CAPITOLO XXXII.
Il pomeriggio seguente, di buon mattino, Maria fu nuovamente agitata da un’altra visita fatta a Martin, ma questa volta lei non perse la testa; e fece entrare subito Brissenden nel salotto per i forestieri di riguardo, invitandolo a sedere.
— Spero di non disturbarla, — disse Brissenden quando fu nella camera di Martin.
— No, no, niente affatto, — rispose Martin, stringendogli la mano, e gli porse l’unica sedia, e sedette sul letto. — Ma che diavolo ha fatto per sapere dove abito?
— L’ho saputo dai Morse. Ho telefonato alla signorina Morse ed eccomi qua. — Egli si frugò nella tasca del soprabito, ne trasse un sottile volumetto e lo gettò sulla tavola. — Ecco il libro d’un poeta; lo legga e se lo tenga. — E poichè Martin protestava: — Ho forse bisogno di libri, io? Ho avuto questa mattina una nuova emorragia. Ha del whisky? No, naturalmente. Aspetti.
E scomparve. Martin ne vide la lunga persona scendere le scale, chiudere il cancello, e rimase commosso da quelle spalle incavate, dal petto infossato... Preparò due bicchieri, e incominciò a leggere il volume di versi, opera recente di Henry Vaughan Marlow.
— Niente Scotch Whisky, — annunziò Brissenden, al ritorno. — Quel brigante non vende altro che dell’Americano. Eccone un quarto.
— Manderò uno dei ragazzi a cercare dei limoni; faremo untoddy, — propose Martin; poi riprese, indicando il libro in questione: — Mi domando quanto possa guadagnare Marlow, con un libro come questo.
— Forse duecentocinquanta lire. — rispose Brissenden. — Ma può considerarsi fortunato se le ha, e specialmente del fatto d’aver persuaso l’editore a pubblicarglielo.
— Allora, è impossibile vivere scrivendo versi?
— Certo; solo gl’imbecilli lo credono; facendo i rimaiuoli, sì. Guardi Bruce e Virginia Spring e Sedgwick, per esempio: se la cavano con buona grazia. Ma la poesia, la vera? Sa come Vaughan Marlow si guadagna da vivere? È professore di liceo in Pennsylvania; e di tutti gl’inferni, quello porta la palma. Io non accetterei il suo posto, neanche in cambio di cinquant’anni di vita. Eppure, le sue opere spiccano sul grigiore dei versificatori contemporanei come una rosa fra i cardi. E sapesse che cosa dicono di lui i critici! Che sinistri idioti sono tutti quanti!
— Gli uomini senza talento sfogano la loro rabbia giudicando coloro che ne hanno, — confermò Martin. — Io sono rimasto stupito dalla montagna di sciocchezze che hanno scritto su Stevenson e la sua opera.
— Vampiri e arpie! — brontolò Brissenden, digrignando i denti, come per mordere. — Sì, conosco questa razza d’animali; essi gli danno addosso a beccate, a proposito della lettera al padre Damiano: lo analizzano, lo pesano.
— Lo misurano a palmi, secondo la misura della loro nullità. — fece Martin.
— Sì, è così, ben definito! Essi sconciano e insozzanola Verità, la Bontà, la Bellezza, pur battendogli sul dorso e dicendogli: «Buon Fedele! buon cane!» Puah! Riccardo Realfe, la notte in cui morì, li chiamò «piccoli feti ciarlieri».
— Si piluccherebbero le stelle a una a una, col loro becco, — proseguì Martin, con calore. — Io ho scritto una satira, a questo riguardo, sui critici e sui rivistai, specialmente.
— Ah, faccia vedere, — pregò Brissenden, con insistenza.
Martin allora disseppellì una copia di «Polvere di stelle», e Brissenden lesse, ridendo, sottecchi, fregandosi le mani, dimenticando del tutto di bere il suotoddy.
— Ma anche lei mi sembra polvere di stelle gettata in un mondo di nomi ciechi, — fece egli poi. — Naturalmente, non è stato accettato da una rivista di prim’ordine?
Martin sfogliò le pagine d’un taccuino.
— È stata rifiutata da ventisette riviste.
Brissenden s’abbandonò a un lungo scroscio di risa allegre, interrotto da un colpo di tosse.
— Senta, non mi dirà che non ha coltivato le muse, — disse poi quand’ebbe ripreso fiato. — Mi faccia vedere qualche cosa.
— Non legga, ora, — pregò Martin. — È meglio chiacchierare. Io ne farò un pacchetto che lei porterà a casa.
Brissenden andò via, portando con sè «Il Ciclo d’amore» e «La Peri e la Perla». E il giorno dopo ritornò salutando Martin con un:
— Ne voglio ancora.
E assicurò Martin che era un vero poeta; e Martin comprese che anche l’altro era un poeta sebbene non avesse mai tentato di far pubblicare i suoi versi.
— Vadano a tutti i diavoli questi editori! — rispos’eglia Martin che gli proponeva di occuparsi della pubblicazione dei suoi lavori. — Ami la bellezza per se stessa e lasci in pace le riviste. Ritorni alle navi e al mare, Martin Eden; questo è il consiglio che le dò. Che bisogno ha lei di queste città malsane e putride? Lei si uccide quando cerca di prostituire la bellezza: quest’è la verità. Che cosa mi citava l’altro giorno? Ah, ecco! «Un uomo, ultimo degli effimeri». Ebbene, lei, l’ultimo degli effimeri, che bisogno ha della gloria? Se dovesse conquistarla, essa l’avvelenerebbe. Lei è troppo semplice, elementare! troppo razionale per riuscire in quest’imbroglio. Parola mia! Spero bene che neppure una rivista le pubblichi mai le sue cose: non bisogna essere schiavi che della bellezza. La serva e mandi al diavolo la folla imbecille. Il successo! Il successo è là, nel suo sonetto su Stevenson, che supera «L’apparizione« di Henley, e nel «Cielo d’Amore», e nei «Poemi del Mare». La nostra gioia non consiste nel successo che si ottiene, ma nel fatto che si scrive. Io lo so, e anche lei lo sa. La bellezza l’assilla; essa è in lei come un dolore che rode, come una piaga che non vuol cicatrizzarsi, come uno stile di fiamma. E lei vuote mutarla in danaro? D’altra parte, lei non può in nessun modo! Ma mette conto davvero agitarsi per questo?... Legga le riviste durante dieci secoli, e lei non troverà un rigo che valga una parola di Keats. Lasci stare la gloria e la fortuna, firmi un contratto d’imbarco, domani, e ritorni sul mare.
— Non si tratta di gloria, ma d’amore, — disse Martin ridendo. — Sembra che l’amore non occupi un gran posto nel vostro Cosmo: nel mio, la Bellezza è l’ancella dell’Amore.
Brissenden gli lanciò uno sguardo che esprimeva, insieme, pietà e ammirazione.
— Com’è giovane, mio piccolo Martin, com’è giovane! Lei andrà molto in alto, ma le sue ali sono formate da un velo molto delicato, da una peluria finissima; non le sciupi. Ma ormai è già fatto. Il «cielo d’Amore» è stato scritto in onore d’una donna qualunque, ed è un peccato.
— È stato scritto anche a gloria dell’amore, — ribattè Martin, allegramente.
— La filosofia della folla, — continuò l’altro. — I sogni dellohaschichme ne hanno insegnato tanto. Ma badi! La grande città, i filistei, la fanno perdere. Per esempio! guardi quel covo di commercianti dove l’ho incontrato: non è altro che putridume. È impossibile conservare la propria personalità in un’atmosfera simile: non ce n’è uno là dentro, uomo o donna, che valga qualche cosa: non sono altro che stomaci guidati da pregiudizî intellettuali e artistici...
Egli s’interruppe bruscamente, guardò Martin e indovinò a un tratto la verità; il suo viso assunse a un tratto un’espressione d’orrore stupefatto!
— E per lei ha scritto questo meraviglioso «Ciclo d’Amore»! per quell’insignificante pupattola raggrinzita!...
Ma non aveva finito di pronunziare queste parole che la mano di Martin l’aveva afferrato alla gola, e lo scuoteva furiosamente, come un fox-terrier scuote un topo. Senonchè negli occhi dell’altro, Martin non vide alcun segno di spavento, ma una curiosità divertita e ironica. Ridiventato padrone di sè, egli lasciò la presa, e Brissenden andò a finire sul letto, dove rimase un minuto, ansante, tentando di riprender fiato, e poi rise dolcemente.
— Le sarei rimasto grato in eterno, se avesse spento la fiamma! — disse lui.
— Ho i nervi scoperti, in questo momento, — disse Martin, scusandosi. — Spero che non le abbia fatto male! Aspetti! preparo un altro «toddy«.
— Ah, giovane Ercole! — proseguì Brissenden. — Io mi domando se lei è cosciente della sua forza fisica! Lei ha una diavola di forza, lioncello mio! Soltanto, disgraziatamente... lei sconterà questa bella forza.
— Che intende dire? — domandò Martin con curiosità, porgendogli un bicchiere pieno. — Su, mandi giù questo, per cortesia.
— A causa... — Brissenden inghiottì il suo «toddy», con una smorfia di soddisfazione, — a causa delle donne, che la tormenteranno sino alla morte, come l’hanno già tormentato, se non m’inganno grossolanamente. — No, è inutile strozzarmi; dirò quello che debbo dire. Certo è che questo è il primo capriccio, ma per amor della Bellezza, scelga meglio, la prossima volta! Che diavolo vuol farsene lei di una borghesuccia? Lasci stare, dunque: si scelga qualche bella creatura di fiamma e di voluttà, che rida della vita, che si beffi della morte, innamorata dell’amore. Essa l’amerà come uno qualunque di questi gracili prodotti delle serre calde della borghesia.
— Gracili? — protestò Martin.
— Proprio: gracili e timorosi, timorosi davanti alla vita e confitti nella piccola morale meschina inculcata loro da gente confitta nelle meschinità. Esse l’ameranno, Martin, ma ameranno soprattutto la loro piccola morale. A lei occorre il magnifico abbandono di se stesso, una grande anima libera, una farfalla splendida, e non la piccola tignuola grigia. Oh! lei si stancherà molto presto, d’altra parte, di queste puerilità femminili, se avrà la disgrazia di vivere; ma lei non vivrà; lei non ritornerà alle sue navi e al suo mare, ma si trascinerà per le città putride, sino al momento in cui sarà rôso dal disgusto, e allora morrà.
— Mi biasimi sinchè vuole, — fece Martin, — manon mi farà mutare idea. In fondo, lei giudica a seconda del suo temperamento, e io giudico secondo il mio, che è diverso.
Infatti, le loro idee sull’amore, sulle riviste, su molte altre cose erano diverse, ma essi si piacevano l’un l’altro; e Martin provava una profonda simpatia pel suo nuovo amico.
Si videro ogni giorno; tutti i giorni Brissenden andava a passare un’ora nella cameretta ingombra. Egli portava regolarmente il suo quarto di whisky, e quando pranzavano insieme, beveva dello «Scotch and Soda» durante il pasto. Era sempre lui che pagava, e per mezzo di lui Martin conobbe tutte le raffinatezze del cibo, e per la prima volta bevve dello Champagne e del vino del Reno.
Senonchè Brissenden rimaneva un enigma; contrariarmente alla sua apparenza ascetica, egli era, con tutta la forza declinante del suo sangue impoverito, un voluttuoso. Incurante della morte, pieno d’amarezza e di cinismo davanti alla vita, quel moribondo adorava la vita, nelle sue minime manifestazioni. Voleva godersi la vita sino all’ultima goccia, vibrare sino all’ultimo brivido, «per riconquistare senza rimpianto il mio posticino d’atomo nel Gran Tutto donde provengo», si diceva egli. Egli aveva tentato tutti i paradisi artificiali, molte cose strane, cercando nuovi brividi, sensazioni inedite. Raccontò a Martin che aveva passato tre giorni senza bere, appositamente, per provare le squisite delizie della sete soddisfatta! Ma Martin ignorò sempre chi fosse, che cosa fosse. Era un uomo senza passato, dall’avvenire tetro, dall’amaro presente, pieno di desiderî febbrili.