CAPITOLO XV.

CAPITOLO XV.

— Ecco il primo combattimento tentato e perduto, — fece Martin allo specchio dieci giorni dopo. — Ma ve ne sarà un secondo e un terzo, e così di seguito, salvo che...

Interruppe la frase per dare uno sguardo alla sua povera cameretta: i suoi occhi si posarono tristemente sulla pila di manoscritti rifiutati che, nelle loro buste, ingombravano un angolo del pavimento.

Egli non poteva ormai comperare francobolli, per rispedirli, e da una settimana, la pila cresceva sempre più. Il giorno dopo ne sarebbero giunti altri e posdomani altri, sinchè non fossero tutti ritornati. Era debitore d’un mese di nolo per la macchina da scrivere, e non gli rimaneva altro che l’importo della settimana di pensione e quanto bastava per pagare l’agenzia di collocamento.

Sedette e guardò pensoso la tavola; era macchiata d’inchiostro, e quella vista lo intenerì.

— Cara vecchia tavola, — disse fra sè: — io ho passato con te ore buone, così che, in conclusione, tu sei stata per me una vera amica. Tu non hai mai recalcitrato. Tu non m’hai rifiutato mai il permesso della copiatura, non ti sei mai lamentata del troppo lavoro....

E abbandonate le braccia sulla tavola, vi sprofondò il volto. La gola contratta gli faceva male; e non poteva piangere. Questo gli fece ricordare la prima battaglia, quando aveva sei anni; il suo avversario, maggiore di due anni, l’aveva picchiato a sangue, sinchè non ne aveva potuto più. Ma lui, pur piangendo tutte le lacrime dei suoi occhi, seguitava a picchiare, picchiare, con tutta la collera dei suoi piccoli pugni. Vide il cerchio dei ragazzi attorno a loro due, lanciar grida selvagge quando egli cadde finalmente, quasi svenuto, sanguinante dal naso, con gli occhi dai quali scorrevano le lacrime. — Povero marmocchietto! — mormorò. — Oggi sei battuto come allora, fracassato, finito, vinto.

Il ricordo di quella prima lotta dileguò, e altri ricordi apparvero, quelli delle battaglie che avevano seguito quella. Sei mesi dopo, «Testa di formaggio», — tale era il nome del ragazzetto — l’aveva picchiato nuovamente. Ma, questa volta, gli aveva pestato un occhio; e la storia era continuata così: egli, sempre battuto, Testa di formaggio diabolicamente trionfante. Ma non era fuggito mai, e questo ricordo lo riconfortò. Ogni volta aveva «incassato» coraggiosamente, a dispetto della cattiveria implacabile di Testa di formaggio che, neppure una volta, l’aveva risparmiato. Egli aveva accettato la sfida come ora.

Poi vide un vicoletto angusto fra case sfabbricate. Il vicoletto era ostruito da un edificio di mattoni, a un piano, donde veniva il fragore ritmico delle rotative che stampavano la seconda edizione deL’Inchiesta. Aveva undici anni, allora; Testa di formaggio ne aveva tredici, e tutt’e due vendevanoL’Inchiesta, ed erano là in attesa dei pacchi. Naturalmente, Testa di formaggio gli era piombato addosso, ma il risultato della lotta fu incerto, giacchè, alle quattromeno un quarto, vennero aperte le porte dello tipografia, e tutto il gregge dei monelli si precipitò per piegare i giornali.

— Domani ti picchio! — promise Testa di formaggio; ed egli udì la propria voce, acuta e tremante di lacrime represse, assicurare che si sarebbe recato al convegno il giorno dopo.

E il giorno dopo, s’era sbrigato nell’uscire dalla scuola, per anticipare di due minuti l’arrivo di Testa di formaggio. Gli altri ragazzi l’incoraggiarono, l’oppressero di consigli, e mostrandogli i suoi difetti di boxeur, promisero la vittoria se avesse seguito le loro indicazioni. Però essi diedero gli stessi consigli a Testa di formaggio. E come li colmò di gioia quella battaglia! Certo, oggi, egli invidiava loro lo spettacolo indicibile offerto da lui e da Testa di formaggio. La lotta continuò senza sosta, durante trenta minuti, sino all’apertura della porta della tipografia.

Egli si rivide, quand’era ancora un piccolo scolaro, e lasciava quotidianamente la classe per galoppare aL’Inchiesta. Indolenzito, confuso da quelle lotte incessanti, egli non correva tanto svelto: aveva le braccia tutte lividure per i colpi ricevuti, e qua e là persino delle piaghe che marcivano: aveva il mal di capo, i lombi addolorati e il cervello pesante, che gli mulinava per vertigine.

Non giocava nella ricreazione e non lavorava neanche; persino il rimanere tranquillamente seduto sul banco era per lui una vera tortura. Viveva in un incubo continuo di cui non intravedeva la fine. Perchè non poteva a sua volta picchiare Testa di Formaggio? — si domandava spesso; — così le sue miserie sarebbero terminate. Non gli veniva neppure in mente il pensiero di starsene lì, a lasciarsi picchiare una volta per sempre da Testa di Formaggio, senza reagire. E tutti i giorni, egli si trascinava sino al vicoletto delgiornale, con le reni spezzate, disgustato ma sempre paziente, per affrontare il nemico che, anch’egli malconcio, avrebbe certamente accettato la pace, senza tutta la banda di monelli, in faccia ai quali conveniva ostentare un orgoglio che talvolta gli dava fastidio. Un pomeriggio, dopo venti minuti di lotta disperata in attesa di unKnock-outdefinitivo, combattimento condotto secondo norme severe che escludevano le pedate, i colpi all’addome e sull’avversario atterrato, Testa di formaggio, ansante, titubante, propose a Martin di ritenersi pari. E Martin d’oggi, col capo nelle mani, ricordò con orgoglio il piccolo Martin d’allora, che, vacillante, ansante, soffocato dal sangue che gli colava dal labbro spaccato, e ch’egli inghiottiva, s’avanzò titubante su Testa di formaggio, sputò un sorso di sangue, per poter parlare e gli gridò che non potevano essere pari neppure se Testa di formaggio cedeva. Testa di formaggio non cedette e la lotta continuò.

Il giorno dopo, l’altro, i giorni seguenti, la lotta quotidiana si rinnovò. All’atto di mettersi in guardia, le braccia gli facevano male, un male angoscioso, e i primi colpi dati e ricevuti gli strappavano le viscere; poi, il dolore s’assopiva, ed egli picchiava come un sordo scorgendo, come attraverso un nebbione, la larga faccia e gli occhi fiammeggianti di Testa di formaggio. Egli non vedeva altro che quella faccia; tutto il resto non era che vuoto turbinante. Non esisteva per lui che quella faccia: non avrebbe conosciuto riposo, il divino riposo, se non quando i suoi pugni sanguinanti non avessero fracassato quella faccia, o quando i pugni sanguinanti dell’altro non avessero fracassato la sua. Allora soltanto avrebbe riposato in tutti i modi. Ma abbandonar la lotta, da parte sua, di lui, Martin? era impossibile.

Ed ecco che un bel giorno — Martin s’era trascinatosino al vicoletto cieco — Testa di formaggio non comparve. I monelli lo complimentarono e gli annunziarono che egli aveva vinto Testa di formaggio. Ma Martin non era soddisfatto; egli non aveva vinto Testa di formaggio, come questi non aveva vinto lui. La questione non era risolta: si seppe poi che il padre di Testa di formaggio era morto improvvisamente, quel giorno.

Martin saltò alcuni anni e si vide una sera in piccionaia, all’Auditorium. Ha 17 anni, e ritorna da un viaggio di mare. Scoppia una rissa; Martin s’interpone e si trova a faccia a faccia con Testa di formaggio, i cui occhi fiammeggiano.

— Ti accomodo io dopo lo spettacolo, — gli fischia l’antico nemico. Martin fa cenno di sì; il verificatore della piccionaia si dirige alla lor volta.

— Dopo il primo atto, fuori, — sussurra Martin. — Voglio seguire quello che succede sulla scena.

Il verificatore li fulmina con lo sguardo e se ne va.

— Hai i tuoi secondi? — domanda Martin a Testa di formaggio, nell’intervallo.

— Certamente!

— Allora vado a cercare i miei.

Durante gl’intermezzi egli aduna i secondi; tre individui conosciuti alla fabbrica dei chiodi, un fuochista ferroviario, una mezza dozzina di tipacci della banda dei «Boo-Gang», e qualcuno della terribile, banda dei «Diciotto del Mercato».

Dopo il teatro, i due gruppi avanzarono senza dar nell’occhio, a ciascun lato della via, poi si riunirono in un cantuccio tranquillo e tennero consiglio.

— Il ponte dell’ottava via andrò benissimo, — dichiarò uno della cricca di Testa di formaggio. — Si batteranno nel mezzo, in piena luce; e se sopravviene uno sbirro, ci «squagliamo» da una parte e dall’altra.

— Sta bene! — fece Martin dopo aver consultato i capi della sua banda. Il ponte dell’ottava via, che attraversa un braccio dell’estuario di Sant’Antonio è lunghissimo. Alle due estremità e nel mezzo vi sono delle lampade elettriche. È impossibile che una guardia si avvicini senz’essere vista. Il posto è bene scelto, per la sfida di cui Martin rivede ora lo svolgimento con gli occhi della mente. Egli vede le due bande, silenziose, aggressive che si tengono alla distanza stabilita, rigorosamente, e sostengono il rispettivo campione.

Testa di formaggio e lui si svestirono; furono poste delle sentinelle non lontano, per sorvegliare le due estremità del ponte. Uno dei «Boo-Gang» tiene la giacca, la camicia e il berretto di Martin, pronto a portarle via, al galoppo, se la polizia dovesse intervenire.

Martin s’avanza al centro del «ring», di faccia a Testa di formaggio, e, alzando la mano, lancia l’avvertimento finale:

— Niente riconciliazione in quest’affare! Capito? Uno dei due sarà spacciato. — Testa di formaggio esita. — Martin lo vede, — ma davanti alle due bande, si lascia trascinare dall’orgoglio d’un tempo.

— Fa’ pure! — risponde lui. — È inutile far tante chiacchere. Io sono sicuro di buggerarti!

Allora, come giovani torelli, essi balzano l’uno addosso all’altro, a pugni nudi, con tutta la loro violenza giovanile e tutto l’ardore del loro odio, con tutto il desiderio di distruggere, di ammazzare. Che sono diventate le migliaia d’anni di civiltà e di nobili aspirazioni? Non rimane altro che la luce elettrica, per segnare il cammino percorso dalla grande avventura umana: Martin e Testa di formaggio sono ridiventati due selvaggi dell’età della pietra: sono ridiscesi nel più profondo degli abissi fangosi, nel fango primordiale,e lottano ciecamente, istintivamente, come tutta la polvere delle stelle, come lotteranno gli atomi dell’universo, eternamente.

— Dio! noi non eravamo che animali, tetri bruti! — mormora Martin che segue sempre, come in un caleidoscopio, le peripezie della battaglia d’un tempo. Spettatore e attore insieme, l’essere raffinato ch’egli è diventato, rabbrividisce dal disgusto, a questo spettacolo; poi il presente si cancella, i fantasmi del tempo passato lo possiedono: non c’è altro che Martin Eden, a diciassette anni, che lotta con Testa di formaggio sul ponte dell’ottava via. Egli soffre, picchia, suda, sanguina, ed esulta quando i suoi pugni colpiscono al segno. Simili a due turbini d’odio, essi si colluttano furiosamente. Il tempo passa, e le due bande tacciono stranamente; non hanno mai sentito tanta intensità di ferocia, e sono colpiti, perciò, da una specie di rispetto. Quei due bruti lì, sono superiori.

Il primo impeto di giovinezza e le forze eccellenti si sono logorate; essi lottano, ora, più prudentemente, con maggiore calcolo. Sino a questo punto, la lotta dà risultati pari. «È una lotta qualunque», sente dire Martin. In quel momento, una finta col destro e col sinistro riceve una risposta feroce, e la guancia gli s’apre fino all’osso. Effetto d’un colpo di pugno nudo!

Mormorii spaventati si fanno udire; egli è pieno di sangue, ma non dice nulla. Sente un peso al cuore, perchè s’accorge dell’astuzia bassa, della sorniona vigliaccheria dei suoi pari. Aspetta, spia, finge un assalto fulminante e si ferma a mezzo: ha visto luccicare un bagliore di metallo.

— In alto le mani! Che cos’hai in mano?

Le due bande si precipitano, brontolando e ringhiando. In un secondo avviene una mischia generale,ed egli teme d’essere privato della sua vendetta; è fuori di sè.

— Indietro, voialtri! — ruggisce, con la voce rauca. — Capito? indietro, per Dio!

Essi indietreggiano: sono bruti, ma egli è superbruto: un essere terribile che li domina con tutta la sua potenza.

— È una faccenda che riguarda me, e io vi proibisco di mettervi di mezzo!... Tu, dammi l’oggetto.

Testa di formaggio, raffreddatosi, e vagamente preoccupato, stende l’arma traditrice.

— Oè, Testa Rossa, l’hai passata tu poco fa! — continua Martin, lanciando gli anelli d’acciaio nell’acqua. — Io ti ho visto scivolargli dietro e mi domandavo che cosa tu facessi là. Se ricominci un colpo del genere, ti picchio a morte. Capito?

Ripresero la lotta con la schiena rotta, mezzo morti, sino al momento in cui quel pubblico di bruti, saturo di sangue, non li prega imparzialmente di cessare. E Testa di formaggio, sul punto di morire per terra o in piedi, — un Testa di formaggio mostruoso, irriconoscibile, — esita, ma Martin balza e picchia, picchia sempre. Passano alcuni minuti che parvero un secolo, durante i quali Testa di formaggio viene meno, a quanto pare. A un tratto, in un corpo a corpo, uno scricchiolio si fa udire, e il braccio destro di Martin ricade, floscio, al fianco. Tutti comprendono, e Testa di formaggio, balzando come una tigre, precipita colpi su colpi. I secondi di Martin vogliono interporsi, ma Martin, abbrutito da quella valanga terribile, li respinge insultandoli e singhiozza ad alta voce la sua impotenza disperata.

Con la sinistra soltanto, ora egli colpisce, semi-incosciente, e ode, come se provenissero chissà da quale lontananza, dei mormorii di orrore e una voce tremante che dice: «Ormai non è più una lotta, ragazzi...È un assassinio, e dovremmo far cessare questo.» Ma lasciano fare, ed egli ne è contento: colpisce in modo monotono e continuo, con l’unico braccio sulla cosa sanguinante che è in faccia a lui: non più un volto umano, ma un orrore senza nome, vacillante, oscillante davanti agli occhi che lappolano, e che non vuole sparire. E picchia sempre, sempre più debolmente, con quel po’ di vitalità che gli resta, e gli sembra che passino secoli e che ciò non finirà mai, quando ad un tratto si rende vagamente conto che l’orrore senza nome, dolcemente, cade sul parapetto del ponte... Poco dopo, vacillando sulle gambe tremanti, egli si china sulla cosa caduta e dice con una voce che non riconosce:

— Ne vuoi ancora?... di’?... Ne vuoi ancora?...

Ripete a più non posso queste parole, lo scongiura, minaccia perchè gli risponda se «ne vuole ancora», sino al momento in cui i compagni gli battono amichevolmente sulla schiena e si sforzano di fargli indossare il soprabito...

Poi un ondata di oscurità, e l’oblìo lo sommerge.

Come allora, Martin Eden, col volto fra le mani, non ode più nulla: ha vissuto con tanta intensità l’orribile scena d’un tempo, che è venuto meno, come allora.

Un lungo minuto: tutto in lui è oblìo, oscurità... Poi, come un uomo che si svegli fra i morti, balza in piedi con occhi scintillanti, il viso madido di sudore, gridando:

— Te le ho suonate. Testa di formaggio! Ho perduto undici anni di vita, ma te le ho suonate!

Le ginocchia gli venivano meno, ed egli ricadde sul letto. Ancora mal desto, si guardò attorno, perplesso, domandandosi ove fosse. Finalmente il suo occhio incontrò la pila dei manoscritti ammucchiati in un canto. Allora egli riprese piede nel presente, siricordò dei libri letti e delle ricchezze infinite che vi aveva attinte, dei suoi sogni, delle sue ambizioni. Ricordò il suo amore per un pallido fiore di serra, sensitivo, irreale, che sarebbe morto d’orrore se fosse stato presente, sia pure per un attimo, alla scena da lui rivissuta, se fosse vissuto solo un attimo tra il fango ond’egli era invaso.

S’alzò e andò allo specchio.

— E così, sei uscito dal fango, Martin Eden, — diss’egli solennemente: — tu hai immerso i tuoi occhi in un divino chiarore e, innalzandoti sino alle stelle, hai ucciso «il serpente e la tigre», per conquistare il più gran tesoro che vi sia.

Poi si guardò più attentamente e si mise a ridere.

— Un po’ d’isterismo e un bel po’ di melodramma, eh? — diss’egli con tono ironico. — Ma non importa: tu hai conciato per le feste Testa di formaggio, e concerai per bene gli editori, dovessi aspettare undici anni. Tu non puoi fermarti così: bisogna continuare. È una lotta senza quartiere, sai?


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