Tuttavia, per quanto Lalla fosse stata molto civettuola, non era andata più in là di un amoretto platonico, sentimentale; e le ragioni di questo fatto, assai importante, bisogna ricercarle in due farse ben diverse; una proveniente da Lalla, l'altra dal Vharè. Giacomo sentiva per la bella donnina una tenerezza soave, melanconica, che gli parlava al cuore, più che ai sensi, e di cui fin allora non aveva mai provata l'eguale; una timidità delicata e affettuosa. Se qualche volta si faceva troppo ardito, gli occhi di Lalla si facevano grandi grandi e lo fissavano timorosi ed egli allora, sorridendo, la chiamava—bambina—e rimaneva pago della simpatia idealmente affettuosa di quella creatura cara ed innocente.
In quanto a Lalla, il suo—no—era affatto istintivo.
La sua indole, il suo gusto delicato, la rendevano repugnante a tutto ciò che faceva perdere all'amore i poetici e interessanti colori della sentimentalità; tanto più, poi, che suo marito le voleva molto bene e glielo dimostrava molto, e perciò essa aveva il sangue calmo, e i nervi tranquilli. In quanto alla coscienza… Oh, era una coscienza che faceva sentir la sua voce sempre a proposito… per ammonire che il peccato cominciava appunto là, dove Lalla trovava per lo meno incomodo di dover arrivare.
Perchè una donna, come la duchessina, giunga a pronunciare l'ultima parola dell'amore, l'amante solo, per quanto avveduto e audace, non basta quasi mai; fa d'uopo il concorso di molte circostanze di tempo, di luogo e… e anche di temperatura. Circostanze varie, impensate, indefinibili; che la sorprendano nel cuore, nei sensi, nel capriccio, quando meno lo sospetta ella medesima, e le tolgano volontà e lena di combattere. Tutto ciò può accadere in otto giorni, può farsi aspettare mesi e mesi e, alle volte, può anche non capitar mai.
Dopo, finito l'incanto, o quelmomento d'oblioappare come un punto nero, e allora resta isolato nella vita della donna che riesce con disinvolta facilità a dimenticarlo, oppure ebbe una scintilla, un lampo di elettricità luminosa, e allora essa ne popola il cielo del suo amore, colla profusione delle stelle che risplendono, nella cupezza serena di una notte bruna, dopo la tempesta.
Lalla ci teneva molto che il Vharè le facesse la corte; ma era stata presa dalla vanità, non dal cuore. Egli, più che altro, aveva per la duchessina le capricciose attrattive del frutto proibito; e l'antipatia ombrosa e paurosa manifestata contro di lui dal marito, ne accresceva il fascino. Ma Lalla, in presenza di Giacomo, era sempre padrona di sè, quantunque egli esercitasse su di lei una certa influenza; quantunque fosse l'unico che, sovente, la facesse impallidire e arrossire, inspirandole una soggezione strana, un orgasmo, una titubanza indefinibile, quasi paurosa. Ma erano fenomeni di poco conto, che la storditaggine stessa di Lalla bastava a dissipare.
La duchessina si sentiva contenta; le bastava di aver domato il suo Mefistofele. Più forte e più abile delle altre donne che col Vharè avevano tutto perduto, anche l'onore, per vederlo poi, stanco e disonorato, Lalla, con una sola parola, con una lusinga vaga, indeterminata, lontanissima, riusciva, conservando il proprio equilibrio, a tenerlo legato dietro al carro del suo trionfo.
Lalla non amava, ma voleva essere amata; non sentiva il bisogno dilibare al calice dell'amore; ma il bel calice si godeva a tenerlo in mostra, fra le artistiche minuterie del suo salottino. Accresceva per lei il piacere dei balli, dei teatri, delle riunioni il sapere che là, come le altre, aveva il suo moderno cavalier servente, che l'aspettava ansioso, geloso, inquieto, innamorato. Tutti i misteri, le ipocrisie eleganti, l'impreveduto, il romantico ed anche il drammatico dell'amore e degli amori, la divertivano assai. Ma fino ad un certo punto; soprattutto non voleva commettere un passo falso e voleva conservare la propria libertà: non voleva perdere la propria riputazione e non voleva darsi un padrone.
Subito appena si furono spiegati, fu la prima Lalla a trattare Giacomo coltu, francamente senza esitare, giubilante di poter dire a sè stessa che quell'uomo, il quale faceva tanto discorrere di sè, quelbabaudella morale, era ai suoi piedi, era suo, era—il suo amante. Ma quando egli le domandò il primo bacio,—no, sai, non te lo dò, un bacio—gli rispose rannicchiandosi in modo, nel cantuccio del canapè, da sembrare ancor più piccina, e ancor più bambina;—no, perchè coi baci, si sa come si comincia… ma non si sa poi… come si finisce;—ed abbandonò invece la manina morbida, nella mano di Giacomo, che gliela stritolò convulsamente, pallido, imbronciato, meravigliando in cuor suo, che—la bambina—avesse tanta esperienza. Tuttavia l'esperienza non mancava nemmeno al Vharè: egli aspettava paziente e rispettoso, senza esser punto disperato.
Uno solo, fra tutti i suoi adoratori timidi e sottomessi, ebbe la sfacciataggine di mancare a Lalla di rispetto; e fu il conte Pier Luigi. Sicuro; Lalla aveva voluto fare la civettina anche col vecchio zio: così… non per altro che per riderne colla Giulia!… Era un giochetto che le riusciva tanto bene!…
Un giorno, sul tardi, nel salottino s'era fatto un po' buio, le altre visite s'erano dileguate, e lo zio e la nipote aspettavano l'ora del pranzo. Lalla languida languida, colla testina chinata, tagliava lentamente con una stecca d'avorio, le pagine di un romanzo nuovo, mentre scherzava col suo piedino tra il falbalà della veste. Pier Luigi, colla faccia invasata, le era seduto accosto e le ripeteva che era una donninairritante. Lalla si ostinava a volerne sapere il perchè, fingendo di non capire ciò che invece capiva benissimo. Pier Luigi allora le disse, con la voce grossa, che si era fatta bella, e lei, di rimando, a rispondergli che mentiva, che sapeva di essere brutta e che lui parlava così, perchè c'era buio! Pier Luigi minacciò di alzare la tendina, e lei ad opporsi amabilmente e a non volere che lo facesse…—Allora non gli sarebbe piaciuta più!…—Il vecchio non fiatò, non rispose, ma, d'improvviso, le stampò un bacio sul collo. Lalla si alzò di colpo, fremente d'ira e di ribrezzo; ma lo zio, che la teneva stretta con un braccio, le strisciò un altro bacio sulla bocca. Lalla pallida, senza un grido, si sciolse violentemente da quella stretta, spingendo il vecchio lungi da sè, e balbettando:—Vi trovo ributtante, sapete; ributtante, ributtante!…
Lalla, prudente, per evitare dispiaceri, non riferì quella scenaccia al marito; ma Pier Luigi, punto sul vivo, non le perdonò mai più.
… E l'angelo custode, nel frattempo, che cosa faceva? Maria scriveva di continuo alla figliuola lettere lunghissime, colme d'affetto, di premurose sollecitudini, di consigli, e di ammaestramenti. Ma Lalla trovava quelle lettere noiosette e melanconiche, perciò le scorreva in fretta, saltando le mezze pagine e spesse volte guardando appena alle ultime righe, tanto per accertarsi che il babbo e la mamma stavano bene.
Maria aveva fissato di recarsi a Roma col duca Prospero, e questi, infatti, vi raggiunse la figlia e il genero, verso la metà di maggio, tre giorni dopo che gli fu comunicata, ufficialmente, la sua nomina a senatore del Regno; ma alla duchessa d'Eleda, all'ultimo, era venuto meno il coraggio, ed era rimasta sola a Borghignano. a provvedersi di forze, per il momento, ormai prossimo, del ritorno di Giorgio e di Lalla.
Già la poveretta aveva sperimentato a proprie spese come il volere e il coraggio abbiano un limite; e ciò nell'occasione che gli sposi fecero a Santo Fiore la loro gitarella, quasi all'improvviso. Per un giorno Maria potè reggere, mantenersi tranquilla, e mostrare una contentezza che non sentiva nel cuore, ma poi, malata, colla febbre, dovette rimanersene a letto.
Da qualche tempo la salute della duchessa peggiorava a vista d'occhio; ma Prospero Anatolio non vi badava gran fatto. Egli si lamentava, invece, trovando che sua moglie era eccessivamente lunatica, piena di egoismo e vuota di cuore: lei non faceva nulla per alleviare al marito il doloroso distacco della figliuola. Ma l'infelicità di Prospero Anatolio non era altro che rettorica; egli aveva un solo dispiacere: quello di non possedere l'ubiquità di Sant'Antonio, e perciò di non poter, essere, nello stessa tempo, nel palazzo municipale di Borghignano, dove imperava autocrate assoluto, e nel Senato del Regno, in cui, alla prima seduta, domandò subito la parola. Peccato che il caldo cominciasse a liquefare gli onorevoli e fossero imminenti le vacanze delle Camere.
In casa Della Valle si cominciava intanto a fare le valigie, e con gran consolazione della Nena, la quale, a Roma, forse perchè non era nè un deputato, nè un senatore, non ci si poteva vedere. Pativa di nostalgia, in mezzo a quell'andirivieni di facce nuove, e non capiva la maraviglia dei signori che si fermavano colla bocca aperta, ammirando certe case rovinate, certe statue senza naso, certi fusti di colonna col capitello rotto. La Nena non avrebbe dato il corso di Borghignano per tutta Roma. A Borghignano, almeno, le strade erano pulite e piane, mentre a Roma bisognava arrampicarsi su su, come in montagna, e si ritornava a casa colla testa intronata. E poi la Nena ci soffriva di amor proprio a non essere conosciuta da nessuno. A Borghignano sapevano tutti chi era; le facevano di cappello, e i merciai, i giovani di negozio, erano pieni di garbatezza e di premure; ma a Roma?… A Roma pareva che le facessero un piacere a venderle la roba, e la servivano in fretta e in furia, senza nemmeno lasciarle il tempo di barattare quattro parole.
A consolarla un poco, le capitò, altrettanto caro quanto inaspettato, ilCorriere d'Euterpecon unacorrispondenzada Palazzolo sull'Oglio, segnata col lapis rosso. Il cuore le disse subito ch'era stato Sandro Frascolini a mandarle quel giornale; allora si chiuse sola nella sua camera e, compitando lesse la seguente corrispondenza:
«Palazzolo (sull'Oglio).
«Ieri sera, nella Favorita, melodramma del celebre maestro cav. Donizetti Gaetano, abbiamo assistito al debutto del giovane primo tenore assoluto, signor Alessandro Frascolini. Dire non lice, all'umile penna del vostro corrispondente, gli applausi ch'egli riscosse caldi e ben meritati, egregiamente assecondato eziandio dalla valente prima donna assoluta, signora Mochetti Giuseppina. Soddisfacendo le brame addimostrate dall'affollato uditorio, il sullodato debuttante bissò la sua bella romanza dell'ultimo atto «Spirto gentil» fra il generale e crescente entusiasmo. Il signor Alessandro Frascolini ha bella voce, nobile l'aspetto, è ben aitante della persona, ed affrontando con disinvolta spigliatezza le difficili tavole del palco-scenico, impronta, con vero slancio di provetto artista, il carattere del personaggio rappresentato.
«Avanti, signor Frascolini! Avanti sempre! Gli applausi dell'intelligente pubblico di Palazzolo sull'Oglio vi devono essere di sprone a perseverare nelle parti di tenore assoluto, nelle qualiEuterpevi riserva splendido, per l'avvenire, l'aurato serto di Elicona.
«Il Ficcanaso»
La Nena, quella notte, dormì colla prosa diFiccanasosotto il capezzale: era incerta, titubante se dirne qualche cosa alla signora contessa: poi, si persuase, che ormai Frascolini non aveva mandato il giornale altro che per lei, la Nena, solamente per lei: si consolò tutta, allora, e pregò la Madonna perchè le facesse la grazia di potersi incontrare a Borghignano, almeno una volta con Sandrino, reduce dai trionfi di Palazzolo sull'Oglio.
Lalla e il Vharè s'erano data l'intesa di ricongiungersi a Borghignano nella prima domenica di giugno. In quella sera, per solennizzare la festa solita dello Statuto era stato disposto un gran concerto di beneficenza al teatro dell'opera. Lalla vi sarebbe intervenuta, Giacomo pure, e così si sarebbero incontrati naturalmente, senza che Giacomo dovesse correre il rischio di aspettare due o tre giorni per non destar sospetti, con una visita troppo sollecita in casa Della Valle.
Era la prima volta che accadeva al Vharè di fare un viaggio per celebrare la festa dello Statuto e per assistere ad un concerto di beneficenza. Egli, per altro, quantunque fosse il primo a riderne in cuor suo, godeva assai tutte quelle sensazioni intime e misteriose: gli pareva di ritornare giovine e di ricominciar allora la vita con una nuova provvista di poesia. Ladiva, infatti, che si era accorta del suo raffreddamento, aveva accettata una scrittura per l'estero, e Giacomo ne sentì più sollievo che dispiacere; le cose lunghe diventano serpi, e quell'amore filarmonico durava da tre anni, il che vuol dire nove stagioni d'opera all'incirca, e col repertorio limitato del contratto, egli ormai aveva fatto un'indigestione diPreziosillee diAzucene!… Poi la nuova passioncella di Giacomo era piena di tirannie gelose e prepotenti. L'amore schietto, sincero, che gli si donava con prodigalità spensierata, lo aveva sempre lasciato libero, padrone di sè; invece quella voluttà, avara, paurosa, piena di reticenze e di restrizioni, lo preoccupava e lo dominava continuamente. Giacomo di Vharè non aveva un'idea esatta dell'onore e nemmeno della virtù; perciò confondeva la civetteria degli atteggiamenti ingenui e fanciulleschi cogli scrupoli del dovere e della verecondia.
In buona fede, egli pensava fra sè e sè che gli avveniva allora, per la prima volta, di amare una donna e di poterla stimare: e quell'uomo cinico, beffardo, corrotto, che al mondo aveva una sola religione sincera, un solo affetto che non fosse una colpa, la memoria di sua madre, per la prima volta, accanto a quella memoria santa e adorata, collocava un'altra immagine di donna: la figuretta gentile della carabambina.
La presenza del marchese di Vharè al gran concerto di Borghignano non fu l'avvenimento meno importante di quella memorabile serata. I commenti furono innumerevoli, variate e fantastiche le interpretazioni. Gli uni assicuravano che il marchese, rovinato completamente, era venuto a Borghignano per la liquidazione definitiva del suo patrimonio; gli altri giuravano invece ch'egli aveva vinto a Monte Carlo somme favolose, e che appunto tornava in patria, sempre amante delle novità, per pagare i propri debiti. Chi lo faceva ammogliato segretamente colla diva Soleil, e chi lo fidanzava ad un'americana arcimilionaria, la quale voleva metter su casa a Borghignano, per darvi grandi pranzi e grandi feste nel carnevale.
Tutti, però, gli furono d'attorno, con dimostrazioni di simpatia e di rispetto; e fra le strette di mano e le larghe scappellate, i—buoni provinciali—lo squadravano da capo a piedi, con una maraviglia curiosa e pettegola. Il maggiore dei fratelli Tangoloni de Lastafarda, che ci teneva molto a darsi l'aria delviveurconsumato nelle orgie e nelle bische, mentre, invece, tutta la sua dissipazione si riduceva nella perdita di qualche partita albigliardood altresette, lo prese sotto il braccio e lo accompagnò nel palchetto deinobili, affettando con lui una dimestichezza da compagnone, e l'errearistocratica. Lì dentro, non gli lasciarono prender fiato, ma in due o tre, toltogli di mano il cappello, a viva forza lo trascinarono nel camerino, dove, tutti insieme, gli offrirono thè, vino, dolci e sigari. Fortunatamente, a sollevarlo da quello zelo soverchio, capitò in buon punto il presidente del teatro, un vecchietto lindo, lindo, tinto e profumato come una saponetta, che volle condurlo sul momento a visitare i ristauri del palcoscenico, e la nuovarampadel gaz, fatta costrurre apposta sul disegno di quella dellaScaladi Milano.
Quel buon vecchietto vagheggiava un'idea ch'era ad un tempo il sogno della sua vita e l'orgoglio della sua carica: ottenere, per una stagione d'opera, la diva Soleil al teatro di Borghignano. Per questo motivo faceva la corte al Vharè, e sentiva per lui un misto di invidia e d'ammirazione.
Quando ritornò nel camerino deinobili, il Vharè cominciò a lodare le innovazioni del palcoscenico, la ricchezza dell'illuminazione, la bellezza e il buon gusto delle signore di Borghignano, e notò che i cori erano meno stonati dei cori dell'Apollo.—Insomma, voi altri qui a Borghignano—concluse—sapete far le cose per bene. Si direbbe di essere in una piccola capitale!…—Allora ricominciò l'assalto col vino, coi sigari e col thè. Giacomo ebbe anche l'amabilità di trovare il thè delicato e il vino squisito. Il direttore-economo del palchetto, sensibilissimo agli elogi, si fece avanti, per raccontargli che il vino lo aveva comperato all'ingrosso, tenendolo in serbo per le varie occasioni; che lo aveva pagata unfrancoe cinquanta al litro, mentre Tangoloni de Lastafarda, quando era economo lui, prendeva delBordeauxnazionale, a due lire la bottiglia, che invece di cavare la sete, bruciava la gola. I giovani bontemponi a questa scappata sghignazzarono; il marchese (lo chiamavano tutti marchese, anche i più accaniti nel contrastare a Giacomo l'autenticità del titolo) sorrise appena, vedendo che lo scherzo non era stato bene accolto dal Tangoloni; poi, continuando a parlare colla sua verbosità facile ed elegante di teatri, di politica, di Monte Carlo, si avviò nel palchetto, seguito sempre dalla brigatella, e colla scusa di voler sentire l'Ave Mariadi Gounod, che l'orchestra aveva appena incominciata, si mise afilarecon Lalla. Il Tangoloni e gli altri, approfittarono del momento per esaminarlo di sottecchi, studiandone il taglio dell'abito e il nodo della cravatta. Il Vharè portava i capelli corti, all'inglese; e il giorno dopo il parrucchiere deilionsdi Borghignano aveva da tagliare una decina di zazzere!…
Giacomo si sentiva di buon umore, ed era contento di Borghignano ed anche di quei giovanotti. Pareva che la duchessina, dal suo palchetto, diffondesse una luce che gli tingeva tutto color di rosa. Egli l'aveva veduta subito, appena entrato in teatro; ma, per un senso quasi di timidità, in lui affatto nuovo, aspettò qualche momento prima di fissarla col cannocchiale.
Lalla, seduta in faccia a Prospero Anatolio, voltava le spalle all'orchestra: tutta bianca, avvolta nei veli e nelle trine, spiccava dal palchetto, come sul fondo scuro d'un quadro. Senza adornamenti al collo e alle orecchie, senza un nastro, senza un fiore, senza neppure una gemma nel caratteristico disordine dei capelli biondi, volgeva attorno quei suoi occhi cangianti, come il colore del mare, con una tranquillità soave. Eppure quantunque il giro del suo sguardo avesse una meta prefissa, non si fermava punto al palchetto del Vharè, ma passava via lentamente, per ritornare un'altra volta, rifatto un altro giro, coll'orbita determinata di una stella. Quando vide Giacomo apparire nellabarcacciadei nobili, con quell'aria elegante che lo faceva somigliare ad un principe che viaggiava incognito, Lalla non arrossì, non si turbò affatto, non si lasciò sfuggire dagli occhi uno di quei lampi fugaci che tradiscono l'amore, ma adagio adagio, cominciò a giocherellare col ventaglio chiuso, segnale convenuto per avvertirlo di non andarla a salutare in palco quella sera: poi lo aprì e lo richiuse tre volte, indicandogli con quest'altro avviso che l'indomani lo aspettava a casa; tutto ciò, ella fece, senza mutare d'una linea il suo atteggiamento raccolto, composto, sempre colla testina bassa, con alcun che di verginale e d'immensamente dolce nell'aspetto. Ella sembrava un essere etereo, vaghissimo, che non respirasse dalla bocca socchiusa l'aria calda, pesante della sala, ma solo quella musica divina dell'Ave Mariache le alitava intorno mesta come un lamento, appassionata come una preghiera.
Il Vharè, che dopo il primo cenno del ventaglio si era fatto un po' pensieroso, al secondo si tranquillò di nuovo. Certo Lalla, potendolo ricevere in casa il giorno dopo, preferiva quella visita ai saluti diplomatici in teatro; e siccome egli capiva bene, che non avrebbe potuto visitarla la sera in palco e l'indomani subito in casa, senza commettere un'imprudenza, così l'approvò contento, col cuore in gioia.
Vicino al palchetto della contessa Della Valle c'era quello della duchessa d'Eleda, La mamma, lo dicevano tutti, si conservava bene, ed era ancora bella, più bella della figliuola, la quale, in compenso, era generalmente più simpatica. Maria, pallidissima, era di un'eleganza severa, matronale:—se pure destava l'ammirazione, fermava, agghiacciandolo, qualunque desiderio.
—La d'Eleda è sempre uno splendore!—esclamò ad un tratto il Vharè.
—Sfido io,—rispose un socio dellabarcaccia, che ci teneva a fare il freddurista—si conserva nel ghiaccio!
—Io però preferisco la Della Valle,—interruppe un terzo;—non è una bellezza come sua madre, ma è assai piùpiccante.
—Voi, caro Vharè, dovete averla conosciuta a Roma?
—Sì, andavo da lei, il sabato sera.
—Aveva parecchi adoratori, dicono?
—Abbastanza, perchè non si potesse sospettare di nessuno.
—Guardate la duchessa, com'è pallida,—osservò il più giovane dei Lastafarda.—Ho paura che sia vero ciò che mi ha raccontato mio fratello.
—E che cosa ti ha raccontato?…
—Che ha un principio di mal sottile.
—Se lo ha davvero, è tanto sottile che non si vede,—sghignazzò il freddurista dopo di averla fissata anche lui col cannocchiale.
Il Vharè guardò nuovamente Maria; ma non era più tanto pallida: vicino a lei discorreva, seduto, il conte Giorgio Della Valle. Giacomo, vedendolo appena, non pensò ad altro, si alzò, e salutati e ringraziati gli amici dellabarcaccia, andò diffilato verso il palco della d'Eleda.
Da uomo pratico, non voleva che gli scappasse l'occasione d'incontrarsi con Giorgio in un terreno neutro e così di rompere il ghiaccio, per il suo ritorno inaspettato.
La duchessa accolse il Vharè colla cortesia un po' fredda che le era abituale; Giorgio, invece, gli dimostrò una sostenutezza molto significante; ma, tuttavia, il Vharè non si perdette d'animo; cominciò a discorrere di Gounod, di Borghignano, dellacrisiministeriale, rivolgendosi ora a Prospero Anatolio, ora alla duchessa, senza mai parlare direttamente con Giorgio, per non essere costretto a notare la sua freddezza.
Solamente quando Giorgio si alzò per congedarsi, egli lo pregò di presentare i suoi omaggi alla contessa Della Valle.
Giorgio gli rispose con un grazie, con un leggero inchino, e uscì.
Intanto, Prospero Anatolio che alle prime parole del Vharè sullacrisiministeriale si era sprofondato, sospirando, ne' più gravi pensieri, non ebbe agio di notare il contegno di suo genero, e Maria… povera Maria!… era così commossa, da non capire quello che le dicevano gli altri, e quasi, da non sapere nemmeno ciò che agli altri rispondeva lei stessa. Il cuore le batteva forte, con violenza dolorosa; brividi ghiacciati le correvano per le ossa, mentre una fiamma calda le bruciava la faccia. La sala del teatro, che pareva un vasto selciato di teste, e la curva dei palchetti luccicanti come punti bianchi, gialli, verdi, le giravano d'attorno con vertigine affannosa.
Il malumore del conte Della Valle, quantunque dagli altri due inavvertito, a Giacomo, in sulle prime, riempì l'animo di dubbi e d'inquietudini; ma poi pensò, che se fossero successe novità, Lalla non gli avrebbe certo fatto segno di andare da lei l'indomani, e per questo si acquetò interamente. Terminato lo spettacolo, senza aspettare l'uscita della duchessina dal teatro, si avviò verso casa: un quartierino mobiliato ch'egli teneva a pigione, e che durante le sue lunghe assenze affidava alla custodia d'un vecchio servitore di sua madre.
L'indomani, alle due, il marchese di Vharè domandava al portiere deiDella Valle, se la contessa era in casa, e se poteva riceverlo.
—È in casa di certo, ma non so se riceve.
—Andate a vedere.
Il portiere uscì nella corte e suonò un campanello, che fece spuntare la testa d'un servitore alla vetrata della galleria del primo piano.
—La padrona riceve?—gli gridò il portiere.
—Non so. Bisogna domandarlo ad Andrea.
Il portiere andò in cerca di Andrea, il quale ne chiese alla cameriera e finalmente, dopo un quarto d'ora, il Vharè fu accompagnato e introdotto dalla contessa.
—Se ogni volta che io vengo da lei—pensava Giacomo nel salire le scale—si mette sossopra tutta la casa, sarà più prudente che venga lei da me!…
Passò per un lungo quartiere, dove le sale dai mobili e dagli arazzi antichi si succedevano le une alle altre, larghe, alte, silenziose. I vetri delle finestre e le gelosie ermeticamente chiuse, le tendine calate, impedivano all'occhio del visitatore di notare i capolavori d'arte colà dentro raccolti.
A Giacomo pareva di attraversare un androne buio, interminabile, spirante un'auretta fresca e profumata. D'un tratto il servo si fermò, e sollevando con la mano la tenda di una portiera, inchinandosi fe' cenno al Vharè di accomodarsi in un salottino dove c'era ancora più buio che nelle altre sale. Giacomo entrò, ma poi si fermò su due piedi, aspettando che gli occhi si abituassero nell'oscurità. Allora un'onda odorosa lo avvolse, e mentre udiva ancora il passo del servitore battere chiaro e secco, a mano a mano che si allontanava, sul pavimento intarsiato delle sale, sentì dappresso il fruscìo di una veste e proprio di contro a sè distinse la bianca personcina di Lalla che, allungate le braccia, gli allacciava il collo, fissandolo amorosamente, il capo arrovesciato, mentre i capelli le cadevano sul volto, sulle spalle, e coprivano le mani di Giacomo, che la tenevano sollevata.
Così, avvinti l'uno all'altra, Lalla camminando all'indietro, Giacomo accompagnandola un po' curvo, strascicando co' piedi, per ischivare le vesti, si avvicinarono ad un piccolo canapè e vi caddero insieme, a sedere.
—Finalmente sei qui!…—disse Lalla con un filo di voce insinuante, chinando, abbandonando il capo sul petto di Giacomo, che senza dir nulla, respirava appena, colla bocca immersa nei capelli biondi odorosi.
Tacquero lungamente: lei tranquilla, felice, fremendo dal corpicciuolo esile, flessuoso, scosse di voluttà, compendiate in un lungo sospiro; Giacomo pallido, commosso, fatto timido e rispettoso da un abbandono così ingenuo e così sicuro.
Fu Lalla a parlare per la prima: Giacomo le rispondeva soltanto con monosillabi, quasi inintelligibili. Quello della cara bambina era un discorrere sommesso e appassionato; era un'anima che traboccava tutta in un'altra anima.
Intanto, la vista abituandosi là dentro a poco a poco, vi si diradavano le tenebre. Già si distinguevano benissimo alcune pianticelle di gardenie, poste sopra due sgabelli dorati, di fianco all'uscio, che lentamente chinavano la testina bianca, per udire che cosa mai si dicevano quei due, così a bassa voce. Si scorgevano i tulipani, di cui era fitto un panierino, collocato fra le tende nel vano della finestra, allungare il collo; i garofani sbocciare dalla curiosità; le azalèe, raccolte in una coppa di bronzo sopra una colonnetta, in uno degli angoli del salotto, aprire, per ascoltar meglio, i loro petali vermigli, mentre da una coppa intarsiata, che pendeva giù dal soffitto, una campanula indiscreta si abbassava allungandosi, più delle altre, per intendere quel linguaggio nuovissimo, che, nel silenzio profondo della stanzetta, mormorava misteriosamente come le note di un'armonia lontana. Ma tutti quei fiori freschi e fragranti, testimoni e complici ad un tempo di quelle ebrezze, non riuscivano a capir nulla. Soltanto un giglio il quale aveva perduto un simbolico candore dell'innocenza, per farsi rosso come il mantello del diavolo, pettegolo, sfacciato, ghignando e mostrando dalla bocca enorme spalancata la sua linguetta viperina, contava ad un mazzo di petunie che que' due, seduti là, così vicini, facevano all'amore.
—Come ti voglio bene, Nino mio!—diceva Lalla.—Ho pensato sempre a te, sai, continuamente, in tutti questi giorni. Quando ti allontani da me, mi sembra che tu ti porti via la mia anima, qui dentro, in questo taschino, sul cuore;—e Lalla scherzava colle dita in un taschino delgiletdi Giacomo.—Allora me ne vado tutta sola nella mia camera, e sto per ore ed ore sdraiata in una poltrona, fingendo di dormire per non essere seccata. Ma non dormo affatto, sai, no; chiudo gli occhi per vederti. Se tu sapessi come ti vedo bene, col tuo bel viso serio e pallido; come ti vedo bene certe volte, col tuo sorriso cattivo, ma che a poco a poco diventa dolce, melanconico, diventa carino carino… così, come adesso!… Mi piaci tanto così, e mi sento tanto felice, perchè mi sembra di essere io quella che ti fa diventare più buono.—Che cosa sono io, per te?… Dimmelo. Giacomo la guardava sorridendo, e taceva sempre.
—Ditelo subito, subito!—E Lalla aggrottava le ciglia in tono imperativo, con una grazietta incantevole.
—Sei il mio angelo.
—Non hai detto—angelo—alle altre?… mai?…mai, Nino mio?
—No… ma…
—Che cosama?
—Volevo dire che… lo saresti un po' più, se tu lo fossi un po' meno. Mi spiego?
—Sta zittino… subito!… non si dicono queste brutte cose!—Le pareti hanno le orecchie e gli occhi, qui dentro: badaci.
—Ascolta, cara! l'appartamento è così lungo… mezz'ora prima si sentirebbe camminare suiparquets, se capitasse qualcuno.
—Se capitassero visite!… Ma la Giulia? il papà, che è in casa nostra tutto il giorno? la mamma? (se lo sapesse, sai, colla sua severa morale, Dio Dio che spavento!…) e Giorgio?… Possono entrare improvvisamente da una porticina segreta, che ti farò vedere nella stanza qui appresso. E… ci sta bene, pare, quella porticina, se no, lei non avrebbe giudizio!
—A proposito di… di tuo marito: ieri sera ci siamo incontrati, nel palco della duchessa, e l'ho trovato molto sostenuto con me. Che cos'ha?
—Non gli sei simpatico, te l'ho detto, e, siamo giusti, non ha tutti i torti. Non gli sei simpatico, no, no, no! Ti tollera per un riguardo alla mamma, dice lui, ma, in fondo, credo che gli manchi il coraggio d'impormi di metterti alla porta. Oggi è andato in campagna, tornerà stasera e, spero, non saprà che sei venuto, così potrai ritornare più presto. Volevano che ci andassi anch'io in campagna; ma mi sentivo poco bene—per andare in campagna, s'intende!—Non ho detto bugie però, sai, la testa mi doleva davvero,—Quando iersera a teatro t'ho fatto segno col ventaglio di venir qui, sei stato contento?… Sì?… davvero davvero?… Fosti ben poco gentile, sai: dovevi almeno mandarmi un bacio, per ringraziarmi! Come sarebbero rimasti sorpresi, di', se ti avessero veduto colla tua serietà diplomatica a mandarmi un bacio dal palchetto!…—E Lalla, a questa idea, che le pareva molto ridicola, rise di cuore, coll'allegria schietta di una bambina senza pensieri e senza rimorsi.
—Ma se… se non… se quell'altro non c'è?… Allora?…—Giacomo, distratto, non ascoltava bene ciò che Lalla gli diceva.
—C'è la Giulia, t'ho detto, e poi, da un momento all'altro, aspetto la mamma; anzi c'è da stupirsi che non sia ancora venuta. A proposito, dimmi la verità, mala verità vera, non t'è mai saltato in mente di far la corte alla mamma?
—No, mai.
—Giura!
—Giuro.
—Che belfiasconeavresti fatto!—E Lalla, battendo il palmo della manina sulla bocca aperta si pose a dirgli la baia.
—Lo credo; ma non ho mai pensato di tentare.
—Perchè?…
—Perchè… non so, è una bella donna, pure…
—Oh! certo, più bella di me, non è vero?
—Tu mi piaci molto di più!
—Perchè ti piaccio di più?
—Perchè mi fai sentire nel cuore, nel sangue, ciò che non provo affatto vicino ad una donna bellissima, anche più bella di te.
—Che cosa ti faccio, sentire, Nino?
—Sei terribile!… non credi, Lalla?
—Cattivo!…
—E la Giulia, dunque, anche qui come a Roma? Sempre fra i piedi.
—Sempre.
—Quando è arrivata?
—L'altro giorno.
—Che seccatura! Ci fosse almeno un cane che la sposasse!
—Adesso si tenta esplorando la provincia; ed io devo godermela a tutto pasto.
—Perchè ti accomoda!
—Sei carino!… Sono io, vero, che comanda? Oh, se potessi fare a modo mio, almeno un giorno!…—E Lalla sospirò con la rassegnazione della vittima.
—Tu, per altro, avresti potuto liberartene con qualche scusa.
—Non sei contento di me?
—Niente affatto.—Così dicendo, Giacomo si alzò imbronciato, lasciando Lalla sola sul canapè e andò a guardare alla finestra.
—Vedi, come sei?—mormorò Lalla, con una vocina piena di lagrime.—Vedi come sei? Io mi ero fatta una festa pensando di stare un'ora con te—io e te, soli, finalmente!—dopo tanti giorni che non ci vedevamo; ho preparato quest'ora, tutta nostra, con mille noie, con mille artifizi, che tu bene sai quanto mi costino, col mio carattere… Ero così contenta, così allegra, e tu adesso… guasti tutto! Ma, per altro, mi vendicherò, non dubitare! Avevo una bella cosa da dirti, e invece, non te la dirò, ecco, perchè sei proprio cattivo, cattivo, cattivo!
Giacomo non potè resistere,—con Lalla non sapeva lottare—e allora, pensando che per una volta nella vita si può essere anche ragazzi, a prezzo di tante e così nuove seduzioni, ritornò a sedersi vicino a lei.
—Sentiamo.
—No.
—Checos'hada dirmi?
—Nulla.—Adesso era Lalla che faceva il muso; un musino incantevole.
—Parla, andiamo; sarò buono, sono buono; a costo di essere…. un imbecille!
—No… No!… Vada… Vada all'estero, raggiungala diva; quella non ha scrupoli, e non lo rende ridicolo!
—Perdonami!…. Ti domando; perdono!… Che hai da dirmi?…—Lalla tenne ancora il musino, per un momento, ma poi fissò Giacomo, sorrise, gli si avvicinò di nuovo e passando un braccio sotto quello di lui, colla testina bassa, gli disse pianino pianino, giocando con una mano colla catenella dell'orologio del Vharè:
—Mi confesso, non è vero?…
—Sì… sì…
—Ebbene… quando ti ho lasciato a Roma ho pensato fra me: adesso bisogna fare un esperimento… Sai bene?… il rimorso…
—E che hai pensato?
—Ho pensato: se in questi giorni sento di poter vivere sopportabilmente, senza di lui, se riesco qualche volta a dimenticarlo, a non averlo sempre così vivo dinanzi agli occhi, allora… allora quando egli arriva a Borghignano, non mi lascio più vedere.
—Brava; benissimo!
—Mi confesso, dunque devo dire tutta la verità.—Allora pregherò Giorgio di condurmi via l'estate senza dir dove; Giacomo pure mi dimenticherà, ed io potrò ritornare buona, potrò ascoltare i consigli della mamma e potrò vivere senza rimorsi. Pur troppo invece…
—Invece?…
—Invece ho capito che…
—Che cosa?
—Ho capito di volerti più bene… di quanto credevo! Giacomo la serrò stretta sul cuore: Lalla si allungò, quasi strisciando, e gli baciò la bocca.
Erano i primi baci ch'ella gli dava; ma adesso non aveva paura di lui, sapeva di dominarlo bene e ci si arrischiava. Di più, Lalla, sentiva ancora sulla propria bocca il contatto delle labbra viscide di Pier Luigi e le pareva, così, di cancellare quell'impressione disgustosa. In quei giorni si era anche facilmente persuasa che il bacio non era poi questo gran peccato, se uno zio non si peritava di darne alla moglie di suo nipote.
Cominciarono gli addii: Giacomo sarebbe ritornato tre giorni dopo, sequell'altronon ne avesse saputo nulla: già lei, onde prevenire le domande, si era abituata a contargli sempre chi c'era stato a farle visita; e perciò, anche se ne dimenticava qualcuno, non era questo—un mentire!
Prima che il Vharè se ne andasse, prima di mandarlo via ebbe un altro trasporto di tenerezza e di abbandono:
—Vedi, Nino,—gli diceva,—se tu lascerai che io ti ami sempre così, senza voler urtare contro certe mie idee, allora ti vorrò ancora più bene, e te ne sarò riconoscente con tutta l'anima!… Di', Nino, non siamo più tranquilli, più contenti, più felici?… Il poter pensare l'uno all'altro senza arrossire, è pure una gran consolazione, sai? E poi, per me, vedi, c'è un'altra cosa che mi consola, che è una grande parte del mio amore, quella di non essere costretta a rinnegarlo dinanzi a Dio! Se tu sapessi la gioia che io provo quando prego per te e se… se invece… capisci?… allora non potrei più pregare e certo qualche grande sventura ci colpirebbe, forse… sarebbe tutto scoperto… e non potrei vederti mai più!… E tu?… Tu non preghi, non è vero?…
Giacomo sorrise, ma si sentiva un po' commosso.
—Tu non pregheresti nemmeno per me?… Tu non credi?… Cattivo! Come sarei beata, orgogliosa, se un giorno potessi riuscire a farti credere!
Il marchese di Vharè uscì da quella casa ringiovanito. Gli pareva che gli fosse tornata la gioventù del cuore, e si sentiva la coscienza soddisfatta per aver risparmiata quella donna.—Aveva tanto candore e gli era tanto cara!… Certo che… un giorno o l'altro… non voleva essere ridicolo; ma perchè si sarebbe affrettato a distruggere tutto l'incanto di quell'abbandono lento del cuore e dei sensi che, a poco a poco, avrebbero vinta la ragione… e il timore?… Alla fine poi non poteva lamentarsi; progressi ne avevano fatti!…
Era proprio vero che la duchessina a Borghignano amava molto di più, o amava meglio, il Vharè, di quanto non lo amasse a Roma. Ma se a Roma il marchese di Vharè non rappresentava che un episodio della vita elegante di Lalla, a Borghignano, invece, ne formava l'argomento principale. In quella sua vita quieta tranquilla, senza distrazioni, Lalla ricordava Giacomo più spesso, lo vedeva in quel mondo meschino,lillipuziano, apparire ancora più diverso e più attraente degli altri. Per tutto ciò, ella gli voleva anche più bene o, per lo meno, credeva di volergliene di più. E poi, a Borghignano, la duchessina si annoiava, e quando una donna sbadiglia, il diavolo, dice un proverbio spagnuolo, le entra per la bocca e le va diritto sino al cuore.
Lalla era di gusto fine, delicato; aveva il temperamento e i nervi aristocratici; per ciò, la corruzione profonda, ma raffinata, del marchese di Vharè, si rivestiva agli occhi suoi di nuove attrattive al confronto delle marachelle democratiche e trivialucce dei giovani—provinciali—di Borghignano, le quali consistevano nell'andare a cena colle coriste e le ballerine sudice e sbilenche, nell'ubriacarsi rumorosamente col vino da fiasco o colla birra, nel rovinarsi, a poco a poco, ai tavolini delle trattorie e colle carte nostrane, senza il lusso e l'effetto drammatico di una bella catastrofe rumorosa.
A Borghignano il fior fiore dell'aristocrazia mascolina era rappresentato dai fratelli Tangoloni de Lastafarda, che godevano molto credito ed erano molto invidiati perchè si vestivano a Milano, perchè avevano amici a Milano, perchè partivano per… o arrivavano da Milano, ogni altro giorno. Erano sempre insieme, questi due. vestivano collo stessotaglioe colle stesse stoffe dello stesso colore, all'inglese, ed erano cretini, tutti e due, alla Nazionale. Il più giovane certo, aspettando il suo turno, faceva intanto damorettoal maggiore. Il maggiore dei Tangoloni diceva una qualche spiritosaggine? Il minore correva a ripeterla nei salotti e nei palchetti. Il maggiore faceva la corte ad una signora?… Il minore, in segretezza, spifferava la gran notizia a tutta Borghignano, e spesse volte, per l'onore della famiglia, aggiungeva di suo. Tangoloni seniore parlava col prefetto? Allora Tangoloniiunioreandava raccontando al club e al caffè:—mio fratello discorrendo col prefetto lo ha consigliato a…—oppure:—il prefetto, trovandosi con mio fratello, gli ha confidato che…—e così via, di seguito. Del resto i Lastafarda erano ricchi, di buona nobiltà, e a Borghignanodittatoreggiavanosenza accordare punto costituzioni; e il novellino, che stava lì lì, titubante e desioso per ispiccare il primo volo nel bel mondo, doveva sottostare al noviziato, entrare nel seguito dei Lastafarda ed aspettare che uno dei due fratelli lo prendesse a braccetto trattandolo col—tu:—fatto, codesto, col quale a Borghignano, dalla mattina alla sera, si passava dalla plebe all'aristocrazia, dalla gente ordinaria allacompagnia dei nobili.
Un altro astro di primo ordine era rappresentato dal marchese di Toscolano, nobile come Bajardo, spiantato come San Quintino; costui non aveva che una passione, ma sfrenata, quella dei cavalli. Passione divisa, del resto, da tutta l'aristocrazia genuina o assimilata di Borghignano, che sapeva a memoria la vita ed i miracoli di tutte le rozze sfiancate che passavano sotto ibrum. Il marchese di Toscolano aveva un cavallo solo, in scuderia, e gli aveva messo nomeAdamastor, mentre sarebbe stato meglio battezzarlo Bortolo o Pasquale, per la sua andatura lenta e monotona, che gli dava l'aria pacifica e rassegnata d'un vecchio impiegatuccio a milletrecento, che trotterella, curvo e striminzito, da casa all'ufficio.
Il Toscolano non faceva nient'altro, in tutto il giorno, che visitare le varie scuderie degli amici, e così, qualche volta, dalla corte passava alpiano nobilea salutare le signore, sempre con gli sproni agli stivali, i calzoni scamosciati, lo scudiscio in mano e, tutt'intorno, un puzzo da mozzare il fiato.
Il marchese aveva poi un'abitudine, che ingenerava molta confusione: i cavalli, i cocchieri e le signore chiamava soltanto col nome di battesimo: Adamastor, Dirce, Vandalo, Fanny, Sandro, Cecco, Toni; l'Ippolita, la Jenny, la Norina.
Un altro bell'originale era Gianni Rebaldi, un omaccione sulla cinquantina, con una gran zazzera bionda, ritinta, spaccone scempiato, e sussurrone fastidioso, coll'aggiunta di una velleità seccante, quella di ostinarsi, col mezzo secolo in groppa, a voler fare il ganimede e il giovinottino che cerca moglie.
Gianni Rebaldi aveva trascorso a Bologna la prima e la seconda gioventù, divorandosi tutto il patrimonio fino alle ultime briciole e, adesso, a Borghignano, coll'aiuto delle signore, ripristinava, per suo proprio conto una specie didiritto d'asilo. Egli sfuggiva dalle persecuzioni dei creditori insediandosi, per mezze giornate, in un salotto o in un altro, discorrendo delle avventure di Bologna, delle feste di Bologna, delle signore di Bologna, tutto di Bologna, accapigliandosi sovente coi due Lastafarda, i quali pretendevano, invece, che a Milano, soltanto a Milano, vi fosse tutto il bello e tutto il buono del mondo.
Attorno a costoro, qualche avvocatino sentimentale e senza clienti, qualche piccolo vice-segretario di prefettura, qualche ufficialetto dilettante di musica, e i granlionsdi Borghignano c'erano tutti.
Si può immaginare dal quadro il bel divertimento di Lalla!… Essa sentiva come un sollievo, come un'eco della vita elegante di Pegli e di Roma, abbandonandosi alla passioncella pel Vharè; e mentre aspettava ansiosamente il suo arrivo, aveva intanto scritto lei alla Giulia, quantunque al Vharè avesse lasciato credere il contrario, perchè venisse subito a tenerle compagnia a Borghignano. Lalla capiva già che il marchese Giacomo sarebbe stato molto più forte a Borghignano di quanto non lo fosse stato a Roma, e perciò aveva chiesto il ritorno della Giulia, nella quale ella avrebbe avuto un pretesto sempre pronto da adoperare all'occorrenza, una salvaguardia, una inconscia e potente alleata.
Poi, anche in casa, la vita di Lalla sarebbe stata troppo monotona senza il soccorso del brio e delle effervescenze della Giulia. L'amore profondo di Giorgio, tenero, rispettoso, era sempre uguale, senza burrasche, senza le seduzioni dell'ignoto e dell'impreveduto. Prospero Anatolio, che colla Giulia faceva l'amabile e l'accompagnava in carrozza al passeggio, con Lalla diventava serio, tanto per far credere che, in politica, lui aveva più peso di suo marito, e le riferiva, parola per parola, le interminabili discussioni del Consiglio Comunale, e i discorsoni ch'egli preparava e teneva in serbo per l'apertura del Senato. Maria, malaticcia, melanconica, aveva sempre pronto qualche buon consiglio od una qualche opportuna rimostranza. Discorreva a lungo colla figlia de' suoi affetti, de' suoi doveri e del suo avvenire; ma quanto era spontanea l'effusione di Maria, altrettanto Lalla l'ascoltava sommessa in apparenza, con un raccoglimento forzato che, il più delle volte, nascondeva a stento uno sbadiglio: uno sbadiglio leggero, che poteva anche passare per un sorriso. Così per tutto questo, il Vharè tornava carissimo a Lalla che otteneva da quell'idillio coll'avvenente marchese distrazioni nuove e piacevoli, che alleggerivano la noia delle lunghe giornate. In un modo o nell'altro, riuscivano a vedersi ed a parlarsi frequentemente. Giacomo in casa non le poteva fare più di due visite alla settimana, e soltanto, ma ben di rado, quando il conte Della Valle andava in campagna, oppure era in seduta al Consiglio Provinciale, ne arrischiava una terza. Adesso era Giorgio che domandava alla moglie se aveva avuta la visita del Vharè, e quando gli aveva detto di sì, egli s'imbronciava, ma senza fiatare, ciò che faceva sorridere e divertiva Lalla moltissimo.
Invece il marchese Giacomo si faceva assiduo in casa d'Eleda, dove incontrava Lalla senza destar sospetti e dove, accattivatosi Prospero, lusingandolo nella sua vanità d'uomo di Stato, vi era ricevuto benissimo. Poi, Lalla e Giacomo combinavano d'accordo visite e ritrovi presso qualche comune conoscente, e non si peritavano nemmeno di commettere l'imprudenza, che più tardi dovettero pagare ben cara, di fissar convegni per istrada, e di fare insieme un breve tratto di via. Una volta Giacomo si arrischiò di proporre all'amica una rapida volata nel suo piccolo quartierino—sicuro per ogni verso;—ma Lalla rispose subito che—quella cosa lì, non l'avrebbe mai fatta.
Oltre agli incontri, ai ritrovi, agli appuntamenti, c'era anche l'aiuto del teatro, quand'era aperto, del caffè nelle sere di musica, delle riunioni private, dei concerti; e tutto questo complicatissimo orario veniva combinato, diretto ed anche modificato all'occorrenza, da uno scambio, da un andirivieni continuo di libri che servivano pel solito sistema di corrispondenza che Lalla aveva già usato, la prima volta, col Frascolini, e che adesso aveva insegnato lei, l'innocentina, a quel suo don Giovanni, tanto vecchio del mestiere.
Di mandar lettere non si fidava, e diceva al Vharè, sovente, tanto per scusarsi:—quando mi metto allo scrittoio e comincio a scriverti, mi sento presa da una soggezione strana che mi turba, mi confonde, mi fa perdere le idee e le parole. Tu hai tanto ingegno! Tu sai tante cose, ed io, invece, non sono altro che una povera… ignorantina!
Certi rispetti al passato, il—pudore delle memorie—essa non lo sentiva affatto. Un giorno, rovistando a caso in uno scrignotto, le era corso fra le mani l'anellino di Sandro, e Lalla, anche un po' per liberarsene lo affidòin depositoal Vharè, facendogli credere che lo aveva ricevuto in dono, per la sua prima comunione, dalla zia di Genova; la famosa marchesa vecchia e sorda.
L'ascetismo poetico, non solo durava vivo in quell'idillio sentimentale, ma cresceva sempre d'intensità. Adesso il Vharè era costretto a tenersi chiusa nel portafoglio una piccola medaglina benedetta; e tutte le volte che erano soli nel salotto, Lalla gli toglieva con una carezza il portafoglio di tasca, lo apriva, ne frugava i segreti, levava la medaglina, la baciava, e voleva, colle sue moine, che la baciasse anche lui, cosa che il Vharè non rifiutava di fare, dopo però di avere imposto a Lalla, ed ottenuto, qualche dolce compenso. Quindi, finite le divozioni, essa gli riponeva il portafoglio nella tasca dell'abito, e si fermava qualche momento colla mano sul petto di Giacomo, per sentirne i battiti del cuore. Un giorno ch'ella lesse in un libro di preghiere, tradotto dallo spagnuolo, un'Ave Mariain versi, inspirata e gentile, volle, ad ogni costo, che il Vharè l'imparasse a memoria: se lo fece inginocchiare dinanzi, sorridendo voluttuosa, le mani nei capelli di lui, che la teneva abbracciata per la vita e baciandogli la bocca, gli occhi, la fronte, gliela fece ripetere tante volte, finchè Giacomo la potè dire da solo.
Lalla s'era messa in mente d'essere come una specie di piccolo missionario, che sperava, riconducendo la pecorella smarrita al buon pastore, di scusare, e quasi di rendere meritorie le sue scappate. Si sa bene, se alle volte doveva pur sottomettersi e doveva cedere, concedendo qualche piccolo premio a quel peccatore così difficile da convertire, anche Domeneddio avrebbe dovuto chiudere un occhio e forse tutt'e due… per il trionfo della fede.Il fine giustifica i mezzi; tuttavia la duchessina non avrebbe sempre potuto cantar vittoria se anche la Provvidenza non l'avesse aiutata.
Erano diversi giorni che il Vharè si faceva vedere imbronciato.—Così non la può durare—borbottò con l'amica.—Sento, capisco, non mi volete bene.—Lalla protestava; si stringeva nelle spalle sospirando, gemendo, spremendo qualche lacrimetta dagli occhi bellissimi e… non si andava più in là.
Che fare?…
Il Vharè cominciava ad essere seccato, arrabbiato, nervoso:
—Era tempo di concludere, ormai, o di finirla.
Ma faceva i conti senza l'astuzia finissima di Lalla, ed insensibilmente le si era troppo legato per poterla lasciare.
Stavano così le cose, quando laPrefettessadi Borghignano, nell'occasione del proprio onomastico, offrì alle varie notabilità del Comune e della Provincia, una serata di gala.
A Borghignano, l'aristocrazia affettava di non intervenire ai ricevimenti pubblici del Prefetto, prima di tutto perchè il Prefetto rappresentava un Governo disinistra, e i Lastafarda avevano riferito che anche a Milano la nobiltà, quella pura, non si lasciava vedere in simili riunioni, e poi perchè, naturalmente, vi era ammessoun po' di tutto. L'aristocrazia di Borghignano era un'aristocrazia spiantata, che teneva molto al sangue e ai titoli, anche per il resto che se n'era ito, e con una invidia assaettata, odiava inuovi ricchi, i quali, se avevano lasciati i blasoni al loro posto, s'erano impadroniti delle ville più grasse e dei palazzi più splendidi. Così
. . . . la rancida Muffa Patricia
credeva di vendicarsi contro le sopraffazioni del denaro, sfoggiando un'alterigia altrettanto impertinente quanto ridicola. Dal Prefetto dunque icorpi santi, come si chiamavano le matrone meglio inquartate, non comparivano affatto; soltanto i loro mariti, per convenienza e per curiosità, vi facevano una fugace apparizione, tenendosi appartati e cuciti sempre insieme, alle falde, gli uni cogli altri, temendo quasi di perdersi in quelbailamme, silenziosi, duri, impettiti, come i congiurati nelBallo in maschera. Lalla, figlia del senatore e moglie del deputato di Borghignano, non poteva rifiutare l'invito, e poi aveva troppo ingegno e troppo spirito per patire simili bizze; tuttavia non volendo correre il rischio direstar sola, condusse la Giulia con sè.
Questa paura era esagerata: per amore o per forza sarebbe intervenuta alla festa anche la moglie del generale Calandrà, una baronessa polacca, papista sfegatata earciduchinain fondo all'anima; secca di corpo grulla di spirito e attempatuccia; rigonfia, a chiacchiere, di principî e di morale; in pratica, spavento e arpia dei giovani ufficiali d'ordinanza di suo marito, che li voleva scegliere sempre lei, che li voleva sempre scapoli, assoggettandoli a servizi straordinari, non contemplati dai regolamenti. Poi non avrebbe nemmeno potuto mancare ad una festa data dal Prefetto la moglie del Presidente del Tribunale, una piemontesona coll'erre, che nasceva dai Bertù di Saint-Florin de la Baltea, sciocca, linfatica, schifiltosa e pettegola, che girava attorno con un'aria balorda, che parea dire a quel volgo in guanti bianchi:—tireve-'n là, i veui pa spörcheme.—Maria no: Maria non si lasciò vedere nonostante le sollecitazioni di Prospero, il quale voleva diventar popolare per le solite elezioni del quinto dei consiglieri comunali. La duchessa d'Eleda non aveva lena di muoversi, di affaticarsi. Tutte le sere le veniva la febbre, e perciò era sempre più debole e più sofferente.
—Sarò stasera al ballo del Prefetto,—dicevaLe journal d'une femme, del Feuillet, mandato da Lalla a Giacomo.—Non so se vi potrò venire,—rispose laConquête de Plassans, rimandata dal marchese alla duchessina. Il Vharè, certo, non voleva mancare alla festa, ma rispose così per mostrarsi in collera.
L'appartamento del Prefetto, illuminato a spese della Provincia, lasciava molto a desiderare in fatto di buon gusto: le sale parevano quelle di un albergo, riempite, per l'occasione, col mobilio di tutta la casa. Le stoffe dei canapè e delle seggiole erano differenti di tessuto e di colore, forse in omaggio ai varipartitipolitici che vi erano ospitati. Povero l'apparecchio, i servitori portavano i baffi e si vedevano rinfagottati nelle livree stinte coi bottoni lustri. Anche le signore, meno poche eccezioni, erano di una bellezza e di una eleganza da far innamorare un pittore di pappagalli. Alcune, fra le altre, mogli rispettabili di qualche consigliere comunale o provinciale, o di qualche regio impiegato, s'erano messe intorno, per fare del lusso, tutto il guardaroba, e il tesoro di famiglia, dalle buccole di corallo al bel medaglione di lava del Vesuvio. Andavano guernite con nastri a mille colori, che sulle tuniche chiare, di seta greggia, o digrenadineceleste, stonavano maledettamente, come il pianoforte della sala da ballo, anche quello di proprietà della Provincia. Di tanto in tanto si vedevano dondolare braccia nude, secche e nere, che ricordavano le lingue affumicate; ma la maggioranza era rappresentata dalle donne grasse, rigonfie, colle spalle nude picchiettate da rosse bollicine che la cipria non riusciva a nascondere, e con quel tutt'insieme di poco pulito, esalante un odore di sudaticcio, che si potrebbe dire il profumo della fedeltà coniugale, perchè, si sa, la donna, in generale, non si trascura… se ha degli amanti.
Lalla, la Giulia, la Bertù e la generalessa, corteggiate da Gianni Rebaldi, da qualche ufficiale di cavalleria e da due o tre piccoli segretari di Prefettura, formavano un circolo a parte.
Lalla, nascondendo le risatine, dietro il ventaglio, si divertiva a mettere la gente in caricatura, e la Bertù arricciava all'aria il naso aquilino, sempre malcontenta di tutto e di tutti e toglieva addirittura il respiro colle sue interrogazioni inconcludenti e scipite. Parlava senza mai una battuta di pausa, come iltè-tè-tè-tèmonotono e stonato di una trombetta di legno. E voleva sapere se quella signora vestita di verde era ricca, se quell'altra coll'abito giallo aveva figliuoli, se questa in lilla andava d'accordo con suo marito; domandava il nome e l'indirizzo e i prezzi delle sarte, delle modiste, e discuteva sulle vesti, sulle acconciature e sui buoni costumi, con un calore, che avrebbe fatto ridere, se però avesse seccato meno. La sua vittima principale era la Giulia, che le rispondeva distratta, essendo occupatissima nel tener vive, ad un tempo, le speranze di quattro innamorati.
Il conte Della Valle discorreva di politica col Prefetto e d'amministrazione col Presidente deiLuoghi Pii, mentre Prospero Anatolio dava il braccio, accompagnandola in giro per le sale, alla moglie di un celebre avvocato ultra democratico ch'era illeaderdell'opposizione municipale. E quando il duca passava con quel carico vicino a Lalla e alla Giulia, evitava di guardarle.
Oh! parlava spedito, quella sera, Prospero Anatolio: l'avvocatessa non poteva esercitare su di lui i fascini occulti che gli legavano la lingua! Era un donnone colossale, colle spalle e colle braccia rosse e rigonfie. In capo aveva un'acconciatura di penne bianche e di fiori finti, con le fogliuzze d'oro; vestiva un abito di seta chiara, a strie verdognole, guernito con bottoni d'acciaio brillantato. Al collo portava una collana di perle false, nelle orecchie smeraldi di Murano, in mezzo al petto, enorme e sformato, uno spillone di filagrana, con una miniatura rappresentante la Piazzetta di S. Marco e la laguna. Aveva la bocca grande, il labbro superiore ornato da due baffetti damatricolino, i denti guasti e il naso a ballotta. Per farsi bionda, essendo rossa di capelli, s'era coperta di cipria e ne aveva sul collo, nelle orecchie, sulle braccia, tanto da infarinare la giubba di Prospero Anatolio, che non poteva a meno di sentire una certa ripugnanza scorgendo un cordoncino annerito dal sudore e dall'uso, il cordoncino del corsè, che usciva fuori, di dietro, sulle spalle, fra il candido fisciù dell'ampia scollatura, rivelatore indiscreto di certi misteri che non destavano curiosità. Portava i guanti bianchi, ad un bottone solo; le braccia erano coperte da braccialetti d'oro, di tartaruga, di corallo e diventurina. Camminando, la fiera avvocatessa, faceva il passo dell'angelo, sventolandosi con un ventaglio di struzzo, che perdeva le piume, appeso ad una catenella dinickellegata attorno alla vita, e dimenandosi tronfia, per essere al fianco del duca d'Eleda, pur non ascoltando altro che distrattamente tutto ciò che Prospero Anatolio le diceva d'amabile, occupatissima com'era ad osservare sequelle altrela vedevano così accoppiata, e se la vedevano tutte, e se, finalmente, crepavano di rabbia!…
Tuttavia, la signora aveva una punta di amarezza, in mezzo alla sua piena felicità: sapeva di non dover quel trionfo ai propri meriti personali, ma invece… a suo marito!… Era costui un omiciattolo scarno, gobbo e irrequieto, insaccato nella giubba logora e con un dito sempre nel naso, forse per impedire alle idee di scappar fuori da quella parte. Permaloso e aggressivo nella vita pubblica, era docile assai con la moglie, la quale, per vanità, volendo sfoggiare in pubblico il suo predominio su quel piccolo Robespierrino, si godeva a mortificarlo con spostature e rispostacce che impacciavano abbastanza il duca d'Eleda, non abituato a quelle beghe, ma che poi anche lo vendicavano di quello sgorbio addottrinato, del quale aveva dovuto inghiottire più di una volta, nelle sedute del Consiglio Comunale, le demagogiche requisitorie.
Il marchese di Vharè entrò l'ultimo: la festa era già cominciata da un pezzo. Con un'aria di noia e di sonnolenza altrettanto dibuon genere, quanto era poco lusinghiera per la riunione, egli si guardò attorno stringendo le palpebre in cerca della padrona di casa, e quando l'ebbe veduta in un angolo, in fondo della sala, si avviò diritto verso di lei e le strinse la mano con dimestichezza, sorridendo appena, a fior di labbra, in un modo che voleva dire:—Capisco che vi dovete seccare assai e vi compiango sinceramente.—Poi passò vicino al Prefetto e gli fece un saluto distratto, con un cenno del capo, come se già lo avesse veduto poco prima; quindi si fermò un momento, cercando intorno cogli occhi e, alla fine, quando ebbe scoperto le quattro signore appartate, mosse adagio verso il gruppo, stringendosi coi gomiti per non urtare la folla e strisciando leggero co' piedi, per evitare gli strascichi. Giunto dinanzi all'eletto circolo s'inchinò tre volte, in tre tempi e, sempre senza dire una parola, senza curarsi particolarmente di Lalla, si adagiò, stirandosi, sopra uno sgabello vicino alla Giulia, le tolse il ventaglio e cominciò a farsi vento, scompigliando l'esercito timido dei piccoli adoratori e facendo subito allontanare Gianni Rebaldi, che passò vicino alla Bertù.
La Saint-Florin de la Baltea si scagliò su Rebaldi.té-té-té-té, per conoscere gli anni, le rendite e il casato del marchese Giacomo.
Gianni Rebaldi che lo odiava per invidia, quantunque ci mettesse molta buona volontà, non riuscì a calunniarlo altro che a proposito degli anni; ma il naso della Bertù ch'era rimasto indifferente all'enumerazione dei debiti del Vharè fatta con l'accanimento di chi non paga i propri, si arricciò quando sentì dire che quel marchesato non era autentico e si contorse scandalizzata al racconto delle audacie galanti del marchese, perchè la signora Bertù di Saint-Florin de la Baltea era assai schifiltosa in fatto di morale.
La contessina Giulia era bellissima quella sera, e il Vharè si godeva a farla ridere, per vedere i dentini bianchi apparire fra le labbra umide e rosse. Lalla, un po' mortificata, osava appena di rivolgere, colla sua voce più morbida, qualche paroletta a Giacomo, che le rispondeva distratto, mostrandosi solo occupato della sua bella vicina. Intanto colla Prefettessa, che passava e ripassava strizzando l'occhio, facendo frequenti e rapide corse in quella piccola riunione, prendendo viva parte ad ogni discorso che vi si faceva, mostrando chiaro come col cuore fosse tutta lì in mezzo, quantunque i pesi della rappresentanza la obbligassero altrove, si stava combinando uncarrè, per i primilancieri; uncarrèa parte, fra loro sole, composto dalla Bertù, dalla Calandrà, dalla Giulia e da Lalla. A poco a poco anche il Prefetto, il Generale, il conte Della Valle e Prospero Anatolio, che con bella maniera aveva deposto il carico avariato, si accostarono al circolo, e allora, trovandosi tutt'insieme, come in famiglia, respirarono più liberamente, cominciarono a ridere ed a scherzare.
Giulia si alzò la prima, perchè si sentiva sete; il Vharè le offrì il braccio e la condusse albuffet. Là s'intrattennero più del necessario, discorrendo fra di loro soli, pianino; Giulia, coll'intenzione di far risolvere, mediante lo stimolo della gelosia, l'uno o l'altro dei suoi timidi pretendenti; Giacomo, recitando apposta quella commediola perchè la Della Valle ne dovesse soffrire, e siccome egli sapeva bene la sua parte, il gioco gli riusciva pienamente. Infatti furono presto raggiunti dalla duchessina e da Prospero Anatolio che, anche lui senza parere, non perdeva mai di vista la Giulia, come fa un vecchio avaro col suo tesoro. Lalla era nervosa e non si sentiva più tanto sicura, tanto padrona di sè. L'ultima volta che s'era trovata col Vharè c'era stato un po' di burrasca: Giorgio, proprio all'indomani della festa del Prefetto, doveva andare in campagna, e il Vharè, avendolo saputo, voleva un appuntamento; ma Lalla era stata risoluta a non volerlo concedere, e da ciò la collera e i dispetti…
Dall'altra sala, frattanto, giungeva allegra la musica delvalzere il frastuono vivace, animato delle varie voci confuse col fruscìo delle vesti. Giacomo fece un cenno alla contessina Giulia, inchinandosi sorridendo: la fanciulla rispose accettando l'invito, gli si appoggiò mollemente con una mano sulla spalla, e tutti e due, stretti insieme, sparirono, travolti come da un'onda, in quel turbine di colori e di luce, per ritornare poco dopo, Giulia al braccio del Vharè, col volto acceso, il seno palpitante, spirando dal languido atteggiamento di tutta la persona l'ebbrezza goduta in quella volata rapida e voluttuosa.
Il duca Prospero non volle più saperne di simili corteggiamenti: appena la vide, le mosse incontro, la prese lui con bel garbo sotto il braccio e la ricondusse a sedere accanto alla Bertù. Lalla e il Vharè rimasero così faccia a faccia, e come fossero soli, perchè in mezzo a gente che non conoscevano e che non dava loro nessuna noia: tuttavia un po' impacciati, per trovarsi giunti al momento desiderato e aspettato con tanta ansietà.
—Cattivo!…—balbettò Lalla con un filo di voce. Giacomo la guardò fissamente, senza parlare.
La musica delvalzerera finita, e adesso l'instancabile maestro cominciava sul pianoforte i primi accordi che preludiano ilancieri, mentre le coppie si univano, si avviavano chiacchierando al loro posto.
—Li ha già impegnati questilanciers, signora contessa?—domandòGiacomo finalmente, con un leggero tremito nella voce.
Lalla alzò i grandi occhi sopra di lui con due lacrimone belle che li rendevano ancor più dolci e insinuanti.
—Sì… con te!
Giacomo le offrì il braccio, e lei, nel passar di sotto colla mano, trovò il destro di pungerlo forte, fin nelle carni, colle sue unghiette di madreperla, così bene affilate. Il Vharè impallidì, poi sorrise, premendo col suo braccio il braccio nudo della duchessina.
La pace era fatta.
Le coppie della Calandrà, della Bertù, della Giulia si erano già messe di fronte: Lalla col suo bel cavaliere venne a compire ilcarrè, ma quelcarrènon fu certo un modello di ordine, nè di compostezza: Gianni Rebaldi, che non ballava, si divertiva a fare lo spiritoso, a cacciarsi in mezzo alle coppie, così grosso e bracalone, durante itraverseze iretraversez, a imbrogliare undemi-rondeo untour de mains, a dare indicazioni sbagliate colla voce fessa e uggiosa, ridendo sgangheratamente quando riusciva a confondere tutta lafigura.
Le signore, tranne la Bertù che girava attorno severa, composta, colla maestà ch'era fusa nel sangue dei Saint-Florin, secondavano il chiasso animatamente, dando la beffa a Gianni Rebaldi e percuotendolo leggermente coi ventagli e chiamando la Prefettessa perchè gli comandasse di smettere, di stare zitto, di andar via; e tutto ciò accresceva il disordine, la confusione, il brio schietto e disinvolto che tutti gli altricarrés, i quali compivano ildos-à-dos, lavisite, lapromenadee lareverence, taciti, composti, senza mai confondersi nellefigure, osservavano, invidiavano e disapprovavano scandalizzati.
Lalla aveva perduta ogni prudenza: parlava troppo, e sempre a bassa voce, col Vharè. Negli intervalli gli si appoggiava al braccio con languido abbandono e, quasi sempre, distratti tutti e due, erano chiamati all'ordine dalle altre coppie. Quando, per le combinazioni delle variefigure, Lalla doveva dare il braccio ad un altro cavaliere, continuava a fare segni e a rivolgere a Giacomo occhiatine e parolette che sottintendevano discorsi interi, mentre Giorgio, che non la perdeva di vista, si faceva, a mano a mano, più serio e imbronciato.
Il frastuono, la vivacità, il calore crescevano sempre: Gianni Rebaldi era riuscito nel più bello d'unchassez croisezad allontanare dalla sua dama un ballerino poco esperto e a mettersi lui al suo posto. Lalla, che di solito neltour de mainse nellachaîneoffriva due dita sole al cavalieri, adesso invece, quando incontrava la mano del Vharè la stringeva fortemente, segandola colle unghiette che si sentivano bene anche sotto i guanti. La confusione raggiunse il colmo allachaînefinale. Chi passava da una parte e chi dall'altra, incrociandosi rapidamente, vorticosamente, ridendo e vociando, sfogandosi in un'allegria obliosa, espansiva, correndo e saltellando, fermandosi ad ogni tratto per salutarsi, per inchinarsi e poi per ritornare a correre e a girare attorno, storditi e anelanti. Era una vertigine di colori, di spalle nude, di capelli biondi e neri, di faccie pallide, di occhi scintillanti; un disordine ed un eccitamento nuovo dei sensi istigati e irritati dal continuo stringersi delle mani, dal premere delle braccia, dallo strisciar dei fianchi e delle vesti, mentre le orecchie rimanevano intronate da quella musica del cembalo chiara, pettegola, che ripeteva insistente il monotono ritornello deilancieri, affrettandolo nelle ultime battute con una vibrazione più calda e più animata.
La Bertù era già uscita dalcarrèprima che il ballo finisse; Gianni Rebaldi, rosso invasato, il colletto della camicia molle di sudore, dondolante, sventolandosi col fazzoletto, facendosi becero per la smania di sembrar disinvolto, finì collo sdraiarsi, sghignazzando, sopra una lunga poltrona vicino albuffet, dove ingoiò mezzo pasticcio con una bottiglia di Marsala.
Lalla, accesa in volto, il respiro ansante e gli occhi che le sfavillavano, come se quei tepidilancieriavessero sollevate per lei le complici ebbrezze delvalzer, si appoggiava colla piccola personcina, tutta rorida e fremente, al braccio di Giacomo, che doveva ricondurla nel solito cantuccio dell'altra sala, fra la contessina Giulia, la Generalessa e la Bertù.
—Dunque?… Domani?… le chiese il Vharè, sottovoce.
Lalla lo guardò appena, timida, amorosa, poi palpitando più forte e premendogli il braccio con le dita della mano, ch'ella vi aveva appoggiata, chinò il capo senza rispondere.
—Alle due?—insistè l'altro.
La duchessina non lo guardò, ma rispose unsìlento, quasi inintelligibile, che corse con un brivido per le vene di Giacomo.
Quando il Vharè l'ebbe accompagnata al suo posto, s'inchinò salutandola; girellò qua e là per la sala, discorrendo coll'uno o coll'altro del più e del meno, ma presto sparì dalla festa. Il suo scopo, ormai, era stato raggiunto.
—Avevi da parlare di cose molto importanti, col signor Vharè?—domandò Giorgio alla moglie, mentre si spogliavano per andare a letto.
—M'è venuta una buona idea; voglio persuaderlo a sposare Giulia.
—È un'idea pazza!… Uno spiantato pieno di debiti e di vizi!… Non incaricartene affatto, e ricordati: meno colui ti verrà fra i piedi, più ne sarò contento.
Quel tono aspro e freddo, quella severità del marito, mentre Lalla era così piena di dolci ricordi della serata, la irritò, le sembrò cosa cattiva, ingiusta, e Giacomo le diventò, per il contrasto, ancor più piacente e più caro. Essa rispose a Giorgio con altrettanta durezza ed ironia:
—Senti, caro: io non posso, nè voglio fare degli sgarbi a chi è sempre stato amico della mia famiglia, a chi è sempre stato molto gentile con me, senza mai mancarmi nè di riguardo nè di rispetto. Se tu vuoi metterlo alla porta, buon padrone; ma tocca a te: sei tu… l'uomo forte.