—Chi prende il tenentino Pippoli?… Numero uno a rispondere!
—Rifiutato.
—Numero due.
—Rifiutato.
—Numero tre.
—Idem.
—Numero quattro?
—Come sopra!
—Allora lo prenderò io,—-disse timidamente la biondina, quella del naso all'insù.
—Signore anziane, accordate Pippoli alla postulante?—domandò Lalla alle altre ragazze.
—Accordato! Accordato!—risposero in coro.
—Ed ora, attente.
Adesso veniva una ballerina che si teneva ciondoloni in braccio ad un bel signore alto, biondo, colla chioma studiatamente inanellata, la scriminatura larga, diritta, giusta, la gardenia all'occhiello della giubba e ilpince-nezdorato. Ballava, tal e quale, come se facesse la cosa più seria del mondo, respirando a tempo di musica e non curandosi affatto della compagna, tutto compreso in una gran prosopopea.
—Attenta, Giulia,—esclamò Lalla vedendolo,—questo… è magnifico!
—Oh! bello! Oh! bello! Oh! bello!—esclamarono tutte insieme, con finta ammirazione.
—Numero, uno, è per te.
—Stupendo, ma non lo merito: lo cedo al numero due.
—Troppo tardi, la scelta è già fatta.
—Anch'io,—riprese la Giulia,—mi sono impegnata.
—Allora al numero tre,—disse Lalla.
—Non posso. Il mio cuore è già preso; oluio il convento.
—Ma veramente, lo statuto si oppone ai voti segreti.
—No, no!… La scelta è libera!—esclamarono di nuovo le ragazze.—Ci siamo tutte maritate ormai!… Di nubile non c'è più che Lalla!
—Oh! io non ho premura e non mi sgomento; mi voglio prendere… chi sarà il vostro preferito!
—Bene! Brava! Bravissima! Accettato!—e le allegre giovanette incominciarono a battere le mani gridando: si divertivano a far rumore e ci tenevano a farsi notare.
E qualcheduno infatti già cominciava a prestar attenzione a quello stormo di belle ragazze: anche il conte Della Valle, ch'era ritto in piedi, pensoso ed immobile in fondo alla sala, alzò il capo, ma non si mosse; si mosse invece e uscì sul terrazzo un avvocatuccio un po' attempatello, rotondo come un barilotto divermutte, colla sua brava medaglia di deputato appesa alla catenella.
—Oh! Oh! Dove si nascondono, dove si nascondono le signorine belle?—cominciò l'onorevole—qui si ride e…
—E là si muor!—rispose subito una del coro canticchiando e nascondendosi dietro le compagne, che ridevano e scherzavano.
—Vediamo un po', vediamo un po',—continuava l'onorevole,—che cosa vuol dire questa diserzione in massa dalla sala da ballo?… C'è chi lamenta, e a ragione, la scomparsa dei nostri fiori più belli.
—Oh, caro! par vivo!—borbottò Lalla, a mezza voce, tanto da esser intesa solo dalle compagne, mentre assumeva in faccia al deputato un'aria contegnosa. E le altre, senza dargli retta, cominciarono a corrergli d'intorno, domandandosi e rispondendosi sempre ridendo:—Numero uno, è per te!—Grazie, non ne prendo!—Numero due!—Non ne voglio!—Numero tre!—Rifiutato!—Numero quattro!—Respinto!—e scappando, chi di qua, chi di là , lasciarono solo, con un palmo di naso e con un sorriso ancora da finire sulle labbra il pover'uomo, che se ne tornò via mogio mogio. Sparito il deputato, tutte le fanciulle, come uno sciame d'uccelletti, ritornarono, correndo, attorno alla finestra.
—Dunque, dal momento che la nostra scelta è fissata, ir-re-vo-ca-bil-men-te,—disse la Giulia,—confidiamoci a vicenda, giurando prima di dire la verità e null'altro che la verità , lo sposo scelto dal nostro cuore, per cercare di metterci d'accordo, nel caso di elezioni contrastate, e schivare i danni della concorrenza… e schivare!
Ma, pare impossibile, una proposta tanto opportuna fu accolta freddamente e, messa ai voti, venne respinta.
La Giulia replicò, ma non ebbe miglior fortuna, e invece fu approvato all'unanimità un emendamento di Lalla, che proponeva di scegliersi un'amica comune, alla quale ognuna avrebbe confidato il proprio segreto. In tal modo, nel caso contemplato dalla Giulia, di un solo marito scelto da due o più pretendenti, l'amica ne informerebbe le parti interessate invitandole ad un accordo amichevole.
—Sta bene, ma chi sarà la depositaria dei nostri segreti?
—Lalla; è la più giovane, è la più buona; e poi, ancora non ha scelto nessuno.
Il nome di Lalla fu accolto con favore, e la piccola duchessina fu tirata di qua è di là dalle fanciulle che se la contendevano e che pian pianino, una dopo l'altra, dentro l'orecchio, sotto voce, nascondendosi la bocca dietro la mano, le confidavano il nome del proprio sposo, meno la biondina dal naso all'insù, che dichiarava apertamente di restar fedele al tenentino Pippoli. Lalla, indifferente dopo ascoltata la prima confessione, alla quale sorrise, alla terza fece un atto di meraviglia, alla quarta non seppe più contenersi e dopo l'ultima divenne pensosa.
Tutte le compagne la guardavano stupefatte senza capire, mentre Lalla le fissava seria e muta.
—E dunque?—chiese la Giulia.
—Ma parla!
—Che hai?
—Vuoi rispondere, sì o no?
—Parlerò, e sarà sempre troppo presto.
—Insomma, vuoi spiegarti?
Lalla, lentamente, pronunciò un nome. Le fanciulle si guardarono tra loro, s'intesero, senza dir motto, e dopo di essersi tenute il broncio per un momento, proruppero in una grande risata.
Nelle confidenze delle sue amiche, Lalla non aveva udito che un solo nome; tutte insieme, e senza saperlo, avevano scelto lo stesso sposo: il conte Giorgio Della Valle.
—Non c'è altro da fare in questo frangente, che raccomandarsi alla sorte,—esclamò Giulia. Era sempre lei quella delle proposte.—Mettiamo tutti i nostri nomi in un'urna, come nelBallo in maschera, e il primo estratto diventerà la contessa Della Valle.
—No,—obbiettò Lalla, senza ridere.—. Sacrificatevi tutte a un modo e cedetelo a me.
—A te? No, no!
—Nemmeno, per sogno!
—Sentite; io non l'ho scelto, per cui non sono una rivale, e non avrete la mortificazione di prendervi un marito destinato dalla sorte.
—Te?… Che cosa vuoi che ne faccia di te? Sei nata ieri!
—È un difetto a cui sarà rimediato domani.
—Bella pretesa!—disse Giulia, pavoneggiandosi coll'alta persona, che primeggiava.—Sei tanto piccola che per darti un bacio dovrebbe tirarti su colla carrucola!—E la duchessina divenne allora lo zimbello di tutte le ragazze che la tormentarono con un accanimento feroce, per quanto fosse da burla. Ella però le lasciò dire sorridendo e sopportando le cattiverie delle amiche senza punto arrabbiarsi; ma anche dopo finito il giuoco, rimase sopra pensiero: l'incidente le aveva fatto un'impressione vivissima.
Essa cominciò a guardare con grande attenzione quell'uomo singolarissimo che aveva ferito la fantasia di tutte le sue compagne: lo trovò piacente, lo vide cercato da tutti e accarezzato, mentre attorno al suo nome crescevano il rispetto e l'ammirazione. Egli era ricco, i Della Valle per condizione sociale valevano bene i d'Eleda…
—Come la Giulia rimarrebbe attonita—pensava Lalla—come si arrabbierebbe, se io riuscissi a farmi sposare davvero! L'impresa non era facile; ma la duchessina si sentiva istigata a tentarla… e la tentò.
Subito, appena entrata nell'ambiente suo naturale, Lalla aveva cominciato a non sentir più altro che disgusto per il primo amoretto di Santo Fiore. Sandro scapitava troppo in confronto degli eleganti giovinotti che la circondavano, e la fanciulla, dimenticando di essere stata lei a volerlo a' suoi piedi, faceva ormai pesare sull'amante il pentimento che, nell'interno suo, già sentiva spuntare per la propria debolezza. Ricordava come altrettante offese, offese che l'avrebbero avvilita mortalmente agli occhidella società , le carezze, le promesse, le parole d'amore del povero contadinello che, in tal modo, era diventato per lei una memoria uggiosa e persino odiosa.
Prima di partire, la duchessina si era fatta promettere da Sandro che questi manderebbe una sua lettera, ogni settimana, alla Nena; la Nena, che non sapeva leggere lo scritto, si sarebbe rivolta alla padroncina, la quale, in tal modo, avrebbe avuto notizie del giovinotto e avrebbe potuto leggere fra le righe ciò che riguardava lei solamente. E allo stesso modo senza compromettersi, cioè sempre col mezzo e col nome della Nena, essa gli avrebbe anche risposto. E gli rispose infatti, una volta nei primissimi giorni, ma volle che la Nena firmasse la lettera:
—Tant'e tanto, il tuo nome lo sai tirar giù!
La Nena, senza un sospetto al mondo, si prestava di buon animo alla gherminella, e cominciava anzi a sperare che il filodrammatico avesse del tenero per lei: cosa che le dava una grande smania, e le metteva il diavolo addosso, perchè quel giovanotto le era sempre piaciuto, e piaciuto assai.
L'ultima lettera del Frascolini era capitata col timbro di Venezia. Sandro s'era messo con suo cugino; ma per il commercio, scriveva, non si sentiva inclinato.—Aveva troppa poesia nella mente e nel cuore; no, non poteva stentar la vita chiuso tutto il santo giorno in uno stambugio oscuro, senz'aria e senza luce. Oh! come il mondo era diverso da quello ch'egli si foggiava passeggiando sulle verdi praterie di Santo Fiore! Quanti ostacoli da rimuovere; quante angoscie, fino allora ignorate! A quel modo si sarebbe intisichito sul libro mastro prima di raggiungere il suo scopo, prima di dar corpo al suo sogno. No, no; voleva respirare all'aperto, voleva farsi un nome; era un poeta, non era un mercante; era nato per l'arte e non per l'aritmetica! No, no; avrebbe lottato a corpo a corpo con la fortuna, a costo di morir sulla breccia, ma con la sua donna nel cuore, e il sole in faccia!
A queste parole, la Nena, povera innocente, pianse dalla commozione; ma Lalla invece, con molta calma e con molta ragionevolezza, rispose a Sandro (s'intende a nome della Nena), che …egli doveva pensare soltanto al proprio avvenire; che pur troppo il mondo, come diceva benissimo lui nella sua lettera, era molto diverso da quello vagheggiato a Santo Fiore, e ch'egli non doveva correre in cerca di una chimerica felicità , mentre avrebbe potuto ottenere, a Santo Fiore stesso e senza abbandonare la propria famiglia, uno stato sicuro e decoroso.
—Non capisco bene che cosa, infine, gli raccomando?—s'arrischiò di domandare la Nena alla padroncina prima di firmare la lettera.
—Gli raccomandi di metter giudizio, e gli dimostri il tuo sincero attaccamento.
—Ma se il signor Alessandro se n'avesse a male?
—Tu non capisci nulla; sei scema e testarda! Va, va, mettici sotto il tuo nome ben chiaro, e porta la lettera alla posta.
Com'è facile supporre, la Nera ricevette a volta di corriere un'altra lettera del Frascolini, nella quale egli dichiarava recisamente che,—per quanto se lo aspettasse quel colpo, tuttavia non lo aspettava così subito, e avrebbe sempre creduto che almeno dovessero avere per lui un po' di carità ; che del resto non dovevano sperare di poter liberarsi così facilmente di un uomo che avevano reso pazzo d'amore, che avevano deriso e tradito. Sì—concludeva Sandrino,—sarebbe stato molto meglio per me se mi avessero lasciato tranquillo a casa mia, senza darmi le vertigini dell'amore e dell'ambizione; giacchè hanno voluto trascinarmi sulla loro strada, giuro per tutti i santi che sulla loro strada mi troverannosempre,—e si ricordino bene quello che sto per dire: se ho amato, se amo, se amerò eternamente, non sono disposto per questo a rinunciare ai mieidiritti, e tanto meno a lasciarmi sacrificare, vittima inerte e rassegnata, da un capriccio assassino.
Chissà come sarebbe rimasta la povera Nena se la signorina le avesse letta tutta intera la lettera, ma Lalla, invece, prima la scorse con una rapida occhiata, e ne spiegò poi il contenuto rifacendolo a suo modo. Lalla, adesso, voleva farla finita: disse alla Nena che era tempo di troncare quell'amicizia; se il Frascolini le avesse scritto nuovamente, doveva consegnare subito a lei, le lettere ancora chiuse e non rispondergli più. Aveva capito, continuava la duchessina, che il Frascolini era un poco di buono, senza religione, senza carattere, e che avrebbe finito certo, se la Nena continuava in quella corrispondenza, col farla capitar male.
Sandrino scrisse tre altre lettere piene d'ira, di dolore, di minacce, ma a Lalla non fecero nè caldo nè freddo.
—Ho fatto bene—pensava—a non fidarmi di quel matto, a non lasciargli nulla tra le mani che mi potesse compromettere. Alla fine poi, perchè tante smanie? Gli ho forse mai lasciato sperare che sarei diventata madama Frascolini?—No! No! No!—E dunque?—Quali diritti può vantare?…—Sono stata troppo buona con lui; ecco il mio torto! Se io lo avessi trattato d'alto in basso come gli altri suoi pari, adesso non mi scriverebbe insolenze, ilvillano!
E il conte Della Valle?… Il conte Della Valle da qualche tempo si sentiva intorno quel certo malumore, quel certo malessere che precede una malattia, o è il presentimento di una disgrazia. E la sua malattia, la sua disgrazia… era l'amore.
La prima volta ch'egli rivide Lalla, non ne era rimasto molto colpito. Notò ch'essa era piuttosto piccolina, che aveva la figuretta fine, elegante, e gli occhi bellissimi. Nient'altro. Ma, dopo qualche giorno, egli si era messo a guardarla più sovente e con piacere. Quel suo fare modesto, senza essere troppo timido, quell'aria composta e nello stesso tempo cortese e vivace, fin anche l'ascetismo, il clericalismo aristocratico dell'esile duchessina formavano un tutt'insieme che gli riusciva molto interessante. Più di tutto erano gli occhi… quegli occhi maravigliosi che gli avevano fatta impressione!… No, non era bella, ma quegli occhi la rendevano irresistibile!… Essa, la fanciulla modesta, li teneva quasi sempre abbassati, ma si sentivano, si vedevano quasi anche di sotto alle palpebre, e quando li rialzava lentamente, parevano ingrandirsi, diventavano lucenti, perdevano la loro soave timidità per esprimere un sentimento più caro e dolcissimo. E fu in tal modo che Giorgio si accorse di essere guardato e… a sua volta cominciò a cercare, a chiedere con uno sguardo insistente, desideroso, lo sguardo tenerissimo della fanciulla.
—Come ti piace la duchessina d'Eleda?—aveva chiesto una sera Giorgio Della Valle a Pier Luigi, cominciando, senza accorgersene, a parlare troppo spesso di Lalla.—Non è vero ch'essa è molto carina?
—Ecco, ti dirò,—rispose il conte da Castiglione, col fare di un uomo convinto della propria competenza in materia,—ti dirò: la trovo carina da guardare, la trovo; ma per tutto il resto preferisco sempre sua madre. Non ha niente di appetitoso! quaresima, caro mio, piena quaresima!… È vero per altro che sono tipetti… nervosi, dotati di straordinaria… elettricità : ma appartengono a un genere che noi vecchi non possiamo molto apprezzare. Ci si vede per altro la buona razza; leattaccaturele ha fine, delicate e ha due braccia maravigliose. Peccato che, di solito, questo è il male, le gambe non corrispondano alle braccia, non corrispondano. Potrebbe darsi che quella lì fosse un'eccezione; ma ne dubito, è troppo piccolina!
Le gambe di Lalla erano una seria preoccupazione per Pier Luigi. Egli voleva sapere se le gambe della fanciulla erano belle come le braccia; e voleva saperlo senza secondi fini; era una cognizione di più che desiderava acquistare e niente altro. Ma Lalla, intanto, non poteva fare una scala senza che Pier Luigi non ci fosse sotto col naso in su. Ella se n'era accorta, e faceva le scale a precipizio, tenendosi serrata contro il muro. Per altro si godeva nel destare, nell'aizzare quella curiosità , e più di una volta quando c'era Pier Luigi presente, si lasciava sfuggire colle compagne che il giorno dopo avrebbe presa una lezione di nuoto, tanto per godersi il vecchio che stava tutto il giorno a farle la posta. Ma al nuoto Lalla non ci andava mai; i suoi scrupoli religiosi vi si opponevano, e anche la gran paura che aveva dell'acqua salsa.
La risposta dello zio impertinente aveva urtato i nervi al conte DellaValle. Egli aveva mutato subito il discorso, arrossendo anche un poco.Quelle parole erano troppo ciniche e ributtanti!
Giorgio era ritornato con Lalla il buon amico, ilcameratadi un tempo. Era adesso tutto intento nel metterle in bell'ordine un copiosissimo album di francobolli, e per averne i più rari, aveva scritto apposta a un suo amico del Ministero degli Esteri. Ballava con lei tutta sera, le impegnava persino ilcotillon, godendosi a scherzare, a ridere, a prenderla in giro, affibbiandole sempre i ballerini più vecchi, più grassi e più ridicoli per suoi adoratori. Egli sentiva di ringiovanire e di riposare. Ma a poco a poco i loro discorsi si facevano più seri e più lunghi. Giorgio era arrivato a parlare con lei anche di politica, appassionandosi per indurla alle proprie idee, pur ammirando la sua coltura, il suo spirito, il suo ingegno; e dopo di aver cominciato col darle l'attacco, terminava sempre col difendersi. Aspettava desideroso che Lalla scendesse in sala o in giardino, e, se lei tardava a comparire, lui affettava di tardar di più ad accostarsele. Quando non si potevano parlare, si capivano guardandosi, e guardandosi appena si scambiavano osservazioni, preghiere e rimproveri. S'erano dato l'aire ridendo e scherzando… ma poi adesso non ridevano più; si erano fatti seri. Lui, alle volte, impacciato; lei arrossiva vedendolo e abbassava gli occhi; ma anche senza guardarsi si sentivano… Erano sempre poco lontani l'uno dall'altra; nelle passeggiate, alla villa o lungo il mare, Giorgio offriva sempre il braccio a Lalla, e Lalla lo aspettava, camminando innanzi sola… senza accettare il braccio degli altri. Dopo qualche giorno ancora non si parlavano più… lui più non si fermava a farle contemplare il mare ampio e il serto verdeggiante delle colline; lei più non lo faceva arrabbiare pel suo colore politico; ma, quando la fanciulla alzava gli occhi lentamente e li teneva fissi negli occhi di Giorgio, nell'azzurro profondo di quelle lunghe occhiate egli dimenticava tutto il passato in un'estasi nuova, sognando gioie serene, purissime.
In quell'estate il caldo durava insistente, e per ciò. quantunque si fosse ormai verso la fine d'agosto, ben pochi erano i forestieri che si disponevano ad abbandonare le bagnature.
Maria, o la Madonna di Neve, come la chiamavano anche a Pegli, continuava ad essere la gemma più cara e più pregiata. Tranquilla, sicura, un po' fredda all'apparenza, solamente il pallore del volto e gli occhi profondi avrebbero forse potuto scoprire l'interno travaglio dell'anima sua. In quanto a Prospero Anatolio, egli non le badava nemmeno, e se ancora sentiva della rabbietta gelosa contro il Della Valle, questa non era ispirata che dalla fama e dalla popolarità che godeva l'autorevole deputato di Borghignano. Quando discorreva con Giorgio, il duca recitava la parte dell'uomo stanco, sfiduciato, che aveva dato volontario addio alla vita pubblica; ma invece ci pativa di non contar più nulla davvero; di essere in politica un uomo finito. Un'altra cosa non sapea perdonare al conte Della Valle: di non averlo proposto ai suoi amici del Ministero per l'ultima infornata di senatori. Se fosse stato un avversario leale, avrebbe dovuto, secondo lui, riconoscere che nel Senato il duca d'Eleda sarebbe stato al suo posto. Peròquod differtur non aufertur. Prospero Anatolio ci sperava ancora. In certi suoi apprezzamenti e giudizi sulla politica del gabinetto pareva che volesse lasciar credere al Della Valle d'essersi tagliata la coda. Se lo teneva vicino, e anche lui, col sistema di Pier Luigi, quasi quasi ci trovava la mezza parentela.
Maria non capiva suo marito; quella condotta non sapeva spiegarsela; ma poi, finì col non pensarci quasi più: una nuova e fiera angosciosa battaglia si accendeva nel profondo del suo cuore.
Giorgio da qualche giorno teneva con lei un contegno affatto nuovo. Era pieno di premure, e non la lasciava mai sola, un minuto. Quando Maria passeggiava a braccio con lui sentiva il cuore di Giorgio che batteva più forte, mentre le parlava vicino vicino, fissandola con tenerezza, affettuosissimamente, come non aveva mai osato. Quello poi che le dispiaceva di più era la corte sfacciata che anch'egli faceva a Prospero e faceva a Lalla; tanto che, se Lalla non fosse stata ancora una bambina in confronto di Giorgio, Maria avrebbe dovuto troncarla subito; insomma, anche il suo ideale si offuscava, e la poveretta, disingannata, sentiva ch'esso pure stava per ispiegare le insidie… per tentare di sedurla.
—Ancheluicome gli altri!…—Ma Giorgio, l'uomo leale e onesto, non poteva lasciarsi vincere dallo stimolo di un capriccio, di un affetto volgare; egli conosceva Maria troppo a fondo per poter credere, per poter sperare il più tenue ricambio; dunque… dunque Giorgio doveva trovarsi dominato da una forza irresistibile, che non gli permetteva più nè di ragionare, nè di vincersi; che lo rendeva misero, infelice, e forse, invece di condannarlo, avrebbe dovuto compiangerlo!… Egli non aveva ancor detto una parola che potesse offenderla, ma le sue premure si facevano sempre più insistenti e palesi; e Maria volle fuggire di nuovo. Bisognava partire subito; si fece coraggio, e domandò a suo marito quando sarebbero ritornati a Borghignano.
—Quando vuoi, cara: domani è venerdì… partiremo dopo domani.—Conosciuta appena la risoluzione della famiglia d'Eleda, la colonia dei bagnanti, per consolarsi del distacco, volle dare un gran ballo, che sarebbe stato l'ultimo della stagione.
Ma non si consolarono tutti a quel modo; anzi ci fu, precisamente, chi non si consolò affatto. Il povero Della Valle era rimasto sbalordito, quasi sgomento, ad una tal nuova. Guardava Maria con occhiate lunghe e dolenti, e più di una volta stava per aprir bocca, per confidarle chi sa che cosa, ma poi non aveva coraggio di cominciare. Maria, la quale credeva di capire che cosa Giorgio voleva dirle, anche Maria faceva di tutto per non lasciarlo parlare. E l'ultimo giorno di Pegli rimase chiusa in camera per non vederlo, per non incontrarlo; ma, il dopo pranzo, dovette pur scendere, e non avendo alcuna buona ragione da addurre, dovette assistere al ballo che veniva dato appunto in suo onore. Per altro si sforzò a ballare quasi tutta la sera, e si tenne sempre intorno un gran circolo, per non avere a trovarsi sola con Giorgio, che le girava continuamente vicino, e faceva un braccio di muso a tutta quella gente. In fine, passeggiando dopo una quadriglia, che Maria non gli avea potuto negare, egli, tremando un po' nella voce, le domandò un'ora, per l'indomani, nella quale potesse riceverlo, solo, avendo gran bisogno di parlarle e di parlarle a lungo. Maria diventò pallida, lo fissò seriamente, quasi serenamente; poi, senza rispondergli, si staccò dal suo braccio e sparì dal ballo, lasciando il conte Della Valle molto meravigliato, e anche un po' mortificato.
—Anche lui, come gli altri!—continuò Maria a ripetere, a dolersi; e non lottando più oltre per vincere il proprio amore, più sincera con sè stessa, solo rimpiangeva il caro ideale svanito, perduto, e non capiva che se lo rimpiangeva era solo perchè lo amava sempre, sempre di più, e perchè in tutto quel tempo passato insieme, il suo ideale si era fatto più forte, più vivo, era passato dall'anima al cuore.
Il giorno dopo essa non uscì dal suo quartierino, nemmeno per scendere a pranzo; ma il Della Valle non si perdette d'animo; e trovato il momento nel quale Lalla era andata in chiesa con miss Dill, e Prospero stava meditando sulloSpettatore, si fe' coraggio e salì solo solo in cerca della duchessa.
L'uscio del salotto era socchiuso, e dalla fessura egli potè scorgere Maria appoggiata alla finestra, che gli voltava le spalle, e allora, ricordandosi che quella donna per tanti anni era stata come una sorella per lui, entrò risoluto, chiamandola per nome.
Maria guardava il mare, ma era pur sempre fissa ne' suoi tormentosi pensieri, quando udì la voce di Giorgio, gittò un grido, e si voltò come spaventata.
—Che volete?…—Come siete qui?… Perchè?… Come siete entrato?…
—Non mi sono fatto annunziare perchè temevo, in tal caso, che non mi avreste ricevuto—rispose il Della Valle, non senza amarezza.
—Scusate, ma…
—Noi due, non ci conosciamo da ieri, Maria, ma da molti anni. Fummo sempre come fratello e sorella. Perchè oggi non dobbiamo più essere… nemmeno due buoni amici?
—Ma…
—Vi cerco, e voi mi fuggite sempre?… Vi domando un colloquio, e voi me lo rifiutate?
Maria, tanto si sentiva commossa, si lasciò cadere sopra una poltrona ch'era vicino alla finestra. La tenda, dapprima sollevata dalle sue mani, calò giù, distesa, e il salottino rimase al buio.
—Sono molti anni. Maria,—continuò il Della Valle,—sono molti anni che voi vi siete mutata con me; molto mutata. Che cosa vi ho fatto? Nulla, posso dirlo, nulla! Fanciulli tutti e due, abbiamo avuto comuni le prime gioie e i primi affetti: ricordate che io chiamavo mamma, la vostra mamma?… Vi ho voluto bene sempre come una sorella, e se oggi comincio a sentire per voi un altro affetto, forse più forte, ma ugualmente sacro, per l'anima mia ve lo giuro, non c'è nulla ch'io vi debba nascondere, nulla di cui mi abbia a vergognare, nulla che possa meritarmi la vostra freddezza, e tanto meno poi la vostra collera.
La passione traboccava dalle parole di Giorgio, e la povera donna, combattuta da tanti e così opposti sentimenti, sorpresa in un momento di abbandono, vinta quasi da una persecuzione così spietata, eppur così cara, credette d'intravedere nell'uomo che le parlava un linguaggio così eloquente per il suo cuore, tutta la storia dei suoi propri dolori, delle stesse sue gioie; non ebbe il coraggio di condannarlo e nemmeno la forza di farlo tacere. Sentiva troppo che la colpa non avrebbe potuto nascondersi in quell'animo onesto, che la menzogna non avrebbe potuto macchiare quella fronte aperta e leale; non lo condannò ma lo compianse, come compiangeva sè stessa; alzò gli occhi negli occhi di lui e stordita, affranta, senza parlare, colla gola serrata, stese una mano al Della Valle, che la prese tremante, e inginocchiandosi a un tratto innanzi a lei, la coprì di baci.
—No… no… andate via… andate via.
—Mi perdonate?—balbettò l'altro con un fil di voce—mi perdonate?… e, come foste mia sorella, vorreste essere anche… un poco… mia madre?…
Maria sentì un brivido, una stretta al cuore che la fece balzar di scatto, per ricadere come morta, livida, sulla poltrona.
Buon per lei ch'era scuro là dentro e che Giorgio, bene, non la poteva vedere.
—Lalla?…—balbettò con uno sforzo che pareva un singulto.
—Lalla… sì… l'amo, l'amo, l'amo!… come un pazzo!
—Voi?!…
—Ve ne scongiuro, Maria, non vogliate essere gelosa dell'affetto di vostra figlia per me. Se Lalla mi vorrà un po' di bene, questo affetto non sarà tolto, credetelo, alla sua immensa tenerezza per voi; invece di uno solo avrete due figli… che vi adoreranno…
—Ma io, io non posso…
—Voi potete tutto, e perciò è a voi che io mi rivolgo. Ritornate buona con me e… e se un giorno vi ho offesa, se un giorno ho potuto spiacervi difendendo troppo vivamente chi aveva dei gravi torti verso di voi, perdonatemi, se non altro, in conto delle mie buone intenzioni; perdonatemi, e ritornate mia sorella oggi, per essere mia madre domani, perchè oggi è a mia sorella ch'io mi rivolgo pregandola di chiedere formalmente per me, al duca e alla duchessa d'Eleda, la mano della loro figliuola. Amo Lalla come non ho amato mai, come non sapevo, come non sospettavo neppure che si potesse amare; e nel ricambio di questo affetto è riposta ora, e per sempre, tutta la felicità , tutto lo scopo della mia vita, e la mia vita istessa.
Detto ciò, il Della Valle, baciata ancora una volta quella mano fredda, ghiacciata, ch'egli teneva stretta fra le sue, si ritirò inchinandosi profondamente, e lasciò sola Maria, volendo rispettare quel momento tanto solenne e grave per il cuore di una madre.
Maria, rimasta sola, strinse la fronte come per riordinare le idee, e il cuore, quasi per ispremerne l'affanno. Oh! l'ideale ritornava bello, alto, puro; ma ritornava tale mentre le chiedeva la mano di sua figlia.
Povera donna!… Povera donna!—Che cosa avrebbe fatto?—Suo primo pensiero fu quello di rispondere al Della Valle con un rifiuto; ma quale ragione, quale pretesto avrebbe potuto adoperare?
Ogni madre sarebbe stata lieta ed orgogliosa di concedere in isposa la propria figlia al conte Della Valle… e lei no? Perchè?… perchè essa lo amava? perchè il Della Valle era il suo amore segreto? Ma ciò essa non poteva, non doveva dirlo ad alcuno! E così, colpevole come donna, colpevole come moglie, si sarebbe fatta colpevole anche come madre, sacrificando a quel suo amore, l'avvenire e la felicità della propria figlia?—Combatti, combatti sempre—le aveva detto don Gregorio, e allora la tua passione non sarà una colpa ma un esempio.
Combattere? ma chi gliene avrebbe data la forza? Fuggirlo, non vederlo mai più, soffocare l'amor suo, soffocando anche il proprio cuore, uccidendosi a poco a poco, questo avrebbe potuto fare; ma dare in isposa la propria figliuola all'uomo ch'ella stessa amava, che adorava in segreto, oh era troppo pretendere da lei, e davanti a quel sacrificio enorme, mostruoso, il suo cuore, la sua mente, il suo sangue, tutta lei si ribellava e aveva diritto di ribellarsi; ma come fare?… come fare?
E così, povera donna, il rimorso, l'amore, mille dubbi angosciosi l'agitavano, la torturavano con assalti nuovi e spietati! Oh! s'ella avesse potuto morire in quel giorno!… Ma a poco a poco, dopo qualche ora di strazio, ritornò la pace al suo spirito. Riflettendoci bene, pensò che Prospero non avrebbe acconsentito a quelle nozze; no, no, certamente. Egli non avrebbe mai concessa la mano di Lalla al suo fiero avversario, al suo competitore, al suo vincitore; e Maria, affidandosi a quel soccorso insperato, volle subito uscire da ogni incertezza, fece chiamare il marito, e superando a stento la propria commozione, gli espose la inaspettata domanda del conte Della Valle.
—E tu, cara, tu che cosa gli hai risposto?…
—Io?… nulla; ma credevo, temevo che… che tu…
—Credevi… temevi… per il sì, o per il no?…—e il duca Prospero disse queste semplici parole sorridendo bonariamente; ma le accompagnò con un accento singolarissimo e con una finezza così ironica che volevano alludere segnatamente al di lei amore per Giorgio, ch'ella tanti anni prima gli aveva confessato.
—Certamente—soggiunse Maria che non tremava più, fatta sicura da un impeto subitaneo di rivolta;—certamente, questo matrimonio sarebbe convenientissimo per ogni verso: ma dubito assai che vi possa essere qualche serio ostacolo per la disparità delle vostre idee e delle vostre opinioni, e, francamente, per la reciproca antipatia che ho sempre notata fra voi due.
—L'antipatia, cara, è una sensazione, più che un sentimento, e si modifica a seconda dei casi. Il Della Valle, per esempio, che mi era antipaticissimo come uomo politico, sotto il nuovo aspetto di genero non lo vedrei punto di mal occhio. Se le nostre idee sono agli antipodi, che cosa importa? Tutte le convinzioni vanno rispettate quando sono sincere. Bisogna essere tolleranti a questo mondo, e mostrandosi tale si guadagna un tanto anche nella pubblica estimazione. E poi… e poi i tempi si fanno difficili; la marea cresce, cresce ad ogni ora, spaventosamente; e se la Monarchia, a forza di democratizzarsi, andrà a gambe levate, quel giorno, credilo, cara, l'aver in casa un po' di repubblica, sarà una gran fortuna. Sicuro che se tu non dividi queste mie vedute, se tu per ragioni particolari, ch'io rispetterò sempre, non vuoi consentire con me…
—Io sono d'accordo, pienamente.
—E allora, meglio così; e facciamo buon viso a questo… genero, inviatoci dalla Provvidenza.
E intanto pensava tra sè:—È pienamente d'accordo, dunque non lo ama, e non lo ha amato mai!
Ma la sicurezza, la tranquillità di Maria, provenivano da una nuova speranza che le era balenata: fra Lalla e Giorgio c'era troppo differenza d'indole, di gusti di temperamento e di età ; Lalla non avrebbe potuto innamorarsi d'un uomo serio, d'un filosofo come il Della Valle, e che aveva quasi vent'anni più di lei: e se sua figlia avesse sentito di non poter esser felice con lui, allora Maria avrebbe avuto non il diritto solamente, ma anche il dovere di salvare la propria creatura.
—Tutto sta bene—disse Maria in forma di conclusione al marito,—ma si deve interrogare Lalla in proposito. Capirai, in questo caso, la sua volontà deve essere legge per noi.
—Sicuro, sicuro; la sua volontà prima di tutto: quantunque ella non dovrebbe avere una volontà diversa dalla nostra. Sicuro, bisognerà interrogarla. Tu per altro, se la trovi titubante, cerca, s'intende per il suo bene, di persuaderla. Deve essere contenta lei, prima di tutto, questo sì; ma noi abbiamo il dovere di pensare alla sua vera felicità . Io la mando qui subito; se accetta è una grande consolazione per me, se… se volesse rifiutare, ribatti, insisti, ma sempre colle buone, e se non ci riuscirai… mi ci proverò un pochino anch'io.
Prospero Anatolio uscì gongolante dalla camera della moglie, corse giù dalle scale, con un'agilità da giovanotto, e andò in cerca della figliuola.
Quel matrimonio gli accomodava moltissimo. Gli ritornava la popolarità a Borghignano, gli apriva le porte del Senato, temperando le tinte del suo colore politico, gli assicurava la quiete, la tranquillità negli sconvolgimenti dell'avvenire, e finalmente acquietava, completamente e per sempre, il suo cuore e la sua vanità di marito.
Lalla non gli era stata mai tanto cara, e quando la ebbe raggiunta, l'abbracciò più volte, coprendola di carezze e di moine.
—Hai pregato il Signore? Lo hai pregato proprio col cuore?
—Sì, babbo; per te e per la mamma.
—Ebbene, la tua mamma ti aspetta; ha da parlarti di cose molto serie, molto importanti. Va, corri da lei, e ricordati che una buona figliuola non deve avere altra volontà tranne quella dei suoi genitori, che le vogliono bene, e che si sacrificherebbero anche, pur di vederla felice… ad ogni costo.
Lalla, alle prime parole, aveva capito tutto; ma finse, si intende, di non capire nulla, e corse dalla mamma.
Come Maria l'aspettava, può immaginarlo soltanto chi ha molto amato e molto sofferto; la risposta di Lalla voleva dire la sua felicità , voleva dire la sua vita…
Maria le parlò tremando, impallidendo, con le labbra secche, con gli occhi arsi, ma senza una lacrima.
Invece Lalla l'ascoltò sino alla fine, poi si gettò fra le sue braccia piangendo e abbassando la vaga testolina, con una verecondia piena di grazia infantile.
Maria era perduta.
Intanto Prospero Anatolio che aveva speso bene il suo tempo origliando alla porta, per regolarsi secondo gli eventi, entrò sorridente, beato. Lalla sorrise anche al babbo fra le lacrimucce, e, come si era prima gettata nelle braccia della mamma, così adesso corse a nascondersi in quelle delsuo caro papparino, con gli stessi attucci pieni di verecondia e di gioia.
L'itinerario già stabilito dal duca non fu perciò punto modificato, e i d'Eleda partirono il giorno dopo per Borghignano. Non parve neppur conveniente che Giorgio li seguisse subito subito; egli avrebbe dunque aspettato un'altra settimana prima di raggiungerli.
Quei pochi giorni di tregua erano più che necessari a Maria. Trovare la calma, la pace, ella non poteva sperarlo, ma almeno, così, un po' di tempo lo avrebbe avuto per raccogliersi in sè stessa, e rinvenire da quel colpo terribile, come chi, preso da capogiro, sente il bisogno di fermarsi, di chiudere gli occhi e di riposare.
Nel lunghissimo viaggio, la nobile famiglia non fece molti discorsi. Maria… si capisce; Lalla pensava al rumore che leverebbe la nuova di quelle nozze, e al dispetto della Giulia; Prospero Anatolio meditava il suo primo discorso in Senato, mentre l'agitata miss Dill, coll'emicrania, si rodeva per non poter sapere che cosa avrebbero fatto di lei dopo il matrimonio della sua scolarina. L'avrebbero tenuta in casa ugualmente alle condizioni di prima? la lascerebbero in libertà , con un assegno vitalizio? oppure la pianterebbero in mezzo alla strada? Perchè, con quegli egoisti, c'era tutto da aspettarsi!… Intanto sperava di trovare a Borghignano una lettera di don Vincenzo, al quale aveva già scritto, per consigliarsi, appena scoppiata la bomba.
Al loro arrivo trovarono la casa piena di parenti e di amici, e cominciarono le congratulazioni.
Un telegramma di Prospero Anatolio spedito da Pegli al conteEriprando, aveva già divulgata la lieta novella, e dalla CuriaVescovile al granCaffè di Borghignano, tutti la ripetevano l'unoall'altro, come l'avvenimento più importante della giornata.
Ogni parola, ogni complimento di quella gente vuota e pettegola era una stretta dolorosa per il cuore di Maria. Tutti erano infuriati a lodare la coppia bene assortita e ad enumerare con gli entusiasmi di occasione le gran belle doti del promesso sposo.
—Se dura laSinistraal potere, in una prossimaricomposizionelo vediamo ministro, o per lo meno segretario generale—profetava solennemente uno dei suoi grandi elettori.
—Non è più un giovinetto, ma è sempre il gran bell'uomo—esclamavano le signore.
—Oh, quella santerella non è stata certa di cattivo gusto!
—Fortunata lei!
—E fortunato lui!—saltò su a dire un'altra amica che si teneva stretta al braccio della duchessa.—Se il Della Valle avrà una sposina simpatica, lasciatemelo dire, avrà pure anche la gran bella mammina!…
—Fra un annetto—terminò ridendo con amabile malizia, il medico di casa—avremo una nonna che potrà dare dei punti all'invidia ed alla gelosia di molte nipoti.
—Oh, sì; sì certo!—E così, continuamente, accanitamente, senza tregua, senza remissione, Maria era perseguitata, torturata, angosciata. Alla lunga non ci potè più resistere, e Prospero Anatolio, vedendola pallida con gli occhi incavati e le labbra arse dalla febbre, le domandava ogni poco se si sentiva male; ma poi cambiava subito discorso, contentato dalla prima risposta negativa, e soddisfatto in tal modo di non essere costretto a impensierirsene.
Quanto più grande era il coraggio di Maria, quanto più grande era lo sforzo col quale riusciva a dissimulare con tutti, anche con sua figlia, anzi più di tutti con lei, lo spasimo interno che la struggeva, tanto più forte era la scossa che il suo fisico ne doveva risentire. Anche l'arrivo improvviso di Giorgio, che anticipò di ventiquattr'ore il ritorno, fu cagione per la poveretta di angoscie nuove e inaspettate. Erano tutti raccolti nel salotto: Lalla al pianoforte, provava unnotturnodelicatissimo di Chopin quando, d'un tratto, la soneria del portone fece trasalire la poveretta… e un momento dopo, entrava, appena annunziato, il conte Della Valle.
Egli sembrava un po' titubante per quella leggera infrazione al prescritto; e—mi perdonate?—domandò inchinandosi e salutando, mentre sentiva dentro di sè che Lalla era lì, presente. Eppure non aveva avuto il coraggio di voltarsi, di guardarla! La fanciulla arrossì… senza muoversi, miss Dill rimase dura, impettita, e il solo Prospero Anatolio festeggiò il nuovo arrivato saltandogli al collo, e abbracciandolo con enfatica tenerezza.
Poco dopo il Della Valle (che era riuscito per miracolo a schivare una discussione sulmacinato), seduto accanto alla sua Lalla, tanto per avere un pretesto di restarle vicino, le voltava le pagine della musica. Ma quelle pagine, adesso, avevano una strana difficoltà nel piegarsi; le interruzioni si succedevano più lunghe e più frequenti, finchè la musica tacque, o per dir meglio cambiò di tono, e si mutò in un chiacchierìo sommesso intimo, affettuosissimo, non meno armonioso e molto più soave per quei due che si volevano bene. Venne il thè… e Lalla dovette alzarsi a servirlo lei. Giorgio voleva aiutarla, ma le offriva il cucchiaino quando occorrevano le mollette, e le mollette invece del cucchiaino.
Lalla, dopo servito anche il babbo, portò il thè al fidanzato—era un pensiero amabile, col quale voleva dire che per lei, egli era già della famiglia—e Maria notò che nel prendere la tazza, Giorgio strinse delicatamente la punta dei bei ditini affusolati della fanciulla, così che la tazza rimase sospesa fra quelle due mani; notò uno sguardo, lungo, tenerissimo, ricambiato; e quando Lalla dovette pure allontanarsi, Maria vide lui fatto più pallido per la cara voluttà di quel muto colloquio.
Dopo il thè non c'erano più altre scuse per Giorgio; bisognava andar via. Però egli fece e rifece i saluti lentamente, senza mai risolversi a infilar l'uscio; cercando tutti i pretesti per riattaccar discorso con l'uno o con l'altro, pur di fermarsi un po' ancora. Fu lui; questa volta a tirar in ballo ilmacinato, e per mezz'ora lì, ritto in piedi, attento, senza interrompere, ascoltò il discorso politico di Prospero Anatolio, con una pazienza di cui Lalla gli mostrava cogli occhi quanto gliene fosse riconoscente. Nemmeno Prospero fu ingrato, e lo invitò a pranzo per l'indomani; ma i due fidanzati avevano una quantità di disegni e Giorgio aveva già trovato un pretesto perdovervenire a casa d'Eleda anche nella mattinata. Adesso, per altro, bisognava andar via: anche Prospero era esaurito. Volle provare con miss Dill, e le buttò un motto sopra l'Irlanda, ma l'istitutrice, che fingeva aver più sonno del vero per fargli dispetto, lo guardò dietro ilpince-nez, co' suoi occhi pelati, in modo tale da disingannarlo, caso mai egli avesse potuto sperare di trovarsi un'alleata. Bisognava andarsene; bisognava andar via.
Il salottino era attiguo ad una specie digallerialunghissima, che da una grande invetriata metteva capo allo scalone. D'estate, aperto l'uscio, si respirava dalla galleria un'arietta fresca, deliziosissima. Giorgio se ne andava lentamente… Lo si vedeva ancora, nel buio, e si sentivano i suoi passi battere scricchiolando sul pavimento, quando Lalla, accortasi ch'egli si era dimenticata non so che noticina per certe sue commissioncelle, gli corse dietro chiamandolo e rimproverandolo scherzosamente. L'altro si fermò sul pianerottolo dello scalone, poi tornò indietro. Allora Prospero Anatolio, che dal salotto li vedeva bene, fe' cenno a Maria che si avvicinasse anche lei per guardarli. I fidanzati si credevano soli; si erano presa la mano, si parlavano vicinissimi, finchè Giorgio lentamente baciò i capelli della fanciulla. Prospero ridendo tossì e Giorgio scomparve.
—E pensare—esclamò il duca rivolto alla moglie,—e pensare che tu, un giorno, avevi voluto farmi geloso di lui!… Di nostro figlio!…
Lalla poteva chiamarsi felice. Non aveva più nulla a desiderare, era amata da chi voleva essere amata; la sua vanità era soddisfatta, come lo era il suo cuore, che credeva allora di amare e di amare sul serio. Ma, un bel giorno, mentre meno lei se lo aspettava, l'azzurro sereno di quella dolcissima pace fu intorbidito da un caso impreveduto.
La notizia delle nozze illustri era ormai giunta fino a Venezia, e capitata proprio all'orecchio di Frascolini quando il famoso cugino aveva appena alzato il tacco in cerca d'altri lidi, lasciando ai creditori la cassa vuota e la bottega chiusa. Sandro non voleva dar quella nuova alla sua Lalla, altrettanto divina quanto crudele; e ormai apertamente in rotta col babbo, non sapeva più a qual santo votarsi per far fortuna. Colla sua voce avrebbe potuto tentare il teatro, e quell'idea lo seduceva assai, ma una voltatenorebisognava rassegnarsi a perdere Lalla per sempre, e il nostro giovanotto era più che mai innamorato, quantunque si sforzasse per credere di non esserlo più. Anzi, senza saperlo, difendeva Lalla in cuor suo; e quando egli riusciva a trovare una buona scusa per la signorina si sentiva meno infelice. Col pensiero era sempre là : imprecava contro Lalla, giurava di vendicarsi, di odiarla come odiava tutto il mondo; ma, mentre era vero, pur troppo, che lui cominciava ad odiare e il mondo e i galantuomini, amava Lalla sempre di più, e con frenesìa sempre maggiore. Soltanto quando sentì la notizia del matrimonio, soltanto allora, diventò cattivo davvero. Tutte le passioni gli si scatenarono nell'anima. L'odio, la gelosia, l'amore, quanto egli aveva sperato e sofferto, poi l'abbandono, quel disprezzo noncurante e spietato, l'acre voluttà goduta, e sempre irritata dai vivi ricordi, tutto ciò lo avrebbero trascinato, spinto a qualunque eccesso.
Partì subito da Venezia, e senza un pensiero pel grave scandalo che ne poteva nascere, non appena smontò a Borghignano, si avviò difilato al palazzo d'Eleda.
La Nena fu la prima che lo vide. Stirava su nella guardaroba; e la sua emozione fu così forte da scottarsi le dita col ferro caldo.
—Maria Vergine!—esclamò, il signor Alessandro!—e non seppe dir altro. Ma l'emozione, il turbamento della povera ragazza non furono nemmeno avvertiti dal giovinetto che, a sbalordirla ancor di più, le domandò senza preamboli;—La signorina, dov'è?
—La duchessina?… è giù, in sala, colla signora duchessa e il signor conte Della Valle. Non si può vederla per ora.
A queste parole Sandro urlò una bestemmia, battendo il pugno sulla tavola: il colpo rimase attutito dallo stiratoio di lana; ma i ferri sobbalzarono così fortemente come il cuore della Nena. Il Frascolini le si avvicinò, le prese un braccio stringendoglielo in modo da lasciarle il livido, e—andate subito da lei,—le intimò fissandola di traverso—andate subito da lei, non importa fosse anche col Padre Eterno, e ditele che io… io, Alessandro, quello di Santo Fiore, sono qui che l'aspetto, perchè voglio dirle quattro parole e che, per Dio, non mi muovo di qui se prima non gliele ho dette.
La Nena uscì sbigottita. Non sapeva più se era desta o se sognava, se Frascolini era sano o ammattito; ma qualche cosa di vago, di indistinto, le stringeva il cuore e le facea intravedere d'essersi illusa quando avea creduto che quel ragazzo pensasse a lei, e le volesse bene davvero. Per altro aveva ancora la testa a segno, e invece di scendere dalla signorina, come voleva Sandro, corse affannata a riferir la cosa a miss Dill, la quale era appunto in camera sua, almanaccando senza far nulla col solitocrochetfra le mani.
Appena inteso di che si trattava, la miss si tolse le lenti e sgranò gli occhi per veder in faccia la Nena.
—Venga, venga subito con me.
L'istitutrice si alzò senza fiatare. Altro che pensione, altro che rendita vitalizia!… Se si scopriva quell'amoretto, era spacciata! E corse da Sandrino per calmarlo.
—Non ascolto nulla, sono irremovibile. Voglia vederla, voglio vederla sul momento; ha capito?…
—Non si può, subito, non si può. Siate ragionevole, via, non le fate del male.
—Ci ha pensato lei, prima, se ne faceva a me, del male?
—Siate ragionevole, siate umano: se non volete per noi, siatelo almeno per la signorina!—La miss, a questo punto, aveva presa una mano del giovinotto e la stringeva fortemente, mentre gli occhi le si facevano loschi per la tenerezza.
—Oh, in quanto a lei, signora, mi commove poco anche lei. Ricordo, sa, ricordo bene tutte le sue cattiverie!… Io le inghiottivo per amor di quell'altra!… Ma la cuccagna è finita!—Stia ferma!—Non mi commove, le dico, non sono don Vincenzo!… Chiami subito la signorina.
Il nome di don Vincenzo, buttato lì quasi a casaccio, fece molto effetto sulla povera miss. Non fiatò più, abbandonò la mano del giovanotto e rinunciò ad ogni altro tentativo di seduzione.—Conducetelo nella mia camera,—ordinò alla Nena,—e aspettateci là .
—Ditele che ho fretta—insisteva il Frascolini—che non ho tempo da perdere, che se non viene lei da me, anderò io da lei, perchè è finita la cuccagna dei signori!… la legge è uguale per tutti!
…. Giù, nel salotto, non c'era sintomo alcuno, foriero dell'uragano che si addensava minaccioso nel piano superiore; e quando miss Dill entrò non vi si udivano che le voci sommesse dei due fidanzati seduti, quasi nascosti, nel vano di una finestra. Discutevano scherzosamente sulle gradazioni dei colori vivaci delle varie lane che Lalla adoperava per un suo lavoro che stava allora tessendo, mentre Maria, nell'angolo di una finestra, rincantucciata nella sua poltrona con uno scialle buttato sulle spalle, perchè si sentiva intorno un po' di febbretta, leggicchiava laRevue des Deux Mondes.
LÃ dentro spirava la calma e la pace: il sole vi penetrava appena, timidamente, dagli spessi cortinaggi, e i sensi erano ricreati da un'auretta molle, soavemente profumata, dai fiori freschi e delicatissimi, disposti con dovizioso disordine un po' dappertutto.
Giorgio, appena entrata miss Dill, si alzò per stringerle la mano, domandandole conto della sua salute.
—Come al solito, moltopoco bene.—L'istitutrice approfittò di quel momento nel quale il Della Valle si era allontanato da Lalla, e chinandosi sul piccolo telaio della fanciulla, e fingendo di esaminare il ricamo, le disse sottovoce:—È arrivato il Frascolini.
—Dov'è?—chiese Lalla fattasi un po' pallida, ma senza scomporsi.
—È su, in camera mia; c'è la Nena di guardia.
—Vengo subito.
La miss prese un uncinetto dal cestino della signorina, e ritornò in fretta dal filodrammatico per tenerlo d'occhio.
Lalla fece ancora qualche punto del suo ricamo, poi si alzò adagino e si mosse per uscire.
—Dove vai?—le domandò Maria vivamente.
—Vado di là , a prendere un po' di lana azzurra.
—È inutile adesso; andrai più tardi.
—Oh! bella,—esclamò Lalla sorridendo,—si direbbe quasi che ti secca, che hai paura, che non vuoi restar sola con Giorgio! Vado e torno.—Ed uscì.
Fece le scale adagio adagio; esitando ad ogni passo con un grande stringimento al cuore, non tanto per il timore, quanto per la ripugnanza, l'avversione ch'ella sentiva adesso di Sandro, perchè la incomodava, perchè l'angustiava proprio sul più bello della sua tranquilla felicità . Però, a mano a mano ch'ella si avvicinava a quell'incontro così scabroso, lo stringimento del cuore diventava sgomento e allora l'avversione, la ripugnanza si mutavano in odio. Nel corridoio incontrò ancora miss Dill e ve la lasciò di guardia. La Nena, appena ritornata l'istitutrice, era corsa via.
—E così… che cosa volete?…—disse la duchessina ad Alessandro, appena entrata in camera, aprendo lei il foco, subito, con alterezza stizzosa.
—Che cosa voglio?—esclamò l'altro: e vedendola così fresca e piacente nel vestitino succinto di mussolina bianca, sentì una scossa, come un fiotto di sangue caldo al cervello.—Che cosa voglio? Te, voglio, che lo hai giurato, che sei mia!
—Sua?… Da quando in qua, signor Frascolini?… Sandro si sentì pungere sul vivo e:—Meno arie, signora duchessina—le rispose un po' sogghignando.—Ho buona memoria io, e sono qui apposta per provarlo a lei e a tutti.
Gli occhi, di solito così affettuosi, così soavemente timidi della fanciulla, ebbero a questo punto come un bagliore sinistro: diventarono foschi e torti, sotto le ciglia aggrottate; ma fu un lampo, e tutta l'espressione del suo volto si rifece dolcissima quando ella domandò al giovinotto:
—Mi vuol perdere dunque?… E perchè?… Che cosa le ho fatto di male?
—Che cosa mi ha fatto!—esclamò Sandro incrociando le braccia e parlando con voce bassa e tremante.—Che cosa mi ha fatto? mi ha ingannato, deriso, respinto, mi ha tradito. Si è fatta giuoco di me e del mio amore; mi ha messo in urto colla mia famiglia, in collera coi miei amici, mi ha fatto prendere in odio da tutti. Ero felice e mi ha avvelenata la vita; ero stimato e non sono più che un miserabile… e mi domanda freddamente, sorridendo,che cosa mi ha fatto di male?!… Ma, in nome di Dio, tanto male mi ha fatto, tanto male, che avrei ragione di strozzarla colle mie mani!…
E le lacrime gli rigavano calde calde le guance; le lacrime che gli uscivano proprio dal cuore, e per una parola, una parola sola di quella creatura esile, bionda, vaghissima che gli stava, ritta dinanzi, il povero innamorato avrebbe data la vita senza esitazione e senza rimpianto.
—Tanto male le ho fatto?… Io che non so di aver avuto nessun altro torto tranne quello forse di essere stata troppo debole… troppa buona con lei?…
—No, la sua non era bontà , era capriccio, era cattiveria! Lei ha voluto scherzare con me dimenticandosi che anch'io, quantunque povero, avevo un cuore che sarebbe stato spezzato; un cuore… plebeo, ma che perciò non avrebbe sofferto meno profondamente, e meno dolorosamente!
—Lei, signor Alessandro, si è un po' illuso, ecco, ma io non ne ho colpa!
A queste parole il Frascolini perdette il lume degli occhi, non sentì più ritegno e gettò in faccia alla signorina tutte le contumelie le più atroci che gli corsero alle labbra. Era così forte, così furibonda quella collera, che Lalla impallidì tremando, non per lo sdegno, nè per la collera, ma più che altro per la paura.
—Maledetta, maledetta!… Ha il coraggio di venirmi a dire che sono stato io a illudermi!…—Io mi sono illuso!—Fosti tu a sedurmi, ad attirarmi, a circondarmi, a prendermi a poco a poco nelle tue reti, con ogni astuzia, con ogni lusinga, con ogni inganno! Tu sei venuta a cercarmi, tu mi hai voluto, tu, più corrotta nella tua fredda e sapiente verginità delle donnaccie da trivio, mi facesti sentire tutti gli spasimi, mi facesti godere tutti i piaceri della voluttà , e adesso hai il coraggio di contare a me, (a me di venirlo a contare!) che mi sono illuso!… Ma dimmi, non ricordi più quando ti strisciavi addosso a me, come un serpente?… Non ti ricordi più in qual modo mi hai baciato l'ultima sera a Santo Fiore?!… Hai proprio dimenticato tutto?!… Ma guarda, guarda, lo vedi questo anello?—e così dicendo le indicava un anello che Lalla aveva in dito,—ebbene, sono stato io che te l'ha dato, e allora, nel prenderlo, mi avevi promesso piangendo,—sì, piangevi falsa, bugiarda, piangevi!—mi avevi giurato che non saresti stata d'altri, che saresti stata mia, mia solamente.
Sandro aveva ragione. L'anello che Lalla teneva in dito era il suo, la turchina colle rose d'Olanda; lei però non ci pensava ormai più da che parte le era venuto; lo portava sempre perchè le piaceva, perchè era molto carino.
—Maledetta, maledetta!—continuava a urlare il Frascolini fra i singhiozzi; e Lalla, sempre più spaventata, scongiurava quel matto a non gridare, a non far nascere uno scandalo.
—Voglio gridare! Sì!… Voglio fare uno scandalo! Sei un'infame!
—Non gridi tanto, la prego, la supplico! parli più piano per amor del cielo!
—Voglio farmi sentire; voglio vendicarmi, voglio farmi sentire da tutti, e poi… e poi quell'altro lo ammazzerò! Il Medio Evo è finito! Un cane di nobile non vale adesso più d'un altro cristiano!
—Pietà di me!… lei mi fa morire! pietà … un po' di pietà !…
—No, no e no! È stata una perfidia troppo grande. Mentre laggiù, a Venezia, chiuso in uno stambugio senz'aria e senza luce, mi logoravo la vita, tu, soddisfatto il tuo capriccio, mi schernivi, e facendo la civetta, la sguaiata coi nobilucci leccati e profumati, preparavi il tuo bel matrimonio!… Maledetta!—E il Frascolini gridava sempre più forte, voleva uscire, voleva scendere daquell'altro, schiaffeggiarlo, vendicarsi. Lalla era tanto spaventata dal pericolo serio che correva, da non rilevare nemmeno tutti quegli insulti. Si era lasciata andare in un dirotto pianto, e, buttatasi ginocchioni fra Sandro e l'uscita, lo supplicava di chetarsi, di perdonarle, stringendogli le ginocchia, baciandogli e coprendogli di lacrime le mani rozze e callose. Ma lui non sentiva pietà , non voleva saperne di misericordia.—Bisognava finirla con tutte le sue commedie, con tutte le sue falsità ; non avrebbe più potuto ingannare nessuno!… Tutti dovevano sapere che cos'era di buono!… Tutti!
—Alessandro, Alessandro mio, un po' di compassione, non le domando altro che un po' di compassione!
—No… Nessuna compassione! Voglio scendere, voglio vedere il tuo amante, voglio dirgli chi sei!
—Dio, Dio, ma se non… se non l'amo, se non posso amarlo, te lo giuro!
—Menti. Sei bugiarda.
—No. È mio padre che vuole, non io, è mio padre! Quanto non avevano potuto ottenere nè il pianto, nè le smanie della fanciulla, l'ottennero invece queste semplici parole. Sandro si calmò subito, come per incanto; e abbassando la voce, prendendole un braccio, e stringendolo fortemente:—E allora, tu, perchè lo sposi?—le domandò fissandola cogli occhi foschi.
Lalla respirò: capiva che aveva vinto finalmente, e che ormai aveva poco da temere.
—Lo sposo perchè mio padre lo vuole; lo sposo dopo aver sofferto in questi due mesi quanto di più orribile si può soffrire al mondo. Oh, Alessandro, lei non può capire… non conosce mio padre, lei!… Non mangiavo più, non uscivo più, non facevo altro che piangere; mio padre rimaneva inflessibile, minacciandomi che se non mi piegavo alla sua volontà mi avrebbe condotta nel Belgio e rinchiusa, per sempre, in un monastero. Allora, istupidita dal dolore e dalle privazioni, ho ceduto e—Alessandro non saprà mai quello che si agita nel mio cuore—ho detto a me stessa,—ma almeno… qualche volta potrò ancora vederlo.
—Se mi hanno detto che lo ami, che tu facevi l'amore anche a Pegli col conte Della Valle?
—La gente lo avrà creduto; ma, se sia vero o no quanto le ho detto, ne domandi conto alla Nena e alla miss!
Sandrino anche in quelle parole sentiva correre la bugia, ma era una bugia così cara per lui, che egli non ebbe più coraggio di opporsi e di smascherarla. Invece, stanco, abbattuto, vi si abbandonò anima e cuore, come a un conforto, come alla sua ultima speranza.
Successe un lungo silenzio fra i due giovani. Sandro fissava la signorina ostinatamente, cogli occhi torvi, pallido, e col respiro greve, affannoso.
Lalla, ritta in piedi, giuocherellando colla catenella dell'orologio fra le dita tremanti, di tanto in tanto alzava la testolina, lo guardava dolcemente con un leggero tremito delle labbra, con un'espressione indefinibile, piena di affetto e d'indulgenti rimproveri, e poi, subito, la riabbassava intimidita.
Sandro, vinto, tremando a sua volta, le si avvicinò.
—Dunque… me lo giuri?… Dopo potrò… potrò ancora vederti?
Ci fu un altro sguardo della fanciulla, tenero, lungo, timidissimo, che terminò con un—sì—quasi impercettibile, che era tutto una carezza.
—Ebbene… ricordati, ricordati che se m'inganni anche questa volta, guai!… guai!…—Ma l'intonazione di questi due—guai—pronunciati dal giovanotto non era la stessa, perchè la seconda volta Sandro, presa Lalla d'improvviso fra le braccia, finì quel secondo—guai!—con un bacio ch'egli le stampò sulla bocca e nel quale c'era dentro l'amore, la collera, la gelosia, l'anima e le passioni tutte del povero innamorato. Lalla purchè egli se ne andasse in pace, purchè non la compromettesse col suo furore insensato, non si oppose che debolissimamente; e allora si sentì addosso una furia di baci che parevano morsi, sul collo, sui capelli, sugli occhi, sulle guance, sulle vesti, dappertutto. Sandro, inebriato e irritato, non più pallido, ma acceso in volto, con strette febbrili brancicò pazzamente quel corpicciuolo tanto bramato, finchè, intimidito, vinto da uno sguardo, da un muto rimprovero della fanciulla, ch'era una eloquentissima supplica di rispettarla, fatta ancor più efficace dal suo rassegnato abbandono, la strinse un'ultima volta al petto, così forte da farle male, una ultima volta le soffocò la bocca colla sua, lungamente, rabbiosamente, e poi superata la tentazione da cui era dominato, gettò lungi da sè quella creatura fatale, uscì ratto dalla camera e fatte le scale d'un salto corse via dal palazzo d'Eleda e, ben presto, anche da Borghignano.
Appena uscito Sandro, Lalla si rialzò, libera finalmente, e lo seguì con gli occhi scintillanti, pallida, tremante di sdegno e di odio, perchè adesso la paura era cessata. Si asciugò dispettosamente, col palmo della mano, la bocca ancora umida dei baci di lui, che le facevano schifo, e colla gola strozzata, colla voce sorda, ma con un desiderio cocente di vederlo cader fulminato, gli gridò dietro:—Villano, villano!…—Poi, siccome non c'era tempo da perdere, senza spiegarsi punto colla miss che la guardava stralunata, corse nella sua cameretta, si bagnò, si lavò gli occhi per bene con dell'acqua freschissima per levarne il rossore, si aggiustò l'abitino sgualcito, sciupato, si ravviò i capelli, rifece il fiocco della cravatta, ringraziò in fretta il buon Dio per il pericolo sfuggito, e presa la lana merinos, ch'era stata il pretesto della sua scappata, discese e rientrò quietamente nel salotto. Sulla porta incontrò il Della Valle che ne usciva allora, in cerca di lei.
—Un po' di pazienza, signor conte!—gli disse Lalla, sorridendo con molta grazia.—Un po' di pazienza!…
—Via non mi sgridi… Un'altra volta l'aspetterò senza fiatare. Così sarà contenta,lei?—e Giorgio segnò appunto quellei, che era stato uno scherzo della fanciulla.
—Come, non c'è la mamma?
—È uscita quasi subito… Si direbbe che ha paura a star sola con me!
—Che fortuna—pensava intanto Lalla in cuor suo—che alla mamma non sia venuto in mente di correre a cercarmi!
Erano soli nel salotto, cosa che accadeva loro di rado. Lalla aveva preso un fiore dalla cesta di mezzo al tavolo e in punta di piedi si sforzava per aggiustarlo nell'occhiello dell'abito di Giorgio, arrabbiandosi con attucci piacevoli, perchè non ci riusciva. Giorgio, innamorato più che mai, aveva circondato con un braccio il bel vitino della fanciulla e parlandole fra i capelli, le domandò la grazia di un bacio.
Lalla non rispose, ma rialzò quel suo visetto così fine dove si scorgeva adesso un amabile sorriso far capolino di sotto ad una comica serietà , e facendosi un po' indietro colla persona, alzò le manine e gliele porse tutte due unite sulle labbra, con un garbo che voleva dire:—Ti fo grazia delle mie mani, baciale pure, ma ricordati bene che chi comanda sono io!—Il Della Valle, uno dopo l'altro baciò allora quei dieci ditini bianchi, dalle unghie rosee di madreperla, ma poi, vedendola ancora sopra pensiero:—Scommetto—le disse—che indovino a cosa tu pensi in questo momento.
—Davvero?—e Lalla sorrise di quella ingenua pretesa.
—Tu pensi a tutto il gran bene che io ti voglio.
—Oh, no!… niente affatto!
—Tu menti… e menti senza arrossire!
Lalla glielo lasciò credere volentieri: ma non mentiva.—Che fortuna—pensava ancora la duchessina fra sè—che alla mamma non sia venuto in mente di correre a cercarmi!