CAPITOLO XIV.
Non per dar retta a Olney, ma a dispetto di Ruth e persino del suo amore per lei, egli decise finalmente di non imparare il latino. C’erano tante altre cose, oltre il latino, tanti studî la cui necessità era più imperiosa. E a lui bisognava scrivere, bisognava guadagnar denaro. Non gli avevano accettato nulla ancora; due rotoli di manoscritti facevano il giro delle riviste. Egli passava lunghe ore nella sale di lettura, ripassando i libri altrui, criticandoli, paragonandoli con i suoi lavori e cercando, cercando sempre il «trucco» che aveva permesso a quegli scrittori di vendere la loro prosa. Come facevano? L’enorme quantità di letteratura mummificata lo sorprendeva; nessuna luce, nessun calore, nessuna vita l’animavano, eppure, si vendeva, a due soldi la parola, a cento lire, mille! Gli annunzî dei giornali lo dicevano. Egli era sorpreso del numero incalcolabile di novelle leggermente e accortamente scritte, è vero, ma senza vitalità, senza realtà. La vita era così strana, così meravigliosa, piena di una tale immensità di problemi, di sogni e di tentativi eroici! Eppure quelle storielle non trattavano d’altro che di banalità. Ma il peso, la stretta della vita, con le sue febbri e le sue angosce e le sue rivolte selvagge, bisognava trattare! Egli voleva cantare icacciatori di chimere, gli eterni amanti, i giganti che lottano tra dolore e orrore, tra il terrore e il dramma, facendo scricchiolar la vita sotto i loro sforzi disperati. Eppure, le novelle di quei giornali illustrati sembravano compiacersi nel glorificare i Butler, tutti i sordidi cacciatori di dollari e i volgari amorazzi della volgare piccola gente, forse perchè gli editori stessi erano volgari? si domandò. O perchè la vita faceva loro paura, paura a tutti, editori e lettori?
Era punto soprattutto dal fatto che non conosceva alcun editore, alcuno scrittore, anzi, non conosceva nessuno che avesse tentato di scrivere, che potesse consigliarlo, indicargli la via da seguire. Finì col domandarsi se gli editori non fossero semplicemente le ruote d’una macchina e non già degli esseri vivi. Ma sì, erano macchine e nient’altro. Egli metteva tutta l’anima sua nei poemi, nelle sue novelle o negli articoli che affidava a una macchina. Piegava i fogli, li ficcava, con dei francobolli, in una grande busta, che suggellava, affrancava e gettava tutto nella buca delle lettere. Dopo un giro sul continente e un certo lasso di tempo, un fattorino gli riportava il manoscritto in un’altra busta affrancata con gli stessi francobolli mandati. Non c’era evidentemente alcun editore in carne ed ossa dall’altra parte, ma un ingegnoso meccanismo che cambiava la busta al manoscritto e l’affrancava tale quale quei distributori automatici che, mediante due soldi, vi presentano, secondo la fessura dove li avete introdotti, generalmente a caso, una tavoletta di cioccolatta o una caramella di gomma. Il gettone di rifiuto integrava il paragone; impresso a macchina. Ne aveva ricevuti a centinaia: se avesse ricevuto almeno qualche rigo di risposta personale, il rifiuto gli sarebbe dispiaciuto meno. Ma no, mai! Decisamente, non c’era alcuno dall’altra parte, tranne il congegno bene oliato di una macchina meravigliosa.
Martin era un buon lottatore ostinato e coraggioso; egli avrebbe continuato ad alimentare la macchina per anni ed anni, ma si dissanguava completamente, e non era questione d’anni ma di settimane, perchè si avverasse la fine del combattimento. Ogni otto giorni, il conto della pensione e spesso l’affrancatura d’una quarantina di manoscritti, lo avvicinavano alla rovina. Non comperava più libri e faceva economia su tutto per ritardare la scadenza fatale; che però anticipò di una settimana, dando a Marianna venticinque lire per l’acquisto d’un vestito.
Senza consiglio, senza incoraggiamento, anzi profondamente scoraggiato, egli lottava nella notte. La stessa Geltrude cominciava a guardarlo di traverso. Dapprima, la sua tenerezza fraterna le aveva fatto tollerare ciò che lei considerava come una stranezza di cervello; ora, quel suo ticchio, la rendeva inquieta; le pareva che avesse un che di folle. Martin lo sapeva e ne soffriva più che non soffrisse a causa del disprezzo confesso e ostinato di Bernardo Higgingbotham. Eppure, conservava la fede in se stesso; ma era il solo ad averla. Ruth non ne aveva alcuna; essa augurava ch’egli continuasse gli studî e, senza disapprovare apertamente i suoi scritti, non l’incoraggiava.
Egli non le aveva chiesto il permesso di farle vedere i suoi lavori, per una discrezione eccessiva. D’altra parte, poichè lei lavorava molto all’Università, gli ripugnava di farle perdere tempo. Ma, quando essa ebbe sostenuti gli esami di diploma, con buon esito, fu lei stessa a chiedergli di farle vedere qualche lavoro. Martin ebbe un accesso di gioia e di ansia, insieme. Ecco finalmente un giudice! Essa era laureata in lettere, aveva studiato la letteratura con dotti professori e l’avrebbe trattato diversamente dagli editori. Forse questi erano buoni critici, ma Ruth, se non altro, non gli avrebbe porto un rifiuto stereotipato, sel’opera non le fosse piaciuta, pur riconoscendogli magari un certo merito. Essa, infine, si sarebbe espressa in modo vivo e gaio e, cosa più importante di tutte, avrebbe conosciuto il vero Martin Eden. Avrebbe visto, lei, di che natura ne fossero il cuore e l’anima, e sarebbe riuscita forse a capire qualche cosa, un tantino tantino delle sue aspirazioni e della sua forza di volontà.
Martin scelse un certo numero delle sue novelle, poi, dopo un attimo d’incertezza, aggiunse ad esse i «Poemi del Mare».
Un pomeriggio d’autunno, sul tardi, andarono a fare un giro in bicicletta dalla parte delle colline. Era la seconda volta ch’egli usciva solo con lei, e mentre essi pedalavano insieme, sventolati da una brezza tiepida e salmastra, egli si disse che veramente il mondo era bello e ordinato e che era un godimento vivere ed amare.
Scesero dalle loro macchine sui margini della strada, e s’arrampicarono in cima a un poggetto dove l’erba bruciata dal sole aveva un odore delizioso e riposante di messe matura.
— Il suo compito è finito, — disse Martin quando si furono collocati, lei sul suo soprabito, lui disteso sulla terra tiepida, respirando voluttuosamente l’odore soave dell’erba. — Non ha più ragion d’essere, e quindi ha cessato d’esistere, — proseguì egli accarezzando amichevolmente l’erba appassita. — Piena d’ambizione, essa è cresciuta sotto le lunghe tempeste dell’ultimo inverno, ha lottato contro la violenza della primavera, è fiorita d’estate seducendo api e altri insetti, ha affidato al vento il suo seme, ha lottato con la vita e...
— Perchè analizzare sempre tutto in modo così terribile? — interruppe lei.
— Perchè ho studiato l’evoluzione della materia, credo. Da poco tempo ho degli occhi, insomma.
— Ma mi sembra che lei perda il senso della bellezza, in questo modo; che la distrugga, come i bambini quando prendono le farfalle e ne sciupano il velluto delle ali lucenti.
Egli scosse negativamente il capo.
— Sinchè ignoravo il significato della bellezza, che però s’imponeva a me, senza che io ne capissi il come e il perchè. Ora comincio a sapere. Quest’erba, ora che so perchè è erba, e come è diventata tale, mi sembra più bella. E come! Ma è tutto un romanzo la storia del minimo filo d’erba, e un romanzo d’avventure! La sola idea di ciò mi commuove. Quando io rifletto a tutto questo dramma della forza e della materia, e alla loro formidabile lotta, mi viene voglia di scrivere l’epopea del filo d’erba!
— Come parla bene! — disse lei, con aria assente; ed egli osservò che lei lo guardava con attenzione.
Era tale la confusione, ch’egli arrossì sino ai capelli.
— Spero di far progresso, — balbettò. — C’è tante cose in me che vorrei dire! Ma non posso riuscirvi. Mi sembra a volte che l’universo intero abiti in me e m’abbia scelto per cantarlo.
Sento — ah! non posso descriverglielo!... — sento la grandezza di tutto ciò, e non posso far altro che balbettare come un neonato. È un compito grandioso esprimere sentimenti e sensazioni con parole scritte o parlate, che daranno a colui che ascolta o legge la stessa impressione che n’ebbe il creatore. Guardi! io affondo la mia faccia nell’erba, e l’odore che aspirano le mie narici evoca in me mille pensieri, mille sogni. È il respiro dell’universo che ho respirato, la sua canzone e il suo riso, il suo dolore, le sue lacrime, la sua lotta e la sua morte. Mi piacerebbe dirle, dire a lei, all’umanità tutta quanta, le visioni evocate in me da questo odor d’erba.... Ma come potrei? La mialingua è legata! Ho cercato di descriverle ciò che evocava in me questo profumo, e non ho fatto altro che farfugliare pietosamente. Oh! — e fece un gesto disperato, — è impossibile! impossibile!
— Ma lei parla benissimo, — insistè Ruth. — Guardi quanto progresso ha fatto dacchè la conosco! Il signor Butler è un oratore notevole; il Comitato di cui fa parte lo prega sempre di parlare nelle riunioni pubbliche durante la lotta elettorale. Eppure, lei parla non meno bene di lui; soltanto, lui ha più sangue freddo. Lei, lei si eccita troppo; col tempo si modererà. Dio mio! sa che sarebbe un buon oratore? Lei farebbe molta strada se volesse. Avrebbe dell’autorità di cui si saprebbe servire per condurre gli uomini: lei può riuscire in tutto ciò che vuole, se lo fa con passione come ha fatto lo studio della grammatica. Perchè non diventare avvocato? o uomo politico? Chi le impedisce di diventare un secondo signor Butler?... dispepsia a parte!... — aggiunse lei sorridendo.
Chiacchierarono: lei come al solito, mite e testarda, ritornando sempre all’idea dell’importanza di una solida base di studî e dei vantaggi del latino come materia fondamentale di qualsiasi carriera. Essa delineò l’uomo arrivato, un che di misto fra suo padre ed il signor Butler, ed egli ascoltò appassionatamente, disteso sul dorso, guardandola, godendosi il minimo movimento delle labbra di lei. Ma il suo cervello era soltanto vagamente attento; nulla, nei campioni che essa gli mostrava, l’attirava; ed egli risentiva nell’ascoltarla una specie di delusione dolorosa; il suo amore ne era esasperato sino alla sofferenza. In tutto ciò che lei diceva non entravano i suoi lavori; e i manoscritti ch’egli aveva portati giacevano a terra, dimenticati.
Finalmente, durante una pausa, egli guardò il sole come per misurarne l’altezza sull’orizzonte, e il gestoch’egli fece raccogliendo i suoi manoscritti richiamò il loro ricordo.
— Avevo dimenticato, — disse lei pronta. — E dire che sono tanto impaziente di ascoltare!
Egli le lesse dapprima una novella che gli piaceva più di tutte le altre; era intitolata «Il Vino della Vita», e l’ebbrezza che gli era salita al cervello scrivendola, l’invase, nel rileggerla. La concezione era originale; egli l’aveva adornata di frasi colorate e d’immagini luminose. Trascinato dall’ardore della concezione originaria, egli non s’accorgeva nè degli errori nè delle lacune. Ma lo stesso non accadeva a Ruth; il suo orecchio esercitato rilevava le debolezze e le esagerazioni, l’enfasi del novizio, la mancanza di ritmo, oppure la forma troppo infiorettata. Insomma, era il lavoro d’un dilettante. Ma lei, anzichè dirgli questo, si limitò, quand’egli ebbe finito la lettura, a criticare alcuni difetti lievi, dichiarò che la storia le piaceva.
Come ne rimase deluso! Le sue critiche erano giuste; ed egli lo confessò a se stesso, pur dicendosi che egli non le leggeva il lavoro al solo scopo di farselo correggere, come uno scolaretto. Che importavano i particolari? Avrebbe imparato da sè a correggerli.
L’importante era questo: egli aveva tratto dalla vita una cosa grande che aveva tentato di racchiudere in quel racconto; era riuscito o no a fargliela vedere come i suoi occhi l’avevano vista? Il suo cervello l’aveva compreso, il suo cuore l’aveva sentita?... Giudicò che non era riuscito. Forse gli editori avevano ragione. Egli dissimulò il suo cruccio, e fu talmente d’accordo con quelle critiche, che lei non potè immaginare la profonda delusione che egli ne provava in fondo all’anima.
— Questo l’ho intitolato «La Marmitta» — diss’egli spiegando un altro manoscritto, — Quattro o cinque giornali illustrati l’hanno già rifiutato, ma io credoperò che non sia mal fatto. In realtà, non so che cosa pensarne di preciso: mi sembra originale... Ma forse lei non sarà dello stesso parere. È breve: di duemila parole soltanto.
— Che spaventevole cosa! — esclamò lei, quando fu terminata la lettura. — È orribile oltre ogni dire!
Con una segreta soddisfazione, egli ne osservò il pallore, lo sguardo teso e dilatato, le mani contratte. Egli era dunque riuscito a comunicarle ciò che esso risentiva. Aveva fatto colpo. Che le fosse piaciuto o no, era un’altra faccenda; certo, lei era rimasta colpita, afflitta; questa volta non avrebbe badato a particolari.
— È la vita, — disse lui; — e la vita non sempre è bella. Eppure, sarà perchè sono fatto in modo strano! Trovo qui dentro qualche cosa di splendido. Mi sembra proprio che la...
— Ma perchè quella disgraziata donna non ha... — e s’interruppe disorientata. — Poi riprese indignata: — Oh! quanto pervertimento! quanta infamia! che brutture!... quanta villania!
Là per là, gli parve che il cuore cessasse di battere. «Villania»!: egli non se l’aspettava; tutta la novella gli parve scritta in lettere di fuoco, ed egli vi cercò invano qualche cosa che esprimesse bruttura. Poi l’angoscia cessò; non ne aveva colpa. Intanto Ruth aveva ripreso: — Perchè non scegliere un bell’argomento? Noi tutti sappiamo che nel mondo vi sono delle cose brutte, ma questa non è una ragione...
Essa seguitava a sfogare la sua indignazione, ma egli non l’ascoltava più; sorridendo in se stesso, egli le guardava il viso virgineo d’una purezza così viva che gli pareva che penetrasse in lui, e lo illuminasse d’un raggio fresco, soave, limpido come una luce stellare. «Tutti sappiamo che vi sono delle cose brutte nel mondo». Egli immaginò ciò che lei potesse, suppergiù,sapere, ed ebbe voglia di ridere, come d’uno scherzo. Poi, ad un tratto, sospirò pensando all’immensità delle cose «brutte» che aveva conosciute, studiate, e le perdonò di non aver capito nulla di quel racconto. Non era colpa sua. E ringraziò Dio d’averne così protetto il candore. Ma egli che conosceva la vita, nelle sue brutture e nella sua bellezza, nella sua grandezza, a dispetto del fango che la insudiciava, per Dio! l’avrebbe espressa qual era. I santi del paradiso possono veder altro se non bellezza, purezza? Ma dei santi in mezzo al fango, ecco il miracolo eterno! Ecco ciò che dà valore alla vita! Veder la grandezza morale svincolarsi dal fango; intravvedere la bellezza attraverso una cortina di fango; poi, a poco a poco, sorgente dall’abisso d’incoscienza, di vizio, vederla salire, aumentar di forza, verità, splendore.
Egli afferrò a volo una delle critiche di lei.
— Il diapason di tutto ciò è basso. E vi sono tante cose elevate! Per esempio! «In memoriam».
Egli ebbe voglia di suggerirle «Locksley Hall», e l’avrebbe fatto se, guardandola nuovamente, non l’avesse meravigliato questo fatto strano: Ruth, la donna della sua razza, era uscita dal fermento originario; era salita, larva informe, rampicante, lungo la scala infinita delle incarnazioni successive, durante migliaia e migliaia di secoli, per arrivare finalmente in cima e diventare quella Ruth tanto bella e pura, quasi divina, la Ruth che gli aveva fatto conoscere l’amore e aveva fatto aspirare alla purezza, alla divinità un uomo come lui, Martin Eden, uscito anch’esso dagli abissi senza fondo della creazione. Ecco una cosa romanzesca, fantastica, sovrannaturale! Ecco ciò che bisognava scrivere, se avesse potuto trovare parole tanto belle!
I santi del paradiso?! Non erano altro che santi,in fondo, incapaci di cavarsela! Ma lui era un uomo!
Egli udì che lei diceva:
— Lei ha della potenza; ma della potenza non regolata.
— Un toro in un negozio di porcellane! — suggerì lui. Un sorriso gli rispose.
— E bisogna acquistar discernimento, gusto, finezza, senso di misura.
— Ho troppa audacia, — mormorò lui.
Ella approvò con un sorriso e si riadagiò in attesa d’un nuovo racconto.
— Io non so che penserà di questo, — diss’egli scusandosi. — È una cosa bizzarra: temo d’aver sorpassato le mie forze, ma l’intenzione era buona. Non si fermi sui particolari, ma cerchi di afferrarne il sentimento, che ha della grandezza e della verità. Può darsi il caso, disgraziatamente, che non sia riuscito a rappresentarli.
Egli lesse, spiando il volto di lei. Finalmente aveva raggiunto lo scopo. Immobile, senza distogliere lo sguardo, respirando a stento, egli la credette presa, incatenata dalla magìa della sua evocazione. Quella storia si chiamava «Avventura» ed era l’apoteosi dell’avventura, non già della banale avventura dei libri d’immagini, ma della vera avventura infedele e capricciosa, — guida feroce, formidabile nelle sue punizioni e formidabile nelle sue ricompense, — quella che esige una terribile pazienza e la fatica che uccide, che offre un trionfo soleggiato o la morte lugubre dopo la fame e i deliri angosciosi della febbre tra sudore, sangue e putredine, quella che conduce, tra ignobili confronti, alle cime magnifiche e al dominio del mondo.
Egli aveva messo tutto questo e di più, in quella storia, e credette che lei la comprendesse. Con gli occhi dilatati, e un rossore che le si diffondeva per legote pallide, essa ascoltava un po’ ansante, veramente appassionata. Ma non era la storia ad appassionarla: era lui. Di quel racconto lei non pensava gran che, ma risentiva la volontà di Martin, la sovrabbondanza della sua forza, come una festuca di paglia è trascinata e travolta da un torrente. Quando proprio credeva di essere trascinata da quel racconto, era in realtà trascinata da una cosa totalmente diversa, da un’idea insensata, pericolosa, quale le appariva a un tratto nella mente. S’era sorpresa nel pensiero del matrimonio; e, cosa orribile, s’era compiaciuta di quell’idea, l’aveva accarezzata ardentemente. Era indegno di lei. Sino ad allora, lei aveva vissuto nel paese dei sogni poetici di Tennyson, inaccessibile persino alle sue delicate allusioni alla materialità possibile nei rapporti fra regine e cavalieri. Lei dormiva nel suo castello incantato, ed ecco che la vita batteva imperiosamente alla porta. Esitante fra il timore e l’istinto di donna essa era combattuta fra il desiderio di sprangare quella porta e la voglia di spalancarla per far entrare il visitatore ignoto.
Martin attendeva il verdetto con una certa soddisfazione. Egli lo conosceva già; pure, fu sorpreso quando la udì che diceva:
— È bello....
— È bellissimo. — ripetè lei con enfasi, dopo un silenzio.
Sì, era bello; ma lì dentro c’era più che la bellezza; c’era qualche cosa di superiore e di più penetrante. Bocconi sull’erba, silenzioso, egli sentiva salire davanti ai suoi occhi l’orribile visione di un gran dubbio. Non era riuscito; non aveva saputo esprimere una cosa ammirevole e sentita.
— Che ne pensa del... — Egli si fermò, esitante nell’uso d’una parola nuova. — Del... motivo?
— È confuso, — rispose lei. — È questo il solopunto critico, generalmente parlando. Io ho seguito la trama, ma, vede, il racconto è troppo verboso. Lei soffoca l’azione introducendo particolari superflui.
— Io parlo del motivo principale, — si affrettò ad aggiungere lui, — del grande motivo cosmico ed universale. Ho cercato d’impedire che sorpassasse il racconto stesso, che non è altro che un pretesto, ma, senza dubbio non ho potuto trattarlo come si doveva. Non son riuscito a suggerire ciò che volevo. Sarà per un’altra volta. — Lei non lo seguiva; era laureata in lettere, ma egli l’aveva sorpassata; e lei non l’immaginava neppure, attribuendo la sua incomprensione all’incoerenza di Martin.
— Manca di concisione, — disse lei, — ma a tratti è molto bello.
La sua voce gli giunse vagamente, giacchè egli si stava domandando se era il caso di leggere i «Poemi del Mare». Egli rimaneva là, scoraggiato, mentre lei l’osservava, turbata dalle sue idee di matrimonio.
— Lei vuol diventare celebre? — interrogò bruscamente.
— Sì, — confessò lui. — Questo fa parte dell’avventura. Ma non tanto l’essere celebre, quanto il modo di riuscire importa. In fondo, per me, la celebrità non è che un mezzo per giungere ad altro. Io desidero di essere celebre, anche per... esserlo. — Stava per aggiungere «anche per lei», e l’avrebbe fatto se lei avesse mostrato entusiasmo per le sue opere.
Ma lei era troppo occupata a scegliergli una carriera possibile, perchè le venisse in mente di domandargli la ragione del suo «anche».
La letteratura non era cosa per lui; n’era convinta. Egli l’aveva provato poco prima, con la sua prosa dilettantesca, da collegiale. Certo, egli parlava bene, ma non sapeva esprimersi letterariamente. Essa lo paragonava a Tennyson, a Browning e ad altri prosatoriprediletti, e le apparve assolutamente inferiore. Pure, non gli disse apertamente il suo pensiero, giacchè lo strano interesse ch’egli suscitava in lei la induceva a temporeggiare. Il suo desiderio di scrivere non era altro, in sostanza, che una piccola debolezza, che gli sarebbe passata, col tempo. Egli si sarebbe dedicato allora a faccende più serie, n’era sicura. Con quella forza di volontà, non poteva non riuscire.... se però avesse cessato di scrivere.
— Vorrei che lei mi facesse vedere tutto ciò che scrive, signor Eden, — disse lei.
Egli arrossì di piacere; sicuramente lei s’interessava a ciò che egli faceva, perchè non solo non gli aveva dato delle ripulse stenografate, ma aveva trovato belle certe parti dell’opera sua, dandogli così il primo incoraggiamento.
— Lo farò. — disse lui ardentemente. — E le prometto, signorina Morse, che giungerò al successo. Ho progredito, lo so, e ho ancora molta strada da percorrere e la farò magari in ginocchio. — Egli le mostrò un fascio di manoscritti. — Ecco i «Poemi del Mare». Quando lei tornerà a casa, glieli lascerò, perchè possa leggerli con comodo. Soprattutto mi dica la sua impressione. Io ho bisogno soprattutto di sentir la voce della critica. La prego, sia sincera!
— Sarò assolutamente sincera. — promise lei, pensando, con una specie di disagio, che non lo era stata quella sera e forse non lo sarebbe neppure un’altra volta.