XXVIII.

Povero Vharè!… I suoi affari precipitavano a rotta di collo! Ormai, da vario tempo, non viveva più altro che del credito; ma il credito, per chi lo gode, è come una rete: strappata una maglia, si rompe tutto l'ordito.

A Torino, quando successe l'incontro suo colla contessa Della Valle, non si era recato per le feste della Mostra, ma per tentare una grossa operazione di credito che gli era stata scovata e indicata da un agente di cambio: operazione che, riuscendo, gli doveva fornire il denaro necessario per poter far fronte a due o tre scadenze imminenti e per pater passare quel resto dell'inverno a Nizza o a Monaco. Ma il sovventore, richiesto dell'imprestito, mentre dapprima si era mostrato molto condiscendente, riservandosi soltanto un par di giorni per la risposta definitiva, quando Giacomo si presentò la seconda volta, non si lasciò più vedere e gli fe' rispondere che si trovava spiacente di non poterlo servire, stante il mancato incasso di una forte somma su cui aveva fatto assegnamento. Il Vharè non era un novellino, e capì subito che il capitalista, prima di concludere, aveva voluto assumere informazioni, e che queste erano state cattive.

In un altro momento, anche quel brutto incaglio non gli avrebbe dato un gran colpo, ma allora lo avvilì profondamente. Era il quarto rifiuto in quindici giorni e intanto crescevano le difficoltà, cresceva il bisogno, e la fine dell'anno si avvicinava, sdrucciolando via le settimane, con la velocità tutta particolare, colla quale il tempo passa, corre, vola per i debitori. Si diede attorno di qua, di là, ridusse l'ammontare della somma, abbreviò il termine della scadenza, ma non ci fu verso: a quanti domandava danari, tutti rispondevano picche.

Fatta la pace e partita Lalla per Santo Fiore, dopo la promessa scambievole di trovarsi a Roma ai primi di dicembre, Giacomo, riscaldato anche da questa impensata avventura, tornò daccapo al lavoro, con un'alacrità ed un'accortezza che sarebbero state degne di miglior successo. Da Torino passò a Genova, da Genova a Milano, da Milano a Padova, ma sempre collo stesso esito infelice; ragion per cui dovette in breve ritirarsi a Borghignano, avendo finiti i quattrini anche per quelle corse disperate. A Borghignano aveva casa sua, e per qualche tempo il piccolo credito, tanto per vivacchiare, non gli sarebbe mancato.—E all'avvenire? Oh, all'avvenire il marchese di Vharè non ci voleva pensare, perchè in tal caso avrebbe perduto anche l'appetito; l'unica cosa buona che gli rimanesse.

Tuttavia, egli si conservava filosofo, e non si mostrava nè sgomento, nè triste, tanto più che dovendo tirarla innanzi col credito, avrebbe colla melanconia accresciuta la sfiducia. Il Vharè, del resto, conosceva gli uomini e le donne; e mentre si sarebbe guardato bene dal lasciar scorgere a' suoi amici le perturbazioni del proprio bilancio, a Lalla, invece, gliene scrisse tosto a Santo Fiore, scherzandovi sopra e confidandole che dubitava, per quell'inverno, di poterla raggiungere a Roma, temendo di doversi fermare a Borghignano ad ammirare il trotto diAdamastore le pelliccie nuove dei Tangoloni; a far la corte alla Bertù, a confidarlo alla Calandrà ed a tentare con Gianni Rebaldi la sorte deltresette. Ma chiudeva la lettera dicendole che la sua vita d'adesso, egli, ad ogni costo, non l'avrebbe cambiata con nessun altro perchè sentiva ogni contentezza, ogni gaudio, ogni felicità, pensando a Lei, colla certezza cara che gli volesse un po' di bene.

E il Vharè sapeva pure che confidando queste sue strettezze alla duchessina, in una forma brillante, non le avrebbero fatta cattiva impressione; anzi, era alcunchè di nuovo, di originale, di simpatico; mentre invece, se Lalla ne avesse sentito parlare da altri, ed egli avesse voluto farne un mistero, allora, forse, correva il rischio di scapitarci assai.

I debiti sono come la canizie: portata con disinvoltura può ancora piacere, ma volendo nasconderla coi cerotti e le tinture diventa ridicola. Certamente egli non contava tutto alla duchessina, ma lasciava scorgere quel tanto del suodeficitche presentava qualcosa d'artistico e che non offendeva il gentiluomo. Oh, il Vharè si sarebbe guardato bene, per esempio, dal confidarle che gli era minacciato un protesto e che pranzava a credito. Dinanzi all'usciere e all'appetito, i debiti, anche per una duchessina sentimentale, diventanoborghesie non hanno più nessuna attrattiva.

Appena successo a Torino il riavvicinamento fra Giacomo e Lalla, era subito cominciato fra loro un attivissimo scambio di lettere, ed era stata la prima Lalla a scrivere, ad onta delle sue ripugnanze, e della sua prudenza. Svegliandosi alla mattina, placidamente, accanto a Giorgio, dopo aver assorbito la sera innanzi col Vharè il delizioso thè della riconciliazione, essa provò il prepotente bisogno di un altra voluttà: quella di scrivere.—Perchè?…

Giorgio doveva alzarsi e uscire presto per affari e le aveva dato un bacio solo e discretissimo, per via dell'emicrania di cui Lalla si era già lamentata la sera innanzi.

—Ancorabobo?…—le aveva domandato, sorridendole, come ad una bambina, appena la vide muoversi e aprire gli occhi.—Ancorabobo?…

—Sì… molto, molto.—Lalla si era scostata sospirando, e Giorgio, dopo aver sospirato alla sua volta, si era alzato adagino per lasciarla quieta e se n'era andato.

Lalla rimase rannicchiata a godersi il delizioso calduccio del letto, e così tranquilla che non si sentiva respirare. Ma non dormiva: pensava, riandava tutti gli avvenimenti della sera innanzi. Essa non era soddisfatta. La realtà era molto al di sotto di quanto l'aveva immaginata, ed era meravigliata e mortificata perchè lo stordimento era cessato troppo presto. Il sangue tornava calmo e freddo, il cuore non batteva più violentemente, i ricordi non si affollavano tumultuosi, ma si schieravano ad uno ad uno, lentamente, chiari, precisi, in quella camera d'albergo, colle pareti vuote, di carta gialla… Pensava, riandava ricordando in ogni particolare quanto era successo, dall'incontro sulle scale, alla porta rimasta aperta. Pensava, ricordava tutto ciò, mentre le voci e i passi dei camerieri e il rumore e i suoni dell'albergo rendevano ancor più volgare quel suo ridestarsi ad una vita che avrebbe dovuto essere una vita nuova e tragica, agitata e sconvolta da terrori e da emozioni potenti… e che non era invece altro che la sua vita solita, solitamente tranquilla. Allora, in quel tepido dormiveglia, soffrì l'uggiosa impressione di chi entra di giorno in un teatro: quel vuoto, quel buio freddo, l'oro sbiadito dello stucco e del cartone, davano a Lalla un'uggia fastidiosa, strana, e cominciava lì, appunto, il suo rimorso, da tutto quel malcontento, da tutto quel disinganno…

Lalla sentì il bisogno di muoversi, diarrischiare, di gettarsi a capofitto nella sua avventura, in cerca di emozioni più forti, che dovevano stordirla, eccitarla, inebriarla e così soffocare il persistente borbottìo della sua coscienza e del suo pudore. Sì, anche il pudore ci soffriva in tutta quella calma, anche il pudore sentiva il bisogno di coprirsi, di nascondersi in mezzo alle fiamme della passione: e però, credendo di poter ingannare sè stessa e sperando di poter riuscire a convincersi che si era abbandonata perchè vi era stata trascinata, vinta dall'amore, dall'amore il più forte, il più ardente, si alzò di colpo col desiderio e la risoluzione di commettere una grande imprudenza e scrisse una lettera alsuo amante.

Non eraluiil padrone e l'arbitro della sua vita?… E con un caratterino minuto, fermo, regolare, riempì quattro paginette di carta profumata; ma, quando fu alla firma, pensò che non c'era bisogno di firmare… la solita prudenza cominciò ad avere il sopravvento e Lalla volle rileggere la lettera. Allora trovò che diceva troppo, la stracciò, la buttò sul fuoco, aspettò che fosse affatto distrutta e poi, preso un altro foglietto, scrisse due righe sole:

«Mi ami tanto?… Ho bisogno che tu me lo dica sempre, che tu non mi lasci mai sola a riflettere… «Mi ami tanto tanto?… «Sempre:ricordati!

Giacomo, prima di pranzo, andò a farle una visita, com'erano rimasti intesi, e la trovò sola. Allora, siccome lei partiva all'indomani, si fece promettere ch'egli le avrebbe scritto a Santo Fiore, dirigendo le lettere, chiuse in una busta suggellata e senza indirizzo e segnate con numero progressivo, in un'altra busta diretta a miss Dill. Le era penoso un tal passo, ma ormai indietro non potea più tornare. In quanto a lei avrebbe scritto a Giacomo direttamente.

A Santo Fiore, combinato lo scambio coll'istitutrice, alla quale Lalla non diede nessuna spiegazione, e passato l'orgasmo pauroso delle prime lettere ricevute, ella se ne fece una piacevole abitudine e le aspettava con impazienza e le leggeva con grande interesse. A Santo Fiore essa non aveva altre distrazioni. Là, sola sola, pensava a Giacomo di frequente e alla vita che a Roma avrebbero fatta insieme. Certo, in quell'inverno, gli adoratori le sarebbero ritornati tutti intorno, e lei voleva vendicarsi del loro abbandono. Ma poi, in mezzo ai più bei disegni, cambiò, a un tratto, d'umore, diventò nervosa, lunatica… poi capitò la lettera del Vharè a mandar tutto in fumo, e così in dicembre partì per Roma, lamentandosi di dover essere in viaggio tutto l'anno.

Ci pativa anche perchè la Bertù, la Calandrà e tutti gli altri pettegoli avrebbero creduto che il Vharè rimanesse a Borghignano per la Soleil. Nè una tale supposizione sarebbe stata fuori di luogo e Lalla stessa, in fondo al cuore, non era affatto senza sospetti. Il Vharè si mostrava nella sua lettera troppo di buon umore; e se non si fermava apposta, certo la presenza della Soleil gli avrebbe reso meno spiacevole quel domicilio forzato. Così, la rabbietta e un po' di gelosia, suscitarono nella sua testolina bizzarra un altro di quei fuochi di paglia che in lei divampavano ad un tratto e con strani chiarori.

Pensò ad un pretesto per non tornare più a Roma in quell'inverno, quando lei e Giorgio sarebbero ritornati a Borghignano per passar il Natale con la mamma. E un pretesto non solo, ma una ragione eccellente non le mancava. Era una ragione, per altro, che Lalla non avrebbe voluto mettere in campo; che anzi le ripugnava di adoperare in tale occasione; ma poi finì col servirsene, quando si vide costretta a farlo in mancanza di meglio, e quando capì che, ormai, per il timore ed anche un pochino pel rimorso, aveva taciuto anche troppo.

Confessò il suo segreto alla mamma abbracciandola e arrossendo; alla mamma che, dopo averla ascoltata tremando, si strinse la figliuola al cuore e diede ella stessa, povera Maria, la cara novella a Giorgio, con un sorriso che appariva fra le lacrime, come un raggio di sole che attraversa la tempesta.

Giorgio impallidì dalla commozione e abbracciò la sua Lalla, abbracciò Maria senza poter dire una parola: la gioia gli serrava la gola. Prospero Anatolio si mise a piangere dalla consolazione, poi prese il cappello e infilata la porta andò a partecipare all'Arcivescovo il miracoloso avvenimento. Ritornato a casa, regalò mille lire alla Congregazione di Carità, e a Lalla una collana di diamanti, approvando pienamente il suo desiderio di rimanere tranquilla a Borghignano, tanto più che, in tal caso, egli era sicuro che vi si sarebbe fermata anche la Giulia. Nella famiglia d'Eleda, da quel giorno in poi, non si parlò più d'altro, non si fecero progetti, preparativi, auguri che non fossero diretti all'atteso Prosperino. Il solo, che non prendeva parte a tanto giubilo era Pier Luigi. Sicuro!… Pier Luigi confrontava le date e sogghignava; ed alla Calandrà, che pianino discorrendo con lui, aveva fatto un'osservazioncella piuttosto impertinente:—Mah,—rispose il vecchio cinico, alludendo a Giorgio:—Chi si contenta gode; chi si contenta!

Lalla, come aveva voluto, rimase dunque a Borghignano; e mentre Giorgio andava continuamente innanzi e indietro da Roma, ella perdeva il tempo e la pace a commettere imprudenze col Vharè, spinta dalla sua gelosia per la Soleil. Adesso però, la duchessina, per quanto facesse, non poteva ricuperare, tutto intero, il cuore di Giacomo. Egli era tornato daccapo, approfittando della buona occasione: la contessa Lalla era sempre simpatica, egli le voleva sempre bene, ma non le credeva più. Quando Lalla fuggì via da lui, piantandolo in quel brutto modo, essa aveva distrutta la sua ultima illusione, aveva distrutto il suo ultimo amore, destandolo, bruscamente da un sogno romantico; e il Vharè era troppo uomo e troppo esperto per riaddormentarsi di nuovo. Le bambinerie della duchessina, che una volta lo avevano commosso e sedotto, ora lo tenevano in sospetto; e dal candore, dalla grazia, dai timidi abbandoni e dalle ingenue sorprese della sua innamorata egli vedeva sorgere e far capolino quella finissima civetteria che, per una volta tanto, era pur riuscita a canzonarlo, e molto bene.

Oltre a ciò, che sarebbe bastato anche da solo, c'era poi un altro sentimento, nuovo e profondo, che lo divideva da Lalla: la disistima.

Per quanto corrotto, per quanto dissoluto, l'amante è sempre, per la donna che gli si abbandona, il suo giudice più rigido e più spietato, quando la passione si acqueta e la verità comincia a farsi strada. Il marito, l'offeso, non può essere più implacabile. Il Vharè vedeva, adesso, tutta la colpa che Lalla commetteva giocherellando colle sue ariette fanciullesche, da null'altro spinta che da un leggero capriccio, e tutto ciò lo allontanava insensibilmente da lei, riavvicinandolo, invece, a poco a poco, alla Soleil. In fine, l'amore della Soleil era grande e sincero, mentre Lalla era stata spinta soltanto dalla vanità e dalla curiosità; l'una si era donata, l'altra si era fatta rubare. Si sa: quando l'amore se ne va, la logica ritorna.

Bisogna anche aggiungere, ch'egli aveva abbandonata la Soleil dopo aver vissuto insieme per ben tre anni, e l'aveva piantata senza un motivo, anzi peggio, mettendosi assolutamente dalla parte del torto; bisogna aggiungere che s'incontravano, si rivedevano allora per la prima volta dopo quell'abbandono, e che il legame del marchese di Vharè colladivanon era stato uno dei soliti amoretti del palcoscenico.

Quando Giacomo conobbe la Desirée Soleil, questa ormai pareva inaccessibile e inafferrabile. Co' suoi straordinari e insperati trionfi si era sentita così pienamente felice da non aver bisogno d'altre emozioni: e poi la virtù le era allora consigliata anche dal medico, per conservar la voce.

Tuttavia essa non negava di aver avuto amanti: soltanto, dichiarava di non volerne più.

L'arrivare al suo cuore non era dunque facile impresa. Era una donna d'ingegno e d'esperienza, conosceva il mondo e le seduzioni, danari ne guadagnava tanti quanti ne voleva spendere, ed anche così inflessibile, era festeggiata e aveva adoratori fino alla noia. Anzi, questo suo, era forse il modo migliore per averne moltissimi. Si consolavano a vicenda della comune sconfitta, si deridevano l'un l'altro e continuavano a sperare tutti insieme ed ognuno per proprio conto. D'altra parte, la Soleil era buona, amabile, piena di spirito, tollerava qualche allusione un po' arrischiatella e aveva il tratto di una gran dama. Il corteggiarla era di moda; il diventare uno de' suoi intimi voleva dire essere una persona del bel mondo, un uomo d'ingegno o una celebrità del giorno, e però i suoi innamorati, non potendo giungere fino al suo cuore, si accontentavano di essere ricordati ai suoi occhi, ottenendo di farle porre i loro ritratti in unalbumch'ella teneva esclusivamente per le fotografie degliamici, e nel quale, variando ad ognipiazza, figuravano, s'intende, tutti i giovanotti più eleganti delle varie città ove cantava.

Non la lasciavano mai; si davano la posta a casa sua, a quell'ora precisa ch'ella prometteva la sera innanzi di essere visibile; e quando usciva dalla sua camera, ancora in vestaglia ed in pianelle, trovava il salotto già pieno di adoratori. Gli amici anticipavano sempre di qualche minuto: i loro orologi correvano per due motivi: per arrivare più presto a vederla, e per tenersi d'occhio l'un l'altro.

Dalla Soleil bevevanocognacsquisito, ch'era stato regalato alladivada un ricco signore di Bordeaux, tanto perdutamente innamorato, da unirle al bariletto che le mandava ogni tre mesi, la formale domanda della sua mano; fumavano sigarette turche, speditele da unpascià, pure innamorato perdutamente, il quale continuava a rinnovare l'offerta di licenziare per lei il proprioharem; facevano il chiasso con una chitarra di un nobile Idalgo che tutte le notti, a Madrid, le cantava sotto le finestre:

In Castiglia e nei tesoriDell'Alhambra e dei re moriNon v'è gemma per mia fèChe rifulga così splendidaCome gli occhi a Desirée.

E infine facevano musica sopra un piano-forte che le era stato regalato dall'imperatore del Brasile, il quale la chiamava sempre—il mio piccolo canarino—e le voleva bene come ad una figliuola. Tutte queste fortune gli amici delladivale sapevano a memoria, ma le stavano a sentire ogni giorno, senza interromperla, sfogandosi negl'intervalli, non potendo farlo colla padrona, ad abbracciare l'Assunta, la compiacente cameriera, con certe strette così furibonde da toglierle il respiro.

Fra la padrona di casa e gli amici suoi, c'era molta armonia. Solamente, di tanto in tanto, passava qualche piccola nube a proposito dellesignore della società, che la Soleil biasimava sempre con un accanimento ferocissimo. Ma la sua collera non durava molto, ed erano sempre gli amici i primi che le domandavano scusa, sempre in ginocchio, magari anche d'aver avuto ragione. Allora Desirée dava loro la mano da baciare, ma essi invece le baciavano il braccio più su che potevano: a tanta indiscrezione ladivaridendo, li scappellottava amabilmente, e la pace era fatta.

La Desirée Soleil era una francese, di Milano, la quale, prima di calcare le scene, si chiamava Andreina Calziraghi. Era una donna assai bella: il suo corpo avrebbe potuto servire da modello per i contorni ad uno scultore dell'età d'oro, e per il colorito ad un pittore della scuola veneziana. Grandi e neri gli occhi di fuoco, neri, folti, lunghissimi i capelli, la bocca grande, coi denti candidi, regolari; le labbra rosse e vive. Tutta la sua persona pareva un invito alla voluttà; ma la sua faccia, mobilissima, caratteristica e simpatica, dalla quale trasparivano, a tratti, gli impeti del suo ingegno vivace, faceva pensare. Elegante, prodiga, spensierata, scriveva l'italiano come una tedesca, e parlava il francese come un'americana.

Aveva molte stranezze: nell'inverno si avvoltolava fra le pellicce e nell'estate indossava certi abiti di velo che la riparavano dalle mosche più che dagli occhi. I suoi adoratori dovevano credere, o montava in collera, che vivesse soltanto di dolci, di frutta, di foglie di rosa che succhiava continuamente e di gramolate che sorbiva adagio adagio, con lunghe cannucce di paglia.

Quantunque vantasse più magnanimi lombi, sua madre era stata una portinaia che l'aveva avuta dal suo padroncino di casa, un contino biondo e roseo come una ragazza. Andreina aveva dunque nella sua costituzione la schiettezza del popolo e le raffinatezze dell'aristocrazia; le carni rotonde e sode della mamma e la pelle bianca e fine del babbo; aveva del sanguigno e del nervoso ad un tempo; e se alcune volte il sangue materno l'aveva spinta fra le braccia di un qualche gagliardo e bel ragazzotto, il sangue paterno non tardava ad avere il sopravvento, e allora Andreina subiva i fascini d'un volto pallido e delicato. Quando cessò d'essere Andreina Calziraghi per diventare la Desirée Soleil, e non aveva più amanti d'intorno, ma soltanto sudditi e amici, allora si avvezzò presto all'aristocrazia, e tanto bene, che vi pareva nata. Cominciò a contare d'essere la figlia d'un barone francese, che possedeva miniere in America e schiavi di tutti i colori, e a questa paternità, a forza di ripeterla, terminò col crederci anche lei, anzi, era lei, la sola, che ci credesse un pochino.

Le storielle erano il suo punto debole. Ne contava molte, ne contava troppe. Ne aveva una, fra le altre, che spacciava per uso e consumo de' suoi adoratori, i più ricalcitranti al regime negativo, e che pareva un romanzo del Montépin.

L'eroe era un principe russo, ricchissimo, possessore di venti villaggi, d'una barba orribile e d'una desinenza inoffancora più orribile, che voleva amarla per forza, quantunque lei gli rispondesse sempre di no. Il principe, al primo rifiuto sorrise cinicamente, offrendole, in cambio della sua virtù, manate di turchine e pugni di diamanti; ma lei, dura sulno, anche la seconda volta. Allora i peli della barba del principe si agitarono come tante lamprede fuori dell'acqua, e il sorriso cinico si mutò in un ghigno feroce; ma siccome non poteva farla frustare, si rassegnò ad aggiungere all'offerta delle turchine e dei diamanti anche quella della sua mano e della desinenza inoff. A tale proposta, continuava a contare ladiva, lei s'era messa a ridere, ringraziandolo d'averla corteggiatapour le bon motif; ma dichiarandogli, nello stesso tempo, ch'egli arrivava troppo tardi, perchè la Desirée Soleil aveva sposato il teatro, e l'arte sola oramai le poteva far battere il cuore; era costretta quindi,avec beaucoup de chagrin, a dirgli di—no—pour la troisième fois. La barba del principe, all'ostinato rifiuto, non si mosse nemmeno: cattivo segno. La sera dopo, mentre lei e l'Assunta uscivano dal teatro, il principe, aiutato dalla polizia, le rapì tutte e due: sicuro, anche la cameriera, che a questo punto veniva citata sempre come a testimonio. Le peripezie del viaggio lungo i deserti di ghiaccio, coi lupi affamati che saltavano attorno alla slitta, erano innumerevoli e svariatissime, ma presto o tardi si arrivava felicemente al castello del principe. Era un castello in mezzo alla neve, con parco e giardino inglese, illuminato a luce elettrica. Nel castello, Barbarossa ne tentò di tutti i colori contro la virtù delladiva. Tentò la grazia, la forza, e in fine tentò anche l'astuzia. Voleva addormentarla con un potente narcotico, ma lei, invece di bere il narcotico, mangiò la foglia e visse solo di frutta e di ghiaccio. Irritato da tanta fermezza, Barbarossa perde la prudenza: e colla faccia infocata, gli occhietti da basilisco, digrignando i denti, magro, sporco, sparuto, ella lo vide, una notte, capitare attraverso un quadro, nella sua camera da letto e… La lotta che successe allora fu terribile e grottesca. La Soleil, raccontandola, si animava, diventava rossa in faccia, e, alzandosi, afferrava uno de' suoi amici, lo trascinava attorno due o tre giri per il salotto e finiva con un impeto potentemente drammatico a lanciarlo fuori dell'uscio che gli chiudeva sul muso, accompagnando la spinta con un—no!—nel quale echeggiava una bellissima nota di contralto. Anelante, tornava poi a sedere, e terminava tranquillamente di raccontare il drammatico epilogo del principe russo il quale, in capo ad una settimana, e a cagione di quell'amore infelice, diventato pazzo furioso e legato nel proprio letto, colla camicia di forza, non faceva altro che ripetere—no!—no!—no!—lo spietato—no, della diva!

Ma quando le fu presentato il marchese Giacomo di Vharè, essa non gli raccontò la storiella del principe dei venti villaggi e nemmeno quella più modesta del babbo barone. Capiva che col Vharè doveva essere tutt'altra cosa, e invece di parlare sempre lei, come faceva con tutti gli altri, lo stava ad ascoltare attentamente, provando una seduzione nuova, profonda, indefinibile a quella parola così facile, così affascinante. La Soleil capì, subito, che avrebbe finito coll'amare il Vharè, e coll'amarlo forse tanto, quanto non aveva mai amato fino allora; e tutti questi suoi sgomenti una sera che, per caso, furono lasciati soli nelcamerino, ella glieli confidò candidamente, come le uscivano dal cuore che pareva le si risvegliasse allora, dopo un sonno lunghissimo. Col Vharè essa non era più la Desirée Soleil, era ritornata Andreina Calziraghi, la semplice, la buona ragazza.

—Siate generoso con me;—gli disse fissandolo quasi timidamente.—Non insistete tanto per farvi amare; non mi tentate così. A voi il lasciarmi non costa nulla, ed io con voi, lo sento, arrischierei troppo, arrischierei tutto. Ero così tranquilla e stordita; ero così beata. Ridevo, ridevo sempre, e voi tornate a farmi diventar triste e a farmi pensare. No, mi secca; non voglio!…. Non voglio più voler bene; e se ne volessi a voi sarebbe una cosa seria; forse la più seria della mia vita, e terminerebbe coll'annoiarvi. Da bravo, marchese, ve ne prego, seguite un mio consiglio: presto lastagionesarà finita, non venite più da me, rinunciate al teatro, per queste poche sere, e tutti e due conserveremo la nostra pace.

Giacomo vedeva bene che la Soleil non mentiva, e gli piacque la sincerità, il bel tipo di bruna, mentre lo allettavano l'ingegno dell'artista e le difficoltà dell'impresa.

Invece di lasciarla, si attaccò a lei ancora di più; e Andreina, a poco a poco, si innamorava perdutamente e ritornava a sentire inquietudini e turbamenti, lei artista, lei cantante, lei che non era nuova nè all'amore e nemmeno agli amanti e che doveva essere agguerrita contro qualunque seduzione. Ma l'amore fa di questi tiri, e ne fa anche di peggio!… Quando dal suo camerino ella vedeva Giacomo avvicinarsi, le batteva il cuore e arrossiva d'improvviso, come una giovinetta, come un'ingenua sensitiva, ancora ai primi palpiti. Una sera, mentre era in iscena e cantava, lo sentì, più che non lo vedesse, entrare in un palco di proscenio, avvicinarsi al parapetto, fissarla col cannocchiale, e la poveretta, come se ritornasse alle emozioni dei virginali turbamenti, stonò forte, e non ebbe i soliti applausi alla sua aria favorita.

Adesso non recitava la commedia, no, no; aveva paura davvero, e non vedeva il momento che si chiudesse quella malauguratastagioneper andarsene via, per fuggire, per non vederlo più; ma il Vharè non gliene lasciò il tempo.

Un giorno Andreina era ancora seduta a tavola e pensava appunto al bel marchese di Vharè, giocherellando distratta e quasi triste, coll'orlo della salvietta: quella sera essa doveva cantare e però non voleva ricever nessuno; ma Giacomo seppe commuovere il tenero cuore dell'Assunta, e Andreina se lo vide capitare dinanzi, in quel momento che lo credeva più lontano. Lo accolse con un grido, si arrabbiò coll'Assunta, si mostrò crucciata con Giacomo, non voleva dargli la mano; ma non ebbe il coraggio di mandarlo via.

La piccola stanzetta era quasi al buio: due candele rischiaravano appena il disordine della tavola apparecchiata, mentre dallo sportellino della stufa accesa usciva a tratti, come un respiro di fuoco, la fiamma rossastra. Faceva caldo, si soffocava lì dentro, e Giacomo venendo allora dal freddo della strada, si sentì bruciare la faccia, mentre respirava a fatica in quell'aria greve, impregnata dal profumo dei fiori e corrotta dall'odore che vi era rimasto delle vivande.

L'Assunta, buona donna e affezionata alla padrona, si fermò un momento, sorridendo con malizietta affettuosa, poi, volendo farsi perdonare il tradimento, le disse forte, indicando l'orologio a pendolo della caminiera:—Si ricordi signora; fra dieci minuti, al più tardi bisogna vestirsi per il teatro…—Non c'era dunque tempo da perdere, e infatti, appena uscita la cameriera, Giacomo prese Andreina e la strinse fra le braccia mentre la diva, tremando tentava di allontanarlo, di difendersi e a bassa voce, per non essere udita dall'Assunta che preparava lacestanella camera vicina, scongiurava Giacomo di non tormentarla, di andarsene, di aver compassione di lei.

Poveretta!… Quell'uomo l'aveva sorpresa, era capitato là dentro come un ladro, per rubarle la sua felicità, la gioia stordita, rumorosa dei suoi trionfi di donna e di artista, per rubarle l'anima!

Anche Giacomo pregava, supplicava. Pregavano, tutti e due, ma non s'intendevano, non si ascoltavano. Più che coi baci, Giacomo la stordiva colle parole appassionate, insinuanti ch'ella sentiva correrle pei capelli, pel collo, per tutto il corpo come un fiato caldo, voluttuoso, che la inebriava, che la vinceva.

—No!… No!… Ti prego!… Ti prego!… Non voglio!… Ero così contenta! Ero così felice!…—Ma già Andreina, a poco a poco, si sentiva venir meno, si sentiva portar via come in un sogno; già lottava solo con un—no—debolissimo, convulso, che le usciva appena dalle labbra tremanti, e non più dal cuore; un—no—pieno di lacrime, di amore, d'abbandono e che sarebbe rimasto preso, soffocato da un bacio… quando improvvisamente un suono lungo, squillante echeggiò nel silenzio della stanzetta. Lontani lontani com'erano dal mondo tutti e due, trasalirono quasi: era l'orologio della caminiera che suonava le sette. Bastò un secondo a Giacomo per rimettersi, ma era bastato un istante anche ad Andreina per ricuperare la coscienza di sè e del pericolo che correva, e sciogliendosi vivamente dalle braccia di Giacomo, corse a salvarsi sull'uscio dell'altra stanza, gridandogli con voce rotta, soffocata:—No!… No!… Ve ne supplico!… Andate via! Andate via!…Stasera canto!—E chiamò l'Assunta.

Stasera canto!… Cercando una scusa, un'arma per difendersi, per farsi rispettare, non ne aveva trovata una migliore. Ma non era più, adesso, la Desirée Soleil che lottava contro il principe dei venti villaggi, no; non era che la buona Andreina, la quale sentiva di non poter invocare in suo aiuto nè l'onore, nè il pudore, perchè quell'uomo ch'ella amava, avrebbe potuto deriderla; e però disse quelle semplici parole—stasera canto—tremando e piangendo, le mani giunte e con un'espressione di sgomento così viva che faceva pietà e che mutava la sua preghiera in un grido disperato dell'anima.

Ma, pur troppo, la sera dopo ella non cantava, avevariposo, e Giacomo di Vharè rimase solo con lei oltre la mezzanotte. Quando Giacomo se ne andò via, Andreina aveva voluto accompagnarlo fin sull'uscio dell'ultima stanza d'uscita, abbracciandolo un'altra volta con una tenerezza infinita.—Ascolta, Giacomo,—gli disse,—io ti ho data tutta l'anima mia; ormai non mi appartengo più. Non abbandonarmi subito; io non ti ho ingannato e non ho mentito. Darei la mia vita, il mio nome, il mio trionfo d'artista, tutto tutto, per essere ancora una donna onesta e poterti dire:—non sono stata che tua, e non sarò che tua.—Stordita, non ho mai avuto rimorso del mio passato; ora ne ho dolore per la prima volta e per te, perchè ti voglio bene Sento che ho finito ormai di essere calma e felice; ma non rimpiango la mia felicità, ti amo troppo, e non la ricordo nemmeno. Tuttavia, per poco che io possa contare nella tua vita, ci voglio essere come una memoria cara, voglio sfiorarla come un sorriso. Non voglio costarti nessun sacrificio, nessuna amarezza. Giura, amor mio, giurami che il primo giorno nel quale non sentirai per me più… più nessun desiderio, tu me lo dirai subito, francamente e lealmente. In compenso di tutta me stessa, non ti domando altro che questa parola sincera.

—Ti amerò sempre,—le rispose il Vharè con galanteria.

Andreina comprese la leggerezza di una simile risposta e sentì come un presentimento delle ore tristi che le si preparavano.

—Sempre?… Le donne come me non si amano sempre. Ma ti prometto, ti giuro, che mi avraisempretua, finchè ti piacerà di tenermi.—E si lasciarono così, stringendosi la mano e baciandosi, lui con un sorriso, lei con un sospiro.

Tre anni dopo, infatti era il Vharè che abbandonava Andreina, senza ch'egli avesse nulla da poterle rimproverare.

La Desirée Soleil, ladiva, si mostrò indifferente a quell'abbandono così immeritato, ma Andreina Calziraghi ne soffrì assai, perchè essa amava sempre il Vharè, come già aveva sentito di amarlo quel primo giorno in cui l'orologio a pendolo l'aveva salvata. Essa ne soffrì assai, tanto che ammalò e per duestagionistette senza cantare. Quando volle ritornar sul teatro dovette accontentarsi di quella misera scrittura di Borghignano, perchè gl'impresari dei grandi spettacoli temevano non fosse più quella di prima e non volevano arrischiarla. Andreina avrebberiposatoancora volentieri, ma come si fa?… I suoi pochi risparmi erano consumati; le sue perle, i suoi brillanti erano impegnati e bisognava cantare per vivere. Certo, se avesse voluto, non le sarebbe mancata la generosità di un qualche amico e protettore; ma come vi sono donne nate nell'azzurro e che cadono giù, attirate dal fango, così ve ne sono altre, e dove forse meno si crederebbe, che si sentono attratte a sollevarsi in alto, sempre più in alto, nell'azzurro, e la buona Andreina era appunto di queste.

A Borghignano, però, tornata la Desirée Soleil, fu compensata delle sue privazioni da un grande e straordinario successo.

Andreina non sapeva che a Borghignano si sarebbe incontrata col Vharè, come non conosceva nemmeno la vera cagione del suo abbandono. A Borghignano, per altro, ci fu chi, credendo fare il proprio interesse, volle illuminarla di tutto. Non sapeva, l'ingenuo, che amore… perdona amore.

Giacomo, vano e ambizioso della conquista della Soleil, non aveva mai apprezzato Andreina secondo il merito, e molto scettico, anche in fatto di donne, mentre si lasciava abbindolare da Lalla, credeva all'apparente indifferenza di Andreina; ma quando seppe, e lo seppe appunto poco dopo che la contessa Della Valle lo aveva piantato in quel bel modo, quando seppe che ladivaaveva finito coll'ammalarsi per essere stata abbandonata, questa notizia fu per il Vharè una cara scoperta, e fu grato alla Soleil di amarlo a tal segno, sentendo nel suo cuore come un conforto, come un contraccolpo dal disinganno sofferto. Però, adesso che stava per incontrarla, per rivederla, sentiva che si sarebbero riconciliati e ricongiunti. Se la Desirée, offesa, non avesse voluto più amarlo, era sicuro che la buona Andreina avrebbe domandato grazia per lui.

Nello stesso tempo che il passato risorgeva più bello e più cara nella memoria del Vharè, il fascino di Lalla, com'è naturale, scemava assai. Del resto, anche l'amore della duchessina procedeva a sbalzi: ora pareva insensibile e indifferente, ed ora aveva gli slanci, gli abbandoni e le esigenze più appassionate. Ma, in ogni caso, e più caro nella memoria del Vharè, il fascino di Lalla lo amava più per gli altri che per sè stesso. Al teatro, in quelle sere d'opera, le ripetevano tutti che il bel marchese si era fermato a Borghignano perchè c'era ladivaa cantare, e Lalla voleva far sapere e far credere che invece il Vharè vi si era fermato per lei, solo per lei, e la sua vanità, punta nel vivo, arrivava dove non era arrivato il suo amore, e le faceva perdere anche la prudenza.

Il Vharè non poteva andare che assai di rado in casa Della Valle; ma, in compenso la contessa Lalla era già stata due volte nel quartierino del bel marchese, posto in ottimo luogo per simili scappatelle; e tutt'e due le volte si era fatta promettere ch'egli non sarebbe tornato mai e poi mai, per nessun motivo, dalla Desirée; che non si sarebbe mai e poi mai lasciato vedere con lei, e che, incontrandola, non l'avrebbe nemmeno salutata. Giacomo, fino a questo punto, non voleva dare la sua parola; non c'era ragione perchè dovesse fuggire la Soleil e tanto meno usarle sgarberie, ma finiva poi col promettere tutto ciò che Lalla voleva, non trascurando, nel tempo stesso, di cercare l'occasione per incontrarsi con Andreina e fare la pace. Era sicuro, del resto, che la strana volubilità d'umore, e i capricci di Lalla gli avrebbero dato argomento di giustificarsi, nel caso che le sue bugie fossero scoperte.

Ladivaa Borghignano faceva furore: tutti ne parlavano, tutti la lodavano, erano tutti innamorati di lei. LaDirezionedel teatro, composta di membri molto maturi, si tingeva capelli e barba due volte al giorno; il Presidente, che secondo le sue abitudini sperava molto, faceva la doccia; i due Lastafarda si esercitavano a parlar francese; Gianni Rebaldi faceva provviste di sigarette nel camerino delladiva, e regalava all'Assunta i dolci che rubava ai bambini della Bertù. Il Toscolano le offrivaAdamastorse voleva far passeggiate, e aveva grandi misteri colbrumistache la conduceva tutte le sere da casa al teatro e viceversa. L'Assunta era fermata per istrada dai molti curiosi che volevano sapere gli anni della sua padrona e se era un'americana davvero e se i capelli che portava in scena erano tutti suoi. Fra ilpalconedegli ufficiali e labarcacciadei nobili cominciò una fiera rivalità, ed erano corse sfide, che per altro non avevano avuto seguito, con grandissimo dispiacere degli avventori delCaffè di Borghignano, i quali, appena sentivano parlare di duelli, si accendevano, drizzavano le orecchie e diventavano spadaccini sino all'ultimo sangue… degli altri.

Tutti i giorni la diva riceveva regali: abbondava però il genere fiori emarrons glacés. Ma chi faceva sul serio e le mandava ricchissimi gioielli, era il conte Pier Luigi, il quale si era incapricciato stranamente della Soleil, tanto da non muoversi più da Borghignano e da esserle sempre d'intorno, quantunque Andreina, che in principio accettava per debito di convenienza i suoi omaggi, gli avesse fatto capire che non gli avrebbe dato da baciare nemmeno la punta di un dito, tanto le faceva schifo. Per altro, a Borghignano, credevano tutti che già il vecchio milionario fosse riuscito a soppiantare il bel marchese, bello sì, ma spiantato.

Tuttavia la Desirée Soleil si portò in modo che anche le cattive lingue dovettero presto ricredersi. E come stessero le cose fu chiaro a tutti i curiosi, una sera in cui la Desirée si era messa a fissare ostinatamente dal palcoscenico la contessa Della Valle, mentre questa, a sua volta, guardava ladiva, sorridendo con olimpica indifferenza. Il Vharè, al quale non era sfuggito l'incrociarsi di quei due sguardi, trovò immediatamente il pretesto per fare la pace con Andreina: così impediva uno scandalo che avrebbe potuto perdere la contessa Lalla. Scese dunque sul palcoscenico, terminando di persuadersi che vi andava per compiere una buona azione; e consegnato il suo biglietto di visita al portiere, lo pregò di domandare alla signora Soleil se lo poteva ricevere. L'Assunta, che lesse per la prima il biglietto del marchese, corse, rossa dal piacere, ad annunziarlo alla padrona; ed il Vharè fu subito introdotto nel camerino.

Andreina lo salutò stendendogli la mano, senza poter parlare, e alzando il volto impallidito e fissandolo con quell'espressione di mestizia e di affettuosa indulgenza, che traluce dagli occhi della donna soltanto quando essa perdona la colpa d'un figlio o quella di un amante. Anche al Vharè batteva il cuore e lo si vedeva impacciato.

Lì, in mezzo a loro, sebbene straniero a tutti quegli affetti, c'era pure un altro cuore che batteva con violenza alla vista del marchese di Vharè: il cuore di Alessandro Frascolini. Il direttore dell'Omnibussi era recato poco prima sul palcoscenico per offrire alladival'omaggio del pubblicista e l'ammirazione del compagno d'arte.

Andreina presentò l'uno all'altro: entrambi si salutarono appena, con un cenno del capo, senza stringersi la mano. Il Vharè non badò nemmeno al cavalier Frascolini, ma Sandro squadrava Giacomo da capo a' piedi: c'era assai più che la gelosia, c'era ferocia in quel suo occhio torvo iniettato di sangue, e ci fu un momento nel quale sfavillò con una fiamma sinistra. Il Frascolini avea veduto in dito al Vharè l'anello ch'egli aveva regalato alla duchessina: la turchina colle rose d'Olanda. A quella vista, mille pensieri, mille ricordi gli si affollarono tumultuosi nella mente, e dinanzi all'odio che gli prorompeva dall'anima, ogni altro odio rimaneva muto, e lo stesso Vharè, il suo rivale, scompariva nel cocente desiderio di vendicarsi della duchessina e di farla finita, magari con un delitto. Egli salutò appena la Desirée, troppo commossa per poter notare il suo turbamento, non salutò affatto il marchese che, ritto in piedi, appoggiato alla parete e, mezzo nascosto da una sottana rossa e da unbournousgrigio che vi erano appesi, non lo guardò neppure, ed uscì all'aperto dove si sfogò bestemmiando contro Lalla chiamandola una Faustina, una Brunechilde, una Mirofleda, la peggiore, insomma delle eroine baldracche della razza maledetta dai figli di Gioele… ilbrenndella tribù di Karnak.

Rimasta sola con Giacomo, Andreina chiamò l'Assunta raccomandandole di star bene attenta per avvisarla quando «toccava a lei»; e lasciato che si chiudesse, come per caso, l'uscio del camerino dietro alla donna che usciva, gettò le braccia al collo del Vharè, stringendolo fortemente e lungamente.

Intanto la comparsa inaspettata del marchese di Vharè avea prodotto sul palcoscenico un bolli bolli straordinario. I signori dellaDirezione, ch'erano innamorati in blocco della Soleil, per godersela da soli, almeno durante la recita, avevano proibito severamente l'accesso sulla scena a chi non apparteneva allo spettacolo, facendo solo una forzata eccezione per «i maledetti» giornalisti.

Quei tre o quattro vecchiotti, fra un atto e l'altro, volevano mangiarsi tutti ladiva, almeno cogli occhi, a pezzetti e a bocconcini: beati di poterle baciar la mano, di stringerle il braccio, di toccarle i fianchi, beati, gongolanti, quando potevano sorprenderla un po' in disordine d'abbigliamento e non si movevano mai dal palcoscenico, tenendola d'occhio con gelosia sospettosa. In quella sera dunque, appena uno di costoro ebbe visto un intruso (e nientemeno che il Vharè!) nel camerino della Soleil, corse a dare l'allarme alPresidente. IlPresidente, montò su tutte le furie, come un Turco alla vista del proprio harem violato da un infedele; chiamò d'urgenza gli altri membri dellaDirezione, e tutti insieme, in un cantuccio del palcoscenico, si accusarono, l'un l'altro, di poca energia, di poca fermezza nel far eseguire gli ordini impartiti; ma poi tutte le ire si rovesciarono sul capo innocente delportiere, al quale intimarono lo sfratto, se il caso si fosse ripetuto. La sera dopo, il Vharè si vide chiudere sul naso la porta del palcoscenico; ma non si turbò: fece subito chiamare l'Assunta perchè avvertisse la padrona, e Andreina, in tale circostanza, si mostrò la figlia… di sua madre. Non si degnò nemmeno di venire a patti coi signori dellaDirezione, i quali si erano chiusi nel loropalchettoriservato, aspettando la fine della burrasca. Invece, mandò a chiamare l'impresario e gliene disse tante da stordirlo, strapazzandolo come un cane, protestando che nel suo camerino volea essere padrona di ricevere chi le accomodava; gridando che quellescenatesuccedevano solamente in provincia e che, alla fin dei fini, il Vharè era il suo amante ed era padrone, padronissimo di andare da lei quando e quanto voleva. IlPresidente, o la Soleil non cantava, dovette togliere ilveto; ma da quella sera memorabile i signori dellaDirezionemutarono affatto di contegno verso Andreina. Non le fecero più la corte, non andarono più in estasi, non si precipitarono più nel suo camerino per adorarla. Si sparpagliavano invece nel teatro, dove facevano notare agli abbonati che ladivaera giù di voce e non mettevano più come prima tutte le mani, con mirabile accordo, sul fuoco, assicurando che il conte Pier Luigi da Castiglione non le aveva nemmeno toccato un dito. Invece si lasciavano fuggire certi mah!… certi uhm!… certi sorrisi maliziosi, che esprimevano tutto il contrario. Poi, ultima vendetta, sospesero, per economia, lo splendido e ricchissimo nastro colsoletrapunto all'un dei capi, ch'era stato ordinato apposta per la sua serata, e non le fecero presentare dal servo di scena, altro che un mediocre mazzo di fiori, con un nastruccio scozzese, vecchio e stinto.

Soltanto ilPresidente, in fondo al cuore, rimaneva fedele agli incanti delladiva: in fondo al cuore, chè non si arrischiava di contrariare, di mettersi in opposizione, co' suoi colleghi. Se però gli altri non lo vedevano, egli, per far piacere ad Andreina, era amabilissimo anche col Vharè; e quando il camerino della Soleil rimaneva aperto, la adocchiava dalle quinte in faccia, coll'aria di uno studentello innamorato, tenendosi, per paura di compromettersi, mezzo nascosto dietro il pompiere. Tutte le volte che Andreina attraversava le quinte, se lo trovava sempre fra i piedi, rosso e timido. Con ladiva, si arrischiava appena di sospirare, ma tutti i suoi dispiaceri li confidava all'Assunta, che il buon vecchietto si stringeva al cuore, paternamente, e regalava di zuccherini, contentandosi, così, di poter abbracciare almeno la cameriera… dell'oggetto amato.

Questi pettegolezzi, che correvano per Borghignano, arrivarono ben presto, come si può credere, all'orecchio della contessa Della Valle, la quale avea dovuto rinunciare improvvisamente al teatro per la morte di un prozio materno, che dimorava in Sicilia. Dapprima essa ne fu punta nell'amor proprio, e al Vharè, che cercava scusarsi, fece qualche scenettina assai vivace; ma poi si rassegnò, si abituò, si consolò quasi delle infedeltà del bel marchese.

E questa sua freddezza non era punto studiata. Non era una delle solite simulazioni; la sentiva proprio spontanea nell'anima e cresceva ogni giorno. Quando venne a sapere che, terminata la stagione d'opera, la Soleil si sarebbe ancor fermata fino ai primi di maggio a Borghignano, d'onde poi sarebbe partita per Genova e quindi per l'America, Lalla non se ne curò, non ne parlò nemmeno col Vharè. Certo gliene avrebbe parlato per avere una scusa di romperla con lui, se un pacchetto di lettere, con un nastrino azzurro, e ch'ella sapeva ben custodito in una scrivania del marchese, non l'avesse tenuta molto inquieta e in dubbio sul da farsi. Sì, la duchessina Lalla avrebbe voluto veder la fine di quell'intrighetto che da un momento all'altro era diventato seccante; del quale adesso sentiva vivo il rimorso, tanto che avrebbe fatto qualunque sacrificio pur di tornare indietro, ai bei giorni nei quali si sentiva la coscienza netta, com'era prima del loro incontro di Torino.

Ma Lalla confondeva col rimorso il disinganno e la noia. Adesso non era più ambiziosa del Vharè, anzi evitava tutte le occasioni di farsi vedere insieme, perchè ne sentiva quasi vergogna. L'opinione pubblica di Borghignano lo aveva bello e spacciato. Lo sfuggivano tutti, lo guardavano d'alto in basso, e alclubcercavano un pretesto per mandarlo via. La generalessa e la Bertù gli avevano tolto il saluto; il Toscolano riferiva che il Vharè andava tutti i giorni a desinare a scrocco dalla Soleil; i due Lastafarda, quantunque gli facessero il bello sul muso, perchè avevano paura di buscarsi una sciabolata, ne dicevano di cotte e di crude sul suo conto. Fra le altre, il Lastafardajuniorecontava questa: suo fratello aveva dato mille lire al Vharè sulla parola, e non gli era stato più possibile di riaverle. Ma chi addirittura montava in bestia, solo a sentirne parlare, era Gianni Rebaldi, il quale era lì lì per ottenere un po' di danaro in prestito da un usuraio, una perla del genere; ma l'usuraio, vantando un credito sul Vharè, aspettava che questi lo pagasse per avere la sommetta occorrente allo sconto della nuova cambiale. Il Rebaldi, gliene diceva contro di tutti i colori, rimproverando al Vharè di vivere alle spalle delle amanti, di far debiti e di non pagarli. Quando poi venne a sapere che l'usuraio, non potendo incassare i denari, si era accontentato, d'accordo con altri creditori, di porre il sequestro sui mobili del marchese, rinunciando per conseguenza a concludere l'affare con lui, egli si credette derubato dal Vharè, e avrebbe voluto, nientemeno, che lo cacciassero in prigione.

Lalla, quando udiva parlare di queste cose, si sentiva venire i brividi.—Ah, se non ci fossero state quelle lettere!…—Ma, certe volte, anche il profumato pacchetto, legato col nastrino azzurro, essa lo vedeva messo sotto sequestro, e ciò la spingeva a pazientare, a dissimulare finchè le fosse capitata l'occasione di fare un'ultima visita nelle camerette di Giacomo e allora… allora trovare il modo e il momento di portarsi via le sue lettere.

Dio, Dio, che felicità!…

Una volta si era arrischiata di ridomandarle; ma Giacomo le aveva risposto, sospirando, ch'essa non le avrebbe riavute altro che dopo la sua morte. Giacomo in vero, non ci teneva gran che, e aveva risposto così per abitudine, per dire una delle sue solite galanterie alla Byron e ben lontano dal sospettare quante inquietudini e quanti sgomenti metteva in cuore, con tali parole, alla dolce amica.

Oh, come la duchessina, adesso, avrebbe obbedito volentieri alla sua mamma, che le continuava a ripetere e a predicare,—che non le piaceva punto di vederle quell'uomo sempre vicino!… Che era una cosa sconveniente per ogni verso e che sarebbe stata la fonte di nuovi e gravi dispiaceri.—A Borghignano ivigilidella morale, distratti dai debiti del Vharè, dal gran successo della Soleil e dell'amore accanito del conte Pier Luigi per la belladiva, ormai non si occupavano più che tanto della contessa Della Valle, la quale per di più, essendo in lutto, si lasciava vedere pochissimo. Quel suo capriccetto sentimentale per il bel marchese, era una cosa alla quale si credeva e non si credeva, ma che ormai aveva fatto il suo tempo:parce sepulto; non se ne parlava più; Maria sola, non mutava; il suo affetto era sempre vigilante, il suo pensiero fisso ad un punto e ogni volta che incontrava il Vharè dalla sua figliuola, mostrava a Giacomo la sua freddezza e non nascondeva a Lalla il suo malcontento. Sulle prime Lalla s'inquietava un po' e un po' si scusava; ma un giorno che sua madre tornò a rimproverarle quell'amicizia, ella si mise a piangere e, gettandosi nelle braccia di Maria, la scongiurò d'indicarle il modo di potersene liberare, chè davvero la frequenza del Vharè le diveniva uggiosa e mortificante, dopo le chiacchiere che correvano in giro.

—Gliene parlerò io, sei contenta?—domandò Maria alla figliuola, dopo aver discusso un po' sul da farsi.

Lalla rispose che si metteva nelle sue mani e che avrebbe ubbidito in tutto.—Certo,—pensava intanto fra sè,—prima di guastarmi con Giacomo, bisogna che io riabbia le mie lettere; ma, ad ogni modo, non sarebbe male che la mamma gli parlasse un pochino lei, severamente. Ciò lo farà essere più guardingo, e potrà giovarmi per l'avvenire.

Giacomo di Vharè ci teneva molto, presentemente, a farsi vedere in casa Della Valle e in casa d'Eleda. Finchè egli era ricevuto in quelle due grandi famiglie, nessun altro poteva arrogarsi il diritto di fargli sgarbi e, contenti o no, bisognava tollerarlo. Questo era l'argomento più forte che consigliava al Vharè di tenersi ancora legato a Lalla e che lo aveva spinto a ritornare dai d'Eleda, dove la freddezza con la quale Maria lo trattava gli era compensata dalla cordialità più espansiva di Prospero Anatolio, al quale il Vharè era simpatico tanto quanta capiva che era antipatico a sua moglie. Il duca lo riceveva gentilmente, appunto perchè sua moglie cercava di allontanarlo, e ciò non per altro che per il gusto di contraddirla sempre in tutto. In quanto ai pericoli che poteva correre sua figlia per quell'amicizia, toccava a Giorgio a pensarci: egli non voleva incaricarsene. Pier Luigi stesso, che una volta aveva voluto dire la sua, non era stato allontanato da casa Della Valle?…—Oh, quella lezioncina gli bastava; serviva d'esempio.

Pochi giorni dopo che Lalla si era confidata colla mamma, Giacomo, senza punto sospettare ciò che gli doveva accadere, si presentò tranquillo e sereno in casa d'Eleda. Maria, che non dubitava, che non avrebbe mai dubitato, buona e santa com'era, di parlare coll'amante della propria figlia, e lo teneva solo come un importuno che avrebbe finito col comprometterla, lo accolse, questa volta, con straordinaria affabilità, indotta a mostrarsi gentile dalle tristi condizioni del Vharè, che nel suo cuore suscitavano una pietà viva e sincera. Cominciò col dirgli ch'egli saprebbe certo scusare le ubbie, i fantasmi che si crea una madre nelle sue continue inquietudini. Aggiunse che il mondo era così sospettoso, che la riputazione di una donna era tanto fragile da dover schivare ogni apparenza, anche la più lieve, la più insignificante; e per tutto ciò concluse pregandolo di volerle concedere un favore: diminuire la sua frequenza presso la contessa Della Valle!… In quei mesi il conte Giorgio era sempre lontano per il suo ufficio di deputato, e Lalla rimaneva sola, e perciò dava maggiore appiglio ai commenti malevoli. Giacomo, a tali parole, si sentì subito assai impacciato e tanto più che, oltre alla sorpresa e un po' alle inquietudini che destava in lui un simile discorso, la duchessa gli si rivelava ad un tratto, come non l'aveva mai veduta, nè immaginata. Non era più la signora fredda e un po' altezzosa; non era più laMadonna di neveche gli parlava, ma dal cuore di Maria prorompeva un'eloquenza così calda e appassionata, così sincera e onesta che, commovendolo, mal suo grado lo turbava. E mentre Maria credeva solamente di toccargli il cuore, ogni sua parola gli penetrava invece tormentosa anche nella coscienza. Ad accrescere poi la sua confusione, come se tutto ciò non bastasse, in quel punto ch'egli stava per aprir bocca (o bene o male doveva pur rispondere qualche cosa), ecco capitare Giorgio inaspettatamente: Giorgio Della Valle, arrivato allor allora da Roma, e che apposta non si era fatto annunziare, desiderando e sperando fare—alla mamma—una gradita sorpresa.

Maria e il Vharè, com'è naturale, rimasero un po' confusi per quell'apparizione; e tanto più in quel momento. Il Vharè, tuttavia, fece presto a rimettersi, ed anzi, da uomo esperto, ne approfittò per levarsi d'imbroglio, correre da Lalla e concertarsi a proposito del sermoncino che gli aveva fatto la duchessa e che credeva, in buona fede, dovesse recare molta meraviglia anche all'amica. Invece, il conte Della Valle, il quale sperava una ben diversa accoglienza, non riusciva a spiegarsi tanta confusione, tanta incertezza, tanta freddezza. Una cosa sola era chiara, molto chiara: egli era capitato assai male a proposito.

Il Vharè trovò Lalla nel solito salottino, ma non più avvolto nelle tenebre, così care ai fidi colloqui. Dalle finestre socchiuse e dai vetri colle tendine alzate il sole entrava allegramente, con tutto il suo lusso di colori e di luce.

Lalla leggevaLes rois en exildel Daudet, e quando vide Giacomo gli stese la mano, senza nemmeno alzare il capo dal libro. Ormai erano arrivati al punto, che il romanzetto vero di Giacomo aveva per lei minori attrattive di quello stampato che teneva fra le mani.

—Vengo ora dalla duchessa.

—Hai veduta la mamma?

—Sì, e… mi ha parlato molto di te…

Lalla alzò il capo un momentino, ma lo chinò quasi subito, per tornare a leggere.

—Mi ha fatto una gran predica!…—E Giacomo, parola per parola, riferì a Lalla tutto quanto gli avea detto la duchessa Maria.

—Ero sicura che mia madre un dì o l'altro ti avrebbe tenuto un simile discorso. Ieri, figurati, mi ha fatto una gran scena perchè, non so chi, se la Bertù o la Calandrà, è andata a dirle di averti trovato qui, da me. Una scena. Dio mio, che mi ha fatto star male tutto il giorno. Lalla si asciugò una pronta lacrimetta, e sospirò, ma tenne gli occhi sempre fissi sul libro e continuò a leggere.

—Sono corso apposta da te;—le disse Giacomo,—per sentire ciò che si deve fare.

—Pur troppo… capisco: il vedersi… diventa ogni giorno più difficile.

—E lo dici, così?…

—Ma io…

—Ma tu… tu sei come gli altri.—E Giacomo, invece del solito ghigno beffardo, ebbe un sorriso tristo, doloroso.—Sì, cara contessa; è tempo di finirla. Non le pare? Un buon colpo di revolver e buona notte.

Lalla, a tali parole, si sentì assai turbata. A lei la vita sorrideva ancora: qualche noia, qualche contrarietà, qualche leggero sgomento, ma scomparivano presto, lasciandola pienamente felice. La morte per Lalla era qualche cosa di lugubre, di spaventoso, e non l'avrebbe augurata nemmeno al suo più fiero nemico; perciò, l'idea sola che il Vharè fosse giunto al punto di desiderarla, le rivelava un'angoscia così grande da inspirarle una pietà nuova e profonda.

Buttò via il libro, corse vicino a Giacomo per consolarlo e gli disse che—se adesso egli la vedeva più timida e più paurosa doveva capire che adesso lei non era più sola, ma che se tremava, tremava anche per suo figlio. E quando Giacomo le domandò rassegnato che cosa voleva ch'egli facesse e se doveva, come desiderava sua madre, non andarle più in casa, Lalla gli rispose di sì, che ciò era assolutamente necessario: poi saltandogli sulle ginocchia, sorridendo e baciandogli i capelli, gli aggiunse a bassa voce, colla bocca appoggiata all'orecchio:—Verrò io da te… se mi prometti di esser buono.

—Quando?

—Prometti prima che sarai buono, e che mi darai un bacio solo; sulla fronte.

—Prometto.

—Giura.

—Giuro. Quando vieni?

Lalla alzò il capo seria, per riflettere. Essa voleva le sue lettere, e se avea promesso di andare da lui, tanto valeva farla subito quest'ultima scappata, perchè ogni dì che passava il pacchetto col nastrino azzurro si trovava sempre in maggior pericolo.—Se quella certa scrivania venisse messa all'incanto?…

—Domani,—rispose finalmente, dando a Giacomo un altro bacio sui capelli. All'indomani, in fatti, suo marito aveva seduta al Consiglio Provinciale e al Comizio Agrario. Giacomo la strinse al cuore ringraziandola: in quel momento Lalla, forse perchè stava perdendola, gli piaceva assai. Egli era poi così abbattuto: lo squallore, la vergogna della miseria lo circondavano così da vicino, che si sentiva consolare al contatto di quella donnina elegante, che gli spandeva d'intorno come un ultimo raggio de' suoi lontani splendori.

—Dunque domani?—ripetè Giacomo alzandosi per andar via: non voleva incontrarsi un'altra volta col marito.

—Sì. Domani.

—A che ora?

—Aspettami fino alle due. Ma…

—Ma?

Lalla non disse una parola di più: Giacomo vide passare ne' suoi occhi il nome della Soleil.

—Cattiva!

—Un'altra cosa, signor marchese. Intendiamoci: non bisognerà dimenticare ciò che mi ha giurato.

—Un bacio solo…

—E sulla fronte.—Lalla, civettina e stordita, fece una smorfietta di una gravità così comica e così gentile, che Giacomo non potè trattenersi dal sorridere e dal ripeterle che le voleva bene.

Quando il marchese di Vharè uscì dal salottino e passò nell'altra camera, gli parve sentire qualcuno che si movesse dietro la porticina che Lalla gli aveva fatto vedere fino dalla sua prima visita a Borghignano. Si fermò su due piedi, aspettò un poco, voleva quasi tornare indietro per avvertire Lalla; ma poi, non udendo più nulla e pensando di essersi sbagliato, continuò diritto, tranquillamente, per la sua strada.

Giacomo non si era sbagliato; da quella porticina avea avuto tempo di scappar via la Nena.

La Nena era gelosa della sua padrona.

Il Frascolini l'aveva soggiogata moralmente e fisicamente; colle carezze e colle botte, colla promessa di sposarla e colla minaccia di piantarla su due piedi se non voleva fare ciò che comandava lui, cioè spiare la signora contessa attentamente e riferire tutto ciò che poteva vedere e sentire. La Nena, in sulle prime, si era adattata assai di mala voglia al brutto mestiere; ma poi, per la gelosia, che le si destò forte e pungente, cominciò a farlo con passione.

Appena la contessa Della Valle, ritornata da Roma, si era fermata a Borghignano, il direttore dell'Omnibus, ormai cavaliere e persona autorevole, si teneva sicuro di rientrare nelle buone grazie della duchessina, alla quale non doveva parer vero, secondo lui, di accogliere nel suo salotto una persona tanto ragguardevole. Perciò egli si credeva in obbligo di sfoggiare colla Nena un'aria di sussiego, certi atteggiamenti olimpici, che la mettevano sulle spine.

Un giorno poi,—figurarsi!—la poveretta lo vide tutto vestito di nero, attillato, profumato e con un bellissimo occhio di vetro, che per qualche ora cominciava a poter sopportare, e seppe dal Frascolini stesso, che egli si era messo con tanto lusso, perchè doveva recarsi verso le tre, dalla contessa Della Valle! La Nena prima si fece seria seria; ma infine, vedendo che quell'altro non la guardava nemmeno, lo scongiurò di non farla diventar matta gridando che se aveva in mente di tradirla, sarebbe stato un bugiardo, un traditore, un infame.

Il Frascolini lasciò sfogare la tempesta senza scomporsi; quindi, con molta gravità, cominciò a confortarla, assicurandola che, in ogni caso, egli la avrebbe sempre avuta a cuore; che, del resto, dovea ben capire come nella sua presente condizione egli non poteva bamboleggiare col sentimentalismo; egli aveva una gran missione da compiere, uno scopo da raggiungere. IlPatto sociale, simile all'Ebreo Errante, camminava sempre senza fermarsi mai, e attraversata la notte dei secoli, arrivava allora ai primi albori della civiltà. IlTerzo statoaveva fatto il suo tempo, ilquartoavanzava, bisognava preparare ilquinto. Del resto lui le avrebbe sempre voluto bene, ma a condizione che non lo seccasse, che non gli facesse perdere un tempo prezioso. Era inutile opporsi; lei del resto non lo poteva capire, e perciò loro due non si potevano intendere. Questo solo doveva mettersi in testa:

«Non si trattien lo straleQuando dall'arco usci!

Ed egli, ormai, s'era lanciato.

La Nena, che aveva ascoltato Sandro cogli occhi spalancati, gli confessò che non lo capiva affatto; ma che per quella visita ch'egli voleva fare alla sua padrona, ella si sentiva stringere il cuore. Il Frascolini perdette la pazienza, la strapazzò come un cane e la mandò via.

Un'ora dopo, egli si avviava verso casa Della Valle lentamente, con un gran batticuore, quantunque volesse fingere seco stesso di essere franco e sicuro del fatto suo.

Egli vedeva ancora la signorina Lalla con quel suo vestitino succinto di mussola bianca, gli occhi bassi, le guance soffuse di un leggero incarnato; bella com'era bella l'ultimo giorno che si erano lasciati a Borghignano, poco prima delle sue nozze, quando gli promise chedopo… si sarebbero riveduti.—La signorina gliel'aveva promesso, ma… Ma in fin dei conti toccava a lui di farsi innanzi per il primo; non poteva pretendere che fosse la donna quella che lo venisse a cercare. Adesso era cavaliere, quasi amico del duca Prospero Anatolio; era direttore e proprietario dell'Omnibus… Una visita gliela doveva.

Intanto, pensando a tutto ciò, era arrivato a casa Della Valle. Si fermò sul portone colla scusa di guardare nel portafoglio se aveva biglietti da visita; ma, in verità, si era preso quel momento per rinfrancarsi, e poi entrò diritto colla risoluzione affannosa di chi si getta, d'un salto, in una corrente di acqua fresca.

Il portiere, richiesto, vista l'eleganza del visitatore, rispose che la padrona era in casa, che riceveva, e sonato il campanello lo accompagnò fino ai piedi dello scalone. Sull'uscio dell'anticamera c'era un servitore che fece entrare il Frascolini nella prima sala; poi gli domandò il suo nome e andò ad annunziarlo. Tornò dopo averlo fatto aspettare abbastanza perchè Sandro, consumata tutta la sua provvista di coraggio, pentito, pauroso dell'atto temerario, al quale non sapea più nemmen lui come avesse potuto risolversi, desiderasse che Lalla non lo ricevesse per poter scappar via. Invece il servitore lo pregò di seguirlo; ma non lo accompagnò nel salottino della contessa, e Sandro, molto maravigliato, si trovò inaspettatamente nello studio del signor conte e proprio a faccia a faccia con lui, il tentennante, ilrosso di ieri!…

Il Della Valle lo salutò appena, con un cenno del capo, e senza farlo sedere, tenendolo in piedi vicino all'uscio, domandò che cosa il cavalier Frascolini desiderava da sua moglie.

L'egregio uomo, direttore dell'Omnibus, in questa circostanza non trovò più una gocciola di spirito e nemmeno un granellino di pepe; ma si turbò, si perdette d'animo, ed in preda ad una gran confusione balbettò coll'aria di chi sa di doversi discolpare,—ch'egli si era recato dalla signora contessa, desiderando solo di presentarle i suoi omaggi.—Allora Giorgio, fissandolo bene, gli rispose di essere incaricato, appunto dalla signora contessa, di dispensarlo da ogni obbligo: e detto ciò non aggiunse una parola di più, nè rispose agli umili inchini del Frascolini che nell'andar via sbagliava gli usci, non trovava la scala, maledicendo il momento che avea messo i piedi in quella casa.

Ma trovatosi all'aria aperta gli ritornò subito il coraggio e la cattiveria, e col bruciore addosso della brutta figura che aveva fatta si arrovellò contro Lalla e contro Giorgio aggiungendo a tutto ciò che avea sofferto anche la vergogna di quell'ultima umiliazione.

Però, quando rivide la Nena, non le riferì il cattivo esito della sua visita: era stato uno smacco troppo forte. Invece ebbe reticenze, misteri, i quali lasciavano sospettare chissà cosa alla povera grulla, che temeva sempre le sfuggisse l'amante, e si sforzava non più per difendere la padrona, ma per convincere Sandro che la signora contessa avea tutt'altri in mente che lui. Gli riferì, allora, come la sua padrona si era incontrata a Torino col marchese di Vharè, e a mano a mano gli contò tutto ciò che le venne fatto di scoprire, non sospettando mai che quel suo spionaggio potesse recar danno alla contessa; ma sperando solo di strappar via dal cuore del proprio innamorato ogni ricordo, ogni cara memoria.

Il Frascolini, più furbo della Nena, sapeva giocarla benissimo su questo tasto. Dopo ch'egli ebbe scoperto il suo anello in dito al bel marchese,—quell'anello che gli era costato tanti sacrifici e tanti dispiaceri,—risoluto di vendicarsi e trovato il modo di farlo, per metterlo in esecuzione lasciò capire alla ragazza che s'egli non aveva prove più convincenti non avrebbe mai potuto credere che la contessa Della Valle potesse incapricciarsi di un tristo soggetto dello stampo del Vharè; ma che lei, la Nena, voleva ingannarlo pe' suoi fini; e dopo di essere arrivato ad una tale conclusione taceva, pareva distratto e sospirava.

La Nena che, oltre a tutto il resto, si sentiva accusare di falsità, si pose all'opera con maggiore impegno e si tenne sempre vigilante, spiando la sua padrona quando usciva, quando restava in casa, e tenendo d'occhio chi andava e chi veniva. Appena il portiere sonava, annunziando una visita, la Nena cacciava il capo fuori dellagalleriaper vedere chi attraversava la corte, finchè, venuta la volta del Vharè, essa, passando per l'uscio segreto che dava adito alla stanza vicina al salottino, potè udire tutto ciò che dicevano il signor marchese e la signora contessa. Ne sentì abbastanza, più di quanto avrebbe creduto, e la sera, trovandosi come di solito, nei viali deserti deiGiardini pubblicicol Frascolini, gli riferì ogni cosa, pur di convincerlo che se voleva ancora sospirare per la sua padrona, era fiato sprecato.

Sandro l'ascoltò attentamente, fermandosi su due piedi, per paura di perdere una sillaba; e lì, sotto quelle piante che rendevano più ingombra la luce cupa della sera, anche il suo occhio di vetro pareva animato da una gioia selvaggia.

—Per la Madonna!—ghignò concitato quando la Nena ebbe finito di parlare.—Adesso non mi scappano più! No!… ci sono caduti nella rete, ci sono caduti!

—Gesù mio! Che cosa dici?… che cosa intendi di fare?…—esclamò laNena spaventata.

—Ciò che voglio fare non ti riguarda.

—Ma la mia padrona?

—Non ci devi pensare.

—No, no. Sandro, non voglio; non voglio che tu le faccia del male.T'ho contato tutto, perchè ero gelosa, ecco, non per altro.

—Oh, non l'amo, no. Sta tranquilla che non l'amo e ne avrai presto la prova.

La Nena, sbigottita, cominciava adesso ad aprire gli occhi e per la prima volta si fermava nella sua corsa vertiginosa per riflettere, per misurare tutte le conseguenze di quell'atto infame, commesso da lei durante uno stordimento che l'avea spinta, trascinata giù giù, in fondo all'abisso, senza ch'ella nemmeno se ne fosse accorta. Allora, colle punture del rimorso nel suo cuore sconvolto dall'amore, ma non ancora pervertito, tornò a ridestarsi tutto l'affetto per la duchessina, la gratitudine per tutto ciò che le doveva; e pregò, supplicò Sandro di acquietarsi, di perdonare alla signora contessa, di promettere, di giurare che non le avrebbe fatto del male. Ma Sandro, le mani in tasca, il capo basso, il cappello calato sul naso, invece di lasciarsi commuovere e di rispondere, si era messo a fischiare laMarsigliese; e la durò così, ingrugnito, quanto fu lunga la passeggiata, finchè venuto il momento di tornare a casa, tentò di cavarsela salutando in fretta e filando via. Ma la Nena gli corse dietro e non lo lasciò, e Sandro dovette promettere che l'indomani si sarebbe trovato in ufficio a mezzogiorno per aspettarla e che, frattanto, non avrebbe tentato nulla contro nessuno.

La poveretta arrivò a casa più morta che viva: era sbalordita, tremante, coll'angoscia paurosa di chi ha commesso un delitto. Quella sera, per giunta, la signora contessa fu con lei ancora più buona del solito; e quando ebbe finito di svestirla, le regalò una cappotta, sulla quale Lalla sapeva che la sua cameriera teneva l'occhio da un pezzo. La Nena si sentì stringere la gola nel ringraziarla, e quella veste le pesò sull'anima come fosse di piombo.

Entrò nella sua camera barcollante, si cacciò presto nel letto e avrebbe voluto addormentarsi per non isvegliarsi più. Ma il sonno, invece, non voleva venire; smaniava, dava le volte pel letto, aveva paura e si sentiva i brividi della febbre. Passò così buona parte della notte finchè, colla stanchezza, riebbe un po' di calma.—Sandro, pensava, non doveva essere affatto senza cuore e lei lo avrebbe tanto pregato, che avrebbe finito col cedere. Al primo colpo, si sa, era rimasto ferito nel vivo e non aveva voluto piegarsi, ma l'indomani, certo, sarebbe stato più buono. Non era un birbante, non era una canaglia. Alla fine egli aveva molti obblighi con lei, obblighi sacrosanti. Ebbene, ella dimenticherebbe tutto, non gli domanderebbe nemmeno più che la sposasse, a patto, per altro, che abbandonasse ogni cattivo pensiero contro la padrona. Ma e… e se invece tenesse duro?… Se fosse così… così cane, da non piegarsi a nessun costo?… Ebbene, allora lei sarebbe tornata a casa e avrebbe confessato tutto alla signora contessa… Sì, sì. La signora contessa dovea essere salva e lei l'avrebbe salvata. Alla fine poi, mentre la signora contessa e il signor marchese fissavano il loro convegno, non li avea uditi che lei sola, e al caso, in un caso disperato, avrebbe anche giurato e spergiurato di aver riferito il falso al Frascolini.

Così confortata, potè addormentarsi; ma la sua quiete durò poco. Si svegliò quasi subito, sussultando, in preda a nuove angosce. Nel sogno le era apparsa la faccia del Frascolini che la fissava con un ghigno beffardo, feroce, e quella faccia s'ingrandiva a mano a mano che le si avvicinava, e appariva mostruosa, mentre di sotto alla benda nera gli colava, lungo la guancia, una riga di sangue. Ma la Nena non poteva liberarsene; ormai le era addosso, la toccava e nello stesso tempo che la vedeva chiara dinanzi, la sentiva sul petto greve, opprimente. Si svegliò che credeva di soffocare; spalancò gli occhi; eccola ancora, quella grinta, in mezzo al buio della cameretta!…. Accese il lume impaurita, si provò a pregare; no, no, non poteva; aveva la mente troppo sviata, troppo sconvolta. Si alzò che albeggiava. Il primo oggetto che si presentò al suo sguardo fu la cappotta regalatale dalla padrona. Allora la prese con tutt'e due le mani, la baciò quasi devotamente, e riandando col pensiero le memorie più lontane della sua infanzia, rammentava tutti i benefici ch'ella aveva ricevuti in quella casa; l'assistenza, i soccorsi prodigati a sua madre, al babbo suo, e quel comando di Lalla di non ritornare adiscorrere mai più col Frascolini…. Lei l'aveva disubbidita; aveva incontrato Sandro, di nuovo si era messa a parlare con lui… Egli le disse che le voleva sempre bene… la condusse lassù, in quel camerone buio, lungo, basso come una prigione, pieno zeppo di ruote, di cavalletti, di macchine che giravano, pestavano, fischiavano, mentre uomini sudici, col ceffo annerito e con certi occhiacci che la divoravano viva, sembravano in tutto quel fracasso d'inferno altrettante anime dannate; poi… poi, senza saper come, da un momento all'altro, si trovò in una stanzetta linda, silenziosa…


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