallentati, secondo gli passavano i pensieri. Dapprima andava a ritroso della sentinella; poi, come vide che questi non rompeva il ghiaccio, se gli accostò:
—Ehi, camerata, chi avrebbero ad essere cotesti uccelli da sgabbiare?»
Il soldato, facendo maggiormente il fastidioso perchè capiva prender buona piega la faccenda, rispose:
—Mi piacque! Dal momento che non te ne senti, cosa accade far coteste none? Per iscalzare, eh, poi correre a rifischiarlo? ma ti costerebbe salata!» e spalancando due occhi di fuoco, faceva colla labarda un gesto, del cui significato non si poteva dubitare.
—Chi? io la spia? nemmeno pel doppio oro di quel che hai tu allato. Di', via; non istare sul tirato; toccala su; ho forse detto assoluto che non volessi? parla dunque. Chi sono costoro?»
Il soldato, accostandosi di più a Macaruffo, gli proferì all'orecchio:—Quel signore e quella signora là»; ed accennò le porte, sotto alle quali, uno dall'altra lontano, stavano rinserrati Franciscolo Pusterla e la Margherita.
—Capperi! (esclamò il carceriere) uccelli grossi.
—O grossi o no, cosa fa a te? (ripigliava l'altro). Quando tu sei fuori, tanto monta l'aver liberato costoro, come l'aver lasciato sgattajolare lo spazzaturajo, che fu preso stasera e uscirà domattina. Col divario che quelli,—già chi non muore si rivede,—quelli ti tratteranno in modo che buon per te: il monello, all'incontrario, la prima volta che gli darai nell'ugna ti farà la sassajuola».
Macaruffo ruminava un poco; indi tornava su:—Questa m'entra. Ma in fede mia, il denaro non m'indurrebbe. Credi, se c'è persona per cui farei questo servizio, sarebbe quella signora appunto. È così buona! Io la bistratto, l'aspreggio, che anche Giob rinnegherebbe la pazienza: ed essa mai un lamento; e mi saluta con cortesia, e mi augura bene a me quand'io gliene fo delle crude e delle cotte.
—E poi è innocente (soggiungeva il soldato); innocente come una santa: è una mostruosa iniquità di quell'infame…
—Che innocente o non innocente? (l'interrompeva Macaruffo) I padroni san loro quel che va fatto, e noi dobbiamo obbedire senza cercare il quinto piede nel montone. Se la castiga così il signor Luchino, se le ha tolto fino quei bocconi da paradiso, avrà le sue buone ragioni. E messer quell'altro chi è?
—Suo marito.
—Lo so; ma che cosa ha fatto?
—Niente, al par di lei; com'è vero che son battezzato».
E Macaruffo sogghignando:—Qui dentro tutti ripetono la stessa canzone. Se tu sentissi! ci pare il limbo dei bambini. Ma appunto, anche un bambino egli tiene con sè.
—Sì, suo figliuolo; figliuolo di lor due.
—Ma, vo' dir io, e quello avrebbero a lasciarlo qua?
—No, no: andrà con loro.
—Ma tu hai parlato soltanto di due.
—Oh quest'altro si sottintende: è la giunta soprammercato» diceva con qualche impazienza l'uom d'arme. Ma l'altro:—Che giunta? che soprammercato? non tirarmi fuori altre gretole. Se ha da andarsene anche quello, voglion esser altri quattrini. Dici poco? Tre persone per cinquanta fiorini! Fuori, fuori degli altri; già per quel che ti costano! O ripiega in altro modo: o se non sai, buona notte; il cecino resterà in bujosa.
—Odi, mascalzone (ripigliava il soldato, frenando a stento il parossismo di rabbia): cinquanta fiorini sono qui, (e gli gettava la borsa): pel ragazzo guarda questo». E distendendo la mano sinistra, mostrava in dito un bel diamante. Il carceriere fissandolo, toccandolo, volgendone le brillanti faccette diversamente alla luce, domandava:—È scaglia di bicchieri?»
Il soldato lanciò un potentissimo giuraddio, ed esclamando a tutta voce,—Che tristo ti faccia Iddio! se tu sapessi quant'è prezioso!» andò colle pugna sul viso del malnato, e col calcio della lancia battè per terra con tal forza, che Macaruffo diede un passo indietro, parandosi colle mani spiegate, e dicendo:—Ih ih, che furie! Casca il mondo per così poco?»
L'altro, ricompostosi come chi si frena per necessità, e col nifo di un ragazzo che inghiotte una medicina disgustosa perchè sua madre lo assicura che altrimenti non guarirà, ripigliava:—Questo anello, parola d'onore, val la metà di quei danari e d'avvantaggio. E te lo darò a te in prezzo del figliuolo, al primo uscir loro all'aria aperta».
Qui un gran ricambio dima, dise, di objezioni, di confutazioni; sinchè, per non ve l'allungare, il partito e la fuga e il come e il quando rimasero accordati. Il soldato baciò l'anello, e stette a contemplarlo fiso fiso. Macaruffo, strettagli la mano e detto—Birba chi manca», sdrajatosi di nuovo sull'ammattonato, pieno d'allegrezza e di buon pro ti faccia, al lume della lanterna guardava, pesava, numerava, fiutava persino i fiorini. Tante volte il denaro corruppe per un delitto; allora corrompeva per salvare degli innocenti: corruzione ancora: ma del peccato non deve ricadere la sua parte sopra coloro che strascinano a commetterlo?
Qui però, o lettori, dovete esser curiosi di sapere chi fosse il pietoso, che patteggiava lo scampo di esseri, pei quali, tristo il mio racconto se voi non aveste preso interessamento.
Era Alpinolo. Vi deve ricordare come il lasciammo, in quella funesta sera del 20 giugno 1340, sulla via di Brera, dove consegnò a frà Buonvicino il fanciulletto del Pusterla. Scarico di quel sacro peso, allora primamente rivolse gli occhi sopra sè stesso; e non dubitando di essere anch'egli compreso nel novero dei proscritti, trascinato piuttosto dall'istinto della conservazione che da un calcolo di salvezza, errò di via in via, di porta in porta, e lungo tutta la mal compiuta mura, finchè là verso la rocchetta di porta Romana, dove era un montone di materiali preparati per finire i lavori di questa, trovò modo di uscirne, siccome l'avevano trovato molt'altri dei perseguitati e dei timorosi.
Vedutosi alla campagna, si diede a fuggire in arbitrio di fortuna e secondo il cavallo lo portava, come una cosa pazza. Pur troppo conosceva che immediata cagione di tanto disastro era stato lui medesimo; e per quanto gli paresse non averne colpa più che di una imprudenza, colpa che la coscienza dei giovani così facilmente si perdona; per quanto si industriasse di voltar ogni male a carico dello scellerato Ramengo, pure, se non un atroce rimorso, certo il più disperato furore lo lacerava: bestemmiava tutta la razza umana, quasi fosse complice delle iniquità del suo offensore: ma poi finiva col maledire sè stesso, perchè non avesse mai saputo frenare gl'impeti sconsigliati di gioventù, perchè non avesse imparato mai la virtù che, diceva egli, è somma ed unica nella società, quella di simulare e dissimulare cogli uomini, in cui non vedeva più che ingannatori ed ingannati, che oppressi ed oppressori, che il brutale dominio della forza, o il maligno dell'astuzia.
Ben cercava consolarsi, rassicurarsi almeno, col riflettere a quanto aveva operato per salvezza del Pusterla, all'avere a questo serbato un figlio; che gli facesse conoscere la speranza, che l'attaccasse all'avvenire. Ma, come attribuire lode a sè stesso d'avere in parte medicato una ferita, da lui medesimo aperta?—Non è il Pusterla tuttavia nel forte del pericolo? quando pure gli riesca di camparne, qual vita sarà la sua, esule dalla patria, profugo fra sconosciuti, diviso da ogni suo bene, dalla Margherita?… E questa? Sventurata! sa Dio quante ambasce, quanti patimenti! Ed io son qui, qui in sicurezza?… No, no, si ritorni; dividerò con loro i guaj, di che sono stato o causa od occasione; andrò fuggiasco con lui: lo servirò da fante: gli parlerò della Margherita, gli conterò il mio fallo, diventerò per penitenza il suo schiavo: assisterò almeno alle sue miserie, come fui a parte di sue fortune».
E così, senza dar lena o fiato al suo cavallo, voltava la briglia e si metteva a ritornare verso Milano. Schiariva già l'alba: ed ecco altra gente venire di colà cavalcando. All'incerto crepuscolo li ravvisò: erano altri Milanesi, o colpiti dalla persecuzione, o paurosi di quella, o goffamente vani di mostrarsi perseguitati. Aveano a capo Zurione, fratello di Francesco Pusterla, il quale ravvisato Alpinolo,—Ehi! qual furia? dove si va? verso Milano? indietro, indietro.
—Perchè?» domandò il giovane con piglio fra torvo e smemorato, a guisa di persona destata per forza.
E l'altro:—Come? non sai nulla? tanti arresti…
—Li so pur troppo!» esclamò Alpinolo.
—Tu avevi entratura colla casa nostra; non la camperesti netta. La città è chiusa; drappelli di soldati battono la campagna su tutte le direzioni. Indietro con noi.
—E il signor Franciscolo?» proferì Alpinolo, più per una riflessione sua che per una domanda ad altrui.
—Non si sa: è scappato; lo raggiungeremo.
—La sua signora?
—L'hanno pigliata».
Se sapete come accori l'udirci assicurare da altri di una disgrazia, di cui pure siamo certi, non vi stupirete che Alpinolo, a questi detti, si scotesse da quella specie di sonnambulismo, e urlando, e cacciandosi le mani fra i capelli prorompesse:—Maledetta spia!
—Oh sì (entrava a dire Ottorino Borro). Non può essere stato altri che qualche infame spione. Ma…
—Ma non andrà a Roma a pentirsi», l'interrompevano gli altri in coro; e ruminavano chi potesse esser costui, senza però nè indovinare nè darvi appresso; e giurando di fargliela pagare. Pronta allora come un vendicatore, insistente come un rimorso, affacciavasi ad Alpinolo l'idea del suo peccato: e che colui che maledivano era lui appunto; e perdeva il coraggio di riferire come la cosa fosse passata. Tutti avrebbero inteso la sua colpa; pochi udita, nessuno accettata la scusa.
Persuaso dalle loro istanze, e comprendendo come il suo tornare sarebbe, non solo inutile, ma anche dannoso crescendo i testimonj e le vittime, si accompagnò col Torniello, con Maffino da Besozzo, con Ludovico Crivello e cogli altri foruscenti.
Ma da una parte quei fuggiaschi, per cacciare l'incalzante pensiero di quanto abbandonavano o perdevano, volentieri cercavano ogni occasione di spassarsi. Benchè si trovassero ancora su terre viscontee, la tirannide non faceva sentire il suo maligno influsso così lontano da sè, nè soffocava i buoni frutti della primiera libertà; incontravano cuori amorevoli, gente cortese, ospitale, che gli soccorreva d'ogni loro bisogno, li compativa, ed ajutava come potesse. Deposto quindi ogni timore, cercavano conforti ai casi loro col bagordare sulle bettole, tentare le fanciulle, mescersi ai giuochi nelle borgate dove arrivavano. Del che li disapprovava apertamente chiunque avesse fior di senno, e principalmente Maffino da Besozzo, che ripeteva doversi acquistare credito alla propria causa, e chiarire l'ingiustizia degli oppressori, con un dolore decoroso, col mostrarsi allo straniero degni dell'amore dei buoni e superiori all'odio dei ribaldi. Ma un rabbioso dispetto ne provava Alpinolo, che avrebbe voluto vederli tutti desolati e sempre colla lacrima sugli occhi, l'imprecazione sulle labbra. Anche il loro frequente augurare ogni mala ventura a chi avea cagionato tutto quel disastro, era un martoro insoffribile al giovane, talmente che più non potea vedersi fra loro.
Una mattina, cerca, aspetta, più non trovano Alpinolo.—Ove sarà andato?» uno domandava all'altro, e nessuno sapeva rispondere: onde, persuasi che, per qualcheduna delle sue stravaganze, avesse preso altro partito ai casi suoi, seguitarono la strada, e passarono in terre sicure.
Imperocchè quello sminuzzamento d'Italia, che sempre di tanto pregiudizio riuscì al suo politico ordinamento, di qualche vantaggio tornava a chi fosse costretto sottrarsi alle persecuzioni, offrendogli a pochi passi dalla patria un asilo, salvo almeno dalla prima furia, e sinchè il persecutore non avesse tempo di preparargli insidie anche colà.
Alpinolo, scostatosi da loro con orribili pensieri per la testa, si avviò lunghesso il Po, verso i luoghi dove avea passato la sua prima fanciullezza. Quante care immagini gli destava in mente il rivedere quei luoghi! immagini placide, serene, come son quelle dei primi anni: trastulli puerili; quiete cure attorno a colui che chiamava padre, ajutando a distender le nasse, a mettere giù le insidie ai pesci, a cercare vermicciuoli da infilare su la lenza: immagini a cui aggiungeva una solennità profonda il bujo della notte che tutt'intorno taceva, e che formavano, deh quale contrapposto collo stato presente di lui, or che tornava reo di tanta colpa, abbominevole altrui, esecrabile a sè stesso.
Quali accoglienze avesse alla capanna dei mugnaj lo udiste già raccontare da Maso a Ramengo. In quel piccolissimo mondo era stato un grande avvenimento la partenza di Alpinolo, era un grandissimo il suo ritorno; onde tutti, Alpinolo qua, Alpinolo là; e la gioja e le carezze loro e fin il tripudio del cagnuolo, avrebbero imbalsamato l'animo di esso, ove meno profonda ne fosse stata la piaga. Egli, traendo tutto a suo tormento,—Ecco! (diceva) qui tanto tripudio pel mio ritorno; tanto disgusto quando scomparirò: e laggiù in quella fogna di città, spariscono a quel modo tante persone e tali, e pochi lo sanno, e meno se n'accorano. O gente, gente! Davvero somigliante all'erbe, che una per una sono fresche e verdi, ammucchiate fermentano e imputridiscono».
Abbiamo già detto altrove siccome colà lasciasse il cavallo, i denari, e fin quell'anello che teneva caro sopra ogni cosa, come unica eredità e memoria de' suoi genitori, e che a sè stesso avea giurato di non levarsi di dito se non per l'ultima cosa di questo mondo. E per l'ultima credeva egli in fatto abbandonarla, giacchè il suo divisamento era di uccidersi, per finire a questo modo gli spasimi della sua delirante volontà.
Con tale proposito, scese al margine del fiume, colà appunto ove gli narravano che la prima volta avea preso spiaggia semivivo con sua madre: e dove poi cresciuto, avea piantato una croce sopra il cadavere di essa, educandovi fiori all'intorno. Ora i fiori erano appassiti; la croce stessa, battuta dal vento, era crollata. Con mortale scoraggiamento stette a contemplarla Alpinolo, poi affissossi al fiume, coll'occhio cristallino e incantato d'uomo senza speranza, e proruppe:—Deh perchè non mi diede sepoltura quando appena nato m'accolse? Almeno sarei morto innocente e senza tanto peso d'affanni… e di colpe; senza conoscere gli uomini… in grembo a mia madre! Oh madre, madre mia! Aver una madre, un padre, qual consolazione in terra maggiore di questa? Ah! ella è morta, e chi sa quanto sofferse. Ma mio padre… perchè nol vedo, nol conosco, non gli parlo una volta? una volta almeno non posso dirgli, Padre mio? Oh questo solo basterebbe a innondare di dolcezza una vita, di cui non ho assaporato che il fiele. Mio Dio! se siete in cielo, se ascoltate il pregare degli uomini, fatemi vedere una volta mio padre; un solo momento, e di più non vi chiedo.—Ma… che importa a me di mio padre? che m'importa di nessuna cosa terrena? Tutto è finito. Quest'acqua, ecco il mio rimedio e la mia speranza: mi fu culla, mi sia tomba. Fra un momento si avvolgerà sopra il mio capo, ed avrà spento quest'incendio.—Addio!»
Volgevasi a dare un'estrema occhiata al rozzo casolare dei quieti mugnaj.—Fossi almeno figliuolo di quelli! Avrei padre e madre. Scarso di speranze e di patimenti, stando al bene e al male con loro, sarei vissuto della vita oscura e vegetativa degli operosi, che nascono e muojono ignorati dal mondo che nutriscono. Povera gente! così buoni! Il cavallo e i denari miei li rifacciano delle spese per me sostenute… Ecco! ho imparato anch'io dal mondo a credere che tutto si compensi a denaro, a rispondere denaro ove si domanda sentimento e cuore. Deh almeno ignorino per sempre la mia fine».
Disse, e si slanciò nel fiume.—O giovani! a tale passo lo strascinava qual altra cosa se non l'imprudenza?
Nessuno lo vide, eccetto il fido cagnuolo, che si pose ad urlare, a guajolare, correndo e ricorrendo dal mulino fino alla riva: l'acqua si chiuse sopra di lui, poi trasportatolo assai più in giù dal luogo ove erasi tuffato, lo risospinse a galla fra un istante. Ma quell'istante avea fatto risorgere in Alpinolo l'amore della vita e una risoluzione istintiva di trarsi in salvo. Espertissimo nel nuoto, ben presto si ridusse all'altra riva, dove spossato si gettò sulla ghiaja, flagellata dalle onde; ed un sopore di stanchezza, somigliante al sonno, lo prese. Quando l'anima tornò agli uffizj suoi, era pentito del tentato suicidio.—Perchè dare altrui il gusto di avere una vittima di più, un nemico di meno? E quanto al castigare me stesso, il morire che è mai? Un momento. Il peggio è vivere: qui sta la forza, qui il coraggio: non nella viltà di sottrarsi a un peso che ci aggrava…. Ed io vivrò, vivrò pel mio tormento, ma anche per la punizione di quello scellerato».
Così rasciutti al sol di luglio i panni, unico avere rimastogli, per trovare come pascersi, su quelle prime si allogò presso un contadino, aiutandolo nei sudati stenti della segatura. Con due braccia di quella forza e una tal pertinacia di volontà, era presso a tutti il benvenuto. Già udimmo annunziare come si fosse imposto il castigo di non profferire sillaba per sei mesi, nè occorre vi dica se egli l'osservasse a puntino, e se questo il facesse più caro ai villani, sì per compassione di uno sgraziato muto, sì perchè non perdeva tempo nel chiaccolare. Così mise il collo sotto, tirando la vita l'un dì per l'altro, finchè l'ottobre terminò i lavori campestri: ed egli, ajutandosi alla meglio, riprese la via, tanto che si avvenne in altri profughi lombardi, i quali lo tolsero seco, e non sapendosi spiegare quest'improvvisa infermità di lui, lo rimisero in assetto di panni, e il tramutarono a Pisa. Quivi a suo tempo ricuperò la favella con meraviglia di tutti, e senza che mai ne spiegasse la cagione. Già ne fu narrato come a Pisa succedesse il suo incontro con Ramengo, e come questo gli sfuggisse. Tristo e peggio contento che mai fosse, Alpinolo per tutti i giorni successivi non si diede pace, ricercandolo in ogni canto, appostandolo su tutte le vie: ogni giorno più volte ritornava alla bettola d'Acquevino a ricercarne: ma questo gli rispondeva:—Cosa credete, che Pisa sia un orto? bisognava mettergli un grano di sale sulla coda». In fatto Ramengo gli sfuggì pur troppo, ed egli si rimase col suo farnetico.
Ma sebbene quella città si governasse liberamente, e desse ricetto a questi e ad altri dei tanti che si sottraevano ai tirannelli, sorti in ogni paese d'Italia, non è però che vi fossero i ben veduti. Da antico, in cuore di questi poveri Italiani sono radicati orribili rancori fraterni, che fanno riguardare come straniero chiunque nacque di là dal monte o dal fiume ond'è circoscritto quel palmo di terra che chiamano la patria: rancori che li fecero più ingordi della vendetta che gelosi della sicurezza; ostinati a volere schiavi pericolosi coloro che avrebbero potuto provare fedeli e soccorrevoli amici; e che li spinsero a disputarsi a vicenda un dominio ed una libertà che non doveva a nessuno toccare. Se poi, da una parte l'esule eccita a compassione i generosi, dall'altra gli animi vulgari (e il vulgo è più numeroso che non si creda), avvezzi a confondere la forza col diritto, la vittoria colla giustizia, lo riguardano con un occhio, se non disprezzante, almeno ombroso, quasi un irrequieto che, se non seppe trovarsi bene in patria, amico a' suoi compaesani, peggio il potrà in terra forestiera.
Questo esacerbava ai nostri profughi la loro situazione: talchè, segregati da quasi tutti i cittadini di colà, si adunavano fra di loro, e massime le sere nell'alberghetto di Acquevino; ove, discorrendo col dialetto nativo, trovandosi fra visi tutti conosciuti, cantando le patrie canzoni, ragionando gl'interessi della terra natale, facevano illusione a sè medesimi, quasi ancora calcassero quel suolo che ambivano tanto.
L'ostiere li veniva accarezzando, e persuadendo a smettere gli impetuosi loro disegni,—Fate a mio consiglio, non c'è anche in Toscana buon'aria, bel vivere, liete campagne, squisito vino e cortesi donne? Perchè bramate miglior pane che di frumento? Godete la vita e la gioventù». Ma essi ne beffavano i codardi pareri, e confondendo l'iroso desiderio colla speranza, tramavano le guise di ricuperare la patria e di migliorarla, senza mettervi però nè la pazienza, unica operatrice degli stabili mutamenti, nè un giusto calcolo delle difficoltà che poi sono rivelate dal primo accingersi all'opera.
Scarse (già molte occasioni avemmo di ripeterlo) erano le comunicazioni fra gli Stati, non occorrevano gazzette che, spacciando il falso ed alterando il vero, servissero agli interessi delle fazioni; e se Pisa pei tanti negozj poteva, più d'ogni altra città d'Italia, cioè del mondo, ricevere e trasmettere notizie, queste però arrivavano ricise e in ombra nelle lettere dei mercanti, dei quali era costume non dare mai nè derrate senza giunta, nè novelle senza frangia. Ciò appunto apriva più vasto campo alle immaginazioni concitate, che sopra un motto, un cenno, ergevano i più superbi edifizj, cui la prima aria mandava in fumo, siccome il bel fenomeno della fata morgana.
Tra quei rifuggiti, molti n'avea di buona fede, che disinteressantemente amavano la patria, ricordavano i passi che aveva fatto mentre si governava a comune, e vagheggiavano la gloria di renderla a quel franco stato, durante il quale tanto era progredita. E per l'abitudine, tanto più naturale all'uomo quanto è più giovane e sincero, di supporre in altrui i proprj sentimenti, credevano che i compagni della sventura e del servaggio fossero anche compagni d'affetti e di pensieri; e che per via di ragioni si potrebbe, non che Milano, tutta Lombardia ridurre concorde nel non tollerare un'ingiusta oppressione. E a dimostrarla ingiusta ricorrevano alla storia,—fievole voce dove tuonano altre più robuste; e ricordavano i tempi della Lega Lombarda, e l'ultimo atto ove i nostri aveano espresso la loro volontà, cioè la pace di Costanza; ne sognavano il rinnovamento, e una federazione che resuscitasse la penisola a nuove sorti gloriose.
Capo di questi che, comunque passionatamente, pure ragionavano, era Maffino da Besozzo, quel che, ancora in patria, vedemmo come fosse accusato di freddo, di moderato, di troppo cristiano.
Pover'omo! balzato nella sventura, ridotto a vedere sempre in opposizione i diritti col fatto, la giustizia coll'esito, fu tratto al sepolcro da una malattia endemica tra i forusciti, e che i medici non seppero battezzare, perchè nei loro cataloghi non hanno classificato il crepacuore.
Altri operavano ad impeto e per vendetta: credevano legittima qualunque via per ottenere il vantaggio della patria; esageravano, e per sino fingevano i torti privati e i comuni; i disastri cagionati al paese da Luchino: torti e disastri che credevano fin troppi per sollevare, al primo invito, tutta Lombardia contro dei Visconti; ottenere il favore degli altri popoli in nome dell'umanità; e determinare l'imperatore a sposare la causa dei molti deboli infelici contro un solo prepotente fortunato.
Questi conoscevano l'uomo!
I pochi poi, meglio astuti degli uni e degli altri, che volevano raggirare la cosa secondo i loro fini e verso i proprj intenti, applaudivano alle valenterie dei secondi; fiancheggiavano le ragioni dei primi, e mostrandosi zelantissimi della libertà, e d'intelligenza coi ben pensanti d'ogni paese, venivasi acquistando sopra i forusciti un'autorità, che, qualora se ne presentasse il destro, avrebbero adoperata poco meglio di coloro cui miravano a spodestare. A questi si conveniva la divisa di tutti i rivoluzionarj ambiziosi: «Esci di là, che ci voglio entrar io». Mi dispiace a dire che i più frugatori tra questi erano Zurione Pusterla ed Aurigino Muralto, che dal vinto Locarno erasi qui pure rifuggito, e che vi ricorda qual tristo servigio rendesse al nostro Francesco.
A quali appartenesse Alpinolo è mestieri ch'io ve lo dica? ma la fierezza spensierata ch'egli dimostrò nell'incontro con Ramengo, fece conoscere agli ambiziosi come costui potesse divenire stromento opportuno a qualsivoglia colpo arrischiato: onde posero ogni artifizio ad ingannarlo sul vero stato degli affari, esagerando il malcontento dei Lombardi, le speranze, le intelligenze, le forze congiurate.
Scorso il primo inverno fra progetti, fra ordire macchinazioni e dilatarle in Milano e negli altri Stati, coll'aprirsi della primavera aumentarono le speranze dei nostri forusciti. Nè crediate che avessero trovato qualche miglior modo ai loro disegni: ma è uno dei fatti più accertati (ne diano poi la ragione i fisiologi) che il ringiovanirsi della stagione veniva e viene riguardato dai desiderosi di novità come apportatore del compimento dei loro voti. Onde, nel mentre ai moderati le circostanze parevano o sfavorevoli o disopportune, e predicavano doversi aspettare l'occasione sicura, perchè un tentativo fallito è un puntello al potere minacciato, gli impetuosi li tacciavano di vigliacchi, di rémore, d'invecchiati.
—Mentre l'erba cresce, il caval muore (esclamava Ottorino Borro). L'occasione, se da sè è lenta a venire, bisogna farla nascere. Non è già tutto disposto?
—Tutto (rispondeva il Muralto). Per messi, per lettere, da ogni parte io sono stimolato. È un fremito universale… non vedono quell'ora di menar le mani. In tutti i quartieri di Milano c'è combriccole dei nostri: nostri sono i caporioni delle altre città: Guglielmo Bruciato di Novara, Simone da Colobiano in Vercelli; in Cremona Venturino Benzone….
—Passerino Bonacossi di Mantova (l'interrompeva Zurione Pusterla) e ilLanzavecchia d'Este, ecco, mi scrivono delle gagliarde pratiche che hannoin piedi con Guglielmo Cavalcabo di Cremona, con Giovanni e Simon daCoreggio e con Brandaligi de' Gozzadini di Bologna».
E il Muralto soggiungeva:—Per Franchino Rusca di Como, Castellino Beccaria pavese, e i Tornielli di Novara, e i Vestarini di Lodi, un segno appena, e sono assicurato che, a vedere e non vedere, metteranno in piedi altrettanti eserciti.
—Ma in che anni?…» domandava Caccino Ponzone da Cremona. E Bellino della Pietrasanta gli rispondeva:—Uh! gli anni son fatti per le prigioni. Il povero Maffino da Besozzo, ripeteva che le nespole maturano solo col tempo e colla paglia. Non siamo neanche a tiro. Vuolsi aspettare il momento favorevole, e coglierlo al volo.
—No, no, (ripigliava Zurione) non aspettare: tener tutto in pronto, perchè occasioni può nascerne una come cento.
—E quali sarebbero?
—Eh! si va a Roma per più strade. Se, per esempio, ai Visconti rompesse guerra il papa…
—Il papa? (saltava su Ottormo Borro). Ma se non sa predicare che pace, se non sa cercare che concordia.
—E se fosse vero quel che ci disse quel milanese il giorno della festa diPonte, che Mastino della Scala…
—Quello era uomo da credergli!…» così il Pietrasanta interrompeva Aurigino; ma più violentemente l'interrompeva Alpinolo, mandando tutte le pesti e tutte le saette addosso all'esecrato Ramengo. Poi, come si fu racchetato un po' il bollore episodico, suscitato da quel nome e da quell'idea, Zurione ripigliava:
—L'occasione però meglio opportuna sarebbe se il signor Luchino morisse.
—A questa ci si ha da venire senza fallo! ma Dio sa quando!» esclamavaLodovico Crivello.
—È ben vero (seguitava il Pusterla) che la si potrebbe accelerare…
—Un buon veleno, eh?» arrischiossi a dire il Ponzone.
—Sì, (rifletteva il Pietrasanta) ma chi deve essere quel muso che glielo mesca? Cinto di cagnotti, non accosta al labbro un cibo che non gli abbiano fatto la credenza gli scalchi.
—Ma, (tornava su il Ponzone) da un coltello vo' veder io chi gli faccia la credenza.
—Oh sì, un coltello (parlava l'impetuoso Ottorino Borro). Quand'io feci il passaggio oltremare intesi come nella Siria viva un gran principe;—lo chiamavano il Veglio della Montagna—e tiene ai suoi cenni uno stuolo di bravi, devoti a ogni prova, che han nome gli Assassini. Vuole egli disfarsi di qualche nemico? castigare un oppressore? dice a un Assassino:—Va e ammazzalo». L'Assassino va e va, gira l'Asia, gira la cristianità, finchè lo trova. Trovatolo, se gli inchioda ai fianchi, sinchè viene il bello. Allora gli pianta un pugnale attossicato nel cuore, e con un altro uccide sè stesso».
Applaudivano quei focosi al racconto, alla risoluzione, alla fedeltà; e Zurione, commentando diceva:—E che?… mancherà chi voglia fare, per salvezza della patria, quel che altri fanno per superstiziosa obbedienza? Tanti si tolgono da sè la vita per fuggire un momentaneo dispiacere, e nessuno vi sarà che abbia una colpa da tergere, un fallo da riparare coll'avventurare così santamente la sua? O il colpo riesce, e sopravvive, quanta universale riconoscenza! se perisce, qual dolce riposare sotterra, fra il compianto generale, con una fama perenne, agguagliato a quei generosi Armodio e Bruto, e altri eroi che liberarono il mondo da simili pesti!
Divampava, a tale discorso, Alpinolo; e considerando sè stesso come causa di tanti mali, lo credeva diretto proprio e unicamente a sè. Nè in tutto apponevasi al falso, poichè il demagogo aveva fatto disegno sulla vita di quel giovane ardimentoso, il quale, già da un pezzo sitibondo di sangue, trascinato dalla forza prepotente di un pensiero abituale, ora più non frenandosi, si fece avanti, e battendo il pugno sulla tavola, gridò:—Io sarò quello!»
Una concorde acclamazione lo saldò nel suo proposito. Milano è città grande e popolosa: la barba cresciuta sul giovane volto di Alpinolo, e coltivata al modo che solevano i soldati, le chiome in altra guisa composte, un abito diverso e divisato gli davano fiducia di rimanervi sconosciuto. Giusto in quei dì era corsa voce che il signor Luchino soldava truppe; poichè, non essendovi allora eserciti stanziali nè una fittizia necessità avendo giustificato il martirio di due milioni di Europei, condannati a patimenti e disagi per tener le nazioni una in soggezione all'altra, aveano i tirannelli compreso che, per acquistare e conservare il potere sgradito, unico spediente era il circondarsi di truppe mercenarie, pronte a ogni cenno, a scannare quelli che essi chiamavano loro figliuoli.
Luchino, ridotto, come tutti gli oppressori, a minacciare tremando, con titolo di dare riposo ai cittadini, gli aveva disarmati: ma i molti insofferenti alla vita tranquilla e i Giorgi, sottrattisi al rigore del capitano di giustizia, o in grosse bande o sparpagliati, mantenevano la guerra a minuto, infestando le strade, e fin le borgate assalivano e saccheggiavano. Che pensò dunque Luchino? Gli invitò a sè, promettendo stipendiarne il valore. Così soggettati a militare disciplina, poteva agevolmente tenerli in freno e a ogni suo volere; essi a vicenda trovavano comodo peso la milizia, che porgeva occasioni di rubare e soperchiare impunemente, senza i disagi del vivere in boscaglia. Accettavan dunque il partito, e seguitavano a frotte i pifferi che andavano in volta a reclutarli; poi, sotto il comando di Sfolcada Melik, divenivano guardiani dei luoghi che prima solevano infestare.
Fra questi fece disegno d'arrolarsi Alpinolo, confidando gli verrebbe il destro di trovarsi vicino al principe,—Alla prima occasione (diceva esso ai compagni d'esilio) io lo assalgo….
—E non lasciarlo nemmen confessare. Vada al diavolo eternamente», soggiunse il Muralto. Esso, con occhi di bragia, proseguiva:—Così potessi col colpo istesso finir qualche altro!… Poi…
—E poi (l'interrompevano i consorti) corri per le vie con quel pugnale fumante alla mano: il popolo ti trae dietro esultando; la patria è salvata dalle sue branche, e il tuo nome immortale».
Se quelli che così dicevano parlassero persuasi e di cuore è bene non cercarlo: ma Alpinolo, convinto che tutti partecipassero all'ardore suo istesso, non era cosa che non si promettesse.—Ma, alla peggio, (diceva) so come si fa a morire».
Con tal proposito rientrò in Lombardia, ben provvisto a denaro.
Non volle scostarsi dal Po senza visitare anco una volta il mulino dei suoi educatori. Travisato, e in quell'arnese, a pena in sulle prime il riconobbero: fin il cagnuolo gli abbajò contro, come a un paltoniero, ma quando il ravvisarono, che gioja per quella buona gente, per Maso, e per la Nena principalmente, nel vederlo tornare dopo che non era male che non ne avessero temuto! La loro contentezza toccava nel più vivo l'anima affettuosa e passionata di Alpinolo; rifletteva:—Se è tanta, in persone non legate a me se non dai benefizj fattimi, quanta sarebbe se fossero i miei veri genitori?.. come tripudierei se una volta raggiungessi quella somma delle felicità, da me immaginata, di poter trovare il padre mio!»
Per la prima cosa ridomandò dai mulinaj quello che di carissimo avea loro dato in serbo: le lettere di sua madre e l'anello. Non sapevano essi come esporgli la cosa, e finalmente, mortificati, a ritaglio, supplendo l'uno quando mancava all'altro la parola, gli narrarono quel ch'era accaduto coll'ignoto signore, e lo sperpero delle lettere, e le smanie mai più vedute. Quali imprecazioni non avventò Alpinolo contro colui che aveva trassinato così sacri pegni! ma quando gli fu pôrto il diamante, quasi gli venisse restituito un figliuolo da gran tempo perduto, si attutì, lo premette contro le labbra, e più di una grossa lagrima gli cadde su quell'unica memoria dei suoi genitori. Andò a prostrarsi sulla zolla che copriva sua madre, ne ravviò i fiori d'attorno, indi prese congedo.
—Ora non sarai di tornata fin Dio sa quando! (gli diceva la Nena). Io sono vecchia: un'altra volta non mi troverai più. Ricordati sempre di me nelle tue orazioni.
—Non parlargli di malinconie (soggiungeva Maso). Io ho girato il mondo, e so che le montagne stanno a posto, ma gli uomini s'incontrano. Ci rivedremo, n'è vero, signor Alpinolo?
—Sì, (rispondeva questo) forse più presto che non pensiate, e in tutt'altro aspetto.
—E di buon umore», ripigliava la Nena.
—E carico di onori e di ricchezze», aggiungeva Maso, il quale, pratico del mondo, sapeva in che consistano le sue felicità.
Alpinolo se n'andò; raggiunse un drappello di quelle cerne ed entrò con esse in Lombardia. Eran costoro feccia di gente come chiunque fa mercato del proprio sangue; ai più, da un sucido stracciume trasparivano le carni sporche e abbronzite; molti ancora avevano manco un occhio o una mano, perchè come ladri avevano già subita la pena degli statuti di Milano, che infliggevano, pel primo furto, la perdita di un occhio; pel secondo, l'amputazione della mano; pel terzo la forca; ma sozzi, storpi, ladri, servivano ugualmente ai fini di Luchino.
Nè avvicinandosi ai luoghi di sue giovanili memorie esultava l'animo di Alpinolo; anzi, con una scontenta maraviglia, con un iracondo stupore, vedeva come, nonostante i guaj della tirannide, i contadini seguitassero, tranquilli, ai lavori; i trafficanti, al commercio; i padri, alle faccende casalinghe; egli ch'erasi immaginato dappertutto sconforti e desolazioni, che pietà fosse il vederli; e che fin la terra fin l'aria sfruttata, immalsanita, dovessero partecipare al duolo e all'onta del servaggio. Quando poi dai casali e dalle borgate traevano, come si fa, a guardare quella frotta di soldati, e dietro e a paro di loro marciavano i fanciulli, misurando il passo secondo la cadenza dei pifferi, il cuore faceva sangue ad Alpinolo, sembrandogli che avrebbero tutti dovuto riguardar con orrore quegli artefici di loro catene.
Ma, (diceva tra sè), non è che vulgo ignorante e materiale. In città, oh, in città sarà tutt'altro andare».
E in città fece la sua entrata fra un centinaio di quella soldataglia, e colà pure la plebe a riguardare le nuove reclute, e chiamarsi l'un l'altro, e mostrarsele, spensierati come la pecora quando vede arrotare il ferro destinato a scannarla. Intanto su per le piazze cerretani e saltimbanchi mantenevano nel vulgo quell'allegria, che tanto piaceva a Luchino; i signori, in una attività inoperosa, passavano i giorni fra risa e motti e festeggiar compagnevole; le botteghe, non che fiorire come prima, erano cresciute in numero e in appariscenza; stabilite tessiture d'oro, d'argento, di seta; introdotte bellissime razze di cavalli e di cani da caccia; il vino, migliorato coll'innestare la vernaccia sulle viti nostrali, moltiplicava le ubbriachezze popolari e la patrizia festività;ganzerresul Ticino e sul Po, mettevano Milano in comunicazione cogli altri paesi, talchè, non di una città, ma aveva aspetto di una intera provincia, dove argento, oro, perle, larghissime balzane, sfoggiavan le donne sui vestimenti; nelle case cibi squisiti, bevande prelibate e forestiere, e ogni guisa di delicatura.
Questo fenomeno riusciva inesplicabile ad Alpinolo, il quale ignorava come ripiglino fiore le terre confortate di pace e di sicurezza; e come alla prosperità materiale si fossero vôlte interamente le classi medie, dopo che il governo di un solo le dispensava dal dover necessariamente pigliare parte alle fazioni interne e alle guerre esteriori. Quei principotti poi, mentre calcavano i ricchi e chi faceva ombra, favoreggiavano la moltitudine; avevano gara tra sè, non meno in magnificenza di Corte e di apparati, che in prosperità e ricchezza dei piccoli loro Stati; poco o nulla si impacciavano nelle particolarità dell'industria e del commercio, abbandonandoli all'operosità di ciascuno e all'emula concorrenza; onde, nel mentre coll'avarizia, colla libidine, coll'invidia, colle personalità tormentavan chi stava a loro vicino, lasciavan godere agli altri i comodi della primitiva libertà, senza le agitazioni di essa.
Soltanto l'eccesso della politica depravazione rovina a bella posta il traffico e la cultura di un paese per fiaccarlo: soltanto più tardi sentì la Lombardia la silenziosa oppressione di governi che, senza individualmente uccider nessuno, dissanguavano l'intera nazione. Potrebbero i primi paragonarsi ai flagelli, che tratto tratto desolano un paese: guerre, turbini, contagi, poi cessano, e lo lasciano rifarsi; gli ultimi, ai miasmi che corrompono l'aria, e che, senza parere, moltiplicano vittime alla sorda, ma continuamente.
Chi però ha fiore di sentimento, pensi quanto atroce penitenza si fosse imposta Alpinolo in quell'ostinato suo intento. Tra una marmaglia spregevole e spregiata, dipendente dal brutale comando del connestabile Sfolcada Melik, vivere ancora, passeggiare per quella città che in sì diverso aspetto lo aveva veduto; che in ogni luogo gli ridestava tante memorie; che vie più aveva cara dopo costretto ad abbandonarla: vivervi come uno straniero, come un ministro della tirannia; e non potere mai con veruno manifestare le commozioni di un cuore convulso. Mirava le case ove già soleva essere il ben accolto e passare le gaje serate: ora stavano chiuse per lui. Imbattevasi talora in alcuno degli amici, con cui tante volte avea comunicato timori e speranze, ragionato del presente, dell'avvenire, che gli avevano promesso ogni poter loro per la causa del bene; ora tacevano, obbedivano. Scorreva ancora per la via degli Spadari: Malfilioccio della Cochirola non v'era più, chè, a forza di rimpiangere i tempi passati, era ito ad acculacciare la pietra: ma tutti gli altri lavoravano come e più che prima; lavoravano (pensava Alpinolo) le armi dei proprj padroni, le punte contro i proprj petti. S'incontrò qualche volta anche nel Basabelletta: cauto e coll'acqua in bocca costui tirava lungo le pareti, contento d'averla scampata, nè più brigandosi di leggere sul libro dei ricchi e dei potenti. Passava Alpinolo dal palazzo dei Pusterla, vuoto degli antichi padroni, ed abitato dal capitano di giustizia Lucio;—un Lucio sostituito a Franciscolo, alla celeste Margherita!
Le persone da questa beneficate se la saranno certo ricordata, se la ricordava la fanciulla di Santa Eufemia, per lei campata dal disonore: ma i poveri, gli infelici, i disuniti cosa altro possono che amare? Spesso in un chiassuolo, sur una piazzetta, Alpinolo scorgeva otto o dieci giovani, stretti a colloquio animato, confidente, misterioso: il cuore gli diceva di che parlottassero; tanto più che, quando s'accostava lui, con quella divisa in dosso, li vedeva o disperdersi timorosi, o non dissimulare con atti e con motti lo spregio verso chi aveva venduto il suo sangue per ribadire le loro catene. Come l'animo di lui si struggesse sotto quella lenta tortura, io non farò prova di descriverlo. Fu per soccombere delle volte assai, e fuggire;—ma rimeditava il suo fallo, e gli pareva che ad espiarlo fosse scarso qualunque inferno.
Fatalità! certe anime robuste, nate fatte ad ogni gran cosa, capaci de' più ostinati sacrifizj, delle più magnanime risoluzioni, quante volte si vedono andar traviate, e svaporare quella vampa in null'altro che il rendere infelici sè ed altrui, perchè all'impeto della volontà non è proporzionata la ragionevolezza: perchè conoscono ogni eroismo fuor quello della pazienza.
Così spasimava Alpinolo quando stava scevro e solitario dagli altri; quando era accompagnato, seppelliva dentro il suo dolore; obbediva come un automa ai cenni dei caporali, per quanto se ne facesse schifo; mescevasi alle gozzoviglie de' suoi commilitoni, a trar sulle carte, a sbalzare dadi, ove, ad onta delle severe proibizioni del principe, biscazzavano il loro guadagno; pagava ad essi il fiasco, lasciavasi spillare il suo, tanto per farseli amici: onde tutti «Quattrodita» di qua; «Quattrodita» di là: unico nome col quale il conoscessero.
Ma il vino, che nelle orgie nauseabonde tracannava di brigata, tornava in tanto veleno a quel dispettoso; e al vedere una ruga sdegnosa che tratto tratto gli solcava la fronte, e ne alterava il baldanzoso raggio giovanile, era facile accorgersi come quella fosse una testa pensante, fra tutte l'altre impassibili e macchinali. E nel bel mezzo di loro, mentre in apparenza alternava con essi i brindisi e lo sguajato motteggiare, concentravasi in sè stesso, e fremeva e si stomacava del dover vivere confuso tra quella schiuma di ribaldi, che per mestiero, diceva, oggi custodiscono l'assassino, domani il martire generoso; oggi difendono una vita insidiata, domani ne spengono mille; oggi scannano il nemico, domani il camerata; e sotto la divisa che si chiama del prode velano la massima della viltà, un'obbedienza irriflessiva sino al delitto, ai voleri di colui che ne forzò la volontà.
Fu alcuna volta che si arrischiò a gettare fra di loro alcune lontane parole di emancipazione, di libertà; pei più era un parlar di colori a ciechi: i pochi che lo intesero gli chiedevano che pazzo gli toccasse di desiderare di meglio? non era libertà la loro di aver da mangiare e bere e fare stare gli altri?
Alpinolo davasi premura di assentire a dottrine così antiche, e rodendo il freno, capiva la necessità di non far conto che sopra sè stesso per l'adempimento de' suoi disegni.
Non gli era riuscito difficile accostarsi a Luchino. Quando il Visconti si presentava spettacolo ad un popolo che opprimeva e disprezzava, credevasi sicuro perchè cinto di guardie: eppure fra queste n'era una, il cui unico pensiero era d'ammazzarlo. Alpinolo, in fatti, dominato da quell'idea, tratto tratto divampava in viso, e negli occhi, sporgeva sino la mano al pugnale: pure il trovarsi circondato da pronti nemici, e, quel che più gli pesava, da incerti fautori, lo smoveva dal proposito di sangue. Allora poi che gli veniva un bel destro di scannare Luchino, e forse porre in salvo sè stesso, quello che prima gli era parsa una giusta vendetta, anzi un fatto glorioso, gli si presentava come un delitto: spingevasi innanzi, poi si ritraeva sgomentato, perchè la coscienza con voce imperiosa gli diceva,No. Di questo provava dispetto e vergogna come d'una fiacchezza, d'una viltà, d'un perfidiare alla parola data a sè stesso: e nei momenti di passione tentava conficcarsi nel suo proponimento, e rinvigorire la volontà con ragioni, con superstizioni, con distillare le colpe altrui e il proprio livore. Stava mezzo un dì appoggiato su quel canto del Broletto nuovo, dove erasi lasciato tradire da Ramengo: ore ed ore teneva gli occhi fissi sovra la porta dei Pusterla, donde avea veduto strascinar fuori la Margherita; andò alla Madonna di S. Celso, che in quegli anni appunto aveva cominciato a diventar celebre per miracoli; e con un fervore intenso, ma distratto ed irrequieto, ben altro da quello di chi prega la giustizia ed ottiene la pace, supplicò nostra Donna:—Datemi forza per uccidere il nemico del pubblico bene e di quella santa che tanto v'imitò. Se me ne fate la grazia, voglio andare pellegrino armato a Nazaret, e non tornare finchè io non abbia ucciso mille di quegli infedeli, che negano culto al vostro santo nome».
Da questa insana preghiera, da quel voto di vendetta fatto alla Madre di misericordia, credette egli d'avere attinto nuovo vigore, e pochi giorni dopo parve gliene nascesse favorevole occasione. Era di guardia ad un gabinetto di piacere, posto in mezzo ad artificioso boschetto nel parco di Belgiojoso, delizia dei Visconti; e guardando attraverso al graticolato della gelosia, che vi lasciava liberamente circolare l'aria, vide Luchino che, rinvolto nel mantello, vi si era addormentato: addormentato solo, coi due mastini al piede, che dormivano anch'essi. Alpinolo rinnovò il suo voto, accostossi, brandì il pugnale, l'innalzò sul capo del tiranno, esclamò dentro di sè:—Cane! non ti ridesti più fino al giorno del giudizio».
Il giorno del giudizio!
Questa idea se gli attraversò come una sbarra che, gittata fra' violenti passi d'un furibondo, lo fa cadere per terra.—Il giorno del giudizio! Dunque e lui ed io avremo a trovarci un dì al cospetto di un giudice comune: Anche Luchino potrà a quel tribunale aver torto.—Ed io? dovrei mostrare, io, la mano lordata d'un assassinio?»
Simile pensiero gli rattenne il colpo, sventò in un minuto la risoluzione maturata per un anno; e cautamente indietreggiava per uscire, ma non potè fare così cheto, che non risvegliasse i cani. Balzano questi abbajando: Luchino stesso destasi e sorge impugnando la spada: volle il caso che in quella il capitano Lucio entrasse a riferire con aria trionfale, siccome il giorno innanzi, nella rocchetta di porta Romana, erano stati condotti Francesco Pusterla e il suo figliuolo.
L'accostarsi del soldato fu interpretato per zelo d'avere voluto dar avviso che alcuno veniva, ed Alpinolo restò salvo; ma qualunque peggior tormento, ma il lacerargli brani a brani le membra non avrebbero a pezza uguagliato lo strazio ch'e' provò nell'intendere la fiera novella, nel mirare la gioja spietata di Luchino e del capitano di giustizia, a udirli dire:—Ora daremo spaccio a tutto. Domani a Milano; e presto ogni cosa sarà finita».
Anche questo supplizio gli serbava la sua imprudenza! Or chi dipingerà le furibonde smanie di lui? Nuovo sangue parevagli accumularsi sulla sua cervice; e da quest'ora; diverso consiglio il predominò, quello di tentare la liberazione di quegli infelici. Concepire un disegno e balzare al momento dopo l'esecuzione, senza per nulla calcolare i passi intermedj, era stile di Alpinolo: e chi gli avesse posto mente, sarebbesi accorto come, da quel punto, egli acquistò quella specie di serenità, che nasce da una forte risoluzione.
Non ebbe a stentare per farsi destinar alla custodia delle carceri di porta Romana, ma al momento di superarle, tutte gli si attraversavano le difficoltà dell'impresa, come un viandante giunto ai piedi di una montagna, comprende insormontabile l'ertezza d'un varco, che da lungi gli era parso un lene declivo.
—Di notte quando le altre sentinelle dormono (considerava tra sè), scanno il carceriere, e libero quei tre infelici. Oh la gioja di rivederli congiunti!—Ma… e se colui schiamazza?… poi, come troverò le chiavi? come la via per trarli non visti da questo andirivieni di camere, di anditi, di scale?—E poi, e poi… ucciderlo? cosa mi ha egli fatto di male? Un'altra vittima, un innocente; che forse ama ed è amato, che forse ha quel ch'io non ho, un padre. Son io forse il signor Luchino da sgozzare un uomo senza valutare il dolore che ne verrà a tanti esseri incolpevoli? E coll'aggiungermi quest'altro peso alla coscienza, potrei sperare d'alleggerir il primo? Per cagion mia non s'è pianto assai?»
Risolveva dunque di guadagnarlo a denaro—In tal caso (pensava egli) l'avrà voluto da sè, qualunque cosa accada. Ma ancora, e quando siano tratti di carcere? Come camparli se di fuori nessuno mi dà mano, se nessuno mi prepara l'occorrente alla fuga? Darmi io stesso in traccia dei cavalli? noleggiarli io? postarli? mi darei nell'occhio: potrei essere indicato, e mandare tutto in fumo. Ne andasse solo la mia vita, non esiterei; ma la loro! Dunque è forza mettersi in mano di qualche altro. Ma a chi far capo?… Non ho io già troppo caro pagata l'aver una volta creduto ad alcuno? E poi che sozzura d'uomini non mi son veduto d'attorno? I più vi credono pazzo se vi prendete affanni per altrui: quelli di miglior pasta v'ajuterebbero anche, purchè ciò non ne guastasse gli agi, non rompesse i sonni, non tardasse il pranzo, sovratutto non disgustasse i superiori. I giovani chiamano merito il potere; i gradi, le dovizie; e politica e sapienza il conoscere l'arte di procacciarsene; i vecchi erigono in virtù l'impotenza dei loro desideri; i pochi generosi giaciono sviliti, e contenti di guajolare e di bramare. O uomini! uomini! tutti tristi, corruttibili e corrotti; nominate prudenza la scaltrezza; virtù la dissimulazione; vizio necessario la falsità: il potere vi sgomenta; l'astuzia vi divide; l'oro vi compra; l'aspetto dell'innocenza non fa che allettarvi ad ingannarla!»
Così esclamava Alpinolo nell'amarezza del cuore, quando al suo abbattimento trovava unico appoggio il disprezzo; ma poi a molte eccezioni gli andava la mente, e sopratutto a una persona, sulla quale sentiva di non poter dubitare: fratel Buonvicino. A lui avrebbe potuto aprire alla libera il suo pensiero; a lui che, tornando, avea trovato tale appunto qual nel fuggire lo aveva lasciato; ma qui medesimamente v'eran ostacoli, esitazioni, paure.—Se gli spiego tutta questa matassa (egli pensava), mi riprenderà; vorrà far prediche; troverà un mondo di ragioni da opporre; la prudenza sarà d'impaccio al coraggio; vorrà la meta e non la via che vi conduce; parlerà di giustizia, quasi al mondo ve ne sia più la semenza. Sebbene… giustizia? non è egli diritto l'adoprare ogni sorta di armi contro chi ogni sorta ne adopera a danno dell'umanità? E che? Dunque il ribaldo perchè non teme l'inferno, sarà tanto avvantaggiato sopra il giusto? Perdonare!… soffrire!… Sì! sì! belle parole: ma non fanno che crescere baldanza in chi mette il piede sul collo all'umanità. E poi alla fine, che male può tornarne? O l'effetto mi riesce a disegno, ed ecco salvata l'innocenza, ecco impedito un delitto, ecco lavatami dalla coscienza questa macchia, questo verme che nè giorno nè notte riposa. Se il tentativo fallisce, se la fortuna mi disajuta… pei Pusterla nulla è peggiorato. Non sono essi già al colmo del pericolo e della miseria, dacchè si trovano in tali mani? E quando pure ne accelerassi di alcuni giorni la morte, non è acquisto il sottrarli più presto alla barbarie dei manigoldi? Quanto a me la vita mia cessò da un pezzo di appartenermi: è appassita prima di neppur sviluppare intero il suo fiore. Come potrei spenderla meglio che tentando lo scampo degli innocenti? Se muojo, avrò soddisfatto in parte al grande obbligo che mi rimane a scontare: troverò finalmente la quiete… cesserò di fremere, di esecrare.
Durata molti giorni la lotta coi suoi pensieri, e sempre più riconfermandosi di tentare ad ogni costo l'impresa, deliberò di rivelare al frate quel tanto solo che fosse indispensabile, cioè il fine, non i modi. Un dì, tra il chiaro e il fosco, si conduce al convento di Brera; contempla un momento quella soglia, ricordandosi con qual devota gratitudine l'avesse baciata il giorno che vide sopra di essa salvato il Pusterla; e al portinajo chiede di veder frà Buonvicino.
Angiolgabriello da Concorezzo, antica nostra conoscenza, nol misurò da capo a piedi coll'occhiata scrutatrice, abituale ne' portinaj ma, tutto dolcezza e benevolenza, rispose:—Fratel Buonvicino? Volete forse confessarvi, signor soldato? Dio vi benedica! entrate in chiesa; lo chiamerò. Vado e torno.
—No, non l'incomodate; se c'è, anderò io stesso alla sua cella. So dove sta.
—Ah, siete pratico della casa? Lo conoscete quel sant'uomo?» e qui cominciava per recitare una leggenda di sue virtù, ma come vide che Alpinolo gli avea vôlte le spalle, badandogli come un pedante al buon senso, gli esclamò dietro:—Passate, passate pure, che Dio vi benedica!»
Stava frà Buonvicino nella piccola camera, le cui masserizie, secondo la regola, si riducevan al paglione con un capezzale e due lenzuola di lana e a un predellino di legno. Su questo sedeva il frate, inchinata la fronte, le mani intrecciate sulle ginocchia, cogli occhi fissi sopra un qual si fosse oggetto indifferente, e senza vederlo. Alle rughe anticipate della sua fronte, alle guancie pallide e scarne, all'occhio affossato, ognuno avrebbe potuto dire «Per costui il pensare è soffrire»; ma nel dolore di esso non v'era abbattimento, e potevasi scorgervi frammista una speranza—o forse una memoria.
Al passo incerto, all'ansioso occheggiare, al tono della voce, ben avvisò frà Buonvicino nel soldato qualche cosa di straordinario; onde, sorto dal meditabondo riposo, se gli fece incontro col consueto saluto:—La pace sia con voi, o fratello».
Non rispose l'altro al benedetto augurio se non interrogando:
—Padre, siamo soli?
—Soli con Dio.
—Nessun pericolo che altri c'intenda?
—Nessuno», rispose il frate, e fissava attentamente il nuovo arrivato, il quale, fattosegli più vicino, chiese:
—Padre, amate voi Margherita? la Pusterla?»
A una domanda così inaspettata, una domanda che egli schivava di fare a sè stesso, per quanto la maestà della sventura avesse resa più venerabile e santa agli occhi suoi quella che un tempo aveva amata d'amore, tutto si risentì frà Buonvicino: rizzò la testa abbattuta, pose la mano sulla bocca del soldato, come per imporgli silenzio, rabbattè attentamente l'uscio e l'impannata della celletta; indi, afferrando il braccio dell'ignoto,—Ma voi chi siete?
—Sotto le spoglie del vile prezzolato, non mi riconoscete, fratelBuonvicino?»
Dai patimenti, dal nuovo abito e dall'arte sfigurato, tardava Buonvicino a ravvisarlo; poi, come l'altro si nominò, anch'egli, con tono di meraviglia e di interrogazione, ripetè:
—Alpinolo?» poi ne strinse fra le mani il capo, e,—Figliuol mio! tu qui? Come ardisci rimanere? Perchè cotesta divisa—tu?»
Alpinolo, alla presta e con termini di viva esecrazione, senza perdonare a sè stesso, gli espose il seguito delle sue avventure; la parte che aveva avuta al disastro del Pusterla, il tradimento di Ramengo, che fece raccapricciare il frate, e che gli scoperse di tratto una serie di iniquità, quali non aveva sospettate possibili.
—Ora comprendo (esclamava) perchè Ramengo è tornato sicuro, mette casa riccamente, e si allegra, e par che dica all'anima sua,Godi, esulta, abbiam trovato il nostro riposo.Ma tu, per amor del cielo, come sei tu qui? perchè?»
E Alpinolo,—Come io sia venuto e perchè sotto queste divise, è un segreto ch'io giurai di non manifestare: non vi riuscirà però difficile l'apporvi.
—Sciagurato! un assassinio?…» prorompeva frà Buonvicino, respingendolo dalle braccia tra cui lo teneva serrato a guisa di un padre che accoglie al pentimento un traviato figliuolo.
—Padre (interrompeva quell'altro l'incominciato rimprovero) qualunque vostra ammonizione sarebbe fuor di luogo e di tempo. Così avessi avuto il coraggio! Ma più di quel che potreste dirmi ora a voce, mi disse e mi dice sempre la vostra immagine, che tratto tratto mi si affaccia a ripetere quei consigli che m'avete dati tante volte in mia fanciullezza. Ora però non sono qui per questo. Rispondete: amate voi Margherita? il Pusterla?
—Se gli amo!» esclamò l'Umiliato, e corrugò la fronte guardando il cielo con un sospiro.
—Ebbene, dovete darmi mano a salvarli.
—Salvarli? Oh come?» domandò con ansietà frà Buonvicino; e come, quando nel bujo di una camera divampi il zolfanello, di subito rompe le tenebre una gaja luce, che poi immediatamente spegnendosi, lascia di nuovo al bujo, così nell'occhio di frà Buonvicino lampeggiò una gioja vivissima, ma passeggiera; all'istante un melanconico velo gli ottenebrò la fronte, e le esclamazioni di allegrezza finirono in un doloroso ohimè. Poi soggiunse:—Ah garzone, garzone! tu sei ancora quel desso; ancora non hai abbastanza imparato a che possa trascinarti cotesta foga intemperata, cotesto operar sempre, e non riflettere mai. Tu precipiti te stesso e loro.
—Padre, (replicava l'altro) il mezzo, a dirvelo, è meglio nol conosciate; sull'esito però ho calcolato abbastanza: e, se il diavolo non vi mette… cioè, se l'accidente… Insomma, anderà bene. Andasse anche male, ad essi che può risultar di peggio? Quanto a me, della vita mia non devo conto a nessuno.
—No? nemmeno a Colui che te l'ha data, e che può chiederti perchè l'hai gettata, innanzi che egli medesimo te la ridomandasse? Non sono davanti a lui eguali l'assassino e il suicida?»
Stette un momento sopra pensiero Alpinolo, poi, stringendo ancora la mano al frate, ripigliava:—Vivete pur tranquillo su quanto riguarda me. Il cuore mi dice che nessun male ne avverrà. Proprio dal cuore mi viene questa potente ispirazione, e le ispirazioni di raro ingannano».
Tentennò il capo frà Buonvicino, e, posandogli l'altra mano amorevolmente sulla spalla,—O figliuolo! e cotesta ispirazione da chi l'hai tu implorata? hai tu pregato mai con fede Iddio?
—Iddio! (interrompeva il giovane) c'è egli proprio questo Dio?» E, subito correggendosi,—Ah, sì, certo, egli vi è: vi deve essere per aver creato la Margherita, per aver tratto con sè mia madre in paradiso. Ma in paradiso che fa egli? perchè non reprime l'iniquità? perchè lascia il reprobo mangiare in pace il pane delle delizie, mentre il giusto affanna ai suoi piedi? Perchè il Pusterla è in carcere, e Ramengo fra gli agi? Perchè voi qui a gemere sulle miserie comuni, e Luchino in trono a moltiplicarle?
—Di poca fede! (replicava frà Buonvicino con un sospiro) Chi t'ha dato il diritto di scandagliare l'inesplorabile abisso della Provvidenza? Giusto è Dio, e i suoi giudizj sono veri e approvati per sè stessi; l'uomo li riverisca, nè presuma comprenderli. Pure tu, sei tu entrato nel cuore dell'empio e del savio? Hai visto quel che si nasconde sotto le bugiarde apparenze del godimento e delle pene; dell'umiliazione e del trionfo? Che se anche in terra questo patisce e quello esulta, forse che il regno di Dio finisce fra gli angusti confini di questa vita? Sarà giorno, quando, in bilancie assai diverse da quelle dell'uomo, staranno il riso e i patimenti, le soperchierie e la pazienza: quando i fortunati udranno dirsi: la vostra porzione di beni già l'avete tocca in terra. Frattanto ti viene lezzo dell'iniquità che domina il mondo? della mal provvista distribuzione di ciò che il secolo chiama beni e mali? Torci da loro, e forbendoti del fango, solleva il pensiero sopra queste lotte terrene, e pensa a Dio, e prega Dio».
Soprastava l'altro così un poco, siccome in meditazione, poi ripigliava:—Pregare! Quanto tempo ch'io non prego Dio di vero cuore! Oh, mi ricordo, allorchè fanciullo, col signor Ottorino, colla Margherita, io veniva a questo chiostro, in questa chiesa, e il dolce nome di padre, che non potevo dare a nessun uomo, lo davo a Quello che è nei cieli, e pregavo, e svelavo i miei peccati, i miei pensieri a un buon sacerdote; questo mi benediceva, sicchè, tranquillo e consolato, io me ne partiva siccome un angioletto. Che dolcezze! che giorni! Ora sono perduti, e irreparabilmente.
—Ma chi ti toglie (soggiungeva il frate, con premurosa amorevolezza) chi ti toglie di far altrettanto, qualora tu il voglia, in questo medesimo istante? Credi forse esausti i tesori della misericordia? quel Padre non è sempre là colle braccia aperte ad aspettarti? Che non rispondi alle sue chiamate?
—No, no, (replicava il giovane con tono deliberato) no! impossibile! impossibile! Finchè un odio bollente, sanguinario mi parla solo di vendetta, come potrei? come ardirei? No, no; verrà tempo: son giovane; forse non durerà sempre a questo modo. Oh allora!… Ma adesso a quel che importa… Io mi apersi con voi, perchè in voi solo ho fiducia. Non venni per chiedervi parere: gli è un perder tempo il tentare di stornarmi. Ho bisogno di voi. Rispondetemi risoluto. Se io trovo modo di consegnare a voi il Pusterla e la sua donna, prendete sopra di voi di ridurli a salvamento?
—Così Dio m'ajuti come il farò! me ne dovesse costare la vita! Ma…
—Ebbene, sia vostra cura che, in tutte le seguenti notti, tre cavalli di gran lena siano lesti a quell'enorme noce, sapete? là a mezzo della strada di Quadronno, di costa alla vigna di Susone dei Cantù. Il vulgo racconta non so quali paurose fole di quel luogo, di quella pianta, di streghe, di tregenda, di sabati; e però nessuno vi bazzica; onde è opportunissima per chi non patisca di queste ubbie».
Il frate taceva, pensava, come chi è preso da un desiderio senza speranza; e il giovane, con accorata insistenza, ripigliava:—Vi domando pur poco! Lo farete voi? A ogni modo, se vi ricusate, non sarà che un crescere i pericoli a me e a loro. Lo farete?»
Frà Buonvicino, deciso meno dagli argomenti del giovane che dalle ragioni librate fra sè, sollevò la fronte depressa, e con aria di tranquilla energia, ben diversa dalla impetuosa temerità di Alpinolo, rispose:—Lo farò.
—Deh, siate benedetto!» esclamò Alpinolo con effusione di gioja riconoscente, stringendogli con ambe le mani la destra, e baciandola e ribaciandola; poi, divisati i luoghi, distintamente accordata ogni cosa, già si avviava a partire, quando si rivolse, e, messo a terra il ginocchio,—Un'altra grazia, o padre: beneditemi».