L'ultimo mese, prima del matrimonio, lo passarono tutti uniti a Santo Fiore, dove si era fissato di celebrare le nozze, per isfuggire ai pettegolezzi ed alle noie di Borghignano.
Il Della Valle aveva preso in affitto, per quell'autunno, il villino del marchese di Vharè, i cui affari andavano sempre di male in peggio, e che adesso da Monte Carlo era passato a Roma per far la corte ad una celebre contralto dell'Apollo.
In quanto a Lalla, poveretta, appena arrivata in campagna fece un gran piangere: a Santo Fiore la aspettavano due tombe recenti: quella del vecchio Ambrogio e quella diMusette.
—Già, essa lo aveva preveduto—diceva fra le lacrime,—cheMusettesarebbe morta di crepacuore e che bisognava essere ben crudeli per volerla separare dalla sua padroncina!… PoveraMusette! tanto buona, tanto cara, tanto intelligente e…—non ci fu verso, anche Giorgio dovette mostrarsi malinconico in memoria della cagnetta.
Ma nemmeno Ambrogio fu dimenticato dalla signorina, anzi ordinò a don Vincenzo un ufficio di gran lusso per suffragare l'anima del vecchio servo; ma poi capitarono a Santo Fiore la Giulia e Pier Luigi, e Lalla ebbe in tal modo uno svago benefico.
Anche Maria aveva sperato di ottenere dai nuovi ospiti un po' di sollievo: era tanto, era profondamente infelice! aveva sempre gli sposi da sorvegliare; Maria doveva essere sempre fra quei due che si volevano bene e che non nascondevano il loro amore, nè la loro felicità; doveva essere testimonio ai loro colloqui, alle loro tenere carezze.
L'uomo di cui essa era innamorata, lo vedeva farsi sempre più bello e più nobile sotto l'influenza di un amore, che rendeva lei sciagurata e Giorgio beato. Maria non cercava e non voleva miss Dill. Quando c'è una madre, spetta a lei sola quella delicata sorveglianza: era il suo dovere.
Don Gregorio, vedendola intristire, lui che da tanto tempo leggeva sicuro nel segreto di quel povero cuore, tentava di confortarla; ma anche le parole del santo vecchio riescivano inefficaci. Egli conosceva il male, ma non conosceva chi ne fosse la cagione; e molte volte, senza saperlo, invece di alleviarlo, lo incrudeliva. Anche miss Dill le era sempre d'attorno piena di svenevoli tenerezze, di complimenti, di riguardi; ma incapace di un sentimento vero, con tutte quelle smancerie false, esagerate, la importunava senza giovarle.
Oh! la miss aveva fatto un cambiamento assai notevole! La scaltra si era cattivato il favore di Lalla e di Giorgio per ottenere che, morto Ambrogio, lasciassero lei a Santo Fiore, governante di palazzo, e così godersi un avvenire tranquillo e sicuro; una grassareggenza, per la quale avrebbe regnato in perfetta e dolce armonia colla santa Chiesa.
E oltre tener d'occhio i due giovani innamorati, Maria aveva ben altri incarichi e incombenze che le straziavano l'anima, mentre aveva pure la forza di mostrarsi sempre tranquilla e impassibile. Doveva pensare lei al corredo di Lalla, dalla veste candida di raso seminata di fiori d'arancio, fino alle comode vestaglie della giovine mammina, fino alle camicie così civettuole e provocanti della notturna toeletta; camicie finissime, dalle trine e dai ricami trasparenti, con ricchi nastri o rosa o azzurri, sotto le quali Maria vedeva la sua figliuola bella, palpitante, abbandonarsi all'uomo che lei stessa le invidiava con una gelosia tremenda, sentendo nella propria carne che uno solo di quei baci sarebbe bastato a farla morire di piacere e di amore.
Dovea pensare a tutto, anche alnidodei due colombi, come lo chiamava scherzosamente Pier Luigi. Doveva pensare agli arredi della loro camera… alle spesse cortine dell'alcova… ai guanciali colle guarnizioni di pizzo, alle coltri di seta antica, damascata, agli stemmi, ai monogrammi delle lenzuola…
Prospero Anatolio non si dava di ciò alcun pensiero, lasciava ogni cura alla moglie scusandosi col dire che ella era una benedetta donna, che si sarebbe arrabbiata se lui avesse voluto aiutarla. In verità, il duca Prospero si seccava assai tutte le volte che doveva incomodarsi per gli altri; e siccome si divertiva pochino anche a fare il terzo fra i due fidanzati, così, sulle prime, passava quasi tutto il giorno a Borghignano dove, piangendo a calde lacrime la morte di Vittorio Emanuele alla Costituzionale e quella di Pio IX al Vescovado, era riuscito a farsi nominare dailiberali moderatipresidente della loroAssociazionee, finalmente, coll'aiuto della Prefettura e degli amici del Della Valle, anche sindaco effettivo.
Ma poi, ad onta del pieno trionfo, venuta la contessina di Rocca Vianarda a Santo Fiore, il duca Prospero cominciò a mostrare molta predilezione per la campagna.
Le fresche, le rosee esuberanze della Giulia gli facevano girar la testa, e tanto più che, in quanto alla moglie, adesso che l'aveva riavuta, gli era tornata indifferente. Sua moglie… non era una donna, era una statua di ghiaccio!… Ma laco-contessina!… Egli le stava sempre vicino, e con una scusa o coll'altra, le metteva sempre le mani addosso. Si godeva a sentirla parlare, si divertiva al suo continuo movimento, e la faccia tonda e scialba del vecchio diventava accesa, quando lei si buttava a ridere di qualche motto un po' libero di Pier Luigi, con quel suo riso schietto di fanciulla sana, che mostrava i bei dentini minuti e bianchi.
Fra quei due vecchi, la Giulia non pativa di soggezione e, per averne ancor meno, li chiamava appunto i suoi papà. Scherzava, saltava, faceva il chiasso con loro; si lasciava toccare, si lasciava stringere, appoggiandosi al loro braccio, buttandosi loro addosso, con tutto l'abbandono, nel bisogno di espandersi, di sfogare l'esuberanza della propria vitalità.
Si godevano d'accordo, tutti e tre sempre insieme. Anche Pier Luigi, che adesso, col matrimonio di Lalla, sapeva bene dove avrebbe potuto mettere a posto la pupilla, si sentiva più sollevato, ed era sempre di buon umore. Però avevano risolutamente rifiutato di sorvegliare il tenero gru-gru degli sposini. Che! C'era la duchessa colla sua aria grave e severa, creata apposta per far la parte di carabiniere. Essi non ne volevano sapere.—Non ci trovavano gusto, non ci trovavano—e meno di tutti la Giulia, che forse ci soffriva anche per un po' d'invidia. Invece passavano gran parte del giorno e tutta la sera, chiacchierando fra loro in sala, sul terrazzo, o di fuori, nei lunghi viali del parco, i due vecchi bambinescamente gelosi l'uno dell'altro, per le preferenze che la Giulia, scherzando, accordava ora all'uno, ora all'altro, facendo insieme la partita al domino, voltandole le pagine della musica, mentre andavano in estasi, quando suonava; insegnandole, con molta malizia di concetto e di esecuzione, a giuocare al bigliardo, oppure conducendola sull'altalena in giardino, che le avevano fatto costrurre appositamente.
La Giulia vi montava su, in piedi, tenendosi ben stretta colle mani alle corde, mentre Pier Luigi e Prospero Anatolio, l'uno da una parte e l'altro dall'altra, spingendola tratto tratto, la facevano ondeggiare. Lei, colle ginocchia, si serrava addosso le sottane, ma non ci riusciva del tutto; e quei di sotto la potevano adocchiare due dita più su del collo del piede, mentre si chinavano aspettando il momento buono per dare la rispinta.
I due vecchi daddoloni crepavano dalla fatica, ma tenevano duro. Il conte da Castiglione, stringato, imbottito in un abito grigio da giovinotto, traballante, con una lunga e larga ciocca di capelli ingommati, che ad ogni scossa gli si rizzava sulla nuca, scoprendogli una fetta pelata di cranio; e Prospero Anatolio col respiro affannoso, gli occhietti bigi, luccicanti, il faccione raso, madido, vestito coll'inseparabile abito nero, lungo e largo. E in mezzo a loro, come un'eco lontana dei vent'anni rimpianti, quella creatura bella e rigogliosa passava e ripassava con vicenda misurata dal cigolio degli anelli che tenevano le corde sospese dentro la spranga di ferro; passava e ripassava ritta, balda, sicura, i capelli che le fremevano sulla fronte e le svolazzavano liberi, dietro le spalle; passava e ripassava respirando dalle nari dilatate, con la bocca semiaperta e le pupille socchiuse, quell'aria fresca e profumata della campagna che le accarezzava la faccia, che le sibilava nelle orecchie, ch'ella sentiva in tutto il molle abbandono del suo corpo, come un'ondata di voluttà lenta e tranquilla.
Lalla, civettina sempre, era seccata un po' anche da quella corte, che dai due vecchi veniva prodigata alla Giulia, e quantunque ne ridesse col suo innamorato, pure lo lasciava qualche volta solo con la mamma per turbare un pochino il trionfo dell'amica. Ricordava bene il desiderio curioso di Pier Luigi e gli faceva credere di essere quasi tentata di salire sull'altalena; e allora prendeva le due corde colle mani, stuzzicando il frollo ganimede col bagliore delle braccia nude, che uscivano dalle maniche larghe dell'abito, ma poi lo piantava sul più bello e invece di salire in piedi sull'altalena vi s'inginocchiava appena, fermandosi subito dopo la prima spinta. Le sue, per altro, erano apparizioni brevi e assai rare. In quell'ora, di solito, Lalla andava a fare una gita in carrozza colla mamma, con Giorgio e colla miss, E fu in una di queste scarrozzate che Maria fu a un punto di tradirsi, e proprio per un altro capriccio di Lalla. Il cocchiere, che sceglieva lui le passeggiate a suo talento, quel giorno era andato a finire verso ilPoggio dei Platani.
Maria, a poco a poco, era rimasta sedotta e vinta dai cari ricordi che quei luoghi le suscitavano intorno; a poco a poco, si era obliata in essi interamente e fantasticando correva col pensiero assai lontano, in un altro mondo, nel mondo del suo cuore e delle sue memorie tormentose a un tempo e dilette. Pensando a quel mattino, di tanti anni addietro, quando lì, dalPoggio dei Platani, aveva veduto Giorgio passare per l'ultima volta, e confondendo le angoscie di quel tempo con quelle che presentemente soffriva, le pareva, allora, di essere stata felice.
La felicità, spesse volte, non è altro che un ricordo di sventure più lievi.
Giorgio era allora libero… aveva la patria sola nel cuore… non vi serrava dentro Lalla, sua figlia!… Ed ella, ella stessa, in una solitudine cara, tranquilla, rispettata, coll'intima compiacenza della ottenuta vittoria, poteva abbandonarsi all'affetto di un ideale che la consolava e che le concedeva pure qualche ora di riposo e di conforto. Quella mattina… quando aveva veduto Giorgio passare così rapidamente, quando anche il più lontano frastuono del convoglio era cessato, quando credette che non lo avrebbe riveduto mai più, nella solitudine così vasta, così profonda che l'avvolse, aveva sofferto assai, aveva pianto lungamente, affannosamente; ma come erano diverse le lacrime che le sgorgavano allora dal cuore da quelle che oggi le si serravano strozzate nella gola!… Quelle almeno le poteva ricordare senza rimorso, e queste invece…
—A voi, duchessa Maria, non rammenta nulla ilPoggio dei Platani?—scappò da un momento all'altro a domandare il conte Della Valle coll'aria distratta… tanto per dire qualche cosa. La testa l'aveva proprio nei piedi, coi quali accarezzava e stringeva lo scarpino di Lalla, complice l'angusta oscurità della pedana.—Vi ho veduta qui l'ultima volta a cavallo, mentre io passavo per andare a Venezia… lo rammentate? Era di buon mattino e con voi mi pare ci fosse anche…
—No, non lo rammento;—e Maria, che s'era sentita la faccia diventar prima pallida, poi accesa, rispose confusa, con una stretta al cuore senza poter riuscire a padroneggiarsi, rispose quel—no—seccamente, aspramente.
Allora fu la scarpettina di Lalla che toccò il piede di Giorgio. Il conte alzò gli occhi: la fanciulla lo fissava con un'espressione ch'era tutta un punto interrogativo.
Ma nè l'uno nè l'altra, per quante domande si facessero a quel modo, non potevano intendersi; anzi Giorgio sapeva benissimo che tutt'altra doveva essere la sua interpretazione da quella data dalla fanciulla al—no—così strano e inesplicabile di Maria. Egli dubitava di essere stato imprudente ricordando quell'episodio alla duchessa, perchè… perchè in quella tal mattina l'aveva sorpresa fuori di casa, a cavallo, in un'ora sospetta, sola sola col marchese di Vharè. E un'altra volta, malgrado suo, un sospetto assurdo, mostruoso, ma avvalorato da inesplicabili circostanze, il sospetto che fra il marchese e Maria ci fosse stato qualche legame assai più intimo di un'amicizia superficiale, lo turbò a un tratto, e vivamente.
Sì, era un sospetto mostruoso, assurdo, egli lo credeva, voleva crederlo: ma, e allora, perchè quel pallore?… Perchè quella confusione?…
Lalla, naturalmente, spiegava in un modo ben diverso il contegno della mamma: già le pareva di aver notato che la mamma non fosse entusiasta come il babbo a proposito del conte Della Valle. Ma sotto quella freddezza ci doveva essere qualche cosa di oscuro e ingarbugliato che la fanciulla, da sola, non riusciva a sciogliere. Intanto, come spiegare l'intimità che c'era sempre stata fra Giorgio e sua madre, fra i Della Valle e i Santo Fiore, con tutti gli anni trascorsi, non solo senza vedere il conte in casa d'Eleda ma senza ch'ella mai, nemmeno di volo, ne sentisse parlare, ne udisse a pronunciare il nome?
Perchè?… Per qual ragione? Chi poteva saperlo?…
—Certo qualche mistero; c'era un mistero. Certo la mamma aveva qualche cosa nel cuore che voleva nascondere…—E Lalla, spinta dalla curiosità, volle mettere Maria sul punto di scoprirsi… di tradirsi forse!
La carrozza correva via rapidamente, lungo una stradetta deserta e silenziosa, quella stradetta che passava poco lontana dal sagrato, e che Maria aveva fatta a piedi con don Gregorio, la sera stessa della sua partenza da Santo Fiore.
Tacevano tutti nella carrozza. Non si udiva che il trotto regolare e serrato dei cavalli e, di tanto in tanto, il colpo secco, sonante d'un ferro che batteva contro un ciottolo e lo spionciare acuto, improvviso del fringuello messo in fuga.
Lalla, seduta, vagamente raccolta colla breve personcina in un cantuccio del landò, alzava gli occhi timidamente appassionati, negli occhi di Giorgio; e in uno di quei taciti ricambi di tenerezza, quasi volendo concludere un pensiero nel quale allor allora s'erano intesi tutti e due:—Fra qualche giorno—disse al suo fidanzato—sarò… saremo… sarò sua moglie, e lei,—qui abbassò timidamente gli occhi lunghi e vellutati, ma voltandoli in modo da poter osservare anche Maria—e lei, ancora, non ha dato un bacio alla nostra mamma!
—Ben volentieri!—esclamò subito il Della Valle che, desiderando rimediare alla scappata di poco prima, si era alzato mezzo dal sedile, colle braccia protese verso la duchessa.
Maria si rizzò con un grido, ma notando lo stupore di tutti, si calmò subito e mormorò, rivolgendosi a Lalla:—Sai pure che le scene drammatiche non mi garbano.—Poi stese la mano a Giorgio e gliela strinse sorridendo.
Nessuno fiatò; ma desiderarono tutti che quella passeggiata finisse presto.
—Certo, certo, il mio Giorgio non è molto simpatico alla mamma—pensava Lalla in cuor suo.—Ma… perchè?…
E lo stessoperchèil Della Valle, mortificato, chiedeva inutilmente a sè medesimo:
—Che sia stato il Vharè a ispirare nell'animo della duchessa tanta avversione e tanta diffidenza contro di me?…
Il conte Eriprando, che ormai non si poteva più muovere a cagione della gotta che lo tormentava, non fu presente a Santo Fiore per la cerimonia nuziale. Il parentado vi fu rappresentato invece da una marchesa genovese, cugina di Prospero Anatolio; una vecchia quasi cieca e sorda, che non faceva altro che sorridere scioccamente. Tuttavia, quantunque il matrimonio si celebrasse in famiglia, Prospero Anatolio non volle perdere l'occasione di stringere qualche influente legame; i testimoni furono scelti fra i pezzi grossi delle due Camere, e dovevano arrivare in pompa magna, il giorno stesso della firma e della benedizione.
La duchessina, intanto, avea fatto precedere il giorno solenne da una novena rigorosissima, con digiuni ed esercizi spirituali; il tutto ordinato e disposto da don Vincenzo, che sfoggiò per l'occasione un camice nuovo con ricami e pizzi di gran valore: un regalo della piissima miss.
Pareva quasi che Lalla non fosse alla vigilia di maritarsi, ma che all'indomani dovesse pronunziare un voto monastico: vestiva sempre di nero, nascondendosi la faccia con un velo fittissimo, restando molte ore in chiesa, o ginocchioni a pregare, o seduta a leggere l'uffiziolo, non mangiando altro che legumi; senza frutta, senza dolci. Giorgio quasi non le poteva più dire nemmeno una parola, e gli era proibito anche di stringerle la mano, senza contare ch'egli pure, volere o non volere, dovette confessarsi di tutti i suoi peccati e comunicarsi… cosa che egli fece una mattina, quasi di nascosto, in camera di don Gregorio.
In sulle prime, Giorgio aveva tentato di opporsi a quelle prepotenze; ma Lalla si mostrò inflessibile, e così a mano a mano, un giorno per non disgustarla, un altro perchè era un po' malatina, egli terminò con fare sempre tutto quanto desiderava e voleva la capricciosa.
La cerimonia della comunione di Lalla fu solenne: anzi più solenne che commovente. La chiesa era affollata come un teatro; e fra le autorità si vedeva in prima linea il signor Domenico, il quale teneva d'occhio attentamente il duca d'Eleda quando si sedeva, si alzava, o s'inginocchiava, per fare subito altrettanto.
C'erano tutte le fanciulle dellaDottrina Cristiana, presiedute dalla Veronica che aveva scritto, per l'occasione, un'ode, inpoesia, nella quale encomiando le pievirtudidellanobile donzellae lelarghezze suealtempio, aimendichie aigramile augurava che fossero:
Pegni d'immenso gaudioChe dura eterno ognor.
La signora Veronica non era punto mutata: secca, striminzita nell'abitino nero, stinto, di setagros, aveva sempre il fegato avvelenato dalla gelosia contro l'Ottavia, che adesso le contendeva vittoriosamente l'effetto erotico deivergissmeinnichtsul vice pretore.
La duchessina rimase genuflessa sulla viva pietra dell'altare tutto il tempo che durò la funzione, e quando don Vincenzo le avvicinò la sacra particola alle labbra; era tanto commossa che pareva venisse meno da un momento all'altro.
Rientrata in casa, ritrovò don Gregorio che l'aspettava; era lui che all'indomani doveva celebrare le nozze. Lalla, vedendolo, gli si gettò subito fra le braccia, poi volle per forza inginocchiarsi di nuovo, per essere benedetta anche da don Gregorio.
—Sì, sì; che il Signore sia con te, figliuola mia,—mormorò il buon vecchio, accarezzandole i capelli colla mano tremante;—sempre con te, e ti conceda perennemente quella felicità che oggi ti trabocca dal cuore. Ma non dimenticare che noi tutti, su questa terra, abbiamo una missione da compiere, e che ci attende un—al di là—inesorabile. Sii sposa affettuosa e sommessa; e se un giorno il Signore volesse porre alla prova la tua costanza, il tuo coraggio, la tua cristiana rassegnazione, devi ricorrere fiduciosa a tua madre; essa non avrà che a cercare nella sua vita per confortarti e per edificarti coll'esempio di virtù sante e modeste.
La voce di don Gregorio, a questo punto, fu rotta da un singhiozzo. Piangevano tutti: Maria stringeva Lalla fra le braccia, convulsamente, coprendola di baci e di lacrime, e offrendo a Dio quello strazio del proprio cuore, purchè Iddio la ricambiasse con altrettanta felicità per la sua figliuola.
L'emozione di Lalla era grande, indescrivibile, e già si temeva che ne potesse soffrire anche la sua salute, quando fortunatamente, per distrarla in buon punto, arrivò un facchino della stazione, con una cassa sulle spalle.
Era l'abito da sposa della duchessina, che arrivava fresco fresco daParigi.
La Giulia che lo aspettava da due giorni, appena vide il facchino colla cassa sulle spalle, battè le mani con un grido di contentezza e corse subito in cerca di Lalla.
Lalla, che pure ci aveva il cuore sospeso, prima ancora che Giulia glielo dicesse, indovinò che si trattava dell'abito e se ne andò di corsa dietro alla cugina senza più badare, senza salutare nemmeno don Gregorio. Poi colla Giulia, miss Dill, la Luigia, la Nena e colla marchesa di Genova, che si trovava avvolta, presa, spinta da quella folata di ragazze, senza capire un ette di ciò ch'era avvenuto, Lalla seguì Lorenzo, che adesso portava lui la cassetta sulle spalle. Tutte insieme facevano grandi profezie sultaglioe sulle guarnizioni e discutevano animatamente a proposito del giorno in cui il vestito doveva essere stato spedito da Parigi.
—Sì, doveva essere il giorno, precisamente, in cui era arrivata la Giulia a Santo Fiore.—No, no, non poteva essere.—Era possibile.—Non era possibile.—In conclusione, andavano tutte d'accordo nel riconoscere chemadame Fannyera un portento, una donna sublime.—E l'ampio scalone, perchè Lorenzo doveva portare la cassa nella camera di Lalla, risonò allora tutto pieno, assordato da quel chiaccherìo, da quella grande contentezza così giovanile e chiassosa.
Lalla fece mettere la cassa in piena luce, sotto la finestra; poi inginocchiandosi per terra accanto a Lorenzo, si provò per aiutarlo, graffiandosi le manine delicate. Lorenzo piano piano, con molto garbo, ma con una lentezza che urtava i nervi, prima colla tenaglia levò i chiodi più grossi, poi; adagio, ne sollevò il coperchio: quand'ebbe finito. Lorenzo fu addirittura buttato da una parte, e allora Lalla, la Nena, la Giulia e la Luigia, delicatamente, levando uno dopo l'altro i larghi fogli di carta bianca che erano stesi sull'abito, lo scoprirono nel suo intatto splendore. Lalla era diventata rossa, cogli occhi sfavillanti: la Luigia preso l'abito per la fodera della vita lo teneva sollevato, disteso, mentre colle dita dell'altra mano, dando alla veste certe scossettine vibrate, precise, ne faceva meglio risaltare la freschezza e l'eleganza. Giulia era in ammirazione, la Nena rimaneva estatica, miss Dill, inforcati gli occhiali sul naso, approvava gravemente, ma con convinzione, e la vecchia marchesa, che stava in disparte e che proprio bene non lo poteva vedere, esclamava tratto tratto:—O l'è na vea maavegia; o l'è na vea magnificenza!
—Quando ci sposeremo, Nena, farò arrivare da Parigi, anche per voi, un bel vestito come questo!—scappò a dire, strizzando l'occhio, quel burlone di Lorenzo. Ma non era il momento di perdersi a ridere: c'era troppo da fare. Lorenzo fu mandato via, e Lalla provò subito il vestito. Si spogliò in fretta, e intanto, finchè la Luigia le teneva sollevata la sottana perchè Lalla l'infilasse passandovi sotto col capo, risero tutte allegramente, vedendo quella sposina che, mezzo svestita, in gonnella corta, pareva ancora più piccolina:—pareva una Giovanna d'Arco in miniatura!…
L'abito le andava a perfezione, ma… ma davanti, sul petto, le faceva una piega di traverso, che non avrebbe dovuto esserci: una piega della qualemadame Fannynon aveva forse tutta la colpa.—Giulia sorrise maliziosamente, e si accarezzò colle mani il seno rotondo e palpitante sotto la giacchettina di maglia scura.
—Bisognerebbe tirarlo un po' su; stringerlo di spalle—disse la Nena alla Luigia, fissandola per farle capire dov'era il difetto, ma senza spiegarsi di più, per non mortificare la padroncina.
—Avete un bel dire voi; ma io non mi arrischio…
—Non conviene—esclamò Giulia.—È cosa tanto di poco!—Allora, dopo lunga e seria discussione, si concluse di non toccarlo.
Lalla non disse mai una parola, aveva capito dov'era il difetto e pensava che, vestendosi all'indomani, avrebbe rimediato da sè.
In casa d'Eleda si pranzò, quel giorno, più presto del solito: prima dell'Ave Mariabisognava essere in chiesa per laNovena. Nemmeno Pier Luigi ci voleva mancare. Se gli piacevano le belle donnette, non era una ragione per essere eretico. E poi egli assisteva sempre con vero piacere alla conversione delsinistronipote—il quale si avvicinava a grandi passi verso ilcentro, si avvicinava, e darosso scarlattos'era fatto d'un belviola canonico, inondato com'era continuamente dallo sguardo azzurro della sua Lalla… dallo sguardo!
Ritornarono a casa tristi e muti. Nessuno aveva il buon umore delle altre volte: era quello un momento troppo serio e solenne.
Giorgio aveva poi un'altra ragione di essere melanconico: la grande felicità che abbatte e che sgomenta quasi come un gran dolore. Egli sentiva tutto ciò, e la sua tristezza era ben naturale; e Lalla che lo sapeva, a tratti faceva pure la mesta, quantunque forse, per il suo spirito di contraddizione, quella sera avesse addosso l'argento vivo ed una voglia matta di correre e di saltare. Durava una gran fatica a star ferma, e fra uno sguardo tenero e una paroletta dolce al fidanzato, usciva sotto il portico a ridere colla Giulia, o passava in tinello a dare ordini alla Nena. Ma prima di uscire dal salotto abbracciava la mamma sospirando, oppur stampava un bacione sonante sulle guancie del babbo, come per dire all'uno e all'altro:—A voi due vorrò sempre un gran bene.
Nel tinello s'incontrò una volta con Frascolini padre, che era venuto alPalazzoappostaper fare il suo dovere. Il pover'uomo pareva invecchiato di dieci anni: curvo, sfinito con una tossaccia di cattivo augurio. Era stata quella testa matta del suo figliuolo a ridurlo a quel modo; ma lui testardo, non lo voleva confessare, e così soffriva peggio, struggendosi dentro, senz'avere uno sfogo. A Lalla quell'incontro non fece nessuna impressione: solamente le ricordò Sandrino, e sentì un impeto di sdegno. Pure seppe frenarsi e gli domandò conto della sua salute, della vendemmia, dell'Amministrazione comunale, e anche di quel cattivo mobile che lo faceva disperare… e tutto ciò senza mai un tremito nella voce, sempre tranquilla, sempre disinvolta.
Alla Nena, invece, ch'era lì presente, batteva il cuore tanto forte che pareva le volesse saltar fuori dal corsetto.
—No, di quel…—signore là—non ho nessuna notizia, nè mi curo di averne—borbottò il vecchio; ma l'impeto d'ira finì con due lacrime che gli gocciolarono dagli occhi.
Lalla non pensò nemmeno, nè il vecchio avrebbe sospettato, che la causa prima di quella sventura, di quella rovina potesse essere lei, e:—Bene, bene—gli disse—speriamo che ogni cosa si accomodi per il meglio e che ritorniate ad essere tutti felici. Il Signore avrà voluto provarvi, ma vi consolerà presto. Sperate nella sua bontà!—E lasciò che il povero vecchio, commosso da tanta degnazione, le baciasse la mano singhiozzando.
Quando la duchessina rientrò in sala, Prospero Anatolio e il Della Valle davano le disposizioni per l'indomani. Il Della Valle sarebbe andato lui solo alla stazione, incontro ai testimoni: erano quattro commendatori, due della Camera alta, due della Camera bassa, e avevano appena telegrafato che sarebbero giunti col primo treno.
I saluti furono quella sera più espansivi ed eloquenti del solito. La melanconica tristezza che aveva durato fino allora si dissipò e l'effusione trattenuta proruppe in uno scambio di promesse, di proteste, di strette di mano e di abbracci cordialissimi. Giorgio, prima di andarsene a casa, offrì il braccio, insistentemente, alla duchessa Maria, e volle accompagnarla fino sull'uscio della sua camera; non c'era un pretesto plausibile per rifiutare; Maria accettò il braccio e si avviò col Della Valle su per le scale.
Quando furono nel salottino che precedeva la stanza da letto, Giorgio si fermò e non lasciò che Maria entrasse subito colla Luigia, ma facendole dolce violenza la trattenne per una mano.
—Prima di salutarvi stasera, permettetemi un'altra parola; permettete che io vi domandi perdono ancora una volta, se negli anni addietro, senza saperlo, vi ho procurato qualche dispiacere. Siate buona. Maria, lasciatemi la certezza che voi non serbate nessun rancore contro di me; lasciatemi la certezza che accettandomi come vostro figlio, voi non vi rassegnate all'altrui volontà, ma lo fate spontaneamente col pieno consenso del vostro cuore.
—Sì, sì… con tutto il cuore.—Maria ebbe ancora la forza di frenarsi.—Con tutto il cuore… Non dubitate dei miei sentimenti. Invecchiando… mi sono mutata e… mutata in peggio. Sono diventata anche… un po' meno… meno espansiva; ma vi sarò riconoscente con tutta l'anima se voi, come ne ho fede, riuscirete a rendere felice la mia figliuola!…
—La vostra riconoscenza?… E se la sola riconoscenza… non mi bastasse?…
—No?—Maria si fece più seria… per dominarsi, per vincere il tremito da cui si sentiva presa.
—No, Maria, no. Lariconoscenzanon mi basta; desidero, voglio un pochino di bene. Ve ne supplico, ve ne scongiuro… se sapeste come ne ho bisogno!… Il vostro affetto mi pare che debba conservarmi intatto l'amore della mia Lalla, che debba essere la salvaguardia della mia felicità!… Dunque?… vogliatemi un po' di bene, se non altro per Lalla, per la vostra figliuola che amo, che adoro, Dio mio, quanto voi,mamma, non sapete ideare!
Maria si teneva appoggiata all'uscio socchiuso; per questo il sussulto che la fece trasalire, non fu notato da Giorgio.
—Dunque?…—continuava il conte che le baciava e ribaciava la mano, che prima stringeva fra le sue.—Dunque?… un po' di bene, me lo vorrete, mamma?
—Sì, fate felice mia figlia: a domani!—e scomparve.
Il Della Valle, neanche questa volta, non ebbe ragione di entusiasmarsi nè per la cordialità, nè per il calore della sua futura suocera… anzi, tutt'altro! E perciò finì col pensare che Maria avesse proprio qualche stranezza e che ci fossero parecchie contradizioni nella sua superba e fredda alterezza; ma poi, sentendosi addosso troppa beatitudine per volersela guastare, diè un'alzata di spalle e dimenticò presto la mamma, pensando solamente alla figliuola.
Maria, quando entrò in camera, era quasi soffocata dalla commozione. Si buttò nel letto, e rannicchiandosi, tremando per la febbre, col petto che si sentiva lacerato da una tossetta secca e profonda, ebbe l'abnegazione sublime, sovrumana, di ringraziar Dio per averle data la forza di poter continuare quella vita, e lo scongiurò di sostenerla ancora per il momento supremo che si avvicinava. Allora, fatta più serena da quella stessa preghiera, sentì un rimorso della freddezza che avea dimostrata al conte Della Valle; pensò che quel suo contegno avrebbe forse potuto turbare la felicità di lui e di sua figlia e promise a sè stessa come già aveva fatto in quegli ultimi giorni, di essere con Giorgio e con tutti, più cordiale e affettuosa. E mentre pregava e prometteva a Dio e a sè stessa di sacrificarsi sempre volonterosa e ignorata, le lacrime le colavano dagli occhi spesse e vive col tepore del sangue che sgorga da una ferita.
Stava così da molto tempo, sempre piangendo, colla mente sempre rivolta alle vicende dolorose di quell'amor suo infelice, quando, all'improvviso, fu scossa e spaventata da un gridare, da uno strillare acuto che veniva dalla camera della Giulia. Tese più attentamente l'orecchio, trattenendo il respiro per sentir meglio: non c'era di che inquietarsi; colle grida si udivano scoppi di risa; erano Lalla e Giulia che facevano il chiasso.
Lalla, quando svestita stava già per saltare in letto, provò, in sull'attimo, una paura tale, da non potersi ridire: c'era lì un coso nero, brutto…—Oh, che razza di scherzi!
Le avevano nascosto sotto le coperte il beduino che serviva da ferma uscio! Lalla indovinò subito da chi le veniva quel tiro, e toltosi il beduino in braccio e gettandosi addosso uno scialle, pian piano si avviò per compiere le sue vendette contro la Giulia, ma la Giulia, a sua volta, veniva appunto lì volendo assistere alla burla, e perciò tutt'e due s'incontrarono nel corridoio. L'una volle scappare, l'altra le corse dietro, Giulia saltò subito in letto nascondendosi sotto le coperte; e Lalla infine gliele strappò via e la costrinse a baciare, a ribaciare e a tenersi addosso, stretto stretto, quel brutto coso di carta pesta.
Quella sera tutt'e due le ragazze, erano un argento vivo. Si baciavano per mordersi, si tiravano dietro i guanciali, le vesti, tutto quanto capitava loro fra le mani; poi ad un tratto spensero i lumi, ebbero paura, chiamarono in aiuto la Nena e la Luigia, e non si calmarono finchè non furono tanto stanche di ridere, di gridare, di correre, da non poterne più!…
L'indomani Maria si alzò prestissimo; non aveva potuto chiuder occhio in tutta la notte. Era indebolita, aveva la febbre, tossiva, tossiva… Dio, Dio, come si sentiva male!
Si doveva celebrare il matrimonio religioso prima, poi il civile. Il religioso alle dodici del mattino, l'altro alle tre, per lasciar tempo alla sposa di mutare d'abito. Dopo, alle cinque, c'era il pranzo, al quale erano invitati anche don Gregorio, don Vincenzo, il sindaco… e finalmente gli sposi sarebbero partiti per il loro viaggio di nozze.
Lalla era ritornata seria, malinconica; per altro faceva tutti i suoi piccoli preparativi senza confondersi, senza distrarsi. Invece il conte Della Valle dimenticava tutti gli ordini che aveva da dare…
Maria era sfinita… non aveva più lacrime; ma Prospero ne sgocciolava anche per lei mentre, dopo aver spalmato di burro il pan fresco, lo inzuppava, gemendo e sospirando, in una tazza di caffè e panna.
La cerimonia religiosa non avrebbe potuto riuscire più commovente. La chiesa era stipata; il pubblico rumoreggiava curioso e pettegolo; ma quando don Gregorio unì indissolubilmente nel santo nome di Dio, in un nodo sacro, eterno, le due creature e le due anime, egli seppe trovare, benedicendole, parole così soavi da intenerire non solo gli sposi, Prospero Anatolio e i quattro commendatori, ma da suscitare in tutta quella gente una commozione viva e sincera.
In Municipio, invece, non si fece altro che ridere; si rise per i guanti bianchi di filo di Scozia e la sciarpa nuova che sfoggiava il signor Domenico, si rise della goffa ed impacciata importanza ch'egli si dava, e si rise più assai, quantunque tutti si sforzassero per contenersi, quando il signor Domenico, firmato l'atto, diede principio con voce altrettanto solenne quanto nasale, ad un discorsone proprio coi fiocchi. Era questo l'unico frutto ottenuto dalla sua unione colla dotta signora Veronica; ma, pur troppo, il sindaco di Santo Fiore, dopo quel giorno-, non potè più dire:—Chi ben comincia è alla metà dell'opera!—Il signor Domenico aveva cominciato benino il suo discorso, ma dopo i primi periodi incespicò, si confuse, mangiò le parole, e ne saltò mezzo, spaventato dagli occhietti bigi del duca Prospero, che lo fissavano con aria meravigliata.
Quando rientrarono in casa, la sposa si mostrò subito più disinvolta; era già in abito da viaggio: un abito grigio, attillato alla persona, che lasciava scorgere i fremiti della sua magrezza di sensitiva. I bei capelli, sciolti dalla noiosa corona di fiori di arancio, avevano ripreso il loro artistico disordine. Le guance, soffuse d'un leggero incarnato, le davano l'aspetto quasi di una bambina, e così era piacevolissimo il contrasto tra il suo visetto infantile e gli occhioni profondi e vellutati. Giorgio Della Valle la seguiva passo passo e pareva rapito in estasi. Egli non poteva credere che quella donnina tanto cara, tanto gentile, tanto aggraziata fosse proprio sua moglie. La guardava muto, estatico, senza saper dire una parola; la guardava lungamente, teneramente, supplicandola. Lalla invece, era affabile e affettuosamente chiacchierina con suo marito e con tutti quanti.
E Giorgio, sempre dietro, non la perdeva d'occhio un momento. Non viveva altro che col cuore, e il cuore è sempre l'eterno fanciullo!… Pieno di una beatitudine inquieta, guardava sua moglie a muoversi, a parlare, a ridere…—Sua!…—Era sua!
Una volta, mentre la seguiva, era stato trattenuto da uno dei quattro commendatori che gli annunciava la prossima nomina di Prospero a senatore; allora chiamò Maria per liberarsi dell'importuno e—Mamma! Mamma!—le disse—come mi sento felice.
In quanto a Prospero, per il momento non pensava a malinconie; gongolava tronfio fra il Senato del Regno e la Camera dei deputati.
Il pranzo fu cordialissimo. Pier Luigi, seduto accanto alla nuova nipotina, la stuzzicava con certe allusioni sul viaggio di nozze, molto arrischiate. Lalla arrossiva e abbassava il capo modestamente, ma poi lasciava intendere allo zio, con un volgere malizioso degli occhi sfavillanti, ch'ella capiva tutto benissimo e che ne rideva.
Pier Luigi cominciava fino d'allora, non si potea dire che perdesse il tempo, a corteggiare la contessa Della Valle, ch'egli trovavapiccantee seducentissima; e Lalla, pur senza perdere tempo, si godeva a lasciarsi fare la corte e ad ottenere l'ammirazione e le attenzioni del conte Pier Luigi, nel quale vedeva l'uomo esperto, che in fatto di donne s'era creata la riputazione d'intelligente. Per tutto ciò ci teneva a piacergli, e scherzava e gli si dimostrava amabilissima, e ridendo si aggiustava le trecce che aveva annodate sulla nuca facendo con quell'atto, risaltare meglio la bellezza delle sue braccia. Tuttavia il marito non era trascurato. Egli era anzi il punto fisso dove Lalla terminava sempre col girare degli occhi; e sotto quello sguardo languido e soave, Giorgio sentiva una scossa per ogni fibra e spasimava di stringersi fra le braccia… sua moglie!… di baciarla, di sciuparla, di morderla, di tuffare le mani in quei capelli biondi e profumati.
Don Gregorio, fattosi più grave, e come impensierito, continuava ad osservare attentamente Maria, la quale aveva lui alla sua destra, e il signor Domenico alla sinistra, i due che le avevano maritata la figliuola. Ma il signor Domenico avrebbe ceduto il privilegio assai volentieri. Lo avrebbe ceduto magari ad uno qualunque dei quattro commendatori!… Il modesto sindaco di Santo Fiore si sarebbe trovato assai meglio, nascosto in un cantuccio, godendosi a tutto suo agio quelle vivande così prelibate che il signor Francesco gli era andato descrivendo da tanti giorni, degnandosi anche d'indicargli quelle in cui avrebbe dovuto di preferenza mettere i denti. Così, invece, la soggezione gli lasciava appena il tempo di assaporare com'erano buone; gli si fermavano i bocconi nella strozza e restava istupidito quando, dimenticandosi per un momento, lasciava sul piatto la forchetta o il coltello e quei camerieri infuriati gli portavan via tutto! Invidiava il coraggio di don Vincenzo che, con le labbra unte, il naso rosso e la bocca sempre piena, strippava, macinando a due palmenti, tutta quella grazia di Dio, così che la povera miss Dill, vedendosi trascurata, se ne offendeva e metteva il broncio. Solo alle frutta, quando don Vincenzo, dopo d'essersi lasciato scappare il primo rutto, la fissò con una tenerezza da ciuschero, facendole scorrere la tabacchiera di sotto alla salvietta, miss Dill, rabbonita, gli sorrise clemente, sentendosi tutta rinvenire, come un gambo d'insalata dopo un'acquazzone d'estate.
—E Prospero Anatolio?…—Prospero non mangiava, ma, invece, divorava la Giulia: egli l'aveva accosto, vicinissima tanto da sentirne il calore, con quelle sue carni bianche e rosse, sparse di un pelolino simile alla pesca duracina.
Verso la fine del pranzo tutti s'erano animati: parlavano sempre a due a due, ma le voci si facevan più vive, il ridere più frequente e più forte, l'intimità più espansiva. Fu uno dei quattro commendatori, un pezzo grosso deiLavori Pubbliciche, dopo di aver guardato l'orologio, avvertì gli sposi di affrettare i preparativi, se non volevano perdere la corsa. Eccetto don Gregorio e Maria, che non ne ebbe il coraggio, vollero tutti accompagnare gli sposi alla stazione: il caffè lo avrebbero preso al ritorno, con più comodo.
Coi saluti, cominciarono le lacrime. Piangevano tutti, e alla tenerezza di circostanza s'era aggiunta quell'altra, assai più spontanea, provocata dagli effetti di una buona digestione, perchè l'uomo, come il coccodrillo, si commuove più facilmente a stomaco pieno.
Il conte Della Valle soltanto e Maria avevano gli occhi asciutti; Giorgio tradiva l'interno sentimento che lo agitava col pallore del volto e il tremito delle labbra; Maria… povera Maria!… Ma per fortuna nessuno badava a lei in quel momento, tranne don Gregorio, che per ciò era diventato a mano a mano sempre più inquieto.
Lalla singhiozzava, non sapeva staccarsi dal babbo e dalla mamma e si sfogava colle carezze e con gli abbracci. Prospero aveva ricominciato a sospirare e a soffiarsi il naso. La Giulia pure piangeva, e miss Dill pareva impietrita dal dolore.
Poi la commozione dei padroni si diffuse anche fra i servitori, e l'addio della Luisa e della Nena fu affettuosissimo.
Ormai tutti erano pronti e si doveva partire. Lalla volle ancora abbracciare la mamma: poi la Giulia, poi don Gregorio. Quindi affidò la sacchettina dei gioielli alla Nena e le raccomandò di non abbandonarla un momento; in fine, appena seduta nella carrozza e mentre i cavalli si muovevano salutò la mamma un'ultima volta:—Scrivi! scrivi presto! subito!
Giorgio doveva montare nel landò, che veniva dopo, con Pier Luigi, la marchesa di Genova ed un commendatore. Gli altri già erano a posto, quand'egli, prima di salire alla sua volta, si avvicinò a Maria, come aveva fatto Lalla e l'abbracciò teneramente. Maria non ricambiò e non respinse l'abbraccio; rimase muta, immobile come l'immagine del dolore. Ma quando il cancello del giardino, richiudendosi dietro all'ultima carrozza, diede il suo addio agli sposi col sonante ripercuotersi delle spranghe di ferro, allora, senza nemmeno un gemito, cadde a terra svenuta.
Quando rinvenne, si trovò adagiata, distesa sul canapè del salotto: don Gregorio era solo con lei. Il buon vecchio, che ormai aveva tutto compreso, avea saputo con un pretesto allontanare anche la Luigia, temendo che Maria, nello stato in cui si trovava, potesse perdersi con qualche parola imprudente.—Coraggio, coraggio!—le disse subito, appena vide i suoi occhi guardare attorno spalancati, con un'aria di sorpresa e di sgomento.—Coraggio, il Signore ti ha fatto trionfare anche dell'ultima prova.
—No, no, don Gregorio; non ho potuto trionfare—e la povera donna, ritornando alla dura, alla spietata realtà della vita, non potè più oltre contenersi, e a quelle parole che le rivelavano scoperto il suo segreto, sentì sprigionarsi, prorompere dall'anima, dal cuore, da tutta sè stessa la piena del proprio dolore, come ad un urto che ne apra le chiavi, l'acqua della corrente irrompe furiosa ad allagare la campagna.
—No… non posso, non posso resistere… e Dio… Dio non c'è! No… e se ci fosse… sarebbe peggio… sarebbe un Dio crudele! Qual capriccio feroce il suo di concedermi la forza di affrontare l'ora del sacrificio… e togliermela poi all'ultimo istante?… E farmi adesso rimpiangere il sacrificio stesso, e farmi cattiva, disumana; e così, dopo di avermi resa infelice a questo mondo, dannarmi anche nell'altro?
Le lacrime le colavano copiose dagli occhi, mentre coll'urto dei singhiozzi scoteva la bella testa addolorata, convulsamente balbettando fra una parola e un singulto:—No… no… Dio… non esiste… Dio non esiste…
Don Gregorio, intanto, piangeva con lei e pregava: pregava Iddio fervidamente per la poveretta; pregava Iddio perchè ridonasse la calma al suo cuore e perchè perdonasse, nella sua bontà infinita, quell'infinito dolore. Solo quando l'impeto dei singhiozzi cominciò un poco a rallentarsi, egli disse dolcemente, prendendole una mano:
—Il Dio che senti nel tuo cuore, esiste, ed è un Dio di perdono e di pace. Egli, nella sua sapienza divina, riserva, alle creature elette, forti come tu sei, la missione di aiutare coll'esempio i deboli e i vacillanti nelle battaglie della vita. Ringrazia, Maria, ringrazia il Signore con tutta la sincera espansione dell'anima, e non imprecare alla sua bontà previdente. Dell'uomo che poteva essere per te uno strumento di perdizione, ne ha fatto il figliuolo del tuo cuore; ti ha riserbata la contentezza, la gioia di vegliare al suo bene, e alla sua felicità; lo ha riunito, lo ha confuso nel più grande affetto e nel più santo dovere della tua vita: nell'affetto, nel dovere di madre. Lalla è giovanissima ancora; la sua indole non è come la tua: essa ha bisogno di una madre che la sorvegli, che la sorregga; ha bisogno di te perchè tu infonda nel suo cuore quello spirito di carità e di fede che vivifica il tuo. Così serenamente e santamente avrai compendiata tutta l'esistenza nel preparare, nell'assicurare e nel difendere la felicità… di chi ha la tua tenerezza ed il tuo affetto. Vedi, figliuola mia, quanto il Signore è stato buono con te? Lo spirito del male voleva tentarti, ma Iddio lo vinse colla rettitudine della tua coscienza, ti salvò dal peccato, dalla colpa sollevandoti sopra le ali della fede, fece di te il buon angelo custode dell'uomo che tu ami.
Queste parole di don Gregorio scesero benefiche nell'anima di Maria. Ella intravvide come un raggio di sole penetrare e diffondersi nelle tenebre della propria esistenza, mentre un'aura di pace aleggiava intorno a lei, consolandola con una commozione dolce e profonda.
—Fra qualche tempo—continuò il buon vecchio—quando il fervore del sangue si sarà intiepidito, quando il cuore rallenterà l'impeto dei suoi palpiti, quando ritornerà il sereno della tua mente coll'alba riposata di una prima ciocca di capelli bianchi, allora, invece dello squallido rimorso che avrebbe turbata la tua vecchiaia solitaria, invece del disprezzo e dell'odio, ti vedrai circondata dall'amore e sarai benedetta come il santo orgoglio della tua casa. Allora, rivolgendo uno sguardo tranquillo in mezzo alla ridente felicità de' tuoi cari, potrai dire di aver creato tu stessa quel Paradiso, col tuo eroismo e col tuo sacrificio; e accarezzando delle vaghe testoline bionde, che ti saluteranno col sorriso degli angeli, non dirai più, come stasera, che Iddio non esiste; ma lo sentirai vivo e possente in un inno di gratitudine che proromperà dal tuo cuore.
—Grazie, grazie, don Gregorio!… Voi mi avete salvata!…—e Maria, cogli occhi ancora bruciati dalle lacrime, baciò con trasporto la mano del vecchio che stringeva la sua.
Don Gregorio aveva vinto; aveva saputo far rinascere la speranza e tornare la calma nel cuore di Maria. Il dolore l'avrebbe uccisa a ogni modo, essa lo sentiva e lo bramava; ma adesso non vedeva più la sua tomba solitaria e deserta; le appariva invece sparsa di fiori e di ghirlande, come l'oasi prediletta della gratitudine e dell'amore. Quella missione di angelo tutelare infiammava, col misticismo che la involgeva, la sua immaginazione casta e poetica. Simile alla suora di carità che non abbandona il letto dell'infermo anche quando sente il contagio penetrarle nel sangue, Maria sarebbe rimasta coraggiosa, al fianco di Lalla, per riscaldarla colla sua propria fiamma, per riunire e confondere in uno solo, come il profumo di due fiori, l'amore di sua figlia e l'amor suo, facendolo alitare sulla cara esistenza di Giorgio colla perenne profusione di una corrente viva e benefica.
Quando il duca e gli amici ritornarono dalla stazione, don Gregorio se n'era già andato e Maria si fece scusare; nè la loro mancanza fu molto lamentata. Avevano tutti una voglia matta di ridere e di scherzare mentre bevevano il caffè collachartreuse, in circolo, attorno al caminetto, riscaldandosi con una bella fiammata allegra e scoppiettante.
Ma più assai del caminetto era la contessina di Rocca Vianarda che riscaldava la brigatella. Ciascuno faceva con lei il galante e lo spiritoso, eccitato dal riso libero e sano della bella fanciulla, dagli arditi atteggiamenti, dalle forme ricche e tondeggianti. Chi per altro cominciava a perderci la misura era Prospero Anatolio, il quale pareva già confortarsi del distacco di Lalla. Egli aveva sempre qualche cosa da dire alla Giulia a bassa voce, nell'orecchio. La prendeva a braccetto e, colla scusa ch'essa era l'unica figlia che gli era rimasta, voleva abbracciarla; e una volta incontrandola tra due porte, all'oscuro, la strinse con tanta forza che la fanciulla, un po' seccata, gli disse respingendolo vivamente:
—Calma, calma, caro duca; stringete troppo per un padre e specialmente per un—santo padre!—Prospero Anatolio arrossì, confuso, e non ebbe più il coraggio di guardarla in faccia per tutta la sera, ma abbassando gli occhi, le rispondeva impacciato, quando la Giulia gli rivolgeva qualche scherzo o qualche piacevolezza, rincrescendole di averlo troppo mortificato.
Intanto miss Dill e don Vincenzo si erano dileguati, e con loro anche la vecchia marchesa.
Quando, suonata la mezzanotte, la riunione si sciolse e ognuno si ritirò nella propria camera, Prospero Anatolio non si coricò subito, ma si sdraiò vestito sulla poltrona, accanto al letto. Pensò alla Giulia, al suo fiero rimprovero, a quella nota di sarcasmo così pungente, alla figura ridicola ch'egli ci aveva fatto… e l'immagine della bella fanciulla gli era sempre viva dinanzi agli occhi. Sentiva ancora il calore del suo corpo; vedeva il riso della bocca umida, giovane coi suoi dentini che apparivano sfacciati fra le labbra rosse.
Quanto era bella!… Ah!… se lui fosse stato ancora un giovinotto, o un uomo piacente!
E col pensiero penetrava nella camera di lei, desiderandola, e non l'abbandonava durante la notturna toeletta… Per distrarsi volle pensare a sua figlia, ma anche lì mille immagini ribelli lo tormentavano…
—Signore Iddio benedetto, che cosa ho addosso questa sera!
Era stato lochampagne! ne aveva bevuto troppo!… Stette così qualche tempo ancora, poi si alzò risoluto e uscì di camera.
Neppure Maria si era spogliata: era rimasta immobile per molto tempo, sdraiata nella sua poltrona, poi si era inginocchiata per pregare; e adesso, dopo aver pregato, tornava a piangere, a singhiozzare, quando udì bussare all'uscio, con un toccheggiare esitante:
—Scusami, cara, vorrei parlarti—disse al di fuori Prospero Anatolio, con voce malferma.
Maria asciugò in fretta gli occhi e aprì.
Prospero Anatolio entrò nella camera sorridendo: ma negli occhiettini bigi ebbe un lampo di malumore, vedendo la moglie ancora vestita. Maria non se ne accorse perchè il marito non la fissava in faccia, ma la guardava di traverso, mentre si buttava, come se fosse stanco morto, a sedere sopra un piccolo divano.
—Che cosa vuoi?
Prospero non rispose, ma si tirò accanto a Maria sul canapè, e con mano tremante cominciò a carezzarla ravviandole i capelli dalla fronte.
—È… partita.—balbettò alla fine, vedendo che sua moglie lo fissava negli occhi muta, impassibile.—È proprio andata via per sempre… Adesso,co-comevedi, ne sento tutto l'affa-fanno, non so darmene pace, mi turba un vuotodo-o-lorosissimo!
—Lo hai voluto tu,—rispose Maria seccamente.
Prospero Anatolio tacque a lungo, poi sempre senza osare di guardarla in viso, sussurrò qualche parola inarticolata, ch'ella per altro comprese bene. Si alzò di colpo, pallida, tremante: Prospero ne ebbe quasi paura; balbettò, volle scusarsi, e uscì dalla camera scomposto e barcollando come un ubbriaco.
Maria, superato il ribrezzo e lo sdegno, si era sentita agghiacciare. Le pareva che il Cielo, dopo averle così crudelmente spezzato il cuore, volesse anche schernire, svillaneggiare il suo immenso dolore, con quella domanda oscena che le veniva buttata in faccia! Si rannicchiò sul letto senza spogliarsi, e stette così fino al mattino. Quando si alzò, un colpo di tosse le addolorò il petto e la gola arsiccia, mentre sentiva correre sulle labbra alcunchè di denso, di tiepido, d'un sapore dolciastro; si asciugò la bocca e poi guardò il fazzoletto… era macchiato di sangue.
Allora Maria ritornò a piangere, ritornò a credere e a pregare: Iddio la consolava colla più cara delle sue promesse; e la morte sorrise alla povera donna come la sua ultima speranza, come il perdono e la pace.
Nemmeno nei primi mesi della luna di miele la contessina Lalla perdette il suo tempo: no, no; anzi, quando Giorgio si abbandonava accanto a lei inebriato e inebetito, colle pupille stanche, ella apriva i suoi grandi occhioni, e attentamente studiava il marito per imparare il modo di guidarlo e di dominarlo. E già poteva chiamarsi contenta: c'era riuscita proprio bene. Quell'uomo, in apparenza tanto forte, non isfuggiva alle sue manine bianche e delicate. Con un sorriso o con una lacrima, con una preghiera o con un po' di malumore, coll'arte di saper concedere a tempo, e a tempo di saper negare, Lalla lo teneva legato alla propria volontà, con fili invisibili, ma tenaci.
Una volta, fu la prima ed anche l'ultima, egli tentò ribellarsi al giogo adorato, negandole risolutamente di accompagnarla alla messa. Lalla pregò, supplicò, pianse, tutto inutilmente. Vi andò sola, ma colle ciglia aggrottate, e ritornata a casa si serrò a chiave in camera sua. Giorgio ebbe un bel fare: quell'uscio gli rimaneva chiuso in faccia ostinatamente. Venne la sera, la notte, ma sua moglie, quantunque avesse paura a dormir sola, fu inesorabile, e l'indomani soltanto, quando il marito tornò pentito di chiesa, essa gli riaperse l'uscio e le braccia.
Dopo d'allora Giorgio cominciò a transigere con lei; e, si sa bene, le transazioni sono come le ciliege: la prima si tira dietro le altre.
Perchè doveva egli turbare la fede di sua moglie?… Appunto, se egli non credeva alla messa, poteva benissimo accompagnarla, come l'avrebbe accompagnata in qualunque altro luogo. Così, perchè non avrebbe mangiato di magro il venerdì ed il sabato?… O che?… il pesce non gli era sempre piaciuto?… Già, una donnalibera pensatricenon l'avrebbe sposata, e nemmeno una dottoressa repubblicana; dunque doveva bene lasciarla fare e pensare a suo modo; e Giorgio intanto non si accorgeva che invece cominciava lui a fare e a pensare come voleva la moglie.
Del resto era una pietà piuttosto strana, quella di Lalla; essa credeva ciecamente in un Dio di manica larga, che perdona sempre, e si accomoda facilmente, e col guadagnare l'empio consorte alla fede non aveva dubbio di accaparrarsi l'indulgenzaper il passato… e per l'avvenire. E il Della Valle di tutto questo non capiva nulla; e mentre sarebbe corso ad una nuova Mentana, se un'altra volta ci fosse stato da sciogliere col fucile laquestione religiosa, chinava la fronte e le ginocchia dinanzi all'elegante clericalismo della bionda duchessina che lo aveva innamorato. Il conte Della Valle, che per il trionfo dei suoiprincipîavrebbe speso la vita, li sacrificava adesso ad uno ad uno, sotto l'arcana influenza delle carezze di Lalla.
Questa sua influenza per altro, essa non la esercitava soltanto in pro della Chiesa e delle istituzioni. La carità comincia da noi, dice il proverbio, e così faceva Lalla. Per esempio, volendo assicurarsi da ogni possibile birbonata che il Frascolini le volesse giocare, Lalla, a prevenire il pericolo, aveva raccontata e fatta credere a suo marito una storiella tutta d'invenzione, nella quale dipingeva Sandro come un matto, un farabutto che, perduta la testa, si era innamorato di lei, che s'era messo a guardarla sfacciatamente, a perseguitarla, seguendola ad ogni passo, finchè un giorno le scrisse anche una lettera. E siccome lei gliela fece restituire dal vecchio Ambrogio, senza neppure averla letta, s'intende, e con un solenne rabbuffo per giunta, lui la minacciò che, un dì o l'altro, quell'azione gliela avrebbe fatta scontare e… e il povero Ambrogio nella sua qualità di morto, naturalmente era obbligato a tacere!
A Roma, dove da tempo avevano stabilito di passare l'inverno, la contessa Della Valle spiccò non poco per la sua grazietta attraente, pei grandi occhi vellutati, per lo spirito fine, per la bella personcina sottile e flessuosa, per il sorriso a volte timido e modesto, a volte birichino, e per il tutt'insieme nobile e signorile. Anche a Roma continuarono a chiamarla laduchessina, ed era attorniata da uno sciame di adoratori che la corteggiavano con molta insistenza. Giorgio, da principio, era gelosissimo; ma Lalla, in poco tempo, seppe ridurlo alla ragione. Quando ritornavano da qualche festa, e liberati dalla presenza della cameriera, rimanevano soli, Lalla, mezzo spogliata, si sedeva sulle ginocchia del marito, che fumando l'ultima sigaretta sdraiato in una poltrona, si godeva a contemplarla. E lì fra carezze e baci e mille moine da gattina, essa circondandogli il collo colle braccia nude, che gli faceva ammirare e baciare, fissando sempre lei il numero dei baci, confidava al marito tutte le dichiarazioni ricevute durante la serata. Allora con quella monelleria tanto garbata e briosa, Lalla faceva la caricatura di tutti i suoi eleganti innamorati, mettendo in burletta il languore dell'uno e il fuoco dell'altro, imitandone il gesto, l'espressione, l'accento. Giorgio era contento e beato, perchè così acquistava la convinzione che quella cara e innocente bambina gli avrebbe contato sempre tutto, in ogni occasione e, in tal modo, senza una sorveglianza importuna, avrebbe potuto prevenire i pericoli; e Lalla era pure soddisfatta vedendo che il giuoco le riusciva bene.
Per ciò, e in breve tempo, ella si trovò affatto libera di andare, venire, stare e ricevere chi meglio le accomodava.
Una volta sola il Della Valle mise innanzi un bel no; ma fece fiasco. Il fatto successe nell'occasione che fu presentato alla duchessina il marchese di Vharè.
—Ti prego, Lalla, di non invitarlo in casa nostra… mi è antipatico; e poi… compromette tutte le donne!…
—Come fare?… è tanto amico della mamma!
Giorgio arrossì, Lalla se ne accorse, e il dialogo fu interrotto; ma poi, qualche giorno dopo, il Della Valle vide entrare il Vharè da sua moglie. Lalla lo assicurò di non averlo invitato; era vero, ma aveva fatto intendere al marchese ch'ella stava in casa tutti i mercoledì dalle due alle cinque, di giorno, e che il sabato riceveva alle dieci di sera.
Il Vharè, per Lalla, non era mai stato indifferente: perchè? chi sa!… Forse fra quelle due nature dal sangue guasto, esisteva una corrente simpatica: certo è poi che la fama di scapestrato, di Don Giovanni adorato dalle donne e temuto dagli uomini, fama ch'egli non s'era scroccata, costringeva Lalla ad ammirarlo. Anche gli scandali eleganti, sollevati dai suoi amori colladivaSoleil, riconfermata per quel carnevale da un impresario di Roma, eccitavano continuamente la sua attenzione e la sua curiosità.
Giacomo di Vharè aveva passato i quarant'anni, ma restava tuttavia un uomo piacente. Alto della persona; pallido, coi baffi biondi e i capelli brizzolati, che appena sulle tempie cominciavano a farsi radi. Aveva una coltura varia, facile, alla portata di tutti, e perciò da tutti ammirata, ch'egli aveva saputo acquistarsi coi suoi viaggi e con una memoria straordinaria. Riteneva subito, e per lungo tempo, tutto ciò che gli capitava di leggere nei giornali e nelle riviste. Parlava bene, parlava molto, e aveva uno spirito pronto, paradossale. Conosceva poi la gente più in voga di tutto il mondo, da Sarah Bernhardt al padre Curci, e la conosceva davvero, perchè di esagerazioni era schivo, massime quando parlava di sè. Non citava mai i suoi duelli, non alludeva mai alle sue fortune amorose, non nascondeva i suoi debiti e ci teneva molto al marchesato, quantunque non fosse di buona lega. Scettico ma freddamente cortese, aveva quell'aria indefinibile di padrone del mondo e di grand'uomo andato a male, che si fa ammirare dagli sciocchi… e gli sciocchi sono in maggioranza.
Con tutto ciò, è naturale, in quel vivaio di adoratori, Giacomo di Vharè fu il primo e il solo che arrivò a farsi notare dalla duchessina. Lalla scherzava sempre, era con tutti amabile e civettuola; ma, sicura del fatto suo, non ci pensava più che tanto a quelle farfalle che si bruciavano le ali attorno alla sua fiamma, o se ne occupava appena per contarle. Col marchese, invece, la cosa era ben diversa; con lui diventava seria, non era più motteggiatrice, chiacchierina, ma lo ascoltava attenta coi grandi occhi fissi. Il marchese di Vharè, a poco a poco, si abituava a quella bambina, cominciava a trovarsi bene con lei, ad accorgersi ch'ella avea molta intelligenza e molto spirito, e la stuzzicava a proposito del suo sentimentalismo di fanciulla bionda, e del suo clericalismo di duchessina legittimista, godendosi a sentirla ragionare così composta, così aggraziata, con la voce dolce, d'argento che accarezzava l'orecchio come una musica. A farle la corte non si provava nemmeno: gli pareva impossibile di poter riuscire—interessante—lui, non più giovane, a quel fiorellino pallido e delicato, che sbocciava allor allora, fragrante di soavità.
Una sera, per un momento, ne aveva avuto quasi il capriccio, la tentazione: poi non ci pensò più; era una cosa assurda, ridicola.
… Quella sera aveva avuto luogo, al teatro, la beneficiata delladivaSoleil e uno splendido mazzo di orchidee e di violette russe, che spiccava fra i moltissimi stati offerti alla festeggiata cantatrice, aveva suscitato nel palchetti i commenti ed i pettegolezzi delle signore. Certo, certo, era stato il Vharè! Era il dono del Vharè! Era l'omaggio del Vharè!
Dopo teatro, c'era riunione dalla principessa di Kleigenburg e tra gli invitati si notavano anche Lalla e il marchese. Quest'ultimo, dopo aver girato attorno fra le signore, facendo complimenti, o lanciando qualche epigramma, si sedette vicino alla duchessina, coll'abbandono di chi, dopo essersi molto seccato, si procura un istante di sollievo. Lalla non gli aveva mai fatto parola a proposito delladiva, nemmeno per dirgli che la Soleil cantava bene; ma quella sera essa voleva parlare e intanto lo fissava sorridendo… e fissava pur sorridendo l'occhiello del suo frak, dov'erano infilate alcune violette.
—Bellissime…
—Mi spiace, duchessina, ma non posso, non oso offrirgliele.
—Teme un dolce rimprovero?
Giacomo guardò Lalla stupito:—Oh, no; tutt'altro!
—Allora, le sono molte care quelle violette?
—Nemmeno, contessa; ma che vuole? le parrà strano, eppure anche noi vecchirouésabbiamo il nostro pudore e… Lei non mi può capire, contessa, nulla di meno questo fiore così sciupato… ecco… mi parrebbe di mancarle di rispetto se gliel'offrissi.—Le reticenze marcate e studiate con molta arte stabilivano un'antitesi, fra il contralto e la duchessina, molto lusinghiero per quest'ultima.
Quando Giacomo tacque, si guardarono tutti e due lungamente, senza parlare; poi Lalla, colle labbra un po' tremanti e il seno che dalla scollatura dell'abito si vedeva ansare più forte, fissandolo sempre, stese la mano aperta verso di lui, con un'espressione dolcissima di preghiera e d'affetto. Giacomo si tolse le violette dall'occhiello e più per abitudine che per deliberato proposito, strinse leggermente le dita di Lalla: e Lalla presi i fiori li chiuse, con molta cura, nel suo ventaglio di pizzo.
—È una dichiarazione od è uno scherzo?—pensava il marchese fra sè.—Mah! chi può capire le donne?… Perchè mai vorrebbe ch'io le facessi la corte?… Amarmi?… lei? Sentire simpatia per me, che devo esserle stato dipinto da suo marito col pennello di Bosch, il pittore dei mostri?… Eh! questa intanto potrebbe essere anche una buona ragione… Poi è una donnina di talento e chissà, trovandomi meno stupido degli altri… No, no; è impossibile; divento vecchio, e per lusingarmi basta anche un'amabilità, affatto innocente… o ingenua! Con quell'aria così composta? Con quegli occhi così modesti?… Eppure, alle volte, sa guardare in un certo modo… No, no; è inverosimile, è assurdo!—Invece, quantunque inverosimile, la cosa era proprio vera. Lalla ci godeva assai, e ci teneva a far girar la testa al marchese di Vharè, più che ad ogni altro.
Ma perciò non bisogna credere che il Vharè dovesse il buon successo soltanto alle memorie infantili della piccola duchessina; vi concorse anche un'altra circostanza, molto singolare e molto efficace. Al Della Valle era stata offerta in vendita la casa di campagna del marchese Giacomo e, prima di recarsi a Roma, Giorgio e Lalla, passando da Santo Fiore per salutare i d'Eleda. erano andati insieme a visitarla.
Giorgio aveva abitato un mese in quel villino senza scoprirvi nulla di singolare; Lalla invece, subito, appena dentro, fatti appena i primi passi, in tutta quell'intimità ricca ed elegante, in tutti quei mille gingilli, vide come apparire, animarsi, muovere il dissipatore simpatico e capriccioso, il seduttore amabile, dal gusto finissimo, e dalle abitudini signorili; e in un tappeto con due cifre graziose, che non erano nè una V nè una G. quasi nascoste dagli arabeschi, e in un vasetto di fiori appassiti, e in un pennaiuolo ricamato, e in un coltroncino trapunto, essa indovinò, al primo sguardo, le manine di una donna, o di più donne, che volevano, o che avevano voluto molto bene al padrone di casa. Con quel suo istinto di bimba curiosa e indiscreta, Lalla guardava, toccava tutto, e di tutto voleva sapere, indovinare ilperchè. Essa correva di qua e di là, dallo studio al salottino, dal salottino alla camera da letto, cercando, frugando, rovistando, trovando sempre qualche cosa di nuovo, e d'interessante. Pareva in casa sua là dentro, essa pareva lo spirito, l'anima, il folletto di tutto quel piccolo regno dell'amore e della femminilità.
Quando da uno specchio era riflessa la leggiadra personcina di Lalla, così vagamente bizzarra, coll'ampia pelliccia scura, che la freddolosa si serrava addosso stretta stretta, col berrettone di lontra che non le nascondeva punto le ciocche scompigliate dei bei capelli, quello specchio pareva mutarsi per incanto in un bel quadro di genere messo lì, a suo posto, dal buon gusto di un artista sapiente. Lalla correva di qua e di là; ma d'un tratto, nella camera, accanto al letto, si fermò, prima attonita, poi pensierosa. Fra le cortine rialzate, vicino al capezzale, aveva scoperto un quadrettino piccolissimo, qualche mistero di certo, perchè, di sotto al vetro, era calata una tendina di seta verde, con un disegno stinto nel mezzo.
Come ci riesce bene il diavolo quando ci vuol mettere la coda!…
Giorgio, in quel momento, era alla finestra, occupatissimo col notaio incaricato della vendita, che gli indicava i vari confini dei fondi adiacenti alla villa.
Lalla staccò il quadretto, lo guardò da tutte le parti, con una smania un po' nervosa, finchè, nascosta tra i fregi della cornice, in un angolo, scoperse una piccola molla; la spinse forte, colle dita; la tendina si alzò di scatto, e Lalla vide una miniatura, il ritratto di una donna bellissima, nuda fin oltre la metà del seno, e circondata da un arruffio di capelli biondi (era bionda anche lei!…) che riempiva tutto lo spazio rimanente del piccolo quadrettino.
Quella signora così… bionda era una gran dama dell'alta aristocrazia romana, celebre non soltanto per la sua bellezza, ma più ancora per la sublime e rara virtù. Invece… invece era l'amante del Vharè.
Intanto Giorgio che trovava conveniente l'acquisto di tutti quei beni, stava fissando col notaio i termini del contratto.
—Nella vendita è compreso il mobilio?… E anche gli oggetti d'arte?—domandò la duchessina.
—Il signor marchese—rispose il notaio—si riservò soltanto alcune memorie di famiglia, che intende conservare.
—Ho capito—pensò Lalla sorridendo. La bella miniatura sarebbe stata conservata… tra quelle memorie!.
Ma tutto ciò, ad insaputa stessa del Vharè, gli aveva aperta la via per entrare diritto nel cuore di Lalla; e dopo successa la scena del fiore, quando Giacomo per la prima volta arrischiò, a mezza voce, una mezza dichiarazione, egli vide gli occhi di Lalla, solitamente così modesti, fissarlo, interrogarlo quasi supplichevoli, vide le sue guance tingersi di un leggiero incarnato e il respiro farsi anelante… come quando, senza parlare, essa gli aveva chiesto, cogli sguardi desiderosi il gradito omaggio delle violette.
Giorgio era seccato, pareva sospettoso. Appena Lalla si metteva a discorrere col Vharè, egli diventava serio, stava attento, e subito, e non sempre con abbastanza disinvoltura, correva a mettersi in mezzo fra di loro. Lalla scorgendo quelle ansietà, quelle mosse, sorrideva impercettibilmente, più cogli occhi che colle labbra; capiva bene che suo marito, sicuro di tutti, di—quello lì—non lo era punto; capiva che—lì—egli presentiva il pericolo e con una logica tutta particolare, Lalla ne deduceva, per conseguenza, che il Vharè doveva valere molto di più degli altri; e nei colloqui notturni, quando essa rivelava al marito tutte le dichiarazioni ricevute nella serata, quelle del Vharè passavano sempre sotto silenzio. Anzi una volta che Giorgio le domandò con alquanta circospezione, per non turbare la sua innocenza, se il Vharè non aveva mai tentato di farle—un po' di corte—essa gli rispose tranquillamente, candidamente.
—No; mai.—Senti, Nino mio, ti assicuro, a te il Vharè è antipatico e ne avrai le tue buone ragioni, ma io l'ho trovato sempre cortese, rispettosissimo: dalle sue labbra non è ancora uscita una parola che possa parere una dichiarazione: dice sempre che potrebbe essere mio padre e, via, non ha torto, sai, perchè sembra più vecchio di te!… Insomma sta tranquillo, gelosone, nemmeno un briciolino di corte; nemmeno un briciolino così!…—alzando il braccio nudo, fuori dal candido accappatoio, mentre coll'altro si teneva stretta al collo del marito, gli mostrava, stringendo il pollice contro l'indice, l'ultima estremità di un'unghietta brillantata.—I tuoi cari amici, invece, i tuoi colleghi (sinistra, destra, ed anche la montagna!) a sentirli loro, si fonderebbero tutti in un partito solo, contro di te!—E Lalla rideva col suo riso schietto, squillante, baciandogli la bocca, gli occhi, i capelli che ella si godeva ad arruffare colle manine nervose. Giorgio era felice, imbambolato dall'amore e dalla voluttà. Egli, del resto, aveva troppa fiducia in sua moglie per temere il Vharè come seduttore, ma gli spiaceva un'apparente intimità con uno scapestrato di quella specie. Che poi il Vharè non avesse in animo di fare la corte a Lalla, egli ne era sicuro! anche per quell'altra sospetto che covava dentro di sè da tanti anni e che per quanto fosse un sospetto assurdo, ridicolo, pure non aveva mai potuto scacciare dalla sua mente. Per tutto ciò, il Della Valle inquieto ed incerto sul da farsi, non giudicava nè prudente, nè conveniente, il mettere alla porta il Vharè, vedeva con molto piacere, come un grande sollievo, avvicinarsi il giorno della loro partenza da Roma: così, senza pettegolezzi, senza dover imporsi, senza far scene, riusciva a liberarsi definitivamente da quell'importuno. Ma invece… invece, la bimba cara, aveva già fissato in quelle ultime sere, trovandosi sola soletta col bel marchese di Vharè, il giorno e l'ora in cui questi, salvando le apparenze, l'avrebbe raggiunta a Borghignano.