Per la prima volta sentiva adesso, adesso soltanto, tutto l'orrore della propria colpa, come un ubriaco che, risvegliandosi dopo un lungo sonno, a poco a poco si ricorda di aver commesso un delitto. A questo strazio non potè reggere, cadde bocconi sul letto e mentre le pareva di sentirsi nell'anima la maledizione de' suoi due vecchi, balbettava singhiozzando:—Vergine Santa! Vergine Santa! Che cosa ho mai fatto!
Più tardi, quando ebbe vestita la sua padrona, prima del mezzodì, e colla scusa di dover andare dal merciaio, corse dal Frascolini. Ma il Frascolini non c'era, nè giù all'ufficio, nè su, in casa, e nemmeno in stamperia.
La Nena si sentì una stretta al cuore: Sandro non le aveva mantenuta la promessa. Ne domandò a un monello in camiciotto, con due occhietti neri, maliziosi, luccicanti in una faccia scialba e sudicia, la pipa in bocca e un berretto in testa, fatto con un giornale. Il monello sbirciò la bella ragazza, strizzando l'occhio, tale quale come se fosse stato un uomo di vent'anni, poi levandosi la pipa, sputando e asciugandosi lentamente le labbra colla manica del camiciotto, rispose:
—È il direttore che cerca? Il direttore è andato a… e movendo la —mano aperta, distesa, all'un de' fianchi, il monello fece quell'atto —che spiegava come Sandro fosse andato a mangiare.
—Tarderà molto a venire?
—Secondo l'appetito. Intanto può aspettare in ufficio.
—No, grazie.
—Come vuole.—E il monello, continuando a sbilucciarla, sputacchiò un'altra volta per darsi importanza, poi, fischiettando con un certo fare da menimpipo, infilò l'uscio della stamperia e scomparve.
La Nena era inquieta e sgomenta: aspettò sulla porta una mezz'ora buona, salì di nuovo, nemmeno ilprotosapeva indicarle dove si potesse trovare il signor direttore. Al caffè avevano mandato a cercarlo, ma non c'era; non andava più lì, di fisso, a far colazione.
La poveretta era sulle spine e ogni minuto che passava pareva le portasse via un tanto di fiato e di vita. Finalmente, quando già cominciava a disperarsi, vide Sandro scantonare e avvicinarsi verso casa.
—È un'ora che ti aspetto,—gli gridò la Nena appena fu dentro e si trovò sola con lui…
—Se non volevi aspettarmi potevi andartene.
La Nena guardò attentamente il Frascolini: era più rosso del solito, aveva la cravatta sciolta, ansava… doveva aver bevuto molto a colazione.
—Sai che cosa mi avevi promesso, ieri sera?…
L'altro si strinse nelle spalle, schivando che il suo occhio s'incontrasse negli occhi penetranti della ragazza—Ho da fare, oggi,—le disse alla fine, tanto per liberarsene.
—Me ne vado via subito; soltanto voglio prima che tu mi prometta ciò che non hai voluto promettermi ieri sera.
—Impossibile—rispose Sandro, strappandosi del tutto la cravatta, perchè soffocava.
La Nena non si perdette d'animo e con quell'eloquenza che prorompe dal cuore, tornò a scongiurarlo di perdonare alla Signora contessa e di non farle del male. Gli disse che a questo solo patto ella sarebbe stata la sua serva, la sua schiava, che egli non avrebbe più udito dalla sua bocca nè un rimprovero, nè un lamento e che non gli avrebbe più rinfacciato la pace, l'onore perduto. Gli ricordò la devozione, la gratitudine che il padre di lui, il vecchio Frascolini, aveva sempre serbata viva nell'anima per la signora duchessa, quella santa donna che sarebbe morta d'affanno, se qualche disgrazia fosse toccata alla sua figliuola; e siccome Sandro si era messo a fissarla come intontito, la Nena lo credette commosso, gli gettò le braccia al collo e continuò a pregarlo, a supplicarlo, coprendolo di carezze, di baci, di lacrime finchè, vedendo che l'altro durava a star zitto, esclamò:—Dunque, di' su, rispondi; mi fai questa grazia?… Posso viver tranquilla, vero?… Posso viver tranquilla?
—Levati, via!… Mi secchi, mi fai caldo, così a ridosso,—esclamò il Frascolini; poi con una certa precipitazione, come se volesse liberarsi d'un gran peso,—dopo tutto,—concluse—è tempo perso per me e per te. Tornare indietro adesso non si può; quel ch'è fatto, è fatto.
La Nena diede un urlo e il Frascolini fu scosso dall'espressione strana di sgomento, di dolore, d'ira, che apparve su quel volto contratto. Allora, per vincere l'inquietudine da cui si sentiva dominato, si pose a gridare, a urlare a sua volta, col braccio teso, col pugno chiuso; pareva volesse percuotere un'immagine odiata ch'egli si vedeva ritta dinanzi.
—M'hanno scacciato come un cane, nome d'un Dio!… Come un ladro! Tu non lo sapevi questo, vero?… Fu lei, che ha fatto crepare mio padre di dolore; fu lei, che mi ha avvelenata la vita, che mi ha guastato il sangue, che mi ha strappato il cuore!… La cercavo io?… No. Ero tranquillo, ero felice, ero onesto. Sì; onesto. È stata lei a rovinarmi, a perdermi, a filtrarmi fuoco e tossico nell'aria che respiravo. Sì!… Mi sono vendicato. Sì!… E per questo? Vita per vita!… Pace per pace!… Onore per onore!… Alla gogna!—Alla lanterna gli aristocratici, alla lanterna; nome d'un Dio!
La Nena pallida, fremente, cogli occhi torvi, gli afferrò il braccio che teneva disteso, e stringendolo e strappandolo con una forza nervosa, strana:—Rispondi—balbettò, palpitante.—Rispondi, assassino; che cos'hai fatto?
Sandro era in preda ad una commozione, ad una eccitazione indescrivibile. I fumi del vino che gli annebbiavano il cervello, l'ira, l'odio che aveva nell'anima, i ricordi degli oltraggi e del suo amore offeso, tutto ciò non riusciva, in quel momento, a soffocare il rimorso! Egli giurava a sè stesso, alla Nena, a Dio, ai Santi che aveva avuto ragione di vendicarsi come si era vendicato, che nemmeno il Padre Eterno avrebbe avuto più pazienza di lui, che altrimenti sarebbe stato uno stupido, un vigliacco: ma non osava di guardare la Nena, e quanto più alzava la voce e smaniava, tanto meno riusciva a nascondere, a soffocare quell'altra voce che gli usciva più forte dalla coscienza.
—Assassino! Assassino!… Che cos'hai fatto?!—continuava a ripetere la Nena, con voce rotta, convulsa, così dappresso ch'egli si sentiva bruciare la faccia da quell'alito caldo.—A me, sai, non si può darla ad intendere. A me non puoi venire a dirle le tue menzogne. Non puoi parlare di giustizia, di diritto con me!… Che giustizia è la tua di vendicarti su chi, anche, ti avesse fatto del male?… Mi vendico io di te?… E me n'hai fatto del male!… Oh! se me n'hai fatto!… Ero venuta a cercarti io?… Ti avevo strappato il cuore, attossicata l'aria? No. E dunque, vita per vita, pace per pace, onore per onore, non t'eri forse pagato abbastanza con me, assassino?
Sandro, così come gli appariva allora, non aveva mai veduta la Nena… Non era più la fanciulla innamorata sommessa che gli stava dinanzi; era un'altra donna. Al Frascolini pareva che in lei si fosse incarnato il proprio rimorso. Lo sdegno di quella donna era più vero e più giusto del suo; essa lo confondeva, lo schiacciava, e Sandro ne ebbe paura. Allora, senza neppur sapere ciò che facesse o dicesse, a strappi, confessando prima e poi contraddicendosi e negando, accusando gli altri e difendendo se stesso, cercando scuse e pretesti, cominciando col mentire e terminando coll'essere sincero, contò alla Nena, con ogni più minuto particolare, l'infame vigliaccheria che aveva commessa; e quando ebbe finito, senti come un grande sollievo a non aver lui, lui solo, sulla coscienza, il peso enorme di quell'odioso segreto.
La Nena lo ascoltò, ascoltò tutto, pallida, tremante, senza mai dire una parola; poi, uscì ratta dalla camera, fece le scale a precipizio e correndo, senza badare ai curiosi che si voltavano a guardarla, corse subito a casa per cercare della signora contessa, per avvisarla di tutto, per impedire ch'ella andasse dal Vharè, per salvarla. Alle due, mancavano più di tre quarti d'ora. Oh, sarebbe arrivata ancora in tempo!… La Vergine benedetta le avrebbe fatta questa grazia, questo miracolo!…
Arrivata a casa, fece le scale di corsa, entrò nell'appartamento, ma non trovò la signora, in nessun luogo. Era uscita per andare alla messa, poi non era più tornata…—Certo,—le dissero le altre donne, che la Nena aveva interrogate,—certo, doveva essere da sua madre.—La Nena, tornò da capo a uscire, a correre con un orgasmo, che parea le mettesse le ali ai piedi. Arrivò al palazzo d'Eleda stanca, sfinita, anelante, fuori di sè, come una matta:—Dio, Dio!… Si faceva tardi: forse non era più in tempo, forse la sua padrona era perduta…
—La signora contessa è qui?… è di sopra?—domandò al portiere, senza pensare che mostrandosi tanto inquieta avrebbe finito col destare sospetti.
—Sì; almeno lo credo. Per essere venuta è venuta di certo, mezz'ora fa. Se per altro non è tornata via mentre io sono stato fuori per la signora Luigia.
—Mi faccia il favore di domandare subito a Lorenzo se la mia padrona c'è ancora.
—E se c'è, devo farle dire qualche cosa?
Il portiere era stato messo in grande curiosità dall'agitazione della signora Nena.
—No… no. Mi basta di sapere se c'è; nient'altro che questo; ma per carità… faccia presto!… faccia presto!
Se la sua padrona era lì, pensava intanto la Nena fra sè, lei l'avrebbe aspettata in portineria, e quando fosse per uscire, le avrebbe tenuto dietro e l'avrebbe avvertita di ogni cosa.
—Signora Nena! Signora Nena!—il portiere la chiamava, da una finestra del primo piano.
La Nena passò subito nella corte e—c'è?!—gli domandò prima di salire, con un'incertezza angosciosa.
—Venga di sopra, subito!—e il portiere, così dicendo, abbassò il capo.—La povera donna credette, in quel modo, che l'altro avesse inteso di rispondere affermativamente.
—Ah, benedetto Dio!… era ancora arrivata a tempo!—E consolata, raggiante, non pensando nemmeno che per salvare la sua padrona avrebbe dovuto cominciare coll'accusar sè stessa, fece le scale d'un salto.
—Dov'è?—chiese ansando al portiere, che l'aspettava in anticamera.
—La signora contessa è uscita adess'adesso. È la mia padrona che le vuol parlare.—La Nena perdeva la testa, ma non ebbe tempo di muoversi, se non basta di fuggire, che già la duchessa, in persona, era comparsa sull'uscio. Il portiere, mentre cercava Lorenzo, aveva incontrato la duchessa Maria, e richiesto da lei le aveva detto che era salito perchè la Nena voleva sapere se c'era ancora la sua padrona, e aggiunse che gli era sembrata inquieta, sconvolta. Udendo ciò. Maria volle veder subito la Nena pel timore che fosse accaduta qualche disgrazia.
—Che cos'è successo?… Che cosa vuoi dalla tua padrona?
—Nulla… volevo… Non è successo nulla, signora duchessa; stia certa… Nulla… volevo…—Ma la Nena commossa, confusa, non sapeva dire una parola, si confondeva, tremava, balbettava tanto che Maria, vedendo tutto quel turbamento, mandò via il portiere e condotta la Nena nella stanza attigua, le domandò vivamente, imperiosamente:—Che cosa è accaduto?… Parla: di su; non m'inganni. Che cosa è accaduto?
—Nulla… Nulla…—e alla Nena le girava intorno tutta la stanza, le si piegavano le ginocchia, le pareva di soffocare, di morire.
Maria indovinò, lesse su quella faccia alterata, stravolta, che Lalla doveva correre qualche pericolo: e—Sono sua madre, intendi? Sono sua madre!…—gridò alla Nena scotendola.—Rispondi, subito: che cosa è successo?
—Nulla!…
—No. Devi dire la verità. Voglio sapere la verità.
—Ebbene…
—Ebbene?… Parla!… Ma parla, disgraziata!… Vuoi farmi morire?
La Nena, non potè resistere a quest'ultimo urto; non potè lottare, e coll'abbandono disperato del naufrago che non ha più lena di opporsi contro l'onda che lo percuote, che lo trascina, cadde ai piedi di Maria e singhiozzando le svelò ogni cosa.
Maria, nello stesso tempo che a quelle parole si sentiva stringere il cuore come in una morsa, trovò pure tanto coraggio, tanta energia, quanta non ne aveva avuta mai. Vide, capì soltanto, che sua figlia era in pericolo, e non pensò più che a salvarla. Si fece ripetere dalla Nena tutto ciò che aveva saputo dal Frascolini, poi le ordinò di ritornare a casa e di mostrarsi con tutti tranquilla e indifferente. Si sarebbe abbandonata più tardi alle lacrime ed ai rimorsi, quando la sua padrona fosse stata al sicuro. Per quella madre, Sandro, il Vharè, la Nena erano tutti colpevoli, odiosamente colpevoli, ma sua figlia no, o, almeno, non pensava alla sua parte di colpa; sua figlia non la vedeva altro che in pericolo. Corse nella sua camera, si buttò addosso una mantelletta nera, un velo fitto sugli occhi, e si avviò verso la casa del Vharè. A che fare?… Non lo sapeva nemmeno; ma se non avesse potuto salvare sua figlia l'avrebbe difesa, l'avrebbe protetta, se la sarebbe portata via: era sua, non era di nessun altro. Lalla, sua figlia; era sua.
Maria aveva saputo dove il Vharè stava di casa, poco tempo prima, quando successe lo scambio dei biglietti di visita fra il marchese Giacomo e il duca Prospero, per la morte dello zio.
Risoluta, con passo fermo, sicuro, non sentendosi più nemmeno ammalata, arrivò alla casa del Vharè. Appena dentro alla porta, in fondo alla scala, c'era di guardia il vecchio servitore di Giacomo.
—Da che parte si va dal vostro padrone?
—Non è in casa—rispose l'altro, un po' turbato.
—E in casa, è in casa. Accompagnatemi dal vostro padrone, subito.Andate, presto!… Andate avanti; dov'è?
Il vecchio, a quelle parole e a tanta fermezza, non ebbe il coraggio di opporsi e non sapeva che fare. Ad ogni modo, pensò che doveva avvertire il suo padrone di quanto accadeva; corse su per le scale, aprì l'uscio in fretta, ma in quel punto Maria, che lo aveva seguito, con una spinta lo allontanò dalla porta ed entrò con impeto, mentre l'altro gridava per dare l'allarme:—Padrone! signor padrone!
Il Vharè si presentò subito a Maria, ma questa non ebbe il tempo di dirgli nulla: sentì un grido che le schiantò il cuore.
Era stato il grido di Lalla, che aveva riconosciuta sua madre.
—Vieni!… Vieni via! Forse siamo ancora a tempo.Glihanno scritto una lettera anonima. Vieni via!
Lalla, spaventata, si mise a piangere, a balbettare parole sconnesse, mentre confusa e tremante cercava, il cappello, la mantellina, i guanti… Il Vharè rimaneva immobile, colla testa bassa, pallidissimo. Egli, che sarebbe stato forte, impassibile contro il marito offeso, dinanzi alla madre perdette tutta la sua audacia, si sentì colpevole e vile.
Maria non gli rivolse una parola, non lo guardò nemmeno; non sentiva, non vedeva, non capiva nulla, altro che una cosa sola: salvare sua figlia. Lalla era pronta, stava già per uscire, quando Maria che si era avvicinata alla finestra spiando dietro le tendine calate, diè all'improvviso un grido soffocato, e presa e stretta sua figlia fra le braccia, come per salvarla, con un atto d'indicibile sgomento le additò un uomo nascosto fra le colonne esterne di una chiesa, che faceva angolo in fondo della strada. Prima ancora di ravvisarlo, tutte e due sentirono ch'era lui, Giorgio, e non s'ingannarono punto: Giorgio, immobile, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso sulla porta di quella casa maledetta. Doveva esservi giunto allora allora: Maria, quando era passata di là, avea guardato bene; non c'era nessuno.
Giorgio, infatti, era lì fermo da pochi istanti.
Quel giorno al tocco, lo si sapeva, era aspettato alla sede delComizio Agrario; ma invece la seduta era andata deserta. Egli allora, era una bella giornata di sole, ritornò a casa per prendere Lalla e fare insieme una passeggiata. Anche il Della Valle, come prima la Nena, sentì che Lalla non c'era, ma anch'egli pensò subito che l'avrebbe trovata da sua madre. Prima per altro, come faceva spesso, passò dal suo studio per vedere se fossero arrivate lettere od altro.—Trovò il suo ragioniere, parlò di affari con lui, gli diede alcuni ordini e già stava per andarsene, quando l'altro gli additò una lettera e una gazzetta appena arrivate. Il Della Valle guardò l'una e l'altra distrattamente, poi buttò il giornale e tenne la lettera. L'indirizzo era scritto con una calligrafia ignota; anzi, a guardarci bene, era una calligrafia a sghimbescio, ammaccata, piena di adulterazioni studiate. Ciò lo mise in sospetto. Osservò il bollo: era di città; la data: quella dell'ultima impostazione. Doveva essere, senza dubbio, una lettera anonima, e diè un'alzata di spalle! Nelle noie, nei triboli della sua vita pubblica, erano queste le spine meno pungenti. Sorridendo stracciò la busta, e come aspettandosi una buffonata cominciò a leggere tranquillamente; ma poi, dopo le prime parole, trasalì, oscurandosi in viso:
«Signor conte!
«Se non siete un vile, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia, oggi alle due dovete recarvi in persona a fare una visita al vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè. Chi ve ne consiglia, sappiatelo, è la Giustizia di Dio!»
—Ah, no, no, no!… Questo è un tiro di quel farabutto del Frascolini!—esclamò Giorgio calmato il primo impeto, e si strinse nelle spalle e stracciò la lettera.—Un uomo onesto, un uomo che si rispetta, non tiene nessun calcolo delle lettere anonime—pensava fra sè. Certo; doveva averla scritta il Frascolini, per vendicarsi d'essere stato messo alla porta!… Canaglia, buffone!… «Andate alle due dal vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia!…»—Ha proprio trovato, l'imbecille, chi ci casca nella rete. Ma… con che scopo mi scrive così? Anche ammesso che io fossi tanto gonzo, una volta che ci andassi, che cosa avrebbe ottenuto?…—Così, a poco a poco, senza accorgersene, cominciò ad essere inquieto. Di sua moglie era sicuro; per altro, con quella lettera, si voleva alludere a lei. Ripetè seco stesso che sarebbe stato un vile, peggio del Frascolini, se avesse dubitato di sua moglie, per una lettera anonima. Di sua moglie era sicuro, non arrivava nemmeno a concepire un dubbio così mostruoso; ma, ad ogni modo, perchè si scrivesse a lui in quella forma, perchè lo si volesse fare andar lui, quel giorno, dal Vharè, chi scriveva doveva aver preso un qualche equivoco.—Giorgio era sicuro di Lalla, tuttavia lo turbava quel nome del Vharè, messo lì per eccitare la sua gelosia. Perchè avevano scelto il Vharè?… proprio il Vharè? Dunque si era detto in giro che costui faceva la corte a sua moglie?… In conclusione, quella lettera cominciava a fare il suo effetto, e già egli voleva accertarsi che era una menzogna, che era una calunnia infame; e pensò ad una scusa, ad un pretesto per poter andare dal marchese. Perchè ci voleva un pretesto. Se il Vharè avesse indovinato qualche cosa, egli avrebbe fatto una figura ridicola. Ma infine, non andarci e tenersi addosso quella febbre?… Se la lettera avesse accusata apertamente Lalla, forse lo avrebbe meno inquietato; ma quella forma sibillina, quel reciso consiglio di andare dal Vharè alledueproprio alledue?… Che scopo ci doveva essere per mandarlo là a quell'ora? Non avrebbero potuto inventare qualche cosa di meglio? Un ordito più ingegnoso e che non si potesse così subito mettere in chiaro?… E Giorgio, attratto da una forza che vinceva ogni ragionamento, persuaso che non avrebbe dovuto essere così debole, sicuro che commetteva quasi una bassezza, ma pur tuttavia volendo fare ciò che gli avrebbe ridata la pace e la quiete, anche a costo di esser lui più tardi il primo a ridere di sè stesso, volle vedere, verificare, toccare con mano che quella lettera era stata scritta da un bugiardo, infame, e per di più da uno sciocco: bugiardo, perchè mentiva; infame perchè calunniava sotto l'anonimo, e sciocco perchè non aveva saputo immaginare una falsità più verosimile.—E se lo scopo dell'anonimo fosse quello soltanto di burlarsi di lui per ridere alle sue spalle?…—Un tal pensiero lo trattenne a mezza strada… e lo fermò appunto, sotto la chiesa. Era inquieto, titubante e anche un po' si vergognava di sè stesso, perchè infine, il fatto di fermarsi a spiare era un'azionaccia indegna.—Ma dopo, sarebbe stato così tranquilla, così felice!
Era lì da qualche tempo e aspettava, e non vedendo alcuno nè entrare nè uscire, persuaso e convinto di aver avuto torto a muoversi, stava per andar via, quando si affacciò sotto la porta, dove il suo occhio era sempre fisso, il marchese di Vharè. Giacomo uscì, venne verso la chiesa tenendosi sul marciapiede opposto, e tirò diritto senza guardare nemmeno dalla parte dov'era il conte Della Valle.
Ma il cuore?… il presentimento?… il Vharè passava diritto e sicuro; eppure a Giorgio sembrò di notare in lui qualche cosa di strano, di irresoluto, qualche cosa che non era naturale; e invece di andarsene, rimase fermo, guardando fisso quella porta che pareva volesse bruciare cogli occhi.
Su, intanto, in casa del Vharè, Maria e Lalla erano in un tormento di disperazione. Lalla inginocchiata, piangeva sempre, nascondendo la faccia nelle vesti di sua madre che, rigida e stecchita, nascosta dietro la tendina, non respirava, non viveva altro che per gli occhi, intenti in quell'uomo, sempre immobile laggiù, fra le colonne della chiesa.
Era stata lei che aveva consigliato al Vharè di uscire. In mezzo allo sgomento di tutti, lei, lei sola, per amore di sua figlia, conservava ancora un po' di coraggio, un po' di fermezza.
—Signor Vharè… provi ad uscire—gli aveva detto:—e qualunque cosa accada, per ora, non ritorni più qui. Chi sa, vedendolo andar via solo, non vedendo più nessuno, chi sa ch'egli non possa calmarsi e credere di essere stato ingannato.
Il Vharè non rispose una parola. Non ebbe il coraggio nemmeno di alzare gli occhi; ma con una obbedienza passiva e rispettosa, fece quanto gli veniva imposto. La duchessa Maria, pallidissima e anelante, tornò a guardare fissa dalla finestra.
Lalla era tramortita e si vedeva perduta da un momento all'altro, e perciò, per lo spavento che le legava il cuore, sentiva un gran conforto dalla presenza di sua madre. Le stava vicina piangendo, inginocchiata e tenendosi colle mani stretta alle vesti di Maria.
—È andato?… Se ne va?… Si muove?…—chiese poi a sua madre, con un fil di voce, senza osare di alzarsi a guardar lei dalla finestra, quando le sembrò che il Vharè dovesse ormai essere passato dalla chiesa, ed anche scomparso dalla strada.
—No!—rispose Maria colla disperazione sorda di chi ha perduta anche l'ultima speranza.
—Dio, Dio mio!—balbettò Lalla, torcendosi le mani con un altro scoppio di pianto dirotto,—Dio! Dio mio!… Che cosa fa fare la passione! Tu non sai, mamma; tu non sai!
—Io non so?… Io?…—Maria, a tali parole, si sentì scuotere tutta, si sentì vacillare come se una mano invisibile l'avesse percossa sulla faccia, e le sembrò allora, in quel momento, che tutta la storia della sua vita così addolorata, le si sollevasse viva dinanzi. Anche Maria aveva la febbre, anche Maria delirava. Le più forti commozioni, mille opposti sentimenti si affollavano, si confondevano in lei; e mentre rimaneva immobile, palpitante per il disonore, per l'infamia che minacciava sua figlia, già l'audacia di un sacrificio ch'ella aveva appena intravveduto, ma che sentiva pure di dover accettare ad ogni costo, perchè sola poteva salvare sua figlia, le sgominava la coscienza, le straziava l'anima. Era un sacrificio supremo e terribile, era lo schianto di tutto il suo cuore, era la sua ultima speranza perduta, la sua ultima illusione svanita; era l'orgoglio, era il santo pudore della donna che in lei rimaneva mortalmente offeso, era Giorgio, Giorgio che l'avrebbe derisa, disprezzata, maledetta!… Era l'urto dei due sentimenti più forti della sua vita che s'incontravano, che davan di cozzo fra di loro per abbatterla, per ucciderla.
—Io non la conosco la passione?… Io non la conosco?… T'inganni, sai, Lalla… Son vent'anni che la conosco, è da vent'anni che mi tenta, è da vent'anni che mi fa piangere, che mi fa soffrire, che mi strazia, ed oggi… oggi, sì, ha vinto lei; però è riuscita ad uccidermi, ma non è riuscita a perdermi,—Io non la conosco la passione?… E sei tu, tu, che inginocchiata, fra le lacrime ed i rimorsi, non trovi altra difesa alla tua colpa che in un insulto al mio dolore. Ma sai che io ebbi il coraggio di fuggirlo l'uomo che amavo, e che colle mie stesse mani ho voluto e ho saputo cancellare dal suo cuore ogni memoria, ogni ricordo mio? E sai tu quando, dopo averlo pianto con tutte le mie lacrime per anni ed anni, senza averlo potuto mai dimenticare nemmeno per un giorno, nemmeno per un'ora, sai tu quando l'ho riveduto?… Quando venne a chiedermi in moglie mia figlia!… Ed io mia figlia gliel'ho data in moglie, e lo amavo, sai, Lalla, e lo amo; tanto è vero che muoio!…
—Lui?… Giorgio!…—esclamò Lalla, guardando sua madre esterrefatta.
—Sì… tuo marito; tuo marito che oggi vedrà me uscire da questa casa e crederà che io sia l'amante di un uomo che è corrotto, che è vile, infame, quanto tuo marito è grande, è nobile, è bello!… Sì… Giorgio!… Sì… anche l'ultima mia speranza mi deride, la speranza di essere ricordata come una madre adorata, come una donna onesta; anche l'unico sentimento che mi era concesso di ottenere da lui, e che mi era pur tanto caro, la sua stima, oggi la perdo per sempre. Ma che importa?… Nel mio stesso sacrificio sento più viva, più grande la mia passione; e se non mi è dato di amarlo, sono io, io sola, che in questo momento può difendere, può salvare la sua quiete, la sua felicità, la sua vita… e la tua!—Maria, così dicendo, cogli occhi scintillanti, bella, più bella nel suo amore, nel suo dolore, nel suo coraggio, pareva godere, fremendo, la voluttà di quello spasimo supremo, e abbassato, il velo sugli occhi si strinse nella mantellina e si avviò per uscire.
—No!… No!… Non voglio!—gridò Lalla, non più singhiozzando, ma guardando sua madre con un'espressione di maraviglia, di sgomento e anche quasi di gelosia ne' suoi occhi spauriti.—No, no, non voglio!—
—Lasciami!… Lasciami passare!… Domando a Dio, domando a te per tutto quanto ho sofferto, una grazia… una grazia sola: quella di poterti salvare.—Va via! Alzati!… Tu non puoi impedire a me, a tua madre, di salvarti. Alzati! Va via!… Te lo impongo. Io sola, qui, ho diritto di comandare e di sacrificarmi; tu questo diritto non l'hai, tu devi ubbidire. Va!… Va! Lasciami passare!…—Maria più forte di Lalla in quell'istante, l'afferrò per un braccio e dopo averla violentemente strappata dall'uscio la condusse vicino alla finestra e—sta attenta,—le disse concitata, indicandole Giorgio,—tra poco lo vedrai… lo vedrai muoversi di là… forse per seguirmi… forse… per fuggire. Tu allora potrai scendere, potrai salvarti. Bada!… Al mondo non ho più nulla, altro che te. Devi salvarti, te lo comando; devi salvarti, perchè tu sei ancora l'ultimo anelito di questo cuore che s'infrange. Salvati, o mi farai maledire la mia virtù, il mio sacrificio, la mia vita; salvati, o mi farai morire dannata!—E uscì ratta, sciogliendosi con un urto violento dalle braccia, dalle mani di Lalla che tremante, le si aggrappava d'intorno, tentando invano di trattenerla.
Lalla rimase interdetta, stordita; ma poi, trovandosi sola, il pericolo che correva la fece presto rientrare in sè stessa. Si avvicinò alla finestra, tenendosi sempre nascosta dietro le tendine, trattenendo fino il respiro, tanto aveva timore di poter essere scoperta. Giorgio era lontano, ma lo vedeva bene. Aspettò con un battito di cuore angoscioso; ci fu un punto in cui lo vide trasalire con una scossa di tutta la persona: indovinò che sua madre, in quel momento gli era passata dinanzi. Poco dopo, lo vide uscire barcollante dalle colonne della chiesa, guardarsi attorno sospettoso e sparire. Allora… oh, allora sentì che era salva!… Si accomodò in fretta le vesti, la mantellina, il cappello; si guardò attorno un'altra volta, come incerta, esitante, poi, ad un tratto, parve risolversi e si avvicinò alla scrivania, aprì un cassetto: c'erano le sue lettere unite insieme, legate col nastrino azzurro. Le prese, rinchiuse il cassetto, le cacciò in tasca, abbassò il velo, si strinse nelle vesti, scese a volo giù dalle scale e corse a casa lesta, spedita.
Giorgio, quel giorno, salì da sua moglie più tardi del solito. Aveva girato a lungo per le strade più deserte di Borghignano; voleva stordirsi, voleva calmarsi. Si sentiva sconvolto e umiliato dalla dolorosa e vergognosa scoperta. Non domandò nemmeno al portiere se Lalla era rientrata; ormai non pensava, non ricordava più che, quando prima l'aveva cercata, sua moglie era fuori. La trovò nel salotto sola, che lavorava coll'uncinetto una piccola cuffia da bambino. Giorgio si sentì stringere il cuore e baciò Lalla sui capelli, colle labbra che gli bruciavano dalla febbre; poi ebbe appena il tempo di fuggire nella sua camera, perchè si sentiva soffocare dalle lacrime.
Quando riapparve, all'ora del pranzo, disse a Lalla ch'egli si sentiva poco bene, ma le prodigò le cure più affettuose, più tenere, che lasciavano scorgere in lui qualche cosa di triste, di melanconico, un'espressione di compianto indefinibile. Giorgio non si stancava di accarezzarla, le dimostrava tutto il suo amore, come se volesse amarla e consolarla anche per la mamma… che la poveretta non aveva più.
Lalla seria, mesta, riceveva quelle carezze con una docilità timida, quasi paurosa. Cogli occhi scuri, profondi guardava lungamente suo marito, quando egli non la vedeva, e il suo sguardo era inquieto e appassionato: lo guardava come non lo aveva guardato mai, a volte facendosi pallida pallida, a volte diventando rossa, di fuoco.
Trascorsi in pace alcuni giorni e riposatasi alquanto dal gran pericolo che aveva corso, la contessa Lalla era tuttavia sempre assorta col pensiero nelle vicende di quel momento tanto angoscioso e terribile. Vedeva ancora sua madre fremere di amore e di dolore, nel compiere l'ineffabile sacrificio; sentiva ancora, nell'anima, l'eco di quelle parole che Maria le aveva gettate in faccia calde, vive, sanguinanti, come i brani di un cuore infranto, e tutto ciò mentre si agitavano in lei, mentre correvano nel suo sangue le prime fiamme di quella istessa passione. Giorgio le appariva come non le era apparso mai: anche Lalla, adesso, lo vedeva grande, nobile; lo vedeva bello. Quando egli parlava, non era più distratta, non lo interrompeva più per uno scherzo, per un nonnulla, ma lo ascoltava silenziosa, fissandolo con dolcezza infinita, come se da quella sua voce adorata ricevesse intime seduzioni. Lo cercava sempre, gli era sempre d'attorno, continuamente, quantunque cominciasse a sentire una soggezione indefinibile alla presenza di Giorgio, una timidezza strana!…. Arrossiva quando egli le si avvicinava; le sue parole la turbavano e rimaneva colpita e mortificata dalla devozione cieca ch'egli aveva per lei: ma tuttavia era beata quando Giorgio stava lì a vezzeggiarla, a sorriderle, a ripeterle che le voleva tutto un mondo di bene. Adesso Lalla non gli faceva più scene, non aveva più capricci, non era più lei che comandava; ma era docile e sottomessa, esprimendo in ogni suo atto una tenerezza affettuosa e rispettosa.
Come si era mutata in poco tempo!… Giorgio, consolato, credeva di dover tutta quella trasformazione alla donna che diventava madre. Lalla non era più frivola, non era più permalosa, ma era triste spesso e malinconica, era diventata una donnina raccolta e pensierosa.
Il segreto di simile cambiamento era… era l'amore: Lalla cominciava ad amare e si sentiva infelice. Cominciava ad amare suo marito come non lo aveva amato mai; come, così, non aveva mai amato nemmenoquell'altro: cominciava adesso ad amare per la prima volta. Ma Lalla, a cui tutto pareva sorridere, Lalla, che si sarebbe creduto avesse tanta e così sconfinata felicità d'intorno quanto ha la rondine d'aria e di cielo, era invece infelicissima. A mano a mano che il suo cuore cominciava e vivere, a battere, il suo cuore sentiva più fiera, più acuta la voce interna del rimorso, e allora il sacrificio quasi disumano di sua madre le pesava più della colpa. Subiva strazi e punture atroci, tanto che un giorno, in preda ad una convulsione disperata, pensò di buttarsi ginocchioni dinanzi a suo marito, pensò di svelargli, di confessargli tutto; poi non ebbe il coraggio di farlo, non già che si sentisse vile, ma perchè, dopo, egli non l'avrebbe più amata. E Lalla, a costo di perdere la pace per sempre, a costo di soffrire per sempre l'affanno per quel rimorso, a costo di finire dannata, non voleva perdere, non voleva, non poteva rinunziare all'amore di Giorgio.
La sua mente, il suo spirito, erano in continua agitazione, in continuo tormento. Tra le sue angosce c'era anche la ripugnanza ch'ella sentiva adesso per il Vharè, una ripugnanza strana e dolorosa, che alle volte rivolgeva contro sè stessa, perchè le pareva di sentirsi tutto il corpo insudiciato da quella colpa. Allora non era più antipatia, non era più ripulsione che il Vharè destava in lei; ma lo odiava coll'odio quasi feroce della donna disamorata che ha ceduto in un momento di debolezza o di abbandono dei sensi.
Ogni volta che suo marito, accarezzandola, alludeva alla propria contentezza, alle intime gioie che gli risvegliava nel cuore quella creaturina non ancora nata, ma già tanto viva al suo affetto, sembrava a Lalla di vedere il Vharè mettersi fra di loro come un fantasma, per mutare in uno spasimo di rimorso la cara voluttà delle più dolci carezze. Lalla non poteva mai essere sola con Giorgio; l'immagine del Vharè non la lasciava un istante!… Allora, per fuggirla, per cancellarla, sentiva il bisogno di stordirsi e di nascondersi in mezzo a tutti i suoi cari; ma anche lì era aspettata e tormentata da nuovi dolori. Giorgio credeva sua madre colpevole, colpevole del suo proprio delitto!… Egli voleva, tentava di nascondere in fondo all'anima l'odioso segreto, ma come nel suo contegno, ed anche nella sua rispettosa tenerezza verso la mamma, come si era fatto diverso! E come, per quanto si sforzassero di dissimulare, era tutto ciò indovinato esentitonello stesso tempo, da tutte e due!… Giorgio per di più, in quell'inganno così perfido nel quale era stato avvolto, non dubitava nemmanco che Maria sapesse com'egli l'aveva veduta uscire dalla casa del Vharè, e, perciò, non la supponeva attenta ad ogni sua parola, ad ogni suo atto, nè immaginava punto che una sola risposta data di malumore potesse inasprire la ferita profonda.
Lalla cercava sempre di attenuare l'insulto di quella freddezza; ma, senza volerlo, non riusciva ad altro che a renderla più evidente. Il suo dovere, lo sapeva, sarebbe stato quello di gridare a Giorgio:—Mia madre è innocente, mia madre è una santa!… Io, io sola, sono colpevole; mia madre si è sacrificata per me, per salvarmi!—Ma, allora, come la mamma sarebbe apparsa grande e splendida e bella agli occhi di Giorgio e come lei sarebbe caduta giù giù, in basso, nel fango! E a questi pensieri, fra il rimorso, il dolore, il pentimento, sentiva pure la gelosia acuta che le penetrava nell'anima contro quella virtù tanto sublime, contro quell'amore tanto grande!… Lalla era combattuta da mille opposti sentimenti, e forse da quella lotta, da quell'urto medesimo, erano uscite le prime scintille del nuovo incendio.—No, no; Giorgio era suo; alla mamma avrebbe ceduto, in compenso, la sua parte di Paradiso, ma suo marito no; suo marito non doveva amare altri che lei, solamente lei!—E impaurita, pregava Dio perchè confortasse la mamma e le infondesse nuovo coraggio, e la sua preghiera le usciva dal cuore calda, sentita, appassionata. Era sicura che sua madre non l'avrebbe tradita, che sarebbe morta senza dire una parola, senza mai un lamento, e nel disordine dei suoi pensieri e dei suoi affetti, di contro agl'impeti della gelosia, le prorompeva dal cuore la gratitudine più viva per la mamma buona che si sacrificava per lei, che le aveva conservato l'amore e la stima di Giorgio!…
No, no, la mamma moriva, ma rimaneva forte e muta, e nella santa poesia della fede credeva non solo di aver salvato la figliuola sua, ma di averla redenta, e ciò la consolava nella rovina, nella disfatta del cuore. Maria aveva perduta anche l'ultima e la sua più dolce speranza: quella di lasciare a Giorgio una memoria cara di sè: egli l'avrebbe maledetta, l'avrebbe ricordata con orrore, si sarebbe fatto cupo ogni qualvolta avesse udito pronunciare il suo nome: eppure Maria era tanto e ancora e così supremamente madre, da tremare che Lalla in avvenire potesse mai scoprirsi con Giorgio, forse vinta, forse tradita da un impeto di dolore o di rimorso o di amore.
Il male, intanto, cresceva rapidamente; ma la febbre che la teneva in vita, la rendeva più colorita e più bella. Certo, ogni volta ch'ella incontrava Giorgio e leggeva il disprezzo ne' suoi occhi, era per la poveretta un urto violento che la spingeva più presto verso la fine; certo, notando come Giorgio cercava di allontanare Lalla da lei, e notando come diventava pallido e cupo quando vedeva sua moglie—il suo amore, la sua donnina cara, idolatrata—a darle un bacio od a farle una carezza, quasi temendo ne dovesse rimanere offeso l'ingenuo candore, certo Maria sentiva allora che quel suo amato era lui, lui stesso che la uccideva!… Era uno stato di cose che non poteva durare; era troppo penoso; e tutti e tre, ma per vie diverse, e non sapendo nulla l'uno dell'altro, pensavano ad un modo qualunque di poterne uscire.
Un giorno, Prospero Anatolio fece la proposta di andare a Palermo tutti insieme: Maria, Lalla, Giorgio e la Giulia. Egli vi si doveva recar con sua moglie, per l'eredità dello zio, che vi avevano da raccogliere, ed era una bella occasione per visitare la Sicilia. Un viaggetto di un paio di mesi in quella stagione e colla Giulia in compagnia, sarebbe stato piacevolissimo!
Ma Giorgio, udite appena le parole dello suocero, guardò Lalla facendole segno di no; e l'atto fu notato anche dalla duchessa Maria. Maria, subito, non potè nemmeno parlare, ma appena vinta la commozione si oppose alla partenza con straordinaria vivacità.—Quel viaggio—disse a Prospero Anatolio—lo dovevano fare loro due soli e in fretta, perchè lei non desiderava di rimanere molto tempo fuori di Borghignano; e poi doveva essere un viaggio d'affari e non una gita di piacere, anche per un riguardo al loro lutto. Aggiunse di più che stava sempre poco bene, che capiva di non poter essere una piacevole compagna, e che lei stessa ormai si trovava meglio quando era sola.—Erano tutte scuse di nessun peso, ma la duchessa le espresse con un tono così risoluto, con una concitazione così precipitata, che nessuno osò contraddirla… e Prospero Anatolio meno degli altri. In tanti anni di matrimonio, sua moglie non gli aveva mai espressa la propria volontà in un modo così fermo altro che una sol volta—e c'era passato molto tempo—quando all'epoca della de Haute-Cour aveva voluto dividersi e ritirarsi a Santo Fiore. Al duca Prospero, anche adesso, sembrò di vedere sotto quell'ostinazione qualche cosa di simile e dubitò che Maria avesse indovinato le sue platoniche tenerezze verso la Giulia; però, subito, non disse verbo, sorridendo anzi per quel capriccetto della moglie, ma poi facendole subire, quando furono soli, tutto il peso del suo umore più nero.
Giorgio, da parte sua, che non poteva più vedersi a Borghignano, pensò di approfittare di quella partenza dei d'Eleda per portarsi via la sua Lalla e andarsene un po' soli a vivere in quiete. Egli cercò e prese in affitto un villino sulla riviera Ligure, vicino a Nervi, che sua moglie, un'altra volta che vi erano stati, avea trovato amenissimo; ma per non doversi sopportare il peso della Giulia lasciarono credere di voler fare una corsa fino a Parigi e a Londra, e perciò il Conte da Castiglione era rimasta come disperato alla notizia della doppia partenza.—Sono diventati matti, sono diventati!—andava brontolando alclube al caffè, dove, per tante novità, si era diffusa una certa agitazione. Ma la sua bizza proveniva da ciò: partiti i d'Eleda e i Della Valle a chi avrebbe affidata la Giulia? Non c'era una ragione per tenerla a Borghignano; non avrebbe certo potuto mandarla sola a Firenze, e in quanto a lui—cascasse il mondo, cascasse, non si sarebbe allontanato dalla Soleil finchè non… finchè non fosse riuscito nel suo capriccio… o, come diceva Pier Luigi nel suo linguaggio figurato—finchè non avesse attraversata la Manica!…—Navigazione che pareva molto difficile e in cui non era certo piacevole il tirarsi dietro una pupilla.
Che cosa fare?… il conte da Castiglione, rabbioso, bisbetico sfogava il suo malumore su Prospero Anatolio, che lo accarezzava e lo lisciava, e fu Prospero medesimo, alla fine, che, dopo essersi dato d'attorno per la grave faccenda, riuscì ad allogare la Giulia dalla Bertù e dalla Calandrà, che si erano risolte a prendere in affitto un casinetto di campagna e che in quelle pene e intente sempre a cavar cinque denari da un quattrino, accolsero la Giulia a braccia aperte. Infatti avrebbero risparmiato un terzo di spesa, e tutto quello che mancava per mettere in ordine il villino sarebbe stato prestato graziosamente dal duca d'Eleda.—Molto gentile il caro duca: volle pensar lui anche alla cantina; volle mandar lui anche il suo giardiniere coi fiori più belli e più rari!
Se la Desirée Soleil continuava ancora ad ostinarsi sul no, il conte Pier Luigi finiva matto come il principe russo. La passione amorosa del vecchio libertino non era paziente come quella del duca Prospero, ma era quasi feroce. Non gli lasciava nè tempo, nè lena di pensare ad altro, lo occupava interamente, irritandolo e facendolo soffrire. A vederlo, adesso, sempre rosso invasato, col naso paonazzo, gli occhietti spelati, lustri lustri e lacrimosi, metteva ribrezzo. Ma non c'era verso: la Desirée non voleva saperne di lui; prima di tutto perchè amava il suo Giacomo alla follia e gli voleva essere fedele, e poi perchè quel vecchiaccio le ripugnava, le faceva orrore, e glielo mandò a dir dalla sarta che le offriva a nome del signor conte grosse somme di denaro per un giorno, per una notte, per un'ora soltanto. Gli mandò a dire, chiaro e netto, che non avrebbe voluta essere toccata da lui, nemmeno con un dito, per tutto l'oro del mondo!… E gli mandò a dire, di più, che se anche fosse stato bello come un amorino, quelnosarebbe stato egualmente inflessibile. Essa amava il marchese di Vharè ed era sua, tutta sua, solamente sua, anima e corpo!
Era la prima volta che il conte Pier Luigi non poteva soddisfare un suo capriccio; era la prima volta che la sua passione si trovava di contro ad un ostacolo insormontabile. Egli così ricco, così prodigo, non poteva averla quella donna!… quella donna, che tutte le notti dormiva col suo amante!… Fosse stata casta, onesta, gli sarebbe stata forse indifferente; ma ciò che lo invogliava, che lo accendeva di più, era il vizio che si rifiutava al suo vizio.
Tutto il giorno era sempre a macchinare delladivacolla sarta: una buona signora non più giovane, magra, pulitissima, che aveva sempre l'onore di servire le artiste drammatiche, le cantanti, le ballerine e le cavallerizze che capitavano sullapiazza, accomodando i vestiti per la scena, stirando la biancheria, portando, all'occorrenza, anche qualche monile al Pietoso e non rifiutandosi a nessun servizio, anche più delicato, pur di guadagnarsi tanto, diceva lei, da campare onestamente.
Da questa brava signora, il conte Pier Luigi era riuscito una volta a poter avere un abito molto usato della Desirée. Lo aveva fatto portare a casa, lo aveva fatto portare su, segretamente, in camera sua, e vi si era rinchiuso dentro solo soletto… Aveva cominciato a toccarlo, a svolgerlo colle mani tremanti… poi a stringerlo, a baciarlo, a brancicarlo pazzamente, ed a morderlo, e stracciarlo, tormentato ed ubbriacato dalle forme belle della donna che lasciava scorgere e dall'odore di cui era tutto impregnato.
L'Andreina sapeva poi dalla sua sarta tutte queste pazzie e ne rideva di gusto ripetendole a Giacomo, lusingata nella sua vanità di donna per quei desideri sfrenati, per quei tormenti che eccitava la sua bellezza, e indovinando che sarebbe stata ancora più bramata dal suo amante per le grandi follìe che suscitava.
Ma Giacomo ascoltava assai distrattamente le prodezze del vecchio frollo, e non lo mettevano più di buon umore. Ogni giorno che passava era un passo verso la rovina e il disonore! Era arrivato al punto da non sapere più dove dar la testa. Certe volte, non aveva in casa da prendersi i sigari, e doveva sfogarsi a tutto pasto colle sigarette turche delpascià!L'amor proprio il punto d'onore, la delicatezza, tutto ciò il marchese Giacomo aveva consumato da un pezzo, e di giorno in giorno diventava anche permaloso: faceva colazione, pranzava dall'Andreina e in cambio le mandava mazzi di fiori che prendeva senza pagare da una povera fioraia che gli teneva il credito aperto pel solo timore che, disgustandolo, allontanasse gli altri avventori.
Della scena successa in casa sua, quando Maria era capitata a sorprendervi Lalla, il Vharè non conosceva la fine. La contessa Della Valle non si era fatta più viva, ed egli avea creduto prudente di non andarla a cercare. Soltanto il suo servitore, quel povero vecchio che ad ogni costo—a costo anche di patir la fame—non aveva voluto abbandonare il signor marchese, gli aveva riferito che la prima a discendere e ad uscire era stata la signora duchessa, e poi la contessa Lalla, quasi subito.
Indovinava da tutto ciò, e dal contegno tranquillo del Della Valle, che la tempesta era stata scongiurata, ma non sapeva come, e non si affannava per ottenere la chiave del mistero. Aveva ben altro da pensare, povero Vharè! Capiva ormai che non gli restavano altro che due vie da scegliere; o fuggire, o ammazzarsi. Veramente, ce ne sarebbe stata forse anche una terza… da galantuomo almeno, se non da gentiluomo: lavorare. Ma a questa il Vharè non aveva pensato. Dunque, fuggire. Ma dove fuggire?… Come?…—Ammazzarsi?… Sì; non gli restava che ammazzarsi, e non era molto per stare allegro.
Intanto, verso la metà di aprile, il palazzo d'Eleda e la casa Della Valle, si chiudevano contemporaneamente, e alla stessa ora e colla medesima corsa, Maria e Prospero, e Lalla e Giorgio, partivano tutti insieme, diretti a Genova: a Genova poi dovevano separarsi, gli uni per andare a Nervi, gli altri per andare a Palermo.
Alla vigilia della partenza, il conte Della Valle avea detto alla moglie che la Nena si era licenziata per ritornare a Santo Fiore, dove la chiamava, sul momento, una lettera della Pierina. Giorgio aveva temuto con quella notizia di darle un dispiacere, ma invece Lalla, dopo aver finto la più grande maraviglia, si era accomodata subito, e benissimo, con un'altra cameriera: infatti era stata Lalla medesima che aveva imposto alla Nena di licenziarsi e di ritornare a Santo Fiore, con una scusa qualunque.
Povera Nena!… Non fu rimpianta nemmeno dal cavaliere Frascolini. Allontanandosi lei, si allontanava anche il pericolo di doverla sposare; poi era diventata musona, bisbetica… faceva bene a cambiar aria! In verità, non si potevano più vedere, si facevano ribrezzo l'un l'altro, e avevano finito coll'odiarsi. La Nena non aveva detto a Sandro che il tiro della lettera anonima era andato fallito, temendo che ne preparasse uno più sicuro, ma invece questo pericolo non c'era. Il Frascolini, che aveva aspettato colle orecchie tese lo scoppio della bomba in casa Della Valle, quando i giorni passarono tranquilli e silenziosi senza nessuna novità, si era assai maravigliato, trovando che anche il conte Giorgio, queltentennante stinto, era un marito di buona pasta, ma poi, in fondo all'animo suo, non ne aveva provato gran dolore… Anzi, gli seccava di aver scritto quella lettera e, quantunque giurasse e spergiurasse seco stesso di essere stato il rappresentante del dito di Dio, un'altra volta, forse, non si sarebbe data la pena di tornare daccapo, e avrebbe lasciato che il gran dito facesse da sè.
Il viaggio da Borghignano a Genova fu per i Della Valle e i d'Eleda tutt'altro che allegro.
Il duca Prospero era convulso e dimostrava, per quella partenza, per quel distacco dalla sua figliuola e dal suo caro Giorgio, un dolore vivissimo. Diceva sospirando, ma non era sincero nel dirlo, che aveva il presentimento di non più rivederli!… Invece la duchessa Maria, che sentiva davvero che sarebbe morta prima di ricongiungersi a Lalla, a Giorgio, non ebbe mai una parola in tutto il viaggio, mai un sospiro, come non ebbe mai una lacrima negli occhi accesi dalla febbre. Giorgio, essa pensava, avrebbe trattenuta Lalla a Nervi chi sa per quanto tempo! Il suo studio, il suo pensiero fisso non era quello di allontanare Lalla da lei? E per poco che egli ci fosse riuscito a trovare scuse… era finita.
Anche il Della Valle doveva sentirsi seccato, impacciato, e certo non vedeva il momento di essere a Genova e che i d'Eleda fossero imbarcati; la presenza della suocera lo rendeva nervoso, lo faceva star male.
Lalla era angosciata dal rimorso, era tenuta in soggezione, era umiliata dalla muta presenza di sua madre, ed oltre a ciò soffriva uno strano timore, quello di non poter fuggire fino a Nervi, senza che Giorgio arrivasse prima a scoprir tutto. Lalla non era più tentata dall'idea di buttarsi alle ginocchia di suo marito e di confessargli tutto; oh no, no. Ad ogni costo voleva apparire come egli la credeva, pura, innocente; perchè lo amava e voleva essere riamata. D'altra parte, non era solamente la sua felicità, ma era la felicità di suo marito, era l'esistenza di Giorgio, che difendeva dissimulando in tal modo; e la mamma… la mamma, se si sacrificava e taceva… taceva e si sacrificava perchè voleva bene a tutti e due. Sì, sì, l'orgoglio, la consolazione, la gioia di salvare quella pace, quella felicità era tutta della mamma e non gliela voleva togliere. Lei era cattiva… e vile; sì, vile; ma che importa? Voleva essere amata!…
Il viaggio, fra tutta quella gente, le faceva paura. Le pareva che in mezzo al frastuono assordante, dovesse alzarsi un grido od uno scroscio di risa contro di lei, per tradirla. Temeva che la mamma, nel momento supremo del distacco, potesse perdere il coraggio, e pregava Dio, pregava la Vergine buona, perchè aiutassero la mamma; e finalmente, in quell'agitazione d'animo, le pareva, ad ogni fermata del convoglio, di vedere il Frascolini avvicinarsi ad un tratto al lorocoupéper coprirla d'insulti e smascherarla. Era una paura sciocca, stupida; ma tant'è, la teneva inquieta e agitata; e sotto la tettoia della stazione di Alessandria, mentre aspettavano il treno da Torino, poco mancò non desse in un grido, tanto le era sembrato di vederlo davvero il Frascolini, muoversi gesticolando in mezzo ad un gruppo di persone che le veniva incontro.
Che sciocchezza!… Ma però che sgomento le avea messo in cuore.—E Giorgio?… Giorgio non avrebbe potuto leggere la verità sul volto stesso della mamma?… In quel suo dolore così cupo, così profondo?… Insomma tutto il viaggio, fu un viaggio triste, penoso, che non finiva mai.
Giunti a Genova, stettero insieme fino al momento in cui ilNewtonlevò l'ancora per la Sicilia. Un poco prima i Della Valle accompagnarono i d'Eleda, in canotto, fino al battello, e lì ricominciarono i saluti; ma allora, nel momento di separarsi, Lalla ebbe uno slancio improvviso che le fece dimenticare tutte le ansie, i timori di prima ed anche il suo amore, vinta e trascinata da un impeto di gratitudine che le proruppe dal cuore per la mamma buona, per la mamma santa, e abbracciandola stretta e baciandola si abbandonò ad un pianto dirotto e poco mancò in quel momento, che non si tradisse da sè sola. Ma il dolore di Maria si mantenne muto e forte, quantunque un ultimo spasimo l'aspettasse anche in quell'ultimo addio. Giorgio aveva abbracciato il duca Prospero, che ansimava cogli occhi gonfi, e doveva salutare, doveva abbracciare anche la duchessa; ma si sentiva di ghiaccio, non sapeva come fare; si sforzò, volle risolversi e poi, quando le fu vicino, invece di abbracciarla, indietreggiò, stendendole la mano. Maria la toccò appena, salì in fretta sul battello e incespicò nel vestito: quel nuovo colpo l'aveva stordita.
Giorgio e Lalla partirono per Nervi la sera stessa. Soli, soli, in uncoupécolle finestrelle aperte, dalle quali entravano grandi ondate d'aria sana, dimentichi di tutto quanto avevano sofferto, si tenevano l'uno vicino all'altra, stretti insieme, come due innamorati da un mese, il conte Della Valle discorreva con sua moglie di molte cose, animandosi e sorridendo coll'allegria d'un fanciullo; discorreva dei loro disegni per l'estate, della vita tranquilla che avrebbero condotto a Nervi, della Giulia che doveva annoiarsi parecchio in compagnia della Bertù e della Calandrà; e Lalla lo ascoltava sorridente, silenziosa, tutta abbandonata sul petto del suo Giorgio, così ch'egli ne sentiva ogni respiro, ogni fremito. Aveva la bella testina sulla spalla di lui e gli occhioni scuri, fissi in quel profondo infinito del mare. Ella si sentiva consolata e le pareva di rinascere, avvolta dall'aria fresca e umida, che le bagnava i capelli come una rugiada e che le ricreava i sensi cogli odori acuti delle alghe marine e colla fragranza dolce degli aranci e delle acacie. Il treno correva via sbuffando e fischiando, ma non interrompeva la gran calma della notte, e a Lalla pareva di essere sola col suo Giorgio, in una solitudine immensa, e si sentiva beata. Sandro, il Vharè, la Nena, Pier Luigi, erano ormai lontani dal suo spirito, al di là di quel mare, al di là di quelle onde scintillanti come pallide fiammelle, erano laggiù, in fondo in fondo, sepolti nel buio della tenebra densa e infinita. Lalla, non sentiva più nulla, delle pene sofferte, più nulla, nemmeno il rimorso. In quel vasto silenzio d'ogni voce umana, il frastuono delle onde, misurato come una cantilena, si univa al gorgheggiare dell'usignuolo, al canto del grillo, ai mille stridori degli insetti, al rumorio della scogliera, al sussurro del vento e formava un'armonia sola, amorosa e voluttuosa, che Lalla sentiva nell'anima e sentiva nei sensi, mentre l'aria tepida e fragrante, sollevando atomi d'acqua dalle onde che s'infrangevano, pareva le portasse sulle guance, sul collo, sulla bocca, il bacio umido del mare. Allora si sentì correre intorno tanta felicità quanta non ne avea mai sognata, e d'improvviso, abbracciando Giorgio, stringendolo, fissandolo cogli occhi raggianti d'amore, gli mormorò coi più lunghi fremiti:—T'amo, sai! T'amo, t'amo!…—finchè gli ricadde stanca, sfinita sul petto.
La sera che precedette la partenza della Soleil da Borghignano, fu davvero una serataccia. La diva aveva molto lavorato coll'Assunta nel riporre la roba e nel prepararsi per la partenza, e tutt'e due erano stanche morte. Poi, si sa bene, l'ultimo giorno che si rimane in un luogo, anche quando non si lasciano nè persone, nè memorie care, non è mai un giorno allegro, e l'Andreina invece lasciava Borghignano, dove si era riconciliata con Giacomo, dove si era riunita con lui, dove aveva amato e dove avea godute di quelle ore così felici, che non si dimenticano più e che non tornano quasi mai. Era dunque naturale la sua malinconia, quantunque Giacomo partisse con lei; ma dalla malinconia all'affanno ci corre, e l'Andreina mostrava dagli occhi rossi di aver molto pianto, e di tratto in tratto si guardava intorno smarrita e trasaliva con brividi di ribrezzo e quasi di terrore.
Si sentiva afflitta in tal modo, perchè vedeva quel suo bel nido guasto e sciupato, come il nido della cingallegra caduto fra le mani di un ragazzaccio cattivo?… Oppure aveva qualche altra amarezza chiusa dentro nel cuore?… Sì, quelle povere stanzette presentavan davvero uno spettacolo uggioso: il suo lettuccio non era più addobbato colle cortine candide e civettuole dai lunghi fiocchi azzurri, ma la corona d'ottone, le stanghe e i ferri della camerella apparivano così spogliati, come uno scheletro gigantesco, dalle braccia lunghe e sottili. Sopra il canapè del salotto, che aveva udito le parole più care e i baci più dolci, era stato portato un cassone enorme, color verde scuro, foderato di ferro. Il giardiniere, finito il nolo, s'era già portati via i bei vasi di rose e i sempreverdi, dalle larghe foglie, che nascondevano la tappezzeria vecchia e stinta. Le stuoie, spogliate dei vari tappeti, logore, indicavano il posto dove le casse erano state ferme per tanti mesi con delle righe quadrate di polvere e di sudiciume; ma pure, se tutto ciò era uggioso, l'abbattimento di Andreina era troppo forte, perchè non dovesse nasconder qualche altro affanno. Ella andava innanzi e indietro dal salotto alla sua camera, con mucchi di biancherie e dispartitiche accatastava, sorridendo amorosamente, sulle ginocchia del Vharè, che rimaneva cupo e distratto, senza nemmeno guardarla.
—Via, non temere,—gli disse l'Andreina, sedendosi sulle sue ginocchia, quando ebbe terminato di vuotare i palchetti e di riempire i bauli.—Non temere; vedrai che domattina lo Schreiber mi risponderà favorevolmente. Ho telegrafato un'altra volta, a quel tedesco tartaruga!
Lo Schreiber era l'impresario per l'America, e Andreina, che aveva firmata una scrittura per due anni gli aveva scritto domandandogli un'anticipazione di quindicimila lire sul suo contratto. Ella continuava a dire a Giacomo di non aver ancora ricevuto riscontro alla sua lettera; ma ciò non era punto vero. Lo Schreiber le aveva risposto subito, e le aveva risposto un bel no. E il Vharè, quantunque non lo sapesse, lo prevedeva.
Per il Vharè, avere sì o no quindicimila lire entro le ventiquattr'ore, voleva dire poter restare al sole o doversi accontentare di vederlo a scacchi. L'elegante marchese di Vharè era giunto a questo punto!… I suoi creditori, dopo avergli messo il sequestro sui mobili di casa, glieli avevano lasciatiin custodiacon tutte le regolarità volute dalla legge; ma Giacomo, un brutto giorno che avea dovuto combattere colla fame, aveva cominciato a far sparire un quadro, poi un seggiolone antico, poi il pianoforte, e così a poco a poco aveva dato fondo a quasi tutta la roba.
Si trattava di truffa, e c'era tanto d'andare diritto in prigione!… Andreina, appena il Vharè le aveva confessato il proprio fallo, pareva disperata: pianti, convulsioni, gemiti; ma poi, sembrò le balenasse un raggio di speranza, si consolò e consolò anche Giacomo. Era subito corsa col pensiero a… a Schreiber. Si sentiva tanto felice, povera Andreina, e le doveva capitare quel colpo terribile!… Aveva finito di essere gelosa e di temere la contessa Della Valle; lo portava via lei, il suo Giacomo; se lo portava in America, ed era più contenta sapendolo povero, perchè, povero, era meno facile che le scappasse di nuovo, e perchè povero si sarebbe persuaso che lei gli voleva bene senza nessuna mira interessata… povera Andreina!
Ma per quanto il sentimento dell'onore si fosse attutito nel cuore del Vharè, tuttavia la parte di procolo, di marito della prima donna, o press'a poco, offendeva troppo vivamente la delicatezza del gentiluomo.—Non c'era dubbio; la sua carriera finiva molto male!—Ma d'altra parte, che cosa poteva fare? Necessità non ha legge, e a conti fatti, ancora ancora, avrebbe potuto ringraziare la Provvidenza se quell'affare dei mobili non fosse capitato, sul più bello, a precipitare la catastrofe.—Scappare!…—Dove?… Lo tenevano d'occhio, e senza quattrini lo avrebbero ripreso subito…—che! scappare? ci vogliono quattrini per scappare!…—Intanto, all'indomani, egli doveva estinguere quindicimila lire di cambiali, oppure presentare il mobilio intatto, oppure… in galera. I suoi creditori, per non lasciarlo nell'incertezza, lo avevano avvertito che non gli verrebbe usato nessun riguardo.—in prigione?… Aveano messo in prigione, per debiti, anche il conte di Mirabeau!…—Ma questo riscontro era un magro conforto, e poi, lui, non lo avrebbero messo dentro per debiti soltanto, ma per truffa.—Dio santo! Bisognava finirla!…
Il povero marchese era tanto oppresso, quella sera dai più tristi pensieri, da non badare nemmeno all'Andreina, da non accorgersi che essa aveva trasalito quando erano sonate le undici all'orologio della piazza. E poi, gli si era avvicinata quasi subito, baciandolo con gran passione e dicendogli colla voce piena di lagrime:—Sono stanca assai, lasciami andar a dormire—Di solito, era sempre Andreina che lo tratteneva con mille carezze, con mille furberie, con tutti gli agguati della donna innamorata; ma il Vharè aveva ben altro da pensare che a fare confronti!… Si alzò, e colla testa bassa, senza dire una parola, prese il cappello e si avviò lentamente per uscire.
—Vai via?… Senza dirmi nulla? Te ne hai avuto a male?—gli chieseAndreina, fermandolo ancora con un altro bacio.
—Avermene a male?… Di che cosa? Va… Va a dormire. Hai ragione di sentirti stanca. Buona notte!—E la baciò distratto, senza sapere nemmeno lui dove baciava.
—Non temere, Giacomo, vedrai che domani le quindicimila lire di Schreiber arriveranno di sicuro. Mi par di sentirlo:—Nostro pell'astro fulgidissimo, non afere che da comantare, tuo piccolo Schreiber sempre pronto ai comanti,—e Andreina, sebbene avesse la morte nel cuore, si mise a ridere per far ridere l'amico suo; ma non ci riuscì.
—Sì… Sì… Schreiber!…—mormorò il Vharè con un'alzata di spalle. Andreina intese bene quella sorda disperazione e con un tremito lo abbracciò più forte.
—Giurami che non hai nessuna idea matta per la testa?
—Cioè?… Non ti capisco!…
—Giurami che aspetterai… che aspetterai fino a domani la risposta di Schreiber?…
—Non vuoi altro?… Giuro che aspetterò.
—No, così no!… Devi giurare per tua madre.
—Ebbene sia: te lo giuro per mia madre.
Giacomo avea lasciata Andreina da una mezz'ora, quando un brum da nolo si fermò sulla porta di quella casa e ne discese la sarta… la buona signora. Essa tirò la maniglia del campanello e subito, da una finestra del primo piano, spuntò una testa di donna e si udì una voce gridare dall'alto:—Viene subito!—Era la voce dell'Assunta.—S'accomodi!—rispose la sarta dalla strada.
Poco dopo la porta si aprì e Andreina, tutta imbacuccata, ne uscì lesta e saltò nel brum. La buona signora le tenne dietro, chiuse lo sportello e il brum ripartì com'era venuto.
Il Vharè, nel frattempo, era giunto a casa sua, si era levato l'abito, e così in maniche di camicia, camminava su e giù nella camera spoglia di quadri e quasi anche di mobili; e continuò a passeggiare per un pezzo, poi, di colpo, si buttò sul letto ancora mezzo vestito, spense il lume, ma non potè addormentarsi.
Si vedeva ammanettato fra due guardie di questura, con la tuba pesta, con le scarpe rotte, e con i monelli che gli correvano dietro urlando e fischiando… L'immagine era così viva, così spaventosa, che più a lungo non la potè sopportare. Si alzò di botto, riaccese il lume e caricò un revolver che teneva in una busta, appeso a capo del letto, deliberato di uccidersi e finirla. Ma il marchese di Vharè, che in dieci duelli aveva sfidata la morte baldo e insolente, in mezzo alla verzura d'un prato, o nel risonante frastuono d'una sala d'armi, lì solo, in quella camera muta e fredda, ebbe paura. La morte non avea più nulla di grande, di attraente; non gli appariva più come un fantasma luminoso che predilige gli eroi, ma gli stava dinanzi lercia ed esosa, colla faccia arcigna di un usuraio, che mette il sequestro sull'esistenza.
Sentiva ribrezzo di morire a quel modo.—E se il colpo falliva?… Se non riusciva ad ammazzarsi del tutto?… Eppure, bisognava farsi coraggio e finirla.—Allora ricordò che in un armadio aveva ancora una mezza bottiglia di cognac; la cercò, la trovò e l'ingollò in una sola tirata; ma nemmeno il cognac riusciva ad ubriacarlo, a stordirlo. Solamente si sentiva dentro, nello stomaco, un gran calore, un gran fuoco. Spalancò la finestra e si appoggiò sul davanzale per respirare un po' meglio; gli pareva di soffocare!…
L'alba sorgeva appena: la luce che stenebrava il silenzio profondo della strada, tutta chiusa e deserta, gli metteva addosso uno sgomento indefinibile; e a mano a mano che i profili delle case si disegnavano più nettamente e le colonne della chiesa lontana uscivano alla luce, egli provava un grande affanno. Sentiva paura di quel giorno inesorabile e spietato che incominciava, e avrebbe voluto ancora un'ora di tenebre per avere un'altra ora di quiete.
Sentì un brivido acuto. Anche quella strada così vuota, con tutte le porte, con tutte le imposte chiuse, gli faceva risentire, come la sua camera, l'impressione della tomba, e stava già per richiudere la finestra, quando fu scosso da un rumore sordo, da un mormorio di voci, che si avvicinava… Erano i soldati che partivano per le manovre. Cominciava a vederli bene… Cantavano.—Che cosa cantavano?…—Aveva udita ancora quella canzone… Ah sì; adesso se ne ricordava! Era la canzone dei volontarii…
Addio, mia bella, addio,L'armata se ne va.Se non partissi anch'ioSarebbe una viltà.
—Maledetti, come stonano!—brontolò il Vharè che aveva ancora l'orecchio assai delicato. Ma poi, quasi subito, non badò più alle stonature. I soldati sfilavano lieti e baldi, animando la contrada colle loro voci, coi loro canti, coltran tranmisurato della marcia, con un fracasso pieno di vita.
Allora corse a ritroso, col pensiero, in tutti gli anni che aveva sciupati, e pensò che lui pure, se avesse voluto, avrebbe potuto diventare qualche cosa… Un prefetto, un diplomatico, almeno un deputato!….—Se fosse entrato nell'esercito, a quell'ora avrebbe potuto essere maggiore… colonnello e forse, chi sa, anche generale, e comandar lui tutta quella gente!…
Il primo battaglione era già passato sotto le sue finestre, adesso ne passava un altro. I soldati, vedendo il Vharè alla finestra, mezzo svestito, alzavano il capo guardandolo, mentre ripetevano il ritornello:
Se non partissi anch'ioSarebbe una viltà!…
A Giacomo in quel punto, sembrò che il ritornello fosse diretto contro di lui e gli fosse buttato in faccia come un insulto.
—Perchè non sono partito anch'io, quando gli altri andavano a battersi?…—Pensò… pensò, cercando una scusa, ma non la trovò. Si sentiva la testa balorda che gli girava: il cognac incominciava a fare il suo effetto.
—Dov'ero io, nel 59?… A Monaco, sì a Monaco; a far saltare laroulette!… E nel 60?… Non mi ricordo… non mi ricordo… Ah, sì… Nel 60 ero a Nizza.—Nel 67, mentre i soldati del Papa ammazzavano i Garibaldini a Mentana ero… ero… ero… a Parigi, a rovinarmi colla Fanny Printemps. Ma dunque io sono un…—Ho saltato una data, il 66!… Ero a Torino, nel 66, e corteggiavo la baronessa Delafosse… sicuro, mentre suo marito, il capitano, si faceva ammazzare a Custoza per la patria.—La patria?… Che cos'è la patria?… Rettorica!
I soldati, frattanto erano passati, le loro voci si perdevano con un'ultima eco, nella strada che appariva adesso, dopo tutta quella gente e tutto quel rumore che l'avea attraversata, ancor più seria e silenziosa; ma il ritornello frullava sempre chiaro e vivo nella testa di Giacomo.
—Ebbene, sì…È stata una viltà!… E perciò? Tornare indietro non è più possibile, dunque?…—Avanti emarcheper l'altro mondo!—Impugnò la rivoltella, l'appuntò sotto il mento… ma poi si fermò irresoluto e fissò l'arma cogli occhi inebetiti, borbottando:
—Ammazzarmi? E perchè mi dovrei ammazzare?… Avrei tutto da perdere… e niente da guadagnare… Il nome?… Non lo salvo.—L'onore?… Oh, l'onore!… Tanti che valgono meno di me, vivono allegramente, rispettati e temuti. Se invece potessi davvero andarmene in America coll'Andreina!… E Schreiber?… E Schreiber è un ladro. Si lascia impiccare piuttosto di tirar fuori un quattrino, prima del tempo!…—Ma forse, dovrei ammazzarmi io, perchè Schreiber è un cane?… Che!… Se non mi ammazzo, diranno che sono un vile; ma se mi ammazzo diranno che sono un vile lo stesso. Buffoni!… No! non mi ammazzo. A tutto c'è rimedio, tranne all'osso del collo, Andreina, farà furori… Pago i debiti… Torno dall'America milionario… Chi sa! Chi sa! Sono a tempo forse di… di… ventare de…putato.
Così dicendo si avvicinò al letto, barcollando. Le pareti ballavano in giro e la stanza pareva piena d'insetti che ronzassero molesti… Si buttò, sbuffando, sul letto; ma allora ebbe un impeto di rabbia, di furore contro sè stesso, perchè era un vigliacco, perchè non aveva il coraggio di uccidersi. Si voltò cercando il revolver a tastoni, e smaniando perchè non lo trovava più, stramazzò per terra lungo disteso… Borbottò ancora qualche parola, si strappò la camicia sul petto, poi si addormentò profondamente.
La mattina dopo, il servitore del Vharè, spinse adagio l'uscio della camera, ma non l'aveva aperto del tutto che già si udì un grido disperato, e una donna, Andreina, buttando da parte il vecchio che era rimasto sulla soglia impietrito, si precipitò sul Vharè ch'era sempre addormentato per terra, col revolver vicino. Quel grido e i baci, e le strette angosciose dell'Andreina risvegliarono Giacomo dal suo sonno; egli si guardò intorno smarrito: non capiva…—Era ancora vestito?… Era caduto dal letto?!… Perchè lo fissavano in quel modo?…
—Sei ferito?!…—gli domandò Andreina tutta tremante…
Il Vharè, a tale domanda, cominciò a ricordare quanto era successo, e trovandosi ancora vivo e sano in mezzo a quello sgomento e a quel dolore, si sentì impacciato e vergognoso; tuttavia superò presto il suo turbamento. Si risvegliava alla vita in una condizione molto comica; e però… bisognava riderne per il primo!
—No, no. Avevo pensato d'ammazzarmi, è vero; ma la risoluzione è seria; ho creduto bene dormirci su… e ora… ho cambiato idea.
Giacomo disse tutto ciò con un ghigno, con una smorfia dolorosa.
—E tu?… che vieni a fare così presto?—domandò all'amica appena il servitore se ne fu andato.
—Sai,—rispose Andreina, arrossendo,—sono arrivati i danari diSchreiber.
—Possibile?…—e il Vharè, non pensando ad altro che a quella fortuna che lo salvava, strinse l'amante fra le braccia. Ella chinò il capo per islacciarsi il busto; e ne tolse un grosso pacco di biglietti di banca.
—Ecco,—balbettò sulle prime confusa, impacciata, ma poi animandosi e parlandone con grande precipitazione:—Ecco le… le quindicimila lire… per levare il sequestro,—Colla vendita della tua roba, avremo tanto da fare il viaggio e da vivere finchè arriveremo sullapiazza: in America, vedrai, se l'impresario vorrà sentir cantare la Soleil, dovrà tirarne fuori degli altri. Ma adesso intanto, si può partire col cuore tranquillo e ritornare, poi, con la testa alta. Vedrai… in pochi mesi pagheremo tutti i debiti. Tu mi sarai di grande aiuto cogli impresari, cogli agenti teatrali; sarai la mia fortuna. In arte, ne abbiamo tanto bisogno di un uomo per difenderci dai pirati!…
Il Vharè fece un'altra smorfia. Si vedeva seduto dietro ilbigoncio, all'ingresso d'un teatro, fra due portieri, e gli sembrò di udire dietro le spalle il riso schernitore di Lalla.