The Project Gutenberg eBook ofMattinate napoletaneThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Mattinate napoletaneAuthor: Salvatore Di GiacomoRelease date: August 31, 2009 [eBook #29873]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MATTINATE NAPOLETANE ***
This ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.
Title: Mattinate napoletaneAuthor: Salvatore Di GiacomoRelease date: August 31, 2009 [eBook #29873]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Title: Mattinate napoletane
Author: Salvatore Di Giacomo
Author: Salvatore Di Giacomo
Release date: August 31, 2009 [eBook #29873]
Language: Italian
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MATTINATE NAPOLETANE ***
Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Edizione definitiva
(Secondo migliaio)
1887
Secondo Migliaio
1887
riproduzione vietata
Napoli—Tip. Edit. E. Pietrocola—Napoli 44, Cisterna dell'Olio, 44
_Esaurita, in pochissimo tempo, la prima edizione delleMattinate, l'autore ha voluto cedere a noi la proprietà di questa seconda, definitiva, curandola e correggendola con più amore._
E però siamo sicuri che non le verrà meno quella simpatia che il pubblico le addimostrò da principio.
Napoli, Marzo 1885
Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che mi pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco alloggiate, in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia con nessuno, apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente allontanarsi da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse il morboso carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza, dalla quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e un po' a sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di caffè e con un sigaronapoletano. Il caffè, per acquaccia nera che sia, mi permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò mi fa bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero e interessandomi a qualche cosafuori di me stesso. Da qualche giorno, però, il mio umore è ridiventato nero, pel tempo perverso che mette ovunque un silenzio di malinconia e nelle povere anime sofferenti uno sgomento indefinibile, una lunga e nervosa tristezza che a momenti si vorrebbe mutare in tante calde lacrime piante tacitamente, la faccia nelle mani, mentre, come ora che ti scrivo, seguita la pioggia a borbottar nelle grondaie e lontano lontano muore un tintinnio di campanelle vaganti.
Or io mi sono, solo solo, rincantucciato presso alla mia finestra e guardo, per le vetrate, nella via deserta ove son tutte chiuse le botteghe e taciti e frettolosi i rari passanti. Il cielo è grigio come la veste d'una monacella di questua; si leva da una terrazza di faccia a me e vi si disegna a carbonella il palo del telegrafo, irto di capovolti interrogativi che irraggiano a destra e a manca fili neri, i quali si vanno lontanamente a perdere. Sta in fondo Sant'Elmo, vestito appiè delle mura di un cupo verde alimentato dalle piogge e dall'umidità, sforacchiato da tanti buchi neri in fila. E una fila d'uomini ritti, immobili, par la cresta merlettata del castello, dietro il quale impallidisce freddamente il cielo, come negli antichi acquarelli de' trittici olandesi.
Ebbene, Paolo mio, dopo questo io non ho che o troppo poco ancora, o tante, tante cose a dirti! Ancora parlarti di me, delle mie incoerenze, dei contrasti che s'agitano e s'accapigliano in quest'anima mia inquieta, delle aspirazioni, de' sogni a' quali tengo dietro, col cuore tremante? Non voglio; quest'altra stanzetta ove tu seguiti, in un paese lontano dal mio, a innamorarti delle farfalle e degli scarabei verdi riscintillanti, a raccogliere pazientemente e ad ordinare famiglie di crittogame o di fanerogame tra fascicoli di carta, mio buon Linneo calmo e tranquillo, quest'altra stanzetta è ancora troppo pienadi me. Or le tue piante e i tuoi scarabei non mi sentono più; non più la vecchia spinetta canta loro le semplici arie della nostra montagna nelle beate dolcissime sere lunari. Paolo mio caro, vuoi raccontare una storiella a questa tua silenziosa famiglia? Te la mando da Napoli, da questo strano cuore d'Italia che patisce, se lo si considera bene, di tutti i mali cardiaci, dell'aritmia, dell'iperestasia, dei ribollimenti subitanei e delle lunghe paci silenziose, da' battiti lenti, quasi malati.
Dunque, ascolta. La storiella potrebbe pur esser vera.
* * *
Tre giorni dopo arrivato, col mio bravo cassettino ad armacollo e col mazzo di pennelli tra mani, infilavo, entrandovi da Borgo Loreto, il lungo vicolo Giganti, pel quale si spunta alla Marinella. Tu non sei stato mai a Napoli e non puoi sapere che sieno questi vicoli di Borgo Loreto, topaie di marinari miserabili, vestiti di lana doppia, puzzolenti, neri come il carbone. Tutta la vita grama di questi lavoratori del mare s'agita ripullulando, in case buie, profonde, umide. Un tristo e schifoso spettacolo, poco lontano dall'azzurro, divino spettacolo del mare, innanzi al quale la mia mano freme sulla tavolozza.
Io, dunque, per andare a dipingere alla riva, passavo pel vicolo Giganti, guardando qua e là curiosamente e persino fermandomi a contemplare, con meraviglia di forestiero e curiosità d'artista, qualcheinternopittorico, pieno d'ombre e di mistero. Fu in una di queste fermate che una donna sui trent'anni, piccola, bionda come tutte le figlie del mare, mi chiamò sulla soglia di casa sua, nella via, e mi chiese, sorridendo, se volessidisegnarla. Rimasi sorpreso: avevano dunque capito, questi del vicolo Giganti, che mestieraccio facevo?
—Io vidisegnerò, bella bionda,—le risposi—ma com'è che sapete ch'io disegno?
Ella mi disse che passavano sempre per quella via de' giovanotti, i quali andavano adisegnarele barchette e il mare e i pescatori; ognuno di loro portava sotto il braccio un cassettino come il mio, nelle mani i pennelli e in testa un cappelluccio a cencio, come il mio. Ora idisegnatorili conoscevano subito.
—Sta bene; vuol dire che un bel giorno ripasso e vidisegno…
—Quando?
—Al più presto possibile, bella bionda.
—Io non mi chiamo bella bionda. Mi chiamo Fortunata. Volete passare lunedì?
—Passerò lunedì.
Al lunedì, di buon'ora, mi trovai al vicolo Giganti. Fortunata, ritta sulla soglia di casa sua, lavorava all'uncinetto, sorridendo. Mi aveva visto da lontano.
—Dunque? Siamo pronti?
—Entrate.
La seguii in una piccola stanza, dal pavimento tutto sconnesso e sporco. Attorno, appesi ai muri, immagini di santi, olivo benedetto, nasse di pescatori, corbelli di paglia, piccole bombole pe' polipi. Una tavola, un lettuccio, due o tre seggiole zoppicanti.
—Sentite—disse lei, appoggiandosi col dosso alla tavola e giuocando col gomitolo—io vi volevo chiedere un favore…
E come io la interrogavo con gli occhi, non sapendo che cosa mi stesse per capitare addosso, ella soggiunse prestamente:
—Ebbene, ecco, io non volevoesser disegnataproprio io, perdonatemi…
—E chi?
Ella volse lo sguardo al lettuccio, confusa. Allora m'accorsi che nel lettuccio c'era qualche cosa. Un piccino. Due grandi occhi azzurri mi guardavano spaventati, una testina bionda come quella di Fortunata si levava dal capezzale, intenta.
—Il piccino—mormorò lei.
Ma come m'accostavo al lettuccio il piccino fu preso da gran terrore.Ricacciò il capo sotto le coltri e si mise a urlare.
—È malato.—disse Fortunata—ha una gran febbre da cinque giorni. È mio figlio Ndreuccio.Ndreù? Bell' 'e mamma, te vuo' fa disignà?Il signore, lo zio, ti farà il ritratto, e mamma te lo metterà qui appeso, di faccia a te, e quandotataverrà e vedrà il ritratto di Nndreuccio, dirà: Questo è Ndreuccio bello, tale e quale…
Il piccino ascoltava, con gli occhi lucenti di febbre, senza mostrare di decidersi.
—Guarda,—gli dissi mostrandogli un soldo in punta di dita—se sarai buono io ti darò questo soldo.
Sorrise, guardò la madre che sorrideva pur lei, incitandolo. Finalmente accettò, nascondendo il soldo e la manina, nella quale lo aveva lasciato cadere, sotto la coltre. Fortunata gli acconciò due cuscini dietro la testa, si mise a sedere, appiedi, sul letto, e ricominciò il suo lavoro di uncinetto, seguendo curiosamente i miei preparativi. Valeva la pena d'interessarmi a questo fanciullo. Nella luce fredda era una testa d'un sol tono di colore, senza rossi, senza rilievo accentuato, pallida, caratteristica. I grandi occhi azzurro scuro lucevano tra i riccioli; della piccola bocca, puerilmente, il labbro inferiore saliva sull'altro in una smorfietta sdegnosa. Hai tu mai visto qualche pallido bambino malaticcio, dipinto da Rubens? Così lui. Pareva che si fosse messo a pensare a cose molto serie; nessuna curiosità; lo sguardo di lui scendeva lentamente da lunghe contemplazioni del soffitto al volto della madre, e vi si posava. Era Fortunata che pativa di curiosità. A ogni cinque minuti si levava per venire a guardare di sopra alle mie spalle, per esclamare: Quando si vedrà qualche cosa? Ci vuole ancora molto tempo? Lo fate ridendo? Verrà bene?
Dopo la primasedutail piccino volle vedere un po' anche lui, e si contemplò abbozzato appena, senza meraviglia di non riconoscersi, come consciente dello sviluppo che poi avrebbe avuto il dipinto.
—Lo lascio qui,—dissi a Fortunata—mettetelo in un cantuccio, con la faccia al muro, e badate di non toccarlo.
—Quando tornate?
—Domani.
—Certamente?
—Certamente. Addio, piccino.
E mi chinai su di lui per fargli un bacio. Egli mi mise la mano sulla faccia, respingendola.
—Che hai?—gli disse Fortunata—su, fagli un bacetto.
E soggiunse, sottovoce:
—Dategli un soldo.
—To', eccoti un soldo. Ora mi fai un bacio?
Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il secondo soldo scomparve con la manina in cui era stretto, sotto le coltri.
—Ah, signorino,—mi disse Fortunata, presso la porta—il piccino è molto malato. Dice il medico, che l'ha visto, ch'egli ha male ai polmoni. Il primo figlio, signorino mio!—e le lagrime lo lucevano agli occhi-è una sventura grande! Avete visto com'è serio?
—Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?
—È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con tutta laparanza. E torna di qui a un mese, signorino mio. Pel piccino va pazzo, se sapeste!…
La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra. Veramente quel dolore di giovane madre mi faceva male. Pensai a lei, al piccino, per tutta la via; pensai che sarebbe stato molto meglio se non avessi conosciuto nessuno di tutti e due…
Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il mio lavoro. Ilmodellomi si dimostrava più amico, arrivava perfino a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per licenziarmi, lui mi fece con la sottile vocina:
—Vulite 'o vasillo?
Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su tutte e due le guance. Mi volsi uscendo. Lui mi salutava con la mano, levando il braccio nudo, sorridendomi.
Ah, questo piccino malato, questo piccolo piccino pallido pallido, questa mia novella amicizia puerile! Tutto il giorno son rimasto a pensarvi.
Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era venuto somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e d'intonazione. Il bianco dei cuscini col sole… Ma via, io non mi voglio fare delle lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia settimana. In tutti quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto a me con tutte le ingenue espansioni infantili con le quali la fanciullezza trattiene una mano carezzante e un dolce amore pietoso. Ogni giorno all'uscire dalla stanzetta piena di sole, fingevo di scordarmi della sua offerta, per sentire subitamente la vocina di lui, balbettante:
—Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?
* * *
Gli aveva promesso di recarmi a vederlo due tre volte nella settimana; lo aveva promesso anche a Fortunata. Cominciato novembre, dovetti abbandonare i miei studi di mare e il vicolo Giganti. Questa Napoli ha un clima variabilissimo; una bella giornata calda, soleggiata e poi, al giorno appresso, acqua, vento e tempesta. A novembre pigliai una mezza bronchite che mi confinò nel letto per dodici giorni. Pioveva, pioveva sempre. Una grande malinconia, caro Paolo, dei tristi giorni e il padrone di casa che mi spediva messaggi e tutte le mie pratiche e le mie speranze quasi rovinate.
Nei primi di dicembre, in un sabato, il tempo era bello. Uscii, tornai al vicolo Giganti tutto pieno di centinaia di femmine che aspettavano l'estrazione dei numeri del lotto e ne discutevano a gran voce. Cercai Fortunata. Era lì in casa a lavorare all'uncinetto, accosto alla tavola, sulla quale si raffreddava la minestra in un piatto. Quando mi vide, si levò, pallidissima; levò le braccia in atto disperato e si mise a piangere.
—Signo'! È muorto! È muorto!
Ti giuro, cominciai a piangere anche io, come un fanciullo. Ella, ricaduta a sedere, aveva poggiate le braccia sulla tavola e tra le braccia nascondeva il volto, singhiozzando. Io era rimasto in piedi, dinanzi a lei, muto; non sapevo che dirle. Fortunata levò la testa, mi guardò con occhi così spauriti, che parve fossi io che le portassi la mala notizia.
Il ritratto del piccino era accapo al letto, tra un ramo di olivo e la palma benedetta. Accompagnandomi fin alla porta Fortunata mormorò tra i singhiozzi:
—Mi disse che voleva vedervi… Dimandava sempre delpittore…
I singhiozzi la soffocavano.
Me ne andai. Per via camminavo come intontito; il piccino, benedetto piccino, il piccolo amico mi seguiva. Mi seguiva la sua vocetta tenera, come ora mi parla mentr'io scrivo di lui a te. Perchè in questa malinconica mattina di marzo,egliè qui accosto a me. E nel silenzio della mia cameretta,eglimi ripete ancora, dolcemente, con un balbettìo d'angiolo:
—Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo?
Martedì—Maggio 86.
Il guardaporta dello spedale dei Pellegrini è un burbero rossiccio, il quale, quando in certi giorni ha infilato un soprabito che gli batte alle calcagna, tutto stinto e sparso di macchie d'olio, quando ha caricata la testa d'una tuba mostruosa, crede di essere il guardaporta di Palazzo Reale. Ha conservato un accento calabrese e la insolenza dei soldati borbonici; certo ha dovuto servire nell'esercito diRe Mbomma. Tra l'altro poco ci vede, per una congiuntivite che gli arrossa tutto intorno le palpebre. Sarà stato per aver continuamente avuto sott'occhi gente insanguinata.
Ieri questo cerbero digeriva il pranzo, trattenendosi a parlottare con un vecchietto, il quale gli faceva delle confidenze presso al casotto. Poco prima la campanella di avviso era sonata due volte—un tocco solo vuol dire:ferito semplice,—due vogliono dire:ferito in grave stato—tre:ferito moribondo. Era stata trasportata su, alla sala delle medicature, una donna, una giovane. Cinque coltellate, nè più, nè meno. La donna si lamentava, si guardava intorno smarrita, mormorando:
—Sant'Anna mia! Ve faccio nu voto!… Scanzateme!… Uh! Uh!… Chiano, chiano!…
Veniva da Piazza Francese, da una delle due suburre napolitane. Aveva denti e capelli splendidi, una mano piccolissima. Gli occhi grandi, azzurri, pieni di lacrime, lucevano. Si chiamava Serafina.
* * *
Laggiù, presso al casotto, il portinaio fumava la pipetta. Il gran cortile dei Pellegrini era tutto preso dal sole, così che il cuoco, un uomo grasso, ne profittava per sciorinare il suo gran moccichino, a quadroni scuri, sulla spalliera d'una seggiola. Due guardie di Pubblica Sicurezza leggevano insieme un libretto diNuove canzoni napolitane, comentando. Il brigadiere era salito in sala di medicatura per raccogliere la deposizione di Serafina.
Diceva il vecchietto al guardaporta:
—La vedete così, ora, perchè lei è nata con la mala sorte, come me. Due anni fa avreste dovuto vederla! Era un fiore. Tutti si voltavano per la via. Allora come v'ho detto, io lavorava da quel sarto alla Giudecca. Io dormiva nella bottega, sopra un divano sconquassato e pensavo sempre a lei che se n'era fuggita. Tre mesi senza vederla! Considerate voi che siete padre!… Avete figlie?…
—Caspita! Figlie? Ne tengo tre…Peppenella! Peppenè!…—e chiamava una ragazzetta ch'era fuori nella via a giocare—Trase, viene ccà!… Siente!Quella è una…
—Il Signore ve la guardi. E abbadatele ve lo dico come a un fratello…
Il portiere sorrise. Fece scivolar la mano tra lo stipite del casotto e il muro e tirò fuori un bastone.
—Vedete questo?….. Questo ci pensa….. senza eccezione pure permògliema. Dicevate?…
—Dunque una sera… che sera!… Io non ho vergogna di dirvelo…… Le verità, m'era messo in giro per chiedere elemosina. All'angolo del vico Sergente Maggiore vedo una signora che comprava fiori. M'accostai…..Signò, qualche cosa a un povero galantuomo!…—Non c'è niente.
Io aveva fame e la fame, capite, non conosce educazione. Insistetti… Allora lei si voltò per dirmi, seccata, che me ne andassi… Non mi guardò neppure…
—Era lei.
—Sarrafina.
Il vecchietto sospirava, si guardava le mani scarne, dondolava il capo.
A un tratto guardò in su al balconcello della sala di medicatura. Un inserviente preparava filacce, presso alla balaustra, parlando col cuoco, che disotto gesticolava e rideva.
—Che lle starranno facenno?—mormorò il vecchietto.
Due lagrime gli vennero giù lentamente per le gote. Il portinaio vuotò la pipetta nella mano e, dopo un silenzio, chiese:
—Mbè?
—Quanto durò quella vita?N'anno. Poi fu come una caduta. Come uno che cade da una terrazza all'ultimo piano e si trova a terra. Povera figlia! Stette malata due mesi e perdette tutto. Diventò un'altra. Cappello tolto, anella pegnorate, vesti vendute….. Che mestiere,frate mio, che mestiere! Gesù!….
Ora piangeva pianamente, con lo sguardo a terra, con le mani strette sul petto.
—E all'ultimo è arrivata a Piazza Francese.E l'hanno fatto chesto!… Me pare nu suonno!
—Ma chi glie l'ha fatto?
—Doie cumpagne, pe gelusia.
Arrivò in quel momento una vettura; dentro vi si abbandonava un giovanotto, che aveva buttato un braccio al collo della guardia la quale lo sorreggeva, guardandolo. Un sottil filo di sangue gli scendeva sulla camicia bianca, dal collo.
La vettura entrò nel cortile con dietro una folla di gente curiosa. Il vecchietto, anche lui si accostò, inorridendo.
Il guardaporta afferrò la fune della campanella. Tre tocchi. La guardia di pubblica sicurezza gli avea fatto certo segno disperato…
Poi la gente fu cacciata e il portone chiuso.
—E chisto è n'ato—disse il guardaporta, tornando al vecchietto.
Quello mormorò:
—Puveriello!…
Dopo un momento chiese:
—Serafina resta qua?
—Non si può. Dopo medicata andrà agl'Incurabili. Donne qui non se ne ammettono—rispose il cerbero, tornando feroce e voltando al vecchio le spalle.
* * *
Serafina fu scesa a braccia e collocata in vettura con le guardie. Fu levato il soffietto e nessuno più vide niente. Ma ella aveva visto il vecchietto. Una mano venne fuori tra serpa e soffietto, e chiamò. Il vecchio accorreva. Dalla vettura uscì una voce femminile, commossa:
—A Nnincurabile…. Venite llà… Nun è niente… nun avite paura!…
Il vecchietto si mise a galoppare dietro alla carrozzella con gli occhi pieni di lacrime, ansimando, chiamando:
—Sarrafì!… Sarrafì!… Sarrafì!…
—Che si dice?—chiese Gaetanella Rocco a Carmela la serva, la quale passava sul marciapiedi e parlava sola, come al solito.
Carmela si volse e tornò indietro. Il vento le penetrava di sotto lo sciallo, di cui svolazzava un lembo; l'altro ella teneva fra mano, accostandolo di tanto in tanto alla faccia.
—È morta or ora—gemette—Ah, Gesù! Io sono così fatta che ci penserò tutta la giornata. E voi, andate a vederla?
Gaetanella, impassibile, guardava la serva, mettendo fuori il capo di su il paravento di legno tra la casa e la strada. Carmela, sul marciapiedi, rabbridiva pel vento secco che le veniva di faccia e le appiccicava le gonnelle alla carne.
—Ci vado più tardi—disse Gaetanella—ancora ho la casa sossopra. Iersera è arrivato il fratello di mio marito, il caporale di cavalleria. Ha avuto il permesso sino a mezzanotte, e sono stati qui tutti, con gli amici, a cantare e a bere. Immaginate voi!
—Lasciate fare, sono giovanotti. Che ne vediamo della vita? Si muore, così, da un momento all'altro!
—Non c'è che dire—sospirò Gaetanella, buttando sul marciapiedi bucce di castagne e di mele dal canestro dei rifiuti.
—Me ne vado—disse la serva—buongiorno.
—Se ripassate e voi chiamatemi. Andremo a vedere insieme…
Era morta donna Nena la romana, una vecchia che non faceva male a nessuno e che leggeva le lettere alle vicine della via, senza occhiali. Era venuta da Roma, al sessantacinque; la si poteva tenere per napolitana. Le vicine conoscevano un po' la sua storia, ma nessuna aveva potuto entrar troppo addentro in certi particolari che la vecchia sapeva a tempo scartare.
Lassù, a S. Pasquale al Corso, donna Nena abitava da tre anni, nel cortile del monastero, in una stanzuccia rimpetto al pozzo. Pareva, in quella immensa quiete, una badessa sopravissuta alle sue monache, bandite per sempre, a far posto ai carabinieri in caserma.
Il cortile, deserto, era triste. Sotto l'arcata, tutta bianca di calce, girava intorno il sedile di peperino, qua e là fiorente d'una selvaggia vegetazione, la quale pigliava radici tra le screpolature e le commessure della pietra. In maggio il sole che lo allagava tutto invogliava donna Nena a uscire dalla sua celletta. La piccola vecchia andava a sedere sotto le colonne, sulla pietra grigia del parapetto e poggiava i piedi sui piuoli d'una seggiola sconquassata, ch'era deposito di straccetti d'ogni colore. Agucchiava. I romori della via erano confusi e arrivavano, morendo, al cortile del chiostro silenzioso. A volte, d'un subito, risonava in fondo, su per la scala grande, il passo pesante del brigadiere e costui spuntava nel cortile, attraversandolo, con le mani nelle saccocce dei calzoni e la lunga pipa in bocca. Qualche passero ch'era venuto, saltellando sui ferri della balaustra, ad affacciarsi nel pozzo, scappava, spaventato, con un piccolo grido. Donna Nena levava il capo dai suoi ritagli, teneva dietro con gli occhi socchiusi al volo dell'uccellino, le mani abbandonate sulle ginocchia. Certamente pensava ad altro. Una tossicina stizzosa la coglieva di tanto in tanto, e i colpi della tosse tre, quattro volte rompevano senza eco il silenzio intorno.
Spesso, di sopra, un carabiniere si metteva a cantare presso una finestra, dando la brunitura al fucile. Era una voce di tenorino, che vibrava limpidamente nell'aria:
M'incatinasti, beddicchia, stu cori, ca l'apparienza…..
Donna Nena, laggiù nel cortile, infilava l'ago, sceglieva tra i ritagli, rimaneva un pezzetto con lo sguardo perduto nella fuga degli archi. Le labbra mormoravano, dal pugno chiuso le dita si spiegavano, una dopo l'altra. Cantava. A un tratto, di sopra, la nenia del siciliano interrompendosi faceva tornare la vecchia, distratta, al suo lavoro. Il cortile si rifaceva silenzioso.
Al secondo anno da quando donna Nena era venuta a stare lassù, in una mattina di febbraio ella uscì—come disse a Gaetanella Rocco—per andare a pregare l'amministratore di quel locale perchè le facesse rimettere a un finestrino della celletta un vetro frantumato. Da un orto vicino i monelli glie lo avevano rotto: il vento le entrava in camera, proprio accapo al letto. Quando il vetro fu rimesso la vecchietta ebbe compagnia in casa. Ci venne un piccino malaticcio, debole, tutto pallido.
Da quel tempo ella si fece vedere più di frequente; il piccino aveva bisogno del latte alla mattina, di pane fresco, di frutta mature. Tutto questo faceva andare e venire dal cortile alle botteghe della via la vecchietta frettolosa, che per mostrarsi così tenera del bimbo almeno gli doveva molto voler bene.
Carmela la serva, pochi giorni dopo la comparsa del bambino, avendo appurato come e donde venisse, si contentò di perdere tempo e di far aspettare la padrona per andare a confidarsi con Fortunata la rivendugliola, vicina di Gaetanella. Tutte e tre sedettero attorno al braciere; Carmela a mezza seggiola, col paniere della spesa sulle ginocchia, per far presto.
—Donna Nena questo me l'aveva già detto un anno fa, ha una figliuola, si chiama Clelia. Due figlie le son morte di mal sottile e quest'altra…
S'interruppe, strinse le labbra, battè col palmo della mano sul manico del paniere, con un'aria desolata.
—Capite?…
—Eh!—sospirò la rivendugliola.
—Che ha fatto?—chiese Gaetanella.
—Come tant'altre, via… disgraziata…—disse la serva.
Sospirò anche Gaetanella, chinandosi a riattizzare il fuoco.
—Infine il piccino è rimasto a donna Nena, alla nonna. Clelia le avrà dato un po' di danaro per mantenerlo, non si vede mai lei: non comparisce mai. Glie l'ha messo nelle mani e buonanotte. Donna Nena, lo chiamaer ragazzo.
—'O guaglione—tradusse Gaetanella.
—Ieri la vecchia m'ha fatta una confidenza. Non è vero che il vetro al finestrino glie lo han rotto dall'orto. Lo ruppe lei, tempo fa, sbattendo la vetrata. Non avrebbe detto nulla all'amministratore se non fosse capitato il piccino, ch'è malaticcio e debole. E col vento in casa…
—Sentite,—interruppe la rivendugliola—io vi do questo paio di calze pel piccino e voi glie le portate a donna Nena, poveretta. Direte che le avete avuto dalla signora vostra…
—Date qua—fece la serva, levandosi—che tutto è buono quand'è carità. Oggi glie le porto.
Un'altra volta la serva chiamò fuori nella via Gaetanella, la quale era occupata a riasciacquare i piatti.
—Clelia, la….. capite?…. dev'esser morta. Ora ho chiesto alla vecchia se Clelia abbia più rivisto il piccino. S'è messa a piangere, la vecchia. Ho capito tutto.
Passarono sette mesi; morì pure donna Nena, spegnendosi a poco a poco nella sua celletta, colragazzoche la guardava dal suo seggiolino, appiè del letto. Per un momento l'avevano lasciata sola, mentre dava gli ultimi tratti. Rientrate le vicine col ramoscello dell'olivo e l'acqua benedetta, trovarono la vecchia basita. Il piccino la guardava ridendo, balbettando. Un braccio di donna Nena fuori della coperta era steso rigidamente verso di lui, la mano pareva indicasse.
Fatto sta che, occupate a rovistare per la celletta, curiosando dappertutto, nei foderi di un canterano che gemevano come se nascondessero l'anima della vecchia, in un baule nello stipetto o muro, le vicine dimenticarono il bambino. Soltanto com'entrò lì dentro anche Graziella la sarta, con dietro la ragazzina curva sotto lo scatolo delle vesti, per vedere, mentre lei dinanzi al lettuccio, contemplava la morta coi grandi occhi pietosi, il piccino le prese fra mano la frangia di conterie che luceva attorno alla veste. Graziella si volse.
—Questo è il piccino di donna Nena—spiegò Gaetanella Rocco—il figlio della figlia.
—E la madre dov'è?—chiese Graziella.
L'altra benedì l'aria con la mano: l'indice e il medio ritti.
—Pure lei morta?—fece la sarta, intenerita.
E carezzò la testa bionda del piccino, il quale levò gli occhi a guardarla.
Subitamente irruppe la folla di tutti i monellucci del vicinato. Arrivava il carrozzone. Allora Gaetanella Rocco portò fuori il piccino, mettendogli in mano una ciambella. Gli trasse il seggiolino a bracciuoli fin presso alla porta del cortile che metteva, per le scale, rose dal tempo, sul Corso.
Poco dopo il carrozzone si portò via la vecchia per tutto il Corso. Il cocchiere zufolava, con le redini sulle ginocchia, col vento secco di faccia. Dietro, sulla predella, i due becchini si bisticciavano, le gambe penzoloni.
—Donna Nena se ne va a Roma—esclamò, ridendo, un calzolaio ch'era uscito a vedere dalla sua bottega, con uno stivale fra mani.
La facezia ebbe successo fra quanti guardavano. Donna Nena se ne andava a Roma! Buon viaggio! Le vicine ridevano. Rideva Nannina Fiocca, la innamorata del calzolaio. Quando gli passò accosto gli dette uno spintone.
—Bel core che hai!
—Senti—le fece dietro il calzolaio—presto lo farai anche tu il viaggetto….
Nannina si volse, grattandosi la coscia per allontanare il malagurio, e gli gridò con la voce argentina:
—Prima tu!
—Prima tu!—ribatteva il calzolaio, minacciandola con lo stivale.
Il tempo s'era fatto grigio. Di faccia al Corso, dal mare, saliva una nebbia densa come fumo di officina, lambiva le falde del Vesuvio, lo nascondeva fin quasi alla cima. Vagamente s'indovinava nel porto una gran nave; era una striscia tutta nera, indecisa. Intorno la città spariva in quel fumo che pareva covasse un incendio. Ma nel cielo affollato di nuvoloni, qua o là dei chiarori scialbi si facevano nel lontano, ove il sole all'estremo lembo in fine della collina di Posillipo, rompeva a fatica le nuvole. Vi fu un momento in cui la luce si allargò; lucevano disotto le vetrate alle finestre, luceva lo zinco delle serre alle terrazze delle palazzine al Rione Amedeo. Finalmente tutta una stesa di cielo diventò azzurra.
Il piccino lo avevano dimenticato sotto la porta del cortile. Egli sedeva, al sommo della scala diruta, nel suo seggiolino, con le manine sui bracciuoli. Sulle ginocchia aveva la ciambelletta di Gaetanella, mangiucchiata mezza: aveva un piccolo grembiale bianco, le scarpette molto vecchie, una vesticciuola scura, stinta, troppo grande per lui. In una scarpa il piede non era entrato tutto, ne scappava fuori il tallone ove faceva sacco la calza. Lui dondolava quel piede. A poco a poco la scarpetta ne cadde. Allora il piccino sorrise, tutto solo, molto contento. Contemplò, per un pezzetto, il piede libero, poi non avendo altro a fare, si rimise a mangiar la ciambella. Una volta levò la manina, s'atteggiò, pronunziò quei brevi vocaboli incomprensibili che sono della incoscienza infantile e delle bocche che non sanno parlare.
La ciambella fu mangiata tutta. Il piccino aveva fame. Raccolse perfino le miche cadutegli nel grembialetto. Pareva soddisfatto. Poi si mise a guardare innanzi a sè i fili del telegrafo, che dal parapetto della via, di faccia, declinavano, e scomparivano fra le case. Unacometas'era impigliata tra i fili, la carta lacerata svolazzava. Un brandello fu strappato ai fili e portato via dal vento. Lungamente il piccino ne seguì la sorte con gli occhi, sbadigliando, poi chinò a poco a poco la testa da un lato e s'addormentò.
Nel maggio, mentre al più piccolo alito di vento le rose tenerissime concedono le foglie loro, disseminandole appiè d'un amoroso mandorlo ancora in fiore, mentre da per tutto ov'è collina, o giardino, o praticello passeggiano gravemente al sole gli scarabei e sbadigliano, alta la testa viperina, le lucertole verdi, mentre il bosco è tutto in chiacchiere di uccelli gelosi e si spande per la fresca campagna l'indefinibile susurro degli insetti e una scia d'argento solca, sul cammino lentissimo della lumaca, un muretto nell'orto, mentre tutto questo, ch'è poesia dolcissima nell'aria buona o dolce, succede lontano dalla città romorosa, qui la prosa cittadina va trascinando per le vie cenci e magre suppellettili borghesi, sciorinati al sole di maggio tra il polverio, le bestemmie dei facchini o il loro copioso sudore di bestie affaticate. Si compie di questi giorni la frettolosa bisogna dello sgombero, ed è un transito incessante di cose che parlano, un viaggio di segreti trabalzanti su pel rotto selciato napoletano. Il lettuccio, la spinetta antica, la poltrona favorita, il boccaletto a fiori, ove così spesso l'amata habevuto i pensieridell'amante, il misero lume a petrolio onde furono rischiarate, presso agli esami, le veglie laboriose d'uno studente di medicina, la gran seggiola a ruote d'un paralitico, il canterano da' foderi cigolanti in fondo ai quali ammucchiò tutto un tranquillo epistolario amoroso la fiamma d'un impiegato alla Ferrovia, lo spiumaccino invernale, ricordo della povera mamma morta, che usava di tenerlo sui piedi—tutto ciò passa innanzi agli occhi, nel sole, e cammina, e muta posto e va altrove, e passa da una luce d'un quinto piano all'oscurità di un pianterreno, o dal buio al sole, chi sa dove, chi sa dopo che amari rimpianti, e scompare.
Or, sopra uno di questi carretti scricchianti, tra molte scatole da cappelli e un mucchio di cuscini, viaggiava una gabbietta. Dentro alla gabbietta c'era un canarino giallo. Le suppellettili mutavan posto: alla casa nuova la gabbiuzza fu appesa nel tinello che dava in un giardino. Di rimpetto, dietro certe grate fitte, si vedevano confusamente soggoli biancheggianti: c'era un antico monastero. Il figlio della signora, un ragazzo che odorava di poesia, appena fu alla nuova casa e, per la finestra del tinello, vide le monache, fu preso da un impeto sentimentale e stampò una sessantina di versi claustrali in un giornaletto letterario.
Il povero canarino poeta pur lui, era stato tolto piccoletto al nido, e più non ricordava dove e come. Ricordava senza precisione certo aggrovigliamento di rami e di fronde, una fiorita stesa di piano, un gran pezzo di cielo azzurro—niente più. L'adozione era stata larga di cure e, dapprima, dolce fu la prigione. E lì come se fosse stato a San Pietro a Maiella, il canarino diventò un cantore elegantissimo, una specie di tenorino di grazia.
—Bene, bene—esclamò il marito della signora—ecco il canarino che comincia a dirci qualcosa.
E ogni volta che si trovava nel tinello a lavarsi la faccia, gli faceva lo zufolo col tovagliolo fra mani.
La casa dalla quale era sloggiato era scura e silenziosa. Le finestre non davano sulla strada, riuscivano in un cortile abbandonato, dominio di terribili pipistrelli, qualcuno de' quali perfino veniva a sbatter l'ali intorno alla gabbiuzza, dove il povero canarino tremava di terrore. La bestiola, di sotto l'arco della finestra, non vedeva che i muri grigi del cortile dagli angoli ch'erano scale di polverose ragnatele, da' buchi neri che a notte diventavano case di nottole. Le carrucole nei pozzi stridevano, le secchie si urtavano, le serve, a prima ora, trovandosi tutte ad attingere, dicevano male della gente, appiccicando a ognuno un aggettivo che svegliava goffe risate per tutto il pozzo. Questa la vita del cortile. Una volta solamente il canarino uscì dalla sua malinconia. Una delle fantesche ripuliva la gabbia d'un altro canarino, lasciando cader giù nel cortile le boccate sfuggite del miglio, i rifiuti del prigioniero, e canticchiando. E come quel canarino, per la soddisfazione del miglio fresco e dell'acqua pulita, metteva, di tanto, piccoli gridi acuti, quest'altro credette di aver trovato finalmente qualcuno col quale potesse chiacchierare, nelle ore di noia.
Lo chiamò allora due volte.
—Zizì! zì! zì! zì!…
Quello rispose allegramente:
—Zì! zì!
Poi vi fu un silenzio. La serva aveva portata via la gabbia; il povero canarino, disilluso, ricadde in malinconia e non avendo a far altro si rimise a contemplare i muri del cortile.
In una giornata di novembre fu tale lo scrosciar della pioggia furiosa e così spaventevoli furono i lampi e i tuoni che il canarino, tutto solo nella gabbia, credette che l'ultimo giorno della sua vita fosse arrivato. Dal lampeggiare continuo era tutto illuminato il cortile, i ferri della gabbia pareva si arroventassero. Poco dopo accorse la serva, che avea lasciate aperte le vetrate della finestra.
—Meno male!—esclamò—I vetri non si sono rotti! E chi l'avrebbe sentito il padrone?…
Guardate, nemmeno una parola per quella povera bestia tremante di freddo e di paura! Bella carità cristiana! E così il canarino, a poco a poco, s'abituò ad ogni sorta d'ingenerosità. Nessuno si pigliava pena di lui, ma nessuno, però, lo veniva a seccare. Meglio così. E il suo amico divenne un pezzo del muro di faccia, ove un ragno intesseva comodamente la sua tela. Nell'estate, quando un po' di sole fece la spia nel cortile; la tela ne fu tutta illuminata e il ragno vi passeggiò di lungo e di largo, con una grande boria di padron di casa. In tutto il giorno si risentivano le voci delle fantesche, lo strepito delle cazzeruole, risate lunghe e sguaiate, scoppiettî di carboni dalle fornacette. La musica metteva in allegria il canarino che, a volte, vi mescolava certe note acute e un trillo per cui le serve, meravigliate, tacevano. Una di loro, mentre lui si sfogava, esclamò:
—Dio! che bella vocetta, neh?
La lode, Dio buono, se la pigliano tutti, la vonno anche i modesti. Il canarino si guardò i pieducci, ripulì il becco a un ballatoio della gabbia, si piantò saldo sulle gambette e si mise a cantare:
Se il mio nome saper voi bramate…
* * *
A maggio, v'ho detto, i signori della casa sloggiarono.
La primavera sospirava più forte con gli spasimi dei fiori, col susurro delle piante in amore, e nell'aria salivano odori soavissimi e freschi soffi di zeffiri. In una bella giornata profumata si svegliò il canarino a un pispiglio sommesso. Una passera aveva fatto il nido di rimpetto. Poi furono piccoli gridi di compagni liberi che passavano; furono a volte cicalecci impertinenti di rondoni in chiacchiere, sui tetti. I rondoni, al solito, dicevano male del vicinato. Quello era bello, quell'altro era brutto, la tal signorina non sapeva cantare, il violinista del quinto piano pigliava acuti stonati, il portinaio non badava troppo alla figliuola. E il giardino si svegliava all'alba con questi discorsi di uccelli, con le loro querele peripatetiche, con ronzii d'insetti invisibili e voli di bianche farfalle.
Il canarino ebbe da tutta questa vita, che gli ricordava indefinitamente il bosco e l'odore acre delle piante, quella malinconia dei ricordi che, si dice, tornano neltempo della disgrazia. N'ebbe singhiozzi di rimpianti e di desideri che gli rompevano il canto nella gola. E gli cominciarono a cadere le penne. Una si posò sul davanzale della finestra e un colombo se la venne a pigliare.
—Oh! dite, amico—gli chiese il canarino dalla sua gabbia—siete di questi paraggi voi?
—Vi pare?—rispose il colombo—Gli è qui che son nato. Guardate laggiù accosto alla grondaia. Vedete voi quel buco tutto nero? Lì ho fatto il nido. E questa penna che vi è caduta, se permettete, la metto al lettuccio dei miei piccini. Dite, vi dispiace?
—Anzi—disse il canarino—fortunato d'esser materasso. Ma sentite, verrete voi a tenermi compagnia qualche volta?
—Perchè no?—disse il colombo—ma di questi giorni non posso; ho i piccini, udite voi come chiamano?
Il canarino non udiva nulla.
—Eh!—fece il colombo—sento io, sento! Quando avrete figli anche voi! Arrivederci.
—Arrivederci.
E quasi ogni giorno lo stesso colombo veniva a pigliarsi una penna caduta.
—Fatemi la finezza—gli chiese una volta il canarino—sapreste voi perchè così spesso mi cadono le penne? Io ne sono assai preoccupato.
Il colombo lo guardò malinconicamente.
—Che volete vi dica?
E non gli volle dire che gli anni e i dispiaceri sogliono far di questi scherzi.
Passò un mese. I piccini del colombo s'eran fatti grandi e strillavano, sporgendo dalla buca le testine ancora spelate. Attorno a quel nido altri nidi si destavano all'alba e un pigolio continuo succedeva sino a quando l'appetito dei piccoli colombi non era soddisfatto. I colombi grandi tubavano all'ombra, empiendo il cortile della dolcezza dei loro amori.
In luglio il colombo grigio si ricordò della conoscenza. Ma in quella mattina avea avuto tanto da fare e s'era così impensierito di certi muratori che erano venuti a mettere scale pei muri presso i nidi, che la visita dovette farla a sera, quando i muratori se ne andarono.
C'era una luna bianca che faceva capolino di su il belvedere delle monache.
—Buona sera—disse il colombo—come state? Sentite che bell'aria fresca?
—Ahimè!—disse il canarino—se sapeste, amico mio! Da tempo in qua sono colto da tale tristezza che a momenti mi pare di morire. Mi spoglio ogni giorno più e mi pigliano brividi di freddo, ed anche provo una grande debolezza. Come mai questo, caro amico?
—Che volete vi dica?—fece il colombo, con gli occhi bassi—Sono cose che accadono. Io son qui di rimpetto, se mai.
E se ne andò, ammalinconito pur lui.
Poi tornò dopo una settimana. La gabbiuzza era vuota. Ma c'era ancora, sulla finestra, una ultima piuma gialla. Il colombo non ebbe coraggio di portarsela via.
E c'era un chiaro di luna quella sera, un chiaro di luna così grande, così grande!…
5 Settembre 1885
Giorni fa le vicine di Fortunata Cappiello, con molta meraviglia, videro chiusa la bottega di lei. Bisogna premettere che Fortunata Cappiello ha bottega di fiorista in via del Duomo, e oltre a questo ha un padre ed una mamma i quali non sono mai stati in tenerezze, anzi, per dirla con le vicine di Fortunata, i due coniugifacevano cane e gattain tutta la settimana, specie al venerdì, quando Giuseppe Cappiello chiedeva quattrini alla moglie per giocarseli al lotto e lei glie li negava.
Vista la bottega chiusa sino a mezzogiorno e argomentando che più non si fosse aperta in tutta la giornata, le vicine, sempre maliziose e maldicenti, ne trassero molte congetture, tra le quali questa, che, nella notte, i Cappiello avessero subitamente sloggiato e portato via il pò di mobilia, per non pagare il padrone di casa.
—Sentite—disse Giovannina Zoccola, merciaia di rimpetto—questo non ha potuto succedere. Vero è che la fame se gli mangiava i Cappiello, la fame e i debiti; che a me, se veramente non tornano più, mi dovranno dare sempre quindici soldi da Pasqua passata. Ma un po' di danaro lo mettevano da parte, via. E c'è stato sempre don Procolo, ilsignore, che ha riparato spesso e volentieri.
Don Procolo, un attempato arzillo, negoziante e proprietario, veniva a sera a trattenersi nella bottega, e quando c'era don Procolo accosto a Fortunata, seduto in mezzo ai fiori diorgansino, in mezzo ai fasci d'erba artificiale, la mamma di Fortunata, dalla parte loro, chiudeva metà dell'uscio. Le vicine dicevano che chiudeva anche un occhio.
Fortunata, poverina, era magruccia, pallida, con molto nero sotto gli occhi. Lafrangetta, i grossi cerchi dorati alle orecchie, un neo presso al mento: piaceva. Stropicciava lo spazzolino sui denti che aveva bianchi e piccoli, si nettava le unghie con molta pazienza, alla mattina, sotto l'uscio, prima di mettersi a lavorare.
I fiori artificiali, quelli pei borghesi di Foria e pei negozianti di quartiere Pendino sono strillanti e il colore vivo s'attacca alle mani. Fortunata pareva lamaitresse aux mains rouges. Don Procolo non ci badava gran che, ma la ragazza serbava, per così dire, le manine nette pel suo innamorato vero, che nessuno conosceva. Quando don Procolo badava alle balle di tela giù in dogana, nelle ore di pomeriggio, l'innamorato della fiorista passava per via del Duomo, la sigaretta tra le labbra e un bastoncino di bambù in mano. Era un impiegatuccio a mille e duecento con lineamenti di un'antipatica regolarità, biondino, magro, malaticcio, molto pulito. Fortunata lo adorava.
* * *
Nella sera del 3, due sere fa, i coniugi Cappiello tornarono alla bottega che potevano essere le sette e mezza. Donna Maria, senza nessuno salutare della via, ficcò la gran chiave nella toppa, aperse la porta e sgusciò dentro. Nella semioscurità i mucchi dei ritagli pei fiori, le palle bianche dei lumi a petrolio, le ceste piene di fiori azzurri e rossi mettevano una gran confusione nella bottega. Donna Maria accese un fiammifero. Cercava qualche cosa. Di fuori il marito s'era addossato allo stipite e, con le mani nelle saccocce de' calzoni, le labbra strette, non levava gli occhi da un monticello di spazzatura ammucchiatogli a' piedi, sotto al marciapiedi. A un tratto girò sui tacchi, spinse l'uscio che donna Maria aveva socchiuso ed entrò. L'uscio si richiuse. Il calzolaio di faccia che passava lo spago per una suola si lasciò cascare le mani e lo spago sulle ginocchia e si mise a guardare. Subitamente nella bottega della fiorista scoppiò un alterco. La voce stridula della vecchia si levava alta e le rispondevano le bestemmie di don Peppe Cappiello. Distintamente una frase di donna Maria arrivò alla strada.
—Nun è overo! Nun è overo!
Poi quella di don Peppe, come un urlo:
—Me l'ha ditto a me!
Succedette un gran romore, come di seggiole rovesciate. Il calzolaio s'alzò, impensierito. Le vicine erano diventate pallide.
A un tratto risuonò un grido femminile, terribile. L'uscio si spalancò. Venne fuori donna Maria che voleva parlare e non poteva. Agitava le braccia, barellando. Un flotto di sangue le spicciava dalla gola ferita; tutto lo scialle se ne inzuppava. Cadde sul lastrico, come uno straccio, e non si mosse più.
Il calzolaio mormorò:
—L'ha ammazzata.
Apparve sulla soglia della bottega don Peppe. Aveva gli occhi pieni di sangue, il labbro inferiore pendeva. Immobile guardò la vecchia stesa lì presso, si guardò intorno, come smarrito. Nessuno parlava. Il ragazzo di Stella Farina era corso a chiamare la guardia di pubblica sicurezza di piantone all'angolo del vicolo.
La guardia arrivò correndo, con una mano sull'elsa della daga. Per la via gridava:
—Ferma, ferma!
Don Peppe ebbe allora un istintivo impeto di salvazione. Fece un passo, guardando innanzi a sè nella via lunga e libera.
Ma pur i vicini, intorno, gridavano:
—Ferma! Ferma!
La guardia gli fu addosso e lo afferrò per il bavero della giacchetta.
—Io non mi movo—balbettò Cappiello.
—Canaglia!—gli fece la guardia, cercando le manotte in saccoccia.
Il calzolaio s'era chinato sul corpo inerte della vecchia, che quasi sbarrava la strada, sicchè una vettura da nolo, poco lontano, s'era dovuta fermare. Il cocchiere, le redini in mano, s'era levato in piedi sulla serpe e guardava, ancora senza capir nulla. La gente accorreva da ogni parte. Arrivarono pur due allievi carabinieri, uno dei quali, per via, s'andava sfilando i guanti di cotone bianco.
—È proprio morta—annunziò il calzolaio, rizzandosi—il sangue l'ha affogata.
—Gesù!—fece Graziella, la stiratrice, coprendosi gli occhi con le mani.
—Avanti!—impose a don Peppe la guardia.
Lui contemplava ancora la morta, movendo le labbra, come se parlasse a sè stesso. Allora un marmista ch'era arrivato l'ultimo, un grosso uomo barbuto, con tra le mani il martello e uno scalpello, chiese subitamente a don Peppe che s'incamminava:
—Perchè l'avete ammazzata, neh, don Pe'?
Lui rispose:
—Dimandatelo a lei.
E se ne andò tra la guardia di pubblica sicurezza e uno degli allievi carabinieri. L'altro si fece aiutare dai più coraggiosi e adagiò il cadavere in quella vettura che si trovava nel vicolo. Era diventato pallido il povero giovanotto; per la prima volta si trovava accosto a un morto.
* * *
La bottega della fiorista rimase chiusa per un mese. Un bel giorno arrivò don Procolo, fumando. Fece aprire, rimase un pezzetto a rovistare e a parlare con due uomini sconosciuti a tutto il vicinato, cacciò in una cesta alcune masserizie e le coprì con un mucchio di fiori d'organsino. Al giorno dopo arrivarono gli stessi sconosciuti e vuotarono la bottega tutta quanta. I monelli del vicinato s'impadronirono dei ritagli delle carte colorate e li sparsero per tutta la via. Dopo un altro mese un pittore di stanze prese il posto della fiorista.
Finalmente, dopo due anni Graziella, la stiratrice, in una mattina di maggio, vide passare l'impiegatuccio a mille e duecento, e per volerlo guardare e sorvegliare troppo abbronzò una camicia, dimenticandovi su il ferro rovente.
L'impiegatuccio guardò nella bottega della fiorista e ci vide il pittore di stanze. Parve meravigliato. Allora Graziella, che un tempo gli aveva stirate pur le camice, lo salutò con un sorriso.
—Come state? Non vi siete fatto più vivo?
—Sono stato ad Arona, fin'ora—disse—per l'impiego…
—Avete saputo?—chiose la stiratrice, dopo un silenzio.
—Ah!—fece lui, picchiando sul manico del ferro col pometto del bastoncello—Sì, so tutto. Doveva finire così… Con quella madre! E don Peppe?
—Chi l'ha visto più?
—E… Fortunata?
—Chi ne sa più nulla?
L'impiegatuccio, dopo aver accesa la sigaretta con un fiammifero della scatola di Graziella, se ne andò, lentamente, tutto pensoso. Ma la stiratrice gli aveva mentito per compassione. Pochi giorni prima, a Santa Lucia, ella aveva adocchiata Fortunata, con un bambinello. La fiorista vestiva di nero. Comperò al bambinello un soldo ditaralluccie gli fece bere un po' d'acqua solfurea. Poi se ne andarono su pel marciapiedi, passo passo….
Ecco, amici miei, in che modo conobbi il professore Otto Richter.
* * *
Il Rione Principe Amedeo, voi sapete, così vicino per limiti al Corso Vittorio Emmanuele, si trova ad esserne, per aspetto, assai lontano. Il Corso è ancora campagnuolo sotto la collina verde; il Rione è elegante; il Corso è tutto polveroso per la via larga e assolata; il Rione è severamente pulito. Qui un palazzo Grifeo, che ha un'aria d'antico e una salda costruzione di pietra grigia e nuda. Qui finestre archiacute che riflettono, a sera, nelle terse vetrate il gran chiarore della luna, la quale, di rimpetto, s'affaccia sul mare e vi bagna la sua pallida immagine. In uno studio d'incisione, sotto il palazzo grigio, si fonde e si cesella in silenzio. Un interno pieno di penombre; l'artista che passa e guarda, risale con la fantasia al vecchio tempo fiorentino. Se qui l'ambiente non fosse in gran parte lieto dell'orizzonte glauco e d'un profumo d'erbe selvatiche, e se non parlassero dell'amore della campagna i sanguigni rosolacci erti, e se non chiacchierassero, migrando a non lontane nidiate, gli uccellini freddolosi, la bottega dell'incisore parrebbe antica, quando intorno le capitassero muri grigi e stemmi onorati da vanti di toghe o di corazze.
In questo tempo nostro, il rione è semplicemente felice della sua nettezza e del posto. A un certo punto il parapetto della via è rotto dai primi gradini d'una scaletta malconcia. Per questa si scende in un solitario vicolo, e si esce così, passando sotto un potente arco a Chiaia, nel quartiere elegante. Dalla pace al romore, dalla tranquillità delle cose e delle persone a un movimento che vi rimette dal sogno nella realtà.
In certe ore, in certi momenti, il vicoletto vi parla di tante strane e misteriose cose. Fu in questo vicoletto che conobbi il professore Otto Richter.
* * *
Era una lieta mattina primaverile. Vi giuro, amici miei, così non dico pel convenzionalismo che infiora quasi tutti i racconti dolci di tenerezze meteorologiche. È la verità, la conoscenza accadde in aprile. A ogni modo, Otto Richter lo conobbi così.
Io scendevo lentamente per quella tale scaletta; egli se ne stava laggiù nel vicolo, all'ombra, piantata la punta di un ombrello nel terriccio, le mani sul manico di madreperla a gruccia. Con le spalle al muro, gli occhi a terra, il vecchietto m'aveva l'aria di star meditando. Ora siccome in questa vita i pensosi sono, per lo più, i disgraziati, io che lo aveva visto dall'alto della scala piantato lì a quel modo, e me lo ritrovavo nella stessa posizione appena dall'ultimo gradino mettevo piede nel vicoletto, dissi tra me e me:
—Ecco uno che certamente crogiuola i guai suoi.
Il vicolo era pieno di buon sole e di silenzio. Improvvisamente fu pieno di musica. Come mai?—pensavo, tornando indietro, colpito deliziosamente da una melodia che si spandeva. Il vecchio s'era mosso; passava al sole dall'ombra, avvicinandosi a una delle tre finestre basse che si aprivano sul vicolo dal muro di faccia a noi. Alle finestre ci si arrivava quasi con la testa. Le vetrate erano spalancate e la musica passava. Ma la facevano misteriosa certe bianche tendine, occupanti di dentro tutto il vano e pur di dentro fermate sulle assi d'un telaio.
Accostandomi alle finestre, m'avvicinavo pur al vecchietto, e procuravo di non far romore; era così assorto poverino! L'ombrella era passata sotto l'ascella, le mani strette premevano l'ultimo bottone del panciotto ch'era in cima carezzato dalla barba rossiccia del solitario uditore. A volte, mentre la melodia saliva con più sonoro ritmo, le mani si staccavano dal panciotto, e una, l'indice teso, misurava il tempo. Si afferrava l'altra, nervosamente, al margine del soprabito, come se volesse tirar giù il panno stinto.
Finita la musica il vecchietto levò il capo; sorrideva. Me gli trovai faccia o faccia; egli seguitava a sorridere, seguitava ad armeggiar con la mano, mormorando l'ultima frase musicale, solenne.
Mi feci animo e gli chiesi:
—Scusi, chi c'è qui dentro?
Lui fece un passo innanti, rimise in movimento l'ombrella e venne a me con una chiara felicità negli occhietti azzurri.
Rispose:
—Beethoven.
Col braccio levato misurò ancora quattro o cinque battute e canticchiò un'altra volta le note.
—Molto grande,—soggiunse con le labbra allungate in una smorfia d'ammirazione—molto grande! Questa sinfonia monumento. Oh!… Piace a voi, signor?
Dio mio! Una così deliziosa cosa! A chi non piace la musica di Beethoven, amici miei? Gli è che non sapevo persuadermi come lì dentro ci fosse proprio lui. Egli certamente è presente ancora all'esecuzione della sua musica, il suo spirito aleggia intorno. E la musica trema con divino ed infinito sospiro di sentimento, la melodia culla l'anima. Io avevo ben riconosciuta laPastorale. Ricordate, voi, amici?
Ah! perchè la musica non si può scrivere e leggere come la parola!…
—Lei dice che la musica è di Beethoven—feci, ridendo—e sta bene. Ma com'è che Beethoven si trova lì dentro? È risuscitato?
Lui rispose lentamente, tutto serio:
—Beethoven morto assai tempo. Qui Società Quartetto. Concerto.
—Forestiere lei?
—Allemand, di Germania. Tetesco.
—E vive qui, a Napoli?
Disse con gli occhi di sì. E poi accennò pure che tacessi e si riavvicinò alle finestre. Ricominciava la musica. Chi ora?
—Psst—fece lui—Bocherino.
Mise l'indice sulle labbra e socchiuse gli occhi, come rapito.
Che finezza, che languore, amici miei! La conoscete voi questaSicilianadel gentile minuettista? Come sorrideva il vecchietto in tutta la durata dei sospiri del settecento, agli scherzi dei violini, rievocanti tutto un passato dolce, sparso di polvere d'irise odoroso di buon cioccolatte. Cari amici, in questo vicoletto al Rione si sogna; e che buon sole, che buona musica, amici miei!
* * *
E vi tornai. Ancora il professore Otto Richter non mi aveva tutto narrato di sè. La sua piccola figura da racconto d'Hoffmannn o d'Erckmann-Chatrian, la sua placida figura tedesca serbava qualcosa di misterioso ch'io cercavo invano di scrutare e su cui arzigogolavo senza raccapezzarmici.
Seppi soltanto questo da lui, alle prime confidenze, ch'egli era venuto di Germania in Italia a piedi. Amici, capite? A piedi. Ne rimasi inorridito; io che adoro le vetture, la ferrovia, le tramvie, tutto che è mezzo di trasporto!
Il mio sguardo scese subito alle scarpe del buon uomo, due scarpe punto eleganti, dal tomaio piatto, basso, enorme, dalla punta quadrata, dalle suola doppie tre dita. Vere scarpe nordiche. Egli posava su quel piedestallo e sorrideva, contentissimo. Aveva, parlando, un certo ammiccar d'occhi malizioso, pel quale gli si arricciavano le gote. Tutta la faccia diventava una ruga sola. Parlava a bassa voce.
E poi seppi, pure da lui, ch'egli era a Napoli da tempo, che abitava nel torrione di S. Martino, che in tutta la santa giornata girava nella città dando lezioni di lingua tedesca.
—Voi non conoscete?—fece lui.
—No—risposi, mortificato—Ma amerei imparare la vostra lingua.
—Desiderate lezione?—disse lui, sorridendo.—Parleremo di questo.
Poi non ne parlammo più. Era un vecchietto pieno di delicatezze.
Continuavano le prove della Società del Quartetto. Una mattina il professore Otto Richter se ne venne nel vicoletto con tra mani un libriccino di elegante edizione tedesca.
—E questo?
—Questo? Trattato veleni.
Veleni? Che faccia feci? Ma il vecchietto si affrettò a soggiungere, battendo in petto la mano aperta:
—Io anche un poco medico.
Un po' medico, un poco poeta, un poco pittore—egli era un po' di tutto. Sopratutto un musicomane. La mia ammirazione cresceva di domenica in domenica, come i concerti del Quartetto si seguivano e ci teneva insieme la comodità del vicoletto. Bisognava vedere il mio amico Otto Richter mentre romoreggiava, di dentro, laCavalcata delle Walcüre. Quel buon Richter! Coi pugni stretti, gli occhi lampeggianti, le gambe allargate, l'ombrella brandita come la frusta d'una delle ammazzoni wagneriane, facendo: Pa pa ta pa! Pa pa ta pa! Papatapa! Zin!
* * *
Passò un mese, un felice mese di pruove e di concerti. Non mancammo mai. Sui muricciuoli del vicoletto spuntavano fiorellini gialli e tutte lo creste n'erano vestite. Una striscia d'ombra sotto quei muriccioli, e in mezzo al vicolo un accampamento di sole. Saliva la musica fino al Rione, chiamando i passanti, invitandoli alla platea solitaria di questo teatro improvvisato. E pei gradini diruti scendevano subitamente figurine femminili, allegri cavalierini in galanterie. Era un romore di stivalini saltellanti che faceva voltare il mio amico Richter. Egli pareva un vecchio passero solitario turbato da una folla accorrente di uccellini chiassoni. Si ricantucciava e non si moveva più. Qualche piccola signorina lo indicava, sorridendo.
Certo il mio amico Richter impressionava. Era una figura originale, di quelle che i giornali illustrati tedeschi mettono in una novella semplice e buona, vivificata dalla matita di un artista di spirito. Parecchie volte lo incontravo in quei paraggi, con una valigetta appesa a una mano, l'eterna ombrella nell'altra. La valigetta s'empiva di frutta: di erbaggi di latticinii, d'un po' di tutto. Il mio amico Richter entrava frettolosamente nella bottega d'un pastaio, faceva di cappello con quella cortesia ch'è tutta tedesca e chiedeva due chilogrammi di vermicelli. E in un'ora egli si era provvisto di tutto il mangiabile e il cucinabile. Così tornava a S. Martino e di lì scendeva per andare a udir la musica in Villa Nazionale o in qualche altro posto dove musica si facesse. Era la sua grande passione.
Una mattina lo vidi che seguiva le esequie di un capitano suicida. Era accanto alla banda musicale, tutto pensoso, l'eterna ombrella sotto il braccio. Lo vedevo poi qua a là per le vie, per le stradicciuole di Napoli, frettoloso, parlante a se stesso. Forse si recava alle sue lezioni di tedesco. Poi non lo vidi più.
Scompaiono tante persone ogni giorno in questa Napoli, e tante ne compaiono di nuove!
* * *
Una sera, era qui la regina, si dava in onore di lei un concerto al Quartetto. Il vicoletto era pieno. Eravamo in parecchi amici, nella più grande aspettazione per un programma che prometteva Schumman, Wagner, Boccherini, Beethoven. La sala era certamente affollata, ma qui, nel vicoletto, al fresco, come si stava meglio, e senza pagare il biglietto!