XVI.

Maria, dopo tanti anni, sentiva con disgusto l'alito caldo di un uomo bruciarle la faccia; le sembrò di esserne contaminata, di essere divenuta indegna dell'ideale purissimo, che ad onta della sua volontà e del suo sincero pentimento era ancora, era sempre vivo nel suo cuore, come le gemme del mare che l'onda in tempesta non frange, ma rende più vivide e scintillanti. Al duca tremavano le labbra, balbettava, e il volto pallido, scialbo, avrebbe mostrato ad occhi più esperti che non fossero quelli di don Gregorio, come non venisse solamente dal cuore tutta quella grande commozione. Ma don Gregorio, invece, ammirava Maria intenerito, e si sentiva contento come di un'opera buona e bella, della quale egli si sapeva artefice.

Di solito, Prospero, accompagnava il prete quando questi ritornava alla canonica; invece quel giorno non si mosse. Egli aveva bisogno di godersi tutta la dolce felicità della famiglia: voleva star colla moglie: sentiva di non poterla più abbandonare, e infatti, aspettò l'ora del pranzo passeggiando in giardino con lei, tenendola stretta al suo braccio, chiamandola con tutti gli sdolcinati nomignoli imparati già dalla de Haute-Cour. Ma a poco a poco egli si faceva più taciturno, fissava Maria divorandola cogli occhi; e da pallido diventava rosso in viso, con due chiazze accese che gl'infiammavano le guance agli zigomi. Pareva distratto, preoccupato, inebetito; di tanto in tanto si guardava intorno, inciampava; poi, con malizia premeditata, facendo alla moglie certi visacci che volevano essere sorrisi, la spinse, serrandola fianco a fianco, sotto un capanno fitto di convolvoli; e là dentro, abbracciandola e stringendola all'improvviso, di nuovo la baciò sulle labbra, sulle guance, sul collo.

—No, no, no…—supplicava la poveretta, tentando inutilmente di svincolarsi dalla stretta e di difendersi da quella bocca sgarbata.

—Sei… mia… a… adesso… mi hai pe…e…—e non riuscendo a finir la parola, e Maria piegando vivamente la faccia per ischivare il fiato che l'ammorbava. Prospero Anatolio le stampò un altro bacio, sopra l'orecchio, che la fece rabbrividire.

—Babbo!… Babbo!…—si udì gridare in quel punto da Lalla, che si avvicinava al capanno correndo.

—Lalla!—esclamò Maria; e adesso, al disgusto e alla collera aggiungendosi il timore di poter essere sorpresa dalla propria figliuola, respinse il duca, facendolo rinculare d'un passo.

Lalla ritornava allora da un pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta, quattro ore di strada a piedi, impiegate nel recitar rosari e litanie. La duchessina, creataprioradellaScuola Cristianadi Santo Fiore, aveva ordinato, col mezzo di don Vincenzo, quel devoto pellegrinaggio.

Vi avevano preso parte tutte le maestre, tutte le alunne dellaScuola, capitanate dalla signora Sindachessa, e soltanto la bella Ottavia non vi era intervenuta. Ma Lalla, da qualche tempo, si prendeva un po' troppo il divertimento di farla arrabbiare, non parlandole mai, non salutandola nemmeno, mentre invece era piena di gentilezze per la signora Veronica; e perciò, non volendo ammalarsi di fegato, nè contribuire alla gioia della rivale, la bella bionda si sfogava con un'alzata di spalle, e schivava le occasioni di trovarsi insieme.

Digiuni, novene e tridui, alla cui spesa avrebbe supplito Lalla colla sua cassetta privata, avevano preceduto il pellegrinaggio. Lalla, miss Dill, don Vincenzo intonavano le orazioni, ripetute dal coro, che cangiava ciliege e parole. Nè in quella processione mancavano le belle ragazzotte, ragion per cui agli svolti delle viuzze, o vicino ai tabernacoli, c'erano appostati gli zerbinotti, che seguivano da lungi la brigatella, sfidando le occhiatacce irose della signora Veronica, che si voltava indietro borbottando inviperita, coll'autorità del sindaco suo consorte, che ella sentiva di rappresentare.

Anche la duchessina era severissima, in fatto di morale e, per un nonnulla, faceva cancellare le giovani dal registro dellaScuola Cristiana;ma, per debito di giustizia bisogna anche aggiungere che sapeva dare il buon esempio. In fatti il giovane Frascolini avrebbe perduto subito tutta la protezione della fanciulla soltanto che si fosse lasciato vedere durante il pellegrinaggio. Lalla si era confessata, doveva comunicarsi a Valsanta, era pentita dei propri peccati, e coll'atto di contrizione faceva solenne promessa di non commetterne più… fino alla sera, alla sera di quel giorno medesimo in cui doveva trovarsi con Sandrino. E forse, appunto per questo dolce ritrovo, la signorina avrebbe rinunciato di gran cuore anche all'arrivo improvviso del babbo, ch'ella per altro spiegava a tutti quanti come un primo miracolo concessole dalla Madonna, che le mostrava in tal modo di aver molto gradito il pellegrinaggio a Valsanta.

E anche quel giorno essa abbracciòil suo caro papparinocon grande effusione di tenerezza; e durante il pranzo fu amabilissima, e sostenne da sola, si può dire, tutta la conversazione. In fatti Maria si mostrava pensosa e triste e la miss s'era imbronciata col signor duca, perchè questi aveva dimenticato di complimentarla secondo il solito. Infelice miss Dill! Non sapeva che sorba l'aspettava alle frutta!… La notizia che due giorni dopo sarebbero partiti tutti per Borghignano!… Lalla, a quell'annunzio, non si ricordò del Frascolini, ma fuori di sè per la gioia di diventare cittadina, saltando e battendo le mani dall'allegrezza, volle buttarsi subito al collo del babbo. Maria ebbe ancora un sospiro profondo, sommesso, mentre miss Dill colla bocca aperta, impeciata di marenga al zabaione, lo sguardo esterrefatto, che facea ridere nella sua terribilità, diventava verde, gialla, livida, con un sobbalzo così forte di tutta la sua anatomia che pareva scricchiolasse.

Dall'allegrezza dimostrata e sentita veramente da Lalla, non si deve credere che il capriccetto per Sandrino fosse svanito: tutt'altro; Lalla continuava anzi a scherzare con lui, ma tenendosi sempre a fior d'acqua, mentre il giovanotto c'era dentro fin sopra la testa. Per la signorina quella simpatia lì, era parte della sua vita di villa. Si godeva a tenerselo ben legato perchè Sandrino, libero, non ritornasse dall'Ottavia. Finchè c'era lei a Santo Fiore, sarebbe stato uno smacco troppo forte per il suo amor proprio, ma una volta partita gliene sarebbe importato ben poco di tutta la razza dei Frascolini!… Tant'è, capiva che così non la poteva durare, che non c'era da cavarne nessun costrutto, che una volta o l'altra bisognava pure finirla con quell'intrighetto sentimentale. Lalla voleva vivere, voleva suscitare passioni, voleva primeggiare nel bel mondo, e però s'era consolata all'annunzio della partenza, che mentre l'avrebbe portata in mezzo alla gente, le dava il bandolo per sciogliere quella matassa ormai, fra Sandro e lei, anche troppo imbrogliata.

Ben diversamente certo sentiva e fantasticava il sognatore romantico che aveva creduto, con tutta l'ingenuità de' suoi vent'anni, ai rossori, agli sguardi, ai teneri sorrisi della divina fanciulla; ma se Sandro era matto, peggio per lui. Sarebbe ritornato savio un giorno o l'altro, e intanto ladivinache ci poteva fare? Era stata anche troppo buona da lasciarsi amare!…

Sandro era matto davvero; matto da legare. Egli non viveva che per la sua Lalla, non dormiva più, non mangiava più, non parlava più con nessuno. Camminava per la campagna i giorni interi, fabbricandosi castelli in aria per l'avvenire, e mandando intanto a gambe levate il suo stato presente. Si sentiva ammalato di spirito e infiacchito. Tremava del domani, ch'egli, a occhio nudo, spogliandolo degli smaglianti colori che gli prestava la sua fantasia, sentiva prepararsi ben triste; e allora, pauroso, si ingolfava tutto nell'oggi, e anche lì non c'era altro che una serie di dolori e di desideri, di smanie acute e insoddisfatte. Non lavorava più; fuggiva i compagni, le scampagnate festevoli e chiassose, delle quali un tempo era stato il capo più ameno. Divenuto superbo, lunatico, sospettoso, si era creato una infinità di inimicizie e di antipatie.

La vera cagione, per altro, del suo mutamento non l'aveva indovinata anima viva; neppure la Nena, che portava e riportava i libri da Sandro alla padroncina, senza mai sospettare che insieme coi libri ci fosse una corrispondenza secreta. La Sindachessa attribuiva quelle lune alla nausea del troppomangiar di grasso;la Ottavia si dava a credere ch'egli la aveva lasciata perchè, come figlio del segretario comunale, non voleva inimicarsi colla moglie del sindaco; e l'organista, maestro di scuola, veterinario (e anche strozzino per meglio campar la vita) spiegava tutto col brutto viziaccio del giuoco, che, come una cancrena, divorava il giovane segretamente, tanto che più d'una volta aveva dovuto ricorrere a lui per aver quattrini.

Tali supposizioni, anche quest'ultima dell'organista, andavano ben lungi dal vero. Sandrino non toccava mai una carta, il bigliardo non sapeva nemmeno che cosa fosse, e se faceva debiti era un soprappiù da segnare sul conto delle sue fortune amorose. Lalla, certo, non lo faceva spendere direttamente per sè; ma, si sa bene, fantasie tutte le fanciulle ne hanno, e per gli amanti è un piacere il soddisfarle; poi ci sono le improvvisate; poi insomma bisogna cercare di fare buona figura, e quindi addio economie dei figliuoli, e insieme addio pazienza dei babbi. E babbo Frascolini, anche lui, la perdè la pazienza, e cantò chiaro sul muso al bambinone, che pecunia da buttar via non ne aveva altra, dandogli in pari tempo una buona lavata di capo per il suo ozio, la sua vitaccia, il suo vestire da bell'imbusto, tutto leccato, profumato, unguentato.—«Il figlio di un segretario di campagna!—vergognati!»

Infatti il giovine adesso era diventato irriconoscibile: tutte le bizzarrie della fanciulla erano sacro verbo per lui. A Lalla un giorno gli uomini piacevano vestiti di velluto, e un altro invece con certe giacche, con certitout-de-mêmeblu, bigi, verdi, ora a quadretti, ora a righette; e la si accorgeva poi sempre, delicatissima com'era, s'egli adoperava saponi od essenze che non fossero di Pinaud, di Violet o di Atkinson; cianciafruscole che costavano un occhio.

E la signorina aveva minor colpa che non paresse alla prima. Abituata, come si dice, a nuotare nell'abbondanza, ildanaronon lo conosceva altro che di nome. Era una sporcizia ch'ella appena toccava colla punta delle dita per farne elemosine, e che credeva colasse giù, naturalmente, dalle mani sempre piene de' suoi agenti e de' suoi grassi e numerosi fittaiuoli. Lalla aveva tutto ciò che voleva senza cavar mai un soldo dal borsellino e, per ciò, come avrebbe potuto fermarsi per riflettere se anche a Sandro, sì o no, capitava la roba con la stessa facilità?… Era povero, la famiglia sua non viveva di rendita, ma per trovarsi senza quattrini bisogna essere affatto un pitocco. Un giovinetto che non ha mille lire lo si compiange e può sembrare anche artistico, sotto un certo punto di vista; ma il giorno ch'egli non ne ha cento in tasca, e fa all'amore, diventa addirittura ridicolo. Per tutte queste considerazioni, Sandro sarebbe morto prima di confessare alla signorina la propria ignobile ristrettezza.

Un'altra spesa superiore alle sue rendite, e alla quale Lalla lo assoggettava senza darsi alcun pensiero, era quella dei libri. Ormai labiblioteca circolante, coi romanzi del Féval e del Ponson du Terrail, non appagava il gusto fine della giovinetta, che si appassionava col de Musset, col Feuillet, col Daudet, ed era poi curiosissima di leggere lo Zola. Perciò, due, tre volte al mese, preparava lunghe noticine di romanzi, che Sandro doveva comperare a quattro lire il volume, e ch'essa poi gli restituiva sempre appuntino, ed anzi, qualche volta, quando il romanzo era noioso, coi fogli non ancora tagliati. E Sandro, come avrebbe potuto rifiutarle quelle garbatezze? Era tutto ciò che la duchessina, circondata dalla ricchezza e dal lusso, non poteva ottenere se non per via del suo innamorato. E, oltre a ciò, i libri, erano pure l'unico espediente che si prestasse alla loro corrispondenza. Il giovanotto ci nascondeva dentro bigliettini pieni di foco, e la fanciulla, che non si era mai lasciata sfuggire una riga di scritto, segnando col lapis alcune parole dei romanzi, con un certo alfabeto combinato d'accordo fra loro due, gli indicava le ore, il luogo dove vedersi e trovarsi, gli mandava ordini e contrordini.

Quando capitavano a Sandro quelle piccole note ed egli si trovava senza il becco d'un quattrino, la disperazione del povero giovane arrivava al colmo; tanto più che la signorina se desiderava una cosa la voleva subito subitissimo, e gli allungava il musetto per ogni ritardo. Un giorno, non potendo più trovar soldi in casa, si ricordò d'un signorotto lì nei dintorni, un suo camerata di scuola; questi, un buon diavolaccio, gli prestò la firma e lo diresse dall'organista. Così Sandro potè contrarre il primo debito. Novellino a siffatte cose, egli non chiuse occhio la notte, tale e quale come la prima notte in cui si era aperto con Lalla, perchè le innamorate e i creditori producono spesse volte i medesimi effetti. Dopo qualche tempo si abituò un poco anche ai debiti, ma, povero figliuolo, si era abituato a star male. Che doveva fare? Anche lui preferiva l'aver debiti al non aver quattrini, e ricordava con raccapriccio la vendita del suo orgoglio, consumata prima ch'egli avesse scoperta la California della cambiale.

La signorina Lalla gli aveva dato appunto la noticina di tre romanzi del Feuillet:Monsieur de Camors,Sibilla, e un altro citato dal buon Filippi nellaPerseveranza. Fatta la somma, e colla spesa del viaggio per giunta, occorreva una trentina di lire, ed erano già due giorni, due giorni brutti e neri, ch'egli mulinava spedienti e si grattava il capo inutilmente, quando, premendosi la mano sul petto, come per cacciarne fuori l'affanno, sentì da quella parte certi battiti leggeri che, pure non essendo quelli del cuore, annunciavano che lì c'era la vita: erano i battiti dell'orologio.

—Ah, sì, sì, le trenta lire sono trovate!… Torniamo dunque a volare nell'azzurro!…

Sarebbe partito l'indomani mattina, subito, in omnibus, quantunque da poco in qua egli sdegnasse di servirsi di quel democratico mezzo di trasporto, adoperato dalla gente di villa che viaggiava per economia. Ma necessità non ha legge, e la corsa della strada ferrata non l'avrebbe potuta pagare che a orologio venduto. Durante il viaggio, per altro, la sua gioia ricominciò a intorbidarsi. Sentiva crescere le inquietudini e i dubbi per quella vendita; in città non sapeva a chi avrebbe potuto rivolgersi, e sentiva una gran pena e arrossiva figurandosi d'entrare in una bottega, a domandare:—Quanto mi date di questo?… Se lo avesse saputo la signorina? Si sarebbe sotterrato dalla vergogna!—Per ciò appunto, non aveva voluto vendere l'orologio in paese; in città, almeno, nessuno sapeva chi egli fosse.

—Trenta lire!… Ma… daranno poi trenta lire?… Quando si deve vendere la roba, non si prende più niente!….

In fondo al cuore, sentiva anche un'angoscia grande, profonda per doversi dividere da quel suo vecchio compagno… L'orologio era una memoria della sua mamma; essa lo portava sempre con sè; il giorno della sua morte lo aveva accanto al letto!… Sandro, sospirando, lo levò dal taschino e lo guardò lungamente. Non gli era mai sembrato tanto bello! Gli pareva di vederci dentro qualche cosa della sua povera mamma ammalata, e sentì stringersi il cuore davvero. Diamine! quella goccia ch'era caduta sul vetro era proprio una lacrima; e quando volle asciugarla col dito, la goccia si allargò e lo appannò tutto quanto… No; non doveva vendere l'orologio della mamma. Il venderlo gli avrebbe portato sfortuna. Ma, a Lalla?… Lalla che lo aspettava colMonsieur de Camors,Sibilla, e quell'altro romanzo?…—Non doveva venderlo!…—Si fa presto a dirlo; ma ormai era troppo tardi. Il viaggio bisognava pagarlo, bisognava mangiare un boccone, e in tasca non c'era un soldo!… Si ricordò di essere stato altre volte da un orologiaio, inPiazza dei Mercanti, per qualche incarico avuto dal signor Domenico: egli sapeva ora dove far capo; e con questo pensiero tutte le incertezze svanirono. Un giorno, chissà, quando sarebbe diventato ricco, perchè la prospettiva della ricchezza e della celebrità gli stava sempre fissa dinanzi agli occhi, egli avrebbe potuto ricuperarlo; anzi, lo avrebbe ricuperato ad ogni costo.

Appena dentro dalle porte il giovanotto discese in fretta dall'omnibus. Non voleva farsi vedere allo stallatico in compagnia dei villani. Una volta ci si fermava e faceva gazzarra con loro; ma adesso, con una duchessina nel cuore, era diventato aristocratico.

Si avviò subito verso laPiazza dei Mercanti; a mano a mano, per altro, che si avvicinava alla meta, camminava sempre più adagio, fermandosi ritto davanti alle vetrine delle botteghe, senza sapere nemmeno lui che cosa guardasse. Quella strada gli era apparsa, le altre volte, il doppio più lunga, e come si trovò dinanzi alla bottega dell'orologiaio, non ebbe il coraggio di entrarvi. Tirò innanzi, poi ripassò: bisognava pure risolversi, sicuro, ma voleva prima vedere se in bottega c'era il padrone; con quello gli pareva di averci più confidenza: ritornò indietro di nuovo: le tendine erano calate sul cristallo. Occorreva uno sforzo eroico di volontà.

—Ancora un giro intorno la piazza, e poi se non entro diritto in bottega, vuol dire che sono un vigliacco! Alla fine non vado nè a rubare, nè a domandar l'elemosina; vado a vendere la roba mia, e il mercante, se la compera, la compera perchè ci ha il suo tornaconto.

Questa volta entrò veramente.

L'orologiaio, quello stesso appunto col quale Sandrino aveva discorso altre volte, sedeva davanti al tavolo con le sue brave pinzette in mano. Era un tedesco biondo, grassotto, colla faccia rasa; vestiva una zimarra larga, colle maniche rimboccate. Si levò da sedere, tutto d'un pezzo, posando sul banco da lavoro, sotto una campanella di vetro, il castello di un orologio che stava aggiustando, si tolse dall'occhio la lente, dopo aver alzata con due dita la ventola a visiera fin sulla fronte, e disse:

—Pon ciorno—accompagnando il saluto con un cenno del capo.

—Lei forse non si ricorda più di me?—cominciò Sandro, assai rinfrancato, dal trovare il suo omo solo, in bottega.—Sta bene?

Il tedesco squadrò il giovine con due occhiacci bigi, e un po' loschi per l'uso della lente.

—Penissimo, crazie.

—Sono Frascolini di Santo Fiore. Si ricorda?

—No, signore, nonricorto. Necozio crante; fiene, fa molta cente. A' suoi comanti.

—Io sono stato da lei l'anno passato…

—Oh! anno passato! Come possoricortareanno passato…?—e il tedesco alzava una mano movendola in modo che pareva cacciasse le mosche dall'orecchio.

—Ci sono venuto per conto del signor Domenico; del nostro sindaco…

—Penissimo, penissimo. A' suoicomanti.

—Vorrei, se le fosse di comodo, vorrei…—e Sandro, che aveva già in mano il suo bravo orologio, stava appunto per fare l'offerta, quando di colpo, sbattendo con violenza l'uscio a cristalli, entra in bottega una bella signora, e assai elegante. A Sandrino mancò nuovamente il coraggio; avrebbe aspettato, e sarebbe anche andato via volentieri, ma il tedesco non badava nemmeno alla signora, e continuava a guardare il giovane con una tal quale serietà, che voleva dire:—alle corte, sbrighiamoci.

—Vorrei, vorrei…cambiareil mio orologio. Ma non ho premura, posso anche ritornare più tardi, faccia il comodo della signora.

—Oh! la signora è mia moglie.

A questa risposta il filodrammatico si sentì cascare le braccia. Non poteva certo tornare indietro, e adesso, dopo quella maledetta parola—cambiare—che gli era scappata, non sapeva più come tirare innanzi.

Intanto la bella signora, passava d'accosto al marito, dall'altra parte del banco, e spogliatasi del cappellino e dei guanti, distendeva sopra il tappeto di panno verde,remontoirs,cilindriecronometridi oro e d'argento, levandoli fuori da una cassetta suddivisa in tante piccole scatole, l'una dentro l'altra. La signora parlava l'italiano speditamente; era gentile e chiacchierina assai. Mostrava al giovane gli orologi accompagnandoli con certi sguardi che dicevano tutto; maneggiando la merce delicatamente colle dita bianche, un po' impacciate dai grossi anelli ingemmati, e facendo saltare le casse e le calotte colle unghiette rosa, lucenti e forti come l'acciaio. Il tedesco non fiatava, lasciava fare alla moglie, e flemmaticamente, con una pezzuola di lino, ripuliva il metallo degli orologi che si appannava a toccarlo.

Sandro, dinanzi a tanto tesoro, restava intontito, colla bocca aperta, e l'orologio da vendere in tasca. Non sapeva risolversi, e capiva di essere in una condizione molto ridicola. Ad ogni momento credeva di sentire dietro le spalle il riso schernitore della duchessina, mentre tutti gli orologi a pendolo, appesi all'intorno, coll'oscillar dei dondoli, che variavano dalle note acute, argentine, a quelle più gravi e profonde, gli mettevano il capogiro, e pareva lo deridessero, ripetendo il nome di Lalla in ogni tono, coi lorotic tac, lenti, misurati e monotoni.

Non c'era più scampo; la sua parte era proprio quella dell'Arlecchino finto principe! Faceva un viaggio per guadagnare trenta lire coll'orologio della sua povera mamma, e l'orologiaia, invece, gli offriva certipateka precisione che ne valevano seicento!… Già, vedendolo così elegante, lo avevano preso per un riccone!… E intanto restava lì, impalato, senza dir nulla. Andar via?… Si fa presto; ma come andar via, se non sapeva trovare una scusa?… Poteva dire che gli orologi erano troppo cari. Eh, ma la signora ne aveva anche di minor prezzo. Provare con un'offerta impossibile?… E se poi era accettata?…

Finalmente, prese tutto il suo coraggio a due mani, e—questo mio—domandò, levando l'orologio dal taschino—quanto me lo valuterebbe?—Il tedesco staccandoglielo dalla catenella di similoro, si ficcò la lente in un occhio, lo aprì, e dopo averlo esaminato ben bene di dentro e di fuori, borbottò qualche parola colla moglie.

—Sa—rispose la signora a Sandrino, sporgendo i labbruzzi—è un'anticaglia. Ha difettoso loscappamento; ci sarebbe bisogno di molte riparazioni e—aggiunse poi sorridendo—le converrebbe meglio di tenerlo in serbo per la prima cresima.—Sandro, che si era sentito agghiacciare, sorrise un poco anche lui, per darsi tono.

Nel frattempo, erano entrati in bottega due nuovi avventori. Ma non avevano fretta, aspettavano che il forestiere avesse conchiuso il suo affare, esaminando le mostre e occhieggiando la bella signora.

—Anche se non mi conviene, poco importa. Non so che farmene di ferravecchi, e per le cresime, a far buona figura, sa bene, oggimai, ci vuol roba nuova.

Marito e moglie si consultarono, guardandosi negli occhi, senza parlare.—Tutt'al più—disse lei—posso valutarlo trenta… trentadue lire; e faccio un affare assai magro.—Trentadue lire! E Sandrino che avea ripetuta mentalmente la somma, ebbe un sussulto di gioia: i libri della signorina non iscappavano più. Allora si fece animo. Già non poteva tirarla in lungo fino a sera: i quattrini c'erano e ne cresceva: tornava conto finirla.

—Facciamo così—concluse con la voce che un po' gli tremava:—intanto si tenga il mio: voglio liberarmene; coll'ordinarioventuro poi, passerò con mio padre e allora, sentendo anche il suo parere, mi risolverò per l'uno o per l'altro di questi due.—E l'ingenuo ragazzo indicava un paio diremontoirs, dei più cari.

—Oh!—questa volta fu il tedesco a parlare—altra cosafendere, altra cosa prender per cambio!—E marito e moglie, voltate le spalle a Sandro, presero a servire gli altri avventori, lasciandolo con un palmo di naso a contemplare il suo scaldaletto dimenticato sul tavolo, aperto e, per soprappiù, calunniato nelloscappamento.

—Per finirla—conchiuse Sandrino, il quale, vedendo che non lo sbrigavano mai, cominciava a perdere colla pazienza anche un po' la soggezione—quanto mi dà, dunque, adesso?

—Fentilire, efoglioessererincraziato.

—Bene, lo tenga.

Venti lire? Volevano strozzarlo; quest'era un rubare a man salva; ma al giovinotto, ancora digiuno, anche la fame gli diceva una parolina, poi non aveva più lena di andare avanti colla via crucis in un'altra bottega e in un'altra e in un'altra, col rischio magari, di non poterlo vendere neppure.—In tal caso, come se la sarebbe cavata? E a Santo Fiore, come ci sarebbe tornato?—L'orologiaio intanto, aveva borbottato di nuovo colla moglie, la quale, aperto un cassettino, buttò sul tavola due biglietti sudici da dieci lire.

Sandro li afferrò con orgasmo; poi, senza cavarsi il cappello, infilò diritto la porta; ma sentì richiamarsi.

—Quel giovane!… e la firma?

Sandro aprì tanto d'occhi, maravigliato; ma non c'era verso, dovette proprio scrivere nome e indirizzo sopra un apposito scartafaccio, mentre sentiva la bella signora spiegare agli altri, i quali comperavano un orologio davvero, come la faccenda del far apporre la firma fosse una prescrizione imposta dalla questura, per il caso che comperassero, senza saperlo, roba rubata. Sandrino sentì un gruppo alla gola, e scappò via per non piangere:

—Rubato!… l'orologio della mia povera mamma!… Rubato!

La sera stessa, senza lasciar scorgere quanto gli erano costati cari, e dimenticando anzi, per quel momento, tutte le ambascie sofferte, egli consegnò a Lalla i romanzi: mancava solo ilMonsieur de Camors, che non c'era potuto entrare nelle venti lire.

—Oh, che peccato!—esclamò la signorina sinceramente.—Di questi non so che farne!… Li ho trovati dalla mamma, cercando in mezzo ai suoi libri. Era solo ilMonsieur de Camorsche desideravo!… Che peccato!—E distratta e mortificata, si pose a tagliuzzare le carte sbadatamente, con una stecca d'argento a cesello, che avrebbe potuto pagare, essa sola, tutti i debiti del Frascolini.

L'arrivo del signor duca e il pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta avevano messo Sandro di cattivo umore. Egli aveva aspettata la signorina nel tinello, senza poterla vedere, e dal modo col quale invece vide miss Dill uscir dalla sala da pranzo, e correre in un canto a confabulare con don Vincenzo, indovinò subito, con una stretta al cuore, che doveva essere accaduto qualche cosa di nuovo e di grave.

Le angoscie dell'incertezza, l'ansietà mortale dell'attendere invano, i mille sospetti, le mille paure della sua ombrosità di amante povero e geloso, lo avevano fatto montare in bizza con tutti, e più di tutti con Lalla, contro la quale sovente, sentiva sorgere, dentro di sè, un impeto di ribellione, che per altro si acquetava subito, appena la signorina gli fissava addosso gli occhi penetranti, con quel suo fare tra la superbietta e la canzonatura.

Egli pensava, arrovellandosi, che ladivinafanciulla avrebbe potuto mostrarsi almeno un istante, per rassicurarlo, non fosse altro con uno sguardo, e… e invece nulla… Non si era mossa; lo aveva dimenticato solo, come un cane, fra il cuoco, Lorenzo e le serve che sonnecchiavano.

—Ma è tempo di finirla, sacrablù, colle albagìe aristocratiche!… È la mia amante, alla fine, è roba mia!… Oh, se mi stuzzica gliela voglio cantar chiara!…—Ma quando la Nena, più tardi, gli restituìL'affaire Clemenceau«da parte della padroncina», Sandro si calmò subito e, dimenticando ogni amarezza, corse a rinchiudersi nella sua cameretta, affannandosi a mettere insieme le parole segnate nel libro.

Cara quella sua Lalla!… era sempre buona con lui; era un angelo vero, del Paradiso!…

Ma poi, a mano a mano che andava copiando le parole sopra un foglietto di carta, egli si fece pallido e tremante:

—Dio, Dio, Dio santo!

—Ti aspetto questa sera tardi,—diceva Lalla,—houn gran dolore da confidarti; non fo altro che piangere; sta ben attento che non ti veda nessuno.

Mille timori, mille sospetti, balenarono a un tratto nella mente di Sandrino; poi gli rimase un timore, un sospetto solo, ma terribile: il duca era venuto a portare una proposta di matrimonio per Lalla.

Allora fu preso da una febbre ardente che gli avvelenava il sangue, che gli dava fuoco al cervello. Era una folla, una ridda d'immagini strane e terribili; e in quella lotta, e nell'abbattimento profondo che la seguiva, i sensi vincevano e offendevano ogni poesia del suo cuore.

La fanciulla bianca e delicata, la figuretta misteriosa, la signorina bionda, che egli adorava colla tenerezza mistica di un'alta idealità: Lalla, la sua Lalla, alla quale aveva osato baciare trepidante la manina morbida e le vesti odorose, come le foglie di un fiore, era in piena balìa di un altro uomo… di uno sconosciuto!… Era chiusa sola con lui, tutta sua, nella complice sicurezza della camera nuziale. Nè quel delirio geloso gli concedeva tregua: Lalla, sempre Lalla; ora la vedeva in lacrime, disperata, ora timorosa; ora la vedeva appassionata e anelante e stanca ricambiare i baci fervidi con un bacio lungo, morente…

—Per Dio!…—sentiva che piuttosto l'avrebbe uccisa, l'avrebbe strozzata colle sue stesse mani!…

—Perchè non sarebbero fuggiti insieme?… Che!… La signorina non avrebbe mai acconsentito. Era troppo timida… teneva troppo ai riguardi del mondo; era troppoaristocratica!—E poi, fossero anche fuggiti, dove andare?—come vivere?—Sarebbero stati ripresi subito… Lalla maritata anche più in fretta… e lui messo a marcire in un fondo di carcere.—Non c'era giustizia per la povera gente!…—.Chi era lui, Frascolini? Un plebeo, un pitocco, un villano!—Con lui si poteva far questo e peggio.

E qui, con un'invidia assaettata, egli imprecava contro l'ingiustizia infame del mondo, mentre, alla sua volta, si sentiva capace di commettere un delitto contro quelgran signore, che veniva a rubargli l'amante.—Sì, ci voleva la rivoluzione, la repubblica; ci voleva laComune!Bisognava abbruciarle vive, impiccarle alla lanterna quelle carogne di nobili!—E quando era stanco d'imprecare e di soffrire provava uno scoramento strano; un gran vuoto doloroso e desolante gli si stendeva dinanzi; ad una ad una vedeva le ore affacciarsi lente e tristi, senza più quella sola, nella quale, e per la quale, sentiva la vita, a cui tutte le altre erano legate, come alla gemma preziosa una collana di perle: l'ora dei fidati colloqui. I disegni per l'avvenire, i bei sogni di ricchezza e di gloria cadevano in rovina….—Che cosa mai avrebbe egli potuto fare? Non era meglio tirarsi una pistolettata e morire, piuttosto di vivere dannato, con quello spasimo nel cuore?…

L'amore non lo aveva reso contento: gli aveva dato la guerra in casa e l'odio fuori; era un affanno, un'angoscia continua. Si vedeva distrutto, si sentiva ammalato di corpo e di spirito; ma tutti i dolori svanivano al fruscìo gentile della veste di Lalla, e quando essa gli era dinanzi buona, sorridente, casta come una santa, ed egli la vedeva arrossire sotto i suoi sguardi, erano dolcezze infinite, era l'estasi dell'anima tutta che gli avrebbe fatto benedire la vita anche se fosse stata per lui mille volte più dolorosa.

L'illusione di crearsi un nome, uno stato e, un giorno o l'altro, poter sposarla lui la signorina, era svanita da un pezzo. Lalla stessa non aveva mai coltivata una simile idea e, se Sandrino osava interrogarla in proposito, essa rispondeva seccamente al suo innamorato, che non avrebbe mai preso marito. E soltanto in questomaiil giovane Frascolini avea riposta tutta la fede e… e sperava.—Che cosa sperava? Forse non sapeva nemmeno lui; ma intanto quel barlume di speranza lo consolava, lo inebriava, trasportandolo di sogno in sogno, colla sua Lalla fra le braccia.

—Come mai avrebbe potuto farsi un nome? Da che parte incominciare? Si sa bene, trovata la strada, si corre facilmente, ma, trovarla… questo è il difficile! Sandrino, a sentir l'organista, aveva un tesoro in gola, e, a giudizio della signora Veronica, aveva pure molto talento drammatico; grazie tante! Ma, fosse diventato anche un Kean o un Tiberini, tant'è, il duca d'Eleda non gli avrebbe mai concessa sua figlia.

La letteratura?—È una camorra,—pensava Sandrino—è il monopolio di quattro o cinque giornali ignoranti e venduti che levano alle stelle il primo capitato che va avanti a forza di raccomandazioni… e di quattrini.

Da qualche tempo, il piccolo Dante di Santo Fiore, l'aveva a morte coi letterati e coi giornalisti. Una volta, agitato dai palpiti d'autore novizio, egli aveva spedito sotto-fascia,raccomandata, una sua novelletta ad un giornale letterario. Il giornale, tre mesi dopo, la rimandò pubblicata, unitamente alla polizza d'abbonamento, da pagarsi anticipato, per un anno. Quel suo nomeA. Frascolini, stampato due volte in gotico, nel sommario e in fondo all'articolo, lo fece sognare ad occhi aperti. Egli la vedeva moltiplicarsi su tutti gli altri giornali, riempiere le vetrine dei librai; lo vedeva tradotto in tutte le lingue, e la mattina pensava sul serio di scrivere un'opera da sostituire ai Promessi Sposi, che ormai—avevano fatto il loro tempo.—La duchessina gli assicurò che aveva pianto nel leggere quel melanconico racconto: non era vero, ma Sandro lo credette e fu contento lo stesso. Ciò gli fu di sprone a lavorar con lena, e di lì a pochi mesi la Nena faceva andare e venire un grasso manoscritto, dalla povera casuccia del romanziere al palazzo d'Eleda. Lalla non ebbe fiato di leggerlo tutto, ma lo giudicò bellissimo, e Sandrino rimase colla convinzione di aver scritto un capolavoro.

Ma poi… non glielo volle stampar nessuno; nemmeno il giornaletto letterario, al quale era abbonato, e che lo aveva trovato splendido, ma troppo lungo.

Allora, il Frascolini, cominciò a credere che per essere edito e illustre bisognava diventar prima ricco, in questo mondaccio birbone, e si raccomandò a un suo cugino, appaltatore, dimorante a Venezia e che già una volta lo aveva chiamato presso di sè. In verità, gli affari di questo cugino erano loschi. Egli riteneva che il Frascolini padre avesse il gruzzolo messo da parte, e perciò voleva farsi mandare il figliuolo nella lusinga di mettere le unghie nel sacchetto del babbo. A Don Chisciotte le osterie parevano castelli; così per Sandrino, che vedeva da per tutto milioni, era una bella speranza anche quella… Gli appaltatori diventano ricchi in pochi anni… ricchi assai… Oh! ma lui non si sarebbe dato agli affari per sempre; voleva goderseli i soldi e fare intisichire di rabbia gli invidiosi e i rivali. Che soddisfazione quel giorno in cui egli potesse ricomperare al duca d'Eleda tutte le sue possessioni state confiscate dalla Repubblica… tale e quale come aveva visto in teatro, in una commedia di Scribe.

Ma adesso? Se Lalla prendeva marito?… era la vita sua infelice e cara ad un tempo, che si spezzava. Le ricchezze di Venezia, la gloria, la repubblica, i beni ricomperati… tutto inutilmente!…

La signorina, per altro, aveva dettomai…—Non mi mariteròmai…—Sì, lo aveva detto, ma poteva fidarsene? Essa, certe volte, si mostrava pochissimo espansiva!… Lalla era la sua innamorata… ma come sapeva essere, a suo tempo, anche la padroncina!

Si teneva in un gran riserbo, e non si era mai lasciata toccare nemmeno la punta di un dito… cioè no, era anzi la mano, soltanto la manina morbida, che si lasciava baciare. Lalla aveva evitato studiosamente ogni occasione di compromettersi. Di giorno si vedevano spesso in giardino, e si parlavano; ma senza mistero, in presenza d'altra gente. La sera, tornavano a vedersi in tinello; ma la signorina non vi si fermava lungamente; andava e veniva, sempre colla scusa di avere un qualche ordine da dare. In chiesa poi nessuna occhiatina; nè s'incontravano a passeggio. Una volta sola, egli aveva osato di avvicinarla mentre usciva con l'istitutrice, e di accompagnarla un bel pezzo di strada, ma s'ebbe dopo dalla giovinetta un rabbuffo tale, che non gli venne più voglia di ripetere la garbatezza.

Soli, affatto soli, era assai di rado che si potessero trovare. Il colloquio, allora, succedeva di notte, tardissimo, quando tutti gli altri erano andati a letto, Lalla scendeva dalla sua camera al buio, apriva la finestra di un piccolo salotto a terreno, e restava lì a discorrere con Sandro, che l'aspettava nascosto fra gli alberi del giardino.

La finestra, dietro il palazzo, dava in una viuzza nascosta da un vivaio di sempreverdi: aveva una inferriata a mandorla, che permetteva appena una stretta di mano, e quando Lalla si appoggiava sui regoli, Sandro, più bianco d'un panno lavato, le baciava in estasi i bei ditini, senza più sapere in che mondo si fosse! Quelle ore erano la vita, la felicità, la beatitudine del povero ragazzo, ed egli sciupava, divorava tutto il suo tempo nell'aspettarle, mentre la giudiziosa prudenza della giovinetta gliele faceva sospirare assai.

E anche quando giunse la sera che doveva essere l'ultima dei loro colloqui, anche allora Sandrino, dopo una giornataccia di angoscie, ebbe un primo istante di sollievo, insieme a un barlume di speranza.

—L'avrebbe riveduta; le avrebbe parlato; la avrebbe supplicata…—Oh era sicuro di commuoverla colle sue lacrime, d'intenerirla e di vincere ancora!

Nascosto tra il fitto del vivaio, egli era ad aspettare molto prima del tempo. Il giovanotto aveva levato due o tre volte un astuccio di tasca, lo aveva aperto, e guardava tra soddisfatto e dubbioso, un anello d'oro con una bella turchina incastonata fra le rose d'Olanda. Era un regaluccio comperato per Lalla, colle sovvenzioni dell'organista; ma Sandrino l'aveva preso con sè molte volte, senza mai aver avuto il coraggio di offrirlo alla signorina.

Quando Lalla, pian piano, aperse le imposte della finestra, poco mancò non risvegliasse la casa, con un grido di paura. Sandro era appoggiato colla fronte all'inferriata, e apparve così pallido, così disfatto, da sembrare una larva.

—… Dunque?…

Egli non potè dir altro. Lalla, invece, tranquillamente, gli manifestò la volontà del babbo e la partenza fissata per l'indomani. Sandrino ascoltò tutto fissandola sempre cogli occhi imbambolati, e quando la fanciulla ebbe finito di parlare, scoppiò, senza dir parola, in un pianto dirotto.

Lalla non si mostrò mai tanto assennata come in quella sera, e riuscì a confortare l'innamorato con buone ragioni.—Già non si poteva durare così; a una separazione bisognava venirci ad ogni modo; doveva pensare a farsi uno stato—e qui ricordò anche a Sandro, e molto opportunamente, il cugino di Venezia.

Sandro più sentiva la signorina parlare con tanta abbondanza di argomentazioni, e più vedeva il diavolo farsi meno brutto di quanto gli era sembrato dapprima. Ormai aveva giù dallo stomaco il dubbio tremendo che ci fossero disegni di matrimonio, e solo avrebbe desiderato che Lalla aspettasse ancora qualche giorno a partire; cioè, invece di andarsene subito, l'indomani, col duca, il quale precedeva Maria di un par di giorni, avesse aspettato a partire colla duchessa. Ma la signorina si scusò bene:—al babbo non si poteva far contro; lui quando voleva voleva, non c'era verso!…

Sandrino, quell'ultima sera, fu più ardito del solito; ma a prezzo di uno sgomento che lo invadea tutto quanto. Per avvicinarsi di più alla fanciulla che, ritta su di uno sgabello, col volto quasi appoggiato ai bastoni dell'inferriata, si distaccava con tutta la figura bianca dal fondo oscuro, come una Madonna nell'aureola stinta d'un vecchio quadro, egli, che a quella sua Madonna credeva, si era rizzato in punta di piedi: era passato colle braccia fra i regoli; con una mano stringeva quella di Lalla, e coll'altra cercava di toccare, temerità che gli mettea le vertigini, cercava toccarle i capelli. Con un giro di parole piuttosto confuse, volle il giuramento che ella non avrebbe mai sposato nessuno; e quando la fanciulla rispose il solitomai, senza giurare, Sandro, fuori di sè, le domandò un bacio.—No—-la signorina rispose—no;—e invece, con una lentezza irritante, fissandolo sempre negli occhi, gli prese una mano, e poi, piegatavi sopra la testina pallida, l'accarezzò colla guancia vellutata. Era giunto il momento per il regaluccio.

—Ho… avrei un'altra preghiera da fare…

Lalla alzò gli occhi dolcemente, e continuò a sfiorare colle guance la mano del giovanotto.

—Vorrei… avrei… un piccolo… ricordo.

Sandro s'era fatta rosso, balbettava, e ritirata la mano che aveva libera, di mezzo ai regoli, tolse di tasca l'anellino e volle porlo in dito alla fanciulla.

—Oh, carino!… carino!…—esclamò Lalla molto contenta del regaluccio, e gli andò così vicina, nel ringraziarlo, ch'egli potè toccarle colla bocca un ricciolo di capelli.

Si faceva già tardi, e conveniva separarsi. I due giovani, da molto tempo non parlavano… Sandro non la accarezzava più, ma brancicava le mani e le braccia della fanciulla colle sue mani convulse, attraverso i regoli dell'inferriata, che rugginosi e scabri, spesso gli graffiavano i polsi. Anche Lalla cominciava a sentire nel suo sangue il sangue di Sandro. Un'onda calda li avvolgeva entrambi; avrebbero creduto di avere la testa nel fuoco, tanto bruciava… La fanciulla spinse fuori dai vani quanto più potè il viso e le labbra, e per la prima volta, sulla bocca, prese un bacio lungo, bramoso, che le penetrò, diffondendosi via via, per tutte le membra… Sandro pieno di beatitudine voluttuosa, pur colle braccia imprigionate, la teneva serrata fortemente contro il petto; le sbarre di ferro ammaccavano le loro carni, ma essi non sentivano più nulla. Stettero un pezzo così, stretti, abbracciati, avvinghiati insieme… poi la fanciulla stanca, indolenzita, gli uscì di sotto le braccia, e scivolò ginocchioni per terra, col capo piegato sul davanzale della finestra.

All'indomani, poco prima della partenza della signorina, c'era nel cortile una brigatella che l'aspettava per augurarle il buon viaggio. La carrozza che doveva condurla alla stazione, con Prospero e con la miss, era già pronta; gli altri, cioè la Nena, Lorenzo e il signor Francesco, erano partiti fin dal mattino. Era venuto per salutare la signorina anche il signor Domenico, che soffriva una grande soggezione del duca Prospero; poi c'era il medico, al quale miss Dill, allungando gli occhi su don Vincenzo che tabaccava a due mani per nascondere l'emozione, chiedeva ancora un ultimo consulto. C'era, in fine, il buon Ambrogio cogli occhi rossi, il Frascolini padre, e il figliuolo Sandro colle mani approfondate nelle tasche e il cappello sulla nuca, pallido, istupidito. Accanto a lui la Luigia (questa doveva partire più tardi colla duchessa) teneva sotto il braccioMusetteche, povera bestiola, aveva fiutata la partenza della padroncina e, scuotendosi, dimenandosi, sforzandosi invano per liberarsi dalle strette della cameriera e correre da Lalla, emetteva certi guaiti, che straziavano il cuore e le orecchie.

Prospero, cui non piacevano i cani, aveva desiderato che la figliuola lasciasseMusettein campagna, promettendole in premio un bel cavallino da sella. Lalla, insistendo un po', avrebbe potuto ottenere l'uno e l'altra; invece, fu ragionevole, e si piegò subito ai voleri del babbo. Ma tutta mattina non seppe far altro che baciucchiare la cagnetta, protestando cheMusetteaveva capito ogni cosa; cheMusettepiangeva; cheMusettenon voleva più mangiare e che sarebbe morta dal dolore!… E si lamentava assai per quel distacco, godendo d'attirarsi la compassione altrui, per il capriccio del babbo tiranno.

Intanto la signorina era già salita in carrozza, e miss Dill insieme con lei: non si aspettava altro che il duca. Don Vincenzo, approfittando del ritardo, si avvicinò alla carrozza dalla parte dell'istitutrice. Miss Dill non poteva parlare; aveva il gozzo stretto, gli occhi gonfi e il naso pieno… quando ad un tratto, vinta dall'emozione, fe' un cenno a don Vincenzo, e allora, per la prima volta alla luce del sole, in faccia alla gente, le sue dita gialle si sprofondarono adagio adagio nella complice tabacchiera.

Il buon Ambrogio era dolente e insieme anche un po' mortificato: la duchessina partiva senza neppure salutarlo. Egli si teneva in disparte, sotto il portico, fra Sandro e la Luigia, fissando, ammirando la signorina, che non stava mai ferma nella carrozza. Lalla si voltava di qua, di là, domandando se tutto era pronto, se nulla era stato dimenticato; ridendo, scherzando, salutando ora l'uno, ora l'altro, colla sua vocina fresca, argentina. Il vecchio Ambrogio sperava sempre che avesse a voltar gli occhi anche dalla sua parte; ma Lalla non lo guardava perchè vicino a lui c'era Sandro. Si era congedata affabilmente con tutti; ma a Sandrino non aveva rivolto una parola, proprio come se il giovanotto non ci fosse stato nemmeno. Nel frattempo anche il duca Prospero, seguito da Maria, la quale voleva riabbracciare la figliuola, si avviava verso la carrozza, dispensando sorrisi, e strette di mano.

—Devo andare, eccellenza?—domandò il cocchiere, quando lo vide adagiato al suo posto.

—Sì; andiamo pure.

—No, no; aspettate… scusa, babbo!—esclamò Lalla, balzando a terra improvvisamente.

—Bada!… Che fai?—le gridò dietro Maria, mentre la fanciulla correva presso la Luigia. L'inaspettato ritorno della signorina fece battere il cuore, nello stesso tempo, a Sandro e ad Ambrogio. Sandro ebbe quasi paura che Lalla, non potendo più trattenersi, corresse a gettarsi fra le sue braccia; il buon Ambrogio, invece, sperava che la signorina si fosse ricordata anche di lui, e lo volesse salutare. Ma Lalla non badò nè all'uno nè all'altro; preseMusettefra le braccia, le scoccò in fretta sulla bianca testolina, un bacio forte, sonante, poi con un salto risalì lesta in carrozza, pestò sui piedi alla miss e senz'altro partì, fregandosi gli occhi col fazzoletto.

Due giorni dopo, anche Maria dovette partire per Borghignano. Ma sul punto di abbandonare quei luoghi si sentì troppo commossa, e volle far andare a vuoto la gentile attenzione degli abitanti di Santo Fiore, che le avevano preparato una dimostrazione di affetto. Anche il dolore ha la sua verecondia, e Maria sentiva nell'anima la delicata timidità dell'allodoletta ferita, che si trascina, per morir tutta sola, nel luogo più riposto e appartato.

Partì verso sera, senza averlo detto ad alcuno: lo sapevano solamente don Gregorio, Ambrogio e la Luigia. Uscì a piedi con don Gregorio, il quale volle accompagnarla alla stazione: presero una stradicciuola nascosta, fiancheggiata da due rivi, che scorrevano silenziosi sotto le fronde profumate delle acacie.

Tutti e due camminavano passo passo, senza parlare, e il loro sorriso era triste, come tristi dovevano essere i loro pensieri. Il buon vecchio si appoggiava al braccio di Maria; per altro la sua figura cadente, rovinata dagli anni, il suo volto solcato da rughe profonde, le lunghe ciocche di candidissimi capelli che lo contornavano, insomma tutto l'insieme di quell'aspetto venerando, non formava vicino alla delicata bellezza di Maria un contrasto sgradevole. Fra quella testa bianca e quella vaga testina bionda, c'era una mesta corrispondenza di espressione e di sentimento.

Maria era addolorata e sgomenta. In mezzo all'affanno dell'abbandono, nell'ignoto di una vita nuova, incerta, col rammarico della bella libertà, della quiete perduta, doveva pur confessare a sè stessa che una gioia colpevole, la certezza di rivedere Giorgio, serpeggiava ancora, e più forte e più indomabile, nel suo cuore. In quelle lotte, in quei rimorsi, anche sotto i baci di suo marito, l'ideale adorato era sempre vivo, vivo più che mai; e faceva arrossire di vergogna la poveretta, cui pareva di essere contaminata, di non essere più degna della immagine cara e gentile. Allora non ebbe coraggio, non volle, disarmata, sfidare il pericolo a cui moveva incontro, e con un filo di voce confidò l'affanno di quella sua gioia segreta a don Gregorio. Solo per un delicato riserbo tacque il nome del conte Della Valle. Don Gregorio l'ascoltò attentamente, guardandola con un sorriso buono e pio, e stringendole la mano con un'affettuosità paterna:—Fatti coraggio—le disse.—Tu sai da molto tempo che la vita è lotta e dolore. Combatti sempre colla tua fede nell'anima, col tuo retto sentire per guida, e trionferai… Tu sei forte e buona!…

—Oh, don Gregorio, no, non sono forte! Sono una povera donna affranta, allo stremo di forze; aiutatemi voi, voi che siete un santo!

—Noi, non sono un santo, figliuola. Io, vedi, sono stato sempre lontano dal pericolo; ho vissuto tranquillo e dimenticato, senza seduzioni, e senza battaglie. Il Signore non ha mai voluto provarmi, forse perchè nella sua sapienza infinita conosceva la mia debolezza. A essere buono, a essere onesto non ho dunque alcun merito; ma tu, tu hai combattuto e hai vinto: combatterai ancora, e quantunque nella lotta possa uscire col cuore sanguinante, non indietreggerai d'un sol passo, non ti farai colpevole di una sola debolezza, perchè, lo sento, tu sei fatta come Dio fa gli angeli!

—Ma se un giorno… se un giorno mi sentissi troppo debole, io, povera donna, sola, abbandonata a me stessa?…

—Allora ritornerai nel tuo sicuro rifugio, e se non mi troverai più vivo, ti aspetterò là,—e così dicendo don Gregorio indicava a Maria l'angusto cimitero di Santo Fiore, che si scorgeva poco lungi, colla chiesetta illuminata, tra il bianchiccio delle sepolture recenti.—Ti aspetterò là; e tu, sulla mia croce, ricorderai che questo povero vecchio ti amò, come amò la sua fede; penserai a tua madre, e ritroverai la calma e il coraggio.

—No, no; voi non dovete morire…

—Io sono vecchio; ho fatto molto cammino… e ormai sono stanco, figliuola…

In quel punto, dal vicino sagrato, frammisto al mormorio delle fronde e al vario e acuto frastuono d'una miriade di grilli cantaiuoli, giunse fino al loro orecchio una pia cantilena; un inno grave, melanconico, dolcissimo. Erano le litanie della Vergine, il vecchio canone, che nella sua monotona cadenza ha tanti fascini di mistica melodia, tanta dovizia di memorie intime e care. Erano le voci bianche, argentine delle povere giovanette del villaggio, così colme di fede, d'innocenza e d'amore, alle quali rispondevano in coro tutti i devoti, raccolti nella solitaria chiesetta.

—Sentite…—disse Maria a don Gregorio, fermandosi d'un tratto.—È la Vergine, la Vergine che mi parla in quelle preghiere, la Vergine che mi conforta; oh! beneditemi, beneditemi, padre mio!—E la sconsolata, palpitante, commossa, si curvò baciando, coprendo di lacrime, la scarna mano del vecchio.

Don Gregorio alzò gli occhi al cielo e pregò in silenzio; intanto dalla chiesetta, più chiaro, più lento, usciva l'inno dei credenti:

Sancta MariaSancta Dei GenitrixSancta Virgo VirginumOra pro nobis.

—Pregate ancora, pregate sempre per me!…

—La preghiera più bella, la preghiera più accetta è il tuo dolore.Piangi, figliuola mia, le lacrime sono la preghiera del cuore.

—Promettetemi adesso che, se io fossi presso a morire, voi verrete a consolarmi, a benedirmi, anche laggiù…

—Verrò… figliuola, verrò…

—E… se non riuscissi a dimenticare… se quell'immagine fosse sempre più forte della mia volontà?…

—Combatti, combatti sempre…

—Allora?…

—Allora la tua passione farà di te una martire, e non sarà una colpa, ma un esempio.

—Oh, grazie, grazie! Sento che Iddio non mi abbandona, sento che sarò forte sino alla fine.

Maria si rialzò più sicura e più consolata. Attorno a lei, perdendosi come un ultimo e caro saluto, vagava, fremendo nell'aere, l'onda armoniosa dell'inno sacro. Involontariamente don Gregorio unì la sua voce fioca, tremula a quella squillante, vibrata delle giovanette, che adesso si sentivano sempre più lontano cantare con l'invariata cadenza:

Regina Confessorum Regina Virginum Regina Sanctorum omnium

mentre Maria rispondeva col coro, invocando la Vergine santa della nostra fede:Ora pro nobis.

La famiglia d'Eleda non si fermò a Borghignano che pochissimi giorni. Maria non si fece quasi vedere da nessuno e ripartì col marito, Lalla e miss Dill, alla volta di Pegli, dove avevano stabilito, tutti d'accordo, di far la cura dei bagni.

Pegli era allora di moda. Vi si vedeva raccolto il fior fiore dell'eleganza, e fra gli altri c'era anche il conte Pier Luigi da Castiglione, il quale aveva abbandonata la diplomazia perchè oramai, mortagli la moglie, non trovava più alcun bisogno di star lontano da casa sua. Quantunque vecchio, Pier Luigi era un sottaniere incorreggibile: grande, grasso, floscio, colla faccia rasa bucherellata dal vaiolo, la pelle viscida, il capo pelato, coperto solo dai pochi capelli della nuca variopinti, lunghissimi, tirati sul cranio e incollati l'un presso all'altro con una maestria singolare. La bocca sdentata; il naso enorme, paonazzo, carnoso, sembrava una spugna filettata di vene azzurrognole. Era un coso, insomma, assai ributtante; ma aveva molti quattrini, preferiva nelle donne la forma alla sostanza, e quando riusciva a snidare qualche nuova selvaggina (era la sua frase) le si fregava d'attorno con un'insistenza così paziente e così petulante, da farsela cadere nelle mani nove volte su dieci. Bisognava vederlo il vecchio e grosso sornione a strisciar fra le quinte o a salterellare nei salotti di dubbia fama! Le mime, le ballerine, le cantanti da operetta, lo chiamavano—lo zio,—ed egli gongolava tutto a fare il coccolo, il bambinone, in mezzo a quello sciame di cicale. E anche dopo soddisfatto il capriccio non le lasciava andare; ma continuava a tenersele sotto mano, a visitarle nelle ore perdute, a regalarle di chicche e di fiori. Prendeva parte ai loro affari, dava consigli a proposito dei protettori, e le informava paternamente della cifra che questi potevano spendere, le rappattumava coi loro amanti, pettegolava colle cameriere, le teneva tutte sotto le sue ali, come s'egli fosse la chioccia del bordello.

Quando gli andò in paradiso la moglie, Pier Luigi tirò un sospirone; non doveva più correre fino a Parigi, a Vienna o a Berlino per divertirsi; tutto il mondo è paese, e il conte da Castiglione aveva capito che anche in Italia c'era da godersela abbastanza bene. Ma la fortuna, quella maledetta fortuna, proprio sul più bello del gioco, gli fece un tiro birbone: gli fe' cadere addosso, nientemeno, una pupilla dai diciannove ai vent'anni, una nipote della sua povera moglie, la quale, in tal maniera, lo teneva legato alla catena anche dal mondo di là. La signorina Giulia di Rocca Vianarda era un bel pezzo di ragazza; pareva lavorata nel burro; bianca, rosea, tondeggiante, con certi capelli neri da zingara e due occhi grandi che bruciavano. Ma aveva la disgrazia di appartenere a una gran famiglia, e di essere senza un soldo di dote, ragion per cui Pier Luigi poteva ben correre con lei tutti gli stabilimenti di acque e di bagni da Santa Maria a Viareggio; un marito, un marito purchessia, non c'era verso di poterlo trovare.

Il povero tutore sbuffava; si tingeva a più radi intervalli, e cominciava per davvero a piangere sua moglie, che almeno lo lasciava libero all'estero e che, se fosse stata ancora quaggiù, se l'avrebbe digerita lei, la nipote!

—È stato un accidente, è stato:—un tiro di mia moglie, un tiro!—esclamava in tono di lamento il povero Pier Luigi, che aveva l'abitudine di ripetere le parole; e, non trovando altri partiti possibili, vagheggiava l'idea di far sposare la pupilla a suo nipote Giorgio Della Valle. Per cominciare dunque a mettere la paglia vicino al fuoco, egli aveva scritto a Giorgio che lo aspettava a Pegli, ma senza comunicargli il proprio disegno… per non spaventarlo.

Intanto era un conforto per il conte da Castiglione quando riusciva a collocare la Giulia in qualche famiglia di conoscenti. Di solito, appena arrivava in un albergo, sua prima cura era quella di studiare la tabella dei forestieri. Se c'era una qualche signora che gli poteva andar bene, anche se non la conosceva affatto, trovava sempre la via, immaginando conoscenze reciproche, fabbricando giri e rigiri di parentele, di diventare amico e, alle volte, di scoprirsi suo mezzo parente. Ma a Pegli non era riuscito di trovar nulla. C'erano molte signore sue amiche; ma erano lì per divertirsi, per essere libere, per farsi corteggiare, e di fare la parte di madre nobile non ne volevano sapere; ed egli si dava già per un uomo perduto, quando un bel giorno, colla gioia di una gratissima sorpresa, lesse sulla lista dei nuovi arrivati all'albergo, anche il nome del duca d'Eledacon famiglia.

Fece i gradini a due alla volta e capitò ansando in camera della pupilla cogli occhi che gli brillavano sotto le ciglia spelate, e coi capelli ingommati che gli si sollevavano tutti uniti sul capo, come un guscio d'ostrica.

—È arrivata la duchessa d'Eleda, è arrivata!

—La duchessa d'Eleda?… Non la conosco…—rispose Giulia, che non potè a meno di sorridere vedendo la faccia ridicola del rispettabile tutore.

—Come non la conosci?… Devi conoscerla. È la figlia del fratello del tutore di mio nipote, è la figlia, perciò siamo quasi, potrei dire, mezzo parenti. Vieni presto, da brava; andiamo subito a salutarla. La duchessa era amica intima della tua povera zia, io sono amicissimo del duca, faremo vita insieme, faremo.

—Domani o dopo arriva anche Giorgio…

—Tanto meglio!

E così, mentre Maria con Lalla e con Prospero stava per scendere nella sala da pranzo, venne annunziata la visita di Pier Luigi e della Giulia. Furono subito ricevuti e con molta cordialità.

Le fanciulle si scambiarono una rapida occhiata, e bastò perchè si valutassero a vicenda! Lalla trovò Giulia troppo grassa, Giulia trovò Lalla troppo magra, e così rimasero contente tutte e due. Dopo il solito scambio di gentilezze scesero sul terrazzino, in riva al mare, aspettando insieme che suonasse la campana dellatable d'hôte;poi a pranzo, parlarono di Firenze, di Roma, di Borghignano, domandandosi conto reciprocamente degli amici comuni. Maria, per altro, sebbene quelle chiacchiere fossero assai banali, sentiva dentro di sè una viva inquietudine. Chi l'avesse attentamente osservata, avrebbe notato in lei un leggero tremito che alle volte la faceva trasalire. Parlava distratta; ma invece era confusa: perchè?… Perchè prevedeva che il discorso, a lungo andare, sarebbe caduto su Giorgio Della Valle.

—È molto tempo, duchessa, che non ha notizie di mio nipote?

Prospero Anatolio, che non si aspettava la domanda, si fece serio, senza volerlo, mentre Maria rispondeva un—no—quasi impercettibile.

—Oh, col Della Valle, io e mia moglie—rispose pronto il d'Eleda—abbiamo molti conti da aggiustare.

—La politica lo guasta—concluse Pier Luigi con tono convinto—e bisogna dargli moglie, bisogna. Il giudizio è come lo spirito: colle donne chi ne ha lo perde, e chi non ne ha lo acquista… chi non ne ha!…

A quella notizia dell'arrivo di Giorgio, Maria impallidì; anche Prospero, quantunque l'accogliesse con un grazioso sorriso, ne avrebbe fatto senza volentieri. Tuttavia il pranzo finì lietamente come era incominciato, e alle frutta, Pier Luigi, vedendo che le fanciulle, perfettamente dimesticate, chiacchieravano insieme, ridendo e scherzando, esclamò rivolgendosi alla duchessa Maria:—Era proprio quello che mi ci voleva!… La Giulia, poveretta, trovandosi sola a Pegli si annoiava mortalmente. Spero però che la nostra duchessa sarà tanto buona da voler dividere con me le cure paterne, per le quali son proprio disadatto, e da permettere che qualche volta affidi a lei e a miss Dill la mia cara pupilla!…

La miss rispose con una smorfia. Ne aveva già una delle ragazze da sorvegliare, e le bastava; la duchessa graziosamente accettò e, tanto per cominciare, il conte da Castiglione le lasciò in custodia la Giulia, subito, quella sera medesima, mentre lui aveva da fare una scappatina a Genova.

A Pegli si poteva proprio dire che la gente vi si annoiava a furia di divertirsi. Di giorno, le passeggiate nella villa Pallavicini, e le gite in mare; la sera conversazione, concerti, feste da ballo… e, anche a Pegli, Maria ebbe subito il primo posto, senza cercarlo e senza volerlo, mentre invece rimpiangeva la quiete e la pace di Santo Fiore.

Il mondo, che d'altronde non può mutare, era sempre il medesimo: frivolo, corrotto, tristo. Maria vedeva gli uomini più seri e più stimati, cercare l'amicizia di suo marito, per poterla meglio corteggiare e insidiare. Non uno le aveva dato prova di sentimenti nobili e leali.

Non uno?… sì! uno c'era stato; ma per farla penare maggiormente.

Maria e Giorgio, la prima volta che si erano incontrati a Pegli, si erano salutati con quell'aria diplomatica colla quale le persone per bene si credono in obbligo di soffocare ogni cordiale espansione.—Oh! Buon giorno, conte; anche lei a Pegli?—Di passaggio, duchessa…—Tal e quale come se si fossero veduti il dì innanzi; invece dall'ultima visita del conte Della Valle a Santo Fiore erano trascorsi vari anni. Però l'emozione di Maria era stata così viva, che interamente non potè sfuggire nemmeno a Giorgio. Il rossore delle guance, l'occhio scintillante, il tremito, il bruciore della mano, tutto ciò fu notato da Giorgio che trovò la duchessa più bella, più buona e più affettuosa. Maria trovò Giorgio sempre lo stesso e perciò continuò ad amarlo… sempre di più.

Pier Luigi, appena Giorgio gli capitò fra le mani, cominciò subito, colla sua arte di vecchio diplomatico, a tastare il terreno. Gli domandò se ancora non aveva pensato di mettere la testa a partito,—di abbandonare lasinistrae di offrire ladestraad una donnina che lo facesse marito felice e padre fecondo…—Gli ricordò che i trentacinque anni erano suonati, che i Della Valle, se non ci pensava lui presto presto stavano per estinguersi, e che ad una certa età, la moglie fa anche bene alla salute.

Giorgio gli rispose francamente che ci aveva già pensato, che stava pensandoci ancora; ma però egli voleva sposare una ragazza della quale fosse innamorato, una ragazza che sapesse fargli perdere la testa.

—E in quanto alla Giulia—soggiunse ridendo—sai che cosa ne dovresti fare?

—Che cosa?

—Tua moglie.

—Mia moglie?

—Sicuro… tanto per liberartene.

—To', non ci avevo pensato… non ci avevo… In un caso disperato… la sposerò io!

Se a Pegli si divertivano molto, non era vero, per altro, che si divertissero tutti.

Le ragazze, per esempio, vi erano molto trascurate; e si annoiavano. Qualche senatore gottoso che si faceva recitare gl'Inni Sacri, o—l'Addio ai monti—del Manzoni: qualche vecchio professore della scuola romantica, qualchepivellinoche si raspava la pelle per farsi crescere i baffi, e finalmente qualche ufficiale superiore colla pancia e cogli occhiali, erano i soli adoratori, e i ballerini delle ragazze. Del resto, tutto quello che c'era di brillante e di elegante apparteneva alle signore. Il coro… dell'innocenza aveva un bel da fare, tentava tutti gli espedienti e tutte le attrattive: il candore, la modestia, la lingua inglese, il pianoforte, ma non c'era verso; scambiate appena quattro parole di convenienza, quelle povere ragazze erano piantate in asso, attorno al tavolo delthè.

Lalla pareva ne soffrisse meno delle altre; ma non era vero. Era brava, invece, e riusciva a non lasciare scorgere la propria rabbietta. Sentiva anche un po' d'invidiuccia contro sua madre, tanto cercata e tanto festeggiata, e si vedeva troppo lontana dai trionfi che si era ripromessi; ma tuttavia, non disperava. Aveva capito che per ottenerli non le mancava più che un marito: il punto di contatto, appoggiata al quale la donna solleva il mondo.

Un marito?… Lalla portava un gran nome, era l'erede di una grande fortuna; quantunque non fosse bella, era assai piacente. Oh, un marito non si sarebbe fatto aspettare!… Anzi, non avrebbe avuto che da scegliere!… E Lalla si guardava attorno cogli occhi belli che vedevano, che scoprivano tutto, anche quando li teneva abbassati e raccolti, con quell'aria modesta che la faceva somigliante ad una Vergine del Murillo.

Le cose erano a questo punto, quando una sera nella quale a Pegli si ballava per beneficenza, le ragazze annoiate e ristucche si riunirono in congiura.

—È ora di finirla e di vendicarsi!—esclamò la Giulia con gran calore.

—Come fare?

—Sì, brava; se si potesse vendicarsi!

—In che modo?

—Facendoci sposare!

Tutte le ragazze applaudirono ridendo, e correndo dietro a Giulia uscirono sul terrazzo.

—Va bene, ma come si fa?

—Bisogna scegliere prima il fortunato mortale a cui destiniamo l'impareggiabile possesso del nostro cuore; poi quando lo avremo scelto, farlo restare sul colpo… innamorato morto. Ci state?

—Sì! Sì! Sì!—gridarono in coro tutte le ragazze.

—Allora seguitemi e guai ai vinti!—Giulia correndo in giro sul terrazzo, si fermò ad una finestra della sala da ballo e, indicando alle compagne le coppie che passavano ballando, cominciò con voce nasale, imitando il modo di parlare del suo tutore:—Signorine! Vedete quell'animale, vedete, bianco di sotto, nero di sopra nero, piuttosto brutto, piuttosto?… Ebbene, quell'animale si chiama uomo. È irragionevole, e basterà a dimostrarlo la sua indifferenza a nostro riguardo. Tutti gli uomini sono uguali dinanzi a Dio; non è così, peraltro, dinanzi alla donna, la quale, secondo i gusti li preferisce biondi, neri omarrons…

—Glacés!

—Silenzio, Lalla!

—Non interrompere!

—È bipede sempre—continuò la Giulia—quantunque alle volte, quantunque… basta, pare impossibile, pare. Ha il dono della favella, ma pure conserva ancora una grande difficoltà nel pronunciare il monosillabo sì matrimoniale.

Ci fu uno scoppio d'applausi; ma la Giulia ristabilì prontamente il silenzio, e continuò:

—Quell'animale, signorine, noi dobbiamo sceglierlo per nostro legittimo consorte. È una sventura; ma siccome le sventure non vengono mai sole, così, vi avverto può succedere il caso che quello scelto da noi non ne voglia sapere… non ne voglia!

—E allora, come si fa?—domandò una piccola biondina col naso schiacciato e rivolto all'insù, che prendeva viva parte al giochetto.

—Allora, o si va in convento, o si medita un suicidio, oppure, meglio, si ricomincia da capo, scegliendone un altro.

—Brava Giulia!

—Brava!

—Alla scelta!… Alla scelta!

—Va bene, ma a chi tocca scegliere per la prima?

—Io direi di andare per ordine di anzianità—propose la figlia di un colonnello della Territoriale.

—Benissimo!

—Allora tocca alla Giulia…

—Veramente non saprei… se tocca proprio a me.

—Quanti anni hai tu, Isa?

—Diciotto.

—E tu?

—Diciassette.

—Diciotto.

—Diciannove.

—E tu Lalla?

—Io?… sedici; ma vi avverto che se una di voi si sceglie il marito che piace a me, io non lo cedo a nessuno.

—Senti come prende fuoco la santarella!

—Animo, animo, senza tanti discorsi; tocca alla Giulia.

—Ebbene, non perchè sia la più vecchia; ma accetto il posto d'onore, come un tributo della vostra sommissione.

—Bene, approvato!—esclamò Lalla;—e ora a noi: tu Giulia hai il numero uno, tu Clara il numero due, la Isa il tre, l'Adele il quattro.

—E io?…—E noi?…—interruppero le altre, non comprese nella lista.

—Abbiate pazienza voi—rispose Lalla,—come ne ho io. Giustizia vuole che sia servito prima chi è più tempo che aspetta.

In questo punto gli accordi di un valzer di Rovere echeggiarono nella sala da ballo; le fanciulle si strinsero tutte serrate alla finestra e proprio di contro a loro videro le coppie aggruppate che una alla volta si avanzavano ballando, finchè la sala, che prima pareva quasi vuota, si popolava, si affollava di figure, di colori, di fiori, di trine, di gemme, mentre la musica della piccola orchestra rimaneva soffocata dal tramestìo delle voci varie, confuse e dallo strisciare e il battere dei piedi sul pavimento, misto colfru-frucadenzato dei lunghi strascichi delle vesti.

—Attento il numero uno!—gridò Lalla alla Giulia. La prima coppia che si avanzava era composta di una signora attempatotta, enormemente grassa ed ansante, che si teneva attaccato un piccolo tenentino ai cavalleria, biondo, roseo, paffuto e ricciutello, il quale, davanti a quel donnone, pareva proprio che ci fosse a balia.


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