CAPITOLO XLIV.

CAPITOLO XLIV.

Un giorno, nella via, la carrozza della signora Morse passò proprio accanto a Martin. Lei salutò sorridendo, egli ricambiò il saluto e il sorriso. L’incidente non lo sorprese punto. Un mese prima, ne sarebbe rimasto disgustato o impacciato e avrebbe cercato di rendersi conto del grado d’incoscienza della signora Morse. Ora, non ci pensò neppure un minuto: lo dimenticò come avrebbe dimenticato la banca centrale o City Hall, dopo essere passato davanti ad esse. Aveva il cervello in subbuglio, con i pensieri che vi giravano senza posa, sempre nello stesso cerchio. Al centro di questo cerchio le parole: «Ero lo stesso» gli rodevano il cervello, come un verme tenace rode un frutto. Le ritrovava svegliandosi, le udiva nei sonni; i più piccoli particolari della vita erano percepiti attraverso quelle parole: «Ero lo stesso»; cosicchè una logica implacabile lo indusse infine a concludere ch’egli non era nulla, assolutamente nulla. Mart Eden, il giovinastro, Mart Eden il marinaio, erano esistiti come tali; ma Martin Eden, il «celebre» scrittore, non esisteva: Martin Eden, il celebre scrittore, era un’illusione creata dall’immaginazione della folla. Ma egli non vi si lasciava prendere: non era quell’idolo che la folla adorava e alquale essa offriva il nutrimento in sacrifizio propiziatorio: egli sapeva il perchè nascosto di ciò. Lesse degli articoli sul suo conto e si stupì davanti ai ritratti nei quali fu incapace di scoprire la minima rassomiglianza con se stesso. Egli era colui che ha vissuto, vibrato, amato; colui il cui carattere mite e tollerante era pieno d’indulgenza per le debolezze della vita; colui che, al suo posto sul castello di prua di qualche nave, aveva navigato verso strani e lontani paesi; oppure colui che, alla testa di una banda di malandrini, aveva lottato in numerose risse. Egli era colui che tante migliaia di libri in biblioteca avevano spaventato e fatto indietreggiare la prima volta; e colui che s’era fatto strada tra essi e li aveva conquistati; era colui, infine, che punse con uno sperone la carne nuda per scacciare il sonno e lavorare oltre ogni limite di resistenza umana. Tutto questo era; ma non quella specie d’orco dal mostruoso appetito che il pubblico s’ostinava a voler inghiottire. Alcune cose nelle riviste illustrate lo divertivano, però.

Tutti si disputavano la gloria d’averlo lanciato: ilWarren’s Monthlyannunziò agli abbonati che, essendo sempre in cerca di novità letterarie, era stato esso a presentare, tra gli altri, Martin Eden ai lettori. IlSorcio Bianco, reclamò la priorità, e lo stesso fecero laRivista del Norde ilMakintosh’s Magazine; ma ilGloboli fece tacere riesumando, dei suoi numeri, quelli che avevano pubblicato i «Poemi del Mare» così vergognosamente straziati.Gioventù e Maturità, risorta senza aver mai pagato i debiti, e letta soltanto da giovani provinciali, reclamò a sua volta. LaTranscontinentalraccontò in modo degno e convincente come avesse scoperto Martin Eden, prerogativa questa che però le fu contestata con calore daLa Vespa, che mostrò a prova «La Peri e la Perla». Nella mischia, i modesti diritti di Singletree, Darnley e C. sparverointeramente. D’altra parte, questa casa che non aveva azioni in nessuna rivista illustrata, non seppe mai rivendicare i suoi diritti.

I giornali discussero dei guadagni di Martin Eden: in un modo o in un altro, trapelarono le magnifiche offerte di certe riviste illustrate; dei degni pastori di Oakland gli fecero delle visite amichevoli, e dei pitocchi di professione gli mandarono una valanga di lettere. Ma le donne erano peggiori; le sue fotografie furono disseminate, e degli scrittori s’occuparono della sua persona, descrivendo il suo rude volto abbronzato, sfregiato, le sue larghe spalle, i suoi chiari occhi tranquilli, e i suoi lineamenti emaciati, che definirono ascetici. Egli pensò alla sua giovinezza battagliera, e sorrise. Spesso, tra le donne che incontrava, questa o quella, lo guardava, lo valutava, lo sceglieva.

Ma egli non faceva che riderne; ricordava la minaccia di Brissenden e rideva di più; le donne non erano un pericolo per lui, di sicuro, avendo superato il tempo critico.

Una sera, avendo accompagnato Lizzie alla scuola serale, si vide fissato risolutamente da una donna elegante e graziosa. Quello sguardo era un po’ troppo insistente e prolungato. Lizzie ne capì il significato e si raddrizzò; furiosamente. Martin se ne accorse, come s’era accorto della causa, e le disse che era avvezzo a quelle cose e che se ne infischiava.

— Non dovreste infischiarvene! — rispose lei, con gli occhi lucenti di collera. — Non è possibile; voi siete malato!

— Non sono stato mai così bene! Peso dieci libbre più d’una volta.

— Non parlo del vostro fisico, ma della mente. C’è qualche cosa che non funziona bene, nella vostra macchina mentale. Persino io che sono niente, lo vedo!

Egli camminava a fianco di lei, pensoso.

— Darei non so che cosa per vedervi liberato da questo malore! — esclamò bruscamente. — Un uomo come voi dovrebbe provar piacere quando si sente guardato così da una donna! Non è naturale. È cosa che va bene per dei ragazzetti, ma voi siete un uomo. E, mi crediate o no, io sarei felice il giorno in cui vi capitasse una donna che vi piacesse.

Quand’ebbe lasciato Lizzie alla scuola serale, ritornò difilato alMetropole, e, giunto in camera sua, si lasciò andare su una grande poltrona e si mise a fissare il vuoto, davanti a sè. Non era in dormiveglia, non pensava a nulla: sentiva il cervello vuoto, e non vedeva nulla, se non, di tanto in tanto, delle macchie colorate, luminose che gli formavano delle immagini vaghe sotto le palpebre. Egli le vedeva come in sogno, eppure non dormiva. A un certo punto si raddrizzò e guardò l’ora; erano le otto precise. Egli non aveva nulla da fare, ed era troppo presto per andare a letto. Poi il cervello gli si vuotò nuovamente e altre immagini apparvero, e sparirono sotto le palpebre. Queste immagini erano tutte uguali fra loro; rappresentavano sempre delle masse di fogliame e di cespugli attraversati dai raggi ardenti del sole.

A un tratto, un colpo alla porta lo fece sussultare. Pensò che si trattasse d’un telegramma, d’una lettera... o fosse la stiratrice che gli portava la biancheria. Poi, gli passò per la mente il ricordo di Joe e si domandò dove potesse essere mai, mentre rispondeva:

— Avanti!

Pensava ancora o Joe e non si voltò neppure verso la porta, che si richiuse dolcemente. Seguì un lungo silenzio. Avendo dimenticato che avevano bussato, egli s’era immerso nuovamente nel suo torpore, quand’ecco che ode un singhiozzo di donna, un singhiozzocupo, trattenuto, spasmodico. Allora si voltò e balzò in piedi.

— Ruth! — esclamò stupito, sconvolto.

Lei stava appoggiata alla porta; aveva il viso pallido e contratto e una mano sul cuore, come per frenarne i battiti. Poi lei tese le braccia verso di lui con aria supplichevole e fece un passo avanti. Egli le prese tutt’e due le mani e sentì ch’erano gelide. Dopo averla accompagnata alla poltrona, ne accostò un’altra e sedette sul bracciale di questa. Era come paralizzato da un profondo impaccio. Nella sua mente, quell’avventura era finita, seppellita; se per un colpo di bacchetta magica, la lavanderia delle Acque Termali di Shelley fosse stata trasportata di botto nell’Hôtel Metropole, presentandogli davanti agli occhi il lavoro di una settimana di stiratura di biancheria, certo non ne sarebbe rimasto annoiato. Parecchie volte fu sul punto di parlare, senza riuscire a trovare la frase adatta.

— Nessuno sa che io sono qui, — disse Ruth con voce fioca e con un sorriso supplice.

— Che dite?

Egli rimase stupito dal suono della propria voce.

Lei ripetè la frase.

— Ah, sì? — disse lui, domandandosi che cosa dire poi.

— Vi ho visto entrare e ho aspettato un po’.

— Ah, sì? — ripetè lui.

In vita sua, non s’era mai sentito così scarso d’idee.

— E allora siete entrata, — diss’egli finalmente.

Lei fece un piccolo gesto affermativo; i suoi occhi ebbero un lampo maliziosetto, e sciolse la sciarpa che teneva avvolta al collo.

— Vi ho visto subito dall’altro lato del marciapiede, quando eravate con quella ragazza.

— Sì? — domandò lui semplicemente. — L’accompagnavo alla scuola serale.

— Ebbene, non siete contento di rivedermi? — disse lei dopo un nuovo silenzio.

— Sì, sì! — fece lui rapidamente. — Ma non avete agito un po’ leggermente, venendo qui?

— Nessuno lo sa. Volevo vedervi. Sono venuta per dirvi che sono stata proprio sciocca; sono venuta perchè non ne potevo più, perchè il mio cuore mi spingeva, perchè... perchè avevo bisogno di vivere. — Lei s’alzò, gli si avvicinò, gli posò una mano sulla spalla, un momento, ansante, poi gli scivolò fra le braccia. E poichè sentiva che respingendola le avrebbe inferto la più grave ferita che una donna possa ricevere, egli chiuse le braccia attorno a lei e la tenne stretta contro di lui. Ma in quella stretta non c’era alcun calore, alcun fremito. Lei gli era venuta tra le braccia, ed egli la teneva. Ecco. Lei gli si rannicchiò addosso, poi gli passò le mani attorno al collo e gli cinse la nuca; ma la carne di lui rimase fredda sotto la solita carezza; egli si sentiva sempre più a disagio, estraneo ad ogni conforto.

— Perchè tremate così? — le domandò lui. — Sentite freddo? Volete che vi accenda il fuoco?

E fece l’atto di svincolarsi; ma lei lo strinse con maggior forza, tremando violentemente.

— È un po’ di nervosismo, — disse lei battendo i denti. — Fra un minuto passerà. Ecco! mi sento già meglio.

I suoi brividi diminuivano a poco a poco. Egli se la teneva sempre fra le braccia, ma la sorpresa e il disagio erano venuti meno.

— Mia madre voleva che sposassi Charley Hapgood, — disse lei.

— Charley Hapgood! quel grammofono d’idee piatte! — gemette Martin... — Poi aggiunse: — E ora, penso che vostra madre desideri che sposiate me. — Non era una domanda, la sua: era l’affermazione d’una certezza.

— Lei non si opporrà più, lo so, — disse Ruth.

— Mi considera come un ottimo partito, senza dubbio?

Ruth fece segno di sì.

— Eppure non sono un fidanzato più conveniente ora, che non quando lei volle rotto il fidanzamento, — disse lui pensoso. — Non sono mutato per nulla; sono lo stesso Martin Eden: no! peggio: fumo più che mai. Non sentite?

Senza rispondergli, lei posò le dita sulle labbra di Martin, graziosamente, e attese il bacio che quel gesto le procurava, un tempo. Ma il bacio non venne. Martin aspettò che lei avesse ritirato le sue dita, e proseguì:

— Io non sono mutato: non ho «un’occupazione», non ne cerco, non ne cercherò. E ho sempre la convinzione che Herbert Spencer è un nobile e grande uomo, e che il giudice Blount è un asino calzato e vestito. Ho pranzato da lui l’altra sera, e le mie idee al riguardo hanno avuto una nuova conferma.

— Ma non avete accettato l’invito di mio padre, — disse lei con voce di gentile rimprovero.

— Toh! lo sapete anche voi? L’aveva mandato vostra madre?

Lei tacque.

— È stata vostra madre: lo pensavo. Penso che sia stata anche lei a mandarvi qui, non è vero?

— Nessuno sa che sia venuta, — disse lei protestando, — Credete che mia madre me l’avrebbe permesso?

— Essa vi permetterebbe di sposarmi, questo è certo.

Lei lanciò un grido:

— Oh, Martin! come siete crudele! Non mi avete abbracciata neppure una volta. Siete freddo come un marmo. Pensate a quello che ho osato fare! — Lei lanciò uno sguardo intorno, tremando, ma con una certa curiosità.

— Pensate che sono qui, in camera vostra!

(«Vorrei morire per voi, morire per voi!» La voce di Lizzie cantava ancora al suo orecchio).

— Perchè non avete avuto il coraggio di farlo prima? — interrogò egli con voce aspra. — Quando non avevo nulla? Quando morivo di fame? Quando ero nè più nè meno quale sono oggi, lo stesso uomo, lo stesso artista, lo stesso Martin Eden?... Ecco la domanda che io mi rivolgo da parecchi giorni, non riguardo a voi, ma in modo generale. Io non sono mutato, vedete, sebbene l’improvviso apprezzamento del mio valore da parte della gente mi porti continuamente a tranquillizzarmi al riguardo. La mia carne è rimasta la stessa, e così le mie dita e il volto. Io non ho acquistato maggior forza e neppure una qualità di più. Il mio cervello è rimasto tale quale era: non ho neppure inventato più nulla di nuovo in fatto di letteratura e di filosofia. Il mio valore personale è precisamente uguale a quello che era prima, quando nessuno voleva sapere di me. Perchè mi vogliono ora?... Questo mi disorienta. È evidente che non è per me stesso, giacchè sono rimasto quale ero quando non mi volevano: dunque è per una ragione esteriore, per una cosa che non riguarda il mioio. Volete che vi dica che cos’è? La consacrazione del mio talento da parte del pubblico; non altro; e così, tutto il danaroche ho guadagnato e che continuo a guadagnare. E perciò, a causa di questa consacrazione e di questo danaro, oggi mi volete.

— Voi mi spezzate il cuore, — singhiozzò Ruth. — Sapete che vi amo, che sono venuta perchè vi amo.

— Temo che non abbiate capito bene la cosa, — diss’egli con dolcezza. — Voglio dire questo: giacchè mi amate, come va che il vostro amore attuale sia così forte, quando il vostro amore di allora era così debole, debole al punto da respingermi?

— Dimenticate tutto ciò e perdonatemi! — esclamò lei ardentemente. — Io non ho mai cessato d’amarvi, ricordatevene! E sono qua, ora, tra le vostre braccia.

— Ho paura d’essere un mercante pieno di diffidenza, attento al peso, che si sforza di pesare il vostro amore, e temo d’accorgermi che il peso non è giusto.

Essa gli si svincolò dalle braccia, si raddrizzò e lo guardò a lungo, profondamente; fu sul punto di parlare, ma esitò e tacque.

— Sentite, vi spiegherò il modo di vedere le cose, — proseguì Martin. — Prima, quando non avevo ricevuto la consacrazione ufficiale, fuori del mio ambiente, nessuno si curava di me. Quando scrivevo i miei libri, nessuno di quelli che lessero i manoscritti, si curò di me; anzi, pareva che mi stimassero meno; pareva davvero che scrivendo commettessi un atto perlomeno scorretto. E tutti mi dicevano; procuratevi il pane!

Lei fece un cenno di diniego.

— Sì, sì, — disse lui, — tranne voi. Voi mi dicevate: cercatevi un’occupazione! La frase famigliare: procuratevi il pane. — come tante altre parole che ho scritto, — vi urta: è brutale. Io vi rispondo che anchea me sembrava brutale quando tutti me la gettavano in faccia, come si raccomanda la buona condotta a una persona traviata. Ma io divago.

La pubblicazione dei miei libri, l’accoglienza avuta dal pubblico, hanno mutato la natura del vostro amore. Voi non volevate sposare quel Martin Eden che era null’altro che Martin Eden; non l’amavate così; oggi, il vostro amore s’è ingigantito, e io non posso non concluderne che è cresciuto in proporzione del favore del pubblico che ha consacrato il mio talento. Per voi non si tratta del mio danaro, lo so, benchè sia sicuro che entra nel mutamento ch’è avvenuto nei vostri genitori. Tutto questo, naturalmente, non mi lusinga molto; ma il peggio si è che mi fa dubitare dell’Amore... del divino amore. L’amore è dunque cosa tanto materiale che dev’essere nutrito dirèclamee di popolarità? Pare di sì. È un pensiero che mi ha assillato al punto da farmi diventar quasi pazzo.

— Povera cara testa! — E lei stese la mano, gli passò dolcemente le dita tra i capelli. — Lasciate stare tutti questi brutti pensieri. Ricominciamo da capo. Io non ho mai cessato di volervi bene. Sì, ho peccato di debolezza cedendo alla volontà di mia madre; non avrei dovuto farlo, ma vi ho sentito parlare così spesso, con tanta generosità, della fragilità dei poveri esseri umani! Stendetela su di me questa carità... Ho peccato per ignoranza! Perdonatemi!...

— Oh, vi perdono! — diss’egli con impazienza. — Veramente non c’è nulla da perdonare; ognuno opera come sa, e non può far di più. Sarebbe come se vi domandassi di perdonarmi di non aver potuto trovare «un’occupazione».

— Io credevo di far bene, — protestò Ruth. — Voi lo sapete. Vi avrei amato se non avessi creduto di farlo pel vostro bene?

— Bene! ma credendo di far bene, voi volevate distruggere ciò che forma la mia personalità. Sì! (Lei voleva interromperlo, ma egli glielo impedì). Sì, voi avreste distrutto la mia letteratura, il mio avvenire. La mia natura è improntata da realismo, e lo spirito borghese odia il realismo, per vigliaccheria, per paura della vita. Voi avete fatto di tutto per farmi temere la vita; voi mi avreste fatto diventar banale in misura della vostra vita borghese, nella quale tutto è meschino, falso e volgare.

Ella fece un gesto di protesta.

— La volgarità, — una volgarità cordiale, lo ammetto, — è la base della cultura borghese e delle sue raffinatezze. Come vi ho detto, voi volevate modellarmi a immagine dei vostri, secondo l’ideale della vostra classe. (Egli scosse tristemente il capo). E anche in questo momento non comprendete; le mie parole per voi non significano nulla di ciò che cerco di mettervi. Per voi, si tratta di pura fantasia; al massimo, vi disorienta, e vi diverte il fatto che questo giovane selvaggio uscito da un abisso di fango si permetta di giudicare la vostra classe e di considerarla volgare.

Essa appoggiò la testa contro la spalla di lui, con stanchezza, e fu scossa da un nuovo tremito nervoso. Poichè rimaneva pensosa, egli proseguì:

— E ora, volete ricominciare il nostro amore, volete sposarmi, mi volete. Eppure, ascoltate, se i miei libri non fossero stati segnalati, io sarei rimasto lo stesso!... Ma voi non sareste venuta. Sono tutti questi libri, perdio...

— Non bestemmiate, — interruppe lei.

Il rimprovero lo fece ridere d’un riso amaro.

— Ecco! è proprio così, — diss’egli. — In un momentocritico, quando è in rischio ciò che voi credete la felicità della vostra vita, una bestemmia vi fa paura, una bestemmia molto innocente, francamente!

Queste parole fecero sentire a Ruth la puerilità della sua esclamazione; ma a lei parve che egli esagerasse e se ne ebbe a male. Seguì un lungo silenzio. Lei rifletteva disperatamente, escogitando il modo di riaverlo, mentre egli pensava disperatamente al suo amore defunto. Egli non l’aveva mai amata veramente, ora lo sapeva; aveva amato una Ruth ideale, una creatura eterea, uscita tutta quanta dalla sua immaginazione, la musa ardente e luminosa dei suoi poemi d’amore; la vera Ruth, quella di tutti i pregiudizî borghesi, segnata dal marchio indelebile della meschinità borghese, quella, non l’aveva mai amata.

Essa incominciò a parlare a un tratto:

— Io so che c’è molto di vero in ciò che mi dite: io ho paura della vita; non vi ho amato abbastanza; ma ho imparato a capir meglio l’amore. Oggi, vi amo come siete diventato, per ciò che siete. Vi amo perciò, per tutto ciò che vi fa diverso da quella che chiamate «la mia classe», e a causa di tutte le vostre credenze che io non comprendo, ma che imparerò a comprendere, lo so. Io farò di tutto per comprenderle. Su! fumate, bestemmiate; tutto ciò fa parte di voi e mi piacerà per questo. Imparerò, vedrete! In dieci minuti ho già appreso molto. Il fatto che mi sono arrischiata a venire sin qui è una prova di ciò che ho già appreso. Oh, Martin!... — Essa gli si strinse addosso singhiozzando.

Per la prima volta le braccia di lui la cinsero con tenerezza, e lei lo ringraziò con un sorriso felice.

— Troppo tardi! — diss’egli. La frase di Lizzie gli tornò in monte. — Sono malato — oh, non fisicamente!...ma la mia anima, il cervello sono malati. Ho perduto il gusto di vivere. Tutto per me è lo stesso. Se m’aveste detto questo pochi mesi fa, la cosa sarebbe stata diversa. Ora è troppo tardi.

— Non è troppo tardi! — esclamò lei. — Vedrete! Vi proverò che il mio amore è ingrandito, che tengo più ad esso che alla «mia classe» e a tutto ciò che mi è caro! Io metto sotto i piedi tutti i pregiudizî; la vita non mi fa più paura. Io abbandonerò mio padre e mia madre, e i miei amici non oseranno più pronunciare il mio nome. Se volete, sono vostra, da ora, felice e orgogliosa di essere la vostra amante. Se ho tradito l’amore, voglio ora, per amor dell’Amore, tradire tutto ciò che me l’aveva fatto rinnegare.

Lei si alzò, stette davanti a lui, radiosa.

— Aspetto, Martin... — mormorò. — Aspetto che voi mi vogliate. Guardatemi.

Egli la guardò. La vide splendida. Essa riscattava davvero la sua condotta passata, si mostrava finalmente una vera donna, superiore alle leggi di ferro delle convenzioni borghesi. Era splendida, magnifica, sublime. Eppure... che gli succedeva dunque? Ciò che lei faceva non lo toccava nè lo commoveva; egli l’apprezzava freddamente, l’ammirava cerebralmente; ma il suo cuore non aveva sussultato; egli non la desiderava più. Nuovamente la frase di Lizzie gli tornò alla mente.

— Sono malato, molto malato, — diss’egli con un gesto disperato. — Sino a qual punto, ora soltanto me n’accorgo: qualche cosa in me s’è spenta. Io non ho mai avuto paura della vita, ma non avrei mai creduto di poter essere stufo della vita. La vita m’ha talmente saturato d’emozioni, che sono svuotato d’ogni desiderio di qualunque cosa. Se potessi desiderare, desidererei voi. Vedete come sono malato! — Egli rovesciòil capo e chiuse gli occhi; e come il fanciullo che, piangendo, dimentica il suo dolore per spiare i cerchi luminosi che danzano sotto le palpebre umide, Martin dimenticò la sua malattia, la presenza di Ruth, tutto, per abbandonarsi alla visione di un’immensa cortina di fogliame attraversato dai raggi del sole ardente, che si formava e fiammeggiava sotto le sue palpebre. Quel sole troppo vivo l’abbagliava, gli faceva male; eppure egli lo guardava... perchè? Riacquistò coscienza di sè, al rumore della maniglia della porta. Ruth se ne andava.

— Come farò a uscire? — disse lei, con voce di pianto. — Ho paura!

— Oh! chiedo scusa! — esclamò lui, saltando in piedi. — Sono fuori di me, come vedete. Avevo dimenticato che siete qui.

Si toccò la testa col dito. — Vedete, non sto molto bene. Vi accompagno io. Usciremo per la porta di servizio, e nessuno ci vedrà. Abbassate il velo, e tutto andrà bene.

Essa gli si tenne aggrappata al braccio, lungo i corridoi male illuminati, e l’angusta scalinata.

— Sono in salvo, — disse lei, quando furono sul marciapiede, e, vivacemente, lei fece un movimento per svincolare il braccio.

— No, no, vi accompagno sino a casa, — rispose Martin.

— No, ve ne prego; è inutile, — disse lei.

E nuovamente essa tentò di svincolare il braccio.

Martin ebbe un barlume di curiosità: ora che lei era sicura, aveva paura! Non aveva che un’idea sola: sbarazzarsi di lui, al più presto. Egli rinunziò a comprendere la ragione di questo, che attribuì a nervosità, e trattenendola sotto il braccio, dolcemente, continuò ad accompagnarla.

Prima dell’angolo della via, un uomo si ficcò di colpo in un portone: sebbene avesse il bavero alzato, fu riconosciuto da Martin: era Norman, il fratello di Ruth.

Procedendo, Ruth e Martin, conversarono un po’: lei era come inebetita; egli apatico. Egli le annunziò soltanto che partiva, ritornava nei mari del sud, lei gli chiese scusa d’essere andata da lui. E non vi fu altro. Si salutarono, si strinsero la mano, si dissero buona sera, egli si tolse il cappello, poi la porta si rinchiuse con fracasso, egli accese una sigaretta e tornò indietro. Nel passare davanti il portone nel quale aveva visto sparire Norman, si fermò per affermare ad alta voce:

— Lei mentiva! lei mi faceva credere che affrontava i peggiori rischi, mentre sapeva benissimo che suo fratello, che l’aveva accompagnata, l’attendeva per ricondurla a casa.

E diede in uno scroscio di risa.

— Oh, questi borghesi! Quand’ero povero, non mi si doveva vedere con sua sorella; ora che ho un conto corrente in banca, è lui a condurmela. — E già voltava i tacchi per andarsene, quando un vagabondo che seguiva la stessa direzione, gli chiese l’elemosina.

— Sentite, datemi dieci soldi per dormire all’asilo notturno! — questa voce fece voltare Martin. Un momento dopo, egli stringeva la mano di Joe.

— Ti ricordi quando ci siamo lasciati alle Acque Termali? — disse l’altro. — Ti ho detto che ci saremmo riveduti; lo sentivo. Ed eccoci qua! — Tu hai un buon aspetto, — fece Martin, con accento di ammirazione. — Sembri ingrassato.

— Ma sicuro, perdiana! — e la faccia di Joe era raggiante di gioia.

— Non sapevo che cosa volesse dire vivere, prima di fare il vagabondo. Ora peso quindici libbre di più e sto benone, proprio benone. Perbacco! mi mangiavo il sangue, a forza di lavorare, una volta! Fare il vagabondo è una faccenda che mi va benissimo.

— Ma intanto sei costretto a cercarti un letto. — disse Martin, celiando.

— E fa freddo, questa sera.

— Ah, neh! io cerco un letto! — Joe si frugò nella tasca dei calzoni e ne trasse fuori una manciata di moneta spicciola: — To’! e questo? — diss’egli trionfalmente. — Tu avevi un’ariachic, perciò ho tirato il colpo!

Martin si mise a ridere, e si confessò vinto.

— Pochissimo per me, — dichiarò l’altro. — Non mi ubriaco più; sebbene non vi sia nulla che me lo impedisca, se voglio. Mi sono ubriacato una volta sola dacchè ti ho visto, e l’ho fatto apposta: perchè avevo la pancia vuota. Quando lavoro come un bruto, bevo come un bruto; quando vivo da uomo libero, bevo da uomo libero; un bicchiere di tanto in tanto, quando mi salta in testa, e basta.

Martin gli diede convegno pel giorno dopo e rientrò nell’albergo.

Si fermò albureauper sapere la partenza dei piroscafi.

LaMariposasarebbe partita per Tahiti cinque giorni dopo.

— Telefonate domattina e fissatemi una cabina di lusso, — disse all’impiegato. — Non sul ponte, ma in basso, all’esterno, da babordo. Ricordatevi: a babordo. Segnatelo: sarà meglio.

Giunto in camera, si mise a letto e si addormentò come un bambino.

Gli avvenimenti della sera non gli avevano fatto alcuna impressione: nessuna sensazione lasciava traccia nel suo spirito, ormai: quel guizzo di piacere provato nel vedere Joe era durato un breve istante. Subito dopo, la presenza dell’ex-lavandaio, la stanchezza della conversazione, l’avevano annoiato. Anche il pensiero di partire fra cinque giorni, pel suo caro Pacifico, non lo entusiasmava punto. Chiuse dunque gli occhi e dormì normalmente, riposatamente, otto ore filate, senza muoversi, senza sognare. Il sonno era l’oblìo, così che ogni giorno egli si svegliava con rammarico. La vita era una noia spaventosa, per lui; e tanto lunga, la vita!...


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