Non era il primo caso, codesto, nel quale Lalla si mostrasse adirata; ma le altre volte Giorgio smetteva subito la bizza e le domandava perdono, accarezzandola. Invece, quella notte, tacque imbronciato; e mentre Lalla, svestita e inginocchiata dall'altra parte del letto, diceva le sue orazioni, Giorgio, coricato, cominciò a leggere ilDiritto. Lalla fini di pregare, si segnò, baciò l'amuleto che teneva appeso sul capezzale, e leggiera, svelta si tuffò sotto le lenzuola. Giorgio continuò imperturbabile a leggere ilDiritto. Quella resistenza era affatto nuova e Lalla ne rimase un pochino impressionata. Ma Giorgio non leggeva: meditava, assorto col pensiero nel Vharè e nelle parole di sua moglie. Certo, da molti anni colui era l'amico della famiglia d'Eleda… l'amico di Maria. Il dubbio, persino, gli ripugnava, ma… Ma pure, vedeva ancora Maria e Giacomo come in quella triste mattina, così per tempo, a cavallo, soli soli, sulPoggio dei Platani… Giorgio continuò per un pezzo a fantasticare, ma poi finì, secondo il solito, persuadendosi di essere un pazzo…—Sì, sì; un pazzo!… Dubitare di Maria?
—Se non era altro che una statua di ghiaccio!… Se non aveva cuore per nessuno!… Che!… avrebbe giocata la vita, sull'onestà, classica, di quella donna!
Poi, dopo un momento, tornava a pensare:—Discorrevano della Giulia. Certo, certo; se il Vharè avesse intenzione di fare la corte a Lalla, Lalla stessa, che mi conta tutto, me lo avrebbe già detto. Metterlo alla porta?… Si fa presto a dirlo, ma… come si fa? E le chiacchiere? I commenti? E poi, comprometterei il mio onore e l'onore di mia moglie, senza una ragione! Del resto ho un bel mostrarmi freddo, inurbano con quello sfacciato: o non capisce, o non vuol capire!… Eh, se ci fosse qualche cosa!… per Dio!… lo ammazzerei!… Povera Lalla; tanto buona… ed io tanto sospettoso!… Ma non è di te che dubito, no, angelo mio, è della perfidia, della cattiveria altrui!… Se potessi portarmela via, lontana da tutti, sola… con me…—Così pensando, si voltò verso la moglie, per vederla dormire; Lalla riposava tranquilla, come una bimba, i bei capelli disciolti, le braccia incrociate sul petto, la bocca socchiusa e ridente. Egli la guardò a lungo, con una tenerezza profonda, appassionata, e allora tutti i suoi cattivi pensieri svanirono come per incanto. Non volle destarla, ma lievemente, trattenendo il respiro, depose un bacio su quella bocca fragrante come un fiore… ritornò a guardarla… a guardarla… poi, sospirò, spense il lume e si rannicchiò per dormire. Ma appena il lume fu spento, Lalla aprì lei gli occhi e senza muoversi, senza farsi sentire, sorrise con una contentezza birichina: suo marito era sempre lo stesso innamorato!
Chi dormì meno di tutti, quella notte, o, per dir meglio, chi non dormì affatto, fu il marchese Giacomo di Vharè. Ilsìdi Lalla, che sentiva sempre vivo nel sangue, lo teneva desto agitato. Egli era ritornato ai turbamenti e alle commozioni dei primi amori. Lalla aveva saputo incatenarlo assai strettamente; ma l'indole sua non poteva resistere a lungo a quella ginnastica platonica, e la sensualità vi si faceva sentire ancora più prepotente per quel tanto ch'era stata trattenuta e domata.
Non potè dormire in tutta la notte; soltanto verso l'alba riposò un poco. Si alzò tardi, con gli occhi pesti, col capo intronato, con un gran desiderio addosso e con un grande sgomento.
Gli era pur cara quella donnina così amorosa, così intelligente e sagace e nello stesso tempo così ingenua! Era l'ultima volta ch'egli amava o, per lo meno, era adesso alla sua ultima passione. Riflettendoci bene, ebbe paura di poter compromettere per imprudenza tutta quella sua grande felicità; poi pensò ai propri guai finanziari… al giorno, non lontano, nel quale non potendo più tirarla innanzi coi ripieghi sarebbe stato costretto a saldare i creditori con un colpo di rivoltella. Morire? E Lalla?… Lalla avrebbe trovato un nuovo amante!… Allora, proprio come un collegiale, gli si affacciò l'idea di morire tutti e due, ma finì presto col ridere di questa sua pensata alla Werther. Lalla era tanto giovane. Ben presto ella stessa lo avrebbe piantato per un altro. Si guardò nello specchio e si consolò; il pericolo non pareva imminente!… Il Vharè era una di quelle fortunate eccezioni, che non invecchiano mai, oppure che, anche invecchiando, colla loro testa grigia, ardita, espressiva, fanno fantasticare le testine romantiche delle fanciulle. Allora poi egli poteva dirsi ancora nel fiore dell'età. Più che essere un bell'uomo, cosa stupida alle volte, quanto, alle volte, lo è anche una bella donna, egli era un bel tipo. Che cosa importa la sostanza, quando al di fuori egli appariva simpatico, attraente, con un tutt'insieme dove c'era del poeta e del gran signore, del diplomatico e del rompicollo?…
Appena vestito se ne andò subito al caffè a far colazione; dopo, accese un sigaro, e girellando a caso, coll'immagine di Lalla che gli vezzeggiava dinanzi agli occhi, fece, come Dio volle, venir le due. Quando passò la soglia del palazzo Della Valle, aveva la faccia ancora più pallida del solito e gli batteva il cuore precipitosamente.
—La contessa è in casa?…
—Sissignore.—Erano già stati dati ordini in proposito; il portiere tirò la corda del campanello senza nemmeno passare nell'atrio a domandare ai servitori se la contessa volesse ricevere. Giacomo, per tali indizi, fu preso da una gioia espansiva, quasi fanciullesca; ma ahimè!—la gioia dei mortali… è un fumo passeggero!—Nella corte c'era il marchese di Toscolano,—stivali alla scudiera, giacca di velluto e il solito scudiscio fra le mani;—col cavallerizzo del conte Della Valle egli stava provando un puledro storno, che uno scozzone faceva passeggiare dinanzi alla scuderia.
Il Vharè sperava di passar via senz'esser veduto, ma la scampanellata aveva messo il Toscolano sull'avviso.
—Oh! caro, carissimo il nostro bel marchese!
—Grazie, altrettanto!—e il Vharè sperava di poter tirar dritto.
—Vai su, da Lalla?
—Appunto, salgo un momento dalla contessa.
—Aspetta; vengo anch'io.
Giacomo, in cuor suo, mandò quell'altro in tanta malora, pure dovette contenersi, ed aspettare l'amico, ammirando insieme il bel puledro. Il Toscolano disse qualche parola, in aria di mistero, al cavallerizzo, poi, dopo di aver regalato allo scozzone, mettendoglielo in bocca, il sigaro di virginia ch'egli stesso fumava, prese Giacomo a braccetto, sbattendo e strisciando i piedi per nettare le suole dalla ghiaia.
—Ma tu, scusa,—gli domandò il Vharè infastidito,—ti presenti alle signore… in questatoilette?…
—Sicuro!… O bene che mi prendano così o che non mi prendano!—Bella bestia, non è vero? Se non accade qualche disgrazia, quello si farà un cavallo famoso, e bisognerà che tu corra il ben di Dio, cane d'un marchese, prima di trovarne un altro eguale!… Sai chi mi ricorda quel puledro? Un morello che aveva tuo padre: lo comperò, ci sono entrato anch'io nell'affare, lo comperò da un aiutante di Radetzky, e lo ha poi venduto, con cinquecento svanziche di regalo sul prezzo di costo, allo zio dei Lastafarda, il signor Nicola,—sai!—quello che stava a Sant'Antonio e che mangiava i gatti in salsa, per far economia.
Discorrendo, avevano fatto la scalone. L'anticamera era deserta; altro indizio, codesto, che fece rimaledire a Giacomo l'incontro di Toscolano. Attraversarono l'appartamento e furono incontrati da Lalla che usciva dal salottino. Essa si mostrò meravigliata che non ci fosse nessuno in anticamera, e intanto, non poteva a meno di sorridere; indovinava, dalla faccia stralunata del Vharè, com'egli dovesse trovarsi male per quell'incontro così inopportuno.
Lalla rientrò nel salottino; i due la seguirono. Si parlò del più e del meno, di Giorgio ch'era andato in campagna, del puledro storno e della festa del Prefetto. Il Toscolano si vantava di non averci messo piede, quantunque avesse ricevuto l'invito.—Questo signore aveva ballato da tutti i governatori austriaci succedutisi a Borghignano, ma di Prefetti disinistranon ne voleva sapere, perchè tutti isinistri, diceva lui, erano nemici mascherati dell'Italia e della Monarchia.—Giacomo, su le prime, se la cavava con bastante disinvoltura, tanto per mostrare a Lalla che aveva spirito e che sapeva far buon viso alla disdetta, ma poi, rodendosi dentro perchè quell'altro non dava segno di voler andar via, a poco a poco diventò taciturno e imbronciato.
—Vieni o rimani?—gli domandò alla fine il Toscolano, dopo un momento di silenzio.
—Rimarrei, se la contessa lo permette.
—Io… bisogna che me ne vada!—e così dicendo il Toscolano cacciò le mani in tasca e si sdraiò ancora più comodamente nella poltrona. Lalla si godeva assai vedendo quell'altro che pareva sulle spine, in fondo al cuor suo, provava una certa inquietudine, un timore vago, indefinibile… insomma, aveva un gran piacere… a non restar sola col Vharè.
Il Toscolano domandò delle signore meglio vestite della festa, e Lalla, con molto brio descrisse l'abbigliamento dell'avvocatessa, mentre l'altro sobbalzava e lacrimava a forza di ridere. Poi il Toscolano tornò a guardare l'oriuolo, e accavallando una gamba sull'altra, e battendo il tempo col tacco, si pose a cantarellare sull'aria dei cospiratori nellaMadama Angot:
—Bisogna che me ne vada! Bisogna che me ne vada!—… E non si moveva.
Giacomo, tuttavia, non aveva perduta ogni speranza: da un momento all'altro quell'importuno se ne sarebbe andato, ed ogni ritornello del Toscolano lo confortava… Ma, sul più bello, si sentì un rumore di passi, un fruscio di vesti, e questa volta, annunziata dal servitore, si fece avanti la Calandrà. Allora sì che il Toscolano battè subito in ritirata; ma rimaneva quell'altra, a guardare la piazza!…
La generalessa domandò conto della Giulia: Lalla rispose che sua cugina aveva detto, ed era vero, di voler dormire fino all'ora del pranzo, perchè si sentiva stanca; allora si tornò da capo a discorrere della festa del Prefetto. Giacomo non ne poteva più, ma le sue pene erano ben lungi dalla fine. Poco dopo la generalessa, capitarono i due Lastafarda, che in quei giorni si affaccendavano in visite, perchè tutti e due avevano da sfoggiare un soprabitoultima novità; poi, andata via la generalessa, venne Gianni Rebaldi, colla zazzera impomatata, non più bionda, ma d'un rosso cupo, avvenimento che a Borghignano si spiegava raccontando d'una certa operazione di credito ch'egli aveva conchiusa di fresco e sulla quale, in conto di altrettanta valuta, avea dovuto accettare i fondi di bottega di un profumiere fallito. Qualche cosa di vero in queste chiacchiere ci doveva essere, perchè il Rebaldi, infatti, sentiva di muschio, di verbena e di violetta lontano un miglio, e i suoi capelli cambiavano ogni giorno di colore.
I Lastafarda se ne andarono presto: a Milano si usa di far visite corte; ma il Rebaldi rimase duro, fermo, al suo posto. Egli, dopo aver ripetute le spiritosaggini dette la sera innanzi, voleva che Lalla gli trovasse moglie e per un bel pezzo continuò a cantare e a descrivere la verginità del suo cuore, tanto che Giacomo, stizzito, gli buttò in faccia, un po' sgarbatamente, che a cinquant'anni, sonati, non si poteva più sposare che la propria governante. Il Rebaldi rimase imbronciato, ma non andò via, tanto più che, ad aumentare il ghiaccio fattosi d'intorno, capitò la Bertù, colla sua aria da ficcanaso, la quale si mostrò molto sostenuta col Vharè, affettando di chiamarlo sempre ilsignor Vharè, e niente marchese.
Giacomo era arrivato al colmo dell'impazienza!… Aveva la testa intronata da tutti quei discorsi così vuoti, inconcludenti, interminabili; si dondolava sulla seggiola, strappava convulsamente la fodera del cappello e, cogli occhi levati, numerava ad uno ad uno i putti del soffitto, Lalla, invece, gaia e ridente, si godeva a lanciare sul Vharè certe occhiate maliziose, significantissime, che la rendevano ancora più attraente.
Ad ogni costo egli avrebbe aspettato di restar solo! Almeno un bacio, ma glielo voleva dare!
La Bertù e Gianni Rebaldi stavano finalmente combinando d'andar via insieme, in carrozza. Lui sarebbe disceso al club; lei ci doveva passar sui piedi, tornando a casa. Si alzarono, cominciarono i saluti, il Vharè era lì lì per spuntarla, quando,—chi è? chi non è?—si affaccia sull'uscio Pier Luigi da Castiglione, che arrivava in quel punto da Viareggio, senza avere scritto prima, perchè voleva fare un'improvvisata.
L'arrivo di Pier Luigi non fu molto gradito alla duchessina: essa ebbeil presentimento che quell'uomo capitava apposta per farle del male.Tuttavia si mostrò lieta, e sonò, perchè avvertissero subito laGiulia.
Il Vharè era proprio spacciato.
—Sicuro; vengo da Viareggio… vengo. Ho per te—e si rivolse a Lalla—i saluti della Raimondi, della Rescalvi e della Vigofanti; sicuro. Sì sperava che saresti venuta a Viareggio, ma… Tò, tò, tò, guarda chi vedo! Il nostro caro marchese!… A Borghignano, voi?!… Ma, come mai?… Eh! Eh! Eh!cherchez la femme, cherchez!… Cercate la donna, cercate!
Si strinsero la mano e si guardarono in viso, tutti e due.
Il Vharè se ne andò presto con la Bertù e col Rebaldi. Egli sperava di sfuggire all'occhio maligno di Pier Luigi, ma aveva cominciato troppo tardi ad essere prudente; quella sua visita a Lalla, così prolungata, determinò e precipitò la catastrofe.
Appena la Calandrà e la Bertù si trovarono insieme nella serata,quella domandò a questa chi ci aveva veduto dalla duchessina:—GianniRebaldi e ilsignorVharè—rispose l'anemica discendente deiSaint-Florin.
—Come?… il Vharè era ancora da Lalla quando ci sei stata tu? Se ce l'ho trovato io pure!
—Mah!—Questomahdella Bertù esprimeva un sospetto e un lamento insieme.
—Allora le fa la corte?
—Pare…
—Lalla, ci casca per inesperienza. Bisogna impedire che la cosa si faccia seria.
—Certo, bisogna salvarla.
—Bisogna salvarla!
La stessa osservazione, la stessa maraviglia, i medesimi commenti, si erano fatti al club fra il Toscolano e il Rebaldi.
A poco a poco, la notizia importante fu divulgata, smentita, confermata, e tutta Borghignano fu messa sossopra. Alcuni assicuravano che ormai al conte Della Valle non rimaneva più altro chereprimere, altri sostenevano, con pari calore, che c'era tutto il tempo per poterprevenire. Al club si notava la faccia del Vharè quando entrava, l'ora e la strada che prendeva quando ne usciva. In una farmacia, vicina al palazzo Della Valle, nascosti dietro le tendine verdi dei cristalli, c'erano sempre parecchi curiosi che spiavano il Vharè mentre si recava a far visita alla contessa Della Valle. Nelcaffè di Borghignano, la mattina all'ora di colazione e la sera dopo il teatro si sospese, per il momento, di salvare la patria, volendo salvare invece il conte Della Valle, dal serio pericolo che correva. Pochi accusavano Lalla; i più la difendevano; tutti esaltavano i meriti di Giorgio, e condannavano, senza pietà, il marchese Vharè: quelle brave persone erano diventate, ad un tratto, altrettanti Catoni, altrettanti Collatini insieme e in solido! E non indietreggiavano neppure dinanzi a qualche grave incomodo.—Lalla e il Vharè non poteva mai uscir di casa senza avere, l'uno o l'altra, un bracco dilettante alle calcagna, il quale poi, secondo la direzione della pesta, correva a mettere la quiete o l'allarme in città.
Il Lastafarda, numero due, girava attorno in cerca di notizie e di aneddoti che riferiva poi al Lastafarda numero uno, il quale, in tal modo, era riuscito a diventare piacevole alle signore. Gianni Rebaldi assicurava che a Bologna uno spiantato, roso dai debiti, non sarebbe stato ricevuto nellabuona società, e il marchese di Toscolano, ora scommetteva la testa e ora la coda diAdamastor, sostenendo che il Vharè aveva fatto un buco nell'acqua. La Prefettessa difendeva Lalla a spada tratta; la Calandrà elogiava con molto calore il conte Della Valle, la Bertù faceva da pubblico ministero con requisitorie draconiane che condannavano tutti quanti!…
Pier Luigi era il solo della famiglia che gli amici mettessero a parte di quello scandalo; uno scandalo che, a sentire lo stesso Pier Luigi, pareva scandalizzare anche lui!… Tutti lo consigliavano circa il da farsi: gli uni, trovavano necessario di aprire gli occhi al marito, altri, invece, di aprirli alla moglie. La Bertù voleva che Pier Luigi ne parlasse subito al duca Prospero, la Calandrà alla duchessa Maria, ma la Prefettessa suggeriva di star a vedere come si mettevano le cose.
—Mio fratello,—esclamava smaniando il giovane Lastafarda,—ha detto stamattina che s'egli fosse nel conte Pier Luigi, se la prenderebbe col Vharè, soltanto col Vharè, tagliando i nodi alla militare, con una buona sciabolata!
Ben presto anche la contessa Della Valle e l'amico suo si accorsero del nuovo ambiente che si andava loro formando intorno. Nel palchetto, in teatro, erano lasciati soli, quasi sempre: in casa, appena arrivava Giacomo, le altre visite si dileguavano subito. Poi, le allusioni degli amici e delle amiche, le mezze parole, i sorrisi a freddo, i musi lunghi della Bertù, l'aria diplomatica della Prefettessa, e le effusioni della Calandrà, la quale, se dietro le spalle non risparmiava la Della Valle, a tu per tu con lei, faceva l'impossibile per entrarle in amicizia, per ottenere le sue confidenze. Inoltre l'austerità, gli scrupoli, l'onore della famiglia, roba nuova di zecca, colla quale Pier Luigi rimpinzava ogni sua cicalata, e finalmente qualche parolina, qualche scherzo della Giulia, tutto ciò non lasciava dubbio: il loro segreto incominciava ad essere il segreto di Pulcinella! Il Vharè ne fu seccato; Lalla spaventata, e si consolava pensando che era ancora—a tempo—di ritirarsi, che, ancora, non aveva fatto—niente di male.
La prima, che parlò a Lalla del Vharè, fu sua madre. A Maria nessuno avea osato dire una sola parola, ma lei stessa, per suo conto, aveva finito col notare la grande assiduità del marchese. Allora mostrò con lui un contegno così freddo ch'egli, per forza, dovette accorgersene. Due o tre volte di seguito, gli fece dire, senza una parola di scusa, che non lo poteva ricevere.—Giacomo cessò dal presentarsi in casa d'Eleda; ma, naturalmente, Maria si avvide presto, che allontanandolo da sè, non era riuscita ad allontanarlo anche da sua figlia.
Lalla, dapprima, ascoltò le rimostranze della mamma un po' inquieta e cogli occhi bassi: temeva avesse capito, scoperto qualcosa. Ma poi, quando fu ben sicura che la mamma era lontana da qualunque sospetto, allora si ribellò contro una morale troppo rigida, troppo austera. Quella sorveglianza la inquietava e la infastidiva:—alla fine era donna, e delle sue azioni non doveva render conto a nessun altro che a suo marito!…
—So bene, cara mamma; non ricevendo alcuno, chiudendosi in casa, come fai tu, è certo: non si corre nemmeno il rischio di prendersi un raffreddore; ma, a me pare, scusa, sai, a me pare sia anche lecito… si possa anche tenersi qualche amica, qualche amico d'intorno. Dovrei offendermi perchè il marchese preferisce la mia compagnia, alla compagnia della Bertù, che non sa parlar d'altro che di abbigliamenti e d'araldica? o a quella della Calandrà, che discorre soltanto diaffari di servizio?… In quanto a me poi, lo confesso, fra il puzzo di scuderia del Toscolano e le spiritosaggini del Rebaldi, preferisco il Vharè, che ha spirito e che è molto per bene!—Lalla si era fatta un po' ardita, perchè punta sul vivo, e perchè sentiva, in fondo, che la mamma aveva ragione.
—Il Toscolano e il Rebaldi sono persone… indifferenti e senza conseguenze!
—E tu, mamma, credi il Vharè… pericoloso?
—Non gode certo una buona opinione—rispose ingenuamente la duchessa, che non aveva notata l'ironia birichina della figliuola.
—Oh, sai!… Ci vorrebbe altro!… Preoccuparsi di tutte le chiacchiere!
—Una donna deve preoccuparsi moltissimo di tutto ciò che può dire la gente quando le sta veramente a cuore non soltanto il proprio onore, ma anche l'onore di suo marito.
Lalla non sapeva più che rispondere, e tormentava nervosamente le stecche del suo ventaglio; Maria, temendo di essere stata un po' dura, si avvicinò a Lalla e, dopo averla abbracciata, mentre con una mano le accarezzava i bei capelli, le domandò con un'espressione piena di dolcezza:
—Senti, carina mia, tu non ci tieni molto alle visite del Vharè?…
—No.
—Ebbene, in tal caso, puoi fare un piccolo sacrificio alla tua mamma: quel Vharè, mandalo a spasso! Sarà un capriccio, ma che vuoi!… si può accontentare la mamma anche in un suo capriccio. Quando eri bimba io ne ho appagati tanti de' tuoi!—e Maria le sorrise teneramente.
—Ma… Come si può fare?… Metterlo alla porta? Egli non me ne ha dato nessun motivo.—Lalla capiva che non doveva ostinarsi, che doveva cedere, o almeno fingere di cedere, per non compromettersi.
—Fa, come ho fatto io. Veniva da me con troppa frequenza e la cosa non mi accomodava perchè veniva sempre quando c'eri anche tu; ebbene, ho dato ordine che gli dicessero alla porta, per due o tre volte, che non ero in casa… e non è più venuto. Se così ti par troppo, gli puoi far dire che hai fissato di non ricever più fino al tuo ritorno dalla campagna. Tanto, tra un mese, andiamo via tutti.
—Buona ragione… per anticipare la noia d'un mese!
—Ma santo Dio!… Si direbbe, a sentirti parlare, che non sei innamorata di tuo marito!
—Innamoratissima, mamma cara, ma non l'ho sposato per morir d'amore!
—Come rispondi a sproposito, certe volte!… Dovresti sentirti orgogliosa di tuo marito…
—Lo sono tanto, ma…
—Dovresti essere felice solamente per lui e con lui, non dovresti domandare, non cercar più nulla, non pensare più ad altro, dovresti sentirti gelosa contro tutto ciò che potesse togliertelo per un'ora soltanto, che…
—Oh! oh! quale entusiasmo, mammina cara!
Maria tacque d'improvviso, arrossendo.
—Eppure—continuò Lalla,—che vuoi?… Non mi pare tu abbia sempre riscontrato in Giorgio le virtù più sublimi.
—Non capisco!…
—Volevo dire che… non sono senza memoria. Mi ricordo quando eravamo fidanzati. Tu non eri, certo, la più contenta, di noi tre. Mi ricordo che ti mostravi pochissimo espansiva; e una volta, che io ho desiderato ch'egli ti abbracciasse, tu, quasi, volevi buttarti giù dalla carrozza.
Maria senti stringersi il cuore e non potè trattenere le lacrime, e allora fu Lalla, che l'abbracciò, che cercò di consolarla, che le promise di fare sempre e in tutto ciò che la mamma le avrebbe consigliato. Non le conveniva disgustarla e temeva, persuasa com'era della poca simpatia di sua madre pel conte Della Valle, di aver fatto male mostrando di averci badato.
Lalla e il Vharè si trovarono insieme poco dopo e fu convenuto, fra di loro, ch'egli diraderebbe le visite; anche Giacomo capiva bene che, per il momento, bisognava usare molta prudenza. Si sarebbero incontrati qualche volta, si sarebbero veduti la sera al teatro, o al caffè… Ma fra un paio di mesi, si troverebbero liberamente a Roma… A Roma dove Lalla doveva ritornare con suo marito, per la riapertura della Camera. Quanta felicità allora!… Sì; bisognava essere prudenti per non arrischiare di perderla.
Giacomo, intanto, voleva almeno approfittare dell'occasione; voleva indurla a scrivergli direttamente; ma non ci fu verso. Lalla aveva paura; era troppo tenuta d'occhio; potevano sorprenderla da un momento all'altro. No, no, non avrebbe mai avuto il coraggio di mettere lei, colle sue proprie mani, una lettera in buca!… Da che aveva imparato a scrivere, consegnava le lettere al servitore, il quale le rimetteva, colle altre della casa, al maggiordomo, e il maggiordomo, due volte al giorno, le portava alla posta. Pensandoci solamente di doversi fermare vicino alla cassetta per gettarvi dentro una lettera, si sentiva diventar rossa dalla vergogna. Le pareva che tutti dovessero guardarla e ghignare, dicendo fra di loro:—quella lì, manda una lettera all'amante!—Insomma, la ripugnanza era più forte di lei; no, no; era impossibile!…
—Questo… come il resto… tutto prova che non mi vuoi bene;—rispondeva il Vharè secco secco. Lalla cercava di persuaderlo del contrario, ed egli a lungo andare non aveva più il coraggio d'insistere, sebbene sentisse che quella donnina non era ancor sua, che non la teneva ancora ben stretta fra le sue mani e che, anzi, da un momento all'altro gli poteva sfuggire.
Si combinò uno scambio di libri per l'indomani, e fissarono d'incontrarsi il venerdì prossimo, mentre lei sarebbe andata a piedi dalla Prefettessa.
—Venerdì?… Brutto giorno!—pensava Lalla che era superstiziosa; ma poi dovette cedere, perchè sabato era troppo tardi per Giacomo, e giovedì troppo presto per lei.
Ma intanto il temporale si addensava sul loro capo. Pier Luigi ne sapeva già abbastanza e gli premeva di vendicarsi in qualche modo di Lalla, e di mettere il bastone fra le ruote a quel marchese conquistatore. Certo, egli, adesso, aveva il diavolo dalla sua, e se l'intenzione era cattiva, gli effetti erano quelli di un'opera santa. Pier Luigi, faceva il bene per disperazione, per non aver potuto fare il male; ma, ad ogni modo, egli restava sempre dalla parte della morale e delle… istituzioni.
Dopo averci riflettuto lungamente, trovò che il meglio da farsi era di tenerne parola, come già gli aveva consigliato la Bertù, a Prospero Anatolio, e gliene parlò in fatti, avendo cura di protestare che riteneva la duchessina pienamente innocente e che soltanto agli occhi del mondo avrebbe potuto correre un serio pericolo.—E bisognava soffocare le chiacchiere subito subito, ipso facto, perchè, se la virtù della donna—diceva il conte da Castiglione—può parer di cristallo ed essere invece di diamante; l'onore dell'uomo, è sempre di vetro, è sempre, anche quando lo si crederebbe d'acciaio; il che vuol dire che è fragilissimo; vuol dire.
Il duca Prospero lo ringraziò colle lacrime agli occhi, premendosi, sul cuore, le due mani di Pier Luigi.
—Grazie, grazie; non dico altro. È un tratto… d'amico vero, di parente affezionato!—E il duca, volle abbracciarlo, spinto da uno slancio di tenerezza e di riconoscenza.—Ma, in questo caso, più dell'autorità del padre deve agire, deve imporsi la prudente oculatezza del marito. Sapete, caro Pier Luigi?… Io non potrei altro che consigliare, e i consigli, entrano da un orecchio, per uscire da quell'altro!…
—Se ne fa l'abitudine… se ne fa.
—Bravo! Precisamente!… Giorgio, invece, è un altro paio di maniche.È il marito, è l'autorità costituita… Mi spiego?
—Parlatene voi stesso, a Giorgio.
—No, no, no, ottimo amico; non mi pare. La cosa, per sè stessa delicatissima, si farebbe subito troppo grave, per il mio medesimo intervento. Capite, Pier-Luigi?… Fra suocero e genero, fra ladestra, come sarebbe a dire, e lasinistra—e Prospero lasciò scappare una risatina maliziosetta—-si fa sempre una politica d'opposizione. Sapete qual'è il miglior partito?… Di questo dolor di testa incaricatevene voi!… Voi, che non solo siete lo zio, ma l'amico dilettissimo del nostro Giorgio. Egli vi ama, vi stima e vi professa tutta quella considerazione che…
—Non facciamo complimenti, non facciamo…
—No, no; lasciatemi dire—che giustamente, giustissimamente vi è dovuta. Dunque?… Siamo intesi?
Il conte da Castiglione si fece pregare, ma poi, in fine, disse di sì: tuttavia prima di parlare con Giorgio, ben conoscendo il predominio di Lalla, volle aver tanto in mano da non poter essere smentito. Allora si pose a far la posta, non perdendo più d'occhio la cara nipotina, e quel venerdì, appunto, nel quale Lalla e Giacomo dovevano vedersi per andare dalla Prefettessa, egli le tenne dietro appena uscì di casa, la vide incontrarsi col Vharè, salutarsi, fermarsi e poi, bel bello continuar la strada… insieme.
Pier Luigi affrettò il passo, li raggiunse e, oltrepassandoli, salutò la nipote e il marchese con una grande scappellata, un grande inchino e un cordialissimo sorriso.
I due rimasero colpiti, spaventati e si lasciarono subito: Lalla, col solito espediente dei libri, avrebbe fatto sapere a Giacomo se mai l'incontro di quel—iettatore—avesse portato disgrazia; se invece non vedeva libri, egli sarebbe andato la domenica prossima, alle quattro, ora diplomatica, a farle visita.
La Della Valle si fermò un minuto solo dalla Prefettessa; dopo, corse a casa inquietissima, con mille timori nell'animo. Essa temeva la linguaccia e l'odio di Pier Luigi! Era sicurissima che quel vecchio esoso non si lascerebbe sfuggire una così buona occasione per vendicarsi.
Appena a casa si spogliò del cappellino, della mantellina, poi si accomodò nel cantuccio del suo salotto, tranquillissima in apparenza, e prese a sfogliare una rivista, aspettando che Giorgio andasse a cercarla. Ma non leggeva; pensava al suo metodo di difesa.—Aveva ben ragione quando temeva che il venerdì le sarebbe stato fatale!… E… Giorgio, crederebbe più a lei, o a Pier Luigi?…
In quelle ore—eterne—non pensò che al pericolo dal quale era minacciata la sua pace e il suo avvenire. Se pensava al Vharè, era soltanto per confortarsi di…—non aver rimorsi—e, al caso, di poterlo anche giurare!
Del resto s'inquietava a torto; nessuno, nemmeno Pier Luigi, e suo marito meno ancora degli altri, voleva mettere in dubbio la sua innocenza.
Pier Luigi, uscendo dal club con Giorgio, lo prese a braccetto e gli disse appena, in via di discorso, che nella sua qualità di stretto parente si trovava in obbligo di consigliarlo a impedire l'assiduità del Vharè presso sua moglie, perchè il mondo l'aveva notata; e soprattutto, doveva vietare a Lalla di lasciarsi accompagnare per via da quel pessimo soggetto.—La moglie di Cesare—concluse Pier Luigi—non deve essere nemmeno sospettata, non deve essere!
Giorgio non pronunziò una parola; ma fu preso da un impeto d'ira contro la leggerezza di Lalla…—poteva far supporre a qualche imbecille, anche ciò che non era!…—E si avviò difilato a casa, risoluto, questa volta, a parlar chiaro e ad imporre la propria volontà.
Lalla lo sentì subito, al passo che risonava lungo l'appartamento: c'erano molte sale da attraversare, e le pareva ch'egli non arrivasse mai; lo affrettava quell'istante e tuttavia avrebbe voluto allontanarlo all'infinito. Appena Giorgio si presentò sulla porta, Lalla capì che lo zio non aveva perduto tempo: Giorgio era pallido, col volto contratto.—In quel momento, se il Vharè avesse potuto guardare nel cuore della sua amica, non vi avrebbe trovato nemmeno più l'ombra di un po' d'amore: l'amore era tutto sparito; non c'era dentro altro che una gran paura!
Giorgio le parlò brevemente, duramente. Lalla rispose balbettando, poi scoppiò in lagrime, giurando e spergiurando la propria innocenza.
—Ah, viva Dio, credo bene!—rispose l'altro, sempre più adirato.—Non sarei qui da te, se ne potessi dubitare!—A Lalla si allargò il cuore, ma continuò a gemere e a piangere.—Era stato lui, il marchese, a fermarla… per caso… perchè aveva da farle i saluti del commendator Pasoletti…; poi, il Vharè, sentendo che lei andava dalla Prefettessa, le offrì di accompagnarla… le seccava… le seccava molto… ma non poteva mandarlo via!
—E questo è avvenuto, perchè?… Perchè gli hai data troppa confidenza! perchè lo hai ammesso, quasi, nella tua intimità, e io non volevo, te l'ho detto cento volte, non una, cento volte che non lo volevo fra i piedi!… Intanto si mormora, capisci? ed io, ridicolo, non lo voglio essere, e non lo voglio nemmeno parere!
—Dimmi tu… tutto quello che vorrai… lo farò, lo farò senza esitare… ti prometto… ti giuro… tutto tutto. Nino mio!
—Domani… andremo in campagna, e…. ricordati bene: non devi dirlo a nessuno.
—E a chi lo dovrei dire!—esclamò Lalla alzando gli occhi bellissimi, ancora scintillanti di lacrime.
Ma quando Giorgio uscì, essa respirò sorridendo: l'uragano era passato. Ci avrebbe pensato lei, a far ritornare il bel tempo.
Poco dopo, venne sua madre a trovarla: Lalla le raccontò la scena, gettandole le braccia al collo e singhiozzando. Maria l'accarezzò e la consolò, pur facendole capire, delicatamente, come sarebbe stato assai meglio se avesse badato subito a' suoi consigli; e dopo non la lasciò più, in tutta la giornata.
Il Della Valle, dinanzi alla pronta ubbidienza e al dolore di Lalla, si era calmato pienamente. Egli temeva, anzi, di essere stato troppo severo; e accompagnando Maria, quando se ne andò, fino alla carrozza, se ne scusò anzi con lei, ringraziandola del suo affetto, baciandole e ribaciandole la mano, con tenerezza affettuosa.
Si era combinato, che i Della Valle sarebbero andati in campagna subito, il giorno dopo, e che Maria e il Duca li avrebbero raggiunti nella settimana. Appunto, per essere tutti uniti, anche gli sposi andavano a Santo Fiore: questi, per altro, nel Villino che Giorgio Della Valle aveva comperato dal Vharè.
Ma quella sera la duchessina, già spogliata e inginocchiata, in camiciuola, accanto al letto, non finiva mai di dire le sue orazioni. Giorgio, coricato, leggeva serio la gazzetta; ma stava attento a Lalla che non si moveva, e però, ad un certo punto, si accorse che piangeva… che singhiozzava.
—Animo, Lalla—le disse allora con dolcezza;—non c'è ragione di piangere. Io non sono in collera con te, lo sai bene.
Lalla baciò le sue madonnine, si asciugò gli occhi, poi in fretta, saltò nel letto, ma tenendosi affatto sulla sponda, dalla sua parte, il più lontano possibile dal marito, e senza guardarlo, senza dire una parola.
Giorgio buttò via il giornale, e si tirò lui più vicino, ma Lalla continuò a non guardarlo, rimanendo immobile cogli occhi spalancati.
—Animo… via, non voglio vederti a piangere, mi fa pena;—e si piegò per darle un bacio, ma Lalla gli puntò contro il petto le sue braccia tese, così fortemente, che sembravano di ferro.
—No,—gli disse,—non mi devi più baciare, dal momento che non mi vuoi più bene.
—Ma no, cara! Ti voglio tanto tanto bene, ed è per questo che…
—Oh, se tu mi amassi davvero, mi stimeresti anche, e non avresti creduto subito alle bugie di un cattivo; perchè c'è stato un cattivo che ha voluto metter male fra di noi.
—Ascolta, bambina mia…
—No…tua, no, più!—Giorgio a questa minaccia, tentò di prenderle una mano, ma Lalla non volle saperne.—No!… no!… Io ti ho sempre raccontato tutto, fin le sciocchezze che mi dicevano per farmi la corte, e tu hai potuto credere, non so come, che io potessi mentire!
—No, non l'ho mai creduto.
—Se vuoi domandarlo alla mamma, essa ti potrà dire che, non più tardi dell'altro giorno, mi ero consigliata con lei appunto per trovar modo, senza parere, di far diminuire al marchese le sue visite. E ciò, sai, non perchè egli me ne avesse dato motivo, ma per togliere ogni pretesto alla malignità di certagente.
—Sì, cara, ti credo, ti credo; ma non devi pensare che io non ti voglia più bene.
—Oh, pur troppo, la scena d'oggi non potrò dimenticarla per un pezzo!Dio mio!… non ti avrei mai creduto così!…
—Via, Lalla… sii buona… perdonami.
—È impossibile.
—Te ne prego… ti supplico!…
—È impossibile…—No, sai: vado sola… in un'altra camera!
—Ti amo!… ti amo tanto!
—Adesso, mi ami… ma oggi, no; oggi non mi volevi più bene!
E… e non ci fu verso. Giorgio dovette rassegnarsi e cominciò a credere di essere proprio lui dalla parte del torto.
Il giorno dopo Giacomo di Vharè chiese due o tre volte al suo vecchio servitore se erano stati mandati dei libri: nulla; non era arrivato nulla. Nella mattina della domenica (la domenica dell'appuntamento) nemmeno; alle tre tornò a casa: poteva esser capitato qualche avviso, ancora all'ultimo momento…—non c'era niente! Allora, ormai sicuro che l'incontro del venerdì non aveva avuto cattive conseguenze, si avviò tranquillamente a casa Della Valle.
—C'è la contessa?—domandò al portinaio; ed era tanto sicuro di trovarla in casa, che si avviò diritto verso la scala, senza aspettare la risposta.
Ma invece il portinaio gli corse dietro gridando:
—Nossignore! Nossignore! non c'è nessuno!
—Come?… Non è in casa la contessa?
—Non c'è nessuno.—I padroni sono andati in campagna, a Santo Fiore.
—Per tutto il giorno?…
—Per due o tre mesi: non si sa quando ritorneranno. Il Vharè guardò fisso il portinaio e gli sembrò di scorgere sotto una cera umile e rispettosa un sorrisetto maligno.
—Va bene.—Giacomo prese dal portafoglio un biglietto da visita, lo piegò ad uno degli angoli e se ne andò con aria indifferente, senza dir altro. Ma, invece, egli era assai turbato, assai inquieto e addolorato. La notizia di quella partenza lo aveva messo tutto sossopra. Era accaduto certo qualche cosa di grave; Lalla, chissà, non avea nemmeno avuto il tempo di avvertirlo!
—Povera Lalla!… Povera Lalla!
Pensò di seguirla, di correre da lei, nascondendosi in qualche casetta dei dintorni; ma era un agire da pazzo e non da uomo: l'avrebbe perduta interamente, senza scopo; e vi rinunciò. Egli era sicuro che appena Lalla potesse farlo, gli avrebbe subito scritto, informandolo di tutto. Ma, invece, passarono due, tre, quattro giorni… e nessuna lettera, nessun avviso… niente. Aspettò ancora, sempre colla speranza, colla febbre: aspettò un'altra settimana… niente, niente. Allora cominciò a calmarsi e a ragionare.
—Com'è possibile che in tanto tempo, non abbia mai trovato il modo di potermi scrivere, almeno una parola?… Un servitore, un contadino, una persona qualunque si trova facilmente, e nei casi disperati si manda al diavolo anche la prudenza!
Aspettò ancora un altro poco, finchè un giorno vide, sul Corso, Giorgio Della Valle, proprio lui,—quel cane!—che andava per le botteghe a fare acquisti.
Giacomo pensò subito di avvicinarlo e di fermarlo: così almeno sarebbe uscito dall'incertezza.
Giorgio era un carattere troppo franco e sincero, per saper fingere, per saper simulare.
Il Vharè attraversò la strada col cuore sospeso, ma con piglio risoluto.
—Buon giorno, conte!
—Oh, buon giorno, marchese.
—Si possono aver notizie della contessa Della Valle?
—Sta benissimo, grazie.
—Vi pregherò di presentarle i miei omaggi.
—Grazie, marchese!
Giorgio era stato più amabile del solito col Vharè, e per poco non lo invitava a Santo Fiore!… Per Dio, il conte Della Valle, certo non aveva l'aria di far morire sua moglie, o di tenerla relegata nel fondo di una torre come un tiranno del Medio Evo!… Dunque? Che cosa pensare? Qualche cosa era accaduto, ad ogni modo, ma nulla di serio, nulla di grave. Dunque?… Era Lalla la leggera, la civetta, la perfida!… Era lei che si era messa a scappare alla prima scaramuccia!… Sicuro… Lalla non amava, non sapeva amare!… Innanzi al primo pericolo, il suo amore, così pieno di giuramenti e di promesse, svaniva a un tratto e tutto dimenticava, anche quell'uomo che soffriva per lei e che con una parola, con una sola parola ella avrebbe potuto illudere e consolare. No, non aveva cuore, come non aveva sangue: egli ne aveva sempre dubitato; adesso ne era sicuro.
Una sera, poco tempo dopo, egli seppe a teatro, dalla Calandrà, che la contessa Della Valle si divertiva in campagna, ch'era allegrissima, che vedeva molta gente e che spesso facevano gite a cavallo e combinavano cacce alla volpe, numerosissime. La Calandrà, non potendo riuscire ad ottenere le confidenze di Lalla, voleva tentare di avere quelle del marchese, e perciò gli parlò lungamente, con aria di mistero, della duchessina, promettendo a Giacomo che gli avrebbe fatto sapere quando sarebbe ritornata a Santo Fiore.
—Grazie, molte grazie!…—rispose il Vharè, senza mostrare di aver capita la generosa offerta della Calandrà.—La pregherò soltanto di ricordarmi particolarmente ai d'Eleda e ai Della Valle.
Quando il Vharè ritornò a casa e si chiuse nella sua camera, gli pareva di soffocare; aveva la gola secca e il cuore gonfio. Cominciò per svestirsi, ma poi d'un tratto, si buttò sopra una poltrona, ch'era a' piedi del letto, piangendo come un ragazzo.
Ma con quelle poche lacrime sgorgò dal suo cuore tutto quanto vi era di gentile e di nobile; con quelle poche lacrime si consumò tutto il suo dolore, tutto il suo amore… ed egli non sentì più altro per la duchessina che dispetto e disprezzo.
—Sì,—borbottava,—ne convengo! mi hai giocato bene!… Sei stata più furba di me, e sei la sola che può vantarsi di avermi ingannato!… Ma chi avrebbe indovinata la tua perfidia sotto quell'apparenza timida e pudibonda? Ma… chi sa?… ride bene chi ride l'ultimo. Chi sa?… chi sa?…
A questo punto il marchese Giacomo di Vharè, che aveva finito di svestirsi, si cacciò nel letto, e poco dopo si addormentò profondamente.
A Santo Fiore, in questo frattempo, era successo un fatto molto importante: nientemeno che la signora Veronica e la bella Ottavia… erano rimaste incinte tutte e due, con grande contentezza e meraviglia del signor Domenico e del signor Niso, ai quali le rispettive consorti non avevano mai concesso un tanto onore.
Il nuovo segretario comunale, succeduto al povero Frascolini, morto da qualche mese, un giovinottino della città, tisicuzzo, giallo, biondo e un po' gobbetto, ma ricco di cuore e d'unpince-nez, era riuscito a rappattumarle fra di loro, tanto che adesso, tutt'e due, la Minerva e la Venere del paese, facevano disegni in comune, pei loro nascituri, e volevano essere chiamate zia, l'una e l'altra, dal rispettivobébédell'amica. Era un divertimento per tutto Santo Fiore quando la brigatella andava insieme e d'accordo per istrada, a fare la passeggiata igienica del dopo pranzo. Camminavano adagio adagio; ma il gobbetto rimaneva in mezzo, quasi nascosto dalle donne e dall'Omnibus, gazzetta di Borghignanoche egli teneva spiegata, leggendone ad alta voce l'appendice. La bella e maestosa Ottavia, dondolante, la pancia gravida che risaltava sotto un grembiule scarlatto, voleva far la bambina, la vergognosetta, e arrossiva, frignando, ad ogni scherzo che le veniva diretto. E a quelle allusioni, quando il signor Niso si trovava presente, arrossiva anche lui, per una contentezza fiera e modesta. La signora Veronica, invece, superba del suo stato, camminava colla testa alta, la faccia arcigna, lanciando certe occhiate che dardeggiavano e parevan dire a tutti quelli che incontrava:—Fate altrettanto, se ne siete capaci!…
Ma, tuttavia, questo duplice e fortunato avvenimento, non era la sola novità importante di Santo Fiore: c'era ben altro!…
Sandro Frascolini era ritornato al paese, appunto in que' giorni, per raccogliere l'eredità paterna (una decina all'incirca di mille lire); e intanto, non volendo perdere il suo tempo, si dava attorno tentando di fondare ilCircolo democratico degli Operai Agricoltorie cercava azionisti per un suo giornale politico di là da venire: L'Amico del Contadino. Il Frascolini, adesso, l'aveva a morte coi nobili e coi preti, ch'egli chiamavasepolcri imbiancati, poi prendeva spesso la sbornia, portava la cravatta rossa, il cappello allaLobbiae usciva sempre con un nodoso bastone.
Egli aveva dovuto abbandonare il canto per la politica, dietro il consiglio di un classico pugno che aveva preso in un occhio, per amori e gelosie del dietro scena. Era però sempre un bel giovane, anche con un occhio solo; il vuoto lasciato da quell'altro, che se n'era ito, lo teneva nascosto con una benda di seta oscura. I crapuloni, gli oziosi e le birbe lo portavano in auge; ma aveva perduta la stima delle persone dabbene. Il signor Domenico, per esempio, il sindaco, gli aveva levato il saluto. Il medico e il veterinario lo schivavano, e il maresciallo dei carabinieri gli teneva gli occhi addosso. In quanto al signor Niso… Il signor Niso lo salutava sempre, ma poi se ne scusava, sospirando, colla moglie, che non voleva—vergogna!—e lo strapazzava per quella sua debolezza.
Invece don Vincenzo soffriva una gran paura del Frascolini, e quando usciva dalla canonica, faceva sbirciare dalnonzolose lo scorgeva sulla piazza, e se c'era, sgattaiolava dalla porticina di dietro. Il Frascolini non lo insolentiva, e non lo minacciava: soltanto si levava il cappello, e inchinandosi profondamente gli gridava dietro ad alta voce:—Mi saluti lasignora, reverendo!
La Veronica e l'Ottavia incontravano spesso il Frascolini nelle loro passeggiate, ma era tal e quale come se non lo avessero mai conosciuto. Tiravano via diritto, la Veronica guardandolo fiera, minacciosa, a testa alta, la Ottavia abbassando gli occhi, pudicamente, e stirandosi il gonfio grembiule colle mani. Quando poi erano passate innanzi, si scambiavano un'occhiata di sopra al piccolo segretario, il quale, alla vista dell'ex tenore, parea volesse nascondersi tutto dentro la gazzetta. In quanto al Frascolini, egli non ci badava, nemmeno per riderne! Si sentiva salito troppo in alto per occuparsi delle signore di Santo Fiore!
La duchessina, lo stesso primo giorno ch'era arrivata in villa, lo vide subito, fermo sulla piazza della Stazione; ma, sul momento, non lo aveva nemmeno riconosciuto. Gli fu indicato da miss Dill, la quale era andata incontro alla contessa Della Valle, componendosi sulle labbra una smorfia, un sorriso, col quale voleva esprimere tutto il suo giubilo; ma invece, in fondo al cuore, la miss era molto seccata pel ritorno della duchessina. Ormai ci avea preso troppo gusto a spadroneggiare a Santo Fiore e ad essere libera de' fatti suoi.
A Lalla la vista del Frascolini non fece nessuna impressione; tant'e tanto, a lei non poteva far nulla di male!… La sua figura plebea, gli stessi ricordi dell'ultima scenata ch'egli le aveva fatta a Borghignano, tutti insomma i molti ricordi di quella scappatella sentimentale, s'erano via via dileguati dal suo animo, alla stessa guisa che i primi tepori d'un bel mattino d'autunno fanno dileguare dai cristalli della finestra i fantastici rabeschi, i fregi bizzarri che la nebbia e il freddo della notte vi avevano disegnati.
D'altra parte il Frascolini, per qualche giorno, non si lasciò vedere dalla duchessina; egli invece si ubbriacava più spesso, e le sue sfuriate contro lecarogne aristocratichesi facevano più irose, più violente. Adesso aveva imparato a memoria lunghi brani deiMisteri del Popolodi Eugenio Sue, e spesso ripeteva le profetiche invettive dei figli di Gioele, ilbrenndella Tribù di Karnak, spacciandole come roba sua. Durante quelle sfuriate stringeva i pugni, si mordeva le dita, e schizzava foco dal suo occhio vivo, iniettato di sangue, con un'espressione di rancore, di odio, di ferocia, da non lasciare in lui nessuna traccia del buon Guglielmo (quello deiDue Sergenti) che tante lacrime aveva fatto spargere alle sensibili donnine di Santo Fiore. Ma, con tutto ciò, Sandro Frascolini non mostrava molto coraggio contro lacastaesecrata: tutt'altro!… bastava ch'egli udisse, mentre stava predicando in piazza, la sonagliera dei dueponeydella contessa Della Valle, perchè fuggisse via, come un cane scottato!
Un giorno, per altro, rimase preso, lì, su due piedi, quando meno se l'aspettava. La contessa usciva dal palazzo a braccio di Giorgio per andare a salutar don Gregorio, e Sandro la vide passare vicina, tanto vicina, da udire ancora una volta il timbro della sua voce, tanto vicina, da vederla ancora una volta nella sua personcina vaga, sottile, tutta bianca e odorosa come un fiore, con quegli occhioni grandi e modesti…
Tutti s'inchinavano umili e riverenti; ella passava via leggera, tranquilla, simile alla visione di un sogno.
E dire ch'egli l'aveva stretta fra le sue braccia quella creatura superba che sembrava una regina!… e dire ch'egli l'aveva baciata in bocca, ch'egli le aveva cacciate le mani nei capelli, ch'egli avea confusa la sua propria colla voluttà di quella creatura vereconda… che sembrava una madonna!…
Quell'incontro di Lalla, inasprì la ferita sempre aperta. Sandro tentò di ubbriacarsi, prima col vino, poi co' liquori; ma non ci riuscì. Rimaneva freddo, cupo, coll'immagine di Lalla fissa dinanzi agli occhi. Imprecava contro di lei, la malediva, la copriva d'insulti, ma Lalla gli sorrideva cogli occhi languidi, la bocca umida, socchiusa, dalla quale usciva l'alito caldo e profumato, che gli risollevava nel sangue il ricordo dei fremiti lunghi e voluttuosi di quel suo corpicciuolo morbido di sensitiva. Sparuto e taciturno, viveva solo, lasciando in pace, per il momento, tutti i figli di Gioele, ilbrenndella Tribù di Karnak. Sfuggiva gli amici, i soci, i camerati, e mancò più di una volta alle sedute delCircolo democratico degli Operai Agricoltori.
Lalla aveva l'abitudine di ritornare da Santo Fiore al Villino tutte le sere a piedi, dopo di aver preso ilperdonoin chiesa, con miss Dill e con don Vincenzo. La strada, larga e dritta, era tutta chiusa da folte siepi di pruno selvatico, rese più fitte dagli ontani che vi si spesseggiavano. Solo ad una metà circa del cammino, venendo dal paese, le siepi erano aperte da due passaggi, l'uno di contro all'altro, che mettevano nei campi.
Lungo quella strada non s'incontrava mai anima viva: una sera Lalla sentì camminare al di là delle siepe, ma non vi fe' caso. La sera dopo, invece, avvicinandosi dove si apriva il passaggio, appoggiato ad uno de' cancelli vide un uomo fermo, immobile, colle braccia incrociate sul petto. Lo indicò agli altri e lo riconobbero subito: era Sandro Frascolini, Si consultarono a bassa voce: tornare indietro non si poteva, dunque, per amore o per forza, bisognava tirare innanzi e passargli proprio sui piedi.
Lalla aveva una gran paura, il cuore le batteva fortemente, e colla coda dell'occhio guardò se il Frascolini si levava il cappello, perchè gli avrebbe fatto anche lei, di ricambio, un salutino gentile, tanto per non irritarlo maggiormente. Ma il Frascolini non si mosse.
A don Vincenzo tremavano le gambe, non fiatava. Il povero prete si faceva curvo, piccino, piccino, sperando, quasi, lui così grosso, di potersi nascondere dietro alla miss, che camminava impettita, dura come fosse di legno.
Gli passarono davanti adagio adagio, poi a mano a mano, senza accorgersene, affrettarono il passo sempre di più, e quando furono in vista del Villino si può dire che andavano di corsa, tutti e tre stretti insieme, senza mai voltarsi, senza mai parlare, colle sottane svolazzanti, innalzando mentalmente una preghiera al buon Dio in tre lingue diverse: in italiano, in inglese e in latino. Giunti a casa, al sicuro, miss Dill bevette subito un bicchierino diacqua di tutto cedro, ed ordinò al credenziere di sturare una bottiglia per don Vincenzo. Lalla non prese nulla; passato il pericolo, era passata anche la paura, e scherzava e rideva raccontando a Giorgio quanto le era accaduto, e metteva in burletta don Vincenzo e l'istitutrice. Ma disse al marito che le altre sere sarebbe andata a Santo Fiore in carrozza e che lui l'avrebbe dovuta accompagnare. Giorgio ne fu ben contento, quantunque in pericolo, in tutto ciò, non vedesse altro che le spalle del Frascolini.
Quando la duchessa Maria e il duca Prospero erano venuti in campagna, avevano condotto seco anche la Giulia che, in quegli ultimi giorni, aveva dovuto abbandonare i Della Valle per casa d'Eleda. Era stato Prospero Anatolio a consigliare ed a voler così, non trovando nè conveniente, nè divertente per la ragazza, quel dover correre dietro a far da comodino fra marito e moglie. Pier Luigi, senz'altro, aveva approvato ed accettato il cambiamento, ed era partito per Varese.—Sarebbe poi ritornato a Santo Fiore, sarebbe, a riprendere la pupilla, in ottobre, dopo le corse, dopo.
Le due famiglie, unite e d'accordo, vivevano sempre insieme. I Della Valle andavano a pranzo—dalla mamma—quasi ogni giorno e dopo, accompagnati dai d'Eleda, a piedi, avendo i medici consigliato alla duchessa qualche breve passeggiata, ritornavano al villino, dove passavano la sera giocando e facendo un po' di musica.
In quelle piccole gite, Lalla dava il braccio a miss Dill. Fra la vecchia istitutrice e la contessa Della Valle era nata di fresco una grande intrinsichezza: la mattina andavano insieme alla messa di don Vincenzo (don Vincenzo la diceva apposta un po' più tardi) e insieme combinavano molte altre divozioni. Miss Dill, aveva sempre qualche notizia, qualche pettegolezzo da riferire in segreto e fu lei che fece prendere una sgridata solenne alla Nena, raccontando alla contessa di averla veduta col Frascolini, poco lungi dalla villa.
Il duca Prospero, invece, dava il braccio alla Giulia e le confidava, sospirando, di essere un marito infelice: sua moglie, laMadonna di neve, non sapeva comprenderlo e tanto meno apprezzarlo. Maria e Giorgio venivano gli ultimi, un po' discosti dagli altri, perchè Maria, più debole, si stancava più presto.
Dopo che Lalla aveva fatto capire alla mamma di essersi accorta della sua freddezza per Giorgio, Maria aveva creduto bene di mutare contegno e di mostrarsi col genero assai meno riservata. Ella temeva che quella bizzarra figliuola potesse sinistramente interpretare la rigidezza fino allora mantenuta ne' suoi rapporti col conte Della Valle. Ne parlò prima, in proposito e lungamente, con don Gregorio, e il buon prete pure la persuase che, ormai, essa non aveva più nulla da temere, che ormai, tutte le prove più aspre erano state superate e che però poteva, anzi doveva espandere in una nuova tenerezza, tutta quella grande passione che l'aveva colpita, senza riuscire ad abbatterla.
—Non hai più nulla da temere… No… consolati… hai vinto!—diceva a Maria don Gregorio.—Per quanto possa essere grande la tua tenerezza, io ti conosco bene, tu lo amerai coll'affetto di una madre.
Maria, a quelle parole, chinava il capo e sospirava.
Sì, lo avrebbe amato come una madre; ma sentiva pure che nessun figliuolo al mondo sarebbe stato amato come Giorgio Della Valle!
Un'altra voce più intima, segreta, consigliava a Maria quel mutamento: una voce le diceva, consolandola, che molto ancora non le rimaneva da vivere; e Maria non voleva… aveva diritto di non lasciare una memoria che non fosse cara, un rimpianto che non fosse duraturo. Non era tutto per lei?… La sua consolazione, la sua felicità, il premio suo che sospirava, che domandava a Dio, per le angosce sofferte?
E in quelle indimenticabili passeggiate, era sempre Lalla il prediletto argomento d'ogni loro discorso. Giorgio confidava—alla mamma—tutto l'amore, tutta la passione che gli traboccava dall'anima e le confidava (a lei,a lei sola) premendole il braccio teneramente,—ch'egli sperava sempre… che il suo sogno dorato non era del tutto svanito… insomma… quella sua felicità così grande sarebbe stata compiuta soltanto da un bambino… un bambino della sua Lalla!…
Maria, pallidissima, ma col volto irradiato da un sorriso mesto e soave, riusciva, forse lacerandolo, ad aprire il suo cuore a quell'eloquenza dolce e appassionata!… E mentre Giorgio, lietissima di riacquistare così la sua buona sorella, ma dolente di averla in quegli anni tanto sconosciuta da non rifuggire dinanzi a un sospetto mostruoso, esprimeva con calda espansione la stima profonda che le professava. Maria, che non voleva desiderare di più, innalzava sospirando gli occhi al cielo, ancora scintillanti di lacrime. E anche Maria faceva voti, anch'essa, la povera martire, perchè il desiderio di Giorgio fosse esaudito. Del resto, quel bimbo (e maschio, s'intende) era un po' il desiderio di tutta la famiglia; ma le speranze parevano diminuire con ogni giorno, anzi, con ogni mese che passava.
Anche Lalla n'era contrariata, e non voleva farlo capire. Ci teneva ad essere invidiata anche nella sua perfetta felicità, e perciò ripeteva a tutt'andare che l'aver figliuoli non era altro che una seccatura!… Ma poi… Pier Luigi ghignava, la Giulia sorrideva e il duca… povero duca! Egli era addolorato più di tutti!… Aveva ottenuto che il primogenito dei Della Valle avesse a portare riuniti i nomi delle due famiglie e chiamarsi Prospero Giorgio Maria Anatolio conte Della Valle e duca d'Eleda, ma… ma come per fare un arrosto di lepre occorre per lo meno la lepre, così per ottenere un futuro duca d'Eleda, occorreva… un contino Della Valle!…
Giorgio, dal canto suo, si guardava bene dal lasciar trasparire neppur l'ombra del dispiacere; e ciò, primieramente, perchè egli voleva troppo bene a sua moglie, e poi perchè, sua moglie aveva finito coll'imporsi in tutto e per tutto e coll'avere su di lui un grande predominio. Quasi quasi, certe volte, si sentiva intimidito, aveva un po' di soggezione, specialmente a doverla contradire. Essa faceva tanto presto a montare in collera!… E le collere di Lalla, ad onta della sua dolce soavità, ad onta della sua compostezza tranquilla, erano sorde e ostinate. Non gridava, non faceva scene, ma non gli rivolgeva più la parola, e a qualunque cosa che egli le dicesse rispondeva con un—come vuoi—immutabile di espressione e di tono, mentre alle sue carezze essa si faceva di ghiaccio.
La più ostinata di quellecollere bianche—era Pier Luigi che le chiamava così—il Della Valle l'ebbe appunto da combattere nei primi giorni che erano arrivati a Santo Fiore. Appena Lalla fu persuasa che suo marito non aveva alcun sospetto fondato e che ormai la credeva più candida di un'innocente colombella, pensò subito a difendersi per l'avvenire e anche un pochino a vendicarsi, per lo spavento avuto. Giorgio tentò ogni mezzo per acquetarla: la dolcezza, le carezze, le preghiere, i rimproveri;—niente: non c'era verso di smuoverla! Lalla ci teneva troppo a far sì che quella lezioncina fosse ricordata ben bene, e quando cedette finalmente, e solo perchè cominciava ad essere seccata lei stessa della propria ostinazione, volle ancora stravincere, e ci riuscì.
—Ebbene, io dimenticherò e perdonerò—disse a Giorgio che la supplicava,—ma ad un patto.
—Quale?… tutto ciò che vuoi!…
—Devi essere sincero e risponderesìono, francamente, ad una mia domanda.
—Ti dirò tutto!
—Fu tuo zio, fu Pier Luigi, non è vero, quello che s'è presa la briga…—e Lalla sorrise con malizia birichina—quello che s'è preso il bel divertimento di aprirti gli occhi?
—Scusa, ma prima di rispondere bisognerebbe…
—Osìono!…
—Ma…
—Sìono?
Giorgio la guardò facendole capire ch'essa aveva indovinato, ma non volle dirlo apertamente.
—Lo sapevo, sai, oh lo sapevo!… Quello invece che non sai tu, è perchè il tuo caro zio mi odia.
—No, Lalla, non ti odia; anzi, ti vuol molto bene!
—Troppo… troppo bene!…—esclamò Lalla, diventando rossa, palpitante di vergogna e di collera.—Sai, Giorgio? ho dovuto difendermi a viva forza! Mi ha baciata a tradimento!… L'ho scacciato dalla mia stanza!… Per questo si vendica!
—Lui?… Pier Luigi?… Pier Luigi?!—esclamò Giorgio balzando in piedi.
—Sì!… Soltanto perchè era lui… Pier Luigi… perchè era tuo zio, ho taciuto…. ho soffocato tutto dentro di me!…. Ma quanto piangere, Giorgio! Piangevo sola, di nascosto, piangevo di vergogna, di collera, di ribrezzo!… Dio, Dio, che giorni, che notti orribili! Ma speravo di poter risparmiare, almeno a te, questo gran dolore! Invece ora… non posso più tacere; mi sento il dovere, ho il dovere di dirti tutto. Speravo che il modo col quale l'ho trattato potesse bastare; invece no; mi sono ingannata! Cattivo e perfido, quanto è brutto, ributtante! Approfittò della mia stessa bontà per farmi del male, per avvelenare il nostro amore! È un'infamia!… È infame!—E Lalla, tutta tremante per l'urto dei singhiozzi, finì scoppiando in un pianto dirotto.
Giorgio, pallido, smorto, non disse una parola. Oh, se Pier Luigi gli fosse capitato dinanzi in quel momento, egli lo avrebbe schiaffeggiato… ammazzato.
Ma poi non potè reggere a lungo: quel miserabile che aveva insidiato il suo onore, insidiata sua moglie, era il fratello di sua madre!… E si buttò sopra una poltrona coprendosi il volto con le mani.
Lalla cessò dal piangere, si strinse al petto di Giorgio e lo coprì di baci.
—Nino mio, Nino mio! La tua Lalla ti vuol tanto bene!….
Giorgio sospirò, scrollando il capo; Lalla, tenera, affettuosa, sedendosi sulle sue ginocchia, stringendolo colle belle braccia odorose, tornò a baciarlo, continuò a baciarlo, sussurrandogli parolette care e deliziose ch'erano altrettante carezze:
—Oh, Nino mio, tu sei stato ingiusto colla tua piccola Lalla e l'hai giudicata a torto; hai dubitato di lei, del suo affetto per te: l'hai sgridata, l'hai spaventata con una scena terribile; l'hai costretta a scappar via da Borghignano a precipizio, e tutto ciò per che cosa?… per chi?…. Per un brutto cattivo!… Ma d'ora innanzi crederai sempre alla tua Lalla, vero?… alla tua Lalla che ti vuol tanto bene!…
—Sì.
—Crederai sempre a me?… E a nessun altro?…
—Sì!… Sì!…—rispose Giorgio vinto, consolato, innamorato; e Lalla, in compenso di una tale promessa, lo fece delirare con un furore di baci.
In quella commozione e in quel trasporto la duchessina era spontanea e sincera.—Povero Giorgio, tanto buono!—Era contentissima di non aver rimorsi e il Vharè non lo voleva più vedere, sentiva che non lo amava più. No, no; non voleva più saperne di sotterfugi: aveva avuto troppa paura. Sentiva ancora, come in quel malaugurato venerdì, i passi di Giorgio, quando si avvicinava al salottino:—Dio, Dio! Che angoscia!… che momento terribile…
Ma, dopo qualche giorno, ormai pienamente sicura di suo marito, ricominciarono le inquietudini per via del Vharè.—Come avrebbe egli accettata quella scomparsa improvvisa e, sopratutto, quel suo continuo silenzio?…—Lalla, appena a Santo Fiore, aveva pensato se gli doveva scrivere, tanto per calmarlo.—Ma, poi, per mandargli la lettera?—Di chi si sarebbe fidata?—Della Nena?… E se Giorgio l'avesse spiata e scoperta?… Allora… allora suo marito avrebbe avuto ragione di credere anche quello che non era, perchè lei, infine, non avevarimorsi!—Non sarebbe stato prudente nemmeno il valersi, come al solito, dei libri. Giorgio, che non era uno stupido, avrebbe capito subito il contrabbando.—Era meglio lasciar correre l'acqua per la sua china…—e lasciò correre.
Per altro, passato molto tempo, quando fu sicura che il Vharè non pensava, nè avea mai pensato di correrle dietro, allora si sentì un po' mortificata.
—Ma dunque?… non era innamorato come diceva?… Si rassegnava a perderla, e per sempre, senza ribellarsi, senza fiatare?… Oh,—allora, per ripicco, voleva mostrarsi indifferente anche lei!…—E per ciò, quando arrivarono le prime visite della Bertù e della Calandrà, la contessa Della Valle fu di buonissimo umore, raccontando che vedeva molta gente, che andava alla caccia, che andava a cavallo, insomma che si divertiva dalla mattina alla sera. E tutto ciò perchè il Vharè lo sapesse e fosse convinto che se lui si era subito confortato, anche lei non moriva di dolore!… In tal modo, senza che Lalla se ne fosse accorta, il bel marchese, uscitole dal cuore da una parte vi rientrava dall'altra; sempre, è vero, per stradette oscure e recondite chè, direttamente, lì dentro per la strada maestra, non vi entrava nessuno.
Cessati tutti i timori, quella rottura col Vharè le spiacque anche per un'altra ragione: Pier Luigi, la Bertù, la Calandrà, Gianni Rebaldi, tutti insomma i pettegoli maligni di Borghignano, avevano ragione di stare allegri; avevano ottenuto il loro scopo; quello, cioè, che il Vharè non le andasse più in casa, e non le facesse la corte.
Ogni volta che pensava a questo fatto, e nella solitudine di quella sua vita uniforme e noiosa Lalla ci pensava troppo di sovente, si sentiva rodere per un po' di rabbietta. A poco a poco, essa cominciò a dir male del mondo e dellasocietà; le sue parole erano piene di amarezza; tutti erano—cattive lingue—tutti erano—maligni—e quando la Calandrà e la Bertù ritornarono a Santo Fiore—perchè d'autunno e di primavera esse andavano in giro per le ville, a scroccare pranzi e colazioni—furono ricevute da Lalla tanto freddamente, che non osarono ripetere l'improvvisata.
Un altro signore che si ebbe un'accoglienza non molto cordiale in casaDella Valle, fu Pier Luigi; questi, come aveva promesso a ProsperoAnatolio, era venuto dopo lecorsedi Varese a Santo Fiore, perriprendere la Giulia.
—Allontanare Pier Luigi da Giorgio!…—Lalla trionfava; ma col marito si mostrò dolentissima di essere la cagione innocente di quella rottura, e lo consigliò, lo pregò, lo supplicò a non fare scene, e lasciar correre.
—Quello che gli stava ben detto, glielo aveva saputo dir lei; ma non conveniva inimicarselo; ormai lo conoscevano, e perciò del male non poteva più farne.
Giorgio le promise tutto ciò, ma non andò a prendere lo zio alla stazione, e anche al Villino gli fece un'accoglienza glaciale.
—Ah, ah!… la colombina, ha confessato, la colombina! Sicuro, ha confessato il peccato mio per nascondere il proprio!—borbottava Pier Luigi, che aveva tutto indovinato.—Me l'ha fatta; ma me l'ha fatta bene, ed a tempo. Eh, c'è sangue, c'è!… Un po' che volesse ingrassare, sarebbe una perfezione, sarebbe! Io mi tenevo sicuro che non avrebbe parlato!Diabolo….Diabolo!…. Se ho cercato di saltare il fosso, la spinta, per altro, me l'ha data lei e secondo le buone regole avrebbe dovuta tacere! Ad ogni modo… è carina; e perciò bisogna accordarle le attenuanti. Ha parlato solamente quando ha capito che era utile e necessario. Sono stato un imbecille, sono stato, a voler predicare la morale. Forse, colla pazienza e perseveranza chi sa?… Povero Giorgio! Per lui sarebbe stato molto meglio se avesse sposata la Giulia… Per lui, e per me. Almeno io avrei finito di fare il padre nobile, avrei finito.
Di questa rottura, chi ne sentì più forte il dispiacere, fu Prospero d'Eleda. In famiglia, è naturale, si notò subito la freddezza fra Giorgio e lo zio, e il d'Eleda si adoperò a tutt'uomo per sapere che cosa diamine fosse accaduto!
Era un dovere per lui, in quel caso, di mettersi in mezzo e far da paciere. E si arrabbiava con Maria perchè non lo secondava con bastante calore; ma la duchessa sospettava intorno la verità e, troppo delicata per parlarne con chicchessia, approvava in cuor suo la condotta di Giorgio. Il duca, invece, borbottava e smaniava, dichiarando energicamente che se il signor conte era matto, buon padrone! Lui non voleva seguirlo sul terreno delle sgarbatezze, e fu fissato che Pier Luigi, in dicembre avrebbe ricondotta Giulia a Borghignano per tener compagnia alla duchessa quando i Della Valle sarebbero ritornati a Roma.
La duchessa, infatti, aveva bisogno di compagnia e di svago, perchè andava peggiorando di giorno in giorno. Santo Fiore e le passeggiate le avevano fatto più male che bene, e invece di andare a Roma coi figliuoli, come sarebbe stato il primo disegno, doveva rimanere a Borghignano per curarsi. Prospero Anatolio sarebbe rimasto a Borghignano anche lui e finalmente in marzo o in aprile, avrebbe potuto tornare a Roma per i lavori del Senato. Povero duca!… Egli si sacrificava (e lo diceva a tutti, sospirando) a cagione della salute di sua moglie, e degli studi di un nuovo progetto sulla riforma e sulla cessione in appalto delDazio consumo, che aveva sollevato, nel Consiglio e fuori, un forte partito avverso all'Amministrazione d'Eleda.