XXVI.

L'ultimo giorno che i Della Valle rimasero in villa, pareva ancora un giorno tepido di ottobre. La campagna anch'essa ha le sue civetterie e molte volte, quando noi siamo sulle mosse per abbandonarla, ella sembra adornarsi, farsi più bella, più gaia, ringiovanire, quasi volendo lasciare nel nostro cuore, col suo ultimo ricordo, un desiderio e un rimpianto.

La Giulia e Pier Luigi, se n'erano andati da vari giorni e a Prospero Anatolio, dopo quella partenza, erano capitati addosso tanti conti da regolare e da rivedere, da non lasciargli nemmeno il tempo, assicurava lui, lamentandosi, di respirare. La brigatella si trovava dunque ridotta a due sole coppie: a Lalla che camminava davanti con miss Dill, e a Giorgio con Maria un po' più indietro.

Giorgio, durante quella passeggiata che, in certo modo, si poteva dire di commiato, scherzava amabilmente intorno a quell'avversione che Maria, negli anni passati, sembrava nutrire per lui.

Maria, scherzando a sua volta, si schermiva con molta finezza, ma poi, fatta più seria, concluse che quelle accuse non avevan ombra di fondamento: se gli fosse stata nemica e se, invece, non lo avesse molto stimato, non gli avrebbe mai concessa in moglie la sua figliuola.

—Oh, in quanto alla stima, siamo d'accordo! ma fu la vostra confidenza, fu la vostra affezione che mi toglieste ad un tratto. Perchè?… Questo è il problema!

Maria, tornò a ripetere che non era vero, che si ingannava; non si sentiva bene e ciò la metteva spesso di malumore.

—No, no,—insisteva l'altro,—voi non mi dite tutto; no, non posso ingannarmi, vi conosco troppo bene. Forse, adesso, vi siete ricreduta, forse adesso mi avetequasiperdonato, e soltanto per il grande amore che sento per vostra figlia.

—Sì, sì; vi sono molto riconoscente di… del vostro affetto perLalla; per mia figlia. Giuratemi, giuratemi che l'amerete sempre così!

Giorgio, premendole il braccio, la guardò lungamente, in un modo che valeva assai più di qualunque risposta.—Voi credete, non è vero, che al di là… Voi credete che ci siaun al di là?

—Oh, se ci credo!—rispose Maria levando al cielo gli occhi umidi e lucenti, con un'espressione che rivelava tutto il suo favore e tutta la sua fede.

—Ebbene,—continuò Giorgio, indicando Lalla amorosamente—ancheal di là… io l'amerò sempre così, perchè la mia anima è piena di lei, come il mio cuore.

—Grazie… grazie.—Ma la poveretta non potè continuare, interrotta da un urto di tosse forte e doloroso come un singulto.

Giorgio si fermò guardandola colpito.

—Vi sentite male?

—No, no; è passato;… anzi, mi sento meglio; molto meglio. Le vostre parole… il sapere che voi amate mia figlia… Sono contenta, mi sento tanto felice—è la mia gioia più grande, questa; è la gioia che mi farà forse, guarire.

—Allora, in cambio della mia promessa, ne voglio un'altra, da voi.

—Quale?… Quale?…—La voce di Maria si era fatta tenue come un sospiro, come un gemito.

—Quando ritorneremo da Roma, vi troverò buona, come siete buona… adesso?

—Sì; fate felice mia figlia, amatela sempre sempre, e sarò buona, ve lo prometto.

—Grazie,mamma, grazie!… Oh se sapeste quanto vi voglio bene!—E Giorgio, così dicendo,—erano soli nella stradetta,—l'abbracciò con improvvisa tenerezza e le baciò i capelli e la fronte. Maria gettò un grido; Lalla e miss Dill si fermarono voltandosi; ma Lalla indovinò tutto e correndo presso la mamma e abbracciandola, come aveva fatto suo marito, finse amabilmente d'esserne un po' gelosa.

—Sì, sì,—esclamò Giorgio,—l'amo più di te! assai più di te!—E presale una mano, si tirò Lalla sul cuore, e la baciò, la strinse con tanta passione, da rendere ancor più evidente il giuoco di quelle parole.

Miss Dill, commossa e muta dinanzi a quella scena si tolse ilpince-nez, e colla punta del dito mignolo si asciugò lentamente due lacrime: una per occhio.

La contessa Della Valle, ritornata a Roma, si trovò con pochissimi adoratori. Oramai non era più una novità e poi correva la voce che a lei piaceva scherzare, ma che, allo stringer dei conti, lasciava tutti con un palmo di naso, e citavano l'esempio del Vharè.

—È innamorata di suo marito,—dicevano, e questacalunnia, inventata ad arte dalle donne, e messa in giro dagli uomini, toglieva ogni attrattiva alla povera contessa. Il corteggiarla non era di moda; anzi voleva dire… fare la figura del novizio. A teatro, visite corte, per paura delpozzo; in casa, qualche onorevole, amico del marito, e nessun altro. Alle feste da ballo i giovanotti eleganti le parlavano appena, tanto erano affaccendati. Non già che la trascurassero per farle dispetto, ma, in fine, non avevano tempo da perdere e consumavano le loro fiamme per altre divinità che si sapeva—si sperava—non facessero languire i supplicanti. La duchessina, era innamorata di suo marito; dunque, era anche troppo se con lei sacrificavano, per turno, qualche quadriglia o qualche giro delcotillon. Lalla si mostrava amabile, lusinghiera, più carina che mai; cercava, tentava tutte le suerisorse; ma non riusciva a ritornare in auge.—Innamorata di suo marito?—Non c'è niente da fare.—E non se ne curavano più.

Lalla ci soffriva assai; e quando tornava a casa stanca e seccata, pensando alle emozioni e ai trionfi dell'anno prima, le veniva da piangere. In quelle notti sognava spesso il bel marchese Vharè, quando la stringeva fra le braccia e vagavano voluttuosamente, trascinati e travolti dall'onda calda del valzer, mentre tutto il bel mondo le si affollava d'intorno, pieno di ammirazione e di entusiasmo. Allora sì… allora sì, era felice!… Ma allora la gente non era tanto stupida; allora non la credevano innamorata di suo marito. Chi mai aveva inventata quella sciocchezza?… E così, in cuor suo, la duchessina sperava sempre che il bel marchese non l'avesse dimenticata interamente; sperava sempre di vederlo tornare da un momento all'altro; ma ben presto dovette perdere anche la speranza. Il Vharè era a Nizza a passare l'inverno e a giocare; in quei giorni egli aveva avuto un duello molto grave, finito colla peggio del suo avversario, e, in proposito, si faceva il nome di una notissima signora milanese.

Quando fu raccontato questo fatto alla contessa Della Valle, Giorgio era con lei, e quando rimasero soli, Lalla non potè a meno di esclamare, con un misto di amarezza e d'ironia:—Adesso non avrai più paura che il Vharè mi faccia la corte!

Era proprio gelosa di quella nuova avventura.

—Come il—perfido—l'aveva subito dimenticata!… Almeno lo avesse fatto per vendicarsi di lei!…—E di tutto ciò, chi più ne portava la pena era, naturalmente, il marito. Ne portava la pena senza averne alcun vantaggio; diventando sempre più innamorato, e quanto più Lalla era nervosa, tanto più, per amore e per timore, egli ne subiva l'influenza, in casa, fuori di casa, e persino alla Camera, dove il suo colore politico sbiadiva a vista d'occhio, mentre invece il duca Prospero avanzava ogni giorno, giovanilmente, verso le idee liberali.

Lalla, era spesso triste e si sentiva come sfiduciata. Anche a Nervi, dove si recavano l'estate coi d'Eleda. perchè i medici avevano prescritto a Maria l'aria del mare, il suo umore era inquieto e lunatico; e fu ancora peggio quando, alla fine, ritornarono a Borghignano.

Borghignano, in quei giorni, era commossa da un grande avvenimento: la Presidenza del teatro dell'Opera aveva scritturata, per la prossima stagione di carnevale, nientemente che ladivaSoleil per cantare nellaForza del destinoe nell'Aida. Non si parlava d'altro; e tutti, pareva si fossero data la parola per riferire e ripetere alla Della Valle, magnificandola, la straordinaria notizia. I Lastafarda, il Rebaldi, il Toscolano discutevano dinanzi a lei, se e quando ladivaaveva fatto la pace col Vharè; ma poi, sopravveniva la Calandrà a tagliar corto; e marcando le parole, per ferire Lalla nel vivo, assicurava che il Vharè le aveva fatto capire che la Soleil, per il suo spirito bizzarro e originale, era l'unica donna che gli aveva fatto impressione e che non avrebbe potuto mai dimenticare. Anche la Bertù (quella stupida, quella mummia a freddo della Bertù!) diceva di aver veduta la Soleil a Torino alCircolo degli Artisti, e che aveva l'aria moltocomme il faut; era un modo qualunque, ma buono, per far scontare a Lalla la sua freddezza di Santo Fiore e la sua accoglienza così poco gentile e poco incoraggiante.

Lalla, partì da Borghignano col cuore gonfio di dispetto e di amarezza. Sentiva gelosia contro il Vharè, trovava che con lei s'era condotto assai male, le pareva di essere stata ingannata e tradita; insomma era molto infelice, e prometteva a sè stessa che, per vendicarsi, non l'avrebbe riveduto mai più. Invece, lo rivide presto, prestissimo; lo rivide tal e quale, col suo volto pallido e beffardo e colla sua aria alla lord Byron. Questa volta, guardando il Vharè, la duchessina sentì battersi il cuore con violenza, e per amore e per puntiglio, per far dispetto alla Calandrà, alla Bertù e a tutti i pettegoli di Borghignano che l'avevano angustiata, per punire gli imbecilli di Roma che l'avevano trascurata, e finalmente per il suo trionfo di donna, lo volle suo; volle rapirlo alla Soleil, volle rapirlo alla bella signora di Milano!

La contessa Della Valle era andata in quell'autunno a Torino col babbo e col marito, per assistere alle feste della Mostra Nazionale di Belle Arti.

Giorgio faceva parte della rappresentanza della Camera. Prospero diceva, ma non era vero, che gli seccava moltissimo quel viaggio—gli seccava per dover abbandonare sua moglie sempre malaticcia; ma come si fa?… Doveva alla sua volta rappresentare il Senato,—In verità, quando non c'era la Giulia, tutti i pretesti gli facevano comodo per andarsene a spasso e piantar la moglie, che, davvero, non era una compagnia molto allegra.

Erano arrivati a Torino di sera e avevano preso alloggia all'Hôtel d'Europa, e subito erano scesi, tutti insieme, nella sala da pranzo.

La sala a specchi, ad arazzi e a fregi dorati era illuminata con tre grandi lumiere cariche di globetti, di gocciole, di pestellini di cristallo sfaccettati. A quell'ora, tutte le tavole erano vuote, e solamente in fondo c'era ancora una comitiva di giovanotti eleganti e di ufficiali che si divertivano al giochetto della mela: un giochetto che consiste nel far girare attorno una mela infilata in un forchettone; ognuno dei commensali per turno, con un coltello deve tagliarne una fetta d'un colpo; chi fa cadere l'ultimo pezzetto ha perduto e paga lo sciampagna. Quando la Della Valle col duca Prospero entrarono nella sala, il giuoco era finito allor allora e lo sciampagna era stato perduto da un ufficiale, fra le grida e gli evviva dei vincitori: ma per altro appena comparsa una bella signora, tutta quella gente si calmò ad un tratto per guardarla.

—È molto carina! È molto elegante!… Chi è?

Lalla, seria seria, non voltò mai gli occhi verso quei signori, ma valendosi del giuoco degli specchi, aveva subito notato di aver fatto colpo; poi, improvvisamente, un colpo lo sentì lei al cuore: là, fra quella gente, c'eralui… il Vharè… Giacomo!…

Lalla, non arrossì, non si confuse. Fu Giorgio, il primo, a riconoscere il Vharè e ad indicarlo agli altri, dopo aver salutato con un cenno cortese del capo, perchè, adesso, gli spiaceva di essere stato ingiustamente freddo con lui e quasi sgarbato.

Il Vharè si alzò, rispondendo al saluto di Giorgio, e si avvicinò alla tavola della contessa Della Valle: strinse la mano a tutti e a Lalla, naturalmente, prima di tutti, senza mostrare il minimo turbamento; e dopo aver complimentato il loro arrivo a Torino, cominciò a discorrere del Morelli, del Michetti e diSatanella, un drammanuovissimoche si recitava alGerbinocon grande successo.

—Ci andremo domani?—chiese Lalla a Giorgio.

—Come vuoi.

—Temo, contessa, che non ci sarà posto: anch'io sono andato oggi per prendermi una poltroncina e non l'ho trovata.

—Se i signori desiderano dellefauteuillesper ilGerbino,—soggiunse inchinandosi un cameriere—albureau dell'hôtelcredo ve ne siano ancora; una famiglia che le voleva per domani, e che deve partire improvvisamente, le lasciò disponibili.

—Sappiatemi dire quante sono—ordinò Giorgio al cameriere. Questi uscì dalla sala e vi rientrò poco dopa con cinquepoltroncine: dal numero 18 al 22.

—Ne prendete una anche voi, marchese?—domandò Prospero Anatolio, rivolgendosi a Giacomo. Giacomo, non rispose subito, ma volle prima aspettare che Giorgio gli ripetesse l'offerta: allora soltanto accettò, ringraziando con un piccolo inchino.

La contessa Lalla non aveva detto una parola: tuttavia, assistendo a quello scambio di complimenti fra suo marito e…quell'altro, non potè a meno di sorridere fra sè. La presenza del Vharè non le cagionava nessuna commozione: pareva che lo avesse veduto il dì innanzi, pareva che l'avvenente marchese non fosse mai stato altro per lei che un buon amico. Essa mangiava quietamente, silenziosamente ed anche con discreto appetito, godendosi a rosicchiare igrissini.

Giacomo scambiò ancora qualche parola, poi raggiunse gli amici, che si erano alzati, e uscì con loro.

—È un grande chiacchierone, ma ha un certo spirito!…—esclamò il duca Prospero, appena il Vharè fu scomparso.

Il Della Valle approvò sorridendo, e non disse un ette contro il Vharè. Non voleva lasciar credere a Lalla di essere ancora in sospetto, e perciò cercava tutte le occasioni per mostrare la sua piena fiducia.

Lalla continuava sempre a rosicchiare igrissinie non mostrava nessuna preoccupazione per quell'incontro inaspettato. Tutta la sera fu di buonissimo umore e affettuosissima col marito; ma senza premeditazione, così, perchè si sentiva contenta, perchè si sentiva allegra, perchè le piaceva di essere a Torino. Il Vharè portava sempre l'anellino che gli aveva regalato lei, quello del Frascolini,—la turchina colle rose d'Olanda,—e ciò l'aveva fatta sorridere di compiacenza; e di più, aveva notato che sotto ad una disinvoltura apparente, il Vharè era impacciato e confuso.

Il giorno dopo, Giacomo non si lasciò vedere nè all'Esposizione, nè sotto i portici di Po e nemmeno all'albergo, all'ora del pranzo. Prospero Anatolio era malcontento di questo fatto, perchè lo avrebbe veduto volentieri per raccontargli tutte le feste e le cortesie di cui gli erano stati prodighi i Torinesi. Quella sera, dopo teatro, dovevano andare, lui e Giorgio, e accompagnati dal Sindaco di Torino, alClub del whist, e più tardi dovevano incontrare i ministri Miceli e De-Sanctis, coi quali erano stati invitati a colazione dal duca d'Aosta. Giorgio avrebbe fatto senza volentieri di quell'invito; ma ne sorrideva con compiacenza; invece Prospero Anatolio confidava a tutti che quella colazione era per lui una gran seccatura, una gran noia, ma internamente ne era beato.

Il marchese di Vharè capitò in teatro quando il primo atto diSatanellaera già verso la fine. Il Della Valle, salutandolo, passò nell'altra poltrona, rimasta vuota, e gli cedette il posto vicino a Lalla.

Lalla, quella sera, non solo era piacente, ma pareva bella; vestiva un abito di seta, d'un bianco a fondo giallo, coperto di trine e chiuso sotto al mento. Dalle maniche corte si vedeva uscire il braccio nudo quando guardava col cannocchiale, o quando si appoggiava mollemente col capo ad una mano. Aveva un cappellone bizzarro, guernito colla stoffa e le trine dell'abito, e di sotto alle tese larghe e lunghe il visino di Lalla, cogli occhioni grandi, appariva ancor più birichino e più carino. Con un cenno del capo sorrise appena al Vharè, poi ritornò attentissima al dramma, rimanendo immobile, ed esprimendo una commozione vivissima.

Il dramma, che in quel punto cominciava a diventare assai interessante, rappresentava una delle più ardite, delle più arrischiate variazioni sul tema eterno dell'amore.

Satanellanon era una donna; era un casopatologico. Essa inebriava di sè tutti quanti l'avvicinavano; e quando aveva fatto serpeggiare nei sensi dell'uomo un fuoco divoratore, ritornava fredda e impassibile. Cleopatra uccideva lo schiavo al quale il suo capriccio avea voluto concedere una notte di amore.Satanella, dopo i suoi baci, rendeva pazzo l'amante con un riso schernitore. Ma il poeta aveva rivestito il suo mostro con versi splendidi e ispirati; la maravigliosa attrice, che ne interpretava il carattere, oltre di aggiungervi il fascino delle forme magnifiche, sapeva infondervi tanta vita, tanta verità, tanto calore, che il pubblico, sedotto, si appassionava, si entusiasmava, s'innamorava anche lui diSatanella, e l'applaudiva con frenesia.

Il pubblico è un gran fanciullo: a volte capriccioso, crudele, diffidente; a volte credulo, sublime, minchione; ma sempre fanciullo!…

Alla fine del primo atto,Satanellas'incontra in un altrocaso patologico; un giovane biondo e forte, che riuniva la ferrea volontà d'un tedesco all'anima divampante di un italiano. Il seguito del dramma rappresentava appunto la lotta e la sconfitta diSatanella. Essa spensierata, credeva di poter ripetere lo stesso giuoco anche con lui; ma si accorge subito che ha da combattere con un avversario ben diverso dagli altri, e ne rimane impaurita e sedotta. La iena, che ha fiutato il pericolo, si leva, si scuote, gli gira d'attorno sospettosa, vorrebbe affascinarlo, vorrebbe sorprenderlo, poi, scorata, intimidita, riunisce ogni suo sforzo e con un anelito supremo tenta all'improvviso la fuga, ma invano!… Il nuovo amante l'afferra con una stretta poderosa, la scuote, la doma, la vince, eSatanellasoccombe volente e innamorata. Allora l'urlo di quelle due passioni che s'incontrano, che si urtano, che si confondono, solleva in tutto il teatro un'eco potentissima, eSatanellapalpitante, spettinata, scolorita è chiamata, invocata sei, sette, dieci volte alla ribalta da un pubblico inebriato, che non si sazia di rivederla, di salutarla, di festeggiarla, che l'applaude e che l'adora.

Lalla, pallidissima, aveva gli occhi molli di pianto, le labbra arse; era stanca, sbattuta dall'emozione. Quella donna così superbamente bella, quei versi di fuoco, tutti quegli applausi, quelle grida, quelle feste di una folla delirante; quell'aria greve, viziata della sala che le bruciava la faccia; quella luce, quei colori che l'abbarbagliavano, l'avevano confusa, sbalordita, trasportata. Non sapeva più dove fosse, non pensava più a nulla; questo solo sentiva, che il suo cuore batteva forte col cuore diSatanella.

Verso la fine del terzo atto, quando la bella eroina, stanca di lottare, si getta impazzita alla sua volta, e impazzita d'amore, fra le braccia dell'amante gridando—hai vinto!—con uno slancio, con una espressione così potente da sollevare nel pubblico unurràd'applausi, il Vharè toccò, accarezzò col piede il piedino di Lalla: Lalla non ritirò il suo; ma rispose a quell'invito con un premito più forte, e mentre lunghi brividi di voluttà la facevano fremere, essa, dimentica di tutto e, più di tutto, della vereconda ritenutezza che le era abituale, languidamente fissava Giacomo col seno anelante e colla bocca socchiusa, dalla quale pareva pure fosse per prorompere l'hai vintodi Satanella.

Finito il dramma, Lalla rimaneva sempre muta e immobile. Fu Giorgio a chiamarla, a scuoterla dal suo rapimento.—Vuoi che andiamo, cara?—Allora ebbe un tremito: si alzò, senza rispondere; aiutata dal Vharè e da Giorgio, si accomodò intorno lo scialle; poi si mosse come trasognata, conSatanelladinanzi agli occhi, con la sua fosca passione nel cuore, e nella testa, ancora intontita, l'eco viva, assordante degli applausi.

Si avviarono tutti insieme, passo passo, verso i portici di Po, per ricondurre Lalla all'albergo; piovigginava e c'era un'aria fredda, frizzante. Giorgio discuteva diSatanellacome opera d'arte, e gli pareva immorale. Prospero Anatolio, altro che immorale, la giudicava addirittura indecente! Il Vharè pensava a tutt'altro, e Lalla stretta nello scialle, e senza saperlo, pensava anche lei a ciò che pensava il Vharè.

—Non sono che le dieci e un quarto,—disse alla fine Prospero aGiorgio, cambiando discorso,—dobbiamo andare al club?

—Come vuoi; ci fermeremo molto?…

—No, no. Un'oretta, non più. Sono troppo stanco.

—Vuoi fermarti al caffè? Vuoi prendere qualche cosa?—domandò Giorgio rivolgendosi alla moglie.

—Ho detto alla Nena che mi farò il thè. Se posso offrirgliene una tazza, marchese?… Le farà bene.—Lalla, sorridendo, si era rivolta al Vharè, con una finezza tutta sua. Giacomo, capì l'amabile malizia e rispose un—grazie—che non era nè unsì, nè unno.

—Quando ritorneremo dal club,—soggiunse Giorgio,—ne prenderemo una tazza anche noi; non è vero, Prospero?

—Oh, per me, ti ringrazio. Appena sono libero, scappo a letto!

Erano giunti sotto l'atrio dell'albergo. Il Duca strinse la mano alla figliuola e sollecitò Giorgio perchè si sbrigasse; ma Giorgio aveva ricevuto dal cameriere due o tre lettere e stava sfogliandole. Quando ebbe finito, Lalla e la Nena, la quale, avvisata del ritorno della padrona era scesa ad incontrarla, si avviavano su per lo scalone. Giacomo, intanto, era scomparso.

—Dov'è andato il Vharè?—domandò Giorgio, che voleva salutarlo.

—Non so,—rispose Lalla come distratta—non lo vedo.

—Andiamo, fai presto!—borbottò Prospero, impazientito.

—Mi aspetti alzata?—chiese ancora Giorgio a Lalla. Quella sera egli non sapeva staccarsene.

—Sì.

—Fra un'ora, sai; non di più. Addio cara.

—Addio, Nino; vieni presto.

Il conte Della Valle se ne andò col suocero.

Lalla non sapeva, davvero, dove il Vharè si fosse nascosto; non lo vedeva più. Tuttavia, lo sentiva… Era lì… lo sentiva. Era lì presso… aspettando il momento di trovarla sola. Il quartierino della contessa Della Valle era un po' alto; essa cominciò a salire le scale adagino, con un'indolenza fiacca e cascante, poi, quando giunse al primo piano, si fermò un poco, come per riposare, indugiandosi nellaSala di lettura, ordinando alla Nena di precederla, di accendere la lucerna ed il fuoco e di preparare ilbouilloireper il thè. Rimasta sola, si era appena messa a sfogliare l'Illustrazione, quando Giacomo le comparve dinanzi.

—Contessa, le domando perdono della libertà che mi prendo, ma avrei qualche cosa di suo da restituirle.—Così dicendo egli s'era tolto ed offriva a Lalla l'anello del Frascolini.

Lalla lo prese, lo guardò, sospirò, poi, colla testina bassa, senza alzare gli occhi, prese la mano di Giacomo e tornò ad infilarvi l'anello.

—Cattivo!… Mi dia il braccio. Mi sento stanca, stanca….

Egli non si mosse: la guardava serio, fisso. Ma Lalla gli si avvicinò, e passando il suo braccio sotto il braccio di lui, cominciarono a salire insieme lentamente.

Lalla doveva essere davvero molto stanca, perchè si appoggiava tutta al braccio di Giacomo, fermandosi ancora, ad ogni ramo di scala, con atteggiamenti pieni di amorevolezza; e siccome, ad un certo punto, Giacomo si fermò risoluto, come per domandarle conto del suo abbandono:—Ho avuto paura,—ella gli disse.—Dio, Dio: credevo morire dalla paura. Ero sola: li avevo tutti contro di me… Più tardi, mi sarei arrischiata a farle avere mie nuove, ma lei… lei, dov'era andato?—E non aggiunse altro; capiva bene d'essersi abbastanza spiegata e giustificata.

Quando arrivò sull'uscio del suo piccolo quartierino si sciolse dal braccio del Vharè, entrò, attraversò l'anticamera, seguita da quell'altro, sempre un po' imbronciato, e si fermò nel salotto: la Nena aveva accesa la lucerna, che da una campana smerigliata diffondeva una luce ristretta e tranquilla. Sul caminetto i fastelli scoppiettavano levando una vampa viva, mobilissima; sul tavolo, in mezzo alla stanza, una fiamma azzurra, debole, incerta, faceva grillettare l'acqua del thè.

Lalla sciolse lentamente i lunghi nastri del cappellino, che la Nena portò nell'anticamera; ma lo scialle volle tenerlo, perchè aveva, freddo, e finalmente con un lungo—ah!—di soddisfazione, potè sdraiarsi sulla lunga poltrona accanto al caminetto.

—Desidera altro, signora contessa?

—No, va pure: quando tornerà il padrone ti chiamerò.

La Nena uscì.

Giacomo, immobile, diritto dinanzi al fuoco, appoggiato con un gomito al piano del caminetto, fissava Lalla senza parlare. La duchessina, così illuminata dal chiaror della vampa, aveva nell'insieme alcunchè di fantastico e di bizzarro. Lo scialle scuro, quasi nero, nel quale si teneva avvolta, contrastava coi colori chiari dell'abito, collo splendore delle braccia nude e coi vaghi riflessi dei capelli biondi, mentre il piedino, chiuso in una scarpetta a strie d'oro ricamate, sbucava fuori, colla punta sottile, come un serpentello curioso che, nascosto sotto le vesti, spiasse lo svolgersi di quel peccato.

Giacomo non voleva esser lui a rompere il silenzio e, sempre più oscurandosi in faccia, batteva il tacco sulla pedana con untic, tic, tac, convulso e minaccioso. E neppur Lalla ci si arrischiava a esser lei, e però di tanto in tanto fissava Giacomo con un'occhiata ch'era un rimprovero, un lamento e una preghiera, poi riabbassava il capo come mortificata, sfilando, con un moto delle dita febbrili, le frange dello scialle.

Durò a lungo quella scena muta; ma, anche tacendo, avevano cominciato a spiegarsi, a intendersi, a concludere che si amavano ancora, finchè Giacomo, il quale adesso guardando Lalla, la bruciava più delle fiamme del caminetto, le si avvicinò all'improvviso, preso da una subita risoluzione, e—Sai—balbettò—sai di avermi fatto molto male?!—Lalla rialzò il capo un'altra volta e un'altra volta fissò Giacomo negli occhi; ma lo sguardo di lei non era più triste, non era più mesto; appariva inondato di dolcezza. Giacomo, chinandosi, teneva una mano stretta alla spalliera della poltrona. Lalla la vide e la baciò… la baciò, proprio, dove c'era l'anello colle rose d'Olanda… poi con un atto pieno di grazia infantile e di tenerezza, posò languidamente su quella mano la sua bella testina. Giacomo, pallido, tremante, s'inginocchiò per esserle più vicino, ma senza toglier la mano sulla quale ella aveva appoggiata la guancia, che scottava come avesse la febbre. Colle ginocchia, con mezza la persona, la duchessina toccava adesso il petto di Giacomo; ma non si ritrasse, non si mosse nemmeno; continuava a guardarlo, sorridendogli con passione infinita, e lui, inginocchiato fra le sue vesti, le raccontava con infinita passione, tutte le pene, le angoscie, lo strazio patito! Le disse di averla amata sempre, come un pazzo, come un delirante: le disse che invano aveva voluta odiarla; che invano avea tentato di dimenticarla, perchè la sentiva sempre nel cuore, nella mente, nel sangue, perchè la voleva. Lalla, continuava a tacere e a guardarlo, ma sotto la calda veemenza di quelle parole il suo volto ora sbianchiva affilandosi, ora arrossiva infocato; gli occhi umidi, profondi, lanciavano fiamme, e il petto le si sollevava anelante.

Giacomo la strinse più fortemente, e colla mano che avea libera, prese una mano di Lalla, poi il braccio, e accarezzandolo ne seguì le linee morbide, tondeggianti, penetrando nei caldi misteri della manica larga, guernita di trine. Egli pure anelava, smorto, tremante. La voce gli si rompeva rauca, ma parlava sempre. Non era più un rimprovero il suo, non era più un lamento; era una preghiera audace, insistente, che tentava Lalla, che la stordiva, avvolgendola in un assopimento, in un'inerzia voluttuosa. Ella si teneva stretta intorno lo scialle e si teneva ancora colla testa appoggiata sulla mano di Giacomo, ma i suoi occhi, a poco a poco, s'erano spenti, aveva la bocca socchiusa, le labbra umide, tremanti, come se nell'estasi sua volesse rispondere coi baci a quell'inno d'amore…

A Giacomo, frattanto, le parole uscivano sempre più rotte, confuse, poi tacque ad un tratto e baciò avidamente quella bocca umida, odorosa che lo tentava; baciò i capelli, gli occhi, di Lalla, la coprì tutta di baci. Lalla si scosse, abbrividì, spalancò gli occhi esterrefatta, ma poi, sciogliendosi dello scialle e sfavillando negl'improvvisi riflessi della sua veste gialla, cacciò le mani nei capelli di lui e balbettando—chiamami Satanella!—con voce rotta, soffocata—chiamami Satanella!… Satanella tua!—si abbandonò così, senza muoversi dalla poltrona, dimentica di tutto, senza lacrime, sorridendo, vinta dai sensi e dalle immagini che le tumultuavano nella mente.

A poco a poco, quando il calore del loro sangue si fu intiepidito, quando all'ebbrezza delirante seguì il dolcissimo e lento risveglio, Giacomo, accoccolato alle ginocchia della sua cara, cercava di riprenderle la mano, ch'ella adesso teneva nascosta sotto lo scialle, per tornare ad accarezzarla; ma Lalla si ritrasse come una sensitiva, e con un'occhiata ed un sorriso significantissimi indicò la porta del salottino. Giacomo sorrise della loro imprudenza e del pericolo che avevano corso; passò nell'anticamera a vedere se l'uscio era chiuso, poi, rientrando, si tirò dietro e serrò colla molla anche quello del salotto e ritornò a baciarla, ad accarezzarla.

—No, sai. Nino; ho paura, troppo paura…—gli rispose Lalla schermendosi.—Eglipuò venire, da un momento all'altro.

….Egliinfatti entrava là dentro poco dopo, e vide il Vharè, diritto, vicino al fuoco, appoggiato al caminetto, che fumava parlando dell'Esposizione, parlando di quadri e di statue, e Lalla, sdraiata nella sua poltrona, avvolta, stretta nello scialle, che lo ascoltava un po' stanca e un po' assonnata.

Sul fuoco la baldoria dei fastelli era finita; ma in mezzo al tavolo la fiammella azzurra, mobile, silenziosa dellatheiera, continuava a far bollire l'acqua che gorgogliava fumando. Nel salottino spirava un'aura di tranquillità e di pace che, certo, non dava nessun indizio delle passate commozioni, come, dopo la tempesta, la calma ritorna sul mare e vi diffonde una serenità limpida e gioconda che ricrea e che consola. Giorgio, entrando là dentro, col tepore dell'ambiente, sentì la soavità di quel benessere e di quella pace; però sorrise a Lalla, e si avvicinò al marchese di Vharè stendendogli la mano.

Se a Torino il duca d'Eleda si dava buon tempo, ciò non voleva dire che l'amministrazione comunale di Borghignano navigasse in placide acque: tutt'altro; ed anzi Prospero Anatolio, terminate le feste e ritornato con Lalla e con Giorgio a Santo Fiore, non vi si fermò che un giorno o due, poi corse precipitosamente in città per scongiurare la crisi. Chiuso, solo solo, e sballottato nel suocoupé, egli meditava il piano di difesa. Non c'era da farsi troppe illusioni: lo stato delle cose era molto grave. Fra i più formidabili nemici sollevati contro la Giunta municipale dal nuovo progetto per lariforma delle gabelle e la cessione in appalto del Dazio Consumosi schierava, con un accanimento spietato, anche l'unico organo dell'opinione pubblica di Borghignano, il giornale l'Omnibus, che, di punto in bianco, mutato l'auriga e rotta l'alleanza di prima, s'era messo al servizio dall'Opposizione.

Questo colpo, icostituzionali, laGiuntae il duca Sindaco, erano ben lungi dall'aspettarselo; capitò loro addosso, tra capo e collo, proprio come un colpo d'accidente. L'Omnibus, col fervore dei neofiti, non la risparmiava a nessuno—di quei signori dellacamorra—e menava botte da orbi: e ciò sia detto senza metafora, perchè appunto il suo nuovo direttore era orbo di un occhio: era ilcelebreFrascolini!

Fra le varie ditte aspiranti all'appalto del dazio comunale c'era anche unaSocietà Anonima, che s'era apposta costituita e della quale faceva parte l'antico direttore dell'Omnibus. Costui sostenne, da principio, a spada tratta, il progetto e le riforme proposte dallaGiunta, finchè ebbe la speranza che gli fosse aggiudicato l'appalto; ma poi, quando invece i signori del Municipio, non trovando abbastanza solide le garanzie proposte da quell'impresa, conchiusero il contratto con una casa bancaria di Genova, l'ira del direttore dell'Omnibusnon ebbe più ritegno. Egli cominciò dal fare una guerra sorda, coperta all'amministrazione d'Eleda; ma, per quanto avrebbe desiderato, senza contradire tutti i precedenti della sua vita politica e giornalistica. Si trovava sbilanciato, in certo qual modo, combattuto fra l'utile proprio e il propriopartito, e cercava una via di cavarsela con decenza, se non con onore, e… di vendicarsi! In quei giorni, bazzicava spesso negli uffici dell'Omnibus, per l'appunto, il Frascolini, il quale voleva combinare colla medesima stamperia della gazzetta un contratto per la pubblicazione del suo giornaleL'amico del contadino. Il direttore dell'Omnibus, da uomo pratico, subito, appena lo vide, trovò in lui tutte le qualità delloSparafucileche tornavano bene al suo caso.

—Coll'impianto di un giornale nuovo, tu,—e lo lusingavo con queltu, buttato lì come a un confratello,—tu ci rimetti de' bei quattrini per il gusto di dare al mondo un morto di più. Ti converrebbe meglio rilevare addirittura un giornale che avesse già i suoi abbonati, il suo nome, il suo pubblico, il suo ambiente insomma… mi capisci?

—Eh, per capire, capisco; ma io voglio spiegare le mie forze, voglio combattere qui, su questa zona di territorio.

—E chi ti dice il contrario?

—Ma di giornali, a Borghignano, non vedo altro che ilvostro; che il tuo!

—E così?… Se vuoi, io te lo cedo! È una mia creatura, lo amo come un figliuolo, ma in questo caso so di affidarlo in buone mani. Sono vecchio, sono stanco, sono seccato di questa vita, di queste lotte quotidiane. Credilo, caro Frascolini, a lavare la testa all'asino ci si rimette il ranno ed il sapone e poi si corre anche il rischio di buscarsi dei calci per soprammercato.

Comperare l'Omnibus?… Essere lui, Sandro Frascolini, il padrone, il despota, quello che avrebbe dettata la legge a Borghignano?… Poter mandare all'aria, nello stesso tempo, il Duca d'Eledacostituzionalee il Della Valleprogressista?… Ripresentarsi minaccioso, terribile, dinanzi alla signora Duchessina?—L'occhio di Sandrino,—peccato ne avesse uno solo,—scintillava fiammeggiando.

—Ma…—c'era unma.—L'Omnibusnon è un giornale del mio colore.

—E che importa?… Il colore d'un giornale è quello del suo direttore. Impara dall'America; perchè è dall'America che dobbiamo tutti imparare!

—Sicuro… sicuro. E quali sarebbero le tue pretese? Io non ne ho molti da spendere.

Allora intavolarono le prime proposte: un altro giorno si discusse più a fondo il negozio, e in una settimana e coll'intervento di un avvocato, scelto di comune accordo, fu combinato e accettato dalle due parti un contratto, in forza del quale, Alessandro Frascolini diventava il direttore-proprietario del giornale l'Omnibus, obbligandosi al pagamento di una certa somma, divisa in varie rate semestrali.

La notizia della vendita e della compera dell'Omnibusscoppiò come un fulmine a ciel sereno: imoderati, quei della Giunta specialmente, ne erano rimasti sbigottiti e andavano dicendo roba da chiodi dell'ex direttore del giornale, chiamandolo un Girella, un venduto, un farabutto. Però si vedeva che erano avviliti e che cercavano colle chiacchiere, colle scappellate, colle proteste di liberalismo e di verademocrazia, di crearsi degli aderenti e parare il colpo. Iprogressisti, invece, insuperbivano ed esaltavano il coraggio, il patriottismo, la lealtà e soprattutto ilcarattere anticodell'ex direttore dell'Omnibuse, per sottoscrizione, indissero un gran banchetto in suo onore. In quanto poi al Frascolini, il nuovo direttore, nessuno lo conosceva; ma per gli avversari, cioè per i moderati, era una canaglia, una specie di mezzo analfabeta, un fallito, un porco; per gli altri il vero tipo del giornalista americano, un carattere integerrimo, un grande amico di Cairoli e di Zanardelli.

Il Caffè di Borghignano era stato il centro di tutte queste commozioni; mattina e sera, non vi si parlava d'altro. Là si sparse, per la prima volta, la notizia della vendita dell'Omnibuse là arrivarono le prime informazioni intorno alla somma pattuita nel contratto, somma che subiva rialzi e ribassi favolosi; là si discutevano con pazienza e con amore i vari articoli del contratto. Il notaio che doveva redigerlo era uno della comitiva, e il giorno in cui fu messa la firma iprogressistiemoderatidel Caffè, tutti uniti e d'accordo, lo aspettarono curiosi, e appena capitò dentro gli furono addosso, se lo strapparono l'un l'altro di mano, soffocandolo sotto una grandine fitta fitta di domande, tante domande che non gli lasciavano nemmeno il tempo di rispondere, di capire, di tirare il fiato. Figurarsi poi come rimasero la prima mattina che il Frascolini, con un fascio di giornali sotto il braccio (lapostadel mezzogiorno), entrò nel Caffè a far colazione: pareva che tutti quegli avvocati e tutti quei cavalieri avessero mutato mestiere e vocazione: stavano attenti e attoniti a guardarlo, a studiarlo, ad ammirarlo, senza fiatare.

Il Frascolini, intanto, duro duro, faceva colazione, sfogliava i giornali, con un gran sussiego, e strapazzava democraticamente il cameriere. Quando ebbe finito e se ne andò via, scoppiarono tutti insieme a gridare pro e contro il nuovo direttore; e si riscaldavano specialmente per quell'occhio che gli mancava.

Lo aveva perduto in battaglia—no—lo aveva perduto in un duello—no—era stato accecato da un questurino durante una dimostrazione;—ma nessuno sapeva o diceva la verità.

Tutto questo gran rumore era quello che precede lo scoppio del temporale; e il temporale in fatti, anzi la tempesta, si scatenò sulla Giunta con articoloni sesquipedali che tuonavano fino dal titolo:Fame e camorra—I proletari—La tratta dei bianchi—L'agonia di un delinquente, ovvero gli ultimi giorni dell'Amministrazione d'Eleda,—catilinaria, infocata contro il duca Prospero Anatolio,—I tentennanti, ovvero i rossi di ieri,—fiera botta, diretta contro il deputato Della Valle.

Giorgio alzava le spalle e non ci badava; tutt'al più quelle sfuriate senza logica e senza grammatica lo mettevano di buon umore; ma il duca d'Eleda, che a Borghignano era sempre stato trattato coi guanti, leccato, adulato, ed anche discusso, ma col rispetto col quale si discutono le cose sacre, il povera duca d'Eleda, a sentirsene dire di cotte e di crude, e da un Frascolini qualunque, s'infuriava e diventava di tutti i colori, come i capelli del Rebaldi. Cominciò col dire che quel Frascolini bisognava farlo bastonare; che era un ignorante, un mariuolo; ma a mano a mano che quell'altro aumentava la dose delle ingiurie s'intimoriva sempre di più, e considerava l'Omnibuscome una forza, e domandò a Giorgio s'egli non credeva fosse il caso di avere un'intervistaper sapere, almeno, da quel Maramaldo, qual era lo scopo de' suoi attacchi, della sua guerra insensata. Il conte Della Valle non ne volle sapere; anzi, disse chiaro al suocero, che un tal passo, disdicevole sempre, nel loro caso particolare, sarebbe stato ancora più sconveniente e indecoroso, e gli lasciò trapelare qualcosa delle strambe impertinenze del Frascolini verso Lalla.

—Ah, già, già! Allora… allora, sicuro; bisogna lasciar correre!…—rispose sospirando Prospero Anatolio; ma nel suo interno pensò che Giorgio non era altro che un famoso egoista.

—Certo,—borbottava,—a lui le tirate di questo ciuco imbizzarrito non possono far nessun danno, e per questo si diverte a lasciar correre e a disprezzarlo. È infeudato, lui, nel suocollegio, e se quell'altro gli grida contro che smonta di colore questo gli giova, invece di nuocergli. Nel Consiglio Provinciale, poi, le votazioni sdrucciolano come l'olio! Ma vorrei vederlo un po' ne' miei panni. Oh, se vorrei vederlo, colla marea che monta e la tempesta che soffia da tutte le parti!… Quel becero affamato voleva fare il patito a Lalla?… Sciocchezze!… Sarà stato ubriaco, appunto come lo è sempre, anche quando scrive. Del resto Lalla è come la Giulia; a sentirle tutti s'innamorano come matti, appena le vedono, principi e villani!… E intanto chi si cura, chi si dà pensiero di questo povero vecchio?… Nessuno.—Ah, Signore Iddio, che mondaccio egoista!—e il duca sospirava, alzando gli occhi al cielo.

Quando, dunque, il senatore d'Eleda, sballottato nel suocoupé, ritornava da Santo Fiore a Borghignano per prepararsi alla battaglia ultima e definitiva, egli riandava nella mente tutta la storia degli ultimi avvenimenti si affaticava indarno per trovare, nel buio fosco e minaccioso, una qualunque via di salvezza.

La sua condizione e quella della Giunta era ancor più disperata perchè non potevano disporre d'un giornale per difendersi dalle accuse, per dissipare gli equivoci, per soffocare le calunnie che inventava e diffondeva l'Omnibusquotidianamente. Tutt'al più dovevano limitarsi a far scriverecorrispondenzesu qualche giornale di fuori, che poi arrivavano in ritardo a Borghignano e che l'Omnibusriproduceva stronche e alterate, con cappelli e code che toglievano loro ogni efficacia. Si era pensato, in quel frangente, di pubblicare un altro giornale, ma ormai era troppo tardi: un giornale nuovo non avrebbe avuto tempo di acquistarsi il credito, e uscito proprio all'ultima ora, apposta per difendere il Sindaco e la Giunta, avrebbe fatto più male che bene.

—Se il Frascolini fosse stato un uomo onesto e… abile? Perchè non provare… cercando d'illuminarlo sulla vera condizione delle cose?… Uno scopo, e recondito, ci doveva pur essere che lo spingeva in quella guerra fiera e sleale. Bisognava cercare di conoscerlo questo scopo e poi… poi chi sa; colle buone avrebbero forse potuto addomesticare la bestia!… Ma!…

Tuttavia… tuttavia se il signor conte Della Valle era un famoso egoista, il duca d'Eleda non voleva essere un minchione, e non era obbligato a seguirlo, tanto più che militavano ciascuno in un campo opposto. D'altra parte il Sindaco di Borghignano aveva non solo la suaAmministrazioneda difendere, ma eziandio l'utile superiore delpartito, al quale doveva sacrificare anche il risentimento personale. Poteva andare incontro a certa rovina, senza tentare ogni via per scongiurarla?

Poteva assistere impavido alla sua prossima sconfitta? Poteva vedere, in una parola, minacciato il reale benessere di Borghignano, della sua diletta Borghignano, senza tentare, per quanto almeno era fattibile, di scongiurare la catastrofe?… Sicuro, era assai penoso il dover scendere a spiegazioni con un Frascolini qualunque; ma, e perciò?… Doveva egli arrestarsi sulla via del dovere?—No, mai.—Quel passo era penosissimo, ma bisognava compierlo od ogni modo. Forte della sua coscienza, avrebbe sacrificato l'uomo privato all'utile del paese. Egli certo non voleva essere un perfetto egoista come il conte Della Valle; quel suo caro signor genero senza carattere, senza coraggio, senza iniziativa.

Meditato e approvato il bel disegno, Prospero Anatolio volle subito metterlo in esecuzione, e appena giunto a Borghignano mandò un bigliettino al direttore dell'Omnibus, pregandolo d'indicargli un'ora nella giornata, per discorrere insieme su vari argomenti di interesse pubblico.

Il Frascolini aspettava e desiderava da molto tempo un simile invito, e per ottenerlo più presto spingeva ogni giorno di più la violenza e l'acredine della sua polemica.

Egli aveva dubitato, prima ancora di rivederla a Santo Fiore, che anche l'ultima promessa di Lalla fosse stata una promessa bugiarda come tutte le altre. Ma quando s'incontrò con lei; quando la rivide, sebbene perdesse allora anche l'ultima illusione, tuttavia l'immagine di quella creaturafatalegli riaccese nel sangue un tumulto di memorie e di desideri, che la lontananza aveva solo intiepidito. La contessa Della Valle, colla sua indifferenza superba, non riuscì a cancellare Lalla dal suo cuore, soltanto, prima vi era circonfusa d'amore, e adesso invece, quella figuretta gentile vi sollevava impeti feroci di gelosia e di odio.

Sandro era smanioso d'incontrarla, di rivederla, di ridestare in lei qualche sensazione, fosse pure di sgomento, di essere ancora qualche cosa nella sua vita, fosse pur la sventura.

Egli la vedeva sempre, aveva sempre lasignorina, viva, dinanzi agli occhi; e nelle ore tetre, uggiose del giorno e nei lunghi sogni affannosi delle sue notti, tutto era pieno del sorriso, dei capelli biondi, del viso di lei, ora acceso d'amore, ora freddo e ironico ed ora pallido, scolorito, come in quei tempi beati delle loro angosciose ebbrezze di fanciulli.

Non curato dalla contessa Lalla, egli cercò della Nena colla quale aveva sempre tenuta viva l'amicizia, pensando di valersene in ogni evenienza; ma non potè trovarsi con la Nena che una sol volta, perchè la padroncina, già informata da miss Dill, aveva vietato aspramente alla cameriera di avere rapporti e tener colloqui col Frascolini.

Sandro, finchè rimase a Santo Fiore, non amava più, odiava la duchessina, e avrebbe dato tutto il suo sangue, pur di riuscire a vendicarsi. Tuttavia, quando egli si trovò a Borghignano, a cassetta dell'Omnibus, da quella posizione elevata sperò ancora di poter giungere fino alla contessa Della Valle; e a mano a mano che nella sua fantasia vagheggiava un seguito avventuroso di quell'amore infelice, l'odio nuovo svaniva e ritornava l'antico affetto colle belle illusioni e le sue belle speranze.

Nella breve dimora che la contessa Della Valle fece quell'anno a Borghignano, ritornando da Nervi per andare a Santo Fiore, il Frascolini cercò d'incontrarla ma non gli riuscì: incontrò invece la Nena, e allora, e perchè gli piaceva, essendo un bel pezzo di ragazza, e perchè avrebbe potuto valersene per vedere e spiare in casa della padrona, strinse i nodi a quell'amoretto; e una domenica, dopo averla condotta a passeggiare per viuzze deserte, la fece capitare nelle vicinanze degli uffici dell'Omnibus, che erano nella casa medesima dove c'era la tipografia del giornale, e dov'egli aveva il suo alloggio. Sandro, fingendo d'essere capitato a caso in quel luogo, offerse alla Nena di condurla a vedere le macchine: ma poi, dopo le macchine, dopo la stamperia, forzandola un po', violentando ino—no—debolissimi, paurosi ch'ella opponeva, volle mostrarle anche il suo quartierino e lì… E quando la Nena pallida, sconvolta uscì da quella casa, confessava a se stessa di aver fatto male, assai male, a disubbidire la padrona e a ritornare adiscorrerecol signor Sandrino.

Ma, oramai, era inutile il rimpianto, e la Nena, che aveva un debole per quel bel ragazzo e che in lui, anche adesso che il Frascolini aveva un occhio solo, vedeva sempre l'eroe deiDue Sergenti, da quella domenica in poi fu roba sua, tutta sua, anima e corpo.

Povera Nena!… Era tanto innamorata da non accorgersi nemmeno, da principio, che il suo amante le parlava sempre della sua padrona, più della sua padrona che di lei; ma ci badò più tardi e ne fu gelosa, e ne pianse.

In quel tempo, ricomparsa Lalla a Borghignano, si ritornò a discorrere dei suoi amori col Vharè, e la notizia giunse naturalmente anche alle orecchie del direttore dell'Omnibus, il quale, allora, ritornando a perdere le speranze, ritornò ad odiarla e d'un odio ancor più feroce di prima, perchè oltre di non amarlo più lui, Lalla adesso faceva peggio, ne amava un altro.

Domandò subito alla Nena, in uno di quei loro ritrovi domenicali, se era vera, propriamente vera la—infame tresca—; ma la Nena gli rispose negando tutto e arrabbiandosi contro quellepitocchedi Borghignano che dicevano male della sua padrona perchè era più bella e più ricca di loro.

—Se la signora contessa,—concluse poi—aveva agito male con lui—Sandro le aveva raccontato che era stata la sua amorosa e che erano stati soli insieme e che si erano baciati per notti intere—se la signora contessa aveva agito male con lui, bisognava scusarla, perchè allora era ancora una bimba, e non sapeva quello che si facesse, ma adesso era un angelo di virtù, e non amava altri che il signor conte.

Simili assicurazioni non calmavano certo il Frascolini: la signora contessa non avrebbe dovuto amare nemmeno suo marito, anzi suo marito meno degli altri. Non gli aveva giurato che lo sposava per forza?

Tutte queste contradizioni, tutti questi opposti sentimenti ispiravano ogni atto della vita del Frascolini e perciò egli aveva voluto far paura al duca Prospero perchè il duca, smessa la superbia, si facesse umile e cercasse di cattivarselo per averlo alleato, se non amico. Il Sindaco di Borghignano non aveva obbligo di usare molta deferenza verso il quarto potere? verso gli uomini dell'avvenire? E se lui, Frascolini, lo attaccava anche ingiustamente, non era tenuto a invitarlo a reciproche e franche spiegazioni? Non doveva illuminarlo perchè potesse condurre il suoOmnibussulla buona strada?…. Sicuro, Sandro Frascolini non desiderava altro che questo: condurre l'Omnibussulla buona strada, e lo desiderava per le aspirazioni del proprio cuore prima di tutto… ed anche per certi interessi, che egli chiamava—di tipografia.—È poi da notare che in questi ultimi tempi il Frascolini si era di molto dirozzato e aveva perduto un po' di quelle sue arie di cantante a spasso che lo facevano primeggiare nelle sedute burrascose delCircolo democratico degli Operai Agricoltori.

Sandro Frascolini entrò dal duca d'Eleda, serio, impettito, colla tuba e col vestito nero: il duca, gli corse incontro, scusandosi graziosamente di averlo incomodato; gli prese la mano che strinse cordialmente, con effusione, fra le sue, e lo fece sedere sul canapè.

Allora Prospero Anatolio cominciò a ricordare l'antica famigliarità dei Santo Fiore coi Frascolini; gli disse che si ricordava di lui, Sandro, quando era ragazzo e che si ricordava di suo padre col quale era stato sempre in ottimi rapporti—un uomo integerrimo operoso, intelligente!…—E a mano a mano commovendosi, concluse ch'egli aveva creduto di evocare tante care memorie per scusare e per spiegare in certo modo, il grave passo fatto dal Sindaco di Borghignano verso l'egregio uomo che dirigeva l'Omnibus, dal quale (e qui cominciava un pochino a riscaldarsi) egli non si sarebbe mai aspettato una guerra accanita, personale, ingiusta; no, mai, perchè si era abituato a considerarlo come un amico!…

Sandro, a questo punto, credeva che il duca avesse finito, ma questi, invece, non si fermò nemmeno per pigliar fiato e non lasciandogli il tempo di risponderci cominciò a giustificarsi, a difendersi, saltando da un argomento in un altro, dalDazio ConsumoalleRiforme, dallaCostituzioneallaProgressista. Poi tornò a commoversi, a intenerirsi, e finì coll'aggiungere che quella guerra dell'Omnibus,—accanita, personale ed ingiusta—aveva dato un gran dolore anche alla duchessa Maria, alla sua moglie diletta e… e (sospirò) e così malandata in salute.

Il Frascolini aveva la testa piena, confusa da tanti discorsi; non sapeva che cosa dire, non sapeva come regolarsi, non sapeva più se doveva accusare o se doveva difendersi.

—Veramente—cominciò poi, lisciando adagio, col palmo della mano, il cappello a cilindro,—veramente, la polemica sostenuta del nostro giornale non è diretta al duca d'Eleda, ma all'Amministrazione del Comune.

—E all'uno e all'altra, amico mio; ed anzi, se volete dirlo francamente, forse più all'uno che all'altra, ed è ciò che mi addolora, ed è ciò che mi sconforta, come uomo privato e come uomo pubblico.—Io posso aver sbagliato, avrò sbagliato… ho sbagliato! Ditemelo voi, chi è infallibile a questo mondo?… Ma l'Omnibus, viva Dio, mi attacca anche nelle intenzioni!… Sono in errore?… Le mie idee non si accordano colle vostre?… Il progetto delle nuove riforme, che mi costa tanti studi, tante veglie angosciose, lo giudicate improvvido?… Ebbene, discutiamolo! Dio buono, discutiamolo! Io non domando di più, non domando di meglio: discutere!… E se mi convincerete che sono in errore, sarò io il primo a ringraziarvi e a sottomettermi, perchè, credete, egregio e caro amico, io non sono un ambizioso! Io amo il mio paese al quale ho sacrificata la quiete, la vita: ecco tutto!

—Scusate—replicò Sandro, mettendo il cappello sopra una sedia, e familiarizzando con quelvoiche gli accarezzava l'orecchio.—Scusate, ma ammesso, come dite, che l'Ominibusabbia combattuto qualche volta il duca d'Eleda, ha combattuto solamente l'uomo pubblico, e non ha mai tirato in ballo l'uomo privato, quantunque…

—Grazie tante, ma…

—Lasciatemi finire! Quantunque anche l'uomo privato, abbia aspirazioni diametralmente opposte a quelle che informano la nostra vita di pubblicisti; perchè mentre noi siamo gli uomini dell'avvenire, siamo l'avanguardia, siamo… siamo… dirò così…—Il direttore dell'Omnibuscercava un'altra bella frase per tornir meglio il periodo, ma non riuscendo a imbroccarla dovette troncarlo a mezzo:—siamo liberali insomma,—soggiunse,—e voi no!…

—Ecco l'errore!… Ecco l'equivoco!… Ecco la grande Ingiustizia!—Non siamo liberali noi?—Non sono liberale io?—E Prospero Anatolio accavallò una gamba sull'altra, dondolandola democraticamente.—Non sono liberale?… Liberale lo sono quanto voi, più di voi. Sissignore! Solamente non voglio correre, voglio camminare…. per non dover precipitare, o peggio, per non dover tornare indietro.—A questo punto il duca Prospero sfoggiò un'eloquenza tribunizia da far strabiliare. Citò la Francia e la Germania, l'Inghilterra e l'America, il conte di Cavour e Leone Gambetta, gliultramontanie inichilisti, ifatti delle Romagne, Cantelli e la spedizione di Crimea; ilquarantotto, ilnovantatrèed ilsettanta; lalegge elettorale,l'abolizione del corso forzosoe latrasformazione dei partiti. I partiti—concluse finalmente,—che cosa vogliono, che cosa rappresentano i partiti in Italia? Qual'è la verademarcazionefra ladestrae lasinistra, tenuto calcolo, specialmente, delleoscillazionideicentri?Noi, vedete, amico mio, noi dai nostri stalli tranquilli del Senato teniamo d'occhio la baraonda della Camera giovane e… Volete proprio sapere qual'è lo studio più assiduo che vediamo farsi là dentro? Quello di cercare una scusa tutti i giorni, tutti i giorni un pretesto nuovo, per non venire fradestraesinistraa spiegazioni reciproche, per continuare nell'equivoco, altrimenti,—è chiaro come il sole—destri e sinistrinon avrebbero ragione di esistere.—Prospero Anatolio scoppiò in una risata, il riso fa buon sangue, e il Frascolini approvò.

—Ma vedete, duca Prospero—cominciò dopo un momento di silenzio,—noi…

—Noi siamoradicali?… È questo che volete dire?

—Appunto; rispose il direttore dell'Omnibus,—noi siamo radicali.

—Ma Dio mio, caro Frascolini, chi oggi non è radicale, non è repubblicano… in teoria?… Ci si cammina, non dubitate, ci si cammina, verso la repubblica; ma se non vogliamo esser noi stessi i necrofori dell'opera nostra, dobbiamo attendere lo sviluppo naturale degli avvenimenti, dobbiamo preparare il terreno gradatamente, dobbiamo educare il popolo a questa libertà benedetta, se no, gli potrebbe dare le vertigini! Ricordate le parole di un mio amico carissimo:—fatta l'Italia, bisogna fare gl'Italiani.—E perciò, è necessario uno scambio d'idee, un connubio, direi quasi, fra gli uomini dellapermanente, gli uomini di ieri, come sono io, cogli araldi della rivoluzione, cogli uomini del domani, come siete voi.

Il Frascolini non ci capiva più nella pelle!… Quantunque avesse viaggiato, fosse stato applaudito nellaFavoritae si trovasse ora alla direzione dell'Omnibus, in fondo in fondo egli restava sempre il ragazzotto di Santo Fiore, che, per tradizione di padre in figlio, riconosceva nel duca d'Eleda una autorità istintivamente subìta e che la lettura deiMisteri del Popoloaveva scossa, ma che non era riuscita a vincere interamente.

Quella familiarità del signor duca, quelvoialla buona, quell'amico mio, quelcarissimo Frascolinilo facevano arrossire di piacere, e per il momento non avrebbe potuto desiderare di più. Dalla burbanzosa protezione del signor Domenico, il sindaco sensale di Santo Fiore, era arrivato all'amicizia del duca d'Eleda!—Nei primi giorni del suo amore,—quando Sandrino passeggiava per la campagna solo solo, colle mani in tasca e il sigaro spento in bocca, fantasticando il romanzo del proprio avvenire, egli non era giunto ad immaginare un capitolo più luminoso. Che cosa ne avrebbe pensato la contessa Lalla sentendo suo padre parlare con ammirazione delcarissimo, dell'onorevole Frascolini?… Egli le aveva giurato che sarebbe arrivato a farsi un nome, una posizione e… e Prospero Anatolio lo chiamava amico, lo invitava in sua casa e lo trattava da pari a pari!… Oh la cara signora contessa avrebbe veduto bene come le sue promesse egli sapeva mantenerle!

Intesi e d'accordo in massima, sulla politica interna ed esterna, si cominciò a discorrere diffusamente intorno al progetto sullariforma delle gabelleed alla cessione in appalto delDazio consumo; l'argomento del giorno, come diceva il duca d'Eleda, o laquestione vitale e palpitante, come la chiamava Sandro Frascolini.

Il duca Prospero, cominciò allora a spiegare, al direttore dell'Omnibus, tutti i vantaggi morali e materiali che dovevano venire da tali riforme alle esauste finanze del Comune; gli fece toccar con mano che l'opposizione era mossa da interessi privati, e riuscì facilmente a convincerlo che il partito, ilcolorepolitico, ci entrava come il cavolo a merenda.

Il Frascolini, dopo di aver conservato un silenzio severo, e dignitoso, verso la fine del discorso approvò le conclusioni del duca d'Eleda con un lento chinar del capo; ma fece aspettare un qualche minuto il proprio responso. Pareva incerto, dubbioso, stringeva le labbra, chiudeva gli occhi, come per raccogliere meglio i pensieri; ma poi, finalmente, stendendo la mano a Prospero Anatolio che lo guardava sospeso:—Ebbene, sarò franco,—gli disse;—le vostre spiegazioni mi hanno quasi… non dirò… Mi hanno scosso in molti punti.

—Ne ero certo,—esclamò il duca—ma è troppo giusto; voi, caro direttore, non dovete credere soltanto a me, non dovete prestare cieca fede alle mie parole.—no e poi no;—ci dovete veder dentro coi vostri occhi.—A questo punto il Frascolini, che degli occhi ne aveva uno solo, diventò rosso visibilmente, e l'altro si accorse d'averla detta grossa; ma tuttavia al duca d'Eleda non mancava lo spirito, e tirò innanzi diritto senza interrompersi e senza nemmeno tentare di correggersi. Pregò il caro direttore a voler ritornare la sera di quello stesso giorno, alle nove. Avrebbe trovato gli altri membri della Giunta e così, dedicando al loro nuovo progetto un maturo e coscienzioso esame, egli avrebbe veduto se non fosse stato il caso, invece di combatterlo, di appoggiarlo.—Borghignano,—concluse poi, accompagnando l'egregio amico verso l'uscio del salotto,—Borghignano attraversa un periodo molto grave. Se io fossi un egoista, dovrei desiderare una maggioranza sfavorevole. Sicuro! Ho bisogno di riposo; mia moglie sta sempre poco bene e poi… e poi sono trent'anni, capite, caro Frascolini, sono trent'anni che combatto e che sto sulla breccia!… Se ne discorreva appunto anche l'altro giorno a Torino, col duca d'Aosta. La lotta, la battaglia non mi ha mai fatto paura. Anche trent'anni fa, vedete, io ero ritenuto un clericale; e allora, anche più d'adesso,—e sapete perchè?—Perchè sono sempre stato l'uomo dell'ordine, della prudenza, perchè ho predicato sempre, nella Camera e fuori—piano piano, chi va piano va lontano!E, infatti, ditemelo una buona volta, francamente; se non c'era una maggioranza che votasse leguarentigie, credete voi che i Governi stranieri avrebbero accettato i fatti compiuti?…—No!…—Oh! bravo!… Che ci sia almeno un uomo del vostro valore che mi rende giustizia. Chi ama il proprio paese, deve sacrificarsi, sfidando l'impopolarità, ed io mi son sempre sacrificato;… Dunque, come vi dicevo… vi dicevo che… ah, ecco, per me, se questa volta il Consiglio mi dà, come si dice, il voto nella schiena, io lo ringrazio tanto e lo saluto. Mi ritiro, domando la giubilazione!… E non ci avrei altro che da guadagnare. Tuttavia (lasciamo da parte, adesso, la mia persona), ritenendo che in questo momento la caduta dell'Amministrazione potrebbe essere causa di gravi danni al nostro credito, così, per non avere rimorsi, cerco, tento di tenere in piedi la baracca. Se poi non riesco, sia detto in amicizia, fra di noi,—e il duca d'Eleda si guardò attorno, come per assicurarsi che nessun indiscreto fosse lì, ad ascoltare,—sia detto in amicizia, se non riesco, tanto meglio!

Dal salotto, sempre discorrendo, Prospero Anatolio accompagnò l'onorevole pubblicista nell'anticamera, uscì con lui fino sullo scalone, e lì con un—dunque, a questa sera—ultimo e definitivo, gli tornò a stringere tutte e due le mani con espansione vivissima.

Sandro uscì dal palazzo d'Eleda felice, raggiante. Era arrivato finalmente!… Venivano a patti con lui, tutti queicanidi signori!… E quando si trovò solo in ufficio, non si potè più trattenere e fece un salto dalla gioia, canterellando, colla sua bella voce da tenore, un'arietta del repertorio favorito.

E la contessa Lalla?… Oh la cara contessa sarebbe stata sua! Ne era tanto sicuro, che non la odiava più, tornava a volerle bene.

La sera andò alla riunione della Giunta. Fra quei parrucconi si tenne sulla sua, usando ilnoicon molta affettazione, parlando lungamente di Law e dellibero scambio; ma, nello stesso tempo, lasciandosi menare bellamente per il naso.

Si combinò che l'Omnibus, riservandosi piena libertà d'azione per l'avvenire, in quel dibattito finanziario avrebbe appoggiata la Giunta. Il Frascolini ammise di non aver prima studiato a fondo il nuovo progetto, fidandosi di alcune notizie inesatte che gli erano state esposte; però, adesso, meglio informato, sentiva di doverlo difendere. Dichiarò di appartenere al grande partito democratico, ma di non essere al servizio di nessuno, e che non voleva imposizioni altro che dalla propria coscienza.

Il giorno dopo, fra la maraviglia e i più disparati commenti, uscì un articolo nell'Omnibus—Serio esame, ovverosia le nuove riforme—col quale il Frascolini trattava la questione dal punto di vista puramente economico. Era un passo indietro, fatto apposta per prendere lo slancio e saltare il fosso. Al primo articolo, infatti, tenne subito dietro il secondo:—La politica in Municipio—sostenendo l'Omnibusche il Consiglio comunale non doveva fare politica, ma soltanto una buona amministrazione; e poco dopo buttò via la maschera, schierandosi con tre colonne diFranche parole, ovvero gli interessi cittadini—fra i più caldi sostenitori del progetto presentato dalla Giunta. Allora fu la volta peicostituzionalidi andare in giro pettoruti, ed erano invece iprogressistiche scantonavano mogi mogi e costernati, dicendo corna dell'amico integerrimo di Cairoli e di Zanardelli.

Frattanto il giorno della battaglia si avvicinava e non c'era da farsi illusioni. O il progetto presentato dalla Giunta era approvato dal Consiglio, e allora l'Amministrazione d'Eleda restava al potere, oppure veniva respinto, e bisognava dimettersi.

Fra i soliti avventori delCaffè di Borghignanoc'era un orgasmo febbrile. La mattina, all'ora di colazione o la sera, dopo il teatro, non si faceva altro che scrivere col lapis, sui tavolini di marmo, il nome di tutti i consiglieri comunali, mettendo in fila—separatamente—quelli che avrebbero votato per ilsì, e quelli che avrebbero votato per ilno, poi facevano le somme; ma risultava sempre sul tavolino deiprogressistila maggioranza pelno, e su quello deicostituzionalipelsì.

Alla vigilia della gran seduta, la Giunta e i suoi aderenti si abboccarono un'ultima volta col Frascolini, in casa d'Eleda. Fu convenuto, dopo una discussione molto vivace, di pubblicare l'indomani stesso sull'Omnibusun ultimo articolo cannonata. L'Omnibussarebbe uscita apposta un'ora prima del solito, e l'articolo col titolo—All'ultima ora—era stato scritto da un egregio avvocato, segretario dellaCostituzionee fabbricere del Duomo. Fu discusso, corretto in qualche punto, e poi raccomandato caldamente al direttore. Il Frascolini lesse ancora l'articolo per suo conto, lentamente, sotto voce, poi stringendo le labbra, concluse:—Non c'è malaccio, ma è troppo lungo. Chi lo ha scritto, si capisce, non è del mestiere. Tuttavia, per accontentarvi, non adopreremo le forbici: lo faremo soltanto precedere da due righe dicappello.

—No, non occorre!—esclamarono tutti gli altri spaventati, tranne il d'Eleda, che quella sera si mostrava abbattuto assai.

—Lasciate fare, lasciate fare:—rispose il Frascolini coll'aria seccata. Egli mostrava un gran sussiego, proprio come se nel suoOmnibusportasse a spasso l'Europa. Ma ilcappellosi ridusse poi ad una sola aggiunta nel titolo, che fu stampato così:—All'ultima ora, ovvero Voto e Coscienza.

E venne il domani, finalmente, quel domani memorabile, aspettato con tanta apprensione! Il Consiglio era quasi al completo, le tribune affollate: la lotta fu accanita d'ambo le parti. Il piccolo avvocatino deiprogressisti, il Robespierre in sedicesimo, fu eloquente, impetuoso, terribile. L'altro, l'avvocato deicostituzionali, pacato, forbito e prudente, sgattaiolava a destra e a sinistra, di modo che il fulvo campione della democrazia terminava col tirar colpi al vento e perciò, qualche volta, perdeva le staffe; ma caduto una volta, si rialzava più inferocito. L'uno combatteva le riforme e la cessione delDazio consumo, nel nome della giustizia e della fame del popolo, e citava l'America; l'altro le difendeva per la salute della finanza, per il benessere morale e materiale del paese e della famiglia, e citava l'Inghilterra. Esaurita la discussione, quando fu il momento dipassare ai voti, Prospero Anatolio, pallido, la fronte molle di sudore, suonò il campanello con mano tremante.

Il momento era solenne e definitivo per l'una parte e per l'altra. Si sa bene,moderatieprogressistiavevano tutti sotto gli stivali il Dazio consumo e la riforma delle imposte! Adesso, la questione vitale,palpitante, come diceva l'Omnibus, era una sola: la Giunta e imoderativolevano restare al potere; iprogressisti, invece, volevano rovesciarli, per mettersi al loro posto.

Erano tutti in piedi! giù i consiglieri negli stalli, e su, in alto, i curiosi delle tribune. Prospero Anatolio soltanto rimaneva seduto: era commosso, gli tremavano le gambe. Il silenzio era imponente e si sarebbe udita una mosca a volare e due farfalle a fare all'amore… Finalmente si conobbe l'esito della votazione; il progetto della Giunta era stato accettato con due soli voti di maggioranza; e il risultato fu accolto con grida, con applausi, con l'entusiasmo d'ambo le parti.

Erano tutti contenti: icostituzionalisi gloriavano di aver vinto, e infatti avevano ottenuta la maggioranza; iprogressistisostenevan che la vittoria era stata dalla loro parte e che loro avevano applicato alla Giunta uno schiaffo morale, perchè il progetto era passato dal buco della chiave, per due miserabili voti racimolati all'ultima ora.

L'indomani, quando Prospero Anatolio arrivato fresco a Santo Fiore, raccontava in famiglia le vicende della fiera battaglia, si doleva, sospirando, di quella vittoria che lo obbligava a restare sindaco di Borghignano. Egli che avrebbe buttato via tanto volentieri quella camicia di Nesso!… Era stanco, seccato, di sacrificarsi tutto e sempre al servizio del pubblico, il quale ricambia con amarezze e ingratitudine. In quanto a' suoi colleghi, confidava a Giorgio, in segreto, che l'avevano fatta molto grossa venendo quasi a patti col direttore dell'Omnibus!… Quello era stato un passo falso che aveva creato malcontenti nel seno stesso del partito e che, a occhio e croce, aveva spostato tre o quattro voti di maggioranza.

Nulladimeno, a Natale, capitò al Frascolini il diploma che lo nominava Cavaliere della Corona d'Italia, e quel diploma gli fu annunziato da una lettera molto gentile e obbligante del duca d'Eleda.

—Cavaliere?… Lo era davvero, lui. Se l'era guadagnato, quel titolo, col proprio ingegno, col proprio lavoro, colla propria onestà, e valeva assai più di tutto il marchesato posticcio delsignorGiacomo Vharè.


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