Chapter 2

Galoppa galoppa, senza mai far alto, lo squadrone giunse in una tratta alla macchia di Valquerciame e precisamente al punto, ch'era stato il luogo del convegno dei cacciatori. Lì Sennacheribbo te lo spartisce in tante pattuglie, in tanti pelottoncini, per battere la selva in ogni direzione. Imboscano con le debitecautele, come se eseguissero una ricognizione. Cammina, cammina, ecco, dopo lungo andare, nel più folto della macchia sentono rammaricarsi, un gemere compresso. Seguono la direzione, onde venivano i lamenti, e veggono e trovano, che mai uomini e donne legati agli alberi con salde ritorte ed imbavagliati. Erano i gentiluomini e lo gentildonne di Corte, venuti alla caccia in compagnia della Rosmunda, per farle seguito codazzo, corteo, scorta. La triade regio-brigantesca li aveva fatti imbavagliare, legare ed abbandonar lì: perchè, a condurli via, sarebbe stato un impiccio; ed ammazzarli, una crudeltà supervacanea; ed a lasciarli liberi, avrebbero divulgato troppo presto la notizia del ratto. I maligni dicono, che parecchi tra gentiluomini ed i maggiorduomini... sbaglio, s'ha a dire maggiordomi e maggiorduomini sarebbe troppo contrario al vero, che parecchi tra costoro furono dolentissimi di non essere stati invitati a cooperare all'attentato, e parecchio delle gentildonne scandolezzatissime di non avere ispirato ancor esse idee di ratto. E stavan lì da meglio che ventiquattr'ore, ed avevan passata la notte intiera intiera, battendo i denti in nota di cicogna, crepando di fame, scoppiando di sete, schiattando di paura. Il capitano li fece sciogliere, rifocillare alla meglio e procedette ad uno interrogatorio. Dal quale, sebbene le risposte di quella gente, poco svelta per natura, e più immelensita che mai dal sonno e dallo spavento, fossero confusissime, risultò, che, una ora all'incirca dopo cominciata la caccia, erano stati aggrediti e sopraffatti da' satelliti de' tre sovrani stranieri, malmenati, affunati ed abbandonati in quel modo con le sbarre in bocca. E la Principessa? Anche lei era stata sacrilegamente manomessa: presa e tentando di svincolarsi e difendersi con la coltella da caccia, aveva leggermente vulnerato l'autocrate di Antibo. Ma, insomma, aveva dovuto cedere al numero ed alla violenza: l'avevano legata in sella e portata via, correndo a spron battuto verso Occidente, in direzione della frontiera, insomma.

Sennacheribbo corso allo spiazzo, là dove gl'indicavano avvenuta la lotta; e vi trovò di fatti l'erba calpesta, tracce di sangue, qualche panno cruentato e qualche scampolo di fune. Vide brillare un oggettucolo: corse a raccoglierlo. Era una legaccio con fibbia d'acciaio, che evidentemente aveva dovuto staccarsi nel contrasto dalla gamba o dalla coscia della Principessa; perchèveramente ignoro, se la Rosmunda solesse allacciarsela al disopra o al disotto del ginocchio: alcuni degli scrittori alemanni, che narrano le storie scaricabarilesi, affermano l'una ipotesi, altri l'altra; ed io nel dubbio, son di parer contrario. Sennacheribbo raccolse ed intascò quella reliquia della rapita con maggior devozione certo, che Odoardo III d'Inghilterra non provasse nel raccattar la giarrettiera della contessa di Salisbury; e la lontananza della Principessa preveniva ogni pericolo che egli potesse imitare la disadattaggine del Re ed essere costretto a rimediare con unHonny soit qui mal y pensead un'alzata di sipario involontaria. Poi pensò al da fare, e s'attenne al primo disegno, che gli si affacciò alla mente e che stimò buono. Vale a dire d'inseguire i rapitori; lasciare, che cavalli e cavalieri si riposassero per un quattro o cinque ore; e poi, mettersi nella pesta dei tre Re, requisire cavalli di cambio per via; sconfinare occorrendo; raggiungere i ladroni nelle loro tane; ma non tornare indietro, se non ricuperata la Principessa, come il Re gli aveva imposto. Era un giuoco difficile e rischioso: i plagiarii avrebbero avuto circa trentasei ore di vantaggio, e dovevano aver prese mille precauzioni per assicurare sè e la preda. Ma Sennacheribbo calcolava appunto sulla sicurezza in cui dovevano essere, riposando su questo vantaggio e queste precauzioni. Prese un soldato intelligente e lo spedì alla Maestà del Re, latore d'un breve dispaccio ed incaricato d'una lunga imbasciata. Ai gentiluomini ed alle gentildonne diede per guida un taglialegna che li accompagnasse fuori della macchia. Ordinò ai suoi uomini di inferraiolarsi e sdraiarsi per le terre e di riposare alquanto, mentre alcuni comandati preparavano il rancio con la cacciagione abbandonata da' tre Re.

Lui, Sennacheribbo, inferraiolato anche lui, si sdraiò anche lui per le terre in disparte ed avrebbe voluto sonnecchiare e ristorarsi: ma che? Non gli riusciva di chiuder occhio. Il sangue bollente gli scorreva impetuosamente nelle vene, come metallo fuso ne' canaletti, pe' quali si dirama nel gettarsi una statua. Le arterie delle tempie gli pulsavano audibilmente al pensiero, che donna Rosmunda, per iniquo tradimento, trovavasi in balìa, in potestà di tre malandrini senza coscienza. E, nel silenzio di quella selva notturna, gli divenne chiaro per la prima volta, confessò per la prima volta a sè stesso di essere innamoratodella Principessa. Non gli date del pazzo!; egli medesimo, stringendosi sulla fronte il freddo fodero metallico della sciabola, chiedeva, se avesse dato di volta? se un ramo occulto di follia si dichiarasse? Un povero capitanellozzo di seconda classe, spiantato, orfano, esposito, innamorarsi, ma quel che si dice innamorarsi perdutamente, della erede di un Regno di seicencinquantaquattromila trecentoventun miglio quadrato di superficie e concentoventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitanti! Perchè non s'era presentato al concorso matrimoniale? Appunto perchè non pazzo, appunto perchè consapevole della distanza che il separava dalla sua donna. Amava disperatamente. Aveva voluto negare a sè stesso quella passione aveva chiamato orgoglio nazionale, zelo per la cosa pubblica, devozione alla dinastia, fervore per l'onore di Casa Reale, cura per la felicità della figliuola de' suoi Re, l'odio concepito contro i ridicoli proci ed abominevoli. Ma ora non poteva dissimularselo: era gelosia bell'e buona. Le passioni conculcate e contrastate divampano con veemenza maggiore: era gelosia frenetica. Nello agitarsi, sentì in tasca un fagottino, che, stretto fra il suolo ed il femore, gli dava noia. Era il legaccio della Principessa. Cacciò fuori quel gingillo, che aveva toccate le belle membra della sua donna: e si propose di non manifestare ad alcuno quel ritrovaticcio; di custodirlo segretamente come l'avaro che fa del tesoro; di portarlo sul petto in quella impresa avventurosa, che, secondo ogni probabilità, doveva riuscirgli funesta, come un talismano. Lo guardò, lo considerò; vi piovve sopra alcune lagrime virili; se l'avvolse al collo; se l'avvolse intorno al polso destro, intorno al sinistro; e, senza saper quel che si facesse, lo baciò.

Non appena l'ebbe tocco con le labbra, ecco scuotersi la terra ecco il barbaglio d'un lampo, ecco brontolare il tuono. Una folata di vento stormì di improvviso per la foresta. Ed il giovane sorpreso, nell'alzar gli occhi si vide dappresso una donna leggiadrissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vividissima, tanto da rischiarare splendidamente il bosco e da fare impallidire la luna che spuntava roggia ed immensa. Sennacheribbo la squadrò dapprima attonito; ma vinta la prima impressione di stupore, da quel cortese ufficiale cheegli era, balzò in piedi, si cavò il cimiero, le fece un inchino umilissimo e chiese in che potesse servirla, alla bella incognita.

— «Veramente, io dovrei far io questa domanda» — gli fu risposto. — «Non mi hai tu chiamata?».

— «Chiamata? io? come? quando? e perchè avrei dovuto chiamarla, se da poi ch'io l'ho data a balia, non l'ho più vista? se ignoro persino il suo riverito nome?» — replicò Sennacheribbo, impermalito un po' di queltufamigliare.

— «O non ti sei tu cinto quel legaccio intorno al polso sinistro e non l'hai baciato?».

Il povero capitano si feceponzò, come un ladruncolo catacolto in flagranti. Divenne burbero: — «Scusi, madama, chi le dà il dritto d'immischiarsi nelle mie faccende, di spiare i fatti miei? Sacristia! cosa importa a lei quel ch'io fo e quel ch'io non fo? Questo affare a lei punto non appartiene. O per Bacco, forse che io la interrogo sul perchè va gironzoni a quest'ora sola soletta nella macchia? faccia il comodo suo; ed io e gli altri fare il proprio, cattera! E il tu, lo serbi per i suoi domestici, sa ella? O guarda un po' cosa capita..».

La formosissima sconosciuta sorrise: — «Ma, capitano, signor capitano, è Vossignoria che mi viene a disturbare. Io sono la fata Scarabocchiona: della quale avrà senza dubbio inteso parlare, santola della Principessa Rosmunda. E le fate non parlano in terza persona a nessuno, anzi in seconda singolare a tutti, persino a Dermogorgone, ch'è il Re loro. Quel legacciuolo è incantato di tal sorta, che, legandolo al polso sinistro e baciandolo, mi si costringe ad apparire; mi trovassi lontana centomila miglia, fossi occupata a... (stavo per dire una corbelleria) mi è forza di apparire immediatamente. Lo avevo regalato alla mia figlioccia; e strasecolo, nel ritrovarlo al polso di un capitano di cavalleria con tanto di baffi. Che malgrado le mie fatazioni la Rosmunda m'abbia a riuscire una scapatella?».

— «Ah, signora fata» — sclamò Sennacheribbo raumiliato, — «scusatemi tanto! Avrei dovuto riconoscervi subito dalla bellezza e dalla maestà vostra sovrumana. Perdonatemi! mi vedete turbatissimo, fuori di me. E poi non sapevo nulla nulla della fatazione della legaccia».

La fata era donna: Sennacheribbo le apponeva carne di lodola;n'era ghiotta, come tutte, e sorrise compiaciuta: — «Ma chi ti ha data la legaccia?».

— «L'ho rinvenuta qui per le terre» — disse il giovane, e le narrò ogni cosa: la caccia; il ratto della Rosmunda; e l'intenzione sua di racquistarla o morire. E disse in modo, che palesava quanto gli stesse a cuore la Principessa e quale altro affetto, e più potente che devozion di suddito, lo stimolasse a quell'ardimento. Ah non sempre riesce il dissimulare!

La fata Scarabocchiona ascoltò tutto attentamente e comprese quel, che il signor capitano taceva. Cavò di tasca un suo libretto di marocchino a fermagli d'oro e legato alla cintura con una catenella d'oro a grandi anella, lo aperse, lo percosse con la sua verga criselefantina di squisito lavoro, lo scartabellò, mormorando sempre:

Per questa verga magica,Pel nome del Re nostro,Libro degli incantesimi,Dal tuo sincero inchiostroDove que' prenci fugganoTosto mi sia dimostro.

Per questa verga magica,

Pel nome del Re nostro,

Libro degli incantesimi,

Dal tuo sincero inchiostro

Dove que' prenci fuggano

Tosto mi sia dimostro.

E poi lesse alcune pagine sotto voce. Rivolgendosi quindi al capitano: — «Come farai per raggiungere que' rapitori, prima che siano in salvo nel girone di qualche fortezza antiboina, exiboina od introiboina? Sai quanti chilometri di vantaggio hanno?».

— «Circa trentasei ore; farò sferzare e sforzare i cavalli; li farò cambiare per amore o per forza, con le buone o con le brutte, durante la corsa; giungerò con dieci uomini, giungerò solo; ma giungerò, voglio sperare, se non per liberare la mia Principessa, per ammazzare almeno uno de' tre monarchi e per esser trucidato sotto gli occhi di lei».

— «Sai la strada battuta da' tre Re?».

— «Ne ritroveremo le orme, le vestigia; prenderemo lingua, c'informeremo, cammin facendo. Non si tratta mica d'una brigatella, che possa passare inavvertita affatto».

— «Que' ladroni galoppavano verso i confini d'Antibo. Per quanto isferzassi ed isforzassi i cavalli, per quanto li cambiassi, non potresti raggiungerli mai, tanto sono montati meglio di tee de' tuoi, e tanto è il vantaggio, che han preso. E poi, scusami, morire senza ottener l'intento e sapendo, che non può ottenersi per quella via, sarebbe ragazzata».

— «Sua Maestà mi ha imposto di non tornare senza la nostra Principessa».

— «Ed io ti giuro, che, se non fossi qua io per assisterti, non tornare potresti bene; ma tornare con esso lei non ti riuscirebbe. Ma io toccherò dragoni e cavalli con questa mia verghetta criselefantina e ne ventiquattruplerò le forze. Va, chiama il tromba, fa che lo squadrone si raduni e salga in arcioni, e precipitati a galoppo sfrenato dietro il fuocofatuo, ch'io ti darò per guida.» E, così dicendo, percosse il suolo con la magica bacchetta criselefantina, mormorando:

Da le profonde viscereDi acquitrinoso suolo,Levati, o fuoco fatuo,Splendido e ratto a volo.

Da le profonde viscere

Di acquitrinoso suolo,

Levati, o fuoco fatuo,

Splendido e ratto a volo.

Immediatamente un bel fuoco fatuo, dalla fiamma azzurrina, ristette fra le piante della macchia ad una ventina di passi da' due: tremolava, oscillava, dondolava, s'incurvava, balzellava lievissimamente, come la fiamma di una candela in mano di fanciulla che cammini pian piano, guardinga. La fata proseguì:

Dove quei cani prencipiTraggon la mia dilettaQuesto drappello vindicePronto a guidar t'affretta;Fa che agli empi sollecitaIncolga aspra vendetta.

Dove quei cani prencipi

Traggon la mia diletta

Questo drappello vindice

Pronto a guidar t'affretta;

Fa che agli empi sollecita

Incolga aspra vendetta.

Poi, rivolta a Sennacheribbo: — «Attergati a questa fiammella, senza alcun sospetto, con la stessa fede cieca con cui ti si attergherà il tuo squadrone. Quando la vedrai fermarsi e sparire, sappi che hai raggiunti i rapitori della Rosmunda. Dipenderà dal tuo valore, dalla tua prudenza, il liberare allora la Principessa. Io posso consigliar gli uomini ed agevolar loro le imprese difficili e renderle possibili; non compierle in vece loro io. A rivederci. Se hai bisogno di me, trovandoti negl'impicci, sai pure come chiamarmi. Ma non farlo alla leggiera». — Così detto disparve.

Sennacheribbo si rimase estatico, trasognato, strasecolato, strabiliando, irresoluto, infraddue, non sapendo che si fare, a che risolversi, a qual partito appigliarsi, che pensare di quell'avventura e di quell'apparizione. Ed avrebbe stimato tutto immaginazione, sogno, visione, illusione, allucinazione, fantasmagoria, se non si fosse veduto a venti passi quel fuoco fatuo irrequieto, che andava e veniva su e giù, che tremolava, oscillava, dondolava, s'incurvava, s'assaettava, balzellava, come impaziente d'incamminarsi. Fidare in un fuoco fatuo, sceglier per guida una meteora, non sembrava al capitano veramente il più savio dei consigli, anzi vi ripugnava, come da cosa affatto contraria a tutte le consuetudini delle truppe in marcia. E poi, come applicare il Regolamento? come porgli allato due cavalieri con ordine d'ammazzarlo al primo sospetto di tradimento, alla prima velleità di fuga? E trascurando le precauzioni imposte da' regolamenti, non incorreva forse nelle pene comminate dal Codice militare? non assumeva una tremenda responsabilità? Poteva avvalersi degli spionaggi della fata Scarabocchiona? E chi gli assicurava che fosse proprio lei quella donna? Ci son tanti che negan persin l'esistenza delle fate! D'altronde il desiderio di pur salvare la Principessa, cosa affatto impossibile (dovea convenire) co' suoi mezzi naturali a sua disposizione; la tema di passare per pauroso agli occhi di quella sedicente fata e del fuoco fatuo istesso; la brama di adempiere e di obbedire alle raccomandazioni di Re Zuccone; sopratutto poi l'amore e la gelosia, lo stimolavano a profittare della scorta e dell'aiuto soprannaturale. — «Per mal che la vada cosa può accadermi, eh? Che questo fiammazzurro mi conduca a scavezzarmi il collo in qualche dirupo? Vada per lo scavezzacollo! Che mi conduca ad affogar con l'intero squadrone nella mota d'un qualche pantano? Vada per lo affogamento! Più che una volta non si muore. Tromba, ehi tromba!».

— «Capitano!».

— «Suona la sveglia! suona a raccolta! Svelti, figliuoli! A cavallo e seguitemi! Viva la Principessa donna Rosmunda!».

Ufficiali e bassaforza, furon tutti desti e pronti in un batter d'occhio. Cattera, la fata Scarabocchiona li aveva tocchi con la verga d'oro e d'avorio, ventiquattruplandone il vigore, il valore, la disciplina, l'ardire, sicchè si sentivano da più di loro,più che uomini. I destrieri vergheggiati anch'essi alla criselefantina, nitrivano, innivano, scalpitavano, scodinzolavano, scuotevan le giubbe, drizzavan le orecchie, tutti brio. Anch'essi valevan ventiquattro volte più di prima. Era una bella notte serena, stellata: i cani uggiolavano, gli allocchi bubbolavano, gli assiuoli chiurlavano, le civette squittivano, i cuculi cuculiavano, i gufi gufeggiavano, le rane gracidavano, i grilli grillavano, altri insetti stridevano e gli usignuoli gorgheggiavano; mille diverse fragranze balsamiche ed aromatiche, mille odori, mille profumi, mille olezzi impregnavano l'aria; le stelle scintillavano, la luna rischiarava, i fuochi del bivacco divampavano, le lanterne dello squadrone splendevano, ed il fuoco fatuo brillava con dolce luce ed azzurrognola, tremolando, oscillando, dondolandosi, incurvandosi, assottigliandosi, ballonzolando, dimostrando con tutti i modi che madre natura ha concessi a' fuochi fatui, l'impazienza di prender l'abbrivo. Finito l'appello, messi gli uomini per due, Sennacheribbo gli si rivolse e disse:

O splendida meteora,Eccoci pronti! Orsù,Dacci il segnale, muòvitiNon indugiam di più.Per vie battute e impèrvieSelve, di su, di giù,Donna Rosmunda guidaciA trar d'affanno tu!

O splendida meteora,

Eccoci pronti! Orsù,

Dacci il segnale, muòviti

Non indugiam di più.

Per vie battute e impèrvie

Selve, di su, di giù,

Donna Rosmunda guidaci

A trar d'affanno tu!

Il fuoco fatuo si mosse, con velocità iniziale poco minore di quella d'una palla scagliata dal cannone liscio di ventiquattro, e dietro tutto lo squadrone, come se caricasse. I cavalli spiccavan salti di ventiquattro metri l'uno, anzi salti della distanza, che separa due pali del telegrafo. Sarebbe stato uno spavento il vedere ed udire questa massa nera, preceduta da una fiammella azzurrina, che passava con l'impeto della tempesta, con lo scroscio del tuono, come una tromba fragorosa e gravida di folgori: ma era notte fitta, ed i campagnuoli, i contadini, i villani, gli agricoltori, i zappaterra, russavan tutti nei tugurii. Galoppa, galoppa, galoppa; vola, vola e vola; divorarono le tante miglia che conducevano alla frontiera del Regno. Frontiera, che il monarca d'Introibo, ildespota d'Exibo e l'autocrate d'Antibo avevan frattanto già varcata con la bella prigione.

Rosmunda! Aveva tentato di difendersi, di svincolarsi e persino vulnerato con la coltella da caccia Re Guasparre; aveva poi tentato di fuggire; ma tutto indarno! l'avevano inbavagliata, ammanettata, impastoiata, incapestrata, e gittata, e legata per la cintura, trasversalmente sulla sella: con le braccia dietro, come un sacco di grano e via! I cavalli eran lanciati al gran galoppo, e venivan mutati ad ognuna di quelle stazioni, che il prudente autocrate aveva scaglionate lungo la consolare. I tre, giunti sul territorio antiboino e stimandosi ormai al sicuro da ogni inseguimento e sentendosi stanchissimi da quella cavalcata a rompicollo, risolvettero di fare un alto, anzi di far tappa e di riposarsi alla prima osteria. Di fatti entraronoAl gallo d'oro, buon vino e buon ristoro, alloggio e stallatico; che aveva per insegna un gran galletto giallo scarabocchiato sul muro, accanto alla frasca canonica, col motto:

Quando questo canteràCredito si farà,Oggi no, domani sì;Patti chiari, amici cari.

Quando questo canterà

Credito si farà,

Oggi no, domani sì;

Patti chiari, amici cari.

IlGallo d'oroera una tavernaccia isolata, di fama dubbia, che aveva per clientela i trainanti, i cavallanti ed il contrabbandierume dei dintorni; non offriva dunque comodi maggiori di quelli, che tal gente richiede e paga. Il buon vino era una mistura d'acqua di fonte, acquavite di patate, e non so che sostanze coloranti; il buon ristoro, pane stantìo, formaggio pecorino, salame di asino, carne di capretto e qualche volta un po' di caccia o qualche uova od un par di pippioni, o qualche pesce pescato nel fiume regale, che scorreva poco lontano. Ma si sa, in viaggio, bisogna sapersi contentare: i tre Re morivano di fame, di sete e di stanchezza; quindi smontarono, ordinarono da pranzo e deliberarono di aspettare in quel luogo il ritorno d'un corriere, che Guasparre spedì al comandante d'una piazza forte vicina, acciò gli venisse incontro con due o tre Reggimenti e carrozze ed ogni ben d'Iddio.

Mentre l'oste e l'ostessa tagliavano il collo a galline e piccioni e scendevano in cantina a prender del migliore, ancora tutt'assonnati, come quelli, che eran stati desti in sul meglio del dormire, e trasognati, come quelli, che per la prima volta albergavanode' Re, l'autocrate d'Antibo disse a' compagni d'iniquità: — «Signori, io son galantuomo. Abbiamo fatta una preda, un bottino, una presa, una caccia, chiamatela come volete, in comune, in società, in accomandita,viribus unitis, cooperando: ed in società dovremo incontrare le conseguenze del nostro operato».

— «Pur troppo!» — sospirò Don Melchiorre, che aveva paura, ma paura!

— «Bah! tutto finirà perarrangiarsi,» — sghignazzò Baldassarre V, il quale non aveva ancor ben compresa, m'immagino, la gravità dell'atto perpetrato.

— «Patti chiari, amicizia lunga. Abbiamo fermato di dadeggiar questa femmina, subito dopo varcata la frontiera scaricabarilese. Presto, mentre ci apparecchiano un po' di colezione, qua i dadi e sbrighiamoci. Chi ha tempo non aspetti tempo».

— «Giochiamocela piuttosto all'oca, dilettevole per chi gioca e chi non gioca,» — propose il monarca d'Introibo.

— «Un emendamento, Maestà mie. Teniamola piuttosto in comune, finchè ogni guaio non sia terminato: allora, sorteggeremo,» — suggerì Don Melchiorre XVII.

— «Nossignori, nommaestà,» — replicò l'autocrate. — S'è detto di dadeggiarla, dadeggiata dev'essere; s'è detto, subito dopo varcata la frontiera, dunque adesso, subito, immantinente, senza frapporre indugio, senz'altra tardanza. Bisogna stare alla convenzione, al pattuito. I dadi! In tre colpi! Chi tira il punto maggiore, se l'abbia pure. La proposta di Don Melchiorre è inaccettabile. Vel confesso: dopo che la nostra prigione mi ha naverato nella macchia di Valquerciame, ogni amore, ogni desiderio, ogni misericordia è morta in me. I riguardi dovuti a voialtri, il rispetto de' trattati, ed anche la speranza d'una vendetta più squisita e prolungata, mi han solo trattenuto dal segarle la gola lì per lì, dallo sgozzarla issofatto, dallo scannarla su due piedi. Ch'io sia il vincipremio, non la farò mica mia. Anzi la farò appendere per li capelli ad una forca di cinquanta cubiti e ve la farò morire di fame e di strazio».

— «Io,» — disse il despota d'Exibo, — «se m'ha da toccare a me, la riterrò come ostaggio. Così, per amor di lei, perchè non venga bistrattata o sacrificata, Re Zuccone dovrà astenersida ogni atto ostile. Mi servirà da parafulmine: se la vogliono illesa, mi hanno da lasciar tranquillo guà!».

— «Ed io» — soggiunse Re Baldassarre — «ritengo che nè la Principessa; ned il padre; ned il popolo scaricabarilese quando il monarca d'Introibo l'impalmasse, potrebbe fare altro se non ringraziarmi e ringraziar Domineddio dello stratagemma, dell'astuzia, del ripesco, della malizia, alla quale ci siamo appigliati per abbreviar la faccenda ed evitare un giudizio di plebe o di assemblea sul nostro merito».

— «Benone!» — ripigliò Guasparre — «ognuno si regolerà come giudica meglio. Su, aiutanti, procacciateci dei dadi ed un cornetto» — proseguì poi aprendo la bussola e rivolgendosi agli ufficiali, che stavano nella stanza antecedente, — «e fate condur qui da noi la prigioniera».

— «Sciolta, Maestà?».

— «Sciolta un corno: chi ci assicurerebbe dai suoi unghioni? e se l'avete sbavagliata, rimbavagliatela ammodo: che non vogliamo esser disturbati dalle grida di quella pettegola, mentre si gioca».

Quell'uomo lì veniva sempre obbedito a vapore. Due minuti dopo, erano sulla tavola un cornetto e due dadi, i quali avevano spesso servito a contrabbandieri e ladruncoli per disputarsi i loro lucri o per dissanguare qualche zugo: ora dovevan servire a tre Maestà per disputarsi l'erede di un reame di seicencinquantaquattromila trecentoventun miglio quadrato di superficie con cenventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitatori. Poi la Principessa sempre affunata ed imbavagliataut supra, fu portata dentro avvincigliata su d'una seggiola sconnessa. L'autocrate d'Antibo le spiegò sghignazzando, ingiuriandola e dandole del tu, ch'ella era la posta del giuoco.

Fecero alla morra chi dovesse cominciare: — «Questo è giuoco da facchini, bifolchi e guardaporci», — dice Giordano Bruno. Toccò a gettare i dadi per primo a Don Melchiorre, in secondo luogo a Re Baldassarre, in terzo all'autocrate d'Antibo.

Il timido zoppo agitò per un bel pezzo i dadi nel cornetto, e finalmente li rovesciò pian pianino sul tavolo: fece tre e due.

— «Tua non sarà di certo», — disse gongolando il gobbo rimbambito; e, toltogli il cornetto dalla mano, e rimessivi i dadidentro e fattili ballonzolar più volte prima con la destra, poi con la sinistra, tirò cinque e sei. — «È mia! mia! mia!», — esclamò tripudiando com'un fauno.

— «Non ancora, fratelmo!» — disse il guercio. — «Per buono, il punto è buono. Ma chi sa, fratelmo, chi sa!». — Prende convulsamente il cornetto, che Baldassarre aveva gittato sul desco rincludendovi i dadi e li butta senza nemmanco agitarli.

— «Sei e sei!» — gridarono gli altri due. — «Il punto di Venere!».

— «Quindi innanzi punto di Nemesi!» — corresse Guasparre: — «Signori, questa donna, ch'è indiscutibilmente nostra per dritto di rapina, poss'io quindi innanzi dirla esclusivamente mia, di loro pienoconsenso?».

— «Senza dubbio alcuno!».

— «Posso farne quanto m'aggrada?».

— «Si accomodi pure!».

— «Quest'affare a noi punto non appartiene».

— «Sia lodato il cielo! Senti qua, Rosmunda: io ti amava; mi piacevi. Tu mi hai ricolmo di mortificazioni. Invece di antepormi e preferirmi subito e senz'altro a tutti, mi hai dati un subisso di concorrenti, tutti da meno di me, nessuno dei quali ti era meno accetto di me. M'è stato riferito, che mi hai dileggiato, perchè non ho gli occhi come i tuoi, che mi hai maledetto perchè non ho un animo effeminato.... Or bene, ci ho però visto tanto da raggiungerti; e della mia crudeltà farai esperimento tu stessa. Appena aggiornato, appena giunti que' tre Reggimenti che ho mandato a chiamare, sai cosa? Farò rizzar dai guastatori le forche su quella collina, onde si scorge il Regno di tuo padre ed il corso del fiume regale che passa per la tua città nativa. E ti farò appendere pei capelli alle forche. Ignuda in faccia a tanti soldati, sora schifiltosa. E morrai di fame e di strazio lassù. E ti farò sbavagliare per deliziarmi delle tue querimonie, de' tuoi lamenti, delle tue grida, de' tuoi rantoli, brutta segrennaccia, pettegola! E vedremo poi cosa potranno per vendicarti quel zuccone di tuo padre e quelli, che ti avrebber dovuto essere sudditi; giacchè per salvarti oramai non può più nulla nessuno, nessuno, nessunissimo!».

Ed alzava la mano per lasciarle andare una guanciata, quandouna voce stentorea, che gridava: — «Sbagli!» — gli fece trattenere il colpo e volgere il capo. Sulla soglia della stanza, con la sciabola evaginata in pugno, stava ritto Sennacheribbo; e dietro a lui si accavalcavano i più dei suoi dragoni. Sogghignavano amaramente; ed il capitano a ripetere: — «Sbagli messere! Signori, avete fatto i conti senza l'oste».

La destra dell'autocrate cercò istintivamente l'impugnatura di una spada: ma era inerme. Gridò: — «Tradimento! a me! Antiboini, al Re vostro!» — e corse alla finestra unitamente ai duecórrei. Ma i loro compagni stavano affunati a coppie e distesi per terra in un cantuccio del cortile, ed i dragoni scaricabarilesi, posti in sentinella dovunque, spianando i moschettoni, li costrinsero a rientrare nella stanza. In un battibaleno vennero afferrati, ammanettati alla lor volta e trasferiti ed incatenacciati in un bugigattolo oscuro, sebbene protestassero arrogantemente contro questa violazione sacrilega della Maestà Regia, del dritto delle genti, de' confini. O parlassero antiboino od exiboino od introiboino o scaricabarilese, i soldati non davan loro retta, anzi facevan le viste di non intenderli neppure. Ed il capitano Sennacheribbo aveva altro in capo, e s'affaccendava intorno alla principessa, alla sua Rosmunda, a sbavagliarla, a scioglierne, a spezzarne, a troncarne le legature, ed impartire ordini, perchè le preparassero qualche cordiale, un letticciuolo, una camera. Appena sciolta, ella balzò in piedi, come per fuggire, con gli occhi stralunati; ma, soprappresa da tremiti nervosi e con le membra intorpidite, potè solo profferire un:ohimè! e cadde svenuta fra le braccia del giovane.

Non gl'invidiate l'incarico soave! Non vide mai persona più impacciata del nostro Sennacheribbo. Il sorreggere una donna in deliquio è sempre grave, per quanto cara la si possa avere, per quanto innamorati se ne sia, giacchè pesa.Leggiera come un uccelloè una metafora tanto falsa ed esagerata che rasenta lo eufemismo.

Moralmente potrà ben dirsi:

Quid levius pluma? pulvis! Quid pulvere? Ventus!Quid vento? Mulier! Quid muliere? Nihil!

Quid levius pluma? pulvis! Quid pulvere? Ventus!

Quid vento? Mulier! Quid muliere? Nihil!

Ma,fisicamente, è un altro par di maniche.

Le donne pesano sempre; e svenute, sempre come insegna lafisica, pesan di più. Ma quando poi la svenuta è la nostra sovrana, l'erede del trono, la futura Regina di seicencinquantaquattromila trecenventun miglio quadrato di territorio e di cenventitrè milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove sudditi; e che noi, che la sorreggiamo, non siamo se non un povero capitanucolo de' dragoni, un trovatello spiantato.... mamma mia, che imbarazzo allora! oh che impiccio! che impaccio! che briga! che soggezione! che paura di violar qualche canone di etichetta! Chi sa quali regole prescrive l'etichetta delle Corti ne' casi analoghi? Chi sa quali siano le disposizioni del cerimoniale? E come apprestarle soccorso? come farla rinvenire? Recarsela in seno e portarla di peso su qualche letto ed adagiarvela? Misericordia! che familiarità indebite! Spruzzarla d'acqua? Che irreverenza! Slacciarle il busto e la gonna? Che orrore! E non esserci una camerista per accudirla! L'albergatrice? Ohibò! donna equivoca, schifosa, ed antiboina per giunta: come mai commetterle la cura e la salute della Principessa? E contate per nulla lo spavento? E se la tramortita morisse? Che responsabilità terribile! Morire forse per mancanza di assistenza, per trascuraggine, per pusillanimità del protettore! Il povero capitano stava fuori di sè. Per buona ventura, gli sovvenne del legaccio incantato. Senza lasciar di stringersi timidamente al petto la Rosmunda che sarebbe sennò stramazzata per le terre, sbottonò la tunica, trasse quel gingillo, che portava sul cuore, lo ravvolse intorno al pugno sinistro e v'imprese un bacio.

Non appena l'ebbe sfiorato con le labbra, ecco vacillar la terra come tremuoto; ecco divampare come un baleno; ecco un rombo come di tuono; ecco un vento impetuoso fischiare per gli anditi della casupola; e restare innanzi al capitano una donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale spargeva intorno una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da oscurare, ecclissare i torchi accesi ed il lume della alba che incominciava a penetrare dalle finestre spalancate.

— «Cara fata Scarabocchiona» — disse l'ufficiale, — «eccovi la vostra figlioccia, sana e salva, com'io credo, ma svenuta. Qui non ci son donne ed i miei dragoni sarebber bravi ad ammazzar giganti, ma non sanno trattar una creaturina come questa. L'affido a voi, dunque. Curatela voi; fate voi che rinvenga».

— «Povera figliuola mia!» — sclamò la fata, e sedutasi suruno sgabello prese in grembo e coperse di baci la giovane sempre in deliquio.

— «Fata benedetta mia, se, come ogni fata d'un certo grado, possedete anche voi un carro alato o tirato da draghi e da ippogrifi, ve ne scongiuro, riconducete voi, al più presto, la Principessa nella Reggia di Scaricabarilopoli dal padre. Frattanto io corro a sbrigare ed aggiustare un certo conto coi rapitori; e bramerei non aver impicci di donne qua presenti».

— «Non temere; la ragazza rimane nella mia custodia. Bravo Sennacheribbo, corri pure a far quel che occorre. Penserò io a rintegrar laRosmunda nel dominio paterno. Vai, vai pure,» — disse la Scarabocchiona, ed alzando la verga criselefantina mormorò certi versetti:

O rosei draghialigeriChe il plaustro mio traete;Da' vostri eterei pascoliQui qui presto accorrete!

O rosei draghialigeri

Che il plaustro mio traete;

Da' vostri eterei pascoli

Qui qui presto accorrete!

Ed ecco un elegantissimo plaustro di madreperla apparire e ristare innanzi alla finestra come un cocchio innanzi all'incarrozzatoio, come un treno innanzi al marciapiedi della stazione: lo trascinavano per aria otto be' draghetti alati, dal mantello roseo, picchiettato di violetto e con le creste e le crinier rosse, scarlatte. La riportò dentro sulle sue braccia la Rosmunda il cui svenimento aveva mutato in beneficosopore. Incarrozzata o meglio implaustrata che fu, mormorò questo scongiuro:

Là, dove afflitto un popoloPiange la sua signora;Là dove un padre (misero!)La sua diletta plora:Dove Reggia e tugurioSol per costei s'accora:Volate, o draghi aligeri,In men d'un quarto d'ora!

Là, dove afflitto un popolo

Piange la sua signora;

Là dove un padre (misero!)

La sua diletta plora:

Dove Reggia e tugurio

Sol per costei s'accora:

Volate, o draghi aligeri,

In men d'un quarto d'ora!

E salutò con la mano l'ufficiale; e gli disse: — «Arrivederci», — e sparve.

Sennacheribbo seguì con lo sguardo quel plaustro che segnava come una striscia luminosa per lo ciel sereno, e si riscosse al suono d'un sospirone che gli sfuggiva dal petto. Corse con la manoagli occhi e li trovò molli di lacrime, che rasciugò col dorso di quella, sgridandosi, riprendendosi, increpandosi, biasimandosi di tanta fiacchezza in quel momento: — «Su, su! Non c'è tempo da perdere! Altro che sospiretti e lacrimette. Occorre sbrigar qui un'opera di sangue, che serva per esempio memorando ai popoli ed ai Re. Il sole che sta per sorgere deve vedere quanto nessun sole ha mai visto».

Scese al pianterreno, chiamò il luogotenente e gli commise di comandare un distaccamento, di requisire le scale a piuoli, le corde dei pozzi e sapone e travi e zappe e badili, e di recarsi sopra quell'altura là, poco discosta, onde si scorgeva il Reame di Scaricabarili ed il corso del fiume regale che passava poi per Iscaricabarilopoli, e di rizzarvi prontamente tre forche. Il luogotenente salutò senza fiatare, e s'avviottolò subito con un picchetto. Quindi il capitano si fece condurre dinanzi le tre Maestà di Baldassarre V, Melchiorre XVII e Gasparre I, tutt'e tre saldamente affunate. L'autocrate d'Antibo, che non era facile a smarrirsi, lo sbirciò guerciamente e gli chiese con che ardire, con quale autorità osasse por le mani sacrileghe sugli unti del Signore? sconfinare e perpetrare scorrerie e ricatti in paese amico, in piena pace? violare i trattati? calpestare il diritto delle genti? Ma Sennacheribbo, che lo squadrava con un cotal riso di sdegno, non lo lasciò perorare.

— «Zittolà! Mi meraviglierei della impudenza vostra, se non conoscessi per prova la vostra sfacciataggine dalla discolpa dell'assassinio di Coppa di oro. Non vi considero come Re, anzi come rei: ed avete rotta la pace voi, senza dichiarazion precedente di guerra. Siete briganti, banditi, masnadieri, grassatori, ricattatori, plagiari, i quali accolti e trattati come ospiti cari da noi, con tradimento inaudito, senza un pretesto al mondo, avete osato rapire una fanciulla minorenne, una principessa reale, la figliuola unica dell'ospite, rapirla inconsenziente e trascinarla fuori Regno per poi sforzarla a nozze aborrite, anzi per farne crudelissimo scempio. Avete trasgredito ogni legge umana e divina: come invocarne alcuna in difesa o scampo vostro? Da lunga pezza siete esosi a' soggetti, aduggiate il mondo. Quest'ultima enormità colma la misura e trabocca la bilancia».

— «Ho Dio solo per giudice delle azioni mie, io» — risposeil guercio. — «Sono Re sovrano ed indipendente. Un vassallo, uno stipendiato di altro Re non può sindacarmi, ned offendermi. Subisco le violenze di un matto da catena... ma il primo assennato in cui m'imbatterò nel Regno del vostro padrone...»

— «Risbagliate i calcoli. Riconducendovi prigionieri a Scaricabarilopoli, metterei in imbarazzo grandissimo il Governo e finireste per iscapolarla impuniti e per muoverci una guerra di sterminio. Lasciarvi liberi, dopo avervi offesi, sarebbe ragazzata.... e mi crederei colpevole di quanto male fareste in avvenire. Ho pensato meglio. Stanno rizzando tre forche su quel poggio appunto onde si scorge il Regno, ch'è dote della nostra Principessa ed il fiume regale che passa per la città natìa di donna Rosmunda, la quale tu, autocrate d'Antibo, volevi appender lì per la capigliatura lunghissima, acciò vi morisse di fame e di strazio. E lì, sarete appiccati per la gola e strangolati tutti e tre prima che passi un'altr'ora. Così l'uman genere, sarà libero da questa pestilenza che lo ammorba».

— «Capitano,» — disse tremando il despota d'Exibo, — «signor capitano mio! Ella scherza! Badi a quel che fa! Un attentato simile, inaudito, non più visto, troppo caro le costerebbe».

— «Caro? Mi costerà solo la vita. Mel so. Vivo certissimo di morir dopo ignominiosamente. Mi sacrificheranno. Mi consegneranno a' vostri successori, perchè mi strazino e tormentino e torturino e supplizino. Sia. Mi piace. Non mi duole pagare con un tal prezzo la soddisfazione che mi procaccio. E se le mie carni verranno attanagliate, abbrustolate, sforacchiate, dilacerate, dilaniate; la fama mia rimarrà fra gli uomini eterna come il ricordo degli eroi che hanno sgombrata dai mostri la terra. Esufficit. Più non vi dico e più non vi rispondo. Tromba, suona a raccolta; tenente fate prender costoro in mezzo: se rifiutano di camminare, piattonate! Si va su quella montagnuola, lì dirimpetto, dove s'è recato il luogotenente col distaccamento».

Chi potrebbe esser da tanto di descrivere, benchè approssimativamente, benchè in parte, lo sbigottimento, lo spavento, il terrore, la sordida pauraccia di Don Melchiorre, con tutti i fenomeni che produce, con tutte le sue manifestazioni? Non v'hapreghiere umili, anzi abiette ch'egli non profferisse; non vi ha scongiuri codardi ch'egli non pronunziasse; non vi ha promesse ricche, delle quali non largheggiasse; supplicazioni, lagrime, esortazioni, dalle quali si astenesse per tentar d'impietosire o il signor capitano o uno de' signori luogotenenti o il sottotenente o il foriere, o un sergente o un caporale o un soldato. Sennacheribbo era irremovibile, i subalterni e la bassaforza incorruttibili e devoti al capitano per modo che lo avrebber seguìto contro il Re loro stesso, contro Domineddio medesimo. E poi la fedeltà loro e la ferocia erano ventiquattruplicati dal tocco della verga di fata Scarabocchiona. Il povero zoppo, stanco dalla cavalcata, si sarebbe buttato per terra, nella polvere, nel fango; ma le piattonate dei cavalieri lo stimolavano e lo sospingevano innanzi.

Il monarca d'Introibo, lui, rideva e camminava allegramente. Rideva dalla gran paura del collega e camminava allegramente, perchè tutto questo non gli pareva cosa seria, anzi uno scherzo, unafacezia, troppo spinta, se volete, di pessimo gusto, sì, ma fecezia di quel cervello balzano del capitano. Afforcar tre re? Ma vi par'egli? Chi sarebbe tanto gonzo da credersela? Tre Re, tutti insieme, in una volta, come se nulla fosse? Non se n'è mai appiccato uno, neppure Re di contrabbando ed usurpatore, nonchè dagli altri Principi, ma da' popoli in rivoluzione. Ed un capitanucolo de' dragoni oserebbe mandarne in Piccardia una triade, improvvisamente? — «Chêh! chêh! Può darsi che voglia fare un ricatto, che tanto sia capitano dei dragoni scaricabarilesi lui, quanto io imperator della China. E parla così di patibolo, per ammorbidirci e cavarci una taglia maggiore. Bisogna dunque stare sul tirato, s'è un capobanda. Ma vedrete, appiè del gibetto si scappellerà, ci farà degli inchini profondissimi, ci domanderà umilissimamente perdono della licenza poetica; si metterà a' nostri ordini; anzi probabilmente troveremo imbandito uno splendidodigiunè, che serviranno egli e gli uffiziali!». — Così pensava quel gobbetto o diceva ai compagni di delitto.

Ma l'autocrate d'Antibo aveva capito, lui, che i propositi di Sennacheribbo eran di quelli che non possono scollarsi comechessia:nunquam dimoveas. Interrogava, con inquietitudine dissimulata l'orizzonte, tendeva l'orecchio e rallentava il passo ecercava di guadagnar tempo, sperando che sopraggiungessero finalmente i tre Reggimenti mandati a chiamare; quei tre Reggimenti che potevano arrivare, liberarlo e sopraffare ed impiegar tutto lo quadrone scaricabarile. — «Oh giungessero, giungessero! Oh ne comparisse l'avanguardia!». — Oh qual terribile vendetta prenderebbe delle parole di rimprovero che aveva dovuto soffrire, delle angosce spaventose che stava provando. Morire? ed in qual modo? Muoion tanti, ma lui! Muoion tanti, anche giovani se volete e ricchi, ma infermi, ma in battaglia. Ed anche sul letto a tre colonne, sì: ma non sono autocrati, con tutti i mezzi per soddisfar le passioni! Lui era nato per mandar gli altri ad impiccare, era contro natura che il caso suo nella fine fosse un dondolo! Oh se avesse avuto modo di far conoscere ai suoi lo sue distrette? di stimolarne il passo! Bestie di colonnelli che non sanno comprendere, indovinare il bisogno urgente che si ha di loro! Ma Gasparre non aveva un legaccio incantato per chiamare in aiuto alcuna fata! e qual fata buona avrebbe voluto adoperarsi per salvar quei mostri? Demogorgone l'avrebbe poi flagellata con mazzafrusti di colubri e l'avrebbe incantata chi sa in qual barbaro modo per un secolo almeno.

Il corteo si fermò sul monticello, dove il luogotenente avea fatto acciabbattamente piantar le forche; che non eran certo costruite secondo tutte le regole dell'arte impiccatoria, ma via, per una volta tanto potevano servire. Già, il luogotenente non era un carnefice, ned i soldati tirapiedi; facevano alla meglio. Tre belle corde co' cappi insaponati si dondolavano alla brezza mattutina, che l'aurora cominciava ad inaranciar l'oriente. Accorse un dragone al galoppo e riferì al capitano che si vedevano in lontananza avanzare delle forze nemiche considerevoli. Un lampo brillò negli occhi guerci dell'autocrate antiboino; mentre il monarca d'Introibo continuava a ridere scioccamente ed il despota d'Exibo a frignare, a piagnucolare, a singhiozzare. Sennacheribbo senza scomporsi o titubare disse a' suoi: — «Sbrigatevi». — Fu appoggiata una scala a ciascun colonnino; un soldato si appollaiò su ciascuna traversa; due altri preso di peso ciascun Re, lo tirarono di piuolo in piuolo, finchè il primo potesse assicurargli il capestro al collo: poi attaccarono loro delle pietre pesantissime ai piedi legati e scesero. Sennacheribbo, chestava fumando a cavallo, tranquillamente, come estraneo alla cosa e noncurante, si cavò la spagnoletta di bocca, sputò e disse: — «Giù!». — Le scale furono sottratte ai tre meschini, i quali travolsero stranamente il volto per la rottura delle vertebrecervicali nelle estreme convulsioni dell'agonia. In quell'istante comparve il sole sull'orizzonte e percosse coi primi raggi le facce livide dei tre regnatori, i quali traevan calci al rovaio.

— «Suonate a raccolta;» — vociò il capitano, quando fu tutto compìto, rompendo il silenzio prodotto dall'orrore che ingombrava gli animi de' soldati non assueti ad assistere a tali giustizie e molto meno ad aver parte in esse. E certo se non ci fosse stato quel ventiquattruplicamento di ferocia, di ardimento e di disciplina cagionato dalla vergata della fata Scarabocchiona, non avrebbero avuto animo di obbedire al capo loro, per quanto caro l'avessero. Lo squadrone si riformò in ordine di marcia, discese dalla montagnuola e ripassò felicemente la frontiera mezz'ora prima che i tre Reggimenti antiboini giungessero sul luogo del supplizio, ed esterrefatti e raccapricciando riconoscessero e disimpiccassero i tre cadaveri regi che facevano il penzolo. Non sapevano spiegarsi la cosa; cominciarono a capirla dopo interrogati i cortigiani legati ed asserragliati nella bettola del Gallo d'oro: ma capacitarsene proprio, non sapevano! Intanto i dragoni scaricabarilesi corsero a spron battuto fino alla prima piazza forte della patria loro. Lì giunto, il capitano Sennacheribbo si presentò al comandante e si costituì prigioniero dopo avergli narrato minutamente e particolareggiatamente l'impresa condotta a termine. Il povero comandante strabiliò, spaventato delle conseguenze che il triplice regicidio porterebbe e pel capitano e pel paese; suggerì dapprima a questo di fuggire. — «Fingerò di non averla visto! si salvi dove e come può». — Ma, rifiutando Sennacheribbo di sottrarsi alla responsabilità degli atti suoi, lo fece tradurre in castello e spedì subito per istaffetta un rapporto al Ministero domandando istruzioni.

In que' due giorni Scaricabarilopoli era stata sottosopra. Ogni ora si divulgava qualche notizia strana e terribile, e con una progressione, un crescendo rapidissimo si giunse all'inverosimile, all'assurdo. Prima la disparizione della Principessa! poi la notizia del ratto. Un deputato interpellò il Ministero sulle voci che correvano intorno alla reda del trono, voci che giustamente turbavanoogni cittadino devoto alla sua patria ed alla dinastia. Il Presidente del Consiglio sciorinò una lunga pappolata, in cui dovette confessare che la Principessa era stata furata da' tre Re proci, con procedere indegno, violando l'ospitalità concessa loro, violando il giuramento d'ammissione al concorso, violando ogni regola d'onestà. Chi non si sarebbe fidato? Quindi il Ministero non era da incolparsi d'imprevidenza. Annunziò nel contempo di aver mandato ordine agli incaricati d'affari di Sua Maestà presso le Corti d'Antibo, d'Exibo e d'Introibo di protestare contro l'eccesso inaudito e direclamarel'immediata riconsegna della Principessa. Aspettare risposte: dopo le quali proporrebbe importanti risoluzioni alla Camera. Ma la quistione stare pel momento nel periodo delle trattative diplomatiche e quindi non doverglisi chiedere altro. Fu proposto un voto biasimo, e di mettere in istato di accusa il Ministero, perchè aveva fatto mancare alla Principessa una scorta sufficiente e tale da poterla salvare da un colpo di mano e tutelarla; perchè aveva lasciato sfuggire i rapitori, i quali pure avevano da fare un lungo viaggio per toccar la frontiera; e perchè conveniva di non aver saputo prendere alcun provvedimento adatto a ricuperar la rapita. Bisognò fare evacuar le tribune pubbliche, sospender più volte la seduta. Ma finalmente l'ordine del giorno di censura fu votato alla unanimità dei Deputati presenti e votanti: e la messa in accusa dei Consiglieri della Corona ad una maggioranza imponente. Ed al povero Re Zuccone, che straziato dal dolore aveva quasi perduto l'appetito, convenne ancora occuparsi della composizione di un Ministero nuovo, vedere uomini politici, mercanteggiar con essi. I primi atti del nuovo Gabinetto furono un proclama al popolo, un discorso programma alla Camera, una Nota a tutte le Potenze amiche, unultimatumall'autocrate d'Antibo, al monarca d'Introibo ed al despota d'Exibo; ed il fare imprigionar (a richiesta loro) i Ministri precedenti per sottrarli al furor popolare. Giacchè il popolo, il quale, come sappiamo, travedeva per la Rosmunda, ingombrava minacciosamente le strade della città ed aspettava che i Ministri uscissero dalla sala del Parlamento per istrascinarli a coda di cavallo, impeciarli e appiccar loro il fuoco. Nè, sebbene fosse tarda notte, alcuno pensava a rincasarsi. Quanto ad adoperar l'esercito contro un popolo chetumultuava per devozione alla dinastia, non era da pensarci, ecco!

Poche ore dopo, allo spuntar del sole, si diffonde la nuova del ritorno della Principessa, ricondotta nella Reggia della fata Scarabocchiona sua santola in un plaustro di madreperla, tirato da quattro mute di draghetti volucri, color di rosa, picchiettati di violaceo, con cresta, bargigli, giubbe, e coda del più acceso scarlatto! Tutta Scaricabarilopoli si radunò sotto le finestre del palazzo reale. E quando finalmente la Principessa pallida, convulsa, ma sorridente, comparve col padre sulla balconata per salutar la folla, fu un plaudire, un acclamare, un tripudiare da frenetici; fu un piangere universale; fu un ruggito che domandava vendetta contro gli offensori della bella creatura. La Principessa fè cenno con la mano di chieder silenzio e di voler parlare. Tutti tacquero. Con voce timida e tremante ringraziò di tanto affetto, pregò i buoni Scaricabarilopolitani di calmarsi, di aver fiducia nel Governo e.... di lasciarla riposare. La folla rispose con un'ultimo evviva e quindi sgombrò dal piazzale silenziosamente.

Poi si seppe che era stato il capitano dei dragoni Sennacheribbo, trovatello educato per carità da una povera vecchia dimorante nel vicolo Scassacocchi, arrolato volontario undici anni prima e promosso uffiziale e decorato della medaglia d'oro al valor militare per aver presa una bandiera in battaglia al nemico, quello che alla testa del suo squadrone aveva miracolosamente raggiunti i rapitori varcando la frontiera e riacquistata la Rosmunda. De' fogli volanti davano una biografia fantastica e cerebrina del capitano. Le mure furono ben presto imbrattate dovunque diViva Sennacheribbo! Viva il salvatore della Principessa!I fotografi cavaron fuori tutte le negative che rappresentavano ufficiali dei dragoni, e spacciarono a prezzi esorbitanti de' ritratti apocrifi del prode. Il popolo si recò al vicolo Scassacocchi e s'impossessò della madre adottiva del capitano e la portò in trionfo, processionalmente. Venne aperta una sottoscrizione per offrirgli un dono nazionale. La sera tutta la città era illuminata spontaneamente: non c'era povera finestruccola, misero abbaino dove non si scorgesse un lucernino, un tegame con grasso e lucignolo acceso, una candela circondata di carta almeno.

La dimane si riseppero finalmente molti particolari della spedizione;e che Sennacheribbo aveva pensato bene di far giustizia sommaria e che Guasparre I, Melchiorre XVII e Baldassare V avevan fatto un ballo in campo azzurro, e che il capitano si era costituito prigioniero in una delle fortezze dello Stato. Era di venerdì e tutta Scaricabarilopoli giocò il terno uno, cinque e diciassette,i numeri del capitano, come dicevano. Bisognò mettere questurini e sentinelle alle prenditorie, tanta era la calca di popolo che si affollava per giocare; i botteghini rimasero aperti tutta la notte, senza svacantarsi mai: uno usciva e dieci entravano. Il sabato poi convenne ritardare l'estrazione fino alle cinque per cansare disturbi. Veramente, per fortuna delle Finanze scaricabarilesi, l'uno, il cinque e il diciassette non uscirono: anzi i cinque numeri estratti furono: il tre, il trentanove, il ventuno, il sessantadue ed il cinquanta.

Tre, cioè i tre Re; trentanove, cioè impiccati; e ventuno vuol dir Baldassarre, sessantadue Guasparre e sessanta Melchiorre, come insegna laSmorfia o Libro dei sogni: quindi nessuno osò mormorare contro Sennacheribbo, ed il popolo sovrano confessò di aver mancato d'acume e di senno e di non aver saputo interpretare i fatti e cavarne i numeri buoni.

Frattanto il Governo teneva sicura la guerra co' tre Reami circostanti e finitimi; immancabile. Si spingevano gli armamenti con alacrità somma. Al Ministero della Guerra, ne' magazzini militari, ne' polverifici, negli arsenali si lavorava giorno e notte. Si allestiva l'armata, si richiamavano i contingenti sotto le bandiere; si mettevano in assetto le fortezze; si chiedevano denari alla Camera, che votò un credito illimitato al nuovo Ministero e con un ordine del giorno gli commise di mantenere intatto il decoro del paese. Un secondo proclama del Re Zuccone al popolo espone gli avvenimenti e la situazione. La violazione d'ogni fede perpetrata da' tre Re veniva stigmatizzata. Il Governo ed il Capo dello Stato ripudiavano ogni partecipazione, ogni responsabilità nella terribile rappresaglia eseguitamotu propriodal capitano Sennacheribbo, il quale, incaricato soltanto d'imprendere minute indagini sulla sorte della principessa Rosmunda, aveva preso poi su di sè d'inseguirne i rapitori, di sconfinare inseguendoli e di vendicare l'oltraggio fatto al paese ed alla dinastia in un modo che e quello e questa dovevano disconfessare. Il capitano sarebbe giudicato dal Senatocostituito in Alta Corte di giustizia per attentato alla sicurezza dello Stato, a norma dell'articolo trigesimosesto dello Statuto, come quegli che esponeva la nazione al pericolo di guerra. La quale quando scoppiasse, sebbene non voluta dal Governo scaricabarilese, non provocata, non desiderata, il popolo avrebbe pure incontrata sicuramente e sostenuta vigorosamente. Così diceva press'a poco il manifesto di Re Zuccone.

Ben presto giunsero ambasciatori straordinari da' nuovi Governi de' tre Reami finitimi. In Antibo, non essendovi eredi al trono, s'eracostituito un Triumvirato militare; due generali di esercito ed un ammiraglio avevano ridotto nelle loro mani la cosa pubblica, s'erano costituiti in Governo provvisorio e convocato una Costituente eletta con le urne custodite dai pretoriani. In Exibo era succeduto a Don Melchiorre un cugino in quarto grado, uomo giusto ed integro, sano di corpo e di mente. In Introibo l'erede presuntivo era stato ucciso a furor di popolo, tutti i principi erano fuggiti e s'era proclamata una Repubblica posticcia. Cotesti ambasciatori non venivano nè per dichiarar guerra, nè per chieder soddisfazioni tanto inaccettabili che il richiederle equivalesse ad una dichiarazione di guerra. Anzi, ognun d'essi aveva istruzioni secrete conciliativissime. Nessuno dei tre nuovi Governi pretendeva che il Reame di Scaricabarili fosse responsabile delle gesta del capitano Sennacheribbo; tutti deploravano e qualificavano severamente il tentato ratto della Rosmunda, e domandavan solo una riparazione d'onore alle rispettive bandiere ed il castigo del capitano. Secretamente il Triumvirato Antiboino ed il governo provvisorio Introiboino significavano d'esser disposti anche a transigere su questi due punti, pur che venissero riconosciuti dal Governo di Re Zuccone: ed il nuovo despota d'Exibo aveva incaricato specialmente il suo messo di un autografo di scusa e di rimpianto particolare per l'accaduto, da rimettersi all'Infanta. Il vero è che nessuno de' tre afforcati era rimpianto; che ne' loro paesi ognuno diceva: — Ci abbiamo gusto! Grazie sien rese al capitan Sennacheribbo. — Sarebbe difficilissimo di muover guerra al Re di Scaricabarili, quando l'opinione pubblica di Antibo, Exibo, ed Introibo v'era assolutamente, recisamente contraria. Inoltre e gli erarii e gli eserciti di quegli Stati erano disorganizzati per modo dallo sgoverno e dalle dilapidazioni e dalla inettezza di Guasparre, Melchiorree Baldassarre, che la guerra non avrebbe potuta esser mossa con alcuna probabilità di vittoria. Quindi i tre ambasciatori si mostrarono arrendevolissimi; l'Infanta rispose anch'ella con un chirografo alla lettera del successor di Melchiorre XVII; Re Zuccone riconobbe il Triumvirato militare Antiboino ed il Governo provvisorio Introiboino; le bandiere de' tre Stati finitimi furono issate solennemente innanzi alla Reggia di Scaricabarili e salutate ciascuna da centun colpo di cannone; la Corte prese il lutto e fece celebrar delle messe pel riposo delle anime e del monarca e del despota e dell'autocrate. Quanto al capitano, gli ambasciatori presero atto delle dichiarazioni contenute nel manifesto e nelle note di Re Zuccone, si dichiararono pieni di fiducia nella imparzialità del Senato scaricabarilese e protestarono di aspettarne il verdetto, nel quale anticipatamente si acquetavano.

Ed il Senato del Regno venne convocato in Alta Corte di giustizia per giudicare il capitano dei dragoni di seconda classe cavalier Sennacheribbo Esposito, imputato di attentato alla sicurezza dello Stato e di indisciplina, per aver senza alcun ordine sconfinato ed impiccati tre Re, esponendo il paese al pericolo di una guerra esterna. L'imputato poi venne tradotto dalla fortezza, in cui veniva custodito, nelle carceri giudiziarie della Capitale. Vi era appena da un paio d'ore, quando lo invitarono a scendere in parlatorio. C'era l'azafatta della Principessa, accompagnata da un ufficiale d'ordinanza di Sua Maestà, il quale stava discretamente in disparte nel vano di una finestra, guardando nel cortile. L'azafatta, approssimativamente a Sennacheribbo, gli disse a bassa voce: — «Signor capitano, io vengo incaricato dall'Altezza della principessa Rosmunda di ripetere da Lei un oggetto di pertinenza della prefata e sullodata Altezza che Ella presentemente ha in custodia. La esorto dunque a consegnarmi l'oggetto stesso in un plico suggellato, acciò ch'io possa recarlo nelle mani dell'augusta Infanta, sua, mia padrona (Dio guardi!) senza nè vederlo nè conoscerlo. Faccia dunque il plico su quel tavolino e lo suggelli e mel consegni, acciò ciascuno di noi per parte sua adempia scrupolosamente i voleri della riverita nostra Principessa!».

Ed indugiando Sennacheribbo, senza rispondere ad obbedire, l'azafatta cavò dalla taschetta di velluto che le pendeva allatouna busta, la baciò devotamente e ne trasse un foglio che mostrò al capitano; il quale vi lesse: — «La latrice del presente sarà creduta ed obbedita da chiunque m'ama. Rosmunda;manu propria». — Il giovane nulla disse: s'accostò allo scrittoio sitolse dal seno la giarrettiera che vi occultava: e gli parve di strapparsi il cuore dal petto. Lachiuse in una scatolettina di cartone che involse in un gran foglio bianco e legò con lo spago e suggellò più volte con l'anello che portava in dito; e consegnò l'involtino all'azafatta. La quale con un lieve inchino soggiunse: — «Riferirò all'Altezza Sua la prontezza, con la quale Ella ha ha obbediti gli ordini». — E si allontanò con l'ufficiale di ordinanza. Sennacheribbo, che non aveva aperte le labbra, venne ricondotto nella sua cella.

Appena vi fu rinchiuso e si vide solo, andò a buttarsi col capo in giù sul letto, e, premendo la bocca sul guanciale e mordendolo per soffocare e smorzare almeno i singhiozzi, cominciò a piangere disperatamente, proruppe in un pianto dirottissimo. Gli pareva d'aver tutto perduto, perdendo quell'arnese della donna amata, che apprezzava non per l'incanto, anzi perchè portato da quella: difatti, non gli era mai venuto in mente di adoprarlo, d'evocar la fata Scarabocchiona, di domandare aiuto a costei: nè gli sarebbe mai venuto un tal pensiero, che avrebbe preferito di morir di morte ignominiosa sul patibolo al dovere la propria salvezza ad una femmina, ancorchè fata, ancorchè dea. — «Gratitudine principesca!» — pensava egli. — «Ho servito. Mi buttan via come un limone spremuto! L'ho salvata, l'ho vendicata, sapendo che potrebbe costarmi la vita; e neppure un mezzo ringraziamento. Se questo cencio d'un legaccio, ch'io serbavo più gelosamente che il credulo devoto non custodisca una reliquia di Santo, mi vien ritolto senza una parola amica, benigna! Ed il Re! lui mi aveva promesso!... Ma non mi meraviglio di quello lì, forse costretto a tiranneggiarmi da riguardi e considerazioni politiche... Lei però, lei che senza di me a questa ora sarebbe morta vituperata fra gli strazî, lei che sa quel che ho sofferto, mostrarmi un po' di benevolenza poteva, un di riconoscenza, un po' di memoria! Nossignore! E questo popolaccio che comincia dal celebrarmi e dall'applaudirmi e poi, mutato il vento!... Basta! l'ho amata! ho potuto documentare questo amore col più ardito fatto e feroce che registrino lenostre istorie; ho potuto camparla: l'ho sorretta un istante svenuta con queste braccia... o non sono premiato abbastanza? E, checchè faccian di me, gli uomini non potranno dimenticarmi: ho cambiato l'indirizzo della storia di più popoli; sono comparso comedeus ex machinaed ho fatto prendere un altro corso agli eventi; ho fatto impallidire le fame de' classici liberatori di popoli, de' Bruti e degli Armodî. Eppure.... Ah! pensiamo piuttosto alla povera mamma mia, che deve soffrir tanto adesso che morrà di certo nel vedermi tradurre al patibolo od al luogo della fucilazione e che ho tanto mal ricompensata delle cure dell'amor suo gentile».

Venne il giorno del giudizio. Non un membro del Senato chi mancasse. Le tribune pubbliche erano stivate: giornalisti e corrispondenti d'ogni paese eran venuti ad assistere al memorando processo, ad estenderne il resoconto, a notare impressioni. Una folla sterminata si accalcava intorno al palazzo senatoriale. La truppa era stata consegnata.

Il Commissario del Governo lesse l'atto d'accusa: sarà inutile il riferirlo, perchè ognuno può figurarsi cosa deve essere quel monumento dell'eloquenza scaricabarilese. I colori erano caricati, Sennacheribbo, uomo profondamente crudele, avventuriero sorto dal nulla, non aveva operato per zelo dell'onor dinastico e nazionale, anzi per isfogare odii e rancori personali verso i tre Re, e per manomettere in loro la dignità regia. Tutti i Principi esser solidali; una monarchia non dover mai permettere che de' monarchi vengano manomessi. — «L'accusato asserisce di essere stato coadiuvato da una fata, che sarebbe santola della nostra augusta Principessa. Signori Senatori, i registri battesimali, i registri dello Stato Civile della dinastia tenuti dal Presidente appunto di questo augusto Consesso, non mentovano in modo alcuno questo intervento soprannaturale. Chi è che ignori lo fate essere una finzione, con la quale si trastullano i ragazzi e che la pedagogia condanna? Fate non ce n'è; non c'è alcuno Scaricabarilese vivente che possa affermare con sacramento di averne vista una, e la ragione dimostra che non possono esserci. Certo vi è qualcosa di straordinario negli avvenimenti onde ci occupiamo, che non può spiegarsi con l'andamento solito degli eventi umani. Ma, Signori, tutte le facoltà di teologia delle nostre Università v'insegnano che sefate non ce ne sono, c'è però il diavolo. E col grande arcidiavolo dello 'nferno mi giova credere che il capitano Sennacheribbo Esposito, vergogna eterna della uniforme de' dragoni scaricabarilesi, abbia stretto un patto sacrilego. Balzebù gli ha fatto fornire in poche ore di notte quella corsa prodigiosa dalla macchia di Valquerciame alla osteria delGallo d'oro. A Satanasso egli ha affidato l'augusta erede del trono, perchè dall'osteria delGallo d'orovenisse restituita nella Reggia paterna! Ad Astarotte e Belfegor sicuro, qualunque sia la forma che hanno assunta. E da Calcabrina e Draghignazzo aspetta per fermo aiuto, che vengano a liberarlo dalle mani della giustizia. Ma voi farete stare a dovere lui e tutti i trentamila diavoli infernali».

Dopo l'orazione stupenda del Commissario regio, si procedette allo interrogatorio dell'imputato. Sennacheribbo raccontò le cose molto semplicemente, tacendo solo del modo in cui gli era apparsa la fata, non parendogli opportuno divulgare il secreto del legacciolo, ch'egli immaginava la Rosmunda desiderare che rimanesse occulto. Richiesto perchè avesse mandato a Fuligno i tre Re, o per ordine o per suggerimento di chi, rispose: — «Da me, per ordine e suggerimento della coscienza mia. Feci giustizia di tre persone eslegi, che sarebbero andate impunite senza l'ardimento mio, per vendicar l'onore del nostro paese, offeso nella principessa, e per liberare l'uman genere da tre mostri».

Richiesto se avesse avuto piena coscienza del fatto e ne avesse prevedute le conseguenze: — «Tutte,» — rispose. — «Sapeva che sconterei col capo quell'opera meritoria. E ho persino annunziato a que' tre, presenti buon numero dei miei soldati, che potranno testimoniarne».

Interrogato se avesse motivi di rancore personale contro una o tutte le sue vittime ed invitato a dare spiegazioni intorno alle parole profferite nel giorno del tumulto popolare contro l'autocrate d'Antibo, parole che per l'indulgenza eccessiva del colonnello gli avevan fruttato un solo mese di arresti di rigore, rispose: — «Pronunziai quelle parole perchè indegnato dall'assassinio del povero Coppa di oro. Non poteva certo premeditare allora la impiccazione de' tre Re, come non poteva prevedere in alcuna guisa che rapirebbero la Principessa e ch'ioavrei la fortuna di raggiungerli e il modo di castigarli. Un sol motivo di odio aveva contro di loro, e questo è comune a tutti gli Scaricabarilesi: tutti, credo, erano sdegnati che tre deformi d'animo e di corpo osassero pretendere alle nozze della figliuola del Re nostro ed alla signoria del nostro paese».

Interrogato sulla partecipazione dei subordinati negli impiccamenti, rispose, assumendone tutta la responsabilità: — «I miei soldati non discutono, obbediscono. Al comando mio avrebbero fatto qualunque cosa, appunto come domani, ne giuro e ne scommetto, saranno pronti a fucilarmi sull'ordine del nuovo capitano loro».

Venne quindi proceduto all'audizione dei testimoni, che raccontarono particolareggiatamente tutti i fatti da noi narrati e confermarono in ogni punto la narrazione di Sennacheribbo. Della fata potevano dir nulla, nessuno avendola vista: ma affermarono d'essersi sentito raddoppiare a mille doppi il vigore del corpo e dell'animo, e di aver avuto per guida nella portentosa galoppata il fuoco fatuo. Quando interrogarono il luogotenente, che comandava interinalmente la compagnia, Sennacheribbo chiese di potergli rivolgere una domanda: — «Tenente, se domani Ella fosse comandato con un pelottone per fucilarmi, disubbidirebb'Ella? Cred'Ella che alcun uomo dello squadrone rifiuterebbe l'obbedienza?».

— «Capitano,» — rispose il luogotenente, — «Ella è stato per me padre e fratello; e non per me solo, anzi per tutti noi. Ella ci ha educati e rotti alla disciplina, all'obbedienza passiva. Noi seguimmo sempre le sue norme i suoi dettami: persevereremo nelle abitudini ch'Ella ci ha imposte e che son per noi una seconda natura. Se domani fossimo comandati, La fucileremmo senza mormorare. Ma, se toccasse a me d'esser comandato, mi farei saltar lo cervella appena tornato in caserma; e così, metto pegno, farebbe ogni altro ufficiale, graduato o milite dello squadrone». — Era esaurita la lista dei testimoni, quando il Presidente dell'Alta Corte di giustizia, ricevuto un piego da un usciere, e, lettolo, alzandosi in piedi disse ai colleghi: — «Osservandissimi ed onorandissimi colleghi; La Altezza reale della principessa Rosmunda chiede con la presente lettera del suo primo gentiluomo di camera, di essere ammessa a dare degli schiarimenti, che assicura importantissimiper la causa sottoposta al profondo vostro senno ed allo imparzial giudizio; e mi fa annunziare di essere nelle sale di aspetto del Senato. In virtù dei poteri discrezionali del Presidente, io penso opportuno di udire le dichiarazioni dell'Altezza Sua, e nominerò una deputazione che vada ad incontrarla e la introduca nell'aula».

Sennacheribbo divenne pallido come un cadavere, e corse con la mano al petto per frenare alquanto i battiti del cuore. Tutti i Senatori, tutti gli astanti si alzarono in piedi e la principessa Rosmunda, pallida anch'essa, fece ingresso nell'aula accompagnata dall'azafatta e dalla deputazione del Senato, e appoggiata al braccio d'uno de' vice-presidenti. Pallida sì, co' grandi occhi bruni un po' smorti, ma onestamente baldanzosa. Il Presidente le fece un'arringa complimentosa, discretamente sgrammaticata, e le disse che l'Alta Corte era pronta ad ascoltare con attenzione religiosa le importanti comunicazioni che Sua Altezza aveva annunciate. La Principessa ringraziò cortesemente, senza sgrammaticare: pregò tutti di sedere, e poi narrò per disteso la sua avventura e quanto avea sofferto; e la violenza e gl'insulti e il ratto e l'affannamento e la corsa sfrenata e la partita a dadi e le minacce dell'autocrate d'Antibo, alla imbavagliata e la mano alzata per ricaderle sulla guancia... Tutti fremevano. Narrò il sopraggiungere del capitano Sennacheribbo e lo incantesimo del legacciolo donatole dalla santola, la quale era fata. E per avvalorar la sua testimonianza, acciò messer lo Commissario regio e gli altri scettici dell'adunanza non s'incocciassero nel negare, la si chinò modestamente, con tutta modestia, e sollevando un lembo appena della veste prolissa e tanto lievemente che a stento venne scorta la punta delle scarpette ricamate, sciolse la giarrettiera; e se la ravvolse intorno al polso sinistro e v'impresse un bacio.

Non appena l'ebbe tocca con le labbra, ecco scuotersi la terra come pel tremoliccio, ecco sfolgorare un lampo, ecco il rombo d'un tuono. Un soffio di vento sibilò sotto le ampie vôlte dell'aula e fece tintinnar le invetriate, ed agitarsi le tappezzerie, i cortinaggi, le tende, i fiocchi. E gli astanti fra sorpresi ed esterrefatti videro comparire un plaustro di madreperla tirato da quattro paia di dragoncini, leucotteri color di rosa, moschettati di viola con le criniere e le creste e le ali di fiamma. Enel plaustro sedeva una donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, dalla quale si diffondeva come una luce che rischiaròsplendidamente l'aula e fece impallidire i raggi del sole meridiano. Il plaustro ristette ai piedi del seggio del Presidente; la fata smontò ed appressandosi alla figliuola ed abbracciandola, le disse: — «Che vuoi Rosmunduccia?» — e le diè un bacio proprio di cuore.

Un mormorio di ammirazione, di meraviglia, di stupore, di curiosità ed anche di spavento superstizioso, guizzò (scusate l'espressione impropria), serpeggiò per la folla. Difatti, pensate un po', all'esistenza delle fate ci crediamo su per giù tutti, come all'esistenza degl'ippogrifi, degli ippotragelafi, degl'ircocervi, ma, se ho a dirla schietta,il ver convien pur dir quand'e' bisogna, un ircocervo, un ippotragelafo, un ippogrifo, una fata, son cose che non ho mai viste al mondo mio: e mi venissero a dire che al Pincio c'è una carrozza tirata da ircocervi, che la Compagnia equestre all'Argentina ci ha degl'ippogrifi, che nelle stalle del Quirinale c'è un ippotragelafo, che nell'aula del Senato del Regno c'è una fata con la sua brava verga criselefantina ed un plaustro tratto da otto draghettini rosei, io non saprei resistere alla tentazione per quanto incurioso io mi sia. E benchè il frequentare il Pincio sia il più insulso degli spassi, il frequenterei; e benchè l'assistere alle rappresentazioni equestri sia gusto plebeo, prenderei un biglietto per questa sera stessa; e benchè le sedute del Senato non sogliano essere divertentissime, farei a pugni per entrare nelle tribune. Anche in Iscaricabarilopoli, sebben si parlasse molto di fate ai bimbi, nessuno ne aveva mai viste, e molti dubitavano dell'esistenza loro ed accampavan cavilli ed arzigogoli per dimostrar che non ce ne puol essere. Ed insomma era la prima volta in tutta laStoria Universaleche una fata compariva innanzi ad un Senato costituito in Alta Corte di giustizia; caso che molto probabilmente non si rinnoverà mai più, mai più. Dunque tutti gli spettatori si pressavano, si pigiavano, si accalcavano, si alzavano sulla punta dei piedi, si spingevano, si appioppavan gomitate; tutti volevan vedere la fata Scarabocchiona ed il plaustro di madreperla ed i quattro dragoncelli. E se li mostravano a dito e stupivano e strasecolavano.

Disse la Rosmunda: — «Cara santola, scusate l'incomodo:ma, ve ne prego, raccontate anche voi a questi Signori qui, come sono andate veramente le cose, e qual parte ci avete avuto voi, acciò si sperda ogni dubbio dagli animi loro».

E la fata leggiadrissima, compiacendo la figliozza, narrò del consiglio dato alla Rosmunda; averglielo dato perchè prevedeva e sapeva, perchè il suo libretto magico le aveva dimostro che in tal modo sarebbe accaduto quel ch'era poi accaduto di fatti: lo scombinamento degli assurdi matrimoni e la morte delle tre belve scettrate. Narrò in qual modo Sennacheribbo avesse raccolto il legaccio incantato e l'avesse baciato senza sospettarne la virtù magica, anzi come reliquia della Principessa, che celatamente, timidamente, ma potentissimamente amava. Povero Sennacheribbo, udendo così spiattellarecoram populociò, che egli si apponeva a delitto ed avrebbe voluto nascondere a sè stesso e stimava ignorarsi da tutti, si fece scarlatto e chinò il capo come un reo convinto, si coprì la faccia con le palme ed avrebbe voluto essere a cento palmi sotterra.

Oh che mortificazione! oh come tutti lo dileggerebbero! oh che amaro sogghigno di sprezzo avrebbe scoperto sulle labbra della Principessa se avesse osato guardarla! oh che fischiate gli toccherebbero! oh come gli sarebbe rinfacciata la nascita ignota e la povertà! Così pensava: ma..... la Principessa stava tutta composta a capo chino presso la madrina, e l'uditorio s'inteneriva e s'interessava per lui.

La fata proseguì, dicendo come avesse ventiquattruplicato col tocco della verga eburnea ed aurea il vigore dei cavalli e de' cavalieri; rendendo ferocissimi i miti d'animo, zelantissimi i più timidi, e freneticamente zelante, feroce, geloso ed appassionato Sennacheribbo che già da sè era superlativo in tutto. Questa vigoria ventiquattrupla aver fatto raggiungere i rapitori; a questa esagerazione ed esaltazione soprannaturale del carattere e della passione in Sennacheribbo doversi attribuir soprattutto, principalmente, il pensiero del triplice regicidio, del monarchicidio di Baldassarre Quinto il gobbo, del despoticidio di Melchiorre Decimosettimo il zoppo, dell'autocraticidio di Gasparre Primo il guercio; non altra essere stata la ragione persuasiva di quello sterminio, di quell'eccidio, di quella carneficina di regnatori. La vera colpevole, in fondo, la vera ammazzaprincipi ed afforcasovrani esser forse lei che parlava; ma, comefata, non esser sindacabile, giudicabile nè punibile che da Demogorgone: ed avere motivi, aver buono in mano per credere che Demogorgone, lunge dal punirla, l'encomierebbe dell'opra santa provocata, che non eccedeva del resto i suoi poteri, no davvero.


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