CAPITOLO XXVI.

CAPITOLO XXVI.

Il giorno dopo, Martin non andò in cerca di una sistemazione; verso la fine del pomeriggio, il suo delirio cessò e gli occhi stanchi percorsero con uno sguardo vagante la camera. Mary, una delle piccine di Silva, dell’età di otto anni, che lo vegliava, lanciò un grido vedendogli riprendere coscienza, e Maria, dal fondo della cucina, accorse subito. Essa posò la sua mano callosa sulla fronte che scottava, e gli tastò il polso.

— Volete mangiare? — gli domandò.

Egli scosse il capo; mangiare era proprio l’ultimo dei suoi desiderî, al punto che egli si domandò se avesse avuto mai fame in vita sua.

— Sono malato, Maria, — disse lui, con voce fioca. — Che cos’è?... Sapete di che si tratta?

— È influenza, — rispose lei. — Fra tre o quattro giorni sarà finita.

— Non mangiate: è meglio. Dopo domani, forse.

Martin non era avvezzo alla malattia; egli tentò di alzarsi e di vestirsi, quando Maria e la piccine furono uscite. Con uno sforzo supremo di volontà, col cervello che sembrava svanirgli e gli occhi così indolenziti, che non gli riusciva di tenerli aperti, egli si trasse fuori del letto, dove, con gli occhi chiusi, esaminò con curail suo male. Maria entrò parecchie volte per rinfrescargli le pezzuole postegli sulla fronte; ciò fatto, usciva e lo lasciava in pace, essendo donna troppo accorta, per annoiarlo colle chiacchiere. Egli ne fu commosso e mormorò fra sè:

«Maria, avrete la fattoria; quest’è certo, certissimo». Poi riebbe coscienza del giorno prima, come di un ricordo lontano, lontano! Gli sembrò che fossero passati dei secoli, dacchè era giunta la lettera dellaTranscontinental; tutta una vita era trascorsa, giacchè tutto ciò era finito, seppellito, e bisognava voltar pagina. Egli aveva tentato l’ultimo colpo e ora era atterrato. Se non si fosse lasciato morire di fame, l’influenza non avrebbe avuto presa su di lui; era diventato anemico, e i microbi avevano trovato un terreno favorevole in lui, ecco!

— A che serve scrivere tanti libri da formarne una biblioteca, per poi sciupare la propria vita? — diss’egli ad alta voce. — Non è un buon affare per me: non più letteratura! A me, il tavolo, il libro mastro, un onesto stipendio e una casetta con Ruth.

Due giorni dopo, mangiato che ebbe un uovo, due «toasts» e bevuto una tazza di tè, richiese le lettere; ma gli occhi gli dolevano tanto da impedirgli di leggere.

— Leggetemi questo, Maria, — diss’egli. — Non le buste grandi e lunghe, gettatele sotto la tavola; ma le lettere piccole.

— Non posso, io, — rispose Maria: — Teresa, che va a scuola, sa leggere.

Teresa Silva, di nove anni, aprì dunque le lettere e lesse.

Egli ascoltò vagamente una lunga lettera del commerciante di macchine da scrivere, con la mente assorta nella ricerca del modo come trovare del lavoro. A un tratto, una frase udita per caso lo fece sussultare.

— Vi offriamo duecento lire per i diritti d’autore della vostra novella; — spiccava lentamente Teresa; — col patto che ci lasciate fare tutti i mutamenti che giudicheremo utili.

— Quale rivista è? — gridò Martin. — Su, dammela.

Ora vedeva benissimo e non sentiva più alcuna stanchezza. Era ilSorcio Bianco, che gli offriva duecento lire per la novella intitolata «Il Turbine«, uno dei suoi racconti drammatici. Egli rilesse la lettera più di dieci volte. L’editore gli diceva che non aveva espresso bene il concetto del racconto, ma che questo era molto originale, ed egli perciò lo acquistava. Se poteva accorciarlo di un terzo, egli lo avrebbe preso e gli avrebbe mandato le duecento lire appena ricevuta la risposta.

Martin chiese inchiostro e penna e rispose che potevano tagliarne anche tre quarti, se volevano, e che attendeva le duecento lire.

Poi Teresa andò a imbucare la lettera ed egli si coricò nuovamente e si mise a riflettere. Dunque, non era una vendita di fumo: IlSorcio Biancopagava anticipatamente. «Il Turbine» comprendeva 3000 parole, che, ridotte a una terzo, sarebbero diventate 1000; dunque erano due soldi la parola. I giornali avevano detto la verità, ed egli che credeva che il Sorcio Bianco fosse una rivista di terz’ordine! Evidentemente, non se ne intendeva. Comunque, era certo questo: che appena guarito non avrebbe cercato lavoro. Aveva nella mente tante altre storie buone come «Il Turbine»: a duecento lire il lavoro, avrebbe guadagnato molto di più che con qualsiasi altra occupazione. Proprio quando credeva la battaglia perduta, ecco che vinceva. Egli aveva ottenuto la prova che voleva; la sua via era tracciata: all’inizio delSorcio Biancoavrebbero fatto seguito inevitabilmente le altre riviste.La questione materiale poteva essere eliminata; aveva perduto del tempo, giacchè non aveva guadagnato neppure una lira! Si sarebbe dedicato alla letteratura, alla vera arte, e avrebbe espresso quanto di meglio era in lui. Egli desiderò ardentemente di far partecipe Ruth della sua gloria, ed ecco che, scorrendo le lettere sparse sul letto, ne trovò una di lei, che gentilmente lo rimproverava, domandandogli perchè non avesse dato sue notizie da tanto tempo. Egli rilesse con gioia la lettera adorata, e finì col baciare la firma. Nella risposta egli le disse francamente che non era andato a trovarla perchè aveva impegnato il vestito, e che era stato malato, ma che era quasi guarito e che fra dieci o quindici giorni (quanti ne occorrevano per mandare una lettera a New York e riceverne la risposta) egli avrebbe disimpegnato gli abiti e sarebbe andato a trovarla.

Ma Ruth non volle attendere dieci o quindici giorni; d’altra parte, il suo innamorato era ammalato. Il giorno dopo, accompagnata da Arturo, eccola venire nella carrozza dei Morse, con gran gioia della tribù dei Silva e di tutta la marmaglia del vicinato, ma con gran disperazione di Maria; la quale schiaffeggiò i Silva che si premevano attorno ai visitatori, sotto il portichetto d’ingresso, e fece il possibile per iscusarsi del modo com’era vestita, in un inglese più atroce del solito. Le sue maniche rimboccate sulle braccia bianche di sapone, una vecchia tela da lavare attorno alla vita, indicavano chiaramente il genere di lavoro che stava facendo. Sbalordita addirittura della visita di quei giovani così signorili, ella dimenticò di invitarli a sedere nel salottino. Per entrare nella camera di Martin, essi passarono attraverso la cucina piena di ranno caldo.

Era tale l’agitazione di Maria, che essa chiuse la porta d’entrata contro quella del ripostiglio rimastaaperta, così che per cinque minuti, attraverso la porta socchiusa, nubi di vapore con un lezzo di sapone e di sporcizia invasero la camera.

Ruth, serpeggiando fra gli ostacoli, pervenne al capezzale di Martin, senza incidenti; ma Arturo girò troppo bruscamente e finì col battere, con gran fracasso, contro le casseruole e altri arnesi di cucina. Però non resistette a lungo; pensando di aver compiuto il suo dovere e vedendo che Ruth occupava l’unica sedia, uscì e attese presso il cancello, attorniato dai sette piccoli Silva, che lo guardavano a bocca spalancata, e se lo divoravano dall’ammirazione, cogli occhi, come un fenomeno della fiera. Torno torno alla carrozza, erano accalcati i ragazzi del vicinato, nell’attesa impaziente del tragico e terribile epilogo, — giacchè in quella via non s’arrischiavano carrozze, se non per i matrimoni o i funerali, e siccome non era questo il caso, doveva accadere qualche altra cosa straordinaria, evidentemente.

Martin, vedendo Ruth, si sentì quasi impazzire. Egli era di natura affettuosa, avido di simpatia, anzi, d’intelligente comprensione; e ignorava ancora che la simpatia di Ruth era dovuta, più alla gentilezza della sua natura, che alla comprensione dell’oggetto della sua simpatia. Mentre Martin le diceva tutta la gioia che provava nel vederla, lei gli stringeva teneramente la mano senza rispondere, con gli occhi umidi alla vista della debolezza di lui e delle tracce lasciategli sul volto dalla sofferenza.

Ma quando egli le parlò del suo insperato successo, delle due accettazioni, e della sua disperazione nel leggere quella dellaTranscontinental, e della sua grande contentezza nel ricevere quella delSorcio Bianco, lei non lo seguì più. Lei ne capiva le parole nel loro senso letterale, ma non la disperazione e la gioia, che non sentiva. Che le importavano quelle storie di riviste?

Soltanto il matrimonio la interessava. Ma lei non lo immaginava neppure, e avrebbe arrossito dalla vergogna se qualcuno le avesse detto crudamente che ciò che lei desiderava in Martin era lui e non altro. Indignata, essa avrebbe proclamato che solo suo scopo era l’interesse di Martin e soprattutto il suo successo. Mentre il fidanzato le manifestava i suoi sentimenti a cuore aperto, dicendole tutta la sua gioia perchè era finalmente sulla via del trionfo, lei l’ascoltava distrattamente e guardava la camera di sfuggita, urtata da ciò che vedeva.

Per la prima volta, Ruth vedeva da vicino l’immagine della povertà. Sino a quel giorno, gli innamorati che muoiono di fame le erano sembrati romanzeschi; ma lei non immaginava punto come vivessero gli innamorati che muoiono di fame. Ed era così! Il suo sguardo girava senza posa dalla camera a Martin, da Martin alla camera.

Quel lezzo di biancheria sporca, che proveniva dalla cucina, la nauseava. Martin doveva esserne impregnato, — pensava lei — se quell’orribile donna aveva l’abitudine di lavare spesso. E, guardando Martin, le pareva che l’ambiente dov’egli viveva l’avesse lordato. Siccome l’aveva visto sempre rasato di fresco, quella barba di tre giorni le ripugnava; essa era intonata a quell’ambiente sordido e sinistro, accentuava maggiormente quell’animalità possente ch’ella aborriva. Ed ecco che quelle due malcapitate accettazioni gli radicavano sempre più quella follìa! Ancora pochi giorni, ed egli avrebbe ceduto, avrebbe accettato un lavoro serio; ora, avrebbe continuato a vivere in quell’orribile casa scrivendo e morendo di fame durante qualche mese.

— Che cos’è quest’odore? — domandò lei ad un tratto.

— Uno dei profumi di lisciva di Maria, credo, — fu la risposta.

— No, no, non questo: qualche altra cosa, come un odore disgustoso, nauseante...

Martin annusò l’aria coscienziosamente prima di rispondere.

— Non sento altro che puzzo di tabacco...

— È questo! È orribile! Perchè fumate tanto, Martin?

— Non so... fumo di più quando sono solo. Eppoi è una inveterata abitudine! Fumavo già da bambino.

— Non è una bell’abitudine, — rimproverò lei. — Manda un puzzo cattivo.

— La colpa è del tabacco: non posso prendere se non quello a buon mercato. Ma aspettate che abbia avuto le mie duecento lire! Fumerò del tabacco che non darà fastidio neppure agli angeli del paradiso! Ma non è vero che non c’è male: due accettazioni in tre giorni? Queste duecento lire serviranno a pagare tutti i miei debiti.

— Duecento lire per due mesi di lavoro? — interrogò Ruth.

— No, per meno di una settimana di lavoro. Volete darmi, per favore, quel libro di conti rilegato in grigio ch’è all’altro capo della tavola?

Egli l’aprì, ne sfogliò rapidamente le pagine. — Sì, ho ragione: quattro giorni per «L’appello delle campane», e due giorni per il «Turbine»; cioè duecentoventicinque lire la settimana, novecento lire al mese. Nessun impiego mi darebbe tanto. E, d’altra parte, questi sono gl’inizi. Cinquemila lire al mese non sono troppe per comprarvi tutto ciò che voglio che voi abbiate. Mi occorre non meno di tanto. Aspettate un po’ che avvii il lavoro, e poi vedrete che andrà a gonfie vele!

Ruth non capì lo scherzo e tornò alla faccenda delle sigarette.

— Voi fumate molto più del lecito, e la qualità del tabacco non può influire gran che; è il fumare per se stesso che non è molto simpatico. Voi siete una ciminiera, un vulcano ambulante, una stufa mobile, una vera desolazione, Martin caro. Non ve ne accorgete?

Lei si chinò su di lui, supplichevole, e alla vista di quel viso delicato e di quegli occhioni timidi, egli fu colpito dalla propria indegnità.

— Vorrei tanto che non fumaste più! — mormorò lei. — Ve ne prego, fatelo... per amor mio!

— Bene! è stabilito! — esclamò lui, — Farò tutto ciò che vorrete, tutto, voi lo sapete bene!

Una gran tentazione la colse: ebbe voglia di pregarlo di rinunziare a scrivere. Durante il breve silenzio che seguì, le parole irreparabili le tremarono sulle labbra, ma le mancò il coraggio; così che, china su di lui, gli mormorò semplicemente:

— Sapete, in realtà, non lo dico per me, Martin, ma pel vostro interesse. Sono sicura che il fumo vi fa male, e d’altra parte non bisogna essere schiavi di nulla, e tanto meno d’una brutta droga!

— Io voglio essere soltanto il vostro schiavo, per sempre, — fece lui sorridendo.

— Se è così, vi detterò i miei ordini!

E gli lanciò uno sguardo malizioso, sebbene, nel suo intimo lei si pentisse di non avergli domandato di più.

— Vostra Maestà sarà ubbidita!

— Ebbene, ecco il mio primo comandamento;

Ti raderai con cura,E lo farai giornalmente!

Ti raderai con cura,E lo farai giornalmente!

Ti raderai con cura,

E lo farai giornalmente!

— Guardate come mi avete graffiato la guancia!...

E la cosa finì con carezze e baci.

Lei aveva ottenuto una vittoria, e pel momento bastava; il suo orgoglio femminile era già lusingato dalfatto d’aver ottenuto ch’egli rinunziasse al fumo. Un’altra volta lei lo avrebbe persuaso ad accettare un’occupazione; non aveva giurato di fare tutto ciò che lei voleva?

Lei abbandonò il capezzale per esplorare la camera, esaminò le file di note appese alle cordicelle, si fece spiegare il sistema di sospensione della bicicletta, e s’afflisse vedendo il mucchio di manoscritti sotto la tavola, che rappresentava, secondo lei, un’enorme perdita di tempo. Il fornello a petrolio fu causa d’ammirazione; ma, esplorando la tavola delle provviste, la trovò vuota.

— Ma non avete nulla da mangiare, povero caro! — esclamò lei, con tenera pietà. — Voi dovete morir di fame!

— Io metto le mie provviste nella dispensa di Maria, — disse lui mentendo. — Si conservano meglio. Non c’è pericolo che muoia di fame. Guardate!

Essa era ritornata presso di lui, e gli vide contrarre i bicipiti, irrigidire i muscoli enormi, duri come ferro. Questa vista la disgustò; cerebralmente, lei aveva orrore di ciò. Ma il suo istinto, i suoi nervi, tutta la sua femminilità erano innamorati di tutto ciò, ne avevano un irresistibile bisogno, e, come sempre, lei si chinò e cedette alla sua stretta; così, quasi schiacciata da quella stretta, il cervello le si ribellava e dibatteva, e il cuore, i sensi, esultavano, trionfavano. In quei momenti lei sentiva profondo amore per Martin, giacchè il godimento che lei provava sentendo quelle braccia potenti stringerla disperatamente sino a farle male, la faceva quasi svenire. In quei momenti lei si sentiva quasi giustificata nel tradimento dei suoi pregiudizî, del suo ideale, della tacita disobbedienza ai suoi genitori che disapprovavano quel matrimonio e che erano urtati da quell’amore. Però, lontana dalla presenza di lui, ridivenuta fredda e padrona di sè, anche leine rimaneva urtata. Quando erano assieme lei lo amava, d’un amore talvolta eccitato, è vero, ma più forte della sua volontà.

— Questagrippeè cosa da nulla! — disse lui. — Cosa noiosa: si sente molto male al capo; ma non è nulla al confronto della febbre reumatica.

— Anche voi l’avete avuta? — disse lei distrattamente, assorta nella giustificazione preziosa del godimento che provava standogli fra le braccia.

Egli proseguì, senza che lei badasse molto alle parole, quando a un tratto una parola la fece sussultare; egli aveva preso quel male in una colonia di segregazione formata da trenta lebbrosi che vivevano su una delle isole Hawai.

— Ma perchè ci siete andato? — domandò Ruth, alla quale sembrava delittuosa una leggerezza simile.

— Perchè non ne sapevo nulla, — rispose Martin. — Io non pensavo neanche lontanamente ai lebbrosi. Quand’ebbi disertato dalloschooner, accostai e mi diressi nell’interno in cerca di un luogo sicuro. Per tre giorni mi nutrii diguavas, pere d’oliva e di banane che nascevano abbondantemente nella jungla. Il quarto giorno, trovai una traccia, una semplice traccia di pedoni, che conduceva verso l’interno, e la seguii. Essa era improntata da orme recenti; in certi punti non aveva più di tre piedi di larghezza, lungo una cresta era sottile come una lama di rasoio, fiancheggiata da precipizi di cui non si vedeva il fondo. Un buon posto per un agguato! Colà un uomo solo provvisto di munizioni poteva tener testa a diecimila. D’altra parte non c’era altra strada. Dopo tre ore di cammino, trovai il nascondiglio: una piccola valle nel cavo della montagna, una specie di buca tra picchi di lava, con una costruzione di piani a terrazze sovrapposte. Degli alberi fruttiferi vi crescevano, e c’erano otto odieci capanne rudimentali; ma appena vidi gli abitanti capii subito di che si trattava: bastò uno sguardo solo.

— Che avete fatto? — domandò Ruth, ansante.

— Non c’era nulla da fare. Il loro capo era un buon vecchione già decomposto, ma d’un’autorità indiscussa. Egli aveva scoperto quella vallata e fondato quella colonia, assolutamente fuori legge; ma aveva fucili, e molti proiettili, e quei selvaggi, allenati a cacciare le belve e i cinghiali, erano infallibili tiratori. No, — disse Martin Eden, — non potevo sfuggire in alcun modo; e vi rimasi tre mesi.

— Ma come avete fatto a fuggire?

— Sarei ancora laggiù, senza una giovane, metà cinese, con un quarto di sangue europeo, un quarto di sangue hawaiano. Una gran bella figliuola, povera creatura, e bene educata. Sua madre, a Honolulu, valeva un milione. Ora, questa ragazza riuscì a farmi fuggire, finalmente. Era sua madre che manteneva la colonia, capite, e la ragazza non temeva di farsi punire favorendo la mia fuga. Ma prima di tutto lei mi fece giurare che non avrei mai rivelato il loro nascondiglio, e ho mantenuto la promessa. Essa aveva i primi sintomi della lebbra, le dita della sua mano destra erano leggermente contorte, e aveva una macchiolina sul braccio, non altro. Credo che sia morta, ormai.

— Ma non avevate paura?... Non siete stato felice d’esservene fuggito senz’aver preso quella spaventosa malattia?

— Dio mio, — confessò lui, — dapprima non mi sentivo certo tranquillo! Ma mi sono avvezzato. Eppoi compiangevo tanto quella povera figliola! Mi faceva dimenticare la mia paura. Era bella d’anima e di corpo! La malattia l’aveva a malapena toccata, eppure era votata a quella vita orribile di selvaggia, a una morte anche più spaventosa, a un lento dissolvimento.La lebbra è una malattia più terribile di quanto possiate immaginare.

— Povera creatura! — mormorò Ruth. — Come ha potuto farvi partire?

— Che intendete dire?

— Perchè doveva amarvi, — disse Ruth, con voce tenera. — Sentiamo, sinceramente, vi amava?

L’abbronzatura del volto di Martin era sparita, a causa della vita sedentaria, degli stenti, della malattia, che gli avevano impallidito la faccia, così che apparve il rossore che gli si diffuse sul viso lentamente. Egli aprì la bocca per parlare, ma lei gli troncò la parola, ridendo:

— Non importa; non rispondete. È proprio inutile!

Ma a lui parve che vi fosse qualche cosa di metallico in quel riso e che negli occhi di lei splendesse una luce fredda. Là per là gli fece l’effetto d’una tempesta invernale come ne aveva viste tante nel nord del Pacifico. Egli rivide a un tratto quella notte, il cielo chiaro, la tempesta e le onde immense sotto la luce gelida del plenilunio, e poi rivide la giovane lebbrosa e il suo amore. Era un fatto che lei lo aveva lasciato andar via.

— Aveva un’anima bella, — diss’egli semplicemente. — Mi ha permesso di vivere.

E non aggiunse altro su quell’argomento; senonchè, a un tratto vide Ruth voltarsi verso la finestra e soffocare un singhiozzo, ch’egli udì. Poi lei tornò verso di lui, senz’alcuna traccia di tempesta negli occhi.

— Che bestia sono io! — disse lei piagnucolosamente. — E non posso resistere; vi amo tanto... Martin, tanto, tanto! Col tempo diventerò ragionevole, ma pel momento non posso non essere gelosa di tutti questi fantasmi del vostro passato, giacchè, lo sapete, il vostro passato è pieno di questi fantasmi!

E poichè egli faceva l’atto di protestare, lei lo fermò:

— È fatale, non potrebbe essere diversamente. Ma ecco che il povero Arturo mi fa segno. È stanco d’aspettare. Andiamo, su, arrivederci, caro...

— C’è una specie di pozione che vendono i farmacisti, per ottenere la denicotinizzazione, — disse lei sull’uscio. — Ve ne manderò.

La porta si chiuse, poi si riaprì.

— Vi amo tanto, tanto! — sussurrò lei; poi la porta si chiuse definitivamente.

Maria, che, nonostante la grande agitazione, aveva potuto osservare il colore del vestito di Ruth, e il taglio (un taglio assolutamente nuovo, d’un effetto meraviglioso) l’accompagnò alla carrozza. I marmocchi aggruppati, rimasero piantati lì, delusi, sinchè lei non fu scomparsa, poi contemplarono Maria diventata a un tratto un personaggio importante. Ma avendo uno dei ragazzi rivelato che i mirifici visitatori erano andati a trovare un loro inquilino, Maria ricadde nell’oscurità e Martin ebbe il beneficio della rispettosa stima del vicinato e di Maria.

Quanto al droghiere portoghese, se avesse visto quell’avvenimento inaudito, avrebbe accresciuto perlomeno di quindici lire il credito di Martin.


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