The Project Gutenberg eBook ofMater dolorosaThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Mater dolorosaAuthor: Gerolamo RovettaRelease date: May 21, 2009 [eBook #28910]Most recently updated: January 5, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MATER DOLOROSA ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: Mater dolorosaAuthor: Gerolamo RovettaRelease date: May 21, 2009 [eBook #28910]Most recently updated: January 5, 2021Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Title: Mater dolorosa
Author: Gerolamo Rovetta
Author: Gerolamo Rovetta
Release date: May 21, 2009 [eBook #28910]Most recently updated: January 5, 2021
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Mater dolorosa
Quarantesima Edizione
Casa Editrice BALDINI & CASTOLDI
Galleria Vittorio Emanuele N. 17
1919
Mentre il conte e la contessa Della Valle partivano per Parigi, o almeno così si doveva credere a Borghignano, una delle città più importanti del Veneto, il duca e la duchessa d'Eleda avevano sciolte le vele alla volta di Palermo.
A trentacinque anni, la duchessa Maria d'Eleda quantunque apparisse, in quei giorni, un po' indisposta, era ancora una donna bellissima. Bionda e bianca, aveva le flessuosità eleganti di una fanciulla, mentre tutto l'insieme le dava quell'aria che si dicearistocratica. Nulla riusciva a meravigliarla, ben poco a commuoverla e anche il tempo sembrava fosse passato dinanzi a lei senza che ella si fosse degnata di accorgersene. In quella freddezza statuaria però c'era qualcosa, da cui Lavater avrebbe tratto conclusioni molto diverse dalle solite che sopra di lei formavano gli osservatori superficiali.
La duchessa d'Eleda lasciò l'unica figlia, cui forse, chissà, abbandonava per sempre, senza versare una lacrima. Lasciò Giorgio, il genero prescelto, con una stretta di mano: cioè stese la mano e, come era solita, l'abbandonò fredda, inerte, in quell'altra che stringeva la sua, e salì col marito, che si espandeva in ogni sorta di tenerezze rumorose, sulla coperta diNewton, il postale da Genova a Palermo.
Quando il canotto che riconduceva sua figlia e Giorgio, tutto ciò che ella aveva amato e amava allora nel mondo, si dileguò dietro le navi ancorate nel porto, rimase fissa collo sguardo nel punto dove aveva vista la barca per l'ultima volta, dov'essa era sparita. E l'espressione angosciosa del suo volto, il tremito delle sue mani, le labbra arse e scolorite, tradivano a poco a poco il dolore smisurato, profondo che la poveretta con tanta forza era pur riuscita a nascondere.
Il duca salutava col fazzoletto; sospirava, piangeva; a chi non lo conosceva a fondo, anche il duca avrebbe fatto pietà.
In questo mezzo le ruote avevano ripreso la loro rapidità regolare, e ilNewtonsalutava Nervi, Recco, Camogli, tutta la fiorita riviera; a poco a poco il sole, perduta la forza de' suoi raggi, spariva dall'orizzonte, e la duchessa d'Eleda era sempre là, fissa, immobile. Essa guardava ancora lontano lontano, con gli occhi della mente e del cuore; ed era così assorta nell'immagine cara del suo pensiero, da non accorgersi della brezza che si faceva più frizzante e dell'acqua sollevata dalle ruote, che ricadeva su di lei in minutissima pioggia.
Povera Maria! Il suo occhio ancora non poteva dare una lacrima, ma quali lacrime dovevano sgorgare dal suo cuore!…
Il duca, appena uscito dal porto, si era legato al collo, per riparare la gola, il fazzoletto col quale ormai non poteva più salutare i suoi figliuoli. Poi s'infilò un soprabito di mezza stagione… Dopo qualche tempo mandò il servo per un berretto di castoro che doveva ripararlo meglio del cappello di feltro…; lo richiamò più tardi per avere il suoplaid, che si gettò sulle spalle, e finalmente, sospirando, accese una sigaretta. Ma la commozione della giornata, le lacrime sparse, il freddo della sera e l'odore del cibo, che dalla sottoposta cucina saliva sulla tolda, gli fecero sentire, oltre il vuoto doloroso dell'anima, il vuoto molesto dello stomaco.
—Maria, fa freddo. È meglio che ci ritiriamo,—disse il duca alla moglie.
—Scendiamo pure.
—Che cosa vuoi mangiare?…
—Non ho fame…
—Vuoi forse che pranzi solo?… Non posso più avere mia figlia, nè mio genero… Ho sofferto e soffro abbastanza per colpa tua!
In quel punto il capitano, che passava per caso, esclamò rivolgendosi a Maria:—Badi, duchessa, farebbe bene a coprirsi…
—Lo dicevo adesso adesso!… Prendi il mioplaid, cara…—e il duca lo offrì subito e con molta insistenza a Maria.—Vuol favorire con noi, capitano?—Il capitano accettò l'invito, e scesero tutti insieme nella sala da pranzo.
Il duca era un gentiluomo compito. Dalla parola melata, dal sorriso facile e complimentoso, discorreva di tutto con una verbosità assordante e frettolosa. Parlò, col capitano, di nautica, di commercio, di politica, della pesca del tonno, dell'America e dell'emigrazione.
L'affabilità del duca aveva una dote particolare: teneva le persone sempre allo stesso posto, come il primo giorno che le avea conosciute. Le strette di mano erano frequenti, le scappellate profonde, ma la cordialità era solo apparente. Per altro chi non lo frequentava, chi non poteva conoscerlo bene, lo diceva un uomo tutto cuore, alla mano, senza superbia… Simpatia invece non ne avevano troppa per la duchessa, che parlava pochissimo, che stava troppo sulle sue, e la chiamavano laMadonna di neve. E così appunto aveva pensato di lei, quella sera, anche il capitano dellaNewton.
Maria non vedeva l'ora di trovarsi sola, e tentava ogni via perchè terminasse la conversazione, mentre il duca faceva del suo meglio per tirare innanzi. Egli lo sapeva pur troppo: se fosse andato a letto prima del solito, non avrebbe più dormito. Solamente quando le dieci e mezzo suonarono all'orologio della sala, egli disse alla moglie:—Vuoi ritirarti, cara?… Sei stanca, avrai bisogno di riposarti.
Il capitano si alzò e accompagnò la duchessa sulla porta della cabina, dov'era aspettata dalla cameriera. Maria la licenziò quasi subito, si chiuse a chiave… e finalmente, dopo tante ore di martirio, era sola. Allora quasi fosse soffocata dalle vesti, se le strappò dal petto, e prorompendo in un pianto secco… in un singulto, in uno schianto senza lacrime, cadde prostrata in ginocchio mormorando:—Dio! Dio mio! fatemi morire!… fatemi morire!…—E così rimase tutta la notte gemendo e singhiozzando rannicchiata, colla febbre, in un cantuccio della cabina.
Nobile, ricco, tutt'altro che imbecille, coll'aureola dell'uomo pubblico. Prospero Anatolio aveva avuto tutti i requisiti per essere fortunato in galanteria; invece colle donne egli non era stato mai un Cristoforo Colombo… solo qualche volta un Amerigo Vespucci. E ciò non per altro che per un difetto di pronuncia; difetto che non gli era abituale, ma che gli si faceva pur troppo sensibilissimo quando si trovava vicino a una donna che gli piaceva.
Il povero duca, che fra gli amici parlava spedito, che nel Consiglio Comunale godeva fama di eloquente, quando si metteva a far la corte alle signore si confondeva, ciangottava fra ichecchechèe ichicchichì, e invece di un sorriso di aggradimento, otteneva una risatina di buon umore.
E a proposito della balbuzie intempestiva del duca d'Eleda, nel gran caffè di Borghignano si raccontava certo fatterello piuttosto piccante.
Un giorno, alla Camera, il duca d'Eleda doveva fare un lungo discorso sul nuovo trattato di commercio tra l'Italia e il Belgio.
Il nome del relatore, nuovo alle battaglie parlamentari, la importanza della tornata, avevano popolata l'aula e le tribune. Il duca incomincia a discorrere. La sua parola chiara, facile, senza affettati ghirigori, correva spedita e ascoltata, quando nella tribuna, fra le signore, comparisce madamigella Blasch, che aveva da poco tempo sostituita la Clarence-Lory nellatroupedelMaynadier.
Fra questa giovane virtuosa… di canto e il neo-deputato esisteva da poco tempo un'intimità molto sospettata. Era una tentazione… superlativa, madamigella Blasch, e vestiva, in quel giorno, un abito di velluto turchino-mare molto attillato. Il volto aveva freschissimo, le labbra tumide, l'occhio stanco. Il duca la vede… Che cosa mai gli ricorda quella donna? Non si sa; ma da un momento all'altro l'agitazione s'impossessa di lui, la paura del pericolo lo confonde, perde la parola, il pensiero divaga, egli impallidisce… è perduto! Alloracocotoni, cu-cuoi, co-commercio, e i prodotti d'esportazione e d'importazione passano fra le risa e i commenti degli onorevoli.
Intanto Prospero Anatolio passava la trentina, e sua madre venendo a morire gli balbettò un nome e una preghiera. La preghiera di finirla con la sua vita da scapolo, il nome della signorina Maria di Santo Fiore.
Era il luglio del sessantuno. La Camera, chiusa dopo la morte del conte di Cavour, non occupava gli ozi del duca; l'infedeltà scoperta di un'amica gli aveva messo nell'animo quello sconforto che qualche volta persuade l'uomo anche a prender moglie e, ad ogni costo poi, non avrebbe voluta estinta la lunga discendenza dei d'Eleda. Tutto ciò calcolato, strinse la mano alla morente, giurando che il nome gli resterebbe impresso nel cuore, e la preghiera sarebbe stata esaudita.
Il duca viveva molto a Torino, allora capitale del regno, e nelle sue corse a Borghignano era un miracolo se interveniva ad una serata di sua madre. Quelle riunioni informate al più austero cerimoniale lo seccavano cordialmente.
Ancora, dunque, egli non conosceva affatto la signorina Maria. Ma sapeva bene che la geologia del Santo Fiore si perdeva nella notte dei secoli, e che la giovinetta, ultimo rampollo dell'albero vetusto, aveva ereditato dalla madre inglese l'indole, il sangue, la bionda e pallida bellezza… e centomila lire di rendita.
Presto egli fece la domanda, e la risposta, favorevole, fu data ancora più presto. I parenti della fanciulla, orfana da vario tempo, diedero una festa di famiglia, dove lahigh-lifedi Borghignano fece pompa di tutto il suo splendore e dove Prospero Anatolio incontrò Maria per la prima volta.
Maria, bella a trentacinque anni, allora che ne aveva sedici era una meraviglia. Nude le spalle, nude le braccia, nudo il seno, fra le rose del suo abito bianco, tutta quella nudità, alla quale era costretta per la prima volta, le tingeva coll'amabile rossore della verecondia le carni alabastrine. Il cuore le batteva forte forte, e la commozione delle gioie promesse e fantastiche, le angosce dell'ignoto, i segreti turbamenti dell'innocenza, la rendeano più bella e più attraente.
Prospero Anatolio fu sedotto, affascinato, e:—Vi a-a-aspetta nella mia casa il po-posto venerato di mia madre—balbettò alla fanciulla.
Maria levò sopra di lui il suo sguardo dolce, sereno: e la goffaggine, la confusione del duca, non dissiparono la favorevole prevenzione che ella già sentiva per l'uomo colto e reputato che le stava dinanzi. Invece gli fu grata di quella goffaggine, di quella confusione, che la povera illusa credeva fosse il turbamento dell'amore.
Ma non era il turbamento dell'amore. Era il turbamento dei sensi.
A Maria il duca Prospero Anatolio non domandò che due cose: il piacere e un figlio maschio.
Egli non pensò mai a farsene un'amica, la cara compagna e l'inspiratrice del suo lavoro, la consigliera, il conforto nelle ore della sconfitta e dello scoraggiamento.
Nè alla donna, a sua moglie, a questo essere, ch'egli a torto o a ragione giudicava inferiore all'uomo, si degnò mai di stender la mano per inalzarlo; invece si compiacque, autocrate capriccioso, di dominarlo dall'alto della propria superiorità. Carezze, baci, moine, specialmente in principio; ma i tesori della mente e dell'anima di sua moglie nè prima nè dopo conobbe o curò, forse distratto, forse incapace d'intenderli; confidenza insomma gliene concedeva pochina, stima del pari, autorità punta.
In questo mezzo, i fatti d'Aspromonte avevano suscitata più viva, più accanita che mai, la lotta per laquestione romana. L'avvenire, secondo il duca d'Eleda, si preparava torbido assai. Con la corrente delle riforme, la Chiesa combattuta, il suo potere discusso, minacciato, scemava per necessaria conseguenza anche l'autorità morale della religione. Egli allora sentiva il popolo, che per lui era sempre la plebe, i contadini, dei quali inconsultamente si voleva far tanti dottori, intonare ilça-iradella repubblica. Questa benedetta paura della repubblica gli faceva perder la testa: abbandonò sua moglie, che incinta non poteva seguirlo, e corse a Torino, per opporsi all'irrompere delle idee nuove. È inutile il dire che tutti i suoi sforzi riuscirono vani. Però l'audacia, l'energia ch'egli seppe dimostrare in questa occasione lo misero, come si dice, sul candelliere, ed egli divenne illeaderdell'estrema destra.
In una terra di ciechi, un miope fa certo fortuna; ed il partito clericale, forte, disciplinato, minaccioso fuori della Camera, nell'aula parlamentare era impotente, nè avrebbe trovato nel proprio seno chi per l'influenza del nome e delle ricchezze potesse rappresentarlo meglio di lui. Il duca dunque fu riconosciuto e accettato come capo della fazione, e così, o bene o male, se non una celebrità, divenne una notorietà della Camera. Il Governo lo aveva in considerazione, gli avversari in molte occasioni ne cercavano l'alleanza, i giornali, amici o nemici si occupavano di lui assiduamente, per combatterlo o per difenderlo: in una parola, mentre prima la sua vita parlamentare si perdeva intera nella monotonia di un voto dipendente, ora gli presentava tutte le commozioni della battaglia, con un piccolo esercito da guidare: e attorno al suo nome cresceva quel rumore tanto lusinghiero per le piccole ambizioni, quel rumore che precede la fama.
Durante la prima settimana della sua assenza, Prospero Anatolio fece due corse a Borghignano, ed una ne fece nella seconda; poi gli giunse il telegramma che lo avvertiva del parto imminente. Appena lo ebbe ricevuto lasciò senza indugio Torino; ma, prima che egli fosse giunto a Borghignano, la duchessa si era già felicemente sgravata.
Maria aspettava suo marito, come ogni donna in quel momento supremo aspetta il padre della propria creatura. Prospero Anatolio invece entrò in camera con un fare ben poco espansivo e con un'aria soddisfatta ancor meno. Sua moglie gli aveva dato una bambina, mentre sapeva pure ch'egli voleva un maschio ad ogni costo! Due giorni dopo, egli dovè ripartire; e poichè i giornali portarono ai sette cieli l'abnegazione colla quale il duca d'Eleda sapeva anteporre alle gioie ineffabili della famiglia i doveri dell'uomo pubblico, così egli rimase molto tempo senza farsi vedere a Borghignano.
Maria volle allattar lei la creatura, e nell'affetto e nelle cure di madre non si accorse nemmeno della solitudine che la circondava.
Intanto la vita dell'uomo politico alla quale Prospero si era ormai dato interamente, lo teneva, in quei primi anni, quasi sempre lontano dalla famiglia. Solamente nelle vacanze parlamentari egli viveva con sua moglie e colla piccola Lalla; ma poi, finchè restava aperta la Camera, non domandava e non si prendeva congedi; e così ogni giorno crescevano gli insidiatori al talamo trascurato. Ce ne furono di tutte le età e di tutti i metodi: i vecchi coll'astuzia scaltrita, i giovani colla passione, gli uni colla lusinga del mistero, gli altri collo stimolo della vendetta tentarono il cuore di Maria, ma contro la rocca assediata si spuntarono ingloriosamente tutte le arti nemiche.
La virtù di Maria, come tutte le virtù delle donne che resistono, aveva alleati fortissimi. I suoi erano la fierezza di carattere, la nobiltà dei sentimenti e una sagacità molto fine: e fu allora che, con la ripugnanza dell'ermellino, per non aver inzaccherate dal fango neppur le balzane della veste, si ritirò dal mondo, si rinchiuse nella sicura tranquillità della sua casa e, con un pretesto o coll'altro, mise alla porta tutta labuona societàdi Borghignano.
Si fece una sola eccezione per il conte Giorgio Della Valle, che, quantunque giovanissimo ancora, nutriva da molto tempo per la duchessa Maria un'affezione quasi fraterna. Di ciò, s'intende da sè, la mattina all'ora di colazione, e la sera dopo il teatro, nel gran caffè di Borghignano, si faceva ogni sorta di commenti. Ma anche la maldicenza non faceva a Maria nè caldo nè freddo: aveva quella sua bimba che veniva su vispa come un demonietto; aveva un marito che, elevandosi dalle mediocrità inconcludenti, sapeva tener alto l'onore della casa; aveva un amico onesto, sincero, affezionato, al quale poteva confidare e gioie e timori, con cui discorrere del suo bel sogno di madre… Che cosa poteva desiderare di più?
Questo prezioso amico si allontanava per altro troppe volte e per troppo tempo dal palazzo d'Eleda.
Giorgio Della Valle non aveva ancora vent'anni quando si arruolò fra iCacciatori delle Alpi. Fu più tardi uno deiMille. Ferito aBezzecca nel sessantasei, poco tempo dopo, rinfrancato, si batteva aMentana.
Molto giovane ancora, e molto poeta, il suo ideale era l'Italia, e la vagheggiava libera e col berretto frigio.
Giorgio Della Valle era unsognatore; ma bisogna ricordare che a vent'anni il Manzoni, il Giusti, il Settembrini avevano avuto quell'istesso ideale, avevano fatto quell'istesso sogno; invece la gioventù scettica e quattrinaia che dorme… e non sogna, senza essere più svegliata per questo, gridava al conte repubblicano la croce addosso, gli arrabbiati chiamandolo un mestatore ambizioso, e i tolleranti un matto pericoloso. Pazienza ancora se si fosse trovato al verde; dei conti che facciano il democratico tanto per isbarcare il lunario, se ne possono trovare a dozzine, ma democratico, ricco e conte?… per l'aristocrazia gretta e provincialesca di Borghignano era proprio roba da chiodi.
Ma intanto ch'egli perdeva il sangue a Bezzecca e il credito d'uomo serio a Mentana, anche la stella del duca d'Eleda cominciava ad offuscarsi. Prospero, per dire il vero, non era mai stato un uomo di serio valore. Ebbe solo un qualche momento di notorietà, poi ricadde nel buio. Quando seguì la convenzione del sessantaquattro, che trasportava la capitale a Firenze, lamaggioranzan'ebbe una scossa, leminoranzecambiarono di posto, e i malcontenti di tutti i colori formarono una nuova fazione, che si chiamò allora lapermanente, con alla testa il conte di S. Martino. Per questa evoluzione anche il duca, naturalmente, perdette il suo grado, e da capitano che era, o si credeva di essere stato, ritornò alla Camera fantaccino.
Inoltre i clericalipurinon potevano essere più tollerati, e nelle elezioni generali del sessantasette anche Prospero, se volle essere rieletto, dovette fare parecchie concessioni al cambiato umore degli elettori. Le discussioni intorno alla libertà della Chiesa e alla liquidazione dell'asse ecclesiasticolo avevano trovato avversario, ma timido e taciturno: egli voleva salvare l'anima, e non voleva perdere il collegio; e quando si riaccesero le controversie sullaquestione romana, il deputato di Borghignano non esprimeva il proprio parere altro che nel secreto dell'urna. Ma così, altalenando, finì come doveva finire, cioè coll'essere «a Dio spiacente ed a' nemici sui»; e fu abbandonato da tutti. La sua autorità, la sua influenza furono sminuite, e non vedendosi più ascoltato non apriva più bocca se non per rispondere all'appello nominale. Egli non sapeva più che cosa fare, che cosa tentare, dove andare, a qual santo votarsi, per fare ancora un po' di chiasso, per ritornare, in un modo o nell'altro, un uomo importante.
Fu allora che cominciò a pensare a sua moglie. Con sua moglie vicina, egli avrebbe avuto una casa dove avrebbe dato pranzi, feste, balli, alleati efficacissimi delle mediocrità danarose. Pensò alla bellezza, all'intelligenza, alla fama intatta, alle attrattive dellanovitàche avrebbero circondata a Firenze la duchessa d'Eleda, e sperò, col suo aiuto, di poter ancora far parlare di sè. Prospero Anatolio non poteva avere l'ambizione dell'uomo d'ingegno: era vanità, più che ambizione, la sua. Egli non aspirava ad incidere il proprio nome nelle pagine della storia, ma gongolava leggendolo stampato per le gazzette; e fra tutte, quella che leggeva sempre con maggior interesse, era laGazzetta di Borghignano, perchè pur guardandola con aria di superiorità sprezzante, Borghignano non la perdeva mai d'occhio. Egli voleva essere un uomo grande; ma si sarebbe contentato (meno male!) che lo tenessero grande, almeno là, a Borghignano.
Fatto il disegno, Prospero Anatolio volle metterlo subito in esecuzione, e perciò il conte Giorgio Della Valle, visitando una sera la sua buona amica, la trovò triste e preoccupata.
—Che cosa avete, signora Maria?… avete un po' displeeno state poco bene?
—No… tutt'altro.—E così dicendo, la duchessa, distratta, continuava a tagliar le pagine di un volume del Charpentier con una stecca di avorio.
—Eppure dovete averci qualche seccatura. Lalla non è stata buona?
—Eh! che volete, ebbe i suoi capricci con miss Dill anche stasera: ma poi si è addormentata tranquillamente.
—E allora?—insistè il giovanotto, sicuro di non ingannarsi.
—Allora, proprio lo volete sapere?… A voi; leggete.—E così dicendo, Maria porse una lettera a Giorgio, sulla quale brillava in tutto il suo splendore uno stemma gentilizio.
—Prospero ha forse ragione… ma io sono così poco amante di novità!… Al pensiero di dover lasciare la mia casa, la mia quiete, le mie occupazioni, per andare a mettermi in mostra, è un pensiero che mi secca… che mi dà noia.
Giorgio intanto leggeva la lettera a mezza voce.
«Ma chère et ma reine,
«Da vario tempo studio intorno a un progetto pel quale imploro la tua approvazione sovrana. Il vivere lontano dalla famiglia, esiliato dalle pareti domestiche, comincia a riuscirmi di un peso insoffribile. Sento farsi più intenso ogni giorno il desiderio delle vostre carezze, ho bisogno di distrarmi col cicaleccio della mia bambina e di rallegrare lo spirito affranto nel tuo bel volto pallido e sereno. Aggiungi a tutto questo, che io incomincio a invecchiare e, cosa peggiore, ad accorgermene. Nelle mani dei camerieri di locanda mi trovo mal servito, mal trattato, e il mio appartamento non è abbastanza comodo, quantunque sia dei migliori. Per soprappiù non istò affatto bene; e lo attribuisco alla cucina deirestaurants, alla quale non ho mai potuto abituarmi. Ho già trovato e fissato il quartiere e ho già dato tutti gli ordini opportuni.
«Per cagione di nostra figlia e della deputazione che, pur troppo, mi tiene sempre legato alla catena, tu pure fosti costretta a condurre una vita tutt'altro che allegra. Ma adesso, essendo più libero, cercherò compensartene: qui a Firenze troverai una società omogenea, si pronostica un carnevale brillante, senza contare poi tutte le feste che si daranno più tardi, in occasione del matrimonio del principe Umberto.
«Dimmi quanto tempo ti occorrerà per fare i preparativi della partenza, con tutto tuo agio, senza darti alcun pensiero di me, che sarò sempre il più innamorato dei mariti e il più devoto dei servitori.
«Salutami lo zio Eriprando, ricordami a miss Dill e a Giorgio, e baciami sulle guance di Lalla.
11 Gennaio 1868.
«Il tuo«PROSPERO ANATOLIO».
«PS.—Tutto ben calcolato, sarà a prenderti lunedì, 20 gennaio, e ripartiremo il 25. Il cuoco potrebbe venire a Firenze col cocchiere il 18. Intanto Giuseppe e Pietro, che restano a Borghignano, avranno cura dei cavalli, e l'uno o l'altro farà anche la cucina. Regolati per tutte le disposizioni occorrenti.Sans adieu».
A questo punto Giorgio, restituita la lettera, si mise a ridere tutto allegro.
—Come! Ridete?—disse Maria, mortificata.
—Perdonatemi, duchessa; ma se sapeste che buona notizia ho ricevuto da questa lettera!
—Voi?
—Sì, io. Aspettate, e poi mi direte se non ho ragione di essere contento.—Così dicendo, Giorgio, tolta una lettera dal suo portafoglio, cominciò a leggere di nuovo e ad alta voce:
«Carissimo nipote,
«Parto fra otto giorni e vado a Parigi. Devo conferire con Nigra per incarico avuto dal nostro Governo, e poi ripartire per il Belgio e la Prussia.
«Resterò assente un mese o forse due.
«Mia moglie è sempre indisposta, non posso adunque prenderla meco e non vorrei lasciarla qui affatto sola.
Tu sei il mio unico parente, non hai nulla da fare (per la repubblica c'è tempo) e, aspettandola, potresti lasciare ilfascio, leloggiee i fremiti di Borghignano, per adempiere ai tuoi doveri di nipote.
«La zia ha i capelli misto-marengo, non temo perciò le tue seduzioni; è irlandese, e l'influenza delle tue idee progressiste potrà anzi farle del bene.
«A proposito della repubblica: il presidente lo prendete bell'e fatto, o lo ordinate apposta? In ogni modo non dimenticarti di raccomandargli la mia testa: potrà sempre riconoscerla dalla coda.
«Attendo una risposta a volta di corriere.
«Fa quello che vuoi. Ti lascio libero della tua volontà: ma, se rifiuti, bada che ti diseredo.
«Ascolta dunque le mie preghiere, unitamente a quelle dei tuoi creditori, e prendi subito ildirettoper Firenze. Tua zia ti prepara una benedizione del Santo Padre.
«Ti stringo lasinistrae mi dichiaro colla destra
«L'affezionato zio«PIER LUIGI DA CASTIGLIONE».
—Ma dunque? Voi pure venite a Firenze?—esclamò Maria; e ne' suoi grandi occhi, invece delle lacrime, brillava adesso la gioia.
—Certamente!… Volete che mi lasci diseredare? Ho già risolto e parto fra otto giorni.
—Oh bravo!… Nel caso contrario, sapete, mi sarei unita io pure a vostro zio…
—E ai miei creditori.
Maria rise del motto, e fra le due buone creature cominciò quella corrente di allegro umore, schietto e sereno, che di tanto in tanto fa così bene all'anima e alla salute. Giorgio mise in canzonatura Prospero Anatolio, il quale sottoponeva il suoprogettoalla volontà sovrana della consorte e finiva poi col fissare la giornata e l'ora della partenza. E Maria rispose citando il conte Pier Luigi, che lasciava il nipote libero della propria volontà, minacciando per altro di diseredarlo se non avesse fatto a modo suo. In conclusione, entrambi convennero che tanto Prospero quanto Pier Luigi avevano i loro difetti, le loro pecche; ma erano pure le due eccellenti persone! Maria andava persuadendosi che suo marito non era dalla parte del torto e che, chiamandola presso di sè, le dava veramente una prova d'affetto. Conveniva che, a Borghignano, divertimenti nè distrazioni non ce n'erano affatto, mentre a Firenze avrebbe potuto uscire un po' da quella vita monotona e sollevare lo spirito, specialmente frequentando i teatri; ed anche per l'educazione di Lalla il nuovo disegno di Prospero Anatolio veniva assai opportunamente. Vedendo persone nuove e vivendoci in mezzo, il demonietto avrebbe perduto un po' di quella sua selvatichezza indomabile, e con suo padre vicino avrebbe fatto meno capricci.
Giorgio approvava tutte le considerazioni di Maria, si lasciava burlare a proposito delle sue aspirazioniplatonicamenterepubblicane, e così, fra una chiacchiera e uno scherzo, quella sera, invece di andarsene alle undici, come era solito, lasciò il palazzo d'Eleda quando la mezzanotte era già suonata.
Un'ora dopo, Maria si addormentava beata, tranquilla, sorridendo alla nuova felicità che l'aspettava a Firenze, senza aver notato il cambiamento del suo umore, senza averne avvertito il perchè, senza domandarsi come mai prima le aveva data tanta pena la lettera di suo marito ed ora invece le procurava tanto piacere.
Il conte Della Valle, un'ora dopo, era ancora alclub, e quando la mattina scrisse allo zio accettando di andare a Firenze, non ricordava nemmeno che a Firenze ci sarebbe andata pure la duchessa d'Eleda.
Maria comparì la prima volta in mezzo al bel mondo fiorentino, nel gran ballo della principessa Balbi della Bicocca. Già essa vi era stata annunziata, e la precedeva quel vociare inquieto, quei mille pettegolezzi coi quali si fabbricano le biografie improvvisate di tutti coloro che attirano la curiosità della gente. Gli uomini ne parlavano con entusiasmo, le donne con una certa diffidenza; esse temevano una rivale.
La bellezza della duchessa d'Eleda aveva raggiunto allora quasi la perfezione, e quel poco che le mancava per esser perfetta, ne accresceva la grazia. Era una bellezza che parlava ai sensi e al cuore; grande, bionda, pallida, l'eterno femminino di Goethe aveva in lei la sua espressione più viva, e la formosità giovanile, i suoi fascini più attraenti. Il poeta Aleardi, allora di moda, la paragonava a una Madonna pensata dal Beato Angelico, e dipinta da Rubens.
Quando non c'è un amante di mezzo che faccia da diafragma, i raggi lucenti della moglie cadono diritto a illuminare il marito: e Prospero Anatolio, come aveva già preveduto, ebbe in suo pro tutta la benevolenza che sapeva cattivarsi la moglie. Cominciavano a dimenticarlo, e la moglie lo ricollocò sul candelliere.
La celebrità, come le donne e la fortuna, si abbandona a chi sa coglierla in buon punto; e una volta raggiunta nessuno o ben pochi ripensano agli espedienti adoperati all'intento. Prospero Anatolio poi, dominato da una gran vanità, non era uomo da fermarsi ad analizzare ilsuccesso. Quando lo applaudivano alla Camera, egli dimenticava che il discorso era stato riveduto da un suo collega, costretto, per ladisciplina di parte, a tenersi nell'ombra; quando faceva ridere gli amici con un frizzo, dimenticava ilFigaroo ilFanfulla, dove lo aveva letto. Adesso si sentiva accarezzato, cercato, adulato, e non pensava a sua moglie, alla forza prima di tutto quell'incenso; quella forza ch'egli per altro, a suo tempo, non avea trascurato di adoperare.
Gli uomini di tutti i partiti, deputati, ministri, senatori, banchieri, artisti alla moda, diplomatici a spasso, generali e ufficialetti, tutto il sesso forte, insomma, si affaccendava attorno al duca e gli faceva corona: e nemmeno il sesso debole gli era avaro di sorrisi.
Maria non aveva amanti; per combatterla e vincerla bisognava dunque sedurre il marito.
E infatti fra le altre, e più delle altre, la baronessa Renata deHaute-Cour, che da vari mesi faceva delirare invano il poveroAnatolio, aveva cominciato, dopo la venuta di Maria a Firenze, amostrarsi con lui di una amabilità molto arrendevole.
La de Haute-Cour era la moglie del ministro di Francia: una donnina che sembrava uscita da un capitolo di Feuillet, piena di grazia e di nervi; che rideva, parlava, gestiva continuamente, e che formava con Maria il più vivo contrasto. La duchessa d'Eleda aveva la maestà, i modi, il sentire di una gran dama; Renata, invece, la storditaggine briosa di uno sbarazzino.
Forse appunto per un tale contrasto, o forse per il rumore, lo scandalo, l'invidia, i desideri, che la de Haute-Cour avea sollevati intorno a sè, Prospero Anatolio da due mesi ne era perdutamente invaghito, e balbettava con lei, balbettava in modo straordinario. Renata non si può dire che rifiutasse il suo omaggio, questo no; ma le piaceva di farlo giocolare, come il micino che corre, salta, scatta, si contorce, fugge e ritorna affaticandoci per ghermire il gomitolo e, quando è lì lì per afferrarlo, uno strappo improvviso glielo porta lontano.
Ma invece al ballo della Principessa della Bicocca, Prospero Anatolio raggiunse il colmo della felicità. Renata era tutta per lui solo: aveva aperto al duca una partita a due colonne sul libricciuolo dei balli, e licenziava con poche parole gli importuni che tratto tratto venivano ad interrompere i loro discorsi.
Gongolante, orgoglioso, egli non avvertiva però che i rivali da lui messi in fuga correvano ad ingrossare le file già formidabili degli adoratori di sua moglie.
Durante le quadriglie, la coppia del duca e della baronessa Renata era la più disattenta di tutte, e fece nascere confusioni disastrose nellagrande chaînee nei comandià gaucheeà droite. Fra un ballo e l'altro era sempre il duca il cavaliere di lei, l'angelo custode del suo ventaglio, il segretario dispotico del suocarnet. Il duca la faceva bere, il duca la faceva passeggiare, il duca provvedeva agli strappi del suo vestito, conducendola dove le cameriere riparavano ai guasti avvenuti nel calore delle danze.
—Il vostro è un capriccio,—gli diceva Renata appoggiandosi mollemente al braccio di Prospero.
—No! No! Per tutto ciò che ho di più sacro al mondo, vi giuro che vi amo, che non ragiono più.
—Ma… domani?
—Domani, come ieri, come oggi, co-come sempre!
—For ever?
—For ever.
—E vostra moglie?
—Mia moglie… Vi amo.
—Guardatela. È bella assai, vostra moglie…
Fatto il giro dell'appartamento, erano entrati insieme nelbuffet, e Renata, dietro a una portiera, gli indicava la duchessa, in mezzo alla sala da ballo.
Era appena finito un valzer: Maria, ancora ansante, colle guance leggermente colorite, era ammirata, circondata dal fior fiore della gioventù e dell'eleganza.
—Com'è bella!… No! Non dovete guardarla!
E Renata si strinse più forte al braccio del duca, piena di fascino e di grazia, fingendosi quasi paurosa, quasi mortificata da quel confronto.
—Voglio voi… Amo voi…—le balbettò all'orecchio il duca d'Eleda.
—Vi piaccio dunque… mi amate di più?—esclamò Renata correggendosi a tempo, e con una mano sapiente giuocando colla commenda che brillava sullo sparato tutto a pieghe e a ricami della camicia di Prospero.
—Lo vedete, Renata, non so-ono qui?!…
Renata si guardò intorno con un rapido giro degli occhi. Nelbuffetnon c'era nessuno. Nascosta dietro alla portiera, non poteva certo esser veduta: si alzò ritta sulla punta dei piedi, e con una sua mossa da monello stordito sfiorò colle labbra il volto di Anatolio, che diventò pallidissimo.
Tra Giorgio Della Valle e il duca d'Eleda non c'era molta amicizia.
Giorgio, parlando di Prospero, alzava le spalle chiamandoloclericale; e Prospero chiamava l'altro un repubblicano e faceva altrettanto. Erano rimasti molto tempo salutandosi appena, fatto abbastanza notevole in una città di provincia, fra i rappresentanti di due case cospicue del patriziato; e solo quando successe il matrimonio del duca, cominciarono ad avvicinarsi un po' più. Il conte Eriprando, lo zio della sposa, era stato tutore di Giorgio, e Giorgio era tenuto dai Santo Fiore come un figliuolo. A poco a poco, la consuetudine di vedersi ogni giorno, se non fece nascere fra di loro una straordinaria simpatia, finì col renderli amici apparentemente.
Giorgio rispettava le opinioni politiche e religiose del suo avversario; anzi, per la disparità grandissima che esisteva fra quelle opinioni e le sue, diffidava del proprio giudizio, temendolo alterato dalle prevenzioni, e si ostinava, per paura di eccedere, a voler tener il duca d'Eleda per da più assai che non valesse in realtà. Prospero poi, da parte sua, gli accordava un olimpico compatimento, giudicandolo sempre un ragazzo esaltato, ma innocuo; un po' matto, ma in fondo un ottimo cuore; e sperava, davvero, che maturandosi cogli anni e coll'esperienza avrebbe messo il cervello a partito. Nè lo vedeva di mal occhio in casa; anzi faceva pompa di una tale amicizia; perchè questa amicizia rappresentava la tolleranza del duca verso i suoi avversari politici. Di questa tattica fine egli raccoglieva già i frutti, e durante le ultime elezioni se n'era discorso favorevolmente al gran caffè di Borghignano e su pei giornali;
Adesso per altro, a Firenze, Prospero Anatolio trovò nel conte Della Valle un cambiamento troppo evidente… Giorgio alle volte era con lui così freddo, che si avvicinava a scortese… nè Giorgio aveva tutti i torti.
L'amicizia, la stima ch'egli professava a Maria erano sincere e vivissime, e perciò non poteva perdonare al duca d'Eleda di posporre tutte le virtù e i pregi inestimabili di sua moglie ad unacocotte, con tutti i quarti, ma semprecocotte.
Anche a Maria non passò inosservata la freddezza del conte verso Prospero; e questa novità, ch'ella non riusciva a spiegarsi, la infastidiva, la addolorava, la teneva continuamente sopra pensiero, tanto che una volta, non potendo più oltre frenarsi, domandò e volle saperne il motivo. Giorgio, preso così all'improvviso, non ebbe tempo di potersi schermire con arte, e la duchessa gli serrò i panni addosso sì fattamente che, pur di uscirne, egli ne attribuì la cagione alle aspirazioni politiche del deputato di Borghignano, troppo contrarie alle sue.
Ma la scusa non poteva soddisfare, perchè quelle aspirazioni erano pur sempre le stesse, mentre invece la freddezza era nuova. Giorgio allora, vedendo di non potersi giustificare, promise di correggersi, e benchè questa promessa non fosse poi mantenuta, Maria non entrò più in tale argomento. Sentiva che Giorgio le nascondeva un segreto, ch'egli non aveva per lei la confidenza di un tempo, e se ne offese.
Intanto anche Prospero Anatolio che, con un grosso rimorso sulla coscienza, avea paura di tutto, non mancò alla sua volta, di far cadere il discorso, trovandosi colla moglie, sullo strano contegno del suo amico, per prevenire il pericolo di qualche inopportuna confidenza e prepararsi, per tutti i casi, il terreno alla propria difesa. Egli pure, come avea fatto Giorgio, non trovando da dire meglio, ne dava la colpa alla politica.—Nemici politici e amici personali, è una bella frase d'effetto, come—Libera Chiesa in libero Stato—del conte di Cavour,—concludeva il duce d'Eleda.—Tutta roba da leggersi sulle gazzette; tutta rettorica! Ma, in pratica, oh! in pratica è un ben altro affare! Oggi un'allusione, domani un equivoco, la corda si fa tesa e si rompe, quando tu meno lo crederesti. Anch'io—continuava—anch'io, se devo dire la verità, ho sempre tollerato Giorgio per un riguardo verso i tuoi, per riguardo a te stessa.
Maria ascoltava e taceva; ma in fondo al cuore sentiva che Prospero, come il conte Giorgio, non era affatto sincero. Impaziente, inquieta, avrebbe voluto ad ogni costo scoprire il mistero, indovinare il perchè della freddezza e degli sgarbi dell'uno, dell'imbarazzo dell'altro.
Povera Maria! pur troppo era vicino il giorno che doveva sciogliere l'enigma e distruggere per sempre la serenità della vita sua!
Nel lunedì ultimo di carnevale si preparava a Corte una festa che chiudeva per quell'inverno i ricevimenti privati. Era grande l'aspettativa e grandissimo nei pochi eletti il desiderio d'intervenirvi. La duchessa d'Eleda, naturalmente, era una delle signore invitate e più delle altre desiderata. L'uomo propone, per altro, e Dio dispone; e il mal di capo che aveva tormentata Maria per tutto quel giorno si accrebbe nel dopo pranzo, accompagnato da brividi molesti che facevano temere la febbre. Giorgio si trovava presente e consigliò a Prospero di mandare pel medico. Il servo va e torna, e riferisce che il medico era uscito di Firenze il mattino e ritornerebbe col diretto delle undici; appena giunto lo manderebbero.
—E se ne chiamassimo un altro?
Maria preferì piuttosto aspettare.
Prospero, suonate le dieci, cominciava ad essere sulle spine, e brontolava fra i denti che il male non bisogna troppo ascoltarlo; poi da un momento all'altro, quasi temendo gli potesse mancare il coraggio se aspettava a risolversi, si fermò sui due piedi, guardò l'orologio e borbottò accigliato che egli doveva recarsi al ballo subito, dovendo conferire col presidente del suo ufficio.
Maria, che aveva notato con inquietudine il crescente malumore di suo marito, non lo trattenne, e così il duca si sentì libero e padrone di andarsene a suo piacimento. Allora, colla tenerezza, tornò ad essere gentile e affettuoso verso Maria; le fece raccomandazioni e carezze, le baciò i capelli e le mani; ma poi, la prudenza gli mancò sul più bello. Era già sull'uscio quando, rivolgendosi a Giorgio, disgustato di quella commedia, gli domandò se si fermava ancora molto tempo.
—Mi fermo ancora un pochino, se la duchessa non è troppo stanca.
—No, no; poi a momenti verrà il medico—rispose Maria.
—Benissimo, cara, fa, fa, come vuoi, e allora tu, Giorgio, dovresti usarmi una cortesia: aspettare che venga il medico e sapermi dire, quando ci vedremo più tardi, che cosa ha detto.
Giorgio alzò il capo e lo guardò senza rispondere. Prospero Anatolio capì di essere andato troppo oltre, ma conoscendo la lealtà del conte Della Valle, pensò d'affrontarlo, e gli ripetè la raccomandazione, guardando intanto Maria come per dirle:—È un tiro solito, ma lo sopporto per amor tuo.
—Io non vengo al ballo stasera—rispose Giorgio seccato—ma in ogni modo ti farò avere le notizie, se proprio le desideri.
Il d'Eleda lo ringraziò, sorrise di nuovo stringendo la mano a sua moglie e usci senza presentire l'uragano che stava per addensarsi sul suo capo.
Il fare asciutto, sgarbato del conte Della Valle aveva indispettito Maria a un punto tale, che rimasta sola con lui, lo trattò con insolita freddezza. Giorgio se ne accorse subito, ma non sapendo come giustificarsi, senza accusar Prospero, non parlò più affatto: tanto che la duchessa, seccata, gli disse di sentirsi molto stanca e che perciò pensava di attendere il dottore coricata.
—Se credete, per altro, che io mi fermi ancora per attendere le notizie, come mi ha detto Prospero…
—Grazie: non importa—rispose Maria.—Quando verrà il dottore, lo pregherò di scrivere un biglietto, e glielo manderò io stessa.—Era un tono che non ammetteva repliche, e Giorgio se ne andò indispettito contro il d'Eleda, per la sua cattiva condotta, prima di tutto, ed anche perchè era la cagione della collera di Maria. Scese lentamente le scale, e, nell'uscire, incontrò appunto il medico che entrava allora. Pensò, per un momento, di risalire insieme; ma poi, riflettendoci, accese una sigaretta e rimase ad aspettarlo passeggiando sotto l'atrio. Poco dopo il dottore scendeva. Maria non aveva che una febbriciattola; un po' di raffreddore; in breve sarebbe stato tutto sparito. Giorgio si strinse nelle spalle e se ne andò alclub.
Maria durò fatica prima di poter prender sonno; quel contegno strano e ingiustificabile la impensieriva e addolorava ad un tempo. Anche in suo marito, è vero, aveva notato alcunchè d'insolito; ma non vi fece molto caso, assorta com'era in altri pensieri. Cominciò dall'accusare Giorgio, nel suo cuore, di non essere più il medesimo di Borghignano; di avere segreti e misteri con lei, che lo amava colla tenerezza confidente di una sorella. Poi, dopo di aver cercato e ricercato seco stessa di scoprire la verità, s'interrogò alla sua volta, domandando a se stessa s'ella pure non aveva dato motivo a quello spiacevole cambiamento; e quantunque si trovasse affatto innocente, finì come finisce sempre chi vuol bene a qualcuno, coll'assolvere questo qualcuno e coll'accusare sè di durezza.
—Chi sa!—pensava Maria, che nel difendere l'amico provava un vivo piacere—chi sa!… Giorgio avrà forse qualche noia, qualche dolore, ed invece di confortarlo fo peggio. È impossibile ch'egli sia mutato in questo modo senza una ragione seria, molto seria, ed io ho avuto torto di non pensarci. Se ha risposto sì malamente a Prospero, forse avrà avuto ragione di farlo; forse avrà qualche dispiacere che lo turba, ed io aggiungo alle sue pene anche la mia freddezza…
Ma la duchessa s'ingannava. Giorgio Della Valle, che quella notte era molto fortunato al giuoco, non si ricordava più di lei, ed era allegrissimo.—E se fosse in collera con me e non tornasse?—continuava Maria a pensare,—alla fin fine, se fosse in collera, quasi non avrebbe torto. Sa di non avermi fatto nulla, e, come a me non va più il contegno verso di noi, a lui non parrà scusabile il mio… Come spiegare il nostro malinteso?… Che fare?…—E s'affannava per cercare il modo di rivederlo presto, e scusarsi, senza aver l'aria di corrergli dietro. Si ricordò in quel punto che il giorno innanzi non aveva voluto donare a Giorgio una fotografia, che piaceva molto, della sua Lalla, perchè, essendo una prima copia, desiderava serbarla per Prospero. Ma adesso, riflettendoci, capiva non essere uomo suo marito da badare alla prima copia piuttosto che alle altre; l'affetto paterno del duca, il quale, del resto, idolatrava la bimba, non capiva certe finezze: domani adunque si manderà a Giorgio la fotografia domandata. In tal modo, naturalmente, egli sarebbe venuto subito per ringraziarnela, e così spiegandosi reciprocamente, avrebbero finito col far la pace.
Con questo pensiero si addormentò tranquillamente, e si svegliò la mattina dopo con questo pensiero medesimo. Ancorchè il suo raffreddore non fosse sparito interamente, si alzò presto, e sua prima cura fu di farsi portare il ritratto da mandare a Giorgio.
—E se vi facessi scrivere a Lalla, colle zampine di mosca, il suo nome sotto?… Certo gli riuscirebbe più gradita l'improvvisata!…
Apparecchiato l'occorrente, Maria fece chiamare la bambina; ma come il solito quel folletto si era liberato dalla vigilanza di miss Dill, col pretesto di andare dalla mamma, ed invece era fuggito di corsa nel quartierino. del duca, il quale era pieno di tolleranza per i capricci della figliuola. Infatti Lalla vi metteva tutto sossopra e torturava la flemmatica pazienza di Ioh, un piccolo inglese, il vero tipo delgroom.
Lalla era fin d'allora (contava sei o sette anni) l'incarnazione di uno di quei tanti demonietti creati e messi al mondo per la dannazione del genere umano. Amava suo padre fin all'idolatria, perchè in lui aveva sempre il condiscendente d'ogni capriccio, perchè, tollerante, compiacevasi d'ogni sua impertinenza, opponendosi a Maria, quando, più severa, trovava da sgridare e magari da correggere castigando. Egli stesso, senza pensare nè all'educazione, nè alla riuscita di sua figlia, la quale con quei principî non prometteva nulla di buono, si divertiva a giuocare con lei. Le insegnava mariuolerie, si lasciava sfuggire parole un po' ardite, ridendo come un matto quando la piccina le ripeteva. Egli la faceva correre, la faceva saltare, le insegnava la scherma e l'equitazione; e però il quartierino del duca era l'Eden di tutte le delizie di Lalla. Quando poteva scappare da sua madre e da miss Dill era beata; correva là dentro; quei quadri dai colori vivaci, quelle armi, tutto quel disordine era il suo proprio elemento. Ella rifaceva il soldato, la cantante, l'arcivescovo e la duchessa madre nei giorni di ricevimento. Poi si fermava lungamente a divorare collo sguardo le donne nude, scolpite o dipinte; e benchè il duca le avesse insegnato, per tutelare la sua innocenza, che quelle non erano donne, ma anime sante, Lalla faceva già confronti fra quelleanimee sè. Gli astucci, le cassettine, i cassettini, l'armadio, lo scrittoio di Prospero Anatolio non avevano segreti per la sua curiosità infantile, nè riparo alle sue piraterie quotidiane. Prospero quando cercava qualche cosa che non gli riusciva di trovare, andava su tutte le furie brontolando con Maria e con miss Dill perchè non sapevano educare la bimba.
Anche quella mattina, dopo che la duchessa l'ebbe fatta chiamare, missDill dovette cercarla nello studio del duca.
—Cattiva!—le gridò Maria quando la fanciullina entrò in camera.—Cattiva! Hai disobbedito a tua madre, e hai detto delle bugie a miss Dill!
Lalla non rispose; ma con un salto fu sulle ginocchia di sua madre, e l'abbracciò stretta stretta. Miss Dill uscì.
—A voi—disse Maria affettando una severità che era uno scherzo—da brava! scrivete qui, sotto questo ritratto.
—Lasciamelo vedere, mamma.
—Lo hai già veduto ieri: è il tuo ritratto.
—Lasciamelo vedere, mammina bella.
—A te, guarda, sei contenta?
Lalla fece una smorfia e poi:—Sono stata più ferma di Mimì, non è vero, mamma?—Mimì era una piccola amica… una piccola rivale.
—Sì, sei stata più ferma di Mimì, la quale per altro è più ubbidiente di te, e non dice bugie. Scrivi da brava.
—E a chi regali il mio ritratto? al babbo?
—No, al tuo amico Giorgio.
—Al mio amico Giorgio? Ma non avevi detto di regalarlo al babbo?
—Scrivi, presto!
—Ne darai un altro al babbo?
—Sì, gliene darò un altro.
—Quale?
—Oh Dio! Un altro, come questo! Non farmi arrabbiare, andiamo.—E Maria, tenendo sempre Lalla sulle ginocchia, accostò a sè con una mano un piccolo scrittoio di mogano.
—Che cosa devo scrivere?…
—Scrivi…—e Maria, dettando, seguiva cogli occhi la manina diLalla—scrivi:—Al buon amico…
—A-mico…
—Giorgio.
—Gior-gi-o.—Basta?
—No! devi scrivere ancora….
—Che cosa, mammetta?
—La tua piccola Lalla.
—Tua piccola Lal-la.
—Brava! Così!—E Maria fece per toglierle di mano la penna.
—No! Aspetta.—La bimba, la quale, prima non voleva cominciare, ora non voleva più smettere, e sotto gli occhi meravigliati di sua madre scrisse, dopo la firma:for ever.
—For ever?!—esclamò Maria, stupita. Lalla guardò la mamma, e col suo intuito precoce, ebbe paura di ciò che aveva fatto.
—Chi ti ha insegnato a scriverefor ever?
Lalla, rossa rossa, balbettò, si confuse, e poichè Maria insisteva per sapere la verità, scoppiò in lacrime, e cominciò a strillare. Allora la mamma, fissandola severamente, la minacciò, se non diceva tutto, di regalareDèsir, il suo cavallino favorito, a Mimì. Era una minaccia che otteneva sempre un grande effetto.
—Non lo farò più, mamma!… Non lo farò più!…
—Va benissimo, ma prima mi devi dire tutto…
—Ho trovato per terra il portafoglio del babbo…
—Ebbene?…
—Non sapevo di far male… l'ho trovato per terra…
—Ebbene?…
Lalla mentiva; lo aveva tolto invece dal cassettino dello scrittoio, che trovò aperto un giorno, mentre suo padre, nella camera vicina, si mutava d'abito.
—E dunque? Animo, animo! bisogna dir tutto.
—E sotto il ritratto di una signora ho veduto scritto così.
—Dici una bugia.
—No, no! mammetta!—replicò Lalla, contentissima,—Hai anche tu quel ritratto—e così dicendo, scivolò dalle ginocchia di sua madre, corse nel salotto, prese un album, lo portò a Maria, l'aprì, fece passare i ritratti in fretta; poi fermandosi d'un tratto esclamò:
—Eccola! È questa qui!—e col ditino indicò il ritratto dellaHaute-Cour.
Maria impallidì, e i suoi occhi si empirono di lacrime.
—Perchè piangi, adesso, mamma?… Non lo farò più. te lo prometto.
Maria si strinse forte alla sua creaturina, e un singhiozzo, che le veniva dritto dal cuore, aprì lo sfogo ad un pianto dirotto. Lalla, che non capiva nulla, ritornò a piangere anche lei; baciava la bocca, le guance, gli occhi della povera sconsolata, e colla vocina infantile continuava a domandarle:—Perchè piangi, mamma?
Rinvenuta un poco dallo sgomento di quella scoperta, la poveretta ebbe qualche conforto dal dubbio.
Dubitò delle parole di sua figlia, dubitò della colpa di suo marito. Quelle parole—for ever—non avrebbero potuto, alle volte, essere inspirate da una simpatia vaga?… E se proprio sotto c'era un affetto, non poteva essere un affetto meritevole di perdono, scusabile forse?… Ma in questo modo, per quanto Maria lo desiderasse, non riuscì lungamente a ingannarsi. Messa in sull'avviso, non ebbe che ad osservare, attentamente osservare, per accertarsi della verità.
Maria non era innamorata di Prospero; ma quella scoperta non doveva perciò riuscire meno dolorosa. Il suo affetto di madre, la sua dignità di donna e di moglie, avevano ricevuto un grave oltraggio. Non era innamorata di Prospero, ma gli voleva bene; lo stimava, e aveva bisogno di stimarlo, perchè era il padre della sua creatura, e perchè l'onore di quest'uomo era pure il suo onore. Non era innamorata di Prospero; ma Prospero era suo marito… Ricordava che ieri, ieri ancora, egli l'aveva avuta fra le sue braccia… e pensando adesso che non vi era stata desiderata dall'amore, ma dai sensi, vedeva l'occhio di lui fissarla curioso, disamorato: lo vedeva cercar confronti, invocare altre orme, e il suo pudore, il suo orgoglio ne soffrivano amaramente.
Che cosa fare?…
Il primo pensiero fu quello di fuggire da suo marito, perchè le faceva orrore.
Fuggire?… E Lalla? Lalla la sua figliuola? Lalla piccina ancora? Avrebbe potuto dividerla dal padre? Avrebbe potuto dividerla dalla mamma sua? Avrebbe potuto lei abbandonarla? No; Maria era madre; madre sempre e prima d'ogni altra cosa, e con questo affetto si sentiva rialzar pura, quasi redenta dall'oltraggio patito.
Ma… che fare?… Vederlo ancora?… Continuare a star con lui?
La sua mente si perdeva, l'animo suo ondeggiava in mille dubbi. Ella da sè sola non riusciva a connettere le idee, e non sapeva nemmeno a chi ricorrere per consiglio. Nessuno avrebbe potuto o voluto aiutarla; e poi di nessuno ella stessa si sarebbe fidata.
—Di nessuno?… No, Giorgio mi consiglierà: di lui posso fidarmi.—Con questo pensiero Maria ritrovò un po' di calma; il suo volto turbato si ricompose ed ebbe un sorriso di speranza e di sollievo.
—Giorgio?… sì, Giorgio! Ecco spiegato adesso il suo contegno, la sua freddezza con Prospero,—andava pensando fra sè.—Egli certo sapeva ogni cosa; e il suo carattere franco e onesto soffriva nel vedermi offesa così vilmente. Ed io… che invece dubitavo di Giorgio e della sua amicizia! Ah! Ma ora gli dirò tutto, mi confiderò con lui interamente, e farò… farò tutto quello che egli mi consiglierà di fare.
Dopo una tale risoluzione, Maria scrisse sul momento al conte Della Valle, senza riflettere al passo gravissimo che stava per fare, il seguente biglietto:
«Venite subito da me: ho scoperto tutto e ho tanto tanto bisogno di consigliarmi con voi.—Maria.»
Piegata, suggellata la lettera, fatto l'indirizzo, suonò: poco dopo entrò la cameriera.
—Chi c'è in anticamera?—le chiese Maria, ancora colla voce malferma.
—Giacomo e Lorenzo.
—Mandami Lorenzo.
La cameriera uscì e ritornò quasi subito introducendo un servitorello dai quattordici ai sedici anni.
Era costui un figliuolo della nutrice di Lalla, che aveva ottenuto di entrare al servizio della duchessa, e le era fedele come un cagnolino.
—Sapete, Lorenzo, dove sta di casa il conte Della Valle?
Il ragazzo strinse gli occhi e chinò la testa, pensando, poi, dopo un momento, rispose:
—Sì, signora duchessa. Ora me ne ricordo. Sta in via dei Fiesolani, in quel palazzone vecchio, di faccia alla chiesa di San Filippo.
—Va bene. Gli porterete questa lettera. Se non è in casa, aspettate che ritorni; ma non dovete consegnarla che nelle sue mani.
Rimasta sola nuovamente. Maria raccolse le carte, le buste, le penne sparse sullo scrittoio, e le richiuse in una piccola scatoletta intarsiata.
Ma, in questo punto, un pensiero che le giunse improvviso le fece prima corrugare la fronte; poi le sue guance, quasi sempre pallidissime, diventarono rosse, di bragia, e corse ella stessa in cerca di Giacomo, fin nell'anticamera.
—Lorenzo è già andato?…—domandò al servo affannata.
—Sì, signora duchessa.
—Correte presto! fermatelo! Ch'egli ritorni qui sul momento!
Non aveva terminato di parlare, che già il servitore, fatta a salti la scala, usciva di casa, e dopo pochi minuti, che a Maria, la quale stava ansiosa ad aspettare dietro i vetri della finestra, sembrarono eterni, ritornava indietro con Lorenzo, il quale teneva ancora tra le mani la lettera per il conte Della Valle. Maria, vedendola, respirò liberamente.
—Devo aspettare?—domandò Lorenzo, quando ebbe ebbe restituita la lettera alla duchessa.
—No, non occorre, andate pure.
Era assai forte il turbamento ch'ella provava allora, con quel bigliettino fra le mani; perchè era esso appunto la causa di tanta agitazione.
Sapeva di averlo scritto in un momento di febbre, senza pesarne le parole; e però Lorenzo non era ancor uscito dal palazzo, ch'ella già cominciando a riflettere, sentì subito il timore di aver commessa un'imprudenza. Quanto più ci pensava, tanto meno sapeva rendersi ragione di tutta quella fretta di scrivere al conte Della Valle di quel partito preso così sui due piedi.—Guai, guai, se Giacomo non fosse arrivato in tempo a fermar la lettera!…—A mano a mano la sua inquietudine diventava sgomento, e la imprudenza commessa diventava sempre più grande nella sua mente…—Guai, guai, se Giacomo non fosse arrivato in tempo!…—Pure, anche quando finalmente la lettera le fu restituita intatta, Maria non riebbe la calma.
Era angustiata dal timore e oppressa da una soggezione strana: guardava la lettera, che teneva sempre chiusa in mano, voleva aprirla e non sapeva risolversi, non osava. Finalmente, si fe' coraggio, stracciò la busta:
—Venite subito da me: ho scoperto tutto e ho tanto tanto bisogno di consigliarmi con voi.—Ma s'egli non sapesse nulla, pensava, ho io il diritto di metterlo a parte di un segreto che è il segreto di mio marito?—Ho bisogno di consigliarmi con voi!—Consigliarmi con lui?… No. Io sola devo difendere il mio onore, e poi, non ho forse lo zio a cui rivolgermi, lo zio che mi fu padre e che ho dimenticato!… Il dolore dunque rende ingrati; perchè sono stata ingrata col mio unico parente, e mi sono rivolta per aiuto, per consiglio, a chi?… ad un estraneo!… Un estraneo?… Eppure… scrivendo a Giorgio, ho provato un grande conforto. Ho sentito nel mio cuore che potrei ancora perdonare, che potrei ancora essere felice… Felice?…. per lui dunque?!… Ah! mio Dio! mio Dio! sarebbe possibile?!…
Maria, atterrita, interrogò il suo cuore, e il cuore, duramente, tanto era inesorabile quella risposta, tanto era angosciosa per la poveretta che ormai non poteva più dubitarne, il cuore duramente rispose che ella amava.
—Sono perduta! è più forte di me! sono perduta!—esclamò piangendo disperata; e allora sentì che nessuno al mondo, nemmeno le carezze di Lalla, avrebbero potuto farle dimenticare quel nuovo affetto che, scorto appena nella improvvisa vicenda dei suoi dolori, già cresciuto gigante, la padroneggiava.
—Ed io, io che non voleva perdonare…
In questo punto, ricordando la colpa di suo marito, le sembrò quasi che una mano vigorosa le stringesse il cuore, così da soffocarne ogni palpito. Quella colpa le sembrò odiosa, e la sua virtù, il suo orgoglio, la sua fierezza si ribellarono contro la sua propria passione.
Fu una lotta accanita, crudele; ma ne uscì vittoriosa. Piangendo sempre, perchè quel sacrificio era enorme, era uno di quei sacrifici che uccidono: non consolata ma sicura; colla fede, che tante volte è l'unica difesa della donna, pregò Dio, invocò sua madre per sè, per la propria creatura….
Mentre Maria pregava e piangeva, senza ch'ella se ne accorgesse, si aprì lentamente l'uscio della sua camera, e Lalla, che da due ore non riusciva a spiegarsi quel mistero d'ordini e di contro ordini, cacciò fuori adagio adagio il suo scarno visetto, con gli occhi vivi, pieni di furberia e di malizia, fra le tende della portiera, trattenendo il respiro, tentando di capire, fra i singhiozzi della mamma, che cosa fosse accaduto di nuovo.
Ma quella poveretta non pregava con le labbra, pregava col cuore: e così fu delusa, allora e sempre, la curiosità della piccola imprudente.