CAPITOLO XXI.

Frattanto ogni cosa era disposta pel nuovo giudizio. Quel Lucio, capitano della giustizia, del quale abbiamo accennato i severi e maligni procedimenti, era stato, in premio del suo zelo e della fedeltà, messo al temporario godimento del palazzo in Milano e della deliziosa villa di Mombello, ricchezza un tempo e ricreazione dei Pusterla; lasciandogli scorgere che, qualora i primitivi possessori cessassero di potervi pretendere mai più, ne rimarrebbe in lui l'assoluta padronanza.

In un anno egli vi si era naturalmente affezionato, e naturalmente desiderava conservarseli tutta la vita, tramandarli al suo carissimo primogenito; e, o non ritornare mai più nella patria, la quale ricordava la vergogna de' suoi bassi natali e della originaria sua povertà, o recarvi un fasto e una ricchezza che gli attirasse l'invidia di chi prima gli aveva avuto compassione. Il mezzo poi era così facile! Quando mai l'avaro e l'ambizioso si tolsero da un loro divisamento perchè costasse un'ingiustizia?

Facile, ho detto, il mezzo, cioè la condanna dei Pusterla, poichè i giudici sapevano di gratificarsi il potente coll'aggravare il preteso colpevole, e che, sentenziandoli a morte, secondavano la legge, la forza, la passione di una di quelle anime dispotiche, in cui il non volere aver torto è il sentimento surrogato a tutti gli altri. E già come complici della congiura del Pusterla molti erano stati mandati al supplizio: forse anche è vero che alcuni, o per violenza di tormenti, o per propria fiacchezza, o perchè credessero minor male il versare ogni colpa sopra chi pensavano trovarsi in luogo sicuro, avea deposto a carico di Francesco quanto bastasse alla legge per chiarirlo reo. Egli stesso, il Pusterla, col fuggire avea somministrato un indizio di sua reità. Il principe poi aveva manifestato troppo apertamente il voler suo col violare persino il diritto delle genti affine di aver nelle mani quel famoso ribelle; come tale egli era stato rappresentato ai Pisani, affine d'indurli a consegnarlo; come tale nominato alle varie Corti che s'informavano di quel fatto; come tale ritenuto nei discorsi del popolo, fra il quale la congiura del Pusterla era divenuta, a forza di ripeterlo, un fatto di comune persuasione.

Senza dunque parlare dei vigliacchi che non valutano la coscienza se non pel vantaggio di poterla vendere, anche i meno ligi fra i giudici, convocati a formare la commissione di giustizia, erano in disposizione sfavorevole affatto ai Pusterla. I nuovi tenevano a gran calcolo l'onore fatto ad essi dal Visconti col trasceglierli a riconoscere la rettitudine del suo procedere; e poichè ognuno crede sè medesimo probo e generoso, persuadevansi che egli, coll'elegger loro, avesse dato prova di giustizia, e quindi, senza quasi accorgersi, pendeano a non mostrare ingratitudine a Luchino col contrariarne i disegni.

Ben n'avea di quelli che, come buoni padri di famiglia, come cittadini di uno Stato che conservava il nome ed alcune apparenze di repubblica, avevano fremuto contro di un processo che l'equo sentimento e l'esame spassionato dichiaravano iniquo: ma le fittizie opinioni della società hanno saputo creare due onestà diverse pel particolare e pel magistrato, e insinuarono che uno possa come privato ammirare colui, che come giudice pretende esporre all'infamia.

Io non dico che queste cose si analizzassero come oggi: dico che come oggi le si facevano.

Quanto a coloro che avevano già avuto mano nel giudizio precedente, troppo interesse trovavano che il nuovo non ne discordasse. Posto ancora che contro dei Pusterla fossero mancate tutt'altre prove, fossero anzi (caso poco men che impossibile in processi di tal genere) apparse dimostrazioni di sua innocenza, il confessarlo incolpevole non tacciava di falsi i giudizj precedenti? Che sarebbesi detto se fossero risultati innocenti quelli, su' cui compiici già si era proferita una condanna? Dove sarebbe andata la dignità della giustizia qualora si fosse mostrato possibile che ella s'ingannasse? e s'ingannasse in decisioni irreparabili? il ritrattarsi è tale forza di virtù, che rare volte ne è capace un privato: non so se mai un corpo.

Pendevano dunque i giudici a volere trovar reo il Pusterla, persuasi fosse questo un atto di mera giustizia; per lo meno una conseguenza immediata e necessaria delle giustizie antecedenti. Così l'iniquità ha natura simile all'acqua; se appena faccia pelo in un edifizio, per robusto ch'e' sia, a poco andare l'avrà scassinato e riverso.

Lettori miei, di buon cuore e di buon senso, voi vedete che io m'ingegno di mostrarvi come l'uomo, passo passo, giunga a reprimere il sentimento del retto e del dovere, deposto in fondo all'anima sua. So chi da tali fatti deduce che quel sentimento è un sogno, che l'uomo è una belva feroce, a frenare la quale bastino appena la forza dei patti sociali e la severità delle leggi: ma se esploreremo le vie che guidano al pervertimento morale, e quel che possano l'educazione e le leggi, vedremo che, se esso si vela e si deturpa fra l'ambizione, l'egoismo e la prepotenza, vive però nelle anime schiette e paghe del loro stato, per attestarne l'origine divina.

Per la pura verità bisogna confessare che la causa del Pusterla trovavasi ora di gran lunga peggiorata. In quel suo esigilo erasi egli veramente adoperato a cercar nemici al Visconti; gli stava a fronte Ramengo, il quale smaniava di trarre a fine una tela scelleratamente ordita, e pur troppo poteva produrre a carico di Francesco le pratiche conosciute a Pisa, i discorsi da lui tenuti nell'abbandono della confidenza; in fine il suo tentativo per unirsi allo Scaligero, a danno del Milanese. Farsi capo di esercito straniero contro la patria era colpa, che destava orrore a qualunque buon Lombardo.

Dopo ciò mi permetterete ch'io tralasci la fralezza delle prove, l'assurdo dei confronti, il sofisma delle deduzioni, le confessioni estorte o con tormenti o con raggiri o con suggestioni; tutto l'artifizio onde Lucio e gli altri s'industriarono a travisare la verità. Qui, come altrove, la storia potrebbe aver apparenza di satira.

Che se pure fra i disconforti che troppo spesso ella reca, vorremo in tutto questo cercare cosa che ne consoli, sia il considerare quanto la dignità dell'uomo abbia, da quel tempo in poi, acquistato rispetto. Allora dalla condanna restava generalmente colpito, non il reo soltanto, ma tutta la famiglia; e non intendo solamente del disonore, che fin oggi non s'imparò a limitare unicamente sul colpevole, ma le pene ancora ricadevano sugli aderenti del condannato, come sugli averi di lui. Nei delitti di Stato principalmente la brama di atterrire con esempj spaventosi faceva che i fratelli, la donna, i figliuoli s'involgessero nella condanna del ribelle; teneri fanciulli (tutte le storie il ricordano) vennero, per le colpe dei padri, sepolti nelle carceri, tratti al patibolo, dati a sbranare ai cani. Ora la nascita e la parentela danno soltanto diritto a gradi ed onori; allora si era più atroci, ma anche più logici.

Terminato il processo segreto dalla commissione di giustizia, il voto doveva, come l'altra volta, essere esposto al consiglio generale, che rappresentava o figuravasi rappresentare il popolo milanese. E Lucio in fatti, congregatolo per ordine del signor Luchino, gli presentò il processo affinchè lo trovasse giusto, e ne ratificasse la sentenza.

La campana del Broletto nuovo, che invitava i capifamiglia a radunarsi, ad ascoltare e dir di sì, piombò sul cuore di frà Buonvicino, come un preludio di morte, come i botti dell'agonia; e abbandonata la sua cella, discese a pregare nella chiesa. Quivi si andò a prostrare davanti a quell'avello medesimo, sopra il quale erasi inchinato nel memorabile giovedì santo, in cui Dio gli aveva parlato al cuore e chiamato a penitenza ed a vita nuova. Quante cose erano mutate da quel giorno! Anche ora la Margherita stava in cima dei suoi pensieri, ma deh in qual diversa sembianza!

Meditò, pregò pei sofferenti, pei loro oppressori: somigliante ai primi seguaci di Cristo allorchè, nelle perseguitate catacombe, si raccoglievano sulle ossa dei martiri a supplicare il Signore pei loro fratelli, che in quel momento suggellavano col sangue la fede nella virtù e nella verità. Invocò lo Spirito divino perchè mitigasse colui che pur troppo aveva in sua mano la vita di quegli sventurati; perchè, se non altro dissipasse da quegli infelici lo sconforto e i dubbj desolati, se mai, come pur troppo temeva, fossero destinati a vuotare il calice sino alla feccia.

Quando la vita sua propria fosse stata in quel momento sotto alla deliberazione di un tribunale, non avrebbe frà Buonvicino fatto altrettanto fervida e passionata l'orazione, non ne sarebbe stata altrettanto penosa la incertezza. A volta a volta gli sorgeva in cuore una consolante fiducia nella bontà morale dell'uomo, nel trionfo dei sentimenti generosi, ma tosto ne ricadeva in disperato abbandono. Tutto allora fissavasi in Dio; in Dio che si farebbe sostegno e premio dell'innocenza, che non darebbe il giusto qual nuovo trofeo all'empietà: ma poi si ricordava che Dio non somiglia al fango coronato del mondo, la cui autorità cessa appena che, come l'ultimo degli schiavi, ritorni alla polvere donde è uscito, ma che il suo regno si stende oltre i confini della tomba, e di là appunto cominciano le sue retribuzioni.

Alcune ore egli era rimasto così assorto nella meditazione e nella preghiera, allorchè sentì gentilmente toccarsi la spalla. Levò lo sguardo come persona riscossa da un profondo pensiero, e vide accanto a sè un giovane in elegante vestitino succinto, metà cilestro e metà bianco, schietto, assettato in modo da dar rilievo all'adatta struttura e all'agile robustezza del corpo, su cui il farsettino e i calzonetti non facevano tampoco una piega. Appoggiando con leggiadria al fianco sinistro la mano arrovesciata, con cui reggeva il berretto di velluto, pur bianco, donde cascava con grazioso vezzo una piuma di pavone, posando la destra sur una elegante bacchetta di ebano col pomo e il calzuolo di terso argento, tenevasi esso in rispettosa distanza, con quell'atto di ossequiosa gentilezza che si imparava nelle Corti. Una grossa serpe ricamata di argento sul suo giustacuore non lasciò dubitare a frà Buonvicino che non fosse un cameriere del Visconti; e, palpitando di speranza e di timore, se gli levò incontro coll'occhio che tutta ne esprimeva l'ansietà, e disse:—Che ha a comandarmi il signor vicario?»

Al che l'altro con un inchino rispondeva:—L'eccellentissimo signor vicario presenta per mio mezzo i suoi rispetti alla riverenza vostra; ha mandato larga limosina di messe al convento, e si raccomanda specialmente alle orazioni di esso. Poi le fa sapere come a quelli che furono stamane giudicati….

—Furono dunque giudicati?» l'interruppe frà Buonvicino, impallidì, arrossì, e chinando gli occhi, con voce profonda richiese:—E come?

—Alla morte» soggiunse l'altro con una indifferenza avviluppata nella cortesia, a quel modo che insegna il bel tratto sociale.

Frà Buonvicino ebbe appena forza di ridomandare—Tutti?

—Tutti» riprese l'altro.—E il principe, in singolar testimonianza della sua stima concede a vostra riverenza di poterli assistere negli ultimi loro momenti».

Fu vera pietà? fu un insulto raffinato questo di Luchino? Il frate nol cercò, ma in un istante misurò tutta l'acerbità di questa nuova situazione, una di quelle in cui il cuore o si spezza o s'impietrisce. Sollevò lo sguardo al cielo esclamando,—Si compia il sacrifizio!» indi, rivolto al messo,—Ringraziate il signor vicario di questo, che ricevo da lui come un favore, e dal Cielo come un'ultima prova…. e la più tremenda».

Delle ultime parole l'araldo non avrà inteso che il suono. I sentimenti profondi delle anime appassionate come possono venir compresi da chi si è logorato fra le apparenze pompose e le frivole importanze di una società in maschera? Onde, strisciando nuovi inchini, se n'andò a portare a Luchino i ringraziamenti del frate; e il frate tornò a inginocchiarsi, a orare, a prelibare tutta l'amarezza del calice preparatogli, e supplicare Iddio che desse coraggio a lui, a loro; che il sostenesse nel più doloroso e più sublime uffizio del suo ministero.

Al tocco del mezzogiorno dell'altro domani la Margherita sente aprire la sua prigione, e alza gli occhi:—Oh! non è un burbero carceriero; non incontra, come al solito, uno sguardo insultatore o indifferente; no: vede,—oh! vede, conosce un amico—Buonvicino!—Sulle prime non sa credere a sè stessa: unah!uno spalancar degli occhi, un tender le braccia, rivelano la maraviglia ond'è inondata: poi balza dal suo scannello, si avvicina al frate….

Momenti così fatti non hanno parole; e il muto linguaggio non esprime altro, se non che la piena dell'affetto impedisce di manifestare l'affetto. Quando poi riebbe le parole,—O padre! (esclamò) o fratello! qual consolazione è mai questa? Neppur addomandarla al Signore avrei osato. Il Signore dunque si ricorda di me, e mi manda un angelo fra questo purgatorio!

—Iddio, figliuola, non si dimentica di nessuno, neppure del vermicciuolo che calpestiamo passando. Tanto meno poi delle creature che più a lui somigliano».

Così il frate, con una voce carezzevole, affettuosa ed accorata, che mostrava come egli a fatica ritenesse le lacrime e che le cavava altrui. La Margherita infatti ruppe in un forte scoppio di pianto: era sì gran tempo che non provava l'ineffabile consolazione di piangere sopra un seno amico, di sfogar un'anima ambasciata con chi l'accettasse, la comprendesse, la compatisse! Poi, fra i singhiozzi ripigliava:—Lo so, padre, lo so che Dio non si scorda di nessuno, che non si è scordato di me. Oh chi m'avrebbe sostenuta fra tante angoscie se non era il pensiero del Signore? Ma dite: mio marito?… il mio Venturino?… Ne sapete notizie? Vi è permesso di darmene?»

E lo fissava con una sollecita attenzione, fra lo sgomento d'un sinistro annunzio e la fiducia che un tale amico non gliene dovesse recare che una consolante. Si rannuvolò novamente in viso frà Buonvincino, corrugò la fronte, e traendo un grave sospiro, come se il cuore gli scoppiasse,—Finora (rispose) sono sani—finora! gli ho abbandonati testè. Fui con essi jeri, vi sarò anche domani. Ed oggi e domani e l'altro verrò a portare a voi, buona Margherita, quelle consolazioni, che un Dio morto in croce ha lasciato per gli infelici, destinati a seguirlo ne' patimenti».

Una parola umana all'orecchio di chi soffre non ha prezzo sulla terra. Quanti, nei primi passi dell'errore a cui forse li sospinse la negligenza e il disprezzo degli uomini, o torcerebbero o si ravvederebbero, qualora l'orgoglio degnasse inchinarsi a sussurrare all'orecchio loro una voce di commiserazione, un invito al pentimento, un fiduciale richiamo alla virtù! Ma l'uomo pensa al castigo, alla vendetta; ed esacerbando, ostina nel delitto chi così facilmente potrebbe ravviare al bene. Quando poi patisce il giusto, come la Margherita, abbandonato agli strapazzi degli scherani, all'ansietà della solitudine, un motto di conforto somiglia alla voce dell'angelo, che ad Agar, languente di sete col bambino nelle solitudini di Betsabea, additava la fonte ristoratrice.

A questi salutevoli conforti non providero le istituzioni umane; ma la religione che, mentre tutta sembra intenta al cielo, non abbandona mai in terra chiunque dubita, travia, combatte, patisce, ha scritto fra i più assoluti precetti della misericordia il visitare i carcerati[36]. Le convenienze degli uomini, le quali nulla hanno a fare col vangelo, delle carceri hanno formato un luogo di squisiti tormenti per l'uomo, non reo perchè non ancora sentenziato. Ma nei paesi cristiani non hanno ancora rimosso dal sofferente le consolazioni della pietà religiosa, nè l'uomo condannato a morire ha privato dell'ultimo conforto, del mostrargli aperte le vie del cielo quando gli uomini lo cacciano dalla terra.

E che conforto sia quello il provava la nostra Margherita. Pur troppo l'apparizione del ministro della penitenza le annunziava chiaramente che il suo fine si avvicinava: però in quel momento sembrava tutto dimenticato, tutto, pel tripudio di trovarsi ancora presso ad un uomo; un uomo diverso da quelli, che soli da gran tempo vedeva, tormentati o tormentatori; uno che per ministero doveva esser buono, compassionevole, devoto alla sventura; uno poi come questo.

Con nuovo sfogo di pianto attestò ella dapprima la sua commozione: e frà Buonvicino non glielo interrompeva se non con qualche riflessione di pietà, di Dio, di perdono. Come essa potè riavere la favella, mille domande affollava intorno a que' suoi cari. Non aveva ella compreso il senso delle parole di frà Buonvicino? o nol voleva comprendere? Poteva la ragione dirle altro, se non che erano destinati al supplizio al pari di lei? Eppure voleva fare ancora illusione a sè stessa: e qual volta le correva al labbro una interrogazione precisa sulla sorte di essi, la respingeva sempre, quasi il sentirsene assicurare dovesse rompere quel tenue filo di speranza, al quale, siccome l'uomo che affoga, voleva pure tenersi appigliata in quell'estremità.

—E il mio Francesco? Tanto m'ero allegrata allorchè lo seppi salvo! Come ricadde nelle mani di costoro? non l'avevate voi avvisato di non fidarsi?… Oh quel giorno ch'io l'ho veduto a condurre! Quanto deve anch'egli aver sofferto! Eppure in tanti patimenti non s'è scordato mai di me. Se sapeste! Egli ebbe cura di raccogliere un cencio, dove io aveva cominciato a ricamare un cesto di margheritine, quando mi condussero via di casa. Egli lo raccolse, il serbò: oh queste finezze non le sa che l'amore più vero, più gentile».

Frà Buonvicino chinava la testa e taceva. Ella proseguiva:

—E vi hanno narrato di quella terribile notte? Io non so bene ancora rendermi conto di quel trambusto. Parmi, tuttavia fosse un sogno. Eppure no, no, l'ho veramente abbracciato il mio Francesco; ho portato veramente su queste braccia il mio Venturino.—Sfinita come sono, non avrei creduto mi reggesse la forza di mutare due passi; ma l'amore materno che non fa? Io lo sostenni; l'avrei sostenuto, quel povero fanciullo, camminando per molte miglia. O padre, che consolazione fu quella! che speranza! quanta vita in quei beati istanti!… e quanto fugaci!»

Sospirava, e copertasi la faccia colle mani taceva; indi abbandonandosi di nuovo agli impulsi di un cuore schietto, bisognoso di esalare in parole l'affetto che da tanto tempo vi stagnava,—Oh se sapeste (continuava) se sapeste a mezzo quanto mi hanno fatto soffrire!» E gli raccontava alcuni dei suoi patimenti, i più vivi, i più ricordati, con una melanconia profonda, eppure scevra d'ogni rancore.—Qui dentro (proseguiva) sono entrata il 20 di giugno anno passato: or siamo al primo d'ottobre: quattrocensessantasette giorni! Vi pare? non uno ne sfuggì inavvertito alla prigioniera: non uno in cui la monotonia de' patimenti quotidiani non fosse rotta da qualcuno straordinario. E qui non vedere, non ascoltar altro che oppressi o tiranni: mai una faccia amica, paziente, caritatevole: mai una parola di consolazione; mai poter credere; mai esser creduta! E neppure, vedete, neppure un poco d'aria libera da respirare.—Io che l'amava tanto! io che là in riva al mio lago… Oh voi dovete ben ricordarvene!»

E qui si gettava sulla rimembranza delle serene ore giovanili, indi ripigliava:—Ma coloro che possono, deh come non pensano al tanto che fanno patire?… Ah pur troppo ci pensano!»

Gemeva, e una nube subitanea di corruccio le conturbava la fronte. Poi sforzandosi di stornare il pensiero dai suoi persecutori, seguitava dicendo:—E il sole?… o frà Buonvicino, come deve parer bello il sole; il sole nella sua pienezza, nella libertà, su per le colline! Io non ne ho sentito che l'afa per tutta quest'estate; ed ora, in tal rezzo, già rabbrividisco dal freddo. Eppure non fa che cominciare l'ottobre. Che sarà poi in dicembre, in gennajo!»

Un sospiro gemebondo del frate fece accorgere la Margherita del vero; e cascando ginocchione, esclamò,—Ah sì! allora non ci sarò più».

Un dirotto pianto seguitò all'ineffabile espressione di queste parole, così semplici e così solenni. Tanto è bella la vita, che l'abbandonarla rincresce per fino a chi la sostenta solo di travagli e di privazioni. Non insulti il riso delle anime forti all'accoramento della mia meschina. La generosità non consiste nel disprezzare la vita, sibbene nel non commettere alcuna viltà per conservarla. Chi durò i combattimenti da cui ella era uscita vittoriosa, ne schernisca il dolore, gli altri compiangano.

—Morire! (prorompeva essa) Morire così giovane! e morire innocente!

—Anche Cristo era innocente, figliuola mia; e lasciò per esempio nostro sè stesso, che bestemmiato tacque, che possente non minacciò, che moriva perdonando».

Così le diceva il frate; e dopo che l'indulgente sua pietà ebbe secondato l'affanno dell'angoscia, blandamente cominciò a svolgerla dalle cose del mondo, per fissarla unicamente nel pensiero di Quello, davanti al quale fra poco doveva comparire. Queste idee non riuscivano a lei strane e nuove; già seminate in cuor suo nella prosperità, erano rampollate fra le traversie: e la fiduciale compunzione da essa palesata la mostrò a frà Buonvicino tanto più degna di vivere, quanto meglio la trovava disposta a morire.

Facilmente il lettore potrà immaginarsi come passassero il tempo fra loro, come lo passassero dopo che si abbandonarono la prima giornata.

Un uomo, che, sfinito da lunga e dolorosa malattia, e dai tedj, sovente non meno spiacevoli, della cura e dei medicamenti, comprende o da aperte parole o dagli atti mal dissimulati dei parenti, dei circostanti che per lui è finita, che conviene disporsi al viaggio, da cui in eterno non si ritorna, sente in quell'istante rincalorirsi l'affetto della vita; e come un autore che, giunto al termine di un'opera sua, la rilegge e medita foglio per foglio, parola per parola, così egli ripassa sopra un corso di giorni ormai compito; numera ad una ad una le persone dilette, da cui fra breve sarà spiccato; ritorna sulle abitudini, sui luoghi, sulle cose che amò e che sta per lasciare: può rassegnarsi, per virtù benedirà anche il Padrone della vita e della morte, ma natura reclama i suoi diritti; e deh come ne lusinga la languida vitalità anche il più fioco raggio di scampo che gli baleni sugli occhi! Il momentaneo ristoro di una medicina, pochi minuti di sonno riposato, uno spasimo che si rallenti, una buona parola del medico, un'adulatrice congratulazione dei visitanti, gli fanno riguardare come certa la guarigione; già in sua mente ritesse la vita; quanti propositi, quante fantasie, quante opere, quanti godimenti!… Sciagurato! l'istante successivo, il male si aggrava, e lo spossamento, l'anelito, il rantolo vengono a poco a poco rimovendolo dalle affezioni, e facendogli desiderare l'indolente calma del sepolcro.

Ma chi, sano di sua persona, in tutta l'integrità delle forze del corpo e della mente, si conosce destinato a vivere ancora molti anni, sopra ai quali ha fatto un calcolo tanto più fondato, quanto egli è giovane e vigoroso, eppure ode intimarsi aver gli uomini decretato ch'egli muoja, che muoja il tal giorno, alla tal ora determinata: questo è tormento oltre il quale non sa spingersi la più tetra immaginazione. Nè questo avverrà nel fervore d'una battaglia, ove la foga, lo spettacolo, la mischia confusa, un'ira coraggiosa, una feroce emulazione inebriano i sensi e gli spiriti così, da gettar alle spalle il pericolo: ove il pericolo stesso è incerto, possibile la resistenza, la franchezza applaudita, ogni dimostrazione di timore beffata; ove il colpo giungerà repentino—se pure giungerà. Neppure è la condizione di chi trovasi in alto mare, sopra un legno che affondi, senza scorgere a tiro d'occhio una spiaggia, un naviglio. Quell'immensità medesima del cielo e delle onde sembra sostenere la speranza; l'affaccendarsi della ciurma a ristoppare, ad allegerire, a riversare l'acqua nell'acqua conforta l'immaginazione: la distraggono i tanti compagni di sventura se non altro vede unicamente la mano di Colui che padroneggia gli elementi e che ordina ogni cosa al meglio delle sue creature.

Ma qui, nella muta solitudine inosservata d'una prigione, sapere che ogni respiro avvicina alla morte: e contarne ogni passo, e non poterla nè impedire nè ritardare; e conoscere che un cenno degli uomini basterebbe a tornarti in mezzo del cammino di tua vita, ma che gli uomini hanno decretato il momento, in cui un altr'uomo, che non ti conosce, che non conosci, snuderà il tuo collo, ti saluterà amico, e per guadagnare una mercede, in un atomo ti renderà cadavere sformato!

L'umanità, nei vantati suoi progressi, ha studiato il modo di render quell'atomo men doloroso al corpo: fremette pensando che gli avi nostri ne esacerbassero gli spasimi: disputò, sperimentò qual sia men tormentoso al corpo: il soffogarne il respiro con un laccio, o il rompergli il petto colle palle, o lo spiccarne il capo: con delicata sollecitudine valutò il calibro e la scorrevolezza del capestro, il fermo polso dei prodi che mirano all'inerme petto del loro camerata, il fendente della mannaia che deve sprofondarsi in un ceppo, ma attraverso il collo di un uomo; calcolò i guizzi dell'appiccato, notò il rossore che coperse il viso di una magnanima decollata.

Miserabili! aggiungete queste atroci ironie alle troppe altre, onde mascherate d'ipocrita sensibilità l'egoismo. Miserabili! sembra troppo il dolore, dolor di un momento; se il carnefice non è abbastanza destro per lunga esperienza, se alla vittima prolunga il patire, un fremito, un bisbiglio, una indignata commiserazione si fa intendere tra la folla accorsa a vedere:Infelice! meschino! pover'anima, quanto sofferse!Pietà interessata, o piuttosto macchinale simpatia della natura alla vista delle pene di un nostro simile: pietà sconsiderata che non avverte al lento, penoso, atroce martirio dei momenti sì lunghi mentre passano sì celeri quando si contano passati, che compongono quell'uno, quei tre giorni interposti fra la sentenza e la esecuzione…

Ma quel dolore è inevitabile; ma la società ha diritto di recidere i membri infetti.

Sì? so che'l si dice; ho udito filosofi e statisti sostenerlo, filosofi e statisti impugnarlo, con ragioni per lo meno equilibrate, sicchè il dubbio stesso dovrebbe sospender l'azione. Che sarà se vi si aggiungano l'umanità e la religione: se la speranza ponga una mano su quel capo destinato al manigoldo, e mostri che si può farne ancora un cittadino, un padre, migliorandolo colle tremende lezioni della sventura, o colle amorevoli del perdono? se la fede indica una stilla di un sangue d'infinito prezzo, caduta a redenzione anche sovra quel capo che dal giudice è impassibilmente decretato alla forca, alla forca impassibilmente trascinato dal manigoldo?

E se mai fosse innocente? se capace di pentirsi, di tornar utile? come rimediare al colpo di quel ferro che tanto studiaste perchè riuscisse men doloroso? E se pure è una di quelle che voi chiamate necessità, come la guerra, come tante altre cose che per tali proclamate, permettete che io non ammiri tutti i progressi di una società, costretta a rimedj siffatti; di una società che stipendia un uomo per ucciderne un altro, che rende spettacolo dei cittadini il supplizio di un loro fratello.

Se però la religione non ha potuto ancora abolir le pene capitali, neppur segnando ciascuno col suggello della redenzione, neppur mostrando come a quel modo stesso finiva il Giusto; come, colui che ora è martoriato, può, il momento dopo, esultare fra i beati; se non potè ancora ispirar tanto amore quanto basterebbe per far cessare i delitti, ella accostossi a quelli che soffrono, e portò consolazione fino a quel terribile punto, per cui il mondo più non ne ha veruna.

Tra queste passò la Margherita il primo dei tre giorni concessile per prepararsi alla morte. Il secondo, a mezzodì, ricomparve frà Buonvicino presso la tribolata. Sul volto di lei era cresciuto il pallore; tutto annunziava come nessun riposo fosse stato concesso all'ansia dei suoi pensieri. Non per sè sola aveva essa patito: erasi rivolta ad altri esseri così cari, così vicini, e che pure non potea vedere, non rivedrebbe più—o li rivedrebbe sul patibolo.—Anche sul volto di frà Buonvicino, alle traccie di un lungo e abituale tormento se ne erano aggiunte di nuove e spasmodiche. Quando ebbe salutato la sua penitente, con voce fioca e ben diversa da quella di uomo che annunzi un favore, una grazia,—Signora, (le disse) vogliono ch'io v'informi come le consuetudini vi concedono di poter domandare quella grazia che vi piaccia».

L'occhio sbattuto e abbacinato della Margherita lampeggiò d'una gioja speranzosa; sopra il volto esangue le si diffuse un rossore così gentile, come quello onde l'immaginazione dipinge all'esule montanaro un tramonto di primavera sulle nevose cime della sospirata sua patria. E senza esitare esclamò:—Che mi mostrino mio marito».

Il frate l'aveva preveduto, e a stenti frenando le lacrime rispose:—Di questo desiderio non può oramai consolarvi che Dio.

—È morto?» chiese ella ritraendosi spaventata, e tendendo le mani irrigidite.

Il silenzio del frate e un sospiroso abbassar del capo, le diedero una terribile conferma.

—E mio figlio?» richiese ella con angoscia crescente.

—Vi aspetta in paradiso».

Come colpita da un fulmine, rimase immota, non pianse, non parlò: chè dolori siffatti non hanno nè lacrime nè parole; poi, come rinvenuta, esclamò:—Ecco spezzati tutti i legami che mi tenevano avvinta a questa terra»; e levando gli occhi in atto di una sublime offerta, conchiuse: —Prepariamoci a seguitarli».

Si prostrò ginocchioni dinanzi alla sua seggiola, fra i singhiozzi ripetè le preghiere di suffragio pei morti, alternandole col frate, il quale erasi con lei inginocchiato; udì con rassegnato accoramento le ultime affettuose parole e le tenere scuse che le mandava il suo Francesco: intese con che coraggio fosse egli, un'ora prima, salito al supplizio in pace con sè stesso e cogli uomini, e conducendosi a mano il suo fanciullo, a cui aveva sperato essere scorta sul cammino di una vita splendida e nominata, e in quella vece lo doveva sorreggere sulla scala infame del patibolo.

I pensieri dunque della Margherita non avevano più dove arrestarsi in terra: dunque il cielo, oltre essere il porto da tante procelle, era anche il solo luogo dove oramai potesse ella confidare di raggiungersi con quei suoi diletti, unica speranza, unico suo voto da tanto tempo. Colla confessione terse le macchie che potessero aver appannata l'anima sua, santificata prima dalla beneficenza, poi dagli affanni, e colla fiducia di chi è ben vissuto, si dispose a presentarsi al tribunale di un Dio, la cui giustizia è così diversa da questa inumana del mondo.

In quel mezzo la città seguitava tranquillamente le sue fatiche ed i suoi riposi. L'alidore della stagione, la scarsa vendemmia di quell'anno, la guerra che avevan temuta, la peste che temevano, l'ultimo balzello imposto, le domestiche faccende, i pubblici divertimenti, erano il tema vagabondo delle comuni conversazioni. Alcuni parlavano del supplizio eseguito quella mattina; altri annunziavano che il giorno da poi s'aveva a giustiziare qualche altro: ma i privati sofferimenti non dovevan dissestare i negozi e gli interessi comuni. Abitudine antica: giacchè frà Buonvicino nell'osservare un siffatto contegno, ricordavasi come già dai suoi tempi, Isaja lamentasse chementre il giusto perisce, non v'è chi in cuor suo vi pensi[37].

I membri della commissione di giustizia, alle care famiglie, ai raccolti amici, nelle case, sotto i coperti, raccontavano gli andamenti di quel processo, il gran da fare che si ebbe per convincere persone, che si ostinarono sempre a protestarsi innocenti: ma si sentivano, dicevano essi, tolto un peso dal cuore coll'aver, dopo sì gran tempo, esaurita una causa tanto importante e avviluppata.

Che se alcuno domandava loro se la sentenza fosse stata giusta, dimostravano che era stata legale.

Il signor Luchino quella mattina abbandonò Milano, per passare un pajo di giorni a Belgiojoso, villa tanto opportuna per le caccie in quella stagione. Usciva con lui la signora Isabella, che della lontananza del bel Galeazzino sapeva e darsi pace e rifarsi. Cavalcava con essi di conserva l'arcivescovo Giovanni, che nell'attenta pettinatura della corona di capelli che circondavangli la rasa testa, e nell'esattezza delle pieghe e nella disposizione di una grande tonaca rossa foderata di zibellino, a maniche larghe, mostrava un desiderio più che scolaresco di far pompa di una bellezza che lo faceva primeggiare sovra tutti i prelati del mondo. Dietro a loro seguitava uno stuolo di amici, amici da Corte, e servi e cacciatori e palafrenieri. Il vulgo traeva ad ammirar que' bei cavalli, quelle stupende mude di segugi di Tartaria, quei falchi di Norvegia; vantava il lusso dell'arcivescovo, la furberia della signora Isabella, e la grande abilità di Luchino a trar d'arco, a cogliere col lancione una lepre, un cervo, un cinghiale.

Questo popolo, nel dare a Luchino il diritto di condannare a morte i rei, non gli aveva dato anche quello di fare la grazia? Una parola di lui poteva dunque camparli, anche secondo l'opinione di chi li tenesse per colpevoli. Ora non è micidiale del pari chi trucida e chi, potendolo impedire, nol fa? e potendolo così agevolmente?

Ma queste considerazioni non passavano per la mente al dabben popolo milanese—d'allora.

Si sarebbe desolato ove la grandine avesse guasti i campi: ma avrebbe creduto follia il togliersi fastidio per un'ingiustizia che si commetteva a carico di altri cittadini.

Come gli antichi adornavano di fiori le vittime che conducevano a scannare sugli altari, così un costume universale copre di cortesie l'uomo che deve essere abbandonato alla giustizia, cioè al carnefice. Anche la Margherita, la vigilia della sua morte fu tolta dalla tana entro cui da mesi languiva, e collocata in una stanza, meno lurida, che serviva di chiesino. Anche questa era angusta, ma elevata e ariosa; una finestruola ingraticolata di ferro dava la vista sopra la campagna; un materasso, un tavolino, un ginocchiatojo e due sedili ne formavano tutto l'addobbo; un altare posticcio con due candelieri di legno faceva ricordare quelli, su cui i primi cristiani immolavano l'ostia incruenta nelle perseguitate catacombe.

Ivi la Margherita passò la notte—l'ultima sua notte—in preghiere e meditazioni. Pensava alle cose del mondo: tutto le rammentava che doveva lasciarle fra poco, ma vi si era ella forse attaccata più di quello che fosse necessario per conoscerle e trascurarle? Pensava ai suoi cari, e consolavasi di doverli presto rivedere in paradiso. Rincorreva il suo passato; non le pompe e gli illustri natali e la decantata bellezza e le magnificenze invidiate le tornavan ora in mente, ma lacrime terse, opportuni consigli, pietà profusa, ingiurie perdonate, risparmiati disgusti, li conosceva un tesoro riposto e vicino a fruttare.

Quello spiro d'aria più fresca, che suole mettersi sull'avvicinare dell'alba, la riscosse con un brivido molesto: e le corsero al labbro queste parole:—Che freddo avrà il mio Venturino colà alla campagna aperta!»

Erano voci strappatele dall'istinto, che la ragione trovava vaneggianti, ma non provava per assurde. Affacciossi quindi alla finestruola, e pose mente al primo biancheggiare dell'alba, colà verso i monti della bergamasca; un cielo limpido, soave, d'un tremulo sereno, qual suole nelle prime mattine dell'ottobre invitare ai passeggi, alle caccie, alla giuliva faccenda delle vendemmie. Dappertutto alla pompa dell'estate era succeduta la fantastica pacatezza dell'autunno. Una rugiada biancheggiante luccicava sugl'incurvati steli delle erbe nei prati intorno, e sulle tremule foglie dei pioppi che in lunghi filari stendevansi per la campagna, agitandosi e sibilando come sentissero la vita, come salutassero l'avvicinarsi del sole, così caro dopo le notti già lunghe e più che fresche.

La Margherita si affissò in quello spettacolo:—L'ultima aurora che io vedo!»

Così ogni cosa le rammentava come tutto fosse sul punto di finire; il rammentava a un'anima, che dalla nascita porta in sè l'orrore della distruzione, il desiderio della immortalità.

Ma a che vorrei io provarmi di ridire che cosa passasse nell'anima di essa? quante memorie e affetti e tormenti e desiderj e pensieri terreni e celesti si affollassero, si mescessero nella sua mente? Mille e mille soffersero, se non in quel grado, però a quel modo: l'uomo li compianse, e ne crebbe il numero.—Affrettiamoci alla fine.

Non appena albeggiò, frà Buonvicino presentossi all'uscio della cameretta, e ritenne il piede sulla soglia in riverente e pietoso silenzio contemplando la Margherita che pregava.

La lanterna, ch'egli recavasi in mano, lasciando lui e tutto il resto nel bujo che colà entro dominava ancora, raccoglieva i raggi sopra la Margherita, la quale così pareva alcuna cosa più che mortale. Erasi ella inginocchiata sul nudo pavimento, china la fronte sopra le mani giunte, e queste, appoggiate sur una sedia, avevano intrecciato fra le dita un rosario di cui stringevano la crocetta:—quel rosario stesso, quella croce, che con sì paziente cura avea frà Buonvicino medesimo intagliati nei primi giorni di sua conversione, e che aveva a lei presentato mentre dimorava in una ricca casa, cinta da ogni maniera di agiatezze e di eleganze, applaudita, contenta, fortunata, con a fianco il marito e sulle ginocchia un bambino, il quale cianciugliando la chiamava madre. Ed ora? quel marito, quel fanciullo erano sotterra, e fra pochi istanti ella pure sarebbe precipitata con loro. Osservandola frà Buonvicino con questi o simili pensieri, più e più gli si affondava l'occhio, si affilavano le scarne guancie, simili a un ruscello, ove l'assidua vampa del sole disseccò ogni umore, non lasciando che l'arido solco. Attento in lei, non ardiva turbare quello stato, che somigliava a calma. Anzi sarebbesi detto che ella dormiva, se tratto tratto un guizzo convulso, che le correva dal capo alle piante, non avesse dato troppo segno che ella vegliava, pativa.

—Sia lodato Gesù», pronunziò finalmente il frate con voce fioca e sommessa, alla quale risentitasi, la Margherita levò il capo, balzò di scatto in piedi, e facendosegli incontro colle braccia tese, dimandò col tono dell'angoscia:—O padre, vi è qualche speranza?»

Così questo balsamo, che natura preparò agl'infelici, come il latte della nutrice all'egro bambino, mai non vien manco fino all'ultima ora della vita. Il frate sospirò, alzò la destra e gli occhi al cielo, e proferì:—Lassù sono le speranze che non falliscono».

La faccia della Margherita, cui una viva fiamma aveva tutta colorita, di nuovo si fece pallida come tramortisse: giunse le mani; anch'ella eresse al cielo gli occhi lagrimosi, ed esclamò:—Signore, la vostra volontà e non la mia».

I conforti, le orazioni dei giorni antecedenti furono rinnovate in questo, tanto più vivamente quanto più sentivasi l'uno e l'altro vicini a separarsi fra loro e dalla terra, per ricongiungersi a Dio.

Frà Buonvicino offrì in presenza di lei il sacrifizio dell'altare, la commemorazione quotidiana del Giusto immolato per la verità, per la redenzione degli uomini, coi quali aveva diviso il pane e le miserie. Poichè il sentimento dei proprj mali non toglieva alla Margherita di conoscere e valutare gli altrui, si accorse a troppi segni dell'ambascia morale onde era compreso frà Buonvicino, e pregò Dio di dargli forza al passo tremendo. Dopo che il frate le ebbe comunicato il pane degli angeli, la travagliata si rasserenò; e, munita di viatico sì prezioso, stette con lui ragionando del nulla di questo mondo, delle gioje a venire, dell'incontro coi suoi cari in grembo al vero amore.

Se io riferissi quei discorsi, sarebbero di edificazione alle anime pie: potrebbero forse, in terribili momenti di lotta e di scoraggiamento, recar ristoro a qualche accorato; ma che direbbero i lettori, che diranno già essi di un racconto, ove i più cercavano forse null'altro che il passatempo spensierato o un rimedio o un palliativo a quella micrania dell'anima, la noja, e invece vi trovano la riflessione e la religione?

Dai pii ragionamenti furono scossi quei due pietosi al tocco di una campana a martello.

Trasalì la poverina; il frate si fece come se gli avessero confitto un pugnale nel cuore. Avevano entrambi indovinato esser l'agonia che, per lei, per lei sana, batteva la squilla del Broletto, ove doveva succedere l'esecuzione. Intanto uno spesseggiar di passi, un affaccendarsi di persone, un tirare di catenacci, lo scricchiolare d'un carro, davano avviso che era giunto il gran momento. La Margherita s'inginocchiò, e volle che di nuovo frà Buonvicino le compartisse l'assoluzione, e come in articolo di morte, chiamasse sopra di lei la benedizione del Signore. Il frate, levato in piedi, con solenne dignità di voce e di atto, protese le braccia, e spiegate le palme sopra il capo inchinato della donna, colla fronte supina, pallida sì, ma inondata di quella fiducia, che non alligna se non in chi crede e teme e spera altre cose che le mortali, pareva che congiungesse il cielo cui tenea levato lo sguardo, con quella penitente su cui ne invocava la misericordia e le retribuzioni. Margherita, in ginocchio avanti ad esso, colle braccia incrociate sul seno e le bianche mani che spiccavano sopra il nero vestito, piegando il collo in atteggiamento di compunta rassegnazione, ricevea quelle parole tremende e consolatrici. La lanterna, posata sullo scannello e divenuta pallida per la luce cresciuta del giorno, guizzando ad ora ad ora come sullo spegnersi, vibrava attorno alla testa della bella pregante un'aureola di tremoli raggi, qual si dipinge in giro al viso dei santi.

Ella ascoltò, segnossi, indi sorse come chi, avendo posto assetto ad ogni affar suo, si muove ad un lungo viaggio, da cui più non deve ritornare. Ma il frate allora cadendole ai piedi,—Signora (esclamò) fin qui ho adempito al sublime ministero di sacerdote dell'Altissimo. Ma io son uomo; io sono un peccatore miserabile: voi siete una santa. O signora! prima… prima di… vogliate dirmi che mi perdonate… mi perdonate se un tempo, io sciagurato, insidiai alla vostra virtù. Voi la conservaste. Benedetta! che così avete procurato a voi, a me tali consolazioni in quest'ora tremenda.

—Sì, benedetto Iddio», rispose ella con languida ma soavissimafavella.—Fu dura la battaglia allora: temetti non bastarvi incontro: ma ilSignore ci ajutò; e diede a voi fermezza di generosa risoluzione.Perdonarvi?»

E singhiozzando gli posava le candide mani sovra la testa piegata.—Perdono io non devo accordare a voi, che non mi offendeste. La vostra memoria mi restò sempre come schermo contro gl'inganni del mondo. Nei pericoli della gioja, fra i sinistri consigli del dispetto, io ripensava ai vostri nobili patimenti, io mi ripeteva,Che ne dirà Buonvicino!Ed ora che son qui… Ah! di quel che vi devo non potrà retribuirvi che Dio».

Lo rilevò di terra, gli mostrò quel rosario, quella croce; e baciandola aggiungeva:—Quando voi me la donaste, vi ricorda? Voi mi facevi l'augurio che un giorno potesse tornarmi di consolazione. Quel giorno è venuto… così diverso da quanto nè io nè voi nè altri avremmo allora potuto figurarci… e le consolazioni mi sono abbondate! Amico, io voglio morire con questa corona sul petto. Dopo che… io sarò… voi stesso levatemela dal collo.—Ah! il collo allora non l'avrò più… E serbatela sempre, in memoria della povera Margherita, che tanto e sì bene amaste».

Tacque, pianse, poi facendosi nuova forza, ripigliò:—Al signor Luchino andrete voi; voi stesso, ve ne prego: fate anche questo sacrifizio per me. E direte che gli perdono: Troverà egli superba questa parola? Ditegli che in paradiso pregherò per lui… che abbia compassione della mia povera patria. È questo il voto di una morente».

Qui nuovo silenzio, nuovo pianto, da cui la destò un altro botto della campana ferale; onde riprese:—Buonvicino, amico mio, vero amico… addio! addio! ci troveremo in cielo, e presto!»

Si sforzò di proferire con fermezza queste parole, ma il singhiozzo gliele ruppe in gola: il frate ripetè «Presto!» indi si trasse il cappuccio sugli occhi, e s'avviarono.

Già in piazza de' Mercanti era stato raccolto un visibilio di popolo, o dalla curiosità, o dal non sapere che altro farsi, o dal gusto plebeo di contemplare la soffrente natura, o dal contento di vedere una giustizia o una vendetta. Il caso, non così frequente, d'una donna condotta al supplizio, fece trarre anche più gente del consueto.

Da un giuggolo, o come diciamo noi lombardamentezenzuino, aveva preso nome un'osteria, presso alla quale erano il ricetto delle male femmine, cinto di mura, e la casa del carnefice, dietro al palazzo di giustizia, ove durò fin testè. Da quell'osteria, da quel lupanare molta gente sbucò quando videro mastro Impicca avviarsi cogli orribili attrezzi del suo mestiere, e sempre nuova turba gli si affilava dietro per la strada. Gli artieri, smettendo il lavoro s'invitavano uno coll'altro.

—Dove vai?

—Al broletto nuovo a vedere. E tu, non ci vieni?

—Un momento, e verrò anch'io».

I garzoncelli erano svignati dalle botteghe; le madri accorrevano portando in braccio i pargoletti, affinchè abbandonati non piangessero; i signori venivano a cavallo facendosi largo fra la pedonaglia, ed eccitando le maledizioni di quelli a cui si piantavano davanti; ed era una pressa d'arrivare i primi, di farsi più vicini, di collocarsi più opportunamente.

Già in altra occasione ebbi a divisarvi la piazza dei Mercanti, quella che allora dicevano il Broletto nuovo.

Delle due piazze, in cui esso rimane diviso per via del Palazzo della ragione, quella a libeccio, che sin qua conservò maggiori vestigia dell'antico, era appunto destinata al supplizio dei nobili (i plebei si giustiziavano alprato delle forcheverso Vigentino): poichè la civiltà, nè troppo affinata nè abbastanza ipocrita, non si dava gran pensiero di allontanare il boja dal giudice, il luogo della sentenza da quello dell'esecuzione. Un palco di tavole posticcio innalzavasi dal mezzo, affinchè maggior numero di gente potesse godere la scena, e su quello veniva disponendo ogni cosa il manigoldo, uomo adusto e tarchiato, i cui robusti muscoli pronunziati si poteano contare, e vedeansi guizzare sotto l'abbronzita pelle del corpo, non coperto che da due rozze brache di pelle, strette alla carne. Fra goffi sghignazzi stava egli col suo garzone saldando due assi fra cui doveva inginocchiarsi la paziente, librando la mannaja con cui doveva farle balzare la testa saggiandone il filo, esercitandovi il braccio.

—Ehi mastro Impicca, questa scala tentenna», diceva il fattorino.

—Lascia pure, lascia (rispondeva il manigoldo). Quei che ci salgono non badano tanto per la sottile: quando discendono, non se la sentono sotto ai piedi».

Alcuni soldati, antichi compagni di Alpinolo, i quali, ordinati dal connestabile Sfolcada Melik a piedi della scala e intorno al palco, contenevano la folla, ridevano a quegli scherzi, applaudivano a' bei colpi che colui trinciava in aria; si ricambiavano le più lepide celie con un'indifferenza assassina, della quale ho trovato poco migliore, sopra un campo diverso, la serena tranquillità con cui un logoro damerino scherza sui sentimenti di una bellezza appassionata, facendole stillar sangue col carezzarle gentilmente una piaga infistolita.

Il più limpido sole che possa vedersi in Lombardia nelle migliori giornate della vendemmia, inondava d'una bianca luce e d'un mite calore le fosche pareti del Broletto, e risaltava sopra quella mobile decorazione di teste, la più parte scoverte, sopra petti ignudi di robusti operaj, sulle intarsiate carnagioni di donne vulgari, sui frustagni e le mezzelane dei braccianti, a cui facevano contrasto i variopinti mantelletti dei nobili, le piume ondeggianti dei berretti di velluto, il luccicare delle corazze e dei bruniti morioni. Pieno stivato era lo spazzo; le altane e gli sporti dei tetti circostanti erano orlati di faccie curiose: alcune dame (ho a dirlo?) avevano fatta ressa di trovare un balcone, un terrazzino, da cui potessero mirare quella infelice, ed onorarla di loro commiserazione. Arrampicati sugli sporti, spenzolati dalle ferriate, saliti uno sulle spalle dell'altro, i ragazzetti facevano dispregi ai vicini, lanciavano motti ai lontani, davansi scappellotti nascondendo la mano, come si fa in grande nella società. Qualche madre, mostrando al suo fanciulletto quell'apparecchio di morte, gli dicea:—Vedi quell'uomo lassù, colla barbaccia così nera e la cotenna così rossa? È quel che mangia i cattivi in due bocconi: è il bau: è il demonio; e se piangerai, ti porterà via».

Il fanciullo sbigottito gettava le tenere braccia attorno al collo di sua madre, e celava il viso nel seno di essa.

Alcun altro facendosene nuovo, forse chi sa? per un ultimo resto di vergogna d'essere vanuto a bella posta,—E chi è (domandava) che hanno da giustiziare?

—L'è (rispondeva il fortuito vicino) la moglie di quel che hanno fatto morir jeri.

—Ah, ah! (soggiungeva un terzo) dunque la madre di quel piccolino, che hanno ucciso insieme col signor Pusterla.

—Che? (ripigliava il primo) hanno ucciso anche un piccolino?

—Sicuro di sì (entrava una donna): e che bel ragazzino! due occhi azzurri come questo cielo: un visetto da Gesù bambino; capelli poi, che parevano oro filato. Io mi sono voluta mettere proprio da piè della scala, per farlo vedere a questo mio figliuolo ch'è qui, affinchè tenga a mente come Dio castiga i cattivi: e per questo ho veduto ogni cosa.

—Contatela anche a noi: contatelo, comare Radegonda».

E la Radegonda, superba d'intrattenere un crocchio,—Conterò (diceva). Quando fu là… ma per carità, fate un po' di largo: volete soffogarmi il mio Tanuccio? E sicchè, allorquando si trattò di montare su per la brutta scala, a vederlo quel fanciullo! non voleva a nessun patto; puntava i piedi, strillava, piangeva…

—E come forte! (interrompeva il Pizzabrasa). Lo si sentiva fin là dalla loggia dei Mercanti, dov'io m'ero annicchiato; e chiamava, babbo, mamma!

—Tal e quale (ripigliava la donna); e che aveva paura di quel ceffo così brutto, tendendo il ditino verso mastro Impicca. Suo padre singhiozzava che non poteva parlare: ma il frate confessore gli si abbassò all'orecchio…

—Anche questo ho veduto», tornava il Pizzabrasa ad interromperla; e smanioso di far pompa di sue empiriche cognizioni, proseguiva:—E i biondi capelli del bambino si mescolavano colla barba e colla nera chioma dell'Umiliato, che parevano i ghirigori d'oro s'un coltrone da morti. Ho visto anche come il bambino accarezzava il frate, mentre questo gli parlava: e il frate…

—Come si chiama il frate?» dava su quel primo, che per sistema facevasi ignaro di tutto, e parlava sempre col punto d'interrogazione. Allora rispondeva una figura, vestito mezzo da prete, con faccia di devota presunzione, ed era lo scaccino della Passerella:—Egli è quello che predicò la quaresima passata in Santa Maria dei Servi. Avrebbe convertito anche un re Erode. Ma i tempi sono guasti, e profittava nè più nè meno che se predicasse al deserto.

—Ma il nome?

—Buonvicino, dei frati della ricchezza di Brera. Ma le ricchezze ch'egli cerca, come ripete sempre il mio signor curato, non sono di quelle che si acquistano col tessere panni. Lo conoscete il mio curato? quello è un uomo! chiedete, domandate, egli sa tutto a mena dito… e…

—Ma cosa diceva il frate al bambino?

—E lui cosa rispondeva?

—E suo padre cosa faceva?» interrogavano tra molti, non badando ai panegirici del sacristano, più che a quelli d'un giornalista.

Qui la Radegonda, ch'erasi alquanto indispettita di aver perduta la tribuna, contentissima ora di poterla riprendere quando nessun altro poteva dar ragguaglio, così ripigliava:

—Piano, piano: parlate voi o parlo io? Certuni vogliono ficcar il naso, e ne sanno un pien sacco. Cosa volete che il frate gli dicesse? Che andasse con coraggio; che da lì a un momento sarebbe cogli angeli in Paradiso.

—E il fanciullo?

—E il fanciullo a non volere; e dire,Lo so; il paradiso è un bel luogo; vi sono gli angeli; vi è il Signore; v'è quella cara Madonna: ma io voglio star qui con mio padre e colla mia mamma: voglio star qui con loro, replicava e piangeva.

—Santa innocenza!» esclamava per istinto di compassione e non senza qualche lagrima, alcuno degli astanti, il quale poi, a interrogarlo se quel bambino fosse stato ben ucciso, avrebbe risposto di sì a non dubitarne. E la narratrice proseguiva:—Allora il frate—chi non l'ha visto! Sapete quando alcune volte, all'estate, la moglie del diavolo fa il bucato, che piove e nell'istesso tempo dà il sole? Così era il viso del frate. Gli cadevano dagli occhi lagrime grosse come i grani d'un rosario, e tutt'insieme sorrideva come un angelo anche lui. E poi diceva al ragazzino:Tuo padre viene con te in paradiso.

Il fanciullo lo guardò con occhi consolati, poi richiese:Ma la mamma?—La mamma, rispondeva l'Umiliato,verrà anch'essa tra poco. Allora il bimbo:Dunque se io stessi al mondo rimarrei senza di loro?E come il frate gli disse di sì, egli si pose co' suoi ginocchi a terra…»

Qui il singulto smentì l'ostentata franchezza della narratrice, che quasi vergognavasi d'avere o di mostrar compassione di condannati, come una damina di piangere al teatro; e il Pizzabrasa proseguiva:—Si mise a ginocchi, alzò al cielo due manine piccole, piccole e bianche come di cera, e intanto il manigoldo gli tagliava i capelli, e gli faceva i bocchi per mettergli paura.

—Quanto avrei pagato ad essere presente:» Saltava su qualche circostante. «Mi piacciono tanto queste scene così affettuose!

—E perchè non venirvi?» gli chiedeva un vicino.

E l'altro:—Che volete? m'è toccato andare fin laggiù a San Vittor grande, a portare una briglia e una sella che avevo raccomodate.

—Ma però (ridomandava il primo interlocutore) avrete visto a far la fattura ad altri.

—Oh certo; ma a donna mai.

—Io (tornava a parlare lo scaccino della Passerella) io ho veduto quando hanno giustiziato la Mainfreda, quella scolara della Guglielmina, che voleva farsi papa. Lo Spirito Santo incarnato in una femmina, e i preti e il papa donne! Si può dar di peggio!»

E qui, colla facilità onde la compassione suole distrarsi dalle sventure non sue, voltavano il discorso sulle tonsure che le costei seguaci si facevano in mezzo alle treccie: su quel nascondiglio al terraggio di Porta Nuova, dove femmine e maschi si congregavano, e poi spegnevano i lumi e buona notte.

Altri spettatori frattanto di maggiore calibro discorrevano sulla colpa de' condannati.

—Che giustizia, eh, quella del nostro vicario!» esclamava Malfiglioccio della Cocchirola, il quale, fallito nel suo mestiere, or dava pareri ai governanti.—Se meritano castigo, neppure a' suoi parenti egli la perdona.

—Erano gente senza religione», diceva un chierico in aria contrita.

—Ma se contano all'incontrario che l'uomo era fuggito ad Avignone per intendersela col papa.

—Se era ad Avignone, perchè non starvi?

—Era dunque un guelfo marcio.

—Guelfo? (ripigliava il Malfiglioccio). Coteste le son novelle sparse per dare pasto a voi, gente grossa che credete. La sarebbe curiosa che fosse un peccato pei Milanesi l'essere guelfi. Per l'abbondanza che ci recarono quegli imperatori e i loro Ghibellini! tanta da averne troppo per odiarli e noi e i nostri figli e i figli dei nostri figli.

—Eh, voi non dite male (riprendeva il primo). Ma i nostri padroni amano più stare attaccati all'imperatore che non al papa: perchè quello è lontano e non dà fastidio; e se commettono birbonate non li scomunica.

—Zt,» faceva un altro ponendosi il dito sul naso; poi con voce sommessa seguitava:—Se ho a dirvela, io so da uno di quelli che hanno mano in pasta, che i giustiziati di adesso e cotest'altri dipinti là sul muro, avevano fatto una maledetta trama per venderci agli stranieri, per metterci sotto la dominazione degli Scaligeri di Verona.

—Come? di queste? dite vero? Cosa ci hanno a fare gli Scaligeri ed i Veronesi con noi? Noi si vuole il biscione, e Sant'Ambrogio» gridavano zelanti patrioti. E—Viva il biscione, Viva Sant'Ambrogio» ripetevano molti altri: il qual grido dai fautori del principe veniva interpretato per un'espressione di popolare consentimento all'atto che si stava per eseguire.

Non mancavano però di quelli che, senza impacciarsi colla politica, ne tiravano della morale brava e buona, ripetendo ai loro vicini:—Ma! non so che dire. Colpa loro se sono stati così gonzi di lasciarsi acchiappare. I delitti si vogliono commettere colle debite cautele. Dico bene, Basabelletta?»

Tale interpellanza era drizzata a quel Menclozzo Basabelletta, preso e torturato per cagione dei discorsi tenuti appunto in piazza dei Mercanti con Alpinolo, e che era venuto ad osservare quell'apparato per esclamare,—L'ho scappata bella!» Non aveva dunque voglia nè di rispondere, nè di commentare; e senza darsene per inteso, guardava al cielo e diceva:—Bel tempo oggi: vuol durare».

Ma ai balconi, sui terrazzini circostanti, e nelle camere delle magistrature, ben più fini e socievoli discorsi tenevano signori e damine, di gualdane, di battaglie, dei pettegolezzi privati: degli ondeggianti favori della Corte; della passata dei tordi e della scarsezza delle lepri; chiedevano e riferivano novità; leggevano sul libro e di questo e di quello. E la signora Teodora, sposa novella di Francesco de' Maggi, una delle più lodate per avvenenza e per l'arte d'approfittarne, domandava così sbadatamente nel mettersi il guanto:—E come ha nome cotesta che hanno da far morire?

—Margherita Visconti por servirla», rispondeva pronto Forestino, figliuolo naturale del principe, che faceva il vagheggino tra quelle bellezze.

—Visconti? (ripigliava la sposa). È dunque parente del signor vicario?

—Così alla lontana», rispondeva il giovane: ma il buffone Grillincervello soggiungeva:—Ed avrebbe potuto venire con lui a parentela molto stretta: e appunto per non l'avere voluto, le tocca questo fine.

—Eppure le deve rincrescere (diceva qualche altro). È così giovane: così bella!

—E poi non assuefatta a morire», l'interrompeva il burlone, e destava all'intorno una vivace ilarità. Poi voltandosi a Forestino e al costui fratello Bruzio, intorno ai quali, perchè sterponi d'un gran signore, facevasi un circolo rispettoso, diceva loro a mezza voce:—Serenissimi, vi do avviso che, se mai aveste fatto assegnamento sulla sposina del signor Francesco dei Maggi, ella non m'ha l'aria di essere disposta a imitare dama Margherita».

A tali detti Bruzio chinava gli occhi con ipocrita modestia; e mentre il maligno giullare correva di qua e di là a stornare la melanconia e i pensieri seri con arguzie, e giustificare con lazzi la iniquità, i due imitavano il padre loro donneando, mentre coll'assistere alle giustizie di lui preparavansi poi ad imitarlo quando potrebbero.

Fra ciò la campana aveva ricominciato i rintocchi: ogni picchiata del martello destava un suono, prolungato dall'oscillare del metallo; moriva; un momento di silenzio, poi un altro colpo, indi un altro, lento come i palpiti di un moribondo—e come quelli straziante.

—Viene?

—No.

—Ma che tarda?» si chiedevano l'uno all'altro, ed era un diffuso ronzío di curiosa impazienza, nè più nè meno di quanto in teatro indugiano al alzare il sipario.

—Che le avessero fatta la grazia?» domandava qualcuno.

—Per me tanto e tanto n'avrei piacere»: e il pubblico in fatti ne avrebbe avuto piacere tanto, quanto della esecuzione, perchè l'una e l'altra gli offrivano del pari argomento di ammirare, di scuotersi, di discorrere, di censurare, e di applaudire.

Ma presto furono tolti da quest'idea al vedere sullaparlera, che già era stata coperta di uno strato nero e di cuscini di velluto, uscire i principali magistrati, il podestà, il suo logotenente, e sopra gli altri distinto il capitano Lucio. Ve l'ho replicato che la giustizia era atroce, ma non ipocrita, e venivano a rimirare il compimento del loro lavoro.

Poi non tardò a vedersi un brulicare più vivo nei vichi strettissimi di là intorno, a sentirsi un susurro, un ronzío più fitto, più pronunziato verso il portone che esce sulla Pescheria vecchia, per dove appunto doveva sfilare la compagnia ferale, dopo fatto un lungo giro affinchè a maggior numero fosse dato godere della scena o profittare della lezione.

—È qui, è qui», cominciavasi a dire: e come un drappello di difensori della patria al cenno di un prepotente caporale, così tutta quella calca si leva in punta dei piedi, tutti i colli si protendono, tutte le teste si piegano a quella banda, tutti gli occhi. Ed ecco, all'accelerato rintocco della campana, comparire dapprima uno stendardo nero orlato di argento, sul quale era effigiato uno scheletro in piedi, colla falce nell'una, l'oriuolo a polvere nell'altra mano; alla sua dritta un uomo col capestro al collo; a sinistra un altro col proprio teschio nelle mani. Dietro, coppia a coppia, si affilavano i fratelli della Consolazione. Erano una devota scuola, fondata in Santa Marta dei Disciplini alla Romana, come chiamavasi un oratorio, che poi fu ridotto in una delle meglio architettate chiese di Milano. Di questa scuola che poi fu trasferita in San Giovanni alle Case rotte, era principale istituto il confortare i giustiziati e suffragarli. Procedevano i confratelli in una veste di tela bianca collo strascico, e col cappuccio tutto cucito in giro, sicchè non potevasi levare che colla tunica stessa; al posto del viso non vedevasi che una croce di scarlatto, sotto i cui traversi si aprivan due forellini, tanto solo da dar luogo alla vista; sopra il cuore portavano una medaglia nera, dove era effigiato un Gesù crocifisso, con ai piedi della croce il teschio del santo Precursore; discinti in vita, colle mani giunte entro le maniche cascanti, avevan sembianza di notturni fantasmi. Gli ultimi portavano un cataletto, mentre a coro in lugubre melodia, cantavano ilMiserere:—cantavano le esequie, portavano la bara per uno che era sano tuttavia.

Fendendo la turba giunsero presso al patibolo, ove deposero il letto funereo: e su per la scaletta e a piè di quella si schierarono in due file per ricevere tra loro la condannata, formando quasi una barriera fra il mondo e un essere che, di lì a pochi istanti, cesserebbe di appartenervi.

Ed ecco, tratto da due bovi guarniti a nero, avanzarsi lentissimo un carro, e sopra quello la povera nostra Margherita.

Per obbedire a quel vago sentimento, che comanda di ornarsi per tutte le cerimonie, anche le più melanconiche, la Margherita aveva voluto accomodarsi di un abito nero decente, e ravviarsi, e lisciare i capelli, il cui nero lucente viepiù spiccava sulla fredda uniforme bianchezza di una pelle morbidissima ma patita. Sul collo, dove un tempo le perle facevano gara di candidezza, ora appena le coccole del rosario parevano segnare la traccia, che fra poco la mannaja solcherebbe. Fra le mani giunte stringeva la crocetta pendente da quello, senza rimuovere mai gli occhi che già solevano splendere di giuliva benevolenza, ed ora, sbattuti in dogliosa spossatezza, non vedevano più che un oggetto, una speranza.

Le sedeva a canto frà Buonvicino, ancor più pallido di lei se era possibile, con alla mano la crocifissa effigie di Colui che patì tanto prima di noi, e per noi; e le andava tratto a tratto suggerendo una preghiera, un conforto: di quelle preghiere che nei giorni della gajezza infantile c'insegnano le madri, e che rincorrono opportune fin nei momenti più disastrosi.—Signore, nelle vostre mani raccomando lo spirito mio.—Maria, pregate per me nell'ora della morte.—Esci, anima cristiana, da questo mondo che ci è dato per esiglio, e torna alla patria celeste.—In paradiso ti rechino gli angeli, santificata dai tuoi patimenti».

Nessuno guardava ad altri che a lei. Benchè sfinita da tanti martirj, benchè colle traccie in viso della morte vicina, quando la videro esclamarono tutti:—Oh com'è bella! Così giovane!» e più di una lagrima cadde in quel punto, più di un sudario di seta coperse gli occhi delle signore; più di un guanto, usato ad impugnare lo stocco, asciugò o respinse il pianto che spuntava sul ciglio dei cavalieri. E si voltavano a guardare verso la tribuna, verso Lucio, se mai sventolasse la fusciacca bianca in segno di grazia.

Dietro al carro, colle braccia avvinte al tergo, sì stretto che la corda entrava nella carne, scarmigliato il crine e la barba giovanile, bendata la testa con un cencio di fazzoletto, in lacero arnese, serrato fra i soldati, arrancavasi ai piedi zoppicando e doglioso, un altro nostro conoscente, Alpinolo. Le percosse rilevate la notte della fuga non l'avevano ucciso, ma solo tramortito; poi, rinvenuto, i medici si adoperarono a restituirgli la salute, intanto che i giudici si preparavano a togliergli la vita.

In fatti anch'egli venne sottoposto al giudizio, che però, trattandosi non di un uomo, ma di un soldato, era sciolto da tante formalità, e affidato alla spicciativa procedura dei suoi capi. Ma questi non riuscirono mai a farlo parlare: i tormenti più squisiti furono adoperati: come fosse poco lo slogargli le braccia, gli fu applicato il fuoco alle piante dei piedi finchè ne scolasse l'adipe; ficcategli delle punte sotto alle unghie: oppressogli il petto con enorme peso: tutto soffrì senza contorcersi, senza proferire una sillaba. Soltanto una volta, che gli spasimi doveano averlo posto fuori di sè, fu inteso proferire queste due voci,PoverettaePadre mio.

Non appena fu qualche istante lasciato libero, tentò sfracellarsi il cranio contro delle pareti, onde da quell'ora fu continuamente guardato a vista. Ma chi egli fosse, nessuno lo sapeva: i camerata lo conoscevano pel Quattrodita e nulla più: lombardo pareva alla bastarda pronunzia, ma nè del nome nè della condizione sua non si potè venire in chiaro, onde colla semplice indicazione di—un soldato per soprannome il Quattrodita—, venne condannato a dover fare da boja nel supplizio dei Pusterla, e dopo di loro essere giustiziato anch'egli; il suo cadavere tratto a coda d'asino alle forche fuori porta Vigentina, e ivi lasciato impeso per pascolo dei corvi.

Neppur dopo condannato vi fu modo di fargli aprir bocca; se non che, allorquando fu interrogato, secondo l'uso, se prima di morire avesse nulla a dimandare, chiese gli si restituisse l'anello che aveva sempre portato in dito. Quell'anello, unico suo bene ereditario, gli rammentava, se non altro, di avere avuto una madre, ora che gli toccava di morire senza aver adempito quella che era stata l'idea fissa di tutta la sua vita, cioè di trovare l'autore dei suoi giorni: onde, allorchè gli fu esaudita la domanda, se lo ripose in dito colla devozione di un moribondo.

Quando Francesco e Venturino furono condotti a morte, Alpinolo era stato trascinato ai piedi del palco, perchè, secondo la sentenza, dovesse fare le veci di manigoldo. Ma era facile eseguire la condanna in ciò che concerneva il suo cadavere, non era altrettanto nell'armargli la mano contro di coloro, che tanto aveva egli fatto per salvare. Intimatogli quell'ordine ferocemente insensato, e scioltegli le mani, esso entrò in tal furia, si pose in atto così minaccioso, che n'ebbero di grazia a legarlo di nuovo, persuasi che, fin quando gli rimanesse fiato, non si piegherebbe a tanta infamia.

Anche senza di ciò, nel veder sul patibolo que' suoi cari, nel pensare che avea contribuito a condurveli, considerate come Alpinolo si sentisse nel cuore! Se non che gli fu di alcuna consolazione il trovare che la Margherita non era con loro.—La tigre (disse fra sè) rimase satolla col sangue nostro».

Come ebbe veduto balzare la testa del fanciullo, poi quella del padre, versando dalle pupille grosse lagrime, più di rabbia ancora che di dolore, si mosse francamente per porgere il collo al manigoldo, credendo che allora fosse la sua volta. Ma in quella vece si vide rimosso dal palco, senza conoscere il perchè, tratto ancora al suo fondo di torre a macerarsi un altro giorno, compassionando il giudizio veduto, e paventando la vergogna di un perdono e la gratitudine della clemenza.

Ma al domani fu cavato di nuovo, e il suo tormento giunse veramente al colmo quando scôrse la Margherita, la sorella di Ottorino, la sua amica, la signora sua, tratta sul carro dei malfattori a rinfrescare col suo sangue il sangue del consorte e del figliuolo. Così incatenato ne seguiva il lento cammino, cogli occhi il più spesso inchiodati a terra, talvolta balestrandoli sopra la moltitudine, quasi per cercarvi o il generoso coraggio che strappasse la vittima al tiranno, o almeno la generosa compassione, il cui fremito è compenso ai più rovinosi colpi dell'iniquità potente. Ma non avvisando in tutti che una indolente curiosità, atterrava novamente gli sguardi in atto di fiero disprezzo, e li riposava su quelli della martire; e allora esalava un sospiro dal più profondo del cuore.

Come l'onda trabocca al levare della chiusa che la reggeva in collo, così dietro ai soldati che tenevansi in mezzo Alpinolo, si rinchiudeva la folla divisa, e si accalcava, ingegnandosi di mettere il passo innanzi a chi gli aveva preceduti, per vedersi poi oltrepassati anch'essi dai nuovi che sopravenivano. E già il carro era ristato ai piedi del palco: un solenne silenzio possedeva la turba spettatrice. La Margherita smontò, accostossi alla scala—la scala che per lei era quella del paradiso. Il carnefice, discesole incontro, le porse la lurida mano, come per ajutarla a salire. Era la mano che, il giorno innanzi, si era intrisa nel sangue dei suoi diletti! La Margherita, con un fremito istintivo, ma senza odio, la ricusò, e con passo quanto più poteva sicuro, incominciò a montare.

Povera martire! non hai finito di patire.

Passava ella in mezzo ai confratelli della Consolazione, quando da uno di essi, con voce sommessa ma fiera, sentì dirsi:—Margherita, ricordatevi la notte di san Giovanni».

Come la rana già morta guizza al passar della corrente elettrica, così la Margherita, che già pareva tolta dalle cose terrene, trasalì al suono di quel motto; volse lo sguardo, pieno di terribile maestà e di profondo orrore, sovra il miserabile che aveva parlato, e traverso ai fori della buffa vide fissato sopra di sè un occhio acuto come di velenoso serpente.


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