CAPITOLO XIII.
I responsabili della grande scoperta furono un pugno di socialisti verbosi e di filosofi operai che tenevano circolo nel Parco di City-Hall, nei pomeriggi caldi. Una o due volte al mese, percorrendo il Parco per recarsi in biblioteca, Martin scendeva dalla bicicletta, ascoltava le controversie e si staccava di lì con rimpianto, ogni volta. Il tono della discussione era là molto meno elevato di quello della tavola del signor Morse, e l’assemblea non era nè grave, nè degna. Essi s’adiravano facilmente, s’insultavano; bestemmie ed allusioni oscene condivano i loro alterchi. Una o due volte vennero persino alle mani. Eppure (non sapeva perchè), qualcosa di vivo emanava da quell’apparente confusione. La loro retorica stimolava molto più il suo intelletto, che non il dogmatismo ponderato del signor Morse. Quegli uomini che assassinavano l’inglese, che gesticolavano come pazzi e combattevano gli uni le idee degli altri con una violenza primitiva, gli sembravano più vivi che non il signor Morse e il suo fedele socio signor Butler.
Parecchie volte Martin aveva sentito citare Herbert Spencer, in quel parco. E, un pomeriggio, apparve un discepolo di Spencer — un misero vagabondo, il cui pastrano sudicio, abbottonato sino al mento, dissimulaval’assenza di camicia. La battaglia fu impegnata tra il fumo di innumerevoli sigarette e di getti di saliva scura, e il vagabondo se la cavò con onore, persino di fronte a un operaio socialista che lanciò con un ghigno:
— Non c’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta.
Martin si domandò quale fosse l’argomento della discussione, ma proseguì il cammino verso la biblioteca, animato da un nuovo interesse per Herbert Spencer; e poichè il vagabondo aveva citato spesso i «Primi Principî», egli prese questo volume.
Così fece la grande scoperta. Già una volta aveva tentato di accostarsi al pensiero di Spencer, ma, avendo scelto i «Principî di Psicologia», come inizio, vi si era perso pietosamente, come con Blavatsky. Non vi aveva capito nulla e l’aveva riportato. Ma quella notte, dopo la fisica, l’algebra e i tentativi di poemi, si coricò e aprì «I Primi Principî». All’alba leggeva ancora, e non scrisse nulla tutto il giorno. Disteso sul letto, lesse: poi, stanco del letto, si distese per terra e lesse, cambiando posizione di tanto in tanto. La notte seguente dormì, e tutto il mattino scrisse; poi il libro lo attrasse nuovamente, ed egli lesse il pomeriggio intero dimenticando tutto, persino che quel giorno era uno di quelli che Ruth gli concedeva per visitarla. Riprese coscienza del mondo esterno solo quando Bernardo Higgingbotham, aprendo violentemente la porta, gli domandò se credeva davvero di trovarsi in una trattoria.
Durante tutta la sua vita, Martin Eden era stato dominato dalla curiosità. Voleva sapere, saper tutto, e questo desiderio appunto lo spinse ad avventurarsi pel mondo. Ma Spencer gli insegnava, oggi, ch’egli non sapeva nulla, e che non avrebbe saputo mai nulla, anche se avesse seguitato a navigare, a errare eternamente.Egli aveva sfiorato soltanto la superficie delle cose, aveva osservato soltanto fenomeni singoli, accumulato fatti frammentarii, non aveva fatto altro che generalizzare in modo superficialissimo, e tutto ciò senza metodo, affidandosi al capriccio del caso e al suo capriccio. Egli aveva studiato, comprendendo, la tecnica del volo degli uccelli, ma non aveva mai cercato il modo come gli uccelli s’erano sviluppati come meccanismi volanti. Non immaginava neppure che un processo di questo genere esistesse; gli uccelli erano stati creati così, e questo gli bastava.
La stessa cosa era pel resto: i suoi maldestri tentativi filosofici erano falliti per mancanza di preparazione; la metafisica medievale di Kant non gli era servita a nulla, tranne che a dubitare dei proprî mezzi intellettuali. Così, il suo tentativo di studiare l’origine della specie s’era limitato a seguire uno studio aridamente scientifico di Romanes. Egli non ci aveva capito nulla, tranne questo: che quella teoria arida e polverosa apparteneva esclusivamente a un piccolo numero di menti meschine, il cui vocabolario copioso era inintelligente. Ed ecco che egli imparava, ora, che l’evoluzione della materia, anzichè una teoria astratta, era un modo di sviluppo accettato da tutti i dotti, salvo qualche diversità di metodo. Spencer gli semplificava tutto ciò e presentava al suo sguardo attonito un universo così perfettamente concretato, che gli pareva di vedere uno di quei minuscoli modelli di navi che i marinai mettono entro bottiglie trasparenti. Nulla era dovuto al caso: tutto obbediva a delle leggi. L’uccello ubbidiva a una legge, volando; e la stessa legge aveva formato il fango della terra, l’aveva fatto fermentare, gli aveva fatto nascere le ali perchè diventasse uccello.
Martin, di cima in cima, saliva sempre. I misteri della creazione gli si venivano svelando davanti agliocchi; egli era ebbro di curiosità e d’intelligenza. La notte, durante il sonno, egli si moveva fra gli dei, in colossali incubi; desto, viveva come un sonnambulo, con lo sguardo smarrito, immerso nell’universo ch’egli scopriva. A tavola, non udiva le conversazioni meschine e volgari. Nelle sue posate vedeva splendere il sole e ne seguiva le trasformazioni sino alla loro origine a centinaia di milioni di leghe; oppure studiava i riflessi dei muscoli delle sue braccia che gli permettevano di tagliar la carne, li seguiva sin nel cervello donde sorgeva la volontà muovendo quei riflessi.
Viveva nella ipnosi, senza udire il ritornello mormorato da Jim, senza vedere gli sguardi inquieti di sua sorella, nè il gesto schernitore di Bernardo Higgingbotham, che imitava un ipotetico ragno che abitava, evidentemente, secondo lui, nel cervello di suo cognato.
Ciò che, in certo qual modo, impressionava più di tutto Martin, era la correlazione fra tutte le scienze. Egli aveva sempre immaginato belle cose, ma in caselle separate del suo cervello. Così egli ne sapeva moltissimo sulla navigazione, e aveva anche una grande esperienza delle donne; ma tra questi due argomenti non istabiliva alcun rapporto. Che dal punto di vista scientifico potesse esservi un rapporto qualsiasi tra una donna isterica e uno schooner che sfidava la tempesta, gli sarebbe sembrato ridicolo, impossibile. Herbert Spencer gli dimostrò che anzi è impossibile che non vi sia correlazione. Tutto è legato al tutto, dalle miriadi di stelle nell’etere, sino alle miriadi di atomi, che compongono un granello di sabbia sulla spiaggia. Questa nuova concezione immerse Martin in uno stupore continuo. Egli formò una lista di cose più eterogenee; amore, poesia, terremoto, fuoco, serpenti a sonagli, arcobaleno, pietre preziose, orologi, tramonti, leone che ruggisce, elettricità, cannibalismo,bellezza, assassino, puleggia e tabacco; giubilante quando riusciva a imparentarle fra loro. Unificava così l’universo e lo contemplava, oppure procedeva attraverso la sua jungla, da pacifico viandante, osservando, annotando, familiarizzando con tutto ciò che voleva conoscere ancora. E più imparava, più ammirava la creazione, la vita, e la propria esistenza fra tutte quelle meraviglie.
— Imbecille! — gridava alla sua immagine nello specchio. — Tu volevi scrivere, tentavi di scrivere, e che cosa avevi in te? qualche nozione infantile, qualche sentimento non maturo, molta bellezza mal digerita, un’enorme ignoranza, un cuore pieno d’amore da scoppiarne, un’ambizione grande come il tuo amore e la tua ignoranza. E volevi scrivere! ma cominci oggi soltanto ad acquistare, in te, ciò che ti occorre per questo! Volevi creare della bellezza! Volevi parlare della vita e ignoravi tutto ciò che forma l’essenza stessa della vita! Volevi parlare dell’uiverso e dei problemi dell’universo, quando l’universo non era altro per te che un rebus cinese! Ma coraggio! Martin, ragazzo mio! C’è speranza, questa volta, quantunque tu sia ancora alquanto sciocco e molto ignorante. Un bel giorno, con un po’ di fortuna, saprai press’a poco ciò che bisogna sapere. Quel giorno scriverai.
Egli fece partecipe Ruth di quella grande scoperta, affinchè anch’essa ne gioisse; ma lei non manifestò alcun entusiasmo particolare; quelle cose le erano evidentemente familiari a causa dei suoi studi personali. Arturo e Norman credevano all’evoluzione e avevano letto Spencer, senza averne ricevuto un’impressione molto profonda, a quanto pareva. E Will Olney, il giovanotto dagli occhiali, ghignò in modo poco simpatico al nome di Spencer e ripetè l’epigramma: «Non c’è altro Dio che l’inconoscibile, e Herbert Spencer è il suo profeta».
Ma Martin gli perdonò il dileggio, giacchè s’era accorto che Olney non era innamorato di Ruth. Dopo, diversi piccoli fatti, gli fecero capire, con suo grande stupore, che non solo non ne era innamorato, ma che lei gli era poco simpatica. Martin fu impotente a stabilire un nesso fra questo e gli altri fenomeni della natura, e si limitò a compiangere il giovanotto che non era capace di apprezzare giustamente la finezza di Ruth e la sua bellezza.
Essi fecero, la domenica, parecchie gite in bicicletta, in campagna, e Martin potè osservare liberamente come esistesse una specie di pace armata fra Ruth e Olney, il quale se la intendeva molto bene con Norman e lasciava Arturo e Martin occuparsi di Ruth; del che Martin gli fu grato.
Furono belle domeniche per Martin, dapprima a causa di Ruth, poi dei rapporti da pari a pari, che si creavano tra lui e i giovanotti di quell’ambiente. Egli si sentiva intellettualmente loro pari, a dispetto di tutti i loro anni d’istruzione e di disciplina cerebrale, e le sue ore di conversazione con essi erano altrettante ore utili, durante le quali egli si esercitava ad applicar le regole di quella grammatica che aveva tanto studiata. Aveva abbandonato i libri di galateo, limitandosi ad osservare da sè ciò che fosse conveniente fare. Tranne quando si lasciava trascinare dall’ardore dei suoi entusiasmi, la vigilanza ch’egli esercitava su di sè non si allentava mai; nessuno dei loro modi gli sfuggiva, ed egli imparava da loro, senza tregua, nuovi esempi di cortesia e di raffinatezza mondana.
Per un certo tempo rimase sorpreso di vedere che, in conclusione, Spencer era poco letto.
— Herbert Spencer, — gli disse l’uomo dalla cattedra, — sì... un gran cervello.
Ma gli sembrò che non sapesse nulla del contenuto di quel gran cervello.
Una sera, a pranzo al quale era invitato anche il signor Butler, Martin attaccò il discorso su Spencer.
Il signor Morse condannò con una certa asprezza l’agnosticismo del filosofo inglese, pur confermando di non aver letto «I Primi Principî». Il signor Butler dichiarò che Spencer lo esasperava, che non ne aveva letto mai un rigo, e che, ciononostante, non era diventato infelice.
Nella mente di Martin sorsero dei dubbî; egli avrebbe abbandonato Spencer per essere d’accordo col parere di tutti, se la sua personalità fosse stata meno temprata. Ma, nonostante ciò, le spiegazioni di Spencer gli parevano convincenti, ed egli si disse che abbandonare Spencer era lo stesso, per un navigante, che gettare a mare compasso e cronometro. Martin continuò dunque ad approfondire i suoi studî sull’evoluzione, sempre più convinto dalle testimonianze corroboranti d’un migliaio di scrittori indipendenti. Più lavorava, e più gli si apriva davanti il campo della scienza; finì addirittura col sentire una specie di rimpianto malsano, pel fatto che i giorni erano di ventiquattro ore soltanto. Data la brevità dei giorni, egli abbandonò l’algebra e la geometria. Della trigonometria non s’era ancora occupato. Poi tolse di mezzo la chimica e si limitò alla fisica.
— Non sono uno specialista, — diss’egli per scusarsi con Ruth. — E non voglio tentare di diventarlo. Vi sono troppi specialisti, perchè un uomo solo possa, in una vita sola, possedere profondamente una sola briciola. Debbono bastarmi delle idee generali, in fatto di scienza. Quando avrò bisogno di specialisti, ricorrerò ai loro libri.
— Ma non sarà come se possedesse l’argomento, — fece lei protestando.
— È inutile; noi ci gioviamo del lavoro degli specialisti,che son fatti per questo. Sono degli specialisti, è vero? Ebbene! quando avranno finito, lei sarà contenta della nettezza dei suoi caminetti, senza preoccuparsi punto del modo come sono stati fatti!
— È una conclusione un po’ artificiosa!
Essa lo guardò con curiosità ed egli sentì un vago rimprovero nello sguardo di lei, nel suo atteggiamento; ma era sicuro d’aver ragione.
— Tutte le grandi intelligenze generali, i più grandi pensatori, per esempio, si fidano degli specialisti. Così faceva Herbert Spencer: egli generalizzava sulle scoperte di migliaia di ricercatori. Volendo fare tutto da sè, avrebbe dovuto vivere parecchie vite. Darwin, ugualmente, si serviva di tutto ciò che gli avevano insegnato i botanici e gli allevatori.
— Lei ha ragione, Martin, — disse Olney. — Lei sa che cosa vuole, e Ruth non ne sa nulla; ignora che cosa voglia lei stessa.
— ... Oh! certamente! — continuò Olney, senz’attendere risposta. — Io so che lei chiama ciò: cultura generale. Ma se lei vuole acquistare una cultura generale, importa poco la natura dei suoi studî. Lei può imparare il francese o il tedesco, e persino l’esperanto, e perciò non sarà meno colto. Lei può studiare il latino o il greco, e non le serviranno a nulla, ma, però, le daranno la cultura. Per esempio... Ruth studia da due anni l’inglese antico, e sa che cosa ha imparato?When that sweet April with his showers soote.Non è così? — Ed egli seguitò ridendo, senza tener conto delle interruzioni di lei. — Ma la cultura generale l’ha; lo so; frequentavamo la stessa classe!
— Lei parla di cultura come d’un mezzo per ottenere qualche cosa! — esclamò Ruth; e aveva gli occhi scintillanti e le guance delicate arrossite dalla collera. — La cultura dev’essere lo scopo.
— Ma Martin non ha bisogno di questo.
— Che ne sa lei?
— Di che cosa ha bisogno Martin? — domandò Olney, voltandosi bruscamente verso di lui.
Martin, molto impacciato, lanciò uno sguardo d’aiuto a Ruth.
— Sì, di che cosa sente il bisogno? — domandò Ruth. — La risposta risolverebbe la questione.
— Ma, s’intende, ho bisogno di cultura, — balbettò Martin. — A me piace la bellezza, e la cultura me la farà valutar meglio.
Trionfante, lei fece un segno di consenso.
— Questo è privo di buon senso, e loro lo sanno, — fece Olney. — Martin ha bisogno di una carriera, e non di cultura. Ma capita, in questo caso, che la cultura sia indispensabile alla carriera. Se volesse essere chimico, sarebbe inutile. Martin vuole scrivere, ma egli ha paura di dirglielo perchè così verrebbe a dimostrare che lei ha torto.
E, continuando:
— Perchè Martin vuole scrivere?... perchè non nuota nell’oro. Perchè lei si empie la testa di francese antico e di cultura generale? Perchè lei non ha bisogno di guadagnarsi il pane. Suo padre ha pensato a questo: egli le compera i vestiti e tutto il resto. A che diavolo serve la nostra istruzione, la sua, la mia, quella di Arturo e di Norman? Noi ci siamo abbeverati di cultura generale, e se i nostri buoni genitori dovessero morire questa sera, saremmo ridotti a dar lezioni per le case. Lei, Ruth, non potrebbe desiderar di meglio che un posto d’istitutrice o di insegnante di pianoforte in un educandato di giovinette.
— E lei che farebbe, scusi? — domandò lei.
— Niente di grande e di famoso. Guadagnerei cinque lire al giorno, di giorno in giorno, e potrei forse entrare come professore nella scuola dei laureati a macchina, a Hanley. Dico «forse», capisce! perchèpotrebbe darsi benissimo che fossi mandato via dopo otto giorni, per semplice incapacità.
Martin seguiva il vivo della discussione e, pur essendo persuaso che Olney avesse ragione, disapprovava il suo modo poco cavalleresco di trattare Ruth. Una nuova concezione dell’amore si formava nel suo cervello, ascoltandolo. La ragione non ha nulla a che fare coll’amore. Poco importa che la donna amata ragioni più o meno giustamente: l’amore è superiore alla ragione. Se accadeva a Ruth, per caso, di non riconoscere chiaramente il suo bisogno assoluto di una professione, non perciò lei era meno adorabile. Lei era adorabile, e le sue idee non entravano per nulla nel suo fascino.
— Che? che ne dice lei? — Olney, parlandogli, gli aveva interrotto il filo delle considerazioni.
— Dicevo: spero bene che lei non sia così sciocco da perdersi col latino.
— Ma il latino è, più che la cultura, il fondamento di essa, — fece Ruth.
— Ebbene, vi si dedicherà? — insistette Olney.
Martin ne fu annoiatissimo, giacchè vedeva che Ruth attendeva ansiosamente la sua risposta.
— Temo di non averne il tempo, — rispose lui finalmente, — ma mi piacerebbe.
— Ecco! Martin non cerca la cultura! — fece Olney esultante. — Egli cerca di riuscire in qualche cosa, di fare qualche cosa!
— Ma è un allenamento mentale! che disciplina il cervello!
E Ruth guardò Martin, come se attendesse un mutamento d’idee. — I giocatori di foot-ball hanno bisogno di allenarsi prima di sostenere i grandimatchs. Così, il latino serve all’intelletto: lo allena.
— Idiozia e puerilità! così ci dicono quando siamo piccoli. Ma c’è una cosa che ci si guarda bene daldire e che ci si lascia la cura di trovar da noi in seguito! — Olney si fermò per ottenere un migliore effetto, e aggiunse: — Quello che non ci viene detto è questo: che tutti debbono aver studiato il latino, ma che nessuno ha bisogno di saperlo!
— Com’è in mala fede lei! — esclamò Ruth. — Sapevo bene che voleva cavarsela così.
— È evidentemente molto abile, ma però anche molto giusto; le sole persone che sappiano di latino sono i farmacisti, i notai e i professori di latino. Ora, se Martin vuole essere uno di costoro, io mi lascio impiccare. D’altra parte, che rapporto c’è fra tutto questo ed Herbert Spencer? Martin ha scoperto Spencer e ne va matto. Perchè? perchè Spencer lo conduce verso una mèta. Ora, Spencer non può condurre a nessuna mèta, neppure lei. Non ci occorre. Lei, Ruth, si sposerà, e io non dovrò far altro che sorvegliare i notai e gli uomini d’affari che prenderanno cura del denaro che mio padre mi lascerà un giorno.
Olney si alzò per congedarsi, ma, sulla porta, si volse per lanciare la freccia del Parto.
— Lasci dunque in pace Martin, Ruth! Egli sa ciò che meglio gli conviene. Guardi ciò che ha già fatto! Qualche volta mi fa vergognare; ormai, egli ne sa, sulla vita, sull’universo, sugli uomini e il resto, più di Arturo, Norman, me e lei. Sì; lei, a dispetto di tutto il suo francese, di tutto il suo latino, di tutto il suo inglese antico e moderno e della sua cultura.
— Ma Ruth è la mia professoressa! — rispose cortesemente Martin. — È a lei che debbo il poco che so.
— Ah! neh!... — E Olney lanciò uno sguardo malizioso a Ruth. — Immagino che mi dirà, la prossima volta, che ha letto Spencer perchè glielo ha raccomandato lei: soltanto, sarà falso! E lei non ne sa, suDarwin e sull’evoluzione della materia, più che non sappia delle miniere di re Salomone. Già, che cos’è questa definizione mirabolante di Spencer circa non so che, che lei ha detto l’altro giorno? Quella faccenda incoerente circa l’omogeneità? La lasci lì! e vedrà che lei non ci capisce neppure una parola! giacchè questa non è cultura, capisce? Be’, arrivederci! E se lei si perde nel latino, Martin, non avrò più alcuna stima di lei!
Durante tutto questo tempo, sebbene interessato alla discussione, Martin s’era annoiato un po’. Si parlava di studî e di lezioni, di scienze rudimentali, con un tono di scolari, che stonava con le grandi idee che ribollivano in lui, con l’abbraccio nel quale egli sognava di contener la vita come in una stretta d’aquila, con i brividi di potenza che lo scuotevano quasi dolorosamente; con la nascente coscienza del suo valore. Egli sembrava a se stesso un poeta naufrago gettato su una riva straniera, e che cercasse invano di cantare secondo il modo barbaro degli abitanti di quel paese nuovo. Per lui, era la stessa cosa; potentemente conscio delle bellezze universali, era costretto a trascinarsi, a marcire tra chiacchiericci puerili, e discutere se dovesse imparare o no il latino.
— Che diavolo ha che fare il latino con tutto questo? — fu la domanda ch’egli rivolse allo specchio quella notte. — Vorrei proprio che i morti rimanessero dove sono. Perchè dei morti dovrebbero dettarmi leggi? La bellezza è viva ed eterna. E le lingue passano, come polvere dei morti.