Il 19 albeggiò minaccioso, con vento forte da Ostro e Libeccio con pioggia — Tale circostanze favorirono il nostro approdo a Vado — tra il canale di Piombino e Livorno —
Il resto del giorno 19, si passò in Vado, aspettando la notte per sbarcare — Verso le 7 p. m. sbarcammo sulla spiaggia algosa ad Ostro di Vado — in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io —
Vagammo per un pezzo a trovar la strada — essendo quella spiaggia assai paludosa — ma ajutato nei passi più difficili dai miei compagni — potei giungere con loro, nel villagio di Vado — ove per fortuna Canzio e Vigiani trovarono subito due biroccini, e via per Livorno — A Livorno si giunse in casa Sgarellino — ove trovammo le sole donne, che ci accolsero con molta benevolenza — Ivi, venne Lemmi, che da vari giorni ci aspettava con una carozza, per condurci a Firenze — Montammo, e si giunse nella capitale verso la mattina — accolti con gentile ospitalità in casa della famiglia Lemmi —
Il 20 — in Firenze, fui accolto dagli amici, e dalla popolazione, a cui non si potè nascondere il mio arrivo — Accolto con dimostrazioni di gioia — eppure trattavasi di acquistar Roma capitale d'Italia — e togliere il primato alla metropoli madre di Galileo, e di Michelangelo — Ed il generoso popolo di Firenze, giubilava — Grande e vera manifestazione di patriotismo — di cui l'Italia — come a Torino, in pari circostanza — deve tener conto —
Ragiungere i miei fratelli d'armi — ed i miei figli, che si trovavano al campo in presenza dei nemici — era il mio gran desiderio e quindi fu breve la mia permanenza nella capitale — Passai a Firenze il resto del giorno 20 e tutto il 21 Ottobre — Il 22 con un convoglio speciale, mi avviai verso la frontiera Romana sino a Terni, e di là in carozza per il campo di Menotti — che raggiunsi il 23, al passo di Corese —
Essendo la posizione di Corese, poco idonea ad una difesa, per truppe in pessima condizione — com'erano i nostri poveri volontari — marciammo per monte Maggiore — e da questa posizione, nella notte dal 23 al 24 — ci dirigemmo in diverse collonne su Monterotondo — ove si sapeva trovarsi circa 400 nemici con due pezzi d'artiglieria —
La collonna comandata dai maggiori Caldesi, e Valsania, doveva principiare il suo movimento alle 8 p.m. del 23 — giungere a Monterotondo verso mezzanote — e procurare d'introdursi nella città con un'assalto dalla parte di ponente, che si credeva, ed era veramente la parte più debole — ove le mura di cinta rovinate, erano state supplite da case, con porte esterne, e quindi di non difficile accesso —
Questa collonna di destra, composta per la maggiore parte di coraggiosi Romagnoli — per gli inconvenienti inseparabili ad un corpo, non organizzato — mancante di tutto — stanco — e senza poter trovare guide pratiche del paese — arrivò di giorno sotto la cinta di Monterotondo — e fu per conseguenza fallitto l'attacco di notte — È incredibile lo stato di cretinismo, e di timore in cui il prete, ha ridotto cotesti discendenti delle antiche legioni di Mario e di Scipione! Io già lo avevo provato nella mia ritirata da Roma nel 49 — ove con oro alla mano — non mi era possibile di trovare una guida — E così successe nel 67 —
Quando si pensa: in una città Italiana come Monterotondo — colle porte di casa — a ponente — che mettevan fuori della cinta — non trovarsi un solo individuo — capace di darci relazione, su ciò che esisteva dentro — Mentre noi erimo Italiani per Dio! pugnando per la liberazione patria — mentre dentro — v'era la più vile ciurmaglia di mercenari stranieri, al servizio dell'impostura — «Libera chiesa in libero Stato» ha detto un grande ma volpone statista: Sì! ebben lasciatela libera cotesta nera gramigna — ed avrete i risultati ch'ebbero la Francia e la Spagna — oggi, per i preti cadute all'ultimo gradino delle nazioni —
La collonna di sinistra comandata da Frigezy, giunse fuori di Monterotondo a Levante, occupò il convento dei Capuccini verso le 10 a.m. colle posizioni adjacenti — e spinse alla sua sinistra alcune compagnie, per darsi la mano coi corpi nostri di destra — ciocchè fu impossibile per tutto il giorno 24 — essendo tremendo il fuoco nemico da quella parte — La collonna del centro — guidata da Menotti — con cui mi trovavo — avendo marciato da MonteMaggiore, direttamente all'obbiettivo, fu pure arrestato da' passi disagevoli della strada Moletta — e nonostante giunse la prima all'albeggiare, sotto le posizioni che contornano Monterotondo da Tramontana —
Io ordinai a questa collonna, comandata da Menotti — e composta per la maggiore parte dai prodi bersaglieri Genovesi di Mosto e Burlando — di occupare le forti posizioni settentrionali, già accennate — ma di non assaltare — pensando poter combinare l'attacco colle altre collonne che dovevano giungere a poca distanza di tempo — Ma lo slancio dei volontari non potè trattenersi — ed invece di limitarsi ad occupare le posizioni suddette — essi si lanciarono all'assalto di porta S. Rocco — affrontando un fuoco micidialissimo — che da tutte le finestre del paese — in quella parte — li fulminava —
Essendomi allontanato dalla collonna del centro sulla sinistra, per potere scoprire la collonna di Frigezy, che doveva giungere da quella parte — io mi accorsi con pena e stupore dell'impegno in cui s'eran avventati i bersaglieri Genovesi per troppo coraggio — Quell'attacco prematuro ci costò una quantità di morti e feriti — valse però a stabilire nelle case adjacenti a porta S. Rocco, alcune centinaia di volontari — che più tardi, sostenuti e coadjuvati da compagnie fresche d'altri corpi — poterono incendiare la porta suddetta — ciocchè ci valse l'entrata e presa del paese —
Tutto il 24 Ottobre, fu dunque occupato a cingere colle forze nostre la città di Monterotondo, e la guarnigione composta di zuavi papalini, per la maggiore parte, armati d'eccellenti carabine, e due pezzi d'artiglieria — ci fulminava — senza che si potesse rispondere dovutamente, coi soliti nostri catenacci — e per trovarsi i nemici al riparo, da non poterne scoprire uno solo —
Monterotondo è dominato dal palazzo dei principi di Piombino — di cui un giovane di quella famiglia militava con noi — Cotesto palazzo, o piutosto castello è spaziosissimo e fortissimo — Il nemico ne avea fatto una fortezza, con delle feritoie tutto attorno ed un parapetto sulla piattaforma orientale ove teneva i due pezzi — uno da 12 e l'altro da 9 — Tra i caduti all'attacco di porta S. Rocco — contavano i prodi maggiore Mosto, gravemente ferito, il capitano Uziel mortalmente — il mio caro e buon Vigiani che tanto avea contribuito alla mia liberazione da Caprera — a cui dovevo tante gentilezze — morto! e tanti altri valorosi! —
Io ricorderò nella pagina seguente i nomi di coloro che cadettero valorosamente per la liberazione di Roma nel 67 — e non rammentandoli tutti, certamente, incarico il mio stato maggiore di compiere a quel sacro dovere:
Morti
Feriti
4º periodo, Ottobre 1867.
Cotesto assalto prova abbastanza: a qual punto trovavasi il morale della gente ch'io comandava — pria della propaganda Mazziniana che invitava i volontari a tornare a casa per proclamare la Republica —
Passammo il giorno 24 Ottobre — come abbiamo detto — a cingere Monterotondo — preparare fascine e zolfo perincendiare la porta di S. Rocco — e prendere tutte quelle disposizioni d'assalto, che si poterono —
Le tre collonne comandate da Salomone, Caldesi, Valsania e Menotti — meno alcune osservazioni verso la via Romana, da dove potevano giungere soccorsi ai nemici — s'erano massate per l'assalto decisivo di porta S. Rocco —
Frigezy doveva attaccare simultaneamente la città, da levante — e possibilmente incendiarvi pure la porta del castello —
L'attacco era deciso per le 4 a.m. del 25 — I nostri poveri volontari, nudi, affamati, e bagnate le poche vesta si erano sdrajati sull'orlo delle strade, che le dirotte pioggie dei giorni antecedenti aveano colme di fango — e rese quasi impraticabili — Pure spossati dalla stanchezza anche nel fango si sdrajavano quei bravi giovani! Io confesso: ero quasi disperato di poter far rialzare quei soffrenti per l'ora dell'assalto — e volli dividere la loro miserabile situazione sino verso le 3 a.m. seduto tra loro —
A quell'ora, gli amici che mi attorniavano, mi chiesero: ch'io entrassi un momento nel convento di S. Maria, distante pochi passi, per sedermi all'asciuto — e mi condussero, unico sedile, in un confessionale — ove stetti pochi minuti.
Non appena seduto, ed apogiate le spalle addolorate dal star molto tempo in piedi — quando un rumore come di tempesta — un grido solenne d'una moltitudine dei nostri, che si precipitavano nell'uscio della porta ardente mi fece risaltare, e correre con quanta celerità potevo verso la scena d'azione — gridando anch'io: «Avanti!» —
Incendiata intieramente la porta, colpita da due piccoli nostri cannoncini, che sembravan due canocchiali — e non presentando più, che un mucchio di rovine ardenti — di cui si aspettava l'estinzione — i nemici ritentavano di barricadarla nuovamente — e perciò cominciavano ad avvicinarvi, carri, tavole, ed altri oggetti d'ostruzione — Ciò però non garbava ai nostri, cui tanta fatica e pericolo avea costato lo incendiarlo — Il primo oggetto che si presentò alla porta spintovi dai zuavi, fu un carro — ma non ebbero tempo di metterlo a posto — Una scintilla elettrica, eroica, si sparse come il fulmine nelle fila dei patriotti — e furibondi, si precipitarono nell'uscio ardente come energumeni —
Altro che stanchi, spossati, e affamati! — Non avevo forse già visto operar dei miracoli a cotesta gioventù Italiana! Diffidarne era un delitto — roba da vecchio decrepito!
Non valsero ad arrestarli, il carro attraversatto — i rottami ardenti, ammonticchiati sulla soglia — una grandine di fucilate, che pioveva da tutte le direzioni — Essi mi facevano l'effetto d'un torrente, che rotti gli argini ed i ripari — si precipita nella campagna —
In pochi minuti la città fu inondata dai nostri, e tutta la guarnigione rinchiusa nel castello — Alle 6 p.m. si cominciò l'attacco del castello, essendo i nostri, già padroni di tutti gli sbocchi di strade, che conducevano a quello — ed avendoli barricati tutti si mise il fuoco alle scuderie, con fascine, paglie, carri, e quanti oggetti combustibili vi si trovavano —
Alle 10 a.m. si respinsero con poche fucilate circa due milla uomini — che da Roma, avanzavano al soccorso degli assediati —
Alle 11, la guarnigione affumicata, e temente di saltare in aria, col fuoco alle polveri, che tenevan di sotto — alzò bandiera bianca, e si arrese a discrezione —
Il prode maggiore Testori, poco prima della resa dei nemici, aveva preso la determinazione di mettersi allo scoperto, alzando una bandiera bianca, per intimar loro di arrendersi — ma quei mercenari, violando ogni diritto di guerra, lo fucilarono con vari colpi, e lo lasciaron cadavere — Ebbi un'immensa fatica, dopo tanti e siffatti atti di barberie di cotesti sgherri dell'inquisizione — per salvar loro la vita — essendo i nostri irritatissimi contro di loro.
Io stesso fui obligato di condurli fuori di Monterotondo, e farli scortare al passo di Correse — da quaranta uomini, agli ordini del maggiore Marrani —
Successe in Monterotondo, ciocchè succede in una città presa d'assalto — e che poca simpatia s'era meritata, per il mutismo e l'indifferenza, quasi avversione — manifestata verso di noi — E devo confessare: che disordini non ne mancarono — E tali disordini impedirono pure, di poter organizzare dovutamente la milizia nostra — quindi, poco si potè fare in quel senso, nei pochi giorni che vi soggiornammo —
Colla speranza, di meglio poter organizzare la gente fuori, tenendola in moto — toglierla ai disordini della città — ed avvicinarci a Roma — uscimmo da Monterotondo il 28 ottobre, ed occupammo le colline di S. Colomba — Frigezy, facendo la vanguardia occupò Marcigliana — e spinse i suoi avamposti sino a Castel Giubileo, e Villa Spada —
Nella sera del 29, trovandomi a Castel Giubileo, mi giunse un messo da Roma, che avea parenti nella collonna e quindi conosciuto — egli mi assicurò esser i Romani decisi a fare un tentativo, d'insurrezione nella notte stessa — Ciò m'imbarazzò alquanto — non avendo tutta la gente a mano — Nonostante mi decisi io stesso, di spingermi coi due battaglioni dei bersaglieri Genovesi — sino al casino dei Pazzi, a due tiri di fucile dal ponte Nomentana — nell'alba del 30 —
Una guida nostra, con un'ufficiale, che giunsero primi nel casino stesso, v'incontrarono un picchetto nemico, e vennero con quello a colpi di revolver — La guida fu ferita leggiermente nel petto — e siccome era maggiore il numero di nemici — i nostri si ritirarono, avvisandomi con altri tiri della presenza dei papalini — Ma fecero tutto ciò con sangue freddo e da valorosi —
Retrocedemmo da quel punto, all'incontro dei due battaglioni in marcia — e subito ch'essi arrivarono, si occupò il casino dei Pazzi, le case della Cecchina — ch'è uno stabilimento pastorizio, ad un lungo tiro di carabina a tramontana dal primo — e la strada, fiancheggiata da un muro a secco, che va dal casino alle case — Rimanemmo tutto il giorno 30, in cotesta posizione aspettando di udire qualche movimento in Roma — o qualche avviso dagli amici di dentro — ma inutilmente —
Verso le 10 a.m. uscirono due collonne nemiche in ricognizione — una dal ponte Nomentano — l'altra alquanto dopo, dal ponte Mammolo — I soldati del papa, sulla destra nostra, avanzando in tiratori, a portata di carabina — ci fecero fuoco tutto il giorno — ma i nostri, ubbedendo agli ordini, non rispondevano — giacchè sarebbe stato inutile, coi nostri fucili pessimi — sprovvisti com'erano i Genovesi delle loro buone carabine — Solamente, quando baldanzosi, o irritati dal nostro silenzio, i zuavi si avanzarono più vicini — i nostri imboscati al casino dei Pazzi — ne uccisero quattro — e ne ferirono alquanti —
La nostra posizione, a pochi passi da Roma — ove s'era concentrato tutto l'esercito papale — era arrischiata — e quando io vidi uscirne le due collonne, di cui non si poteva precisare il numero chiesi a Menotti, che si trovava indietro: che ci facesse sostenere da alcuni battaglioni, ch'egli stesso portò immediatamente —
Persuaso che nulla si faceva in Roma — e meno si sarebbefatto, coll'arrivo dei Francesi già anunciato, e realizzato in quei giorni — io disposi la ritirata su Monterotondo — lasciando molti fuochi accesi, in tutte le posizioni da noi occupate — per ingannare il nemico —
Qui, la Mazzineria profitò della circostanza per fare il broncio — e seminare il malcontento tra i volontari — «Se non si va a Roma, dicevano essi: — meglio tornare a casa — ».
E veramente: a casa, si mangia bene, si beve meglio, si dorme caldi — e poi, anche... la pelle è più sicura.
Le posizioni da noi occupate: Castel de' Pazzi — Cecchina, Castel Giubileo, ecc. — eran troppo vicini a Roma, e non difendibili contro forze superiori — convenivano quindi, altre posizioni più forti, e più lontane — Monterotondo ci offriva tali condizioni, e più facilità per vivere —
4º periodo, 3 Novembre 1867.
Il 31 ottobre era tutta la forza dei volontari rientrata in Monterotondo — e vi rimase sino al 3 novembre —
Tutto quel tempo fu impiegato a vestire alcuni militi, i più bisognosi, calzarli, armarli organizzarli come si poteva —
Si fecero occupare da tre battaglioni, le forti posizioni di S. Angelo, Monticelli, e Palombara — comandati dal colonnello Paggi — Tivoli fu occupato dal collonnello Pianciani, con un battaglione — Il generale Acerbi, occupava Viterbo con un migliaio d'uomini — il generale Nicotera occupava Vellettri con un altro migliaio —
Ed il maggiore Andreuzzi operava sulla sponda destra del Tevere con dugento uomini —
Prima del 31 Ottobre, molti volontari accorrevano ad ingrossare le collonne comandate da Menotti dimodocchè esse ascendevano già al numero di circa 6000 uomini —
La situazione dei corpi volontari, quindi, se non era brillante, non era deplorabile — se avessimo coll'ajuto del paese, potuto complettare l'armamento, il vestiario, e quanto abbisognavano i nostri poveri militi —
L'esercito papalino era demoralizzato, ne avevimo battutto una parte a Monterotondo, ed il resto s'era concentrato in Roma — ove sfidato da noi non aveva osato di uscirne —
Il popolo Romano, oppresso, massacrato ne' suoi tentativi insurrezionali — gridava vendetta — e si preparava con nuovo animo — capitanato da Cucchi ed altri prodi — a cooperare co' suoi liberatori di fuori, a farla finita con preti e mercenari —
Tutto prometteva infine, la caduta del prete nemico del genere umano —
Ma il genio del male vegliava ancora sulla conservazione del principale suo sostegno: il pontefice della menzogna! Dalle sponde della Senna — ov'egli impera, per la disgrazia della Francia e del Mondo — esso minacciava sull'Arno, accusava di codardia i conigli — e suscitava il coraggio della paura, e della malafede — Alla voce del padrone gli uomini che sì indegnamente governano l'Italia — coprendosi il volto, colla solita maschera del patriotismo — ingannavano la nazione, invadendo il territorio Romano — e dicevano: «Eccocci! noi abbiamo tenuto parola — Alle prime fucilate di Roma, noi corriamo all'ajuto dei fratelli!» —
Menzogna! Menzogna! Voi correste: ma per l'eccidio dei fratelli, in caso essi fossero stati fregiati dalla vittoria finale — E correste, quando eravate sicuri: che i patrioti di Roma, erano schiacciati! Morti! —
Menzogna! Menzogna! Voi, ed il magnanimo alleato, occupaste Roma ed il suo territorio, per lasciare l'esercito dei mercenari del Papa, libero, intiero, risollevato dalle sue sconfitte — pesare con tutte le sue forze — la superiorità delle sue armi, e dei suoi mezzi — sopra un pugno di volontari, malissimamente armati — e privi d'ogni cosa più necessaria — coll'oggetto di vederli soccombere —
E se l'esercito papalino — non era suffiente — come non lo fu — lì, stavano loro tutti: i soldati del Bonaparte — e, mi fa orrore il pensarlo — anche quelli che hanno la disgrazia di ubbidirvi! —
¿Nel 60, non si marciava su di noi per combatterci? E perchè non si doveva fare lo stesso nel 67? (Dispaccio di Farini a Bonaparte) —
Le colline di Mentana furono coperte di misti cadaveri de' prodi figli d'Italia, e di mercenari stranieri — come lofurono le pianure di Capua, sette anni prima — E la causa per cui pugnavano i militi che avevo l'onore di comandare — era sacra nell'Italia meridionale — quanto quella che ci aveva spinti sotto le mura della vecchia metropoli del mondo! —
Qui con dolore, devo ricordare un'altra delle cause della sventura di Mentana —
Già dissi: i Mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente — dacchè cominciò la nostra ritirata dal casino dei Pazzi — e il motivo della loro propaganda era falso — senza ragione alcuna —
Per chi ha senno, è ben facile concepire: non esser tennibile la posizione nostra sotto le mura di Roma — all'arrivo dei Francesi — e per la composizione delle forze che comandavo — In uno stato d'ogni bisogno — senza artiglieria, ne cavalleria — Infine incapaci di poter far fronte a una seria sortita — anche dei soli papalini — e senza mezzi — se pure non ci avessero attaccati — di sussistervi due giorni —
Padroni invece di Monterotondo — che trovasi anche alla vista di Roma — eravamo nel centro dei piccoli nostri mezzi — con posizioni dominanti — e ad una distanza da potere pressentire il nemico — quando ci fosse venuto sopra —
Tuttociò, però dalla parte dei Mazziniani erano pretesti — e non bastava: l'opposizione sleale ed accanita del governo — la potenza del pretismo, ed il sostegno del Bonaparte — No! anche loro, come sempre, dovevano giungere a dare il calcio dell'asino — a chi non aveva altra aspirazione: che la liberazione degli schiavi nostri fratelli. «Noi faremo meglio» mi dicevano gli uomini della setta, che oggi, sono uomini della Monarchia — a Lugano nel 1848 — E vedete che data da molto tempo la guerra a me fatta, a punta dispillodai Mazziniani —
«Andiamo a casa a proclamar la Republica — e far le barricate» dicevano ai miei militi nell'agro Romano nel 1867 — E veramente, era molto più comodo, per quei poveri ragazzi che mi accompagnavano — di tornarsene a casa, che di rimaner meco in novembre, senza il necessario per coprirsi — mancanti di molte cose necessarie — con, contro di noi l'esercito nostro — ed i papalini e Francesi che bisognava combattere. Il risultato di queste mene Mazziniane, fu: la diserzione di circa tre milla giovani, dalla nostra ritirata dal Casino de' Pazzi sino a Mentana — e lascio pensare: quando in una milizia di circa sei millauomini — vi ha la diserzione motivata, come la palesavano apertamente — di una metà della gente — lascio pensare dico: a che punto di moralità, e di fiducia nel compimento dell'impresa, potevano trovarsi i rimanenti volontari —
Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente Mazziniana — e potrei dimenticarli, se a me personalmente fossero stati inflitti — Ma è alla causa nazionale che lo furono! E come posso dimenticarli — come non devo accennarli a quella parte eletta della gioventù nostra da loro traviata! —
Mazzini era certo migliore dei suoi seguaci — ed in una sua lettera a me diretta, in data dell'11 Febbraio 1870 — relativamente al fatto di Mentana, egli mi scriveva:
«Voi sapete ch'io non credevo nel successo — ed ero convinto, esser meglio concentrare tutti i mezzi, sopra un forte movimento in Roma[115], che non irrompere nella provincia — ma una volta la impresa iniziata giovai quanto potei» —
Io non dubito dell'asserzione di Mazzini — ma il danno era fatto: O egli non fu a tempo di avvisare i suoi fautori — o questi vollero continuare nel danno —
Ricciotti non trovò in Inghilterra, i mezzi che si potevano sperare — perchè tra cotesti nostri amici, s'era fatta pure circolare la voce seguente: «perchè» si diceva: «rovesciare il papato per sostituirvi un governo peggiore».
E nell'Agro Romano — i suoi — come già dissi: disseminavano lo sconforto tra i miei militi, e cagionarono l'enorme diserzione già narrata — e senza dubbio, motivo principale del rovescio di Mentana —
Dall'alto della torre del palazzo Piombino, a Monterotondo — ove passavo la maggiore parte della giornata — osservando Roma, gli esercizi dei giovani nostri militi nel piano — ed ogni movimento nella campagna — io la vedevo la processione di gente nostra, che s'incamminava verso passo di Correse — cioè: che se ne andavano alle loro case — Ed ai compagni, che me ne avvertivano, io rispondevo: «Oibò! cotesti non sono nostri che se ne vanno, saran campagnoli che vanno o vengono dal lavoro» — Ma nell'anima mia sentivo il rancore dell'atto perverso — e tentatavo di nasconderlo — o di menomarlo ai circostanti — solito contegno, nelle circostanze urgenti —
In conseguenza dello stato morale della gente — sopra descritto — e trovandosi per noi — ermeticamente chiusa la frontiera settentrionale dai corpi dell'esercito Italiano — e quindi nell'impossibilità di procacciare il necessario oltre quella frontiera — Noi dovevamo cercare altro campo d'azione ed altra base — per poter vivere, mantenersi, ed aspettare gli eventi, che dovevano finalmente sciogliere la quistione Romana. Per tuttociò, fu deciso di marciar per il fianco sinistro verso Tivoli, onde metter l'Apennino alle spalle — ed avvicinare le provincie meridionali —
La marcia fu decisa per il 3 Novembre mattina ma per motivi d'aspettare e distribuire scarpa — non si potè esser pronti a movere senonchè verso il meriggio — di quel giorno —
Noi uscimmo da Monterotondo sulla via di Tivoli. L'ordine di marcia era circa il seguente:
Le collonne agli ordini di Menotti marceranno in buon ordine con una vanguardia di bersaglieri in avanti — da circa mille passi a due milla —
In avanti della vanguardia, marceranno esploratori a piedi, preceduti da guide a cavallo —
Su tutte le strade che vengono da Roma, sulla nostra destra — si spingeranno dei fiancheggiatori a piedi ed a cavallo — più verso Roma che possibile, sulla stessa destra; e sulle alture che dominano il paese, si collocheranno delle vedette — che ci possono avvisare a tempo, di qualunque movimento nemico —
Una retroguardia si occuperà di spingere avanti i restii, e lascierà nessuno indietro —
L'artiglieria marcerà al centro delle collonne —
I bagagli seguiranno in coda delle collonne rispettive — Con questo — più o meno — ordine di marcia, c'incamminammo da Monterotondo per Tivoli —
Sventuratamente però — pare: cadessero nelle mani dei nemici — i pochi nostri esploratori a cavallo — e ne avevimo pochissimi — dimodocchè i papalini, giungendo per la via Nomentana — quasi sorpresero la vanguardia nostra e l'impegnarono — Passato il villaggio di Mentana, le fucilate mi avvisarono della presenza del nemico. Retrocedere in tale contingenza, e già impegnati coi nemici — valeva una fuga — e non v'era altro espediente: che di accettare il combattimento — occupando le forti posizioni che ci stavano a mano — Io mandai dunque a Menotti — chemarciava alla vanguardia — l'ordine di occupare le forti posizioni suddette — e di far testa. Feci successivamente seguire avanti il resto delle collonne, spiegandole destra e sinistra in sostegno delle prime — ed alcune compagnie, rimasero in collonna sulla destra di riserva —
La strada che da Mentana va a Monterotondo — linea d'operazione nostra in quel giorno — è una strada buona, ma incassata e bassa — Fui obligato quindi di cercare sulla nostra destra, una posizione adeguata, per collocarvi i due pezzi nostri presi ai nemici nel giorno 25 Ottobre. Ciò si eseguì con molta difficoltà, per mancanza di gente e cavalli pratici, e per essere il terreno frastagliato di sieppi, vigne — e molto ineguale —
In tanto il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea — Noi avevamo occupato posizioni che valevano quelle del nemico — anzi migliori — poichè egli non potè mostrare la sua artiglieria durante il giorno — e per un pezzo le posizioni nostre si sostennero, ad onta dell'immensa superiorità delle armi dei contrari — siccome del maggior numero di loro — Devo però confessare: I volontari, demoralizzati com'erano, per il gran numero di disertori nostri già accennato — non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama. Distinti ufficiali, ed un pugno di prodi che li seguivano, spargevano il lor sangue prezioso, senza cedere un palmo di terreno — ma la massa non era dei soliti nostri intemerati — Essa cedeva superbe posizioni — senza opporvi quella resistenza, ch'io mi potevo aspettare —
All'1 p.m. circa ebbe principio il combattimento — e verso le 3, di posizione in posizione, il nemico ci avea cacciati mille metri indietro sul villagio di Mentana — Alle 3 i nostri pezzi poterono esser collocati in posizione vantaggiosa sulla nostra destra — e cominciarono a sparare con effetto sul nemico — Una carica alla baionetta da tutta la nostra linea — ed i tiri a bruciapelo dei nostri collocati nelle finestre delle case di Mentana, avevano seminato il terreno di cadaveri papalini — Noi erimo vittoriosi — il nemico fuggiva, si riocuperavano le posizioni perdute — e sino alle 4 p.m. la vittoria sorrideva ai figli della libertà Italiana — ed eravamo padroni del campo di battaglia —
Ma lo ripeto: un infausta demoralizzazione serpeggiava nelle nostre fila — Si era vittoriosi — e non si volevacomplettar la vittoria, perseguendo un nemico che aveva abbandonato il campo — Voci di collonne Francesi — marcianti su di noi — circolavano fra i volontari — e non v'era tempo di trovarne l'origine — naturalmente proveniente da nemici nostri — neri o diavoli — Si sapeva l'esercito Italiano contro di noi — arrestando i nostri alla frontiera — ed intercettando qualunque roba a noi destinata — siccome ogni comunicazione. Infine, governo Italiano, preti, e Mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto nelle nostre fila — E non è per la tempra d'ogni uomo — resistere allo sconforto — e marciare quantunque, risolutamente al compimento del suo dovere —
Verso le 4 p.m. la voce che una collonna di due milla soldati del Bonaparte — ci attaccava in coda — diede l'ultimo crollo alla costanza dei volontari, ed era falsa — Ciocchè era vero però era: il corpo spedizionario de Failly — che giungeva sul campo di battaglia — in sostegno dei soldati del papa sconquassati —
Le posizioni riacquistate con tanto valore — si lasciano nuovamente — ed una folla di fuggenti, si ammassa sullo stradale — Invano la mia voce e quella di molti prodi ufficiali, tenta riordinarli — Invano! Si perde la voce a gridare a rimproverare — Invano! Tutti si avviano verso Monterotondo — lasciando un pezzo abbandonato — che solo il giorno seguente rimase in potere del nemico — ed abbandonando un pugno di valorosi, che dalle case di Mentana, fanno strage dello stesso —
Ognuno è valoroso, quando il nemico si ritira — e naturalmente così successe ai nostri avversari — quei papalini ch'erano scapati davanti a noi — ora sostenuti dalle collonne Francesi, vengono avanti baldanzosi — Essi ci incalzano nella nostra ritirata, e colle loro armi superiori — ci cagionano molte perdite, tra morti e feriti — I Francesi, da principio, creduti da noi papalini — vengono avanti coi loro tremendi chassepots, grandinando projetti — ma fortunatamente cagionando più timore, che eccidio — Ah! se i nostri giovani, docili alla mia voce avessero tenuto — e si poteva con poco pericolo — le posizioni riconquistate di Mentana — e limitarsi a difenderle — forse il 3 Novembre andrebbe annoverato tra le giornate gloriose della democrazia Italiana — anche con tante mancanze — e tanta inferiorità di numero come ci trovammo a Mentana —
In molte delle nostre antecedenti pugne — noi eravamo stati perdenti, sino verso la fine della giornata — ed un'aura favorevole ci avea rigettatti sulla via della vittoria — In Mentana padroni, alle 4 p.m. del 3 Novembre, del campo di battaglia — con un'ora più di costanza cadeva la notte — e fors'essa consigliava ai nostri nemici una ritirata su Roma — essendo poco tenibile la lor posizione al di fuori contro gente che non avrebbero loro lasciato riposo nella notte —
Verso le cinque p.m. — meno i pochi difensori di Mentana collocati nelle case — tutte le nostre collonne erano in ritirata su Monterotondo, ed in disordine — Appena si potè occupare la forte posizione dei Capuccini — con alcune centinaia di militi — Munizioni da cannoni non ce n'erano più — pochissime le munizioni da fucile — E l'opinione di una ritirata sul passo di Correse era generale —
Dall'alto della torre del castello, in Monterotondo, m'ero assicurato, ch'era falsa la notizia dei due milla Francesi sulla via Romana — che dovevano attaccarci in coda — Notizia che fu data a me stesso, da molti durante il combattimento — Sembra impossibile, che tali cose possano succedere — eppure succedono: Vari, tra i miei stessi ufficiali, di cui la fede era indubitata mi asserivano averla udita — E nella peripezia della pugna —si diceva: Ora in tali frangenti andatemi a cercare l'origine d'una notizia, che implica un nerissimo tradimento — Fratanto tale voce circolava fra i militi, e li sconfortava, — e tra loro si propagava colla velocità del lampo — Malvagia umana! io esclamerò — E quanti malvagi non vi sono da purgare in questa società Italiana, tanto corrotta dai preti, e dagli amici dei preti! —
Una polizia di campo è indispensabile, in ogni corpo di milizia — E tra i volontari, tanta è la ripugnanza delle polizie — che sempre difficile riesce — od impossibile d'istituirla —
Nel principio della notte del 3 Novembre — ci ritirammo sul passo di Correse[116], e passammo il resto della stessa sul territorio Romano, dentro e nei dintorni dell'osteria — Alcuni comandanti mi fecero sapere: che parte dei militi, erano disposti di non abbandonar le armi, e ritentare lafortuna — ma nella mattina io mi persuasi, che tali disposti, o non avean mai esistito — o più non esistevano —
Nella mattina del 4 Novembre, si deposero le armi sul ponte — ed i militi disarmati passarono sul territorio non papale —
Io devo una parola di lode al Generale Fabrizi, mio capo di Stato Maggiore e che lasciai incaricato per le ulteriori disposizioni del disarmo. Cotesto prode veterano dell'Indipendenza Italiana, comportossi colla solita bravura, sul campo di battaglia di Mentana — e spossato dalla fatica e dagli anni, fu trasportato in Monterotondo accompagnato da' militi — dopo d'aver animato colla parola e colla sua presenza, la gente nostra a far il dovere —
Il collonnello Caravà, che comandava a Correse un reggimento Italiano — e che era stato ufficiale ai miei ordini in anteriori campagna — ebbe con noi un contegno veramente lodevole, in tutte le circostanze —
Egli mi accolse, molto amichevolmente, fece per me e per i volontari quanto poteva — e mise ai miei ordini un convoglio della strada ferratta per recarmi a Firenze —
Ma tali, non erano le disposizioni governative: Il deputato Crispi, ch'era con me nel convoglio, opinava: non esservi motivi ad arresto — Io ero di contraria opinione, conoscendo con chi avevo da fare — Conformandovi però all'avviso dell'amico — e non essendovi altro da fare — continai col convoglio verso la capitale —
Nel viaggio le solite miserie governative: di carabinieri, bersaglieri, paure ecc. — viaggiando a tutta velocità — fui finalmente depositato all'antico mio domicilio del Varignano — da mi lasciarono poi tornare alla mia Caprera —