Per le aperte finestre uscivano il susurro degli intervenuti, lo strepito delle seggiole smosse, un fruscio d'abiti serici. Di tanto in tanto un accordo di violino, un suono rauco di tromba, una voce che chiamava.
Il vicoletto fu, a un momento, tutto illuminato dalla luna che si liberava dall'impiccio di certe nuvole impromettenti, e campeggiava serenamente in cielo. Noi altri si chiacchierava, aspettando. Accosto a me era seduto un uomo occhialuto, dalla piccola e incolta barba nera. Un forestiero. Non so come io gli abbia rivolta la parola, ne so più perchè. Certo è che il mio vicino, tra una domanda e una risposta, brevi sempre, mi disse che egli era tedesco, ch'era professore di lingua tedesca, e che avrebbe desiderato di esser conosciuto. Ma lo disse, poverino, con una cert'aria! Pareva mortificato. Tedesco, professore? Certo conosceva il mio amico Otto Richter.
—Otto Richter—borbottò, cercando nella memoria.
Poi fece:
—Ah! Richter!
—Dunque?
—Morto. Otto Richter? Professore? Morto.
Una cosa molto semplice per questo signore meditabondo. Oh! poveroRichter! Ma come?
Il mio vicino pensò ancora. Ecco, era morto così—e si batteva in fronte—male di cervello. Tre giorni, non più. Poi morto.
Dopo un momento cavò da un enorme portafogli la sua carta e me la porse. C'era su scritto, a mano:Corrado Weber, professore di lingua tedesca.
—Chieggo scusa—balbettava il pover'uomo—io solo a Napoli, solo, solo. Così si vive, signor, lavorando. Richter mio buon amico. Poveretto.
Improvvisamente un fragore di battimani giunse a noi dalla sala; subito dopo l'orchestra intuonò la marcia reale. La regina entrava. Passarono quattro minuti; nessuno fiatava nel vicolo. Io pensavo al mio vecchio amico Richter, al mio povero vecchietto musicomane.
—E quando è morto?
—Psst!—fece Weber—Chieggo scusa, signor. Dopo.
Cominciava la musica. Si levò in piedi, si scappellò e si mise ad ascoltare con religiosa attenzione.
Siccome in questo mondo chi pensa ai casi suoi e mette le cose a posto è chiamato accorto, così, quando dopo la morte di Selletta, spazzino, il quale prima aveva fatto il fiaccheraio e prima ancora avea governato un negoziuccio di commestibili, la vedova Carmela chiuse un suo maschietto all'Albergo dei Poveri, la bambinella mandò a imparar di cucire da una sartina, e si tenne in casa soltanto il marmocchio che le succhiava la vita appeso tutta la santa giornata al petto vizzo, delle vicine parecchie, e furono le più attempate, dissero che avea fatto bene a provvedere a quel modo alle cose sue, sconsolata e impoverita come Selletta l'avea lasciata. Dissero le altre, poche, e furono le mammine fresche del vicinato, le quali cominciavano con la prima maternità a raccôr tutto l'amor loro sui figliuoli, che questi erano il riso della casa e che proprio ci voleva un core assai duro per allontanarli e un coraggio, via, un coraggio!
—Come fate a rimaner tutta sola?—diceva alla vedova Nunziata Fusco, una bionda grassetta, con in collo un bambino biondo, grassotto come lei.
—Dite voi—piagnucolava Carmela—come avrei potuto fare con tre angioletti attorno? Sono tre bocche, sono. E poi Nanninella, voi sapete, torna a sera dalla sarta e la notte m'è compagnia. Impara l'arte, oramai è grandicella. Per Peppino… voi dite che… lì, all'Albergo… è brutto, non è vero?
L'altra diceva:
—Sentite, me ne sarebbe mancato il coraggio. Voi non lo vedete più,Peppino, e lui non vede più voi. E chi chiama se ammala?
—Come! Allora non sapete niente. Lì si trova come a casa sua e niente gli manca… Ah! è vero—soggiungeva con le lagrime agli occhi—io non aveva pensato a questo, ma già, avranno medici e medicine, e se accade che lui s'ammali, lontano sia, me l'hanno da far sapere.
—Vi dico che non lo fanno sapere—sentenziava la Fusco, carezzando il suo marmocchio, come per dire a Carmela:
—Questo qui, vedete, me lo tengo io, che sono la mamma, e non uscirà mai di casa sua.
La vedova rientrò in casa e corse a baciare così forte il suo piccino, che dormiva nella culla, da farlo svegliare in un sovrassalto. Il piccino piangeva.
—Core mio!—fece lei—zitto, via, zitto. Oggi andiamo a trovarePeppino.
Era venuto l'inverno a un tratto, con giornate buie e rigide. La casa di Selletta stringeva il cuore, tutta occupata dall'oscurità. Appena, di sotto l'uscio, ci si vedeva il lettuccio di contro le parete ove gli strappi al parato meschino scoprivano la grigia nudità del muro. L'umido penetrava nelle ossa; Selletta lì dentro ci aveva persa la salute.
La vedova imbacuccò alla meglio il piccino e lei si buttò addosso lo sciallo nero che a quello era servito di coverta, nella cuna. Cercava ora la chiave della porta. La trovò nella cenere fredda del braciere che con quella aveva scavata il giorno prima, per riattizzare il fuoco.
—Andiamo da Peppino—ripeteva al marmocchio, chiudendo l'uscio.
La viuzza, trafficata dai piccoli venditori e dal vicinato in movimento, pareva allegra. Nel lontano, per un vicoletto che vi sbucava, una larga striscia di sole tratteneva i passanti, i quali si fermavano apposta in quel po' di caldo a chiacchierare.
—Dove andate?—chiese alla vedova una vicina—Avete vista la buona giornata, e andate a spasso?
—Andiamo da Peppino—disse Carmela mettendo in tasca la chiave.
—Peppino chi?
—Peppino mio figlio, che ho messo a scuola all'Albergo dei Poveri quando Selletta è morto, buon'anima sua. È stato lui che me l'ha raccomandato. Diceva: mettilo lì perchè impara l'arte e non toglie pane alla casa.
—E voi l'andate a trovare?
—Sono tre settimane che non lo vedo, e questo gli farà piacere.Lasciatemi andare, bella mia, buongiorno.
E tirò via col bambino in collo, trascinando per la mota della viuzza un lembo della gonna lacera.
In quel pezzo della via, soleggiato, lì dove un gruppetto di femmine s'era raccolto a ciarlare, trovò Nanninella che guardava curiosamente, con le manine sotto il grembiale, il panchetto d'un venditore di caramelle il quale si godeva il sole fumando la pipa, gli occhi socchiusi.
—Nannina!—fece la vedova—come ti trovi qui? Che fai?
La bambina le corse incontro, allegramente.
—Non si lavora oggi, la maestra fa festa, ce ne ha mandate via tutte, perchè lo sposo la conduce in campagna.
—Andiamo da Peppino—disse la vedova pigliandosela per mano.
Faceva un gran freddo, ma il tempo era sereno e la via asciutta. La bambina batteva ogni tanto i piedi a terra, per riscaldarsi, afferrata con una mano alla veste della madre che le covriva il pugno. L'altra mano aveva ficcata nella piega dello scialletto, alla vita. A volte, chinando la testa, passava il gomito sulla fronte per trarne indietro una banda di capelli che le veniva sugli occhi. Non voleva metter fuori la mano dallo scialletto.
—È molto lontano?—chiese, a un tratto, quando furono nella via larga di Foria.
—Lì, in fondo—disse la vedova—Vedi quegli alberi? Lì, guarda, dirimpetto a noi. È lì.
—Com'è lontano!—mormorò la bambina.
Allo sbocco di via del Duomo, sul marciapiedi, incontrarono la rivendugliuola che teneva bottega accosto alla loro. La vedova non la vide; in quel momento rincappucciava il bambino. La vide Nanninella. E come la rivendugliola le sorrideva, le gridò passando:
—Noi andiamo da Peppino. Torniamo più tardi!
—Chi è?—fece la vedova, voltandosi.
—Marianna—disse la bambina—è andata a comprare qualcosa.
—Cammina—disse la vedova.
Arrivarono stanche, la bambina non ne poteva più. Cercarono il sole, presso alla grande scala dell'Albergo, ove quello batteva tutto sulla facciata. Sui gradini erano seduti tre vecchietti, Pezzenti di San Gennaro, in chiacchiere con una venditrice di melo.
La vedova s'accostò, guardando nella cesta.
—Me ne comprate, bella figlia!—le fece la venditrice—guardate, ve ne do' tre di quelle grosse per due soldi, guardate.
—Dite—fece la vedova—le posso portare su a mio figlio? Lo permettono, sapete niente?
—Come no? Vi pare? Son mele, non sono cannoni. Pigliatele. Dove le volete mettere?
—Qui—disse la bambina, aprendo il grembiale—mettetele qui, le porto io.
La vedova pagò i due soldi e si mise a salire la scala dell'Albergo, con dietro la bambina, tutta felice delle mele. Sul largo pianerottolo non sapeva dove più andare, le porte erano molte, la scala continuava.
—È qui?—chiese la bambina.
—Ancora più su. Non so. Aspettiamo qualcuno che ce lo dica.
Sentivano zufolare su per la scala, una voce d'uomo s'avvicinava canticchiando:
M'hanno detto che Beppe va soldato,e che vi han vista pianger di nascosto….
Spuntò subitamente un giovanotto, con le mani in saccoccia e uno scartafaccio sotto l'ascella. Quando fu sul pianerottolo dette una occhiata alla donna e alla bambina e tirò innanzi, continuando:
Far pianger sì begli occhi è gran peccato…
—Signore, signore!—fece la vedova.
—Che c'è?—chiese lui mettendo il piede sul primo gradino dell'altra tesa, e voltandosi.
—Dove si va per vedere… per parlare con un bambino? Io ho qui mio figlio…
—Vi levate presto voi la mattina? Questa non è ora di parlatorio. Ma, via, può accadere che vi facciano vedere il bambino. Andate su, dal segretario.
—Dov'è?—chiese timidamente la vedova.
—Su, al secondo piano, prima porta a destra, ultima camera.
Parlando saliva; a un tratto la vedova non lo vide più. Ma sentì la sua voce dall'alto, mentre saliva anche lei.
—Ultima camera, avete capito?
—Sissignore—gridò la vedova—grazie, signore, Dio ve lo renda!
Il segretario era un uomo assai maturo, molto per bene, con occhiali d'oro, con un bell'anello al dito indice. Sedeva presso la sua scrivania, firmando certe carte che un impiegato gli metteva innanzi una dopo l'altra, asciugando le firme sopra un gran foglio di carta rossa.
Nella camera c'era la stufa, che vi spandeva un tepore dolcissimo.
—Chi siete? Che volete?—fece il vecchio, levando gli occhi dalle sue carte ed esaminando la vedova e la bambinella.
La vedova non sapeva che dire.
—Sono Carmela Selletta, eccellenza, volevo vedere, se è possibile… io ho qui mio figlio… ha sette anni… Giuseppe Selletta…
—Ma, Dio mio! Non dovete venire qui.—fece il vecchio, la penna levata—questo non è parlatorio, Dio mio! Ah! santa pazienza!
—Così m'hanno detto, eccellenza—mormorò la vedova, mortificata—ho incontrato per le scale un giovane e m'ha insegnata la porta…
—Ma non è qui, non è qui—insisteva il vecchietto—e poi, bella mia, non è ora questa di parlatorio.
La vedova rimase muta.
—Come avete detto che si chiama vostro figlio?—soggiunse, dopo un momento, il vecchietto, del quale ora la voce si raddolciva.
—Peppino… Giuseppe Selletta.
—Mazzia, fatemi il piacere, guardate un po' dentro, in archivio, se c'è Larissa, e parlatene a lui di questo ragazzo. Anzi fatelo venire qui, che sarà meglio.
—Come si chiama?—chiese l'impiegato alla vedova.
—Giuseppe Selletta.
Mazzia sparì dietro una portiera. Il vecchietto raggiustò sul naso gli occhiali, soffiò nelle mani e mise sulla scrivania una tabacchiera di argento. Nannina aveva riguadagnato coraggio e s'accostava alla scrivania, guardandovi curiosamente il gran calamaio dorato, sul quale due pupazzetti reggevano a fatica una colonnina per metterci entro le penne. Lo sguardo della piccina incantata passava dal calamaio a un fermacarte di cristallo, sotto il quale si vedeva la chiesa di San Pietro, col cupolone, la piazza e la gente in cammino, tutto colorato.
—Sedete—fece a un tratto il vecchietto, dopo una rumorosa soffiata di naso—pigliatevi, lì, una sedia, quella nell'angolo, brava, sedete pure.
Aprì la tabacchiera, tirò su una gran presa e allungò le braccia sulla scrivania.
—Ah, buon Dio di pace e d'amore!—sospirò.
Poi, voltandosi:
—Che cosa avete in braccio?—dimandò, aguzzando lo sguardo di sotto gli occhiali.
La vedova alzò un lembo dello sciallo, scovrendo il piccino che dormiva tranquillamente con una mano sul petto.
—Un piccino?—fece il vecchio, sorridendo—carino proprio! Figlio vostro?
—Sissignore.
Nanninella s'era avvicinata a guardare il fratellino, togliendosi alle contemplazioni del calamaio. Stese la mano per carezzarlo.
—Pssst!—fece il vecchio, sottovoce—lascialo stare, tu. Si sveglierà. Ricopritelo con lo sciallo, poverino.
Appariva Mazzia sotto la portiera, impassibile.
—Dunque?—fece il vecchietto.
—Se il signor segretario—disse Mazzia—vuol favorire un momento…
—Che c'è?
Si levò poggiando le mani sui bracciuoli della sua seggiola, cercando in saccoccia il moccichino di seta rossa.
Ripeteva, camminando:
—Che c'è Mazzia?
Quando il segretario gli fu presso Mazzia lasciò ricadere la portiera e questa li nascose.
—Ora viene Peppino—disse la vedova a Nanninella.
—Ora viene?—ripetette la piccina, sottovoce.
La vedova col capo fece cenno di sì. I due parlottavano ancora dietro la portiera, ma non si capiva nulla di quel che dicessero.
A un tratto riapparve il vecchietto. Pareva molto turbato e veniva innanzi lentamente, con lo sguardo sulla vedova. Si fermò presso alla scrivania, aggiustò un quaderno sotto un libro e, tossì due o tre volte.
—Sentite, bella mia…
La vedova s'era levata, traendo indietro la seggiola.
—Sentite, non si può parlare a quest'ora coi ragazzi… Io ve lo avevo detto, siete venuta troppo presto! Gli è che a quest'ora il ragazzo…
S'interruppe. La vedova lo guardava.
—Mazzia—si volse lui bruscamente allo impiegato—aiutami a dire…
—Il ragazzo è alla lezione—disse Mazzia secco secco.
E si rimise a guardare di fuori, per la vetrata.
—Ecco—disse il vecchietto risollevato-è alla lezione. Qui si è molto severi….
La vedova ebbe un moto di dispiacere. Strinse meglio sul petto il bambino, e rimase lì impiedi, aspettando ancora, sperando ancora.
—È proprio impossibile?—mormorò timidamente.
—Eh?—fece il vecchio—sicuro, impossibile. Voi siete sua madre, non è vero?
—Sissignore, sua madre.
—Impossibile, bella mia—borbottò—come si fa? Dovreste tornare.Tornate…. tornate lunedì, che c'è udienza, non è vero Mazzia?
Mazzia guardava difuori. Non udì e non rispose.
La vedova arrossiva. Cacciò lentamente la mano nel grembiale diNannina.
—Perdonatemi—balbettò—io gli avevo portato… gli volevo lasciare… queste mele… perdonatemi….
—Date qua—disse il vecchio.
La bambina già ne avea posate due sulla scrivania, accanto al bel calamaio. Lui prese la terza e la mise presso alle altre.
—Perdonatemi l'ardire—mormorava la vedova.
—Via—fece lui, dolcemente.
—Torno lunedì?
—Sì, sì, lunedì… più tardi. Non venite da me, chiedete del direttore, lui saprà dirvi…
La vedova gli prese la mano ch'egli stendeva a carezzar la bambina, e fece per baciargliela.
—Oh!—esclamò lui, come spaventato—lasciate stare, bella mia. Addio, addio… buona giornata….
Erano uscite. Il vecchietto rimase impiedi presso la porta. Ascoltava il rumore delle ciabatte della vedova su per la scala, la vocetta della bambina che interrogava.
Mazzia si ricollocò di faccia a lui e gli mise innanzi le carte.
—Piano—disse il vecchietto—non c'è fretta….
Vi fu un silenzio.
Il segretario scoteva malinconicamente la testa.
—Glie lo dirà il direttore, lunedì—mormorò—io no, di certo. Non voglio ricominciare la giornata a questo modo.
Asciugati gli occhiali se li piantò sul naso, tossì, soffiò nelle mani e riprese la penna.
—Ah! Signore Iddio!—sospirò—Buon Dio di pace e d'amore!…. Date qua, Mazzia….
Aprile 1886
FinoraMezzocannoneha avuto solo un re, quel buffo re di creta bronzata, mangiato dal tempo e dalle intemperie nel naso e nelle mani e negli occhi, nero, storto e contraffatto come un Esopo, bersaglio continuo delle invettive delle serve, le quali vanno ad attingere, e delle pietre e dei torsoli onde lo regalano i monelli impertinenti e democratici. Ma questo budelloMezzocannone, questo schifoso intestino napoletano, ha pur una regina. Il re è orribile; la regina è incantevole. Il re si chiamava, al tempo suo, Alfonso II d'Aragona. Ma la regina? Ella vive e regna in fin della stradicciuola. Come si chiama la regina?
* * *
Le prime visite che feci alla via, mosse da ragioni affatto lontane dall'interesse artistico, me la resero sempre più antipatica. Sino a pochi anni fa, al quarto piano d'uno di quegli sporchi palazzetti vecchi, c'è stata una Ricevitoria brutta e scura, nella quale, ogni due mesi, io mi recavo a pagare la tassa della fondiaria, immaginate con quanta soddisfazione dell'anima! Poi, un bel giorno, la Ricevitoria sloggiò; sloggiarono, rimossi in fretta e furia, i cancelletti di legno dai bastoni unti dalle mani dei poveri contribuenti, sloggiarono i gravi registri che chiudono tanti segreti di ristrettezze e di privazioni, sloggiò un cassiere malinconico insieme ad un piccolo gatto grigiastro, il quale annusava specie le gambe dei salumai che venivano a pagare. La Ricevitoria se n'andò e la casa rimase vuota, muta, spalancato l'uscio, sparse le camere di trucioli e di pezzetti di carta lacerata. I miei passi svegliavano un'eco breve e vibrante. Ancora sull'usciolino d'una delle stanzucce si vedeva un'addizione; i numeri erano segnati con la matita. Non avendo a fare altro collaudai l'addizione, con le mani in saccoccia e l'anima tutta dietro i miei tisici ricordi aritmetici. Il cassiere avea ragione, la somma era giusta; 14,780. Vi dirò pure, non senza una certa mortificazione, che, avendo, per una radicata superstizione napoletana, ripassati i numeri nel mio taccuino, quando scesi dalla casa abbandonata me gli andai a giocare al lotto. Naturalmente non vinsi nulla, la sfortuna mia essendo grande come la provvidenza del buon Gesù.
In verità, quando mi trovo per cose mie per gusto mio particolare a scendere per una cosiffatta stradicciuola, mi si stringe l'animo. Dov'è l'azzurro, dove il sole, dove il buon sangue e la buona salute nelle persone, dove l'aria e la luce nelle case e nelle botteghe? Da pertutto penombre ed oscurità fitte, facce smunte e scolorite, in cui solamente palpitano i neri e vivi occhi napoletani, pieni di desiderii e di curiosità, tutti luminosi d'anima. Una pietà grande queste povere donne pallide, questi lavoratori di metalli, dallo sguardo lento, dalla pelle sudata, traspirante il veleno delle ebollizioni di piombo o di rame, questi tintori che si movono nell'oscurità, sotto un lumicino che pende dal soffitto, un lumicino rosso, quasi infernale. E i bambini che trascinano i piedi nudi, per la mota, i piccoli piedi indolenziti, un vecchio che cerca invano un pezzetto di sole per la sua panchetta difranfellicche, e la buia, misteriosa cantina che raccoglie tutta la gente affamata e puzzolente del quartiere, la cantina della miseria, in cui, al venerdì, il fetore del baccalà fritto nell'olio soffoca il respiro, provocando le piccole tossi dei piccini che una famiglia di straccioni porta a mangiare nell'orrida caverna.
* * *
Dirimpetto, l'antica fontanella mormora sempre. E par che il borbottio si parta dalla sconquassata bocca del re sovrastante, di questo ammantellato padrone della strada, e lamenti la miseria del tempo. Tutto roso dall'umido e dallo stesso tempo ingrato, che a poco a poco ha fatto di lui un personaggio da burla, vuote le occhiaie come colui della bibbia che in castigo ebbe mangiate le pupille dai vermi, l'infelice coronato pur vive ancora e concede la limpida vena dell'acqua a un popolo chiassone. L'acqua cade e si spande e allaga per buon tratto la via, commista a' nuovi rivoletti di un'altra fontanella che più in su è posta sul pendio, accanto alla bottega di un torniere—una fontanella municipale, delle solite. E però, di state e di verno la via è sempre lubrica; i pochi fanali che vengono fuori, uscendo come dalle finestre, lasciano piovere una scialba luce sul selciato sconnesso, che somiglia una disgregata sutura di un cranio in cui s'infiltrino fantastiche lacrime. E qua e là, per terra, si fanno bianche lucentezze sulle gobbe dei più gibbosi lastroni. Nel lontano, ove la strada è per finire, pende da un balconcello un fanaletto verde sul quale è scritto qualcosa in bianche lettere:Albergo del pavone. Un letto vi costa quattro soldi. Dal balconcello certo non si può aver sott'occhio un felice orizzonte; non c'è' dirimpetto eh? una scala, e in capo alla scala un immane Cristo in croce, rifatto dagli ultimi furori religiosi, dopo il colera. Nella notte, con innanzi ed ai lati alcune lampade accese, il gigantesco Cristo è vivo e terribile…
La via è sempre affollata. Vi sale e scende il commercio diPorto, dellaMarina, della vicina strada deiMercanti, di tutte le stradicciuole circostanti. Gli operai, intenti alla loro bisogna nelle botteghe, non levano mai lo sguardo ai passanti e continuano a lavorare fino a notte, tra il gridio del difuori e l'interno affaccendarsi per l'opera.
C'è, a un posto diMezzocannone, presso un caffettuccio, ove si giuoca a carte, una bottega di ricamatrici. Intorno al telaio, come attorno al una tavola, seggono quattro o cinque povere ragazze, curve sui ghirigori d'argento o d'oro, sui cuori di seta cremisina, sui fiori dai pistilli di conterie luccicanti. Tra costoro è una rossa pallidissima, un po' lentigginata sulla faccia di madonnina bisantina. L'oro del ricamo non ha più luce di quello dei capelli di lei, che, a volte, rischiarati da un filo di sole, si accendono. Questa è la reginella diMezzocannone.
* * *
La piccola rossa, le labbra strette, gli occhi intenti, le bianchissime mani ravvicinate trapassa con l'ago la trama e non ne stacca l'attenzione, per ore ed ore. È la prima dalla parte dell'uscio. Ma chi passa, in quei momenti di raccoglimento, non vede di lei altro se non la banda dei capelli fulvi, un impreciso profilo, un pò della guancia d'avorio fine. La reginella ricama.
In un tramonto estivo, nel quale si spegnevano l'ultime luci perfino nella bottega delle ricamatrici, la rossa—è chiarissimo il ricordo nell'anima mia—aveva poggiato il gomito sull'asse del telaio, e nella bianca mano raccolto il mento, leggermente china da un lato la testa angelica, gli occhi nel vuoto, sognava. Le altre sommessamente, chiacchieravano: la principale preparava i lumi. Un grande silenzio s'era fatto per la via. La dolcezza del tramonto penetrando nell'anima la piccola rossa, socchiuse le labbra esangui, lo sguardo perduto, continuava a sognare, come una santarella in un'aureola di pulviscolo d'oro.
26 Maggio.
Ieri un acquafrescaio del vico Marconiglio è stato spedito all'ospedale dei matti. Era un giovane pallido, un po' grasso, muto e pensoso. Altri dà di volta per mancanza di denaro, per fede politica, per ambizione; costui è impazzito per l'acqua di Serino. Così dicono quelli della sua famiglia, in cui la professione di venditori d'acqua è atavistica. Ma il vicinato dico che no, dice che Peppino Battimelli è ammattito per amore.
Peppino Battimelli aveva la suabancain un cantuccio in penombra, nel vico Marconiglio, sotto un balconcello dalla balaustra di colonnine di legno, una balaustra a petto di colombo, come se ne vedono spesso nei quartieri bassi di Napoli. Tra le colonnine barocche, in maggio, le rose d'unacaperafanno capolino qua e là e l'edera selvaggia s'attorciglia al legno antico. Un merlo impertinente ripete, senza mai stancarsi, il suo ritornello chiaro e vivace, da una gabbia che rimane, anche la notte, attaccata ad un chiodo, fuori al banconcello. Disotto c'era labancaBattimelli. Niente di più primitivo della pittorica decorazione di questabanca. Sulla faccia di mezzo una larga via, una signora ed un signore a braccetto, con alle calcagne un cagnolino. Alberelli in fila a destra ed a manca. Cielo di verderame carico. Sulla faccia a sinistra una fontana pubblica tra cespi di fiori strani, un ragazzetto che si manda innanzi il cerchio e, in fondo, un palazzo rosso con le finestre verdi. Sulla faccia a destra il mare. Un pescatore accoccolato sopra uno scoglio ha preso all'amo un pesce più grande di lui e lo tira su con la lenza. In fondo il Vesuvio in eruzione. È giorno, ma il pittore se n'è scordato e ha fatto scendere per le falde del monte la lava rossa. Alcune bianche vele s'allontanano pel mare.
Tutto ciò pei monellucci del vico Marconiglio era stupendo. Nellacontroraafosa tre o quattro di loro, non avendo a far altro, si mettevano in contemplazione dei dipinti dellabanca, inginocchiati come innanti ad una immagine di Santa Lucia benedetta. Peppino Battimelli, in camicia azzurra, rimboccate le maniche fino ai gomiti, sognava in una gran seggiola alta che lo faceva troneggiare sullabanca, sui limoni in fila, sulla fila riverberante dellegiarredi vetro sottile, capacissime. Un alito di fuoco passava nel vicoletto, al tramonto. Le pietre sconnesse del selciato ardevano. Ma la luce, in questo vico Marconiglio stretto e scuro, anche nell'estate, è mite; sul cadere del sole, mentre la gente si sveglia dal torpore della giornata, il vico si rianima di moto e di voci; lacaperas'affaccia, sbadigliando, al suo balconcello e incorona per poco la balaustra delle bianche braccia nude, tornite e lisce. Rimane un poco a guardare nella viuzza, chiacchiera con una sua comare, e torna in camera per riuscirne dopo un pezzetto, con un secchio in mano. Inaffia le rose e si china ad aspirarne il profumo. Quando c'era di sotto Peppino Battimelli lacaperalo salutava, picchiando col secchio di latta sulla balaustra.
—Peppì, bonasera.
Lui rispondeva, con gli occhi levati:
—Bonasera.
—Sentite che caldo nfame?
—Sì.
—Peppì, io sto adacquanno 'e teste, si cade l'acqua dicitemmello, ca me dispiace.
—Nonzignore, l'acqua nun cade.
—Pecchè me dispiacciarria, Peppì…
—Nonzignore.
Lacaperasospirava e rientrava, lentamente. Impossibile commovere quest'acquaiolomalinconico. Nella stanzetta che già andava accogliendo dolci penombre, lo specchio luceva in un cantuccio. Lacaperaha dovuto spesso mirarvisi. Ancora i capelli neri erano copiosi e belli, ancora, tra la frangia diffusa, gli occhi neri splendevano, ancora la bella bocca era rosea. Che importava la sua vedovanza? A volte meglio una vedova che una zitella. Ma Peppino non ne voleva sapere. Che peccato!
Verso le cinque o le sei della sera le comari del vico scopavano le case. Qualcuna si pigliava briga di rinfrescare il selciato arso, buttando acqua qua e là. Il selciato si macchiava di tante chiazze nere, onde saliva un tanfo di polvere cacciata via dall'acqua. La viuzza faceva toletta. Ma, dopo, aspettando che vi arrivassero, da tutte l'altre vie del quartiere, gli operai dal lavoro, le femmine dalla fabbrica dei tabacchi, lerivettatricidalle botteghe dei calzolai, i cenciaiuoli ambulanti con la gerla piena di stracci e di cappelli vecchi, la viuzza taceva, presa da quella malinconica pace delle stradicciuole napoletane, ove ogni casa nasconde e cova un dolore. Peppino Battimelli continuava a meditare.
* * *
Tempo fa capitò nel vico la mamma, una vecchia. Chiese conto a tutto il vicinato di quello che il figlio di lei, Peppino, facesse, stando a vender acqua. Rispose ognuno: Che volete che faccia? Vende l'acqua.
—Diciteme 'a verità!—insisteva la vecchia.
—Ma ch'è stato?
Allora quella raccontò che il figlio aveva dato di volta. Non si sapeva perchè. Non aveva voluto mangiare, non bere; s'era spogliato nudo e voleva precipitarsi dal balcone Un balcone al quinto piano, al vico Fico. Nemmeno l'ossa si sarebbero trovate.
—Ma avite appurato pecche è mpazzuto?
—Gioia mia, pe l'acqua d'o Serino. L'acqua nosta nun se veve cchiù. A che simmo arrivate! Come fosse veleno!
A casa—seguitò la vecchia—Peppino nominava sempre l'acqua di Serino. Un'ingiunzione municipale che ordina agli acquafrescai di non vendere acqua che non sia di Serino aveva colpito per lui, giorni addietro. Il giovanottose c'era fissato. Domenica scorsa, bestemmiando—Gesù, lui che non ha mai bestemmiato!—in un impeto frenetico ha afferrato un coltello e si voleva ammazzare. Poi ha strappato la gran chiave all'uscio di casa e si è dato in capo e s'è ferito. Il medico ha detto che è pazzo. Ma guarirà.
La vecchia piangeva. Tutte le comari si sono intenerite e anche lacaperadel suo balconcello pieno di rose. Intorno alla vecchia s'era radunata gran gente. Quando la madre di Peppino se n'è andata i commenti duravano ancora.
—Vuie vedite 'a fantasia 'e l'ommo addò va a sbattere!—ha esclamato una rossa, in camicetta bianca.
E ho visto lacaperache rispondeva dal balconcello, col secchietto in mano:
—Quanno uno sta sulo sbarca. Quann'è nzurato penza 'a mugliera. Chi tene belli denare sempe conta, e chi tene bella mugliera sempe canta!
—È overo—ha detto la rossa—Ma Peppino 'o teneva o nun 'o teneva, 'o core mpietto?
—I che saccio!—ha esclamato la capera, ridendo.
La rossa, che ha intorno una nidiata di marmocchi, ha levate le braccia, gridando a tutti i maschi del vico:
—Uommene! Uommene! Nzurateve!
Il mistico matto era dimenticato. Le femmine gridavano con la rossa, le braccia tese:
—Nzurateve! Nzurateve!
E sopra le soglie deibassi, nelle botteghe, nella via, gli uomini ridevano, contentissimi, e ridevano pur le femmine incitanti, e negli sguardi accesi degli uni e dell'altre il desiderio luceva. Era, in quest'ora, ancor tutto caldo di sole il vicoletto. Il diavolo del terzo peccato alitava sulle facce sudate, passando improvvisamente tra quello scoppio di miserevole brutalità…
Il letto di Chiarinella l'avevano collocato in un angolo ove arrivava tutto il sole. Nel verno, quando il sole era dolce, la poverina s'addormentava in un'onda luminosa, che le scaldava le manine esangui sulla coverta. Tutta la giornata rimaneva sola; la chiudevano in casa e portavano via la chiave, abbandonandola a tutti quei pensieri, a tutte quelle paure che hanno i bambini quando non si vedono accosto nessuno. Lei dapprima avea pianto, con la testa sotto alle lenzuola, tutta raggranchita, non osando gridare a non spaventarsi peggio. Provava timori strani, le pareva che non dovesse stendere le gambe perchè qualcuno, un mago, un essere spaventoso, le avrebbe afferrato i piedini tirandola; non metteva fuori la testa, chissà si sarebbe trovato di faccia un volto mostruoso con gli occhi spalancati che la guardavano di sopra alla spalliera del lettuccio. A momenti credeva di sentir battere alla porta quello scemo orribile, a cui venivan le convulsioni nella strada e che una volta le era corso appresso, urlando. Poi, quando la malattia la ridusse che non poteva più muoversi, rimase lì nel suo cantuccio, istupidita e indifferente, come se niente più la colpisse.
Lassù, in quella stanzuccia al quarto piano, ci dormivano la Malia, ch'era ballerina a una baracca, donna Bettina e il marito. La Malia andava al concerto per tempo e toccava alla madre accompagnarla; la ragazza tornava di notte tutta freddolosa nello scialletto rosso, con le mani nel manicotto spelacchiato, che lei stessa s'aveva fatto dalla pelle di un gatto bianco e nero. Donna Bettina le portava nell'involtuccio la vestina di veli, il corpetto rosso a frangia dorata e le scarpine piccole piccole come quelle di Cenerentola. Malia, quando qualcuno dei giovanotti che frequentavano la baracca le avea regalato dei pasticcetti nell'intermezzo, entrando in casa si buttava sul letto tutta stracca, senza nemmanco spogliarsi. Quando no, andava rovistando per la casa se trovasse qualche cosa da rosicchiare e strepitava, dicendo che se no sarebbe andata via un bel giorno col primo venuto, che era una vita infame e così non poteva durare. Donna Bettina diceva: Vattene, vattene, che è meglio; una bocca di meno! Nella notte, mentre la lampada ardeva innanzi a una Madonna sul canterano, lei chiamava sotto voce:
—Chiarinella!
La bambina non avea chiuso occhio. Rispondeva sommessamente.
—Ah?
—Dimani mamma ti compra un soldo di latte, hai sentito? Ti farò compagnia, non ci vado al teatro…
—Sì? sì!—pregava lei—non ci andare, fammi compagnia!… Senti, mamma…
Quella balbettava, lasciandosi vincere dal sonno:
—Zitta ora, dormi… domani… domani… La camera taceva. Chiarinella era sempre l'ultima ad addormentarsi; sentiva per un pezzo ancora il respiro forte ed eguale della sorella, che alla baracca avea ripetuta una piroetta e s'era affaticata. A volte la coglieva la sete; scendeva, a tentoni, cercando il bicchiere sulla scanzia a cui le sue piccole braccia magre appena arrivavano. Certe mattine la veniva a vedere la Nunziata, una vicina che le avea dato latte quando Bettina non ne aveva.
—Povera piccina!—faceva—povera Chiarinella mia!
Le portava un'arancia fresca, sedeva accosto al letto e si metteva a toglierne la buccia e la pellicola, dividendola a spicchi che la bambina succhiava avidamente, in silenzio.
—Par nata muta—diceva Bettina, quando ne parlavano.
—No, no, è la malattia. Stateci attenta, sapete, non si scherza, s'è fatta magra come uno spillo. Che v'ha detto il medico?
—Quale medico? Come avrei potuto chiamarlo? Ah! Nunziata mia, voi non sapete i guai miei!
E si metteva a raccontarglieli sotto alla porta, mentre la Nunziata a ogni momento correva dentro a invigilare ilragù, di cui l'odore piccante entrava nella camera di Bettina, Guai grossi. Il marito se n'era andato a Palermo, sopra un legno di Florio e chissà quando tornava. Denari niente. A Natale soltanto avea mandato trenta lire, sparite via come il fumo. Malia se ne avea prese otto per una cinturella dorata che le serviva nell'Orfeo all'inferno, al terzo quadro. La casa si sfasciava, abbandonata alla miseria, senza sistema, senz'amore. Non c'era più niente, Malia avea saccheggiato tutto, il Monte di Pietà era pieno dei panni loro.
—Oh! Gesù!—diceva Nunziata, rabbrividendo—Come potete stare così?Mettetevi a fare la serva, i posti ci sono.
—E Malia? La lascio sola? E Chiarinella?
—Per la bambina, se la Provvidenza ve la fa guarire, me la tengo dentro da me colle figlie mie—disse Nunziata—intanto Malia potete lasciarla fare. Lei non è stupida, baderà.
—Oh! no, mai sola!—protestava Bettina—Voi sapete il mondo com'è cattivo!
Ma in fondo era per questo, che alle cenette dopo il teatro ci andava anche lei, e a volte avea messo in saccoccia qualche pollo freddo, mentre la figlia teneva a bada quelli caldi che le facevano la corte per gli occhi belli che aveva.
Tira, tira, la corda si spezza. Negli ultimi giorni dell'anno Chiarinella non la si riconosceva più. Si lamentava tutta la notte, piangendo sola, con la testa abbandonata che aveva fatto il fosso nel cuscino. Nel giorno della Epifania, Nunziata entrò a vederla e le spuntarono le lacrime agli occhi. Lei poverina, le sorrise, le mostrò, senza parlare, l'arancia che aveva nascosta sotto alla coperta, sul petto.
—Senti—disse Nunziata—ti vengo a far compagnia. Io ti voglio bene. Sai oggi che festa è? Oggi è l'Epifania. Stanotte arriva la Befana che va da tutti i buoni piccini. Bisogna mettere appesa una calza a capo al letto. Se la bambina è buona la Befana viene a mettervi un regalo bello; se è cattiva vi mette i carboni.
—Senti—soggiunse—ora me ne vado, ti mando Cristinella.
Dopo poco la figlia di Nunziata, una bambina di cinque anni, entrò, allegramente. Si recava in braccio una bambola di legno, alla quale avea messo il suo grembiale ed una cuffietta ricamata.
—Guarda com'è bella—esclamò, sedendo sul lettuccio—falle un bacio.
Glie l'accostò alla bocca. Chiarinella la baciò in punta di labbra.
—Si chiama Angelica—disse Cristinella—È figlia a me.
La strinse nelle braccia e si mise a cullarla, cantandole la ninna nanna.
—Oooh! oooh!
Poi subitamente la posò sulla coverta.
—Tu che hai? Sei malata?
—Sì.
—È cosa da niente, cosa da niente—sentenziò, come aveva sentito dire qualche volta alla mamma—una buona sudata e passa.
Come l'altra non diceva nulla, Cristinella si seccò. Aperse la bocca rosea con un lungo sbadiglio e si allungò sul lettuccio, nel sole.
—Sai guardare il sole?
—No.
—Io sì, guarda.
E si mise a fissarlo. Ma gli occhi le si empirono di lagrime. Allora, dopo averseli asciugati, riprese la bambola o scese dal lettuccio.
—Io me ne vado—disse—debbo preparare il letto a questa qua! Uh!—esclamava, baciando la pupattola—quanto sei bella! vieni con mamma tua!
Chiarinella rimase sola. Dopo un momento scese, rovistò in un angolo, trovò quello che cercava. E trascinandosi sino al letto, con uno sforzo che dopo la fece piangere, attaccò al bastone della spalliera una piccola calza bucherellata.
La Bettina in tutta la giornata tornò a casa due volte e poi riescì per accompagnare Malia che faceva Venere, inOrfeo.
A notte la piccina, che sonnecchiava, udì una voce maschile su per le scale e la voce di Malia.
Diceva Malia:
—Addio… ciao… grazie…
La notte della Befana era fredda, ma chiara e stellata. Un grande silenzio s'era fatto nella viuzza solitaria, un grande silenzio si fece nella stanzuccia quando Bettina e Malia chiusero al sonno gli occhi stanchi. Una delle rosee calze della ballerina pendeva accapo al suo letto. Ella stessa ci aveva lasciato cader dentro, sorridendo, un piccolo anello d'oro, un paio di profumate giarrettiere di seta. Era stata Befana a sè stessa, prevedendo che la Befana avrebbe lasciata vuota la calza. Nelle case de' poveri quella non entra.
Chiarinella dormiva, sognando la pupattola della sua piccola amica.
Alla dimane Malia si svegliò un poco più per tempo del solito. In tutta la notte l'anellino e le giarrettiere le aveano parlato all'orecchio. S'accostò alla finestra e si mise ad ammirare i regalucci, stropicciando una cocca del grembiale sull'anello lucente.
—Bello, bello!—faceva donna Bettina, di sulle spalle della figliuola.
Chiarinella stese la mano, staccò la piccola calza dalla spalliera del letto e vi guardò entro. Il suo cuoricino batteva forte.
Ma nella calza non c'era niente.
Malia si lavava, canticchiando, le belle spalle bianche, nude, assalite dai brividi. Il bacile di latta si empiva di spuma candida, fiocchi di neve ne cadevano intorno. Ancora il sole non era arrivato alla stanzuccia, ma per le vetrate appariva il cielo azzurro, limpidissimo, sul quale la Befana aveva, nella notte, ripassata la sua scopa di penne di pavone.
La piccola calza bucherellata era caduta sulla coverta del lettuccio, e da presso due piccole mani vi si abbandonavano, esangui. Tra tanta infantile minutezza le cose più grandi eran due lacrime, che scendevano per le gote di Chiarinella.
La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva tristamente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell'imbrunire. A' rumori che nel giorno l'aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti, che il tempo uggioso avea resi come sordi e sfiniti, succedeva adesso, dopo un paio d'ore d'ozio snervante, l'impaziente rivoluzione della sera, che pareva volesse reagire a quel torpore durato così a lungo tra l'aspettare invano i soliti piccoli avvenimenti e il raggomitolarsi con lo spirito e il corpo in un malessere d'insofferenza che la giornata metteva ne' muscoli e nel sangue.
Alle quattro era venuta giù un po' d'acquerugiola fina e diaccia, che filtrava i brividi nell'ossa, e a guardarla si sarebbe detto che fosse bigia come il cielo e piagnucolosa come un'ostinazione di bimbo malaticcio. Laggiù, in piazza S. Ferdinando, i cocchieri del posto bestemmiavan sottovoce, la testa insaccata fra le spalle, il tappetino della vettura sulle ginocchia strette.
—Che, divertimento ah?—La gente s'era scordata d'andare in carrozza. Ognuno casa sua la teneva a quattro passi, e poi col sole che c'era veniva la voglia di farsela una passeggiata co' piedi nelle pozzanghere.—E così la giornata se ne scivolava…—Ohè?… vengo? vengo?…
Ora tutte le fruste schioccavano; qualche signore dal marciapiedi di faccia voltava gli occhi a destra e a manca, aspettando che spuntasse una carrozzella di passaggio per risparmiare un paio di soldi, che, tanto si sa, quelle del posto non si muovono se non le trattate a dovere e voglion la corsa intera per quattro passi come le hanno avvezzate i signori ricchi che portano il collo stretto nel solino, lo staio sulle orecchie e vanno a Chiaia senza sporcare i cuscini, con lo palme delle mani sulle cosce. Ma intanto con quel tempo e con quella scarsezza il posto s'arrendeva, lasciandosi fare.—Otto soldi al Museo—diceva il signore—Datemi mezza lira—E l'altro duro: Otto soldi.—Il cocchiere ci pensava un pezzo prima di decidersi a pigliarlo per quella miseria, ma intanto come il signore s'impazientiva e faceva per voltargli le spalle, e allora con un santa pazienza lo chiamava:
—Sentite… andiamo… salite.
Dal posto i compagni stavano a guardare, seguendo con gli occhi il battibecco, indovinandone le offerte e le transazioni. Lui pel sacrificio che aveva fatto si sfogava con la povera bestia, la quale scotendosi tutta con un balzo alla prima frustata incollerita che le toglieva il pelo, rabbrividiva di sorpresa e di dolore. E mentre nel pigliar l'aire dava una strappannata al panciere, lui ritto in serpa, mangiandosi la lingua, scoteva la mano all'aria due volte, e spiegava le dita a mostrare ai compagni quanti soldi pigliasse.
Le ombre scendevano rapidamente: dalle basi rotonde de' fanali, di cui la fiamma a gasse si dondolava leggermente fra i vetri appannati, la striscia nera della colonnina si proiettava ad angolo su i marciapiedi umidi, e in cima la lanterna ingrandiva smisuratamente, spandendosi. C'era poi, sopra l'insegna di un magazzino, il grande orologio di Riccio, che luceva da tutte e due le facce, pallido come la luna, e faceva venir la malinconia, malgrado vi fossero sopra due grandi ali dorate come quelle degli angioli a lato dell'altare maggiore.
Allungandosi lo sguardo arrivava sino al principio della scesa del Gigante; laggiù il verde cupo degli alberi si fondeva col cielo tutto d'un pezzo, nero come il carbone.
Ma nello spiazzato innanzi alla gran massa del palazzo reale, tutti i lumi s'eran data la posta come ogni sera, e assieme ai fanali grandi a cinque rami, di sotto alle colonne del peristilio, le lampade a bomba rischiaravano la piazza deserta e silenziosa, ove pareva che andasse a morire nell'immensità del vuoto tutto il romorio di Toledo.
In questa brutta serata di marzo, come sonarono le sette all'orologio di piazza Dante, tanto debolmente che appena lui potette seguirne i rintocchi, Manlio si decise ad uscire. Dopo aver leggiucchiate le prime pagine di un romanzo nuovo, di cui si era annoiato a morte, fra le cinque e le sei di sera s'era buttato sul letto, volendo gustare, per la prima volta dopo un mese, la voluttà del sonno a quell'ora. Così tra l'appisolarsi e il rimaner cogli occhi aperti per un pezzetto a guardar nel soffitto le ragnatele lasciate in pace, stette un'ora buona, in forse se dovesse uscire o rimanersene a casa, ora che il tempo minacciava.
Manlio: un bel nome, di cui doveva la romanità severa alla madre buona e intelligente che s'era ridotta in provincia a seguire il marito e c'era rimasta perchè lui contava di raggranellare il suo po' di sostanza, vendendo dei fondi che da assai tempo lacerava a furia di liti l'ostinato accanimento di tre eredi, fra i quali egli era primo. Con le buone parole, co' sacrificii e la pazienza lui si era fitto in capo di spuntar la faccenda e le cose andavano bene. La signora Maria scriveva al figliuolo, ogni settimana, lettere piene di cuore e di rimpianti, promettendo, a rassicurarlo, che sarebbe tornata subito, arrischiando timidamente, con una dolcezza di parole che nascondevano la severità, dei piccoli ammonimenti nei quali tremava, inconsapevole, il suo grande amore di madre lontana. Manlio, leggendole, si commoveva. Ora la solitudine, che fra tutte le sue vaghe aspirazioni di fanciullo nervoso, era stato sempre il desiderio più intenso, lo spaventava, rimettendogli innanzi agli occhi il ricordo di certe sere calme d'inverno, quando la pioggia batteva a' vetri ed essi chiacchieravano sottovoce nel tepore della stanza, mentre il padre leggeva la gazzetta e fumava. Nei brevi momenti di silenzio, quando la signora Maria s'era lasciata scappare una maglia della calza che lavorava, s'udiva dal lettuccio il respiro uguale della bimba che dormiva con una manina sul petto. Che sere! Lui raccontava i suoi progetti, si animava facendo mille castelli in aria, lasciandosi trasportare, gesticolando sottovoce e la brava donna sorrideva, contemplandolo tutta pensosa, e le maglie della calza scappavano. Ma eran sogni d'oro quelli che lo cullavano allora; dormiva sino a giorno tutto d'un fiato sotto la coltre doppia che, a volte, quando non aveva ancor chiusi gli occhi, sentiva a rimboccarglisi sotto al mento dalle mani leggere della madre…
Questo pensava Manlio in quella sera di marzo, smaniando sul letto, che scricchiolava, voltandosi da tutte le parti come se fosse sulle spine. All'ultimo, mentre l'oscurità empiva la stanzuccia e lui non vedeva altro se non di faccia, il vano della porta anche più nero dell'ombra, una strana inquietitudine lo prese. Quasi gli venne paura che da un momento all'altro, così, solo com'era, in quel silenzio, in quella oscurità avesse a mancargli la vita. Quando si levò, cercando tentoni i fiammiferi, le mani gli tremavano e durava fatica a tirar su il flato.
—Impossibile—mormorò, com'ebbe acceso il lume e gli tornò l'animo—impossibile….. Questa è vita che non può durare…
Si vestì e scese. Mettendo il piede nella strada si ricordò di non aver preso il paracqua. Stette un momento in forse se dovesse risalire o tirar via facendone a meno, tanto era un'acqueruggiola minuta che non faceva male e poi rifar daccapo settanta gradini era una cosa che lo seccava abbastanza. Si mise in cammino, scendendo per Toledo, con le mani in tasca e la testa china, tutto pensoso. Che si sentisse dentro lui stesso non lo sapeva: era un malessere, un'oppressione, un'insofferenza, che lo rendevano odioso a se stesso; fra tutto lo impensieriva ora come un intuito delle disillusioni che gli toccherebbe a sopportare; indovinava le aspettative insoddisfatte, cui da un momento all'altro si troverebbe di contro nella sua piccola vita serale, della quale si faceva il conto che il tempo cattivo dovesse romper le abitudini. Difatti entrando nel caffè ove gli amici erano soliti a raccogliersi accanto alla gran tavola di marmo, trovò ch'essa era deserta, e andò a sedervi aspettandoli. Chiese il caffè e gli parve addirittura acqua calda; lo sorbì tutto d'un sorso dopo averlo fatto raffreddare, non volendo avere la pazienza di centellinarlo col gusto che ci pigliava ogni sera. Nel caffè c'era una piccola orchestra che di colpo si mise a sonare un walzer fritto e rifritto, un'antipatia di musica frettolosa e saltellante, che mise una gaiezza stupida fra i consumatori. Lui, di faccia a un borghese, che batteva il tempo col cucchiaino nel vassoietto, si sentiva un formicolio nelle mani; gli avrebbe voluto buttar la chicchera in faccia.
Cominciava a dolergli la testa; gli occhi, in quella nebbia, che il fumo dei sigari spandeva nel locale chiassoso, gli s'intorbidivano, e gli diventavan piccoli. A un momento, mentre uno spilungone di maestro di musica batteva sconciamente sui tasti del pianoforte, egli sentì il colpo secco e la vibrazione, per un secondo, d'una corda che si spezzava facendo «zin!», cosa che gli accapponò la pelle. S'alzò guardando all'orologio sul pancone del principale; erano le nove, gli amici non sarebbero più venuti.
E, lentamente, con le labbra strette, infilò la porta che riusciva sulla piazzetta innanzi al Municipio. Pioveva sempre allo stesso modo. Lui si mise a camminar dritto avanti a sè, non sapendo che via pigliare per tornare a casa più presto, ora a piccoli passi, ora affrettandoli per trovarsi subito fra le sue quattro mura. E camminando si rodeva dentro con gli amici che non eran venuti, con la umana leggerezza che dimentica tutto, con sè stesso che era tanto ingenuo da contare su tutti. Avrebbe voluto che i compagni avessero indovinata la sua solitudine in quella sera, avrebbe voluto che fra essi uno solo almeno avesse pensato a farsi trovare per tenergli compagnia.
I suoi nervi in quel momento avevano acquistata una tensione straordinaria. Gli scoppi rumorosi delle fruste, quando gli passavano accosto le vetture, lo irritavano, bestemmiava sottovoce, sbuffando, come inciampava nell'oscurità col piede in una rotaia di tranvai che lo sbalzava da un lato, sorprendendolo dolorosamente. La luce dei magazzini gli abbagliava gli occhi; a volte sentiva fra le spalle come delle punture di aghi, che gli davano per un momento l'irritazione d'una bestia inquieta.
Ora si trovava di faccia al teatro S. Carlo. Entrò lentamente sotto il porticato. Si fermò a leggere un cartellone mezzo lacerato che pendeva a uno de' muri. S'accorse che sotto a quel muro una persona, che lui conosceva molto da vicino, stava tranquillamente accendendo un sigaro. Si adocchiarono nello stesso momento; Manlio s'accostò, con la mano stesa.
—Buonasera, signor Roberto.
—Buonasera, Manlio; come va?
—Eh!—disse lui, facendo spallucce—Son seccato…
L'altro, passando il sigaro nell'angolo delle labbra, fece per incamminarsi. Manlio gli tenne dietro, stringendoglisi accosto. Gli pareva, che quegli non gli avesse detto addio per stare un po' assieme, e intanto già s'annoiava della compagnia.
Costui era un uomo in su i quaranta, scriveva per i giornali, era tenuto in molta stima nel suo paese e godeva d'una certa fama di serietà che lo onorava. Quella sera aveva l'aria d'uno cui è capitato un guaio e, piccolo piccolo com'era, col gran cappello su gli occhi, il bavero del soprabito alzato, faceva quasi compassione.
Dopo un momento di silenzio, camminando sempre, disse:
—Dove andate?
—A casa.
—Che brutto tempo!…—fece l'altro, senza guardarlo in faccia.
—Tempo canaglia…—rispose Manlio, coi denti stretti.
Vi fu un altro momento di silenzio, poi, lentamente, quello del sigaro mormorò con un risolino forzato:
—Come mi vedete ho perduto poco fa duecento franchi.
—Ah?—fece Manlio, senza commuoversi, come se non avesse capito bene.
Poi non vi fu più una parola. Il signor Roberto camminava tutto astratto, a capo basso, studiandosi di mettere il piede sempre nel mezzo delle lastre del selciato, provando una piccola contrarietà quando per inavvertenza gli capitasse tra le commessure. Manlio non vedeva l'ora di toglierselo d'accosto. Ora una collera sorda lo irritava contro quest'uomo che perdeva duecento lire come se niente fosse e se ne andava passeggiando in una serata come quella. E l'altro, mentre badava stupidamente a regolare il piede in modo che si trovasse sempre nel mezzo del lastrone, pregava tutti i santi perchè mandassero via questo giovinotto pittimoso, del quale la muta e pesante compagnia gli cadeva addosso come un incubo. Così per venti minuti di cammino, tornando a poco a poco ciascuno alle sue idee nere, quasi non accorgendosi più della loro vicinanza, non aprirono bocca. A un punto, sul marciapiedi poco discosto dalla casa di Manlio, una donna, una signora bellissima, sola, stretta in un lungo sciallo nero, alta, pallida, fiera, passò loro accosto. Fu come una visione.
—Che bella donna!—mormorò Manlio, come parlando a se stesso.
—Bellissima…—sospirò l'altro, senza alzar gli occhi.
Di colpo si guardarono, si tesero le mani contemporaneamente, stringendosele. Si erano fermati per un secondo.
—Addio—disse il signor Roberto.
—Addio—rispose Manlio.
Lentamente entrò nel palazzo ove abitava e si mise a salir le scale. Quando fu in casa, senza togliersi il soprabito umido, buttò sulla tavola il cappello a cencio, provando uno strano batticuore, un'emozione nuova e misteriosa. Tentò di mettersi a scrivere, pensando che questo dovesse distrarlo, compilando in mente, rannicchiato sulla seggiola innanzi al tavolino, una lettera alla mamma, piena di tenerezze e di sfoghi. Ma quando cercò intorno i fiammiferi si ricordò d'averli dimenticati al caffè. E innanzi a questa piccola contrarietà ebbe un momento di immensa disperazione. Si gettò bocconi sul lettuccio, mordendo nella furia il cuscino, torcendo le lenzuola nel pugno, singhiozzando.
Pioveva sempre, ma la pioggia non batteva ai vetri con lo stesso ritmo dolce delle lunghe serate in famiglia nè alcun lume nella stanzuccia poteva mostrargli la faccia pallida e sorridente della madre e in fondo, nella penombra, il lettuccio della piccola sorella dormente.
Così, in quella triste serata umida e tetra, in quello scompiglio nervoso che infuriava nel suo morale tormentandogli il fisico a scosse dolorose, egli, solo, solo nella sua amarezza, in quella oscurità fitta della cameretta, si mise a urlare come un pazzo.
Giugno 1886.
Tra le suore dello spedale X…. ho conosciuto, tempo fa, Suor Carmelina, una giovane donna sottile e bianca, bianca come una Vergine di cera, pallida come un'ostia nell'ombra. I malati la chiamavanola santarella; ella sorrideva sempre, parlava sempre sottovoce, pronunciava s la z e tratto tratto diceva a' malati:Benedeto! Benedeto da Dio! Era veneziana, tutta piena di quella dolcezza de' modi e dell'anima onde quei del veneto son pieni.
Come era divenuta monaca? Nessuno me lo seppe dire. E da quanto tempo ella aveva abbandonato il mondo e Venezia bella? Tutte queste monacelle,benedete, hanno il loro piccolo dramma chiuso in core, e un mistero nascoso nell'anima. Alcune volte gli occhi luccicano, si velano d'una lacrima, le mani bianche fremono, la bocca freme, il respiro ansioso gonfia il petto coverto dalla tonacella. Ma andate a chiedere loro perchè, tentate di impadronirvi di quella bianca mano fremente, cercate di interrogare quella lacrima! Fuggono, si chiudono nelle piccole stanzucce a vetri, evitano di ricomparirvi innanti, vergognose. Soltanto la piccola stanzuccia a vetri sa il mistero della piccola suora. Nessuno ha potuto mai sentire i singhiozzi di una piccola suora!
* * *
Io chiedevo sempre a un mio povero amico, malato a quello spedale, che ne pensasse di Suor Carmelina. Si capisce; ogni giovanotto, in presenza d'una di queste figlie della carità, prima vede la giovane donna, poi vede la monaca. Imagina sempre un sacrifizio, si appassiona e s'intenerisce.
L'amico, un commesso viaggiatore, al quale una caduta avea quasi spezzata la gamba sinistra, stando in bolletta s'era salvato allo spedale. Veneto pur lui aveva ben presto stretto amicizia con suor Carmelina. La trovava semplicemente una buonaputela, unafia de la Madona.
Io lo andavo a vedere tre volte alla settimana, poi finii per recarmi a trovarlo quasi tutti i giorni. Si cominciava a parlare della gamba disgraziata e si cascava, subito dopo, a chiacchierare di suor Carmelina.
—Non le hai mai domandato perchè s'è fatta suora?
—Mai. E perchè? Non me lo avrebbe detto. Parla poco.
—Ma con te, che sei compaesano suo, potrebbe far eccezione alla regola.
—La Regola—rispose il mio amico, celiando—impone il silenzio alle suore, specie coi giovanotti malati, specie alle suore giovani.
—Senti, caro mio, francamente io vorrei trovarmi qui, in questo tuo letto.
—Con gli stessi dolori?
—Con gli stessi dolori.
—Con la stessa gamba impacchettata? Con la stessa mania di volere e di non poter uscir a vedere il sole, a veder camminar la gente per via, a vedere le carrozze, a camminare? Va là, tu scherzi. Siamo troppo amici. Nemmeno ai cani lo auguro.
—E io vorrei essere qui, nel tuo letto.
—Per vedere suor Carmelina? Per parlare con suor Carmelina? Per sentire la voce di suor Carmelina?
—Per questo.
Lui rise fortemente. Ella in quel momento passava e si volse. Le donne hanno questo di particolare che anche da lontano, con la coda dell'occhio, appurano quello che dite e se parlate di loro. Per un momento la sua veste passò lungo la fila dei letti, senza romore, senza toccarli, lambendo i larghi quadroni di marmo del pavimento. Un malato, il numero 34, un vecchio colono da Melito, si levò a sedere sul letto e si sberrettò, con una grande reverenza, mormorando qualcosa. La suora gli rispose con un piccolo moto del capo. Forse gli sorrise, ma le tese larghe della cornetta c'impedirono di vedere. A un posto della sala si chinò, raccolse la buccia d'un'arancia e per l'aperto finestrone la buttò giù nel cortile. Poi sparve.
—Sei contento?—mi disse l'amico—Or l'hai vista. Sei contento?
—E tu non ti commovi?
—Io!Cio'! vecio!Ne ho viste tante in mia vita! Io mi secco assai di dovermene stare qui inchiodato in questo letto, tra lamenti, spasimi, morti subitanee e morti lentissime, che non arrivano mai. Sono impregnato di acido fenico.
* * *
—Senti,vecio mio,—mi disse in un altro giorno—fra poco me ne vado. Ieri il dottore mi ha detto che ne avevo per un'altra settimana. M'ha rifatta la gamba a nuovo. Che uomo,benedeto, che grande instituzione la chirurgia!
—E dici addio alla suora?
—Accidenti! Sei un bel seccatore tu, con la tua suor Carmelina!Guarda, ieri ella m'ha… mi ha… come si dice?
—Intenerito?
—Intenerito? M'ha fatto stomacare. È come tutte l'altre; sempre le stesse! Senti, io le ho annunziato che me ne andavo presto, fra una settimana, ch'ero bell'e guarito…
—E lei?
—Lei, al solito, s'è fatta rossa. Mi ha detto: Davvero? È proprio guarito?—Dico io: Sicuro. Cosa c'è? Le dispiace?—Ha fatto un muso! Dice: Ecco, noialtre ci affezioniamo ai nostri malati così da volerceli tenere assai tempo con noi. Ogni malato guarito si porta un po' del nostro dispiacere.—Immagina! Le volevo tirare un cuscino.
—Sei un grande cretino, va! Come tutti i commessi viaggiatori.
—Aspetta che guarisca,vecio mio!
* * *
Dopo una settimana egli era impiedi. Ma ancora zoppicava un poco, per tre o quattro altri giorni era necessario che rimanesse allo spedale.
—Piglio aria—mi fece—piglio daccapo l'abito del camminare. Vien qua; ho qualcosa da narrarti suquella tale persona.
Ci mettemmo a sedere sotto un finestrone onde una gran luce pioveva nella sala. Erano le 9 della mattina e lo spedale faceva la sua toeletta, pieno d'un gran chiacchierio che s'intrecciava fra i letti, arrivava con gl'inservienti, usciva dalla stanza delle suore, per l'uscio socchiuso. Una vecchia suora, inforcati gli occhiali, scriveva in un gran libro squadernatole innanti, sulla tavola.
—Ieri—cominciò il mio amico—al dopopranzo suor Carmelina m'ha fatto presente d'una manata di confetti. Abbiamo chiacchierato a lungo; lo spedale s'era messo a dormire—Dove se ne va, ora che è guarito?—Me ne vado a Venezia—le ho risposto—vado a rivedere mio papà e la mamma.—Beato lei, che ci ha tutti e due!—E lei?—Ha chiusi gli occhi, ha scosso tristemente il capo.—Non ho nessuno—E come nessuno? Fratelli, sorelle?—Nessuno.
—Ti dico, caro mio—soggiunse il mio amico—sono stato preso da una grande pietà. Non ho saputo nulla rispondere, nulla dire a confortarla. Tutto ieri ella è rimasta in sala. A sera, per le finestre, entra un gran profumo di zagare, dal giardino. Ier sera se ne moriva; una cosa deliziosa, inebriante. Suor Carmelina passeggiava in lungo e in largo. Spuntava la luna, laggiù, dietro il comignolo della fabbrica di steariche, guarda. Io mi son messo a canticchiare:
De Venezia lontan do mila mia no passa dì che no me vegna a mente el dolce nome de la patria mia, el linguagio e i costumi de la zente…
E continuavo:
Soto el ponte de Rialto fermaremo la barcheta, O Venezia benedeta, no te voglio più lassar…
Avessi veduto com'ella rallentava il passo, per sentire! A un tratto eccotela che mi s'accosta al letto, con le lacrime agli occhi, con la faccia bianca bianca, stravolta, la bocca tremante—Lei non canti—m'ha detto con malo modo—qui non si canta. La prego di smettere. Questo è uno spedale!—Ciò, brava la ragazza! E cantavo roba del suo paese, cantavo!
—Eccola…
Ma appena la suora appariva in fondo alla sala un grido infantile risuonò, un grido che ci fece trasalire. Saliva un gran vocio dal cortile e gl'inservienti s'urtavano, accorrendo. Suor Carmelina scomparve.
—Che sarà?
—Qualche resezione di ginocchio, qualche incisione alla spalla, una disarticolazione, un bottone di fuoco che arrostisce la carne, ecco; oramai trenta giorni di spedale mi hanno abituato a tutta questa roba; ne ho sentiti d'urli; un inferno, caro mio.Ciò! Che succede ora?
Qualche cosa di strano succedeva, infatti. Lo spedale era sossopra, la segreteria, attigua allo stanzone in cui noi ci trovavamo, s'empiva di gente. I malati si rizzavano a sedere sui letti.