CAPITOLO XX.

Il frate, commosso, posò le palme sopra il capo inchinato di Alpinolo, e,—Dio ti benedica! voglia insinuarti uno spirito di amore, di prudenza, che temperi cotesta impetuosa volontà…»

Nè finì, sentendosi intenerire ai singhiozzi di Alpinolo, il quale, come rimproverandosi questa commozione, si levò, e precipitossi fuori della cella, misurò rapidamente il corridojo, illuminato da un fioco lampione, e, giuntone in capo, si volse, rimirò il frate, il quale ancora dalla soglia gli accennava colla mano, e si dileguò.

Tali concerti ritornarono ad Alpinolo tutta la baldanza del pensiero, e provò la confidenza che ispira una robusta deliberazione, tanto somigliante alla soddisfazione di un disegno compito. La sera dopo, era egli sciolto del servizio, onde si condusse verso Quadronno per vedere se il frate vi stesse, secondo l'intelligenza. Scontrò un ragazzo il quale a furia scappava, e quando vide Alpinolo,—Signor soldato, (gli gridò) non andate in là. Al noce v'è una frotta di diavoli in forma di cavalli»; e continuò a correre verso la città come spiritato; e tutta la vita sua seguitò a dire a chi non credeva, che stregoni e demonj e tregende erano cose di fatto, e che egli ne aveva l'esperienza dei proprj sensi;—esperienza infallibile, come dicono i filosofi.

In fatto Alpinolo, accostatosi presso al noce concertato, vide tre cavalli in ordine con un famiglio che li teneva: e se le tenebre non avessero impedito la vista, poco quindi lontano, dietro ad una macchia, avrebbe scorto il frate che durava in orazioni e in aspettazione. A ogni stormir di foglia, a ogni susurrare del vento autunnale fra i pampani della vigna, risentivasi frà Buonvicino, e guardava; poi, a ora a ora alzavasi a mirare verso la porta Romana se alcuno arrivasse, e sempre se ne torceva deluso. Veder una volta ancora la Margherita, vederla salvata dall'abisso ove l'avea fatta perduta, darle la buona andata, poi tornarsene a raccomandarla al Signore, queste erano le fantasie che lusingavano il povero frate; e la delizia di saperla una volta contenta co' suoi cari, tanto più cari dopo tanto vicendevole patire. Ma poi le infinite difficoltà se gli affacciavano, e disperava, e cadeva colla fronte sulla terra pregando e singhiozzando.

L'altro domani toccava ad Alpinolo montare la guardia; e solo allora legò col carceriere il discorso che abbiamo riferito, per non lasciargli tempo a riflettere, e per tenergli le mani ne' capelli. Con esso rimase d'accordo che, quando egli, dopo la scolta che a momenti verrebbe a rilevarlo, entrerebbe ancora in sentinella, farebbero uscire i due dalla prigione, e per la guardina del carceriere, scendere in un cortiletto posteriore, dov'era la porta del soccorso, non divisa dallo spianato che per un fossatello largo un passo.

Abbiamo già fatto avvertire come la Rocchetta non fosse ridotta a compimento; molte parti ancora imperfette di mura; non approfondita la fossa; lavori tutti che erano stati sospesi perchè il luogo riconoscevasi non abbastanza addatto; per la qual cosa venne poi abbandonato, fabbricando invece il forte dall'altra banda verso San Nazaro.

Tutto ciò agevolava un'evasione.—I soldati (diceva Alpinolo) se la dormiranno a quell'ora così tarda; benchè la luna sia nel suo pieno, è però questa sera adombrata da nuvoloni minacciosi, talchè l'oscurità ci darà favore. Se possiamo procedere senza rumore, niente più facile che andar fuori.

—Come poi sarete fuori (soggiungeva Macaruffo) pensateci voi; che, quanto a me, m'allaccio le scarpe, e la do per la campagna senza guardarmi ai piedi, finchè non sento rumoreggiare il fiume d'Imagna».

Poco dopo venne un soldato a dare lo scambio ad Alpinolo; venne sbadigliando e divincolandosi come chi allora si sdormenta, e dicendogli con una voce sonnacchiosa:—Avevo attaccato di gusto. Te beato, o Quattrodita, che hai dinanzi due belle ore da dormire della grossa!»

Alpinolo gli cedette il posto senza lasciare scorger nulla e si ritirò nel camerotto; si ritirò, ma (lo crederete agevolmente) tutt'altro che a riposo; bensì all'agitazione naturale del tempo che scorre fra la deliberazione d'un disegno pericoloso e l'effettuarlo. Terribile tempo, quando tutte le forze dell'anima stanno assorte in quel pensiero, in quell'avvenire così vicino e forse così lontano; in un avvenimento, che fu lungo tempo meditato, svolto, blandito, e che sarà condotto a termine fra pochi istanti, o non più! Come gente che si accalchi a udire una ambita novella, così mille idee di possibili pericoli si affollano alla mente, e dietro a queste altrettanti spedienti per ripararvi; tutti gli scorre l'intelletto, a nessuno s'appiglia. Ora una fidata speranza già trasporta l'uomo al momento dopo… Gli vedresti allora l'occhio scintillare, allungarsi le labbra ad un sorriso. Poi la riflessione slancia attraverso all'immaginativa un cupo spavento; ostacoli insormontabili tra il frutto e la mano, ogni cosa scoperta, sventata; allora il ciglio si rabbuja, aggrinzasi la fronte, un ribrezzo invade la persona, i capelli s'arricciano, il sangue rigurgita al cuore, e un freddo sudore cola giù per le guancie.

In questo sogno immaginoso passavano Alpinolo e Macaruffo le due ore,—ore lente come il passo della morte. Il giovane computava ormai imminente l'istante che riscatterebbe ogni suo errore, restituirebbe alla libertà e all'onore vittime innocenti, farebbe per astio amarissimo al tiranno molte giornate. Gli pareva già vedere i Pusterla mettere il piede fuor della Rocchetta;—Ecco i cavalli; si monta; si sprona.—Addio, Milano! domattina trovano il carcere vuoto; che rodimento il signor Luchino! ha da mettere più di sei e più di dodici capelli canuti. Invano tenta soffocare il dispetto fra le tazze e le lascivie e il concetto di nuovi oltraggi.—E Ramengo? vedersi sfuggire le sue vittime—mancargli sotto la base, su cui ideava sollevare la scellerata sua grandezza—sapere liberi e lontani quelli che alzerebbero la voce a proclamarlo infame, traditore, spia!—Presto, cavalli su tutte le direzioni ad inseguirci.—Eh sì! noi siamo in sicuro. Si va; si rivede il tugurio de' mugnaj che curarono la bambina mia vita; ci tragittano; voliamo di là, troviamo i fratelli.—Qual gioja d'essere ancora fra cuori consenzienti, poter ancora fremere, bestemmiare!

—L'hai tu scannato quel maledetto?mi domandano:No, ma ho fatto dì —meglio: ho strappato due vittime di bocca al biscione.—Sono conosciuti, —festeggiati; la vista loro rinfuoca gli sdegni, rinfresca la memoria di —quanto patì ciascuno; più non è che un fremere d'armi: ci —uniamo: vendetta è il nostro grido; si muove sopra Milano; il popolo, —sazio della costui tirannia, esce in folla ad ingrossare le nostre file; —appena sa che appressiamo, la città rumoreggia: dà su e, —sant'Ambrogio, sant'Ambrogio!scannano quella sua caterva di scherani: —e lui, quel cane… oh potess'io essere il fortunato, che, tra la mischia —e non più da assassino lo incontrassi, lo abbattessi, gli piantassi —questo pugnale nel cuore!»

Gli brillava dentro il coraggio, e con un moto macchinale che preveniva la volontà, brandiva di fatti il pugnale in atto di chi mena un mandritto; e soffiando, si sentiva andar tutto in sudore. Trasse di capo il morione; colla palma terse la fronte, e anch'egli si pose a sedere sul pancone, sopra il quale tranquillamente sdrajati russavano due dei suoi commilitoni. Tenne il guardo biecamente fisso su loro:—Anime vendute! ministri della prepotenza! Ancor due ore, ed avrò gettata di dosso l'infame vostra assisa. Ancor due ore, e poi… E poi? forse da qui a due ore essi saranno levati contro di me, addosso a me. Se si destassero? se udissero?—Ch'io gli ammazzi?—Ma altre guardie vegliano là abbasso.—No; non ci voglio pensare. Frà Buonvicino prega».

E cacciava quest'apprensione come un maligno fantasma; e quasi per istordirsi diceva:—Che temere? dormono sodo. Importa assai a que' ghiotti se stia per cadere il tiranno che ne ha comprato il valore! D'altri suoi pari sono piene le città d'Italia, non mancherà chi li tolga a stipendio per sicurezza de' suoi delitti e per isgomento della virtù generosa».

Quindi, per far inganno a sè stesso, e mostrarsi ai proprj occhi spensierato e sicuro, piegava il capo, e quasi si trattasse di deludere altrui, fingeva addormentarsi.—Sì, addormentarsi! La coscienza d'un gran pericolo, e non solamente suo, lo scoteva in fiero soprassalto; acceleravano il battito le arterie: chi l'avesse esaminato, ne avrebbe scorto il viso pallido, scontrafatto come il cadavere d'uomo violentemente soffogato. Sentendosi mancar il respiro, si alzò: chiotto chiotto affacciossi ad un finestrone alto e stretto, s'abbracciò ad un'esile colonnina, posta a sorreggere due archetti acuminati che facevano il vôlto; e sporto il capo fra lo stipite e quella, stette osservando la cupa maestà della natura, addormentata nel fondo della mezza notte. Il cielo era ingombro di nuvoloni, pregni di pioggia e di tempesta, che rapidi pel fosco silenzio camminavano, cozzavano, accavalciavansi, come i pensieri nel capo di esso.

—Oh, versassero almeno torrenti di acqua! rumoreggiasse il tuono, sicchè, fra il crosciare della pioggia e lo schianto dei fulmini, andasse inascoltato ogni rumore de' passi nostri! Perchè… già un passo basta a risvegliare questi mastini.—E allora?… Oh ma no: tutto è silenzio, il tuono li desterebbe: meglio così. E la luna sia velata, almeno sinchè abbiam valicato quel fossatello. Allora, giù pei campi… il desiderio di libertà impenna l'ale a quegl'infelici.—Quanti ringraziamenti! quanto ben me ne vogliono!—No, no; ora non è tempo di parole, di ringraziamenti; lesti al noce; colà sono i cavalli…»

E l'occhio di lui correva via via per la pianura, colla celerità che augurava possibile ai passi fuggitivi. La campagna era posseduta dalla sorda bonaccia che suole precedere lo scoppio della tempesta.—Fra poco (rifletteva Alpinolo) quella quiete sarà rotta dallo scalpitare de' tre cavalli che ci porteranno lontani da questa maledetta Milano».

E spiegando verso la città il pugno, in atto di chi slancia un sasso, rizzavasi, e incrociate le braccia sul petto anelante, si poneva a riguardarla.

—Anche colà tutto dorme. Dorme il povero, trovando nel sonno tregua alla fame, mal saziata col tozzo che o un ostinato lavoro o la superba carità del dovizioso gli procacciarono; dorme il ricco, smaltendo la sovrabbondante cena; dormono i forti concordi e i disuniti oppressi: dorme il tiranno… Possibile che dorma esso, mentre tante voci gridano contro di lui vendetta in cielo? mentre qua vegliano tanti per sua cagione, per ordine suo, nel dolore beffato? mentre per lui son io tempestato così? Eppure sì, dorme certo: non l'ho visto io dormire nel parco di Belgiojoso? Che fa a lui il duolo, il pianto dei miseri, se quel duolo, quel pianto ne assodano il potere?

—Ma i cittadini?… Dormono anch'essi. Oh, se non vegliarono mai neppure di giorno! Se, cullati dalla pace tra le oziose braccia, hanno sempre gli occhi chiusi ai torti, onde vengono oppressi ogni ora, ogni momento? Vigliacchi! hanno veduto la rovina di tante persone lor care, e tacquero. Che fa a loro il soffrire degli altri? E quand'anche toccano una nuova sferzata dall'oppressore, si risentono un tratto, danno una volta stizzosa pel letto gridando,Come si sta male!poi rattaccano più sodo. Se alcuno alza la testa, vede gli altri che dormono, e non l'odono o non gli badano; onde per lo meglio tace, si adatta, e l'ahiche preparava, finisce in unva bene. Quando verremo a liberarli, non ci cureranno: staranno forse contro di noi. Vigliacchi! Eppure tanti ne conobb'io—generosi, pronti a versare il sangue per l'utile comune. Or dove sono? Dove son più quei giorni? Ecco! appena diciannov'anni io conto, e già rimpiango il passato come un vecchio che gemette sulla tomba di tutti i suoi conoscenti!»

Lievemente ondeggiando il capo, cogli occhi aggravati da una spasmodica veglia e colla bocca socchiusa, stava incantato a riguardare quei tetti, quelle torri, su cui tratto tratto qualche nuvola squarciandosi versava un raggio di luce, tanto chiaro quanto fugace. Adesso erano immagini lontane, ch'egli cercava nelle proprie rimembranze; la fanciullezza sua, gli spensierati trastulli, rive tranquille dove era destinato a trascorrere sua vita, ignorando le iniquità degli uomini; accudendo un mulino, insidiando ai pesci, ed imbandendoli la sera sulla mensa frugale, pari a tutti gli altri mugnaj.

—Eppure no: chè essi hanno padre, madre, fratelli; io no, io nessuno! io germogliato come il grano di segale che il vento trasportò in cima di questa torre. Oh potessi almeno rimembrare di mia madre! potessi richiamarmi i sorrisi, i vezzi onde m'avrà vagheggiato appena io nacqui, e in quella sua terribile corsa giù pel fiume!»

Osservava in dito l'anello, il baciava e ribaciava.

—Avevo giurato di non ispiccarmelo se non morendo. Ora lo butterò in gola all'avaro carceriere. Che importa! Trattasi di compire una buona azione. Tu ne sei contenta, o madre: non è vero? Tu sei santa lassù, e ti piace ch'io salvi quest'altra santa in terra».

E raddoppiava i baci intenerito.

—Ma mio padre? dov'è egli? perchè non lo conosco? Oh se lo sapessi! se il rivedessi! una parola di lui basterebbe a formare la dolcezza di tutta la mia vita; un suo consiglio temprerebbe questa foga rovinosa. Vederlo, trovarlo ed esser beato—beato come nel paradiso!»

Nè con minore sospensione d'animo passava quel tempo Macaruffo. Seduto per terra con una gamba distesa e coll'altra piegata in modo, che colle giunte mani la reggeva al ginocchio, inchinato il capo sicchè tutta la faccia rimaneva adombrata, guardava egli sottecchi dietro dietro al soldato che sbadatamente passeggiava. L'aria fiera di quel soldato, la partigiana che quegli recavasi in mano, e il cui ferro luccicante riverberava a momenti la fievole luce del lampione, mettevano i brividi a Macaruffo. Già gli pare d'essere scoperto, e vedersi quel guerriero venire incontro a ferirlo; già sentesi il gelo di quell'arma in mezzo al ventre… aspira con angoscia, come davvero ferito; ed unahidi spavento gli corre fino alla gola. Allora per isviare la paura caccia la mano in tasca, palpa la borsa, lento la slega, fa scorrere sotto ai polpastrelli gli zecchini; e come un innamorato forma mille proponimenti, che tutti poi distrugge il primo rivedere dell'oggetto de' suoi sospiri, così i terrori sbrattano dall'animo del carceriere al tocco, al rovistìo di quel metallo.

—Uno, due, tre… venti… quarantanove, cinquanta! e sono miei!» pensava egli.—Altro che giuggiole! Tanti anni di fatica non mi partorirono che stenti e miseria; ed ecco una notte mi fa capitare quello che in vita mia neppure avevo sperato! Oh stamattina devo pure essermi segnato bene! Ora capisco perchè il fuoco jersera soffiava a quel modo… Ed io balordo anguillai prima di accettare! Sì, sì; m'han detto giusto a chiamarmi il Lasagnone. Ma ora sarà finito questo rodimento di ascoltare ogni tratto, Lasagnone to qua, Lasagnone fa questo, fa quello. E i bettolieri? chè non c'è buco dove io non abbia messo il chiodino: domani gli avrò pagati di moneta corrente. Domani di quest'ora, se le gambe mi dicono il vero, si arriva a casa: moglie, figli saltano dal pagliericcio, mi si fanno intorno a chiedere:Che novità è codesta? non è Natale, che anche i banditi vengono a casa.—Cheti là, dico io:son fuggito.—Ma il signor Luchino?dice la donna. Dico io:Me ne infischio del signor Luchino e di chi fa per lui: mangi chi vuole quel suo pane di sette croste, dico:vale meglio un cantuccio del mio paese e lo stare in santa pace a maturar le ossa al mio focolare, che non tutta la sua città e il suo palazzo,—Sì, dice la donna:ma mangiare?

Allora senz'altro buttar fiato, caccio a mano la borsa; la fo sonare:—Che? sono cappelletti di chiodi?domanda Bortolino. Io li verso sul desco, e vedono—oh vedono! Che festa mia moglie! Perdincibacco, non fu sì allegra da nozze. E i puttini, che non han mai visto dindi, richiedono:Che roba son cotesti, o tata?—Sono, dico io,tutto quel che uno vuole: sono quelli che fanno muovere il mondo, e godere il paradiso in questa vita e nell'altra. Venerateli, dico,che hanno l'impronta di sant'Ambrogio. E se il tale e il tal altro vivono in sciali e la portano alta, e se noi baciam basso e gli obbediamo e facciamo le sberrettate, gli è perchè essi hanno di questi un buon dato. Altrimenti il Lasagnone sarebbero essi, ed io il bello e il buono e il bravo. Ah ah!

Si stropicciava le mani e brillava, e rideva davvero, talchè il soldato di sentinella si fermò a guatarlo. Quell'occhiata operò su di lui l'effetto, che sopra un insolente scolaretto côlto in fallo produce il cipiglio del sopraggiunto pedagogo. E rapido come il mutar dei vetri in una lanterna magica, si convenivano quelle ridenti immagini in immagini tetre, di pericoli, di castighi: e con queste gli entrava il consiglio di un tradimento.

—Ah Macaruffo, buona minestra hai fatto! Ma son in tempo di ripigliare la parola. Or ora, quando ricompare il Quattrodita, gli vo incontro e gli dico:Assolutamente non voglio; ho detto per baja. Ma egli rivorrà il suo denaro. Fossi matto! I fiorini al giorno d'oggi valgono sessantaquattro soldi di terzoli, e non se ne trovano sulle siepi…. Se potessi salvare la capra e i cavoli!—A buoni conti i fiorini sono in saccoccia (e li palpava, quasi per accertarsene): potrei andare dal signor Luchino e spiattellargli tutto.—Spiattellargli tutto! e poi? Vengono, pigliano il Quattrodita, l'impiccano: questo va di suo piede. Ma a me, cosa mi entra in tasca? Egli non potrà più pagarmi il fiasco e un boccone, come ha fatto le tante volte: e quel ch'è peggio, l'anello di diamante è bell'e andato. È vero che potrei dire,Signor Luchino illustrissimo, ho da cantare, ma voglio una mancia: egli me la prometterà: promettere costa poco: ma che mantenga? Dirà:Hai fatto parte del tuo dovere, e mi darà delle zucche marine. È poi, e poi, stesse li. La pena sarebbe che soggiungesse:Quei fiorini sono di mal acquisto, e me li togliesse, e li serbasse coi suoi, tutti d'acquisto eccellentissimo».

Pure questo partito, e come più sicuro, e come il meglio confacente alle abitudini sue, gli piaceva al gusto; ma anche qui non era tutto zucchero—Come ho da fare? Piantar qui, e correre a svegliare l'illustrissimo?—Mai più… di quest'ora! Lo dirò a questa guardia? Oibò! Forse è di balla col camerata; se no, crederà ch'io sia in cimberli. Gli mostrerò in prova i denari. Ecco subito un bolli bolli:—ma il Quattrodita è un bizzarro, che Dio ne guardi. Certo sta all'erta, tutt'in orecchi come una lepre: al primo passo che fo, salta fuori; a colui non gli croscia il ferro: e m'ha certi occhi, da non vi metter nè olio nè pepe a tirarmi una lanciata. Una lanciata! Allora l'illustrissimo mi rammenderà quell'occhiello?»

Fra questi e simili pensieri trascinò quel pajo d'ore. Non erano finite quando Alpinolo uscì a rilevare la sentinella, mostrandosi in atti ancora sonnacchioso.

—Bravo Quattrodita: (gli diceva il soldato) Arrivi a tempo: tengo a fatica aperti gli occhi.

—Va pur là, Pagamorta (rispondeva Alpinolo), e dormi col cuore quieto, che se anche lascerai trascorrere il tempo non ti guasterò il sonnellino dell'oro».

—Viva il Quattrodita» replicava l'altro, sporgendogli la mano rozzamente.—Tocca. Un po' burbero, un po' stizzoso, ma di buon fondo. Bravo ragazzo! Lascia fare, che appena io diventi principe, ti erigerò caporale».

E con un ghignazzo che si conchiuse in un sonoro sbadiglio, se ne andò. I passi di lui rimbombarono lungo il corridojo, più e più sempre allontanandosi: ed Alpinolo li contava, guardandogli dietro con ansietà. Quello entrò nel camerotto, lasciò rabbattersi dietro l'uscio, e tutto ritornò nel silenzio. Alpinolo diede una girata origliando, guardando; e non udendosi fiato, si accostò al carceriere:—Ebbene?

—Ebbene?» replicò Marcaruffo, alzando il capo come per ismemorato, a guisa d'un baco da seta che dorme, e fissando in volto ad Alpinolo due occhi d'artificiosa storditaggine. Ma questi in atto imperativo e minaccioso afferrandogli il braccio, diceva:—Sta su: l'ora è opportuna.

—E poi?» domandava l'altro, mentre rizzavasi dinoccolato, e sentendo in quel punto meglio che mai quanta distanza corra fra il promettere di fare e il fare.

—Come? tu cagli? e i denari?» replicava risoluto Alpinolo.

—E il diamante?» ridomandava Macaruffo.

—Sì, il diamante è qui; ed al varcare della soglia ti giuro da uom d'onore che sarà tuo. Ma a noi! il tempo stringe.»

L'altro si mosse dimenando la testa, e brontolando fra sè:—Uomo d'onore, uomo d'onore!» Ma una guardatura fulminante di Alpinolo, ed una stretta di mano che parve una tanaglia, lo fece accorto che non era più tempo di trarsi in dietro, e neppure di star in tentenno. Per far dunque che almeno l'effetto gli riuscisse senza sconciature, si trasse le scarpe, ossia gli zoccoli che allora ne facevano le veci; inginocchiossi, e recitò una preghiera che solo il terrore gli traeva sulle labbra, e colla quale non voleva se non domandare a complice il Cielo. A taciti passi allora inoltrandosi, spense il lampione che fiocamente rischiarava il corridojo; spiccò dalla cintura le chiavi, e s'avviò muro muro e tastone verso la carcere di Francesco Pusterla.

Solito sempre a mutare i passi fragorosamente, fischiando e cantando canzonacce con voce assordante, senza verun riguardo ai prigionieri, a cui il gridare spezzava i sonni e conturbava la fantasia, ora ciampeggiava con tutte le gelose e timide premure d'una madre, la quale gira attorno alla cuna dell'ammalato suo bambino. Il men che lieve fruscio dei panni gli metteva i brividi; i passi suoi, comechè fosse scalzo, gli pareva sonare più che quelli di un guerriero tutto ferro dai capelli alle piante; fin l'anelito studiavasi rattenere: le chiavi, per cura che adoperasse, girando nella toppa scricchiolavano, crocchiava l'imposta, onde se gli rizzavano le chiome in capo. Men pauroso, ma più sollecito, Alpinolo gli era sempre alle spalle, colla sospensione di un ladro mentre il compagno sconficca lo scrigno di un usuriere. Alla fine il chiavistello fu aperto, tirato il paletto; e Alpinolo si precipitò giù per due o tre rozzi scaglioni, chiamando sommessamente—Francesco! signor Francesco!»

Questi, al sentir dischiudere la prigione in ora tanto insolita e in più insolito modo, già coll'immaginazione era corso a quei timori, che sono abituali nei carcerati; una violenza, un assassinio. Buttossi ginocchione, chiese a Dio mercede dei suoi peccati, e gli raccomandò l'anima sua come se fosse sul punto di comparigli davanti; risvegliò il suo Venturino, baciollo, il rincantucciò nel più riposto angolo della prigione, dicendogli «Sta zitto»; lo ricoperse col suo stramazzo; gli pose davanti, come trincea, i soli arnesi che vi si trovavano, uno sgabello e la brocca: premura di paterno istinto, che ricorre ad ogni mezzo di difesa, per fiacco e inutile che il mostri la ragione. Così la chioccia, udendo la romba del nibbio che volge sopra il capo di essa le ampie ruote, chiama o ricopre i pulcini sotto l'ala, che neppure un momento li schermirà dal rapitore.

Fra queste ambasciose attenzioni ode chiamarsi a nome: si scuote: è una voce conosciuta, ma da gran tempo non intesa—Chi è là? assassino o amico?» domandò.

—Silenzio! un amico», rispose Alpinolo, e si nominò.—Vengo a camparvi: non perdete tempo, usciamo.

—E la Margherita?» fu la sola voce che replicò Franciscolo.

—Verrà anch'ella.

—Dio ci ajuti!» e strinse al giovane la mano in modo di esprimergli tutta la gratitudine passionata dell'uomo che, abbandonato da tutti, tradito, vicino a morte, ritrova un amico. Il giovane la sentì, e parevagli significare tante cose, che fossero fin troppo a compensare quel che aveva operato. Poi Francesco tolse sulle braccia il bambino, replicandogli:—Taci».

Il carceriere, a cui quel brevissimo indugio era parso un'eternità, non li vide, gli udì rimontare la scaletta, e raccomandò loro all'orecchio—Fate piano».

Così vennero alla stanza della Margherita.

La meschina non erasi dimenticata (e di che si dimentica il prigioniero?), non si era dimenticata che quel dì era il settimo anniversario del suo Venturino. Per una madre, per una malarrivata, di quante idee doveva essere feconda una tale rimembranza! Le doglie del parto, mitigate dalla consolazione di vedere, di toccare, di baciare una tenera creatura, un essere vivente, frutto delle proprie viscere, pegno d'un amore benedetto, illibato; nuovo nodo di tenerezza fra lo sposo e lei; e non saziarsi di guardarlo, di blandirlo, di comporlo; e col proprio latte sostentargli la vita che essa medesima gli diede, sono gioje di che il Cielo privilegiò le madri per ristoro ai travagli e alle fatiche del sacro loro stato.

Ricorrendo su quel giorno, alla Margherita tornavano in mente una stanza agiata, un onorevole letto e tante persone intente a prodigarle amorevoli cure, compatimento, congratulazioni: ed un marito contento, e le speranze che carolano intorno alla cuna d'un neonato.

Ma ora? Tutto mutato: squallore, tenebre, insulto stizzoso, il dubbio, lo sgomento; e, peggio di tutto ciò, il trovarsi disgiunta dal marito, e saperlo gettato in tormenti pari ai suoi, se non forse più atroci. E quel fanciullo, quell'essere innocente e caro, sua compiacenza e suo conforto, in sull'alba della vita, condannato, senza colpa, a soffrire le pene dello scellerato. Questo dì, che soleva essere una domestica festività, un giorno di felicitazioni sintanto che vissero insieme, ora non poteva che esacerbare gli spasimi, ora che, così vicina a lui, a loro, non poteva neppur una volta abbracciarli, nè tampoco vederli. Oh! vederli, vederli almeno da lontano, questo le pareva sarebbe bastato a innondarla di dolcezza; e ne richiedeva il buon Gesù, e inginocchiata pregava che almeno quella tenera pianticella fosse risparmiata, potesse crescere alla vita, conservando memoria e compassione di un padre, di una madre, chi sa a qual fine destinati.

Poi, quando l'orazione le aveva tornato alcuna calma, esclamava:—Signore, sia fatta la vostra volontà».

Alfine aveva declinati gli occhi al sonno; il sonno che, a malgrado dei tormentatori, vien pure soccorrevole alle ambasce del sofferente. Candida anima! il suo angelo le svolgeva innanzi sogni, visioni di tranquilli tempi andati, consolatrici speranze. Ridestandosi le immagini contemplate nel giorno, le era d'avviso trovarsi libera, e scorazzare sicura fra i suoi, sulle rive del lago Maggiore; ed era una primavera, bella quanto mai possa vedersi: tutto fiori, tutto riso, tutto quel mistico canto onde la natura par che conviti i mortali al banchetto della gioja e della benevolenza, e la fantasia vi aggiungeva quei magici vezzi che colorano un lungo desiderio insoddisfatto. Le pareva stare colà a trastullo colle fanciulle coetanee, ma esser già madre, e mostrare a quelle il suo bambino, che tenevasi alla poppa, e sollevandone lento lento i pannolini, scopriva ad esse quel viso d'alabastro, quegli occhi azzurri come il cielo, donde le era disceso.

Ed ecco la ferisce una voce lontana, fioca,—Margherita! Margherita!»

—È mio marito (dic'ella): quanto tempo che non ne intendo la voce!Sarà uscito di prigione, e vorrà vedere suo figliuolo. Ora vengo.Addio, compagne; state allegre finchè io ritorni».

E così continuando il sogno, alzasi di fatto dal giaciglio, e colla sorda voce del sonnambulo, risponde:—Vengo», e si muove realmente, e sente abbracciarsi. A quel tocco, all'intendere una voce che le suona qual dovette a Lazaro quatriduano sonare quella del divino amico che dal regno dei morti lo richiamava, si sveglia anch'essa, e trovasi in braccio al suo Francesco:—in braccio ad esso, e fra loro il fanciullo. Credeva sognare tuttavia, moveasi, fregava gli occhi;—quella era pure la mano di lui che le premeva il capo contro il suo volto; erano pur quelli i suoi baci: vere lacrime sentiva scorrere infocate tra la guancia di lui e la sua.

Qual momento! Godine, infelice! godine l'ebbrezza, meritata con sì lungo soffrire; godi un lampo che folgora attraverso la notte del tuo patire:—un lampo.

—Zitta (le disse Francesco) e seguimi».

Nulla rispose la Margherita; gli tolse dalle braccia il fanciullo, e lo strinse al cuore, lo coprì di baci, lo innondò di lacrime:—O madri, voi sole sarete capaci di comprendere quell'istante. Il pargoletto non sapeva chi così affettuoso lo baciasse, lo stringesse; ma anch'egli, per quel ricambio che l'amore impone, prodigava i baci e le carezze. La Margherita, premendogli il volto contro il proprio seno, tra per amore e perchè stesse cheto, si mise sui passi del marito. Il quale, presala pel braccio, s'atteneva ad Alpinolo, che colla labarda in una mano tentando, coll'altra stava appigliato al carceriere; e questo, a passi lenti e lunghi, procedeva, col corpo aggobbato quasi per occupare spazio minore, appoggiandosi tutto sul piede posteriore, sporgendo le mani tentone, e fermandosi ogni tratto in ascolto.

Già è varcato il primo corridojo; pas ato l'uscio, entro cui dormono le guardie; traversato un andito oscuro, entrano nella cucina del carceriere, il quale rabbatte dietro di sè l'imposta, e respira, come già avesse compito il più difficile dell'impresa. Un altro usciale metteva a un cortile:—l'aprono:—là in faccia si vede una porticina;—cinque passi: uscir da quella, saltare il piccol fosso, e sono in salvo. Dalla soglia tendono l'orecchio…. tutto è silenzio. Una sentinella, sdrajata boccone sur un muricciuolo dallato, appoggiando la fronte sulle braccia, dormiva. Macaruffo l'additò ansioso a Alpinolo; ma questi, spunzonandolo, gli fece intendere a cenni che non era nulla; che dormiva sodo; niente paura, non si sveglierebbe. Escono: scendono tre gradini: la Margherita, venendo ultima con Venturino, poneva il piede sul lastrico; la luna fendeva in quello il denso velo delle nubi, e un limpido raggio mostrava uno all'altro i fuggitivi, e lasciava distinguere la povera Margherita, pallida, scarna, in un trito e lacero vestire, diffuso il crine sulle spalle mezzo scoperte, come donna che sorge allora allora dal letto, eppure bella in tanto travagliosa negligenza.

Francesco e Alpinolo volsero uno sguardo pieno di amore, di compassione, di venerazione sopra di essa: il bambino sollevò anch'egli il capo, e colla manina facendo indietro i capelli che ingombravano la vista, fissò gli occhi per veder chi fosse l'amorevole portatrice; la scôrse: la ravvisò. Che tripudio, povero fanciulletto!—O mamma! mamma!» esclamò con uno strillo acuto, a guisa di chi rivedesse vivo un suo caro, che aveva pianto estinto; e le gettò le braccia al collo.

Gelarono tutti a quel grido, essa gli turò colla mano la bocca:—invano! era tardi.

La sentinella riscossa alzò il capo, vide gente, balzò in piedi.—Ajuto! gente! all'armi!» Non finì di urlare queste parole, che Alpinolo, dirupatosegli addosso, in men ch'io lo dica gli ebbe spiccato il capo di netto; poi, colla sciabola insanguinata alla mano, accennava agli atterriti che fuggissero, campassero; egli starebbe alla porta per impedirne l'uscita ad altri, finchè essi guadagnassero tempo.

Tutto inutile! Il grido d'all'arme era giunto agli altri soldati; da ogni parte traevano con lance, con fiaccole, gridando, minacciando. Alpinolo, col furibondo coraggio di una tigre che difende i suoi parti, cominciò a menare prima la spada, poi la lancia, infine il troncone di questa, col potere che aveva maggiore, sicchè ne stramazzò tanti quanti ne colse. Ma arrivatogli alle spalle Sfolcada Melik, gli girò sul caschetto un sodo colpo di mazza, che lo fece, tutto grondante del sangue suo e dell'altrui, ruzzolare come morto ai piedi della Margherita. Li baciò col labbro convulso Alpinolo; poi, alzando su di essa lo sguardo ondeggiante, esclamò:—Perdonatemi».

Macaruffo in sulle prime volle mostrare d'essere accorso anch'egli allor allora, e sguainando la coltella che teneva alla cintola, con parole fiere rivolto ai fuggiaschi, gridava a testa:—Ah cani! indietro, o vi scanno tutti. Di queste s'ha da farne a me? di queste?»

Ma dovette accorgersi che il ripiego non valeva, e poichè il Melik, bestemmiando in suo tedesco e menandogli di piatto la sciabola sulle spalle, gli diede la funesta certezza d'essere scoperto, gettato l'arma e la fierezza, si prostrò a terra, e colle braccia aperte e sollevate badava a strillare:—O Signore! o Vergine benedetta! pietà! misericordia! ho moglie! ho figliuoli!»

La Margherita intanto erasi abbracciata col marito: le loro lacrime si confondevano: i vagiti del fanciullo rompevano l'aria, ma nell'ansietà di quel terribile istante nulla si dissero, se non che Francesco esclamò:—O mia buona Margherita!» la parola così cara a quella infelice già nei prosperi suoi giorni, oche egli pronunziò con un tono da esprimere a un tempo amore, speranza, disperazione, una scusa, una preghiera, una domanda, una risposta, un giuramento.

Tutta ne comprese la forza Margherita, e ne trasse una stilla di ineffabile consolazione anche in quello spasimo orrendo, anche fra le urla e gli schernevoli insulti dei soldati mascalzoni, che a forza li dividevano e li ricacciavano nelle loro prigioni.

Frà Buonvicino, come l'altra notte, avea serenato, aspettando coi cavalli al noce in Quadronno; perocchè le regole del suo Ordine erano aliene da ogni severità, e per poco che l'abuso le avesse rilassate, non si faceva caso che alcuno stesse anche tutta la notte fuori di convento. Aveva, dissi, vegliato in aspettazione, pregando, e talvolta abbandonandosi a una gioconda speranza che il Signore darebbe favore all'innocenza, tanto da operare un miracolo per trarre la Margherita in libertà; immaginava la gioja di sapere in salvo persone tanto care, il contento di rivederle una volta ancora, e poi mandarle dove fossero sicure dalla tirannia. Ma queste lusinghe davano tosto luogo a un arcano spavento, ai calcoli desolati della ragione: e figurandosi tutti i pericoli possibili, gelava, sudava, e buttavasi colla faccia sulla terra, supplicando Iddio che li salvasse: Iddio che solo il poteva.

Il minacciare del nembo non lo distolse di là; ben altro avrebbe affrontato per rivedere la Margherita. Ma quelle ore eterne passarono: i galli cominciavano a cantare dai rustici casali del vicinato,—Neppur oggi (egli disse) sarà potuto riuscire». Adunque rinviò il mozzo coi cavalli ad un'attigua cascina donde gli avea levati, gli diede la posta per la sera vegnente al luogo medesimo, e ritornossi al convento di Brera, facendo un distorto giro delle porte.

Ancor non era ben chiaro il giorno, e i foresi del vicino borgo si avviavano a Milano per vendere il latte, l'uva, le ortaglie; chi con due gran corbe infilate al braccio, chi con due zane in bilico sulle spalle, uno colla gerla piena in dosso: l'altro cacciandosi innanzi un somarello: quali spingendo le carriuole; alcune villane sbracciate e scollacciate e col guarnelletto di stampato, reggevano in capo secchi di latte, coi gomiti a manico di vaso: e parlavano tra sè del temporale della notte passata che divideva l'estate dall'inverno, della prosperità e delle disgrazie dei loro campi e degli orti, della fame che correva, della peste che minacciava, della comare, dell'amico: e facevano assegnamento sui denari che ricaverebbero quel dì.

Giunti alla spianata fra San Calimero e la torretta di porta Romana, vedono da un ramo spenzolare non sanno che: s'avvicinano: è un uomo impiccato.—Ehi, compare! gua'; quella pianta ha messo un grappolo massiccio.

—Oh oh! chi sarà mai!

—Mah!

—E che diamine ha al collo?

—Una borsa.

—Una borsa? volete dire che sia piena di quattrini? E la additavano a chi veniva dietro, e si struggevano di saperne, per essere i primi a raccontarlo o nelle case dove andavano a portare le uova e i baccelli, od alle fantesche, loro pratiche, che capitavano colla corbella sul mercato.

Quando vennero fuori della rocchetta i primi soldati, che solevano appostare le bolle ortolanine per volere di esse il dondolo, e per pungerle con qualche arguzia sguajata, si conobbe il fatto. E così la mattina per tempo la notizia si diffuse, e il verzajo (così chiamano a Milano il mercato delle erbe e delle civaje, che allora tenevasi in piazza Fontana) fu tutto un pettegolezzo, un raccontare e domandare della grande ribellione che avevano fatto i prigionieri nella rocchetta di porta Romana, ammazzato i soldati, sfondate le porte, alcuni fuggiti, altri ripresi; e due singolarmente (chi fosse non importava; già s'intende ladri, o simile lordura, che i galantuomini non vanno a prigione) avevano corrotto il carceriere per fuggire; ma côlti, erano stati ricacciati in bujosa, e il carceriere mandato sui due piedi in piccardia.

Anche in Brera, il primo lavorante che capitò la mattina,—Sapete niente, frate Angiolgabriello?» disse al portinajo.

—No: dite su, che Dio vi benedica; cosa c'è di nuovo?»

E l'altro:—Udite, e poi segnatevi»: e gli riferiva il trambusto avvenuto a porta Romana, nel modo che andava per le lingue, e colle alterazioni che sogliono subire i racconti nel passare di bocca in bocca o di penna in penna;—argomento opportunissimo a dimostrare, per nostra discolpa, la inclinazione che ha l'uomo al romanzo storico.

Frate Angiolgabriello da Concorezzo non tardò a correre a raccontarlo al prevosto frà Giovanni di Agliate. Questo era ancora a letto: esclamò—Povera gente!» diede una volta, uno sbadiglio, e rattaccò un sonnellino. Con maggiore curiosità si facevano intorno al portinajo gli altri laici e professi per udirla: ed egli, glorioso d'essere il primo a spargere una notizia e di andare per la comunità siccome autore (tanto questa gloria d'autore lusinga fin nelle minime cose!) volentieri la diceva, e ridiceva come il cieco la sua leggenda. I frati ascoltavano col pacato interesse, onde si ascolta una notizia che non ci riguarda; al più, una moderata compassione, e i migliori, facendosi il segno della santa croce, esclamavano:—Gesummaria per loro!»

Ma chi fossero quei fuggiaschi troppo lo comprese fra Buonvicino allorquando, appena mise piede fuori della cella, il portinajo, che non aspettava che lui, corse subito a raccontargli il fatto, senza sapere di qual coltellata lo trafiggesse.

—Ma l'appiccato (chiese egli) era veramente il carceriere o un soldato?

—Il carceriere, che Dio lo benedica»; rispondeva frate Angiolgabriello:—chi me lo narrò, l'aveva coi proprj occhi veduto. Ed io sono stato il primo…

—E nessun soldato n'andò di mezzo, che si sappia?» l'interrompeva frà Buonvicino.

—Eh eh! e quanti!» ripigliava l'altro, trinciando l'aria colla destra spiegata.

Frà Buonvicino trasse il cappuccio sugli occhi, ma non sì presto da celar la sua emozione agli occhi del narratore. Il quale dappoi al suo racconto aggiungeva questa nuova circostanza per dimostrare a tutti di che tempra compassionevole fosse il fratel Buonvicino, che Dio lo benedica.

Quest'ultima tavola del naufragio era dunque fallita. Non già che frà Buonvicino vi avesse posta troppa fidanza; ma l'uomo è così fatto, che, col lungo fermarvisi sopra, si affeziona anche a ciò che egli medesimo sa non essere altro che sogni e fantasie. Due giorni e due notti aveva egli trascorse, fissato, assorto in quell'idea, in quella speranza: ed era svanita; svanita così dolorosamente! Gli piangeva il cuore per Alpinolo, che credeva dover esser perito in quel parapiglia: figuravasi i peggioramenti degli amici suoi; sicuro che l'oppressione avrebbe da ciò preso motivo per esacerbarne la condizione. Poi il giudizio loro si sarebbe precipitato; e la prepotenza avrebbe côlto volentieri quest'occasione di mostrare come le intelligenze, di cui più non potevasi dubitare, imponessero la necessità di togliere ai fautori dei Pusterla la speranza di camparli con qualche nuovo tentativo.

Pur troppo dunque prevedendo l'esito, disperando d'ogni umano soccorso, volgevasi a Dio, a lui che può mitigare l'ambascia di chi patisce e la fierezza di chi fa patire. All'augusto sacrifizio dell'altare se compunto sempre si accostava, quel giorno si presentò con più intenso fervore; tremando, piangendo, pregò per le povere anime di quelli ch'erano caduti uccisi, per Alpinolo: Dio è tanto buono! tiene a calcolo anche il sospiro d'un momento: forse quel giovane sarà uscito da questa vita perdonando e perdonato, ed ora si trova ricoverato sotto le ali di Quello, delle cui misericordie non è numero. Pregò quindi pei due Pusterla, che Dio moltiplicasse a loro la pazienza; che ai loro giudici compartisse, non tanto il lume per conoscere la verità, quanto il coraggio per sostenerla. E gli parve che il Cielo nuovo pensiero gli ispirasse, un pensiero coraggioso e nobile: il ventilò: si risolse.

Altamente compreso della dignità del suo ministero, frà Buonvicino era ben lontano da quella timida prudenza, che insegna a tacere davanti al peccatore potente. Non aveva egli sottocchio le parole di Dio e gli esempj dei profeti, degli apostoli, del maggiore dei profeti, e di Cristo? il Signore aveagli detto per Ezechiello:Te posi sentinella in Israele: annunzia la mia parola. Se quando io dico all'empio, morrai,tu glielo taci, sicchè esso persiste nelle sue vie, egli morrà, nell'iniquità, e del suo sangue domanderà conto a te[30].

Per questo i Veggenti d'Israele nelle corrotte città si affacciavano gridando penitenza: e benchè il vulgo ne soverchiasse la voce, e gli oppressori intimassero silenzio, non isbigottivano, e continuavano gridando, Penitenza. Così gridava il Battista alle genti sedute nelle tenebre della morte, e portava la minaccia alla Corte del re, e n'aveva—ricompensa antica—prigione, supplizio.

Poi gli apostoli, fra la pertinace superbia de' Giudei e la spensierata lascivia delle genti, bandivano una legge di spirito, contraria alla legge della carne; instavano opportuni, importuni[31]; battuti, scherniti, uccisi, l'ultima voce loro sonava ancora una vigorosa professione della verità. Chi avesse lor detto di piegarsi ai rispetti del mondo, alle spietate necessità della politica! Non così gli aveva ammaestrati il Divino, che scese a portare la spada della parola, che predicava il regno della giustizia in faccia ai sofisti, agli ipocriti, ai forti congiurati, sebbene sapesse lo trarrebbero a morte per seduttore dei popoli e ribelle. Chi volle innestar il Vangelo sulla pusillanime prudenza dei figliuoli degli uomini, piegarlo agli interessi del secolo, a rinfrancare i prepotenti contro i deboli, dovette snaturarlo nel carattere suo principale.

Non così l'aveva inteso frà Buonvicino; onde altre volte era uscito per le vie di Milano rimproverando i disordini della plebe, gli stravizzi dei ricchi, la corruttela degli obbedienti e l'eccedere dei magistrati. Vero è che allora, quando non erasi ancora aperto questo cancro dell'indifferenza, questo ateismo pratico, la voce dei religiosi sonava venerata, perchè suggerita da intima convinzione, ed ascoltata con fede: i sacerdoti si guardavan per annunciatori di pace, come il loro capo era destinato a stare sopra i potenti della terra coll'inerme eredità di Cristo per insegnare la giustizia colà, dove tutto regolavasi a forza di spade o d'astuzia.

Traviarono? mescolarono gl'interessi della fede con quelli del secolo? Compiangiamoli: ma quale ingiustizia attribuire alla religione i disordini ch'ella appunto riprova! Benediciamo anzi la Provvidenza che, tra la ferocia di animi incomposti, tra quel cozzo degli elementi sociali, avesse stabilito un ministero di riconciliazione[32] per frenare il braccio del violento, spruzzare l'acqua della pace sui rancori fraterni, chiamare i furibondi a deporre gli sdegni nelle braccia d'un Crocifisso. Benefico potere, che interponeva il nome di Dio agli atti umani; se non altro, protestava in favore della calpestata umanità: chi oggi ne adempie le veci? Le istituzioni umane vanno soggette a speranze e timori; può la prepotenza lusingarle od atterrirle; può la scaltrezza farsele alleate; tristo chi non si affida che nella polizia e nelle bajonette, e chi a queste non sa opporre che la rivolta e l'assassinio.

Frà Buonvicino fermò dunque in animo di andar a perorare dinanzi a Luchino la causa dell'innocenza. Invocato Colui, che solo può dare efficacia alla verità, forza alla persuasione, e far dalle rupi zampillare acque vive, si diresse al palazzo, come Natan andava a rinfacciare a David il suo peccato. Le persone vulgari, che lo vedevano meditabondo e sopra sè attraversare le vie, dicevano ai loro figlioletti:—Gli è un santo: quando lo scontri baciagli la mano». I nobili, facendo tacere l'orgoglio della nascita avanti ai meriti dell'intelletto e del cuore, gli cedevano il lato rispettosi; le guardie del palazzo e gli adulatori diedero il passo, inchinandosi a colui che indovinavano come venisse a bandire la verità dove essi facevano ogni studio per palliarla; ma è privilegio della verità il rendersi venerata da coloro stessi che l'abborrono, come è privilegio della lusinghiera viltà il toccare lo sprezzo anche di quelli, innanzi a cui arde i suoi fetidi incensi.

Nell'avvicinarsi alla torre, entro cui soggiornava Luchino, quattro fieri mastini si levarono incontro al frate, con un abbajare, con un ringhio, che a stento repressero i custodi. Grillincervello, trattosi anch'egli il suo burlesco berretto, senza permettersi contro del frate i motteggi che a nessuno risparmiava, corse ad annunziarlo al Visconti, limitandosi a dire sottovoce agli altri:—Oggi il principe ha predica in camera».

Il Visconti stava in quel momento ritirato in un riposto gabinetto della sua torre, insieme con un uomo di gran barba, ravvolto in una veste nera, lunga fino ai talloni; il quale, con aria d'importanza o d'impostura (l'una somiglia tanto spesso all'altra), teneva il dito teso sopra una figura geometrica che aveva delineata, e che veniva dimostrando al principe. Un astrolabio ed una sfera armillare posti fra loro, indicavano come costui fosse un astrologo. Era di fatti quell'Andalone del Nero che ci fu nominato altre volte, non meno celebre a Milano che fosse ad Avignone quel Tommaso Pizzano, si mal a proposito consultato dal Pusterla.

Luchino, come tutti solevano nei casi più dubbj e rilevanti, aveva interrogato Andalone nientemeno che sopra un problema, a cui attendono da secoli migliaja di persone… cioè se fosse possibile congiungere l'Italia sotto un solo signore, e se egli potrebbe essere quel fortunato.

Gli elementi per risolvere quest'arduo problema sarebbero certo assai diversi ai nostri giorni; per lo meno non v'entrerebbero più quel che allora pareva capitale, voglio dire il consenso delle stelle e le influenze celesti. Anzi io credo che, in tale discussione, troppo poco si guarderebbe di sopra dei tetti.

Giovane, prode di sua persona, ricco d'accorgimenti e di scaltrezze, non mai rattenuto nella sua vita dallo sgomento d'un delitto, valutando gli uomini come mezzi, le alleanze come lacciuoli, i patti come un'esca agli incauti, e ragione la prepotenza, e giustizia la buona riuscita, Luchino poteva sperare di raggiungere una meta, alla quale avevano sempre avuto la mira i suoi predecessori: raggiungerla, purchè qualche aspetto maligno di pianeti nol contrariasse. Ma chi spassionato guardasse alle condizioni del paese, trovava da un lato le abitudini radicatissime in popoli avvezzi a riguardarsi non solo come stranieri ma come nemici, la malvagia ingerenza degli stranieri che soffiavano nelle ire fraterne, le gelosie degli altri signorotti, e l'ostacolo interiore di una potenza che i diritti temporali sosteneva con armi spirituali, allora spaventosissime.

Queste cose vedeva Andalone del Nero colla prudenza della politica: ma fingendo leggerle nella congiunzione degli astri, aveva rizzato l'oroscopo, ed ora spiegandolo a Luchino, da una parte non voleva scemare credito all'arte sua con promesse che uscissero poi vane, nè dall'altra disperare affatto l'ambizioso signore. Esponeva dunque le cose con tale avviluppo, con gergo sì dottrinale, con tanti misteri, che Luchino nè sapeva trovarvi accarezzate le sue speranze, nè volea vederle sventate, talchè ne rimaneva scontento e indispettito.

Più s'indispettì all'annunzio di Grillincervello. Conosceva egli Buonvicino fin da quando era nel secolo, e lo temeva come uno di quegli uomini dritti, che alle opere scellerate, agli iniqui consigli oppongono un ostacolo legale quando possono, o, quando non possono, una passiva resistenza;—uomini odiosi al potente ribaldo, giacchè con nessun atto eccedente gli offrono ragione o pretesto di reprimerli, di perseguitarli.

A mal cuore sentì pertanto il venire di lui; pure non ardì negargli udienza, sì perchè rispettato, sì perchè la recente sua riconciliazione col papa il costringeva a maggiori riguardi verso i religiosi. Onde comandò andasse ad aspettarlo nella sala della Vanagloria, acciocchè la regia pompa del luogo facesse meglio sentire la gran distanza fra il principe temuto e l'umile frate, fra l'uomo circondato dalla forza e quello che non ha se non le umili virtù della beneficenza.

Quivi entrando, Luchino, sebbene si fosse messa intorno al cuore la calcolata freddezza di un potente che va ad ascoltare chi ha già deliberato non esaudire, pure con sembianze cortesi mosse verso frà Buonvicino, dicendogli—Ben giunto! che ci recate, o padre?»

Al che frà Buonvicino inchinandosi,—Quando il ministro del Dio della misericordia si affaccia alla soglia di un potente, può egli recarvi altro che consigli di mansuetudine e di clemenza?

—E sempre saranno qui ben accetti», soggiungeva Luchino con affettata sommessione, da cui ingegnavasi di non lasciar trapelare l'alterigia, che di leggieri acquista chi non sa se non essere obbedito. E il frate:—Siatene benedetto! Ma non basta che l'orecchio sia dischiuso al vero, se il cuore poi non lo riceva. O principe! corrono per la città strani rumori di nuove vendette…

—Vendette! vendette!» interruppe l'altro rinforzando la voce.—Vendette! solito nome con cui la malignità qualifica le punizioni. Dunque se un traditore mi si solleva in casa, se alcuno trama per togliermi quel che a diritto possiedo, ed io punendolo riparo me e la società di cui son tutore, avrà a dirsi vendetta? Non m'ha data Iddio la spada per ferire?

—E Dio», riprendeva il frate con voce tanto più commossa quanto iraconda erasi fatta quella del Visconti. E Dio vi conceda lume per ben adoperarla. Ma avete esaminato voi stesso se mai non vi traviassero personali affezioni? Siete certo che non v'inganni alcuno di quelli, di cui sta scritto chepreparano continuamente saette per colpire nelle tenebre i buoni?[33] Avete considerato come il sangue innocente gridi incessante al cospetto dell'Agnello?»

Nei moti del Visconti appariva la insofferenza di un linguaggio così vero, ma così inusitato, e il frate proseguiva:—Ma sia; abbiano ordito tradimenti; non è un precipizio punir l'attentato come la colpa? Quanti cuori non vi guadagnerebbe la clemenza? quanti non ne rimoverà da voi il rigore? Oh la clemenza! essa è un vanto per l'autorità benefica, è un calcolo per i malvagi allorchè suggerisce che ogni enfiato non si dee tagliare, che il rigore può imporre il silenzio, ma non infonder l'amore, unico fondamento stabile della podestà. Essa è un calcolo allorchè fa vedere quanto divario corra fra un principe benedetto dal popolo, che egli dirige da buon pastore, corregge da padre amorevole, e un altro che nol frena se non tenendogli alla gola il pugnale. Guai al giorno che quel pugnale si spuntasse! Ma questi sono discorsi di prudenza umana. Io son ministro del Vangelo, e come tale vi domando: Siete voi cristiano?»

Rizzò la testa Luchino a un'interrogazione che gli sonava potente come uno scongiuro, ma tosto armatosi dell'ironica indifferenza contro cui si spuntano e la ragione e la pietà, tentennando il capo, rispondeva:—Cristiano? io? me lo chiedete voi, o padre? voi di un convento che dovrebbe conoscermi?

—Come tale (ripigliava frà Buonvicino) fate ogni opera onde conformarvi a quel divin Modello, che non domanda olocausti ma giustizia, che al par di sè ci vuole temperati e misericordiosi. Ora egli intimò preciso, che, se il fratello ci offende non una volta, ma settanta volte sette, altrettante condoniamo; e promise misurar noi colla misura che avremmo cogli altri adoperata. E voi stesso rinnovate quel patto ogni giorno allorchè pregate che egli perdoni a voi, come voi agli offensori. Or quando ripetete questa preghiera, bagnato del sangue, anzi pur delle lagrime di un nemico, non vi ricorda che vi è un punto a cui tutte le strade mettono capo? che un giorno un giudice…

—-Lo so, lo so», interruppe Luchino, sollecito di sviare un pensiero che fa gelare il ribaldo sotto alla corazza o fra un cerchio di spade.

—Lo so: ma so ancora che l'ingiustizia invendicata provoca a nuove offese. Bello, sì, sublime è il Vangelo, ma per ridurre in pratica quella sua angelica società, converrebbe che tutti l'adempiessero».

E il frate,—Ma quando il fallo altrui potè scusare il nostro? E se tutti seguitassero cotesta vostra ragione, che sarebbe il mondo più che una spelonca di ladri? Ah! già troppo la forza ha dominio nelle cose umane; già suggellò atroci distinzioni fra gli uomini. Invece di scusarsi coll'esempio di chi travia, perchè i potenti, perchè voi non vi fate esempio agli altri; non cercate rilevare l'umana dignità abbattuta, col sostituire il diritto alla prepotenza?

—A questo modo vorreste inferire che sin ad oggi errarono quelli che punirono, errarono le leggi, errarono i nostri antichi, e quei lumi di ogni sapienza, i Romani».

E il frate di rimando:—Quelle leggi chi le ha fatte? l'uomo, abisso di contraddizione e di miseria. Ma più sopra sta un altro legislatore, infallibile, scevro da passioni e da interessi, che ha fatto legge la carità, dovere il perdono. Se le istituzioni umane vi si conformano, benediciamo il Signore. Ma se sono disformi, se i sudditi mormorano…

—E di che non mormorano essi?» interruppe Luchino.—Non udite come continui suonino i loro lamenti? Mormorano di quei gloriosi imperadori romani; mormorarono contro il gran padre mio; mormoreranno di me. Perchè dunque piuttosto non vi diffondete tra cotesti, intolleranti di ogni autorità, a predicare la somma delle virtù, la subordinazione? perchè non mostrate a codesti perpetui scontenti come il comandare sia peso assai più grave che non l'obbedire? Oh no; allora non occorrerebbero codesti panegirici della clemenza, i quali tornano conto solamente ai rei, come ai vinti il panegirico della generosità».

E col piglio fra sprezzante e scrutatore che acquistano coloro, in cui la politica soffogò l'umanità, fissava di traverso la venerabile fronte di frà Buonvicino, mortificato, ma non da riguardi umani, e più nobile in mezzo ai patimenti. Il quale proseguiva:—Se i popoli si lamentano sempre, non correte a trarre per unica conseguenza che siano dunque incontentabili. Quanto alla subordinazione, che altro facciam noi se non bandirla tutto dì fra il popolo? Oh forse la verità va riguardosa allorchè parla a coloro, coi quali può essere franca impunemente? Ma Dio ci comandò di dirla al forte; e per questo ci teniamo obbligati a predicare che, nel libro stesso ove è imposto ai sudditi di obbedire, è comandato di ricordare che tutti vengono da un padre, tutti camminano a un fine. A chi in contrario procede, quale castigo intima Iddio? chetremeranno ove non sia timore.[34] Se poi gli eccessi del capo, non dico scusino ma traviino il popolo, se questo popolo mormori, se pensi togliere l'autorità a chi ne abusa, avrà questi il diritto di vibrare la spada contro agli offensori? Non l'ha rintuzzata egli stesso il giorno che la volse a sostenere l'iniquità?

—Egregiamente!» riprendeva Luchino; e pratico nell'antico sofisma che mostra il torto dell'avversario col fargli dire più che non abbia inteso, continuava:—Egregiamente! negare al principe il diritto di punire! renderci da meno di un superiore dei vostri conventi! Ma già il mondo non s'impara fra quattro mura, nè il governo di una comunità ecclesiastica insegna quel che giovi a una città, a un popolo… Sì, sì, vorrei veder io chi starà arbitro fra me e cotesto popolo; chi verrà a dirmi,—Trascendesti i patti, dunque discendi».

E batteva la mano sul pomo della spada. Ma frà Buonvicino,—Ecco dunque qual parrebbe a voi il gravissimo dei misfatti: l'osar parlarvi la verità. Sempre dunque misura delle opere la potenza, ogni quistione risolta colla forza, per la quale potete comandar di tacere. Eppure questa società vi ha affidato il potere: essa è l'organo di Dio, il quale è superiore a cotesto brando in cui fidate…

—Eppure» l'interrompeva Luchino colla compiacenza di chi ferisce l'avversario colle armi sue stesse:—eppure questo Dio si compiace di esser chiamato il Dio delle vendette».

Ma il frate, senza esitare,—Sì, perchè egli è giusto per essenza, e però vendica gli innocenti, giudica le giustizie, si fa rifugio dell'oppresso e del tribolato. Ed egli, scevro da passioni e da interessi mondani, dettò una legge superiore a queste, fatte dall'uomo, fallibile per cuore e per mente, una legge di mansuetudine e di perdono. Ed egli stesso ha dato la spada ai signori della terra, ma per punire, non per vendicarsi, per tutela della società, non per oltraggio, non per far misura delle opere la potenza. Se il patto s'infrange, non cessa da questo istante il diritto? E il ministro di Dio non ha obbligo di rinfacciarlo al trasgressore?»

A guisa di un fanciullo caparbio e ritroso, che non sa come replicare, pur non vuole obbedire, il Visconti con un tal riso che gli era proprio, esclamava:—Obblighi nuovi! nuovi incarichi!

—Nuovi! (soggiungeva fra Buonvicino) nuovi quanto il libro ove il più sapiente dei re scriveva:Ascoltate, o regnanti; imparate, o giudici: da Dio v'è dato il potere, ed egli interrogherà le opere vostre, e vedrà se mai voi primi aveste contraffatto alla sua legge[35]. Nuovi quanto il Vangelo, dove è raccontato del servo che fu sentenziato alle tenebre inferiori perchè non aveva usata al conservo debitore la misericordia che egli stesso aveva ottenuta dal padrone. Meno poi avrebbero a somigliar nuovi in Milano, e a voi che tante volte traete a pregare alla basilica ambrosiana. A quella stessa drizzavasi un altro principe, la più gran maestà della terra, un Teodosio imperatore romano: quand'ecco uscirgli incontro un vescovo, il mite Ambrogio, e rimproverargli il sangue versato in città ribelle. Eppure questa città era sorta alle armi e all'eccidio. O principe, il mite Ambrogio non ricevette alla comunanza della preghiera e del sacro pane l'imperatore finchè con lunga penitenza non ebbe tersa la macchia…. O principe, e le mie son novità?

—Ma al nome sia di Dio; in conclusione che volete da me? (dava su Luchino con irrefrenata impazienza). Che io disserri le prigioni, o mi empisca il paese di furfanti e di assassini?»

Allora il frate con tono supplichevole,—Sono tutti furfanti e assassini quelli che chiudete nelle vostre prigioni? E con loro confusi non gemono forse altri, non dirò rei, ma accusati di trame contro la vostra autorità? Quale impresa tentassero io nol so. Ma se, così pochi, pensavano togliervi un potere difeso dal popolo che ve lo conferì, non meritan piuttosto compassione che castigo? Non torna meglio farsene altrettanti amici col perdono? Se poi avete ragione di credere che il popolo stesse con loro, come persuadervi che il sangue di pochi affogherà le ragioni comuni? e allo sdegno sostituirà nella moltitudine l'amore, unico fondamento durevole all'autorità? Non è a temere piuttosto che il gemito di ogni vittima risuoni nei cuori già commossi, per eccitarvi il desiderio di vendetta? Tanto più se le vittime sono illustri, se care per virtù, se credute innocenti. O principe, voi tenete nei ceppi Francesco Pusterla e la donna sua….

—Che? tutta la predica dunque riesce a questo? Ove si tratti di bella donna, anche voi, reverendo, ne prendete a cuore la sorte?»

A fra Buonvicino andarono nel fondo dell'anima queste parole. Recatosi in sè stesso, rapidamente esaminò se i primieri affetti avessero troppo parte nella condotta sua presente: gli parve di no, ma disse in cuor suo:—Ciò sia in riscatto dei miei trascorsi» e tacque. Luchino, a cui quello scherzo era sfuggito in un momento ove il naturale prevalse alla riflessione, rifattosi più serio di prima, continuava:—Voi non ignorate come i costoro complici siano stati processati, e come dalle spontanee loro confessioni pur troppo risulti che la famiglia Pusterla, ingrata a tanti benefizi, stava a capo di una trama contro la sicurezza mia e del mio Stato. Osereste richiamare in dubbio un giudicato?

—Anche Cristo fu giudicato; giudicati i martiri, e il cristiano che sel ricorda, sa che talora la spada della giustizia emula il coltello dell'assassino: sa vedere l'innocente perfino in chi sale al palco, e il riprovato da Dio in colui che lo condannò.

—Ebbene, Dio li salvi se sono giusti (parlava Luchino). Quanto a me, per non sembrare mosso da particolari affetti li sottoposi a giudici indipendenti, e secondo parrà alla loro rettitudine, sarà fatto.

—Qui appunto sta il forte, (riprese la parola fra Buonvicino animandosi), che sotto al manto della rettitudine non si mascheri l'iniquità. I giudici saranno eglino incorrotti? Avranno il coraggio di sentenziare diverso da quel che altri accenna loro come desiderio del padrone?»

Non parve vero a Luchino di trovare un appiglio onde irritarsi e gridare, e sottrarsi così alle argomentazioni del frate, che più lo serravano quando erano esposte con maggiore aspetto di calma e di soggezione.—E che? (gridò) osereste dubitare dell'integrità dei miei giudici? Padre, finchè parlaste di noi, finchè mi intimaste i miei doveri, dritto o no, io vi ho dato orecchio colla sommessione di un fedel cristiano. Ora non più: voi intaccate i più onorevoli fra i miei cittadini. Silenzio, dunque: basta. Della premura che vi prendete per l'anima nostra e per la nostra fama, gran mercè: ve ne ringrazieremo meglio che con parole. Ma qui finisce la vostra parte. Vi sono leggi, e vi sono giudici per applicarle. Innanzi ad essi compariranno cotesti vostri protetti, vedranno snudate le loro scelleraggini, e… morranno».

Così disse con quella voce risoluta che non ammette più replica, e quest'ultima parola, traboccatagli come in ricatto della forzata degnazione adoperata sino allora, rimbombò terribile per la dipinta volta del salone, e a guisa di un fulmine colpì il frate, che ammutolito chinò la testa. Quando la rialzò, vide Luchino che varcava la soglia a passi concitati, lasciandolo solo. Così anche le poche volte che la verità può accostarsi all'orecchio dei tiranni, la funesta abitudine di veder fatta legge la propria volontà reprime quel grido, e pone ancora al luogo del diritto l'arbitrio e la potenza.

Luchino tornò ad almanaccare la conquista di tutta Italia con Andalon del Nero; l'Umiliato discese come cieco le scale del palazzo; attraversò la città compassionando i popoli, a cui Dio manda il peggiore dei flagelli che accolga nei tesori dell'ira sua, una trista signoria; e venne al convento di Brera, meditando le miserie del giusto, le quali gli gridano come la sua patria non è quaggiù.


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