CAPITOLO VII.Proclamazione della Republica, e marcia su Roma.

I Maceratesi non solo ci accolsero come fratelli — ma ci supplicarono a rimanere nella loro città — sino a nuova disposizione del governo; e siccome il nostro destino a porto di Fermo — non avea altro oggetto, che lo allontanarci da Roma — Ora che ci trovavamo coll'Apennino tra noi e la metropoli — non fu difficile al popolo di Macerata, l'ottenere la permanenza nostra in quella città.

In Macerata si trattò di vestire la gente — e grazie alla buona volontà degli abitanti, ed alle somministrazioni del ministero — vi si pervenne quasi complettamente — In quello stesso tempo, si procedette alle elezioni dei deputati alla Costituente — ed i nostri militi furono chiamati al voto —

I deputati alla Costituente!..... E fu spettacolo imponente quello dei figli di Roma, chiamati nuovamente ai Comizi — dopo tanti secoli di servaggio e di prostrazione, sotto il giogo nefando dell'impero, e del più vergognoso ancora della teocrazia papale! Senza tumulti, senza passioni, fuori di quelle per la libertà — per la patria redenta! Senza venalità — senza prefetti o birri che violentassero la libera votazione delle genti — si eseguì la sacra funzione del plebiscito — e non vi fu l'esempio nello stato di un voto compro — di un cittadino che si prostituisse al padronaggio del potente —

I discendenti del gran popolo, mostrarono il discernimento degli avi, sulla scelta dei loro rappresentanti — ed elessero tali uomini da onorare l'umanità in qualunque parte del mondo! Uomini il coraggio dei quali non cedeva a quello del senato antico — o dei moderni dell'Elvezia, e della terra di Washington! Ma l'odio, la gelosia, la paura della moderna canaglia dei potentati e dei preti,non dormivano — e spaventati dal rinascimento della temibile, rossa dominatrice — essi si collegarono subito per recidere i ricomparsi germogli di lei — quando teneri ancora ed incapaci di seria resistenza —

Abbi speranza Italia! e nel periodo di afflizioni, ove codardamente t'han tenuto, e ti tengono tuffata — i prepotenti di fuori ed i ladri di dentro — non perderti di fiducia — non è tutta morta la bella gioventù che ti adornava sulle barricate di Brescia, Milano, Casale — al ponte del Mincio — sui baluardi di Venezia — di Bologna, d'Ancona, di Palermo — nelle strade di Napoli, di Messina, di Livorno — là sul Gianicolo, e nel Foro della vecchia capitale del mondo!

Essa è sparsa sulla superficie del globo — dall'uno all'altro emisfero — ma tutta palpitante d'un amore per te, che non ha uguale — e per la redenzione tua — che non capiscono, i freddi speculatori, e patteggiatori delle tue membra e del tuo sangue — e che non capiranno senonchè il giorno del lavacro delle sozzure con cui t'hanno contaminato!

Non perderti di fiducia! Essa incanutita oggi sotto il sole cocente delle battaglie — apparirà alla vanguardia della tua nuova generazione — cresciuta all'odio, ed alle fucilate del prete e dello straniero — ringagliardita dal ricordo di tanti oltraggi — e dalla vendetta dei tanti patimenti sofferti nel carcere e nell'esiglio —

L'Italiano non si alletta nel bel clima straniero — coi vezzi della gentile straniera — non si trapianta per sempre in altra terra, come i figli del Settentrione — Egli vegeta, passeggia, tetro meditabondo sulla terra altrui — ma giammai l'abbandona la brama di rivedere il suo paese bellissimo — e di combattere per redimerlo!

Nessuno sa la durata del periodo di degradazione in cui ti ravvolgi Italia! Ma tutti ben sanno: che non lontana è l'ora solenne del risorgimento!

1849.

Soggiornammo in Macerata, sin verso la fine di Gennajo — da dove partimmo per Rieti, con ordine di guarnire quella città; la legione marciò a quella volta per il Colfiorito; ed io per la via di Ascoli, e la valle del Tronto, con tre compagni per percorrere ed osservare, la frontiera Napoletana —

Valicammo gli Apennini, per le scoscese alture della Sibilla — la neve imperversava — e mi assalirono i dolori reumatici, che scemarono tutto il pittoresco del mio viaggio —

Vidi le robuste popolazioni della montagna, e fummo bene accolti, festeggiati dovunque — e scortati da loro con entusiasmo — Quei dirupi risuonavano dagli evviva alla libertà Italiana — e da lì a pochi giorni — quel forte ed energico popolo — corrotto, e messo su dai preti sollevavasi contro la Republica Romana — ed armavasi colle armi somministrate dai neri traditori per combatterla —

Giunsi in Rieti, ove si ultimò di vestire la legione; ma fu impossibile ottenere i fucili per complettare il suo armamento — ed io vedendo inutile qualunque richiesta — mi decisi a far fabbricare lancie, per provvederne i disarmati.

In Rieti si riunirono a noi, Daverio, Ugo Bassi, ed alcuni buoni militi, tra cui i due fratelli Molina, e Ruggiero, che tanto si distinsero poi, come ufficiali nei vari combattimenti sostenuti dalla legione —

Aumentava il corpo, mentre organizzavasi alla meglio; ma il ministero di Roma non voleva militi; e nella stessa guisa, con cui avea limitato il numero dei legionari a 500 — ora m'intimava di non oltrepassare i 1000 — dimodocchè, avendone già alcuni di più, fui obligato di menomare il misero soldo — compresi anche gli ufficiali — per mantenere tutti — Un solo lamento per ciò non s'intese nelle fila dei prodi miei fratelli d'armi.

Si approfittò della stazione in Rieti per l'istruzione dei legionari — e si presero alcune misure di difesa allafrontiera, per guardarla contro i tentativi del Borbone, già smascherato, ed in aperta reazione contro la libertà Italiana —

Eletto dai Maceratesi a deputato, fui chiamato a Roma, per far parte dell'assemblea costituente — ed il dì otto febbrajo 1849 — ebbi la fortuna, uno dei primi — alle 11 della sera, di proclamare colla quasi unanimità, quella Republica di sì gloriosa memoria, e che sì presto dovea essere schiacciata dal gesuitismo collegato come sempre all'Autocrazia Europea —

Era l'8 febbrajo 1849 — ed io, addolorato dai reumatismi, ero trasportato sulle spalle del mio ajutante Bueno — nelle sale della assemblea Romana — l'8 di febbrajo 1846 quasi alla stess'ora, passavano sulle mie spalle, non pochi feriti, dei prodi nostri legionari, sul glorioso campo di battaglia di S. Antonio — e si adagiavano a cavallo per imprendere l'ardua, ma bella ritirata verso il Salto.

Ora assistevo alla rinascita del gigante delle Republiche! la Romana! Sul teatro delle maggiori grandezze del mondo! Nell'Urbe! Che speranze, che avvenire! Non eran dunque sogni, quella folla d'idee, di vaticini, che avean fantasticato nella mia mente dall'infanzia — nella mia immaginazione di diciotto anni — quando per la prima volta, vagai tra le macerie dei superbi monumenti della Città eterna — quelle speranze di risorgimento patrio — che mi fecero palpitare nel folto delle foreste Americane e nelle tempeste degli Oceani — che mi guidarono al compimento de' miei doveri, verso i popoli oppressi — soffrenti!

Lì — liberamente, nell'aula stessa ove si adunavano i vecchi tribuni della Roma dei Grandi — eravamo adunati noi — non indegni forse degli antichi padri nostri — se presieduti dal genio — ch'essi ebbero la fortuna di conoscere, e di acclamare sommo! E la fatidica voce di Republica risuonava nell'augusto recinto — come nel dì che ne furono cacciati i re per sempre!

Domani dal Campidoglio — nel Foro — sarà acclamata la Republica, dal popolo soffrente per tanti secoli — ma che non dimenticò: esser egli il discendente del grandissimo popolo!

Fratanto i millantatoriChauvinsd'oltr'Alpe — aveano assicurato: che gl'italiani non si battono — che non meritano d'esser liberi — e marciavano guidati dai preti, ad ingannare e distruggere la Republica Romana —

L'unione Italiana spaventa l'Europa autocratica, e gesuita — massime i nostri occidentali vicini — i di cui dottrinari predicano come incontestabile, e leggitima dominazione, quella del Mediterraneo — non considerando: che tante sono le nazioni affluenti — che di loro vi hanno più diritto —

Per le sciagurate nostre discordie, toglier ci ponno dal seno delle nostre famiglie, e dilapidare le sostanze nostre — colla ipocrisia del gesuita a cui si sono legati — ma non ci torranno il diritto di scaraventar loro in faccia il fallace procedere — e di far loro confessare almeno: che han paura di vederci stringere l'antico e terribile fascio!

Oggi, essi sono, come noi, vassalli di quella parodia d'imperatore che li governa — che s'impone a tutti cotesti nostri Signorotti, e la di cui dominazione scellerata, sarà finalmente rovesciata nella polve dalla spada dell'eterna giustizia —

Da Roma ritornai a Rieti, dopo la proclamazione della Republica Romana, e verso la fine di Marzo ebbi ordine di marciare per Anagni colla legione — In Aprile si seppe: esser i Francesi in Civitavecchia; e dopo aver occupato quella città marittima — che si poteva difendere senza l'inganno degli uni — e l'imbecillità degli altri — si conobbe la loro intenzione di marciar su Roma.

Verso quel tempo era giunto nella capitale il generale Avezzana, ed assunse il Ministero della guerra — Io non conoscevo personalmente Avezzana, ma dalle informazioni avute sul suo carattere, e la sua vita militare, in Spagna, ed in America, io ne avea concepito alta stima — e la sua comparsa alla direzione di quel dipartimento, mi colmò di speranze e non m'ero ingannato — La prima prova l'ebbi, nell'invio di cinquanta fucili nuovi — non avendo, sino a quel momento, potuto ottenerne un solo — ad onta di reiterate domande —

Non tardò a giungere l'ordine di marciare su Roma — minacciata dai soldati di Bonaparte —

Inutile dire: se si marciava volentieri, alla difesa della città a grandi memorie — La legione era di circa mille duegento uomini — noi eravamo partiti da Genova in sessanta — È vero che avevamo percorso un buon tratto d'Italia — ma se si osserva: che ovunque erimo stati rigettatti dai governi — calunniati, come solo sanno calunniare i preti — miseri..... sino agli estremi bisogni — e per lamaggior parte del tempo senz'armi — tutte mancanze, che disgustano certo i volontari — e ne ritardavano l'organizzazione — Con tante contrarietà si poteva quindi esser soddisfatti del numero raggiunto — Giunsimo in Roma, ed ebbimo quartiere in S. Silvestro — convento abbandonato, da monache —

2º periodo 1849.

La permanenza della Legione in S. Silvestro — fu di breve durata — ed ebbimo, all'altro giorno, l'ordine di accampare sulla piazza del Vaticano — e quindi di guarnire le mura da Porta S. Pancrazio a porta Portese — Era imminente l'avvicinamento dei Francesi, e bisognava prepararsi a riceverli.

Il 30 Aprile doveva illuminare la gloria dei giovani ed inesperti difensori di Roma — e la fuga vergognosa dei soldati dei preti e della reazione —

Il sistema di difesa del generale Avezzana, era degno di quel veterano della libertà — Egli con attività instancabile, avea proveduto ad ogni cosa, e trovavasi su tutti i punti, che potevano abbisognare della di lui presenza —

Incaricato della difesa da S. Pancrazio e Portese — io avevo stabilito fuori di quelle porte — dei forti posti avanzati — aprofitando perciò dei dominanti palazzi di Villa Corsini (quattro venti), Vascello — ed altri punti adeguati alla difesa —

Osservando le imponenti posizioni di quei fabricati, era facile dedurne: che conveniva non permetterne il possesso al nemico — e che una volta perduti — difficile, ed impossibile sarebbe riuscita la difesa di Roma —

Nella notte che precedeva il 30 Aprile — io, non solo mandai esploratori sulle due strade, che conducevano alle porte da noi guardate — ma due piccoli distaccamenti ebbero ordine d'imboscarsi — sull'orlo della via — in distanza da poter cogliere almeno, alcuni esploratori nemici —

Al far del giorno, io avevo davanti a me, in ginocchio,un soldato nemico di cavalleria, chiedendomi la vita. Io confesso: che per insignificante che fosse, l'acquisto d'un prigioniero — me ne allegrai, ed augurai bene della giornata — Era la Francia inginocchiata, facendo ammenda onorevole per la vergognosa ed indegna condotta de' suoi governanti —

Il prigioniero era stato fatto dal distaccamento, agli ordini del giovane Nicese, Ricchieri — con molta bravura e sangue freddo — Una squadra di esploratori nemici, era stata posta in fuga dai nostri — ed i fuggenti, benchè superiori in numero — abbandonarono anche alcune armi —

Conoscendo l'avvicinamento d'un nemico, è sempre proficuo eseguire alcune imboscate sulle strade ch'egli deve percorrere per avvicinarsi — Vi sono due vantaggi quasi sicuri: il primo di conoscere ove ha raggiunto la testa di collonna nemica; il secondo, di acquistare alcuni prigionieri —

Intanto dalle dominanti alture di Roma, scoprivasi l'esercito nemico che si avvicinava con precauzioni e lentamente — Seguiva la via che viene da Civitavecchia a Porta Cavalleggieri — marciando in collonna — Giunto a tiro di cannoni, stabilì alcuni pezzi di artiglieria in punti dominanti — e spiegò alcuni corpi che marciarono risolutamente all'assa[l]to delle mura —

Era veramente disprezzante il modo d'attaccare del generale nemico: don Quisciotte all'assalto dei molini a vento — Egli attaccò non in altra guisa — che se non vi fossero stati baluardi — o se questi fossero stati guerniti con bimbi — Veramente per sbaragliare quattrobrigands d'Italiens— il generale Oudinot virgulto d'un maresciallo del primo impero — non avea creduto necessario: procurarsi una carta di Roma. Egli però, s'accorse ben presto ch'erano uomini che difendevano la loro città contro mercenari — che avevano il solo nome di Republicani — e cotesti prodi figli d'Italia, dopo d'aver lasciato, con molta calma, avvicinar il nemico — lo fulminarono con fuoco di moschetti, di cannoni — e ne distesero non pochi, di coloro che più s'erano avanzati —

Dall'alto dei Quattro venti, io avevo osservato l'attacco del nemico — ed il bel ricevimento fatto dai nostri di porta Cavalleggieri — e dalle mura attigue — Un attacco sul fianco destro nemico, mi sembrò cosa da non disprezzarsi — e vi spinsi due compagnie che lo posero in molta confusione — Sopraffatte però da un numero assai superiore dinemici — esse furono obligate di ripiegarsi sulle posizioni di sostegno — cioè dei casini esterni di quella parte di Roma —

In quel primo incontro, ebbimo a deplorare la perdita del prode Capitano Montaldi —

Chi ha conosciuto Goffredo Mameli, ed il Capitano De Cristoforis — si farà un'idea di Montaldi — Lo stesso fisico, e l'anima stessa — Montaldi assisteva ad un combattimento, comandando i suoi militi — collo stesso sangue freddo che al campo di manovra — od in una conversazione, con un crocchio di amici —

Egli non avea forse, tanta istruzione — quanto i due prodi campioni della libertà Italiana summentovati — ma la stessa intrepidezza, lo stesso valore — e lo stesso genio — Che stoffa da generale! Di cui l'Italia conserva sempre la stampa — ed a cui essa deve affidare i suoi figli — nel giorno del giudizio di alcuni prepotenti — o del lavacro d'alcun oltraggio.

Egli fece parte della legione Italiana di Montevideo — dal principio della sua formazione — essendo giovanissimo allora — ma partecipò ad innumerevoli combattimenti, colla consueta bravura — e fu dei primi ad iscriversi tra coloro che da Montevideo — varcavano l'Oceano per venir a servire la causa patria — Genova può con orgoglio incidere il nome di Montaldi, accanto a quello del suo vate guerriero: Mameli —

I Francesi giunti sotto le nostre posizioni dei Casini — furono ricevuti dai fuochi incrociati dei nostri posti — e si fermarono coprendosi dietro le accidentalità del terreno — e dietro ai muri delle numerose ville dei dintorni — e di là sparando a tutta possa —

In tale stato durò alquanto il combattimento; ma giunti, a noi rinforzi da dentro, si caricò il nemico con vigore, che perdette mano mano terreno — sinchè volto in precipitosa ritirata — Il cannone dalle mura ed una sortita dei nostri da porta Cavalleggieri, complottarono la vittoria — Il nemico lasciò alquanti morti — e varie centinaja di prigionieri — ritirandosi sconquassato, e senza fermarsi sino a Castel Guido —

Al prode generale Avezzana, che avea organizzata la difesa si deve il principale onore della giornata — Egli instancabile mostravasi durante la pugna — ovunque più ferveva — ed animava colla voce, e colla maschia sua presenza, i nostri giovani militi —

Il generale Bartolomeo Galletti, colla sua legione Romana — ci furon compagni durante l'azione — e contribuirono assai alla vittoria — così il generale Arcioni con un corpo da lui comandato — benchè giunti tardi, cooperarono alla sconfitta del nemico — e fecero pure buon numero di prigionieri —

Un battaglione di giovani Universitari, ed altre frazioni di corpi, agregati alla legione durante la pugna si comportarono pure egregiamente —

Un collonnello Haug Prussiano — lo stesso che fu generale con noi nel 66 — mi servì in tutta la fazione, da ajutante di campo, con molto valore, e sangue freddo — Marrocchetti, Ramorino, Franchi, Coccelli, Brusco (Minuto), Peralta — e tutti i miei compagni di Montevideo — sostennero la loro riputazione di bravura — sì giustamente acquistata —

I valorosi Masina, Daverio, Nino Bonnet — ed altri prodi, di cui vorrei ricordare i nomi — ebbero un contegno brillante —

Questo primo fatto d'armi, contro truppe aguerrite — rialzò molto il morale dei nostri legionari — e ben lo provarono nei susseguenti —

Il giorno che seguì l'attacco dei Francesi — io ebbi ordine di osservarli — e mossi colla legione, ed alcuna cavalleria verso Castel Guido — ove stettimo parte della giornata in vista del nemico —

Verso il pomeriggio giunse un medico Francese parlamentare — e lo inviai al governo —

Il generale Oudinot sentendosi debole per l'attacco di Roma, cercò di temporeggiare con trattative diplomatiche — aspettando intanto rinforzi dalla Francia — Noi avressimo potuto, profittando della sua debolezza e della sua paura, riccacciarlo in mare — e poi avressimo fatto i conti —

In Maggio ebbero luogo i due fatti d'armi di Palestrina, e di Velletri — In ambi la legione si coprì di gloria —

Giunti in Palestrina i soldati del Borbone di Napoli — che da tempo avevano invaso il territorio Romano — in combinazione con Francesi, Austriaci, e Spagnuoli — ci attaccarono, e furono complettamente respinti — Vi si distinsero Manara co' suoi prodi bersaglieri — Zambianchi, Marrocchetti, Masina, Bixio, Daverio, Sacchi, Coccelli, ecc. — A Vellettri, ove comandava il generale in capo Roselli, fu alquanto più serio il combattimento, per trovarsi il re di Napoli in persona con tutte le forze del suo esercito — e noi con circa otto milla uomini d'ogni arma —

GARIBALDI NEL 1849.

GARIBALDI NEL 1849.

Partiti da Roma per porsi alle spalle dell'esercito Napoletano — seguimmo la via di Zaccarolo a Monte Fortino — Io ero destinato dal generale Roselli, al comando del corpo di battaglia — ma trovandosi di vanguardia il collonnello Marrocchetti, colla legione Italiana — a me specialmente attacata, sin dal principio della sua formazione — e composta per la maggior parte de' miei vecchi fratelli d'armi — e marciai quindi colla vanguardia — raccogliendo, dagli abitanti, notizie del nemico, che facevo pervenire al quartier generale principale —

Dalle notizie raccolte con cura, io potei dedurre: esser il nemico in via di ritirata, e non m'ingannai — Giunto colla vanguardia sulle alture che dominano Vellettri verso Monte Fortino, feci fare alto, e riconoscendo il terreno — feci spiegare la legione a destra e sinistra della strada che conduceva a Vellettri — Il terzo reggimento di linea appartenente anche alla vanguardia — rimase parte in collonna di riserva sulla strada, ed alcune compagnie scaglionate destra e sinistra nelle vigne laterali che dominavano la stessa strada incassata — Due pezzi d'artiglieria furon collocati in dietro del terzo reggimento, su d'una posizione dominante — e che infilava la strada — La cavalleria di Masina, parte in avanti come esploratori, e parte in riserva —

Il nemico avea fatto marciare verso Napoli, per la via Appia, i bagagli, e la grossa artiglieria — ma avendo ancora la maggior parte delle sue forze in Vellettri — e informato del piccolo numero delle nostre che le stavano a fronte — volle almeno tentare una riconoscenza — Fece avanzare quindi una collonna sulla strada, alla nostra direzione, sostenuta e coadjuvata da forti linee di tiratori sui fianchi nelle vigne — ed attaccò i nostri avamposti — che spinse con molta furia, e rovesciò sul grosso nostro —

Una vanguardia della sua cavalleria, aveva caricato, per la strada, i pochi cavalieri nostri che si trovavano sulla stessa in esploratori — e per sostenerli io feci caricare i cavalieri nemici dalla piccola nostra riserva di cavalleria — che bravamente li rispinsero — Ma giunta questa sul ciglione della collina, nella stessa strada, s'incontrò colla testa di collonna principale, che spuntava marciando contro di noi; e naturalmente retrocesse ricaricata dai cavalieri Borbonici — Siccome i nostri cavalli eran per la maggior parte giovani, e non aguerriti essi vennero in dietro in tuttafuria; ciocchè sembrandomi poco decente, in presenza di tanti amici e nemici — io commisi l'imprudenza d'attraversar il mio cavallo per frenar la carriera dei nostri — e così fecero alcuni ajutanti miei ed il mio prode nero assistente Andrea Aguiar —

In un momento nel sito da me occupato — si vide un mucchio d'uomini e cavalli rovesciati — Incapaci di frenare i loro cavalli, i cavalieri nostri — diedero con tanta furia su di noi, che ci rovesciarono, e caddero loro stessi, formando così un monticino informe in quella strada incassata — ove sarebbe stato impossibile ad un solo fante di transitare — tanto era ingombra —

I cavalieri nemici giunsero a sciabolarci — e fummo salvati dalla confusione in cui ci trovavamo — Subito dopo poi, i legionari nostri schierati nelle vigne destra e sinistra della strada — alla voce dei loro ufficiali — caricarono energicamente il nemico, lo respinsero, e ci tolsero da quel desolante impiccio — Una compagnia di ragazzi che avevo alla mia destra — vedendomi caduto, si scagliarono sui nemici da furibondi — Io credo: dovetti, principalmente, la mia salvezza a quei valorosi giovani — poichè, essendomi passati, cavalieri e cavalli sul corpo, io n'ero rimasto contuso al punto di non potermi movere —

Rialzato finalmente con molta fatica, io mi tastavo le membra per sentire, se ve n'era alcuno rotto —

La carica dei nostri, sulla destra ch'era la dominante — e quindi la chiave della posizione — condotta dai prodi Masina e Daverio — fu spinta con tanto impeto, che poco mancò, non entrassero i nostri mischiati ai nemici dentro Vellettri —

Più vicini alla città, io potei assicurarmi vieppiù, che le disposizioni del nemico, erano per la ritirata — Oltre alle notizie ch'io avevo raccolto — della marcia del bagaglio e grossa artiglieria — vedevo chiaramente la cavalleria nemica, ordinata in scaglioni — al di là di Vellettri, lateralmente alla via Appia — cioè su di quella per cui doveva ritirarsi.

Fratanto io inviavo rapporto d'ogni cosa al generale in capo — ma sventuratamente trovavasi il corpo d'esercito nostro, trattenuto in dietro, verso Zaccarolo — aspettando i viveri che tardavano a giungere da Roma — Io all'incontro — avevo fatto mangiar la gente, cammin facendo — avendofatto ammazzare dei bovi — che si trovavano in abbondanza, nelle ricche tenute contigue appartenenti a cardinali[75]—

Finalmente il generale in capo — e le prime teste di collonne nostre, giunsero verso le 4 p.m. — avendo noi combattutto nelle prime ore del giorno —

Molto durai a far credere alla ritirata del nemico — ma invano — Nonostante il generale Roselli — ordinò al suo arrivo un attacco di riconoscenza — e fece, dopo, prendere alla truppa, le disposizioni idonee per l'assalto nella mattina seguente — Ma il nemico trovò a proposito di non aspettare il nostro comodo — e sgombrò Vellettri nella notte — facendo scalzare i soldati — e fasciare le ruote dei cannoni — per poter ritirarsi con più silenzio —

All'alba si seppe: esser la città sgombra — e dalle alture di questa — scoprivasi il nemico ritirandosi velocemente per la via Appia verso Terracina e Napoli — Da Vellettri il corpo nostro principale si ritirò a Roma — col generale in capo — ed io ebbi ordine da questo d'invadere lo Stato Napoletano, per la via d'Anagni, Frosinone, Ceprano, e Rocca d'Arce, ove giunsi coi bersaglieri Manara che facevano la vanguardia — Il reggimento Masi, la legione Italiana, e poca cavalleria seguivano il movimento —

Il prode collonnello Manara, che faceva la vanguardia co' suoi bersaglieri, perseguì il generai Viale che comandava un corpo di nemici — e che non si fermò un sol momento, per riconoscere chi lo perseguiva. A Rocca d'Arce, ci giunsero varie deputazioni de' paesi circonvicini — che venivano a salutarci quali liberatori — ed a sollecitare l'entrata nostra nel regno, ove promettevano generale simpatia ed adesione.

Vi sono dei momenti decisivi nella vita de' popoli —come in quella degli individui — e codesta fu occasione solenne e decisiva — Vi voleva del genio —

Io opinavo, e mi preparavo a seguire per S. Germano, ove saressimo giunti con poca fatica, e nessun ostacolo — Là nel cuore degli Stati borbonici — alle spalle degli Abruzzi — le di cui forti popolazioni — erano dispostissime a pronunciarsi per noi —

La buona volontà delle popolazioni — la demoralizzazione dell'esercito nemico, battutto in due incontri — e che sapevo in disposizione di scioglimento — desiderando i soldati tornare alle loro case — l'ardore de' miei giovani militi, vittoriosi in tutte le pugne sin lì combattutte — e disposti perciò a battersi come leoni, senza contare il numero de' nemici — la Sicilia non doma ancora — incorata dalle sconfitte de' suoi oppressori — Tutto infine, presagiva molta probabilità di successo, nello spingersi audacemente avanti — Ebbene un ordine del governo Romano ci richiamava a Roma — minacciata nuovamente dai Francesi — Per palliare tale atto d'intempestiva debolezza — e tale errore — mi si lasciava l'arbitrio, tornando a Roma di costeggiare gli Abruzzi —!

Se chi mi chiamava a ripassare il Ticino in 1848, dopo la capitolazione di Milano — e che non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera — ma me li faceva disertare, anche dopo la vittoria di Luino — facendomi dire da Medici: che loro avrebbero fatto meglio! Se colui che dietro il mio parere, mi lasciava marciare e vincere a Palestrina — Se egli, poi, non so per qual motivo, mi facea marciare a Vellettri — agli ordine del generale in capo Roselli — Se Mazzini infine, il di cui voto era assolutamente incontestabile — nel Triumvirato — avesse voluto capire: che anch'io dovevo sapere qualche cosa di guerra — avrebbe potuto lasciarlo il generale in capo a Roma, incaricarmi solo dell'impresa seconda, come lo era stato della prima — e lasciarmi invadere il regno Napoletano il di cui esercito sconfitto trovavasi nell'impossibilità di rifarsi — e le di cui popolazioni ci aspettavano a braccia aperte — Che cambiamento di condizioni! Che avvenire — presentavansi davanti all'Italia, non ancora scoraggita dall'invasione straniera!

In vece di ciò, egli chiama le forze tutte dello stato, dalla frontiera borbonica a Bologna — e le riconcentra su Roma, per presentarle così in un solo boccone al tiranno della Senna — a cui se non bastavano i suoi quaranta millauomini ne avrebbe mandato cento milla, per annientarci in una volta sola —

Chi conosce Roma, e le sue diciotto miglia di mura, sa molto bene: esser impossibile difenderla con poche forze, contro un esercito superiore in numero ed in ogni specie di materiale di guerra — com'erano i Francesi nel 1849 —

Non, tutte alla difesa della capitale — dovevano dunque impiegarsi le forze dell'esercito Romano — ma internarne la maggior parte nelle posizioni inespugnabili di cui abbonda lo stato — chiamare le popolazioni tutte alle armi — lasciarmi continuare la mia marcia vittoriosa nel cuore del regno — e finalmente dopo d'aver mandato fuori, quanto si poteva — i mezzi di difesa — uscire lo stesso governo, e stabilirsi in situazione centrale, e difendibile —

È vero: che nello stesso tempo dovevansi prendere alcune misure di salute publica contro l'elemento prete — che non si presero — e che si lasciò, per dei riguardi malintesi, onnipotente a congiurare, tramare, e finalmente contribuire alla caduta della Republica — ed alle sventure d'Italia —

¿Chi sa quali sarebbero stati i risultati delle misure salvatrici suddette? Cadendo, se cader si doveva — saressimo caduti almeno, dopo d'aver fatto il possibile, il dovere — e certamente dopo l'Ungheria e Venezia!

Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d'Arce, vedendo di che modo si maneggiava la causa nazionale — e prevedendo inevitabile rovina — io chiesi la dittattura — e chiesi la dittattura, come in certi casi della mia vita, avevo chiesto il timone d'una barca — che la tempesta spingeva contro i frangenti —

Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati! Però, il 3 giugno cioè pochi giorni dopo — quando il nemico che li aveva illusi — s'era impadronito delle posizioni dominanti la città — e che noi tentavamo — ma inutilmente — di riprendere, a costo di prezioso sangue — allora dico: il capo dei triumviri — mi scriveva: offrendomi il posto di generale in capo — Io ero impegnato al posto d'onore, e trovai bene di ringraziarlo — e continuare nella sanguinosa bisogna di quell'infausta giornata.

Oudinot avendo ricevuto quanti rinforzi abbisognava, dalle trattative con cui aveva addormentato il governo della Republica — si dispose a passare ai fatti — ed anunciò a Roma, ch'egli ripiglierebbe le ostilità il 4 di giugno — edil governo fidò alla parola del fedifrago soldato di Bonaparte —

Da Aprile che durava il pericolo sino a giugno — a nessun opera di difesa s'era pensato — massime nei posti importanti e dominanti di fuori — che sono la chiave di Roma — Ed io ricordo: che il 30 Aprile dopo la vittoria — il generale Avezzana ed io — in una conferenza aiquattro venti— avevamo deciso di fortificare cotesta eminente posizione — ed alcune altre laterali poco meno importanti — Ma il generale Avezzana, era stato mandato ad Ancona — ed io occupato ad altre faccende —

Poche compagnie, trovavansi fuori porta S. Pancrazio, e porta Cavalleggeri — come posti avanzati, essendo il nemico da quella parte verso Castel Guido e Civitavecchia — Io ero tornato da Vellettri — e lo confesso: addolorato per l'andamento rovinoso della causa del mio povero paese — La legione occupava S. Silvestro e non si pensava che a lasciar riposare i militi, dalle fatiche della campagna —

Oudinot che avea fatto l'intimazione per il 4 Giugno — trovò meglio di attaccare per sorpresa nella notte del 2 al 3 — Le ore antimeridiane di quella notte — ci svegliarono al suono di fucilate e cannonate verso porta S. Pancrazio — Si battè l'allarme, e benchè molto stanchi — i legionari furono in un momento sotto le armi — ed in marcia verso il rumore del combattimento — I nostri che guarnivano i posti esterni, erano stati vigliacamente sorpresi, massacrati o prigionieri; ed il nemico era già padrone, delle dominanti posizioni dei Quattro venti ed altre — quando noi giunsimo a Porta S. Pancrazio —

Senza indugio — sperando: non fosse ancora fortemente occupato — io feci attaccare il casino dei Quattro venti — Là sentivo esser la salvezza — se nostro — o la perdita di Roma, se rimaneva in potere del nemico — e fu attaccato quel punto — non con bravura — ma con eroïsmo, dalla prima legione Italiana al principio — dai bersaglieri di Manara poi — e finalmente da vari altri corpi, successivamente, e sempre sostenuti dalle artiglierie delle mura — sino a notte chiusa —

Il nemico conoscendo l'importanza della posizione suddetta — l'avea occupato con forte nerbo delle migliori sue truppe — ed invano noi tentammo con molti assalti de' nostri migliori per impadronirsene —

Gl'Italiani condotti dal valoroso Masina — entrarono nellostesso Casino, e vi combatterono corpo a corpo coi Francesi — facendo piegare a molte riprese gli aguerriti soldati d'Africa — Vi s'impegnò una mischia tremenda — ma la superiorità numerica del nemico, era troppo forte — e forze imponenti fresche alternandosi successivamente, facevano inutili gli eroici sforzi dei nostri —

Mandai in sostegno della legione Italiana il corpo di Manara, compagno nostro di gloria in tutte le pugne — poco numeroso, ma valorosissimo, ed il meglio organizzato e disciplinato di Roma — La lotta durò un pezzo nella posizione — ma finalmente soprafatti dal numero, sempre crescente — i nostri furono obligati alla ritirata —

Quel combattimento del 3 Giugno 1849 — uno de' più gloriosi per le armi Italiane, durò dall'aurora alle ore prime della notte — Vari furono i tentativi per riprendere il casino dei Quattro venti — e micidiali tutti — Nella sera al bujo, io feci tentare l'assalto da alcune compagnie fresche del Reggimento Unione, sostenute da altre — Esse, con molta intrepidezza giunsero al casino — e v'impegnarono zuffa terribile — ma troppa era la calca del nemico — e quei prodi dopo d'aver perduto il loro comandante — e gran parte della gente, furon pure obligati di retrocedere — Masina, Daverio, Peralta, Mameli, Dandolo, Ramorino, Morosini, Panizzi, Davide, Melara, Minuto! che nomi!..... e tanti altri eroi che non ricordo — furon le vittime dei preti, e dei soldati d'una Republica fratricida — ¿Roma libera dalla negromanzia e dai ladri — lo erigerà un monumento a cotesti superbi figli d'Italia sui frantumi del mausoleo eretto dai preti allo straniero depredatore ed assassino?

La prima legione Italiana che contava apena mille uomini, perdette ventitrè ufficiali — quasi tutti morti — Molti il corpo di Manara, ed il reggimento Unione — che avevano combattutto con pari valore — senza contare ufficiali d'altri corpi ch'io non ricordo —

Il 3 giugno decise della sorte di Roma — I migliori ufficiali, e sott'ufficiali eran morti o feriti — Il nemico era rimasto padrone della chiave di tutte le posizioni dominanti — e fortissimo com'era di numero e d'artiglierie — vi si stabilì solidamente — siccome nei punti forti laterali, ottenuti per sorpresa e tradimento — e cominciò i suoi lavori regolari d'assedio — come se avesse avuto da fare con una piazza forte di prim'ordine — Ciocchè prova: aver egli incontrato degli Italiani che si battevano —

Passerò sopra i lavori d'assedio, parallelle, batterie di breccia — bombardamento co' mortaj, ecc. — Tuttociò, lo credo assai minuziosamente raccontato da molti e non potrei io farlo con molta esatezza, mancando in questo momento di dati, e documenti, che potrebbero servirmi a tale narrazione —

Ciocchè posso assicurare però, si è: che contro un esercito aguerrito, d'assai superiore in numero — meglio organizzato, e con immensi mezzi — i nostri giovani militi, hanno combattutto molto lodevolmente da Aprile a Luglio —

Il terreno fu difeso palmo a palmo — in ogni posizione — e non vi fu un solo esempio di fuga davanti a sì formidabile nemico, nè uno scontro, in cui si cedesse alla forza ed al numero — senza combattimenti omerici —

Come dissi: i corpi eran menomati dei migliori ufficiali e militi — Nei corpi di linea — cioè antichi papalini — alcuni s'eran ben comportati da principio — ora, vedendo andare a rompicollo ogni cosa — presentavano quell'aspetto inerte e di mala voglia, che precede la diffidenza od il tradimento — ciocchè manifestavano gesuiticamente, secondo la scuola dei preti — colla resistenza ai servizi loro comandati —

Ufficiali superiori, particolarmente, che speravano nella ristaurazione papale — e che il governo della Republica non avea voluto o saputo eliminare — non solo opponevano resistenza ai comandi — ma suscitavano la svogliatezza in tutti gli ordini delle loro milizie — ciocchè al prode e bravo Manara, mio capo di Stato maggiore, cagionava degli immensi dissapori — ed era nello stesso tempo precursore non dubbio di rovina —

Si tentò una sortita di notte — ma un panico tra coloro che marciavano in testa — comunicandosi in tutta la collonna annullò intieramente l'impresa — Dei punti esterni se ne tenevan più pochi — per mancanza di forze sufficienti a guarnirli — Il Vascello solo si sostenne fino all'ultimo per la bravura di Medici e della sua gente — e quando si abbandonò alla fine, non rimaneva di quell'esteso edifizio, che un mucchio di macerie —

La situazione si faceva più difficile ogni giorno — Il nostro valoroso Manara incontrava sempre maggiori difficoltà per ottenere il servizio di posti e di linea — indispensabile per la sicurezza comune — ed il difetto di tale servizio contribuì certamente, alla facile entrata delle breccie,già praticate coi cannoni dai mercenari di Bonaparte — Esse furono superate di notte, e con pochissime perdite, perchè mal guardate —

Se Mazzini — e non si deve incolpare ad altri — avesse avuto la capacità pratica — com'era prolisso nel progettare movimenti ed imprese — e se avesse poi ciocchè pretese sempre di avere, il genio di dirigere le cose di guerra — se di più, egli si fosse tenuto ad ascoltare alcuni de' suoi, che dai loro antecedenti, si potevan supporre conoscitori di qualche cosa — egli avrebbe commesso meno errori — e nella circostanza che sto narrando, avrebbe potuto senò salvare l'Italia almeno ritardare la catastrofe Romana indefinitamente — e ripeto forse: avrebbe potuto lasciar Roma, fregiata dell'onore d'esser caduta l'ultima, cioè: dopo Venezia e l'Ungheria —

Il giorno prima della sua morte gloriosa — Manara era stato mandato da me a Mazzini, per suggerirli di sortire da Roma — e marciare con tutte le forze disponibili — materiali, e mezzi che non eran pochi — verso le forti posizioni degli Apennini — E non so perchè ciò non si fece! La storia non manca di antecedenti di tali risoluzioni salvatrici — Una, l'ho testimoniata io, nella Republica del Rio-grande — Un'altra degli Stati-Uniti d'America — e di non lontana data — Che non fosse possibile, non è esatto — giacchè io sono uscito da Roma pochi giorni dopo — con circa quattro milla uomini, senza incontrare ostacoli — I rappresentanti del popolo — per la maggior parte giovani ed energici patriota — amati nei loro dipartimenti — potevano inviarsi negli stessi — suscitare il patriottismo delle popolazioni — e così tentare ancora la fortuna —

Invece si disse: che la difesa diventava impossibile e i rappresentanti rimanevano al loro posto —

Risoluzione coraggiosa che onorava gli individui; ma mediocre per il decoro e l'interesse della patria — non lodevole, quando rimanevano ancora molti armati per combattere — e che tuttora pugnavano contro i nemici dell'Italia, l'Ungheria e Venezia —

Intanto si aspettava l'ingresso dei Francesi, per consegnar loro le armi — che dovevano servire a prolongar un doloroso, e vergognoso periodo di servaggio — Io contando su d'un pugno di compagni — pensai di non sottomettermi, prender la campagna — e tentare ancora la sorte —

Il Sig. Cass Ambasciatore Americano (2 Luglio 1849)conoscendo lo stato delle cose — mi fece dire: che desiderava parlarmi — Io fui da lui che trovai in istrada — Egli, gentilmente mi disse: esservi una corvetta Americana in Civitavecchia a mia disposizione, se desideravo imbarcarmi con quei compagni che potevano esser compromessi —

Io risposi a lui: ringraziare il generoso rappresentante della grande Republica — ma esser disposto di sortire da Roma, con coloro che volevano seguirmi — e tentare ancora la sorte del mio paese ch'io non credevo disperata — Mi avviai in seguito verso piazza S. Giovanni, per ragiungere la mia gente, cui avevo dato ordine di marciare a quella direzione, e prepararsi alla sortita —

Giunto su quella piazza trovai la maggior parte dei miei, ed il resto veniva arrivando — Molti individui di differenti corpi, indovinando il divisamento nostro, ed altri avvertiti, giungevano pure a riunirsi — per non sottomettersi all'umiliazione di depor le armi a' piedi dei soldati di Bonaparte, guidati dai preti —

2º periodo.

La mia buona Anita, ad onta delle mie raccomandazioni per farla rimanere — avea deciso d'accompagnarmi —

L'osservazione ch'io avrei da affrontare una vita tremenda di disagi, di privazioni, e di pericoli — frammezzo a tanti nemici — era piutosto di stimolo alla coraggiosa donna — ed invano osservare ad essa, il trovarsi in istato di gravidanza —

Essa giunse in una prima casa, e pregò una donna di reciderli i capelli, si vestì da uomo, e montò a cavallo —

Dopo d'aver investigato dall'alto delle mura — per vedere se alcun corpo nemico, si trovava sulla strada da percorrersi, io davo l'ordine di marcia per la via di Tivoli — disposti a combattere qualunque nemico che avesse voluto fermarci —

La marcia seguì senza ostacoli — e si giunse a Tivoli la mattina del 3 Luglio — A Tivoli si pensò di organizzarealla meglio, tutti i frammenti di corpi, che componevano la mia piccola brigata —

Sin qui le cose non andavano tanto male — La maggior parte de' migliori miei ufficiali mi mancava — morti o feriti: Masina, Daverio, Manara, Mameli, Bixio, Peralta, Montaldi, Ramorino, e tanti altri — ma alcuni rimanevano ancora: Marrocchetti, Sacchi, Cenni, Coccelli, Isnardi — e se lo spirito della generalità: popolo e militi, non fosse stato tanto depresso — avrei potuto per molto tempo fare una bella guerra — e porger occasione alle genti Italiane, rivenute dalla sorpresa e dall'abbattimento, di scuotere il giogo di depredatori stranieri; ma così non fu sventuratamente!

Io m'accorsi ben presto che non c'era voglia di continuare nella gloriosa e magnifica impresa che la sorte porgeva davanti a noi — Mossomi da Tivoli, verso tramontana per gettarmi tra popolazioni energiche, e suscitarne il patriotismo — non solo, non mi fu possibile riunire un sol uomo — ma ogni notte — come se avessero bisogno di coprire l'atto vergognoso colle sue tenebre — disertavano coloro che mi avean seguito da Roma.

Quando con me stesso, paragonavo la costanza e l'abnegazione di quelli Americani, con cui avevo vissuto — che privi d'ogni agio della vita, contentandosi d'ogni specie d'alimento — e sovente privi dello stesso — sostenevansi per molti anni nei deserti o nei boschi — facendo una guerra d'esterminio, piutosto che di piegar il ginocchio davanti alle prepotenze d'un despota, o d'uno straniero — Paragonando dico: quei forti figli di Colombo, cogli imbelli, ed effeminati miei concittadini — mi vergognavo di appartenere a questi degeneri nipoti del grandissimo popolo — incapaci di tener un mese la campagna — senza la cittadina consuetudine di tre pasti al giorno —

A Terni si riunì a noi il prode collonnello Forbes — Inglese, amante della causa Italiana, come il primo di noi — coraggioso ed onestissimo milite — egli ci ragiunse con alcune centinaja d'uomini ben organizzati —

Da Terni, seguimmo verso tramontana ancora — traversando l'Apennino, or da una parte, e poi dall'altra — ma nessuna popolazione rispondeva all'apello —

Per motivo delle frequenti diserzioni, rimanevano molte armi abbandonate — che si caricavano su muli — ma il numero strabocchevole delle stesse — e la difficoltà di trasporto — ci obligarono di lasciarle colle monizioni alladiscrezione di quelli abitanti che si credevan migliori, acciò le nascondessero — e le serbassero per il giorno in cui essi sarebbero stanchi di vergogne e di battitture —

Nella poco brillante nostra situazione — v'era nonostante di che andar superbi — Noi, avevamo lasciato le vicinanze di Roma e de' corpi Francesi, che inutilmente c'inseguirono per un pezzo — e ci trovammo poi impegnati tra corpi Austriaci, Spagnuoli, e Napoletani — quest'ultimi eran pure rimasti indietro —

Gli Austriaci ci cercavano dovunque — conoscendo senza dubbio lo stato nostro poco florido — e bramosi senza dubbio di accrescere la gloria acquistata a poco costo nel settentrione — e gelosi pure delle glorie Francesi — Che la nostra collonna, menomavasi ogni giorno, lo sapevano perfettamente dalle numerose spie — pretti — traditori indefessi di questa terra, che per sua sventura li tolera! I preti poi, padroni dei contadini e gente tutta della campagna — la più pratica, ed idonea per transitare di notte tempo — informavano minutamente i nostri nemici d'ogni cosa nostra, della situazione occupata — e d'ogni impreso movimento nostro —

Io all'incontro poco sapevo dei nemici — poichè la parte buona della popolazione era demoralizzata, impaurita, temente di compromettersi — dimodocchè, anche con oro, mi era impossibile di ottenere delle guide —

Guidati dovunque da esperti conduttori (ed ho veduto i preti stessi, col crucifisso alla mano, condurre contro di noi, i nemici del mio paese) — essi sempre ci trovavano, ad una cert'ora del giorno — essendo sempre di notte le nostre mosse — Ma ci trovavano generalmente in forti posizioni, e non ardivano di attaccarci — Ma ci stancavano e suscitavano la diserzione. Così durò per un pezzo — senza che il nemico, immensamente superiore di forze — fosse capace di attaccare e sconfiggere la piccola nostra collonna —

E ciò prova: quanto noi avressimo potuto oprare in vantaggio del nostro paese — se in luogo d'aver come sempre, i preti, e quindi i contadini nemici della causa nazionale, li avessimo avuti favorevoli — e suscitanti il patriotismo generale, contro stranieri dominatori e ladri —

Corpi di truppe come gli Austriaci, vittoriosi allora di fresco dalla battaglia di Novarra — e che avevano riconquistata tutta la parte settentrionale della penisola con solemarcie — quei corpi, più numerosi assai di noi, noi tenevamo a bada senza che osassero attaccarci —

Non si lusinghino i nostri concittadini sul conto degli uomini della campagna — Mentre essi saranno dominati dal prete, sorretti da un governo immorale — i contadini, come i preti saranno sempre disposti a tradire la causa nazionale — Il governo Italiano carico d'ogni colpa — più dei dottrinari — positivo pressente la situazione instabile del paese — e piutosto che apogiarsi sullo stesso ch'egli mal governa e ruba — e che potrebbe darli ad esuberanza uomini, e mezzi per combattere qualunque prepotente — il governo Italiano dico: si umilia a cercare alleanze al di fuori, ch'è sempre impossibile a trovar disinteressate —

Collo stato depresso dei cittadini come dissi: e quello ostile della campagna in mano ai preti — ben precaria diventava la condizione nostra — e presto noi sentimmo gli effetti della reazione rinascente, in tutte le provincie Italiane —

Nella notte io ero obligato di cambiar posizione — poichè era molto naturale che fermandomi più d'un giorno in quelle occupate — mi si agglomeravano i nemici — informatissimi d'ogni cosa — e più difficili diventavano i miei movimenti — Ed io non poteva ottenere una guida in Italia — mentre gli Austriaci ne abbondavano! Ciò serva agl'italiani che vanno a messa, ed a confessarsi — da quella bella roba nera che si chiaman scarafaggi!

Pochi — per conseguenza — episodi importanti succedettero sino a S. Marino — e non vi furono che alcune insignificanti scaramuccie cogli Austriaci —

Due prigionieri della cavaleria nostra, che andavano in esploratori — furon catturati dai contadini del vescovo di Chiusi — Da un vescovo capite bene — e se non erro: Chiusi ha ancora un vescovo oggi (1872) — Io reclamai quei miei prigionieri, che certamente credevo in pericolo, nelle ugna dei discendenti di Torquemada — e mi furon negati — Feci marciar allora, per rappresaglia, tutti i frati d'un convento alla testa della collonna — minacciando di farli fucilare, ma l'arcivescovo duro — fece sapere: che molta stoffa v'era in Italia per far dei frati — e non volle restituirmi i prigionieri — Credo poi di più: ch'egli desiderava l'eccidio di quei suoi soldati — per spacciarli poi alla canaglia — come tanti santi martiri — Io sciolsi i fratti allora —

Uno dei fatti più dispiacenti per me, in quella ritirata,erano le diserzioni, massime degli ufficiali — alcuni pure de' miei antichi compagni — I gruppi dei disertori, scioglievansi sfrenati per le campagne, e commettevano violenze d'ogni specie..... Eran soldati di Garibaldi!... Codardi nell'abbandonare vilmente la causa santa del loro paese — essi naturalmente scendevano ad atti osceni e crudeli cogli abitanti — ciò sommamente mi straziava, peggiorava ed umiliava non poco la già sventurata posizione nostra! ¿Come potevo io mandare dietro a quelle scellerate masnade — attorniato come mi trovavo dai nemici! Alcuni colti in flagranti erano fucilati — ma ciò poco rimediava — andando la maggior parte impuniti — La situazione divenuta disperata, io cercai d'arrivare a S. Marino — Avvicinatomi alla sede di quelli eccellenti Repubblicani, giunsemi una loro deputazione, ed avvendone avuto notizie, mi avanzai per conferire con essa — E mentre io mi trovavo conferendo colla deputazione di S. Marino — un corpo di Austriaci comparì nella nostra retroguardia — e vi cagionò confusione tale, che tutti presero a fuggire — quasi senza veder nemici — almeno la maggior parte —

Avvertito di tal contratempo — retrocessi, trovai la gente fuggendo — e la mia valorosa Anita, che col collonnello Forbes, facevano ogni sforzo per trattenere i fuggenti — Quella incomparabile donna incapace di qualunque timore, aveva lo sdegno dipinto sul volto — e non poteva darsi pace di tanto spavento, in uomini che poco tempo prima s'eran battuti valorosamente —

Qui io devo far menzione d'un piccolo pezzo nostro, d'artiglieria — che alcuni de' nostri prodi artiglieri di Roma, che tanto s'eran distinti nell'assedio — avean trascinato sin dal principio della nostra ritirata — Essi, con una costanza impareggiabile, senza cavalli ed attrezzi — con molta fatica, lo aveano condotto — per sentieri impraticabili e per montagne — In cotesto giorno di fuga, lo difesero per un pezzo da soli — perlasciati dagli altri — e non lo abbandonarono senonchè dopo d'averlo difeso sino all'estremo soccombendo la maggior parte di loro —

Quegli Austriaci assuefatti a spaventar gli Italiani fecero anche uso di quei famosi razzi — arma lor prediletta — che ci scagliavano con meravigliosa profusione — e che non ho mai veduto ferir un solo individuo — Spero: i miei giovani concittadini sapranno trattare col disprezzo che meritano, quei tali giocatoli, nel giorno, forse non lontano — incui insegneremo a quei nostri padroni del Tirolo — che l'aria meridionale delle Alpi è loro micidiale —

Giunti a S. Marino — io scrissi sul gradino d'una chiesa al di fuori della città l'ordine del giorno — espresso circa nei termini seguenti: «Militi, io vi sciolgo dall'impegno d'accompagnarmi — Tornate alle vostre case; ma ricordatevi che l'Italia non deve rimanere nel servaggio, e nella vergogna!»

Un'intimazione era giunta al governo della Republica di S. Marino da parte del generale Austriaco — con condizioni per noi inamissibili, e ciò cagionò una reazione benefica nello spirito dei nostri militi — che si decisero di combattere a tutt'oltranza piutosto di discendere a patti ignominiosi —

Il convenuto col governo della Republica: era di deporre le armi su quel territorio neutro — e che ognuno avrebbe potuto tornare liberamente a casa sua — Tale fu il patto conchiuso con codesto governo — e nulla si volle patteggiare coi nemici dell'Italia —

Per parte mia, però, non avevo idea di depor le armi — Con un pugno di compagni — io sapevo, non impossibile, aprirsi strada e guadagnar Venezia — E così s'era deciso — Un carissimo e ben doloroso impiccio era la mia Anita — avanzata in gravidanza, ed inferma, io la supplicavo di rimanere in quella terra di rifugio — ove un asilo almen per lei, poteva credersi assicurato — ed ove gli abitanti ci avevan mostrato molta amorevolezza — Invano! quel cuore virile e generoso si sdegnava a qualunque delle mie ammonizioni su tale assunto — e m'imponeva silenzio, colle parole: «tu vuoi lasciarmi» —

Io determinai di sortire da S. Marino, verso la metà della notte, e di guadagnare qualche porto dell'Adriatico, ove potersi imbarcare per Venezia —

Siccome molti de' miei compagni, avevano divisato di accompagnarmi, a qualunque costo — massime poi alcuni prodi Lombardi e Veneti disertori dell'Austria — Io andai fuori della città, con pochi, aspettando gli altri in un punto determinato — Tale combinazione cagionò alcun ritardo — e fui obligato d'aspettare un pezzo prima di riunire gli aspettatti —

Nella giornata stetti vagando per la campagna, a prendervi informazioni sui punti della costa più abordabili —

La fortuna in cui non ho mancato d'aver sempre qualchefede, m'inviò un individuo che mi servì moltissimo in tale ardua circostanza — Galapini, giovane coraggioso di Forlì, mi si presentò in un biroccio — e mi servì di guida, e d'esploratore, correndo colla velocità del lampo, dalla parte ove si trovavano gli Austriaci — raccogliendo informazioni dagli abitanti e raguagliandomi d'ogni cosa — Dalle sue esplorazioni, io mi decisi a prender la via di Cesenatico — e Galapini mi trovò delle guide che mi accompagnarono a quella volta — Noi giunsimo a Cesenatico verso mezzanote — all'entrata del paese trovammo una guardia Austriaca — rimasero gli uomini di quella guardia stupiti dall'improvviso nostro apparire — e profitando di quel momento di esitazione, dissi ad alcuni circostanti de' miei a cavallo: «Scendete e disarmateli» — Fu l'affare d'un momento — ed entrammo quindi nel paese del quale rimasimo padroni — avendo pure arrestati alcuni gendarmi, che certo non ci aspettavano in quella notte —

Una delle prime misure — fu quella d'intimare alle autorità municipali di dar ordine: fossero messe a mia disposizione, quel numero di barche che mi abbisognavano per il trasporto della gente —

La fortuna, però, avea cessato di favorirmi in quella notte — Una burrasca innalzatasi dalla parte del mare, lo aveva agitato in modo — ed i frangenti — erano così forti nella bocca del porto — che la sortita era diventata quasi impossibile —

Qui mi valse assai l'arte mia marinaresca — Era necessario, indispensabile uscire dal porto — il giorno si avvicinava, i nemici erano vicini — e per ritirata, non restava altro che il mare —

Io andai a bordo deibragozzi— barche peschereccie — feci giuntare alcune alzane a due ferri impennellati[76]e provai di uscire fuori del porto con una barchetta, dar fondo ai ferri, per tonneggiare i bragozzi[77]—

I primi tentativi furono infruttuosi — Invano si saltò in mare per spingere la barcata contro i frangenti — Invano si animavano, colla voce, e con molte promesse i rematori — Solo dopo ripetute e faticosissime prove, sipervenne a portare i ferri, alla distanza dovuta, e si diedero fondo —

Tornando in porto direbuffo— cioè: mollando le alzane, dopo d'aver dato fondo ai ferri — e giunti all'ultima alzana — questa, per esser sottile e non buona — si ruppe e tutto il lavoro perduto, si dovè ricominciarlo —

Era affare da impazzire simile contrarietà — Infine fui obligato di tornare a bordo ai bragozzi — cercare altre alzane, altri ferri — con gente sonnolenta e di mala voglia — che si doveva spingere a piatonate, per farla movere, ed ottenerne il necessario — Si ritentò finalmente la prova — e questa volta fummo più felici — e potemmo stendere i ferri quanto abbisognava —

S'imbarcò la gente divisa in tredici bragozzi[78]— Il colonnello Forbes s'imbarcò per l'ultimo — essendo rimasto tutto il tempo che durarono i preparativi, all'entrata esterna del paese, facendo barricate, per respingere i nemici, se si fossero presentati —

Messi fuori tutti i bragozzi, tonneggiandoli uno dopo l'altro — con tutta la gente a bordo — Si distribuì a ciascun di loro, una parte dei viveri ch'erano stati requisiti dalle autorità municipali — Si diedero alcune istruzioni verbali a tutti, raccomandando di navigare più uniti che possibile — e si salpò alla via di Venezia —

Il giorno era già avanzato quando salpammo da Cesenatico — il tempo s'era abbellito e il vento favorevole — S'io non fossi stato addolorato dalla situazione della mia Anita, che trovavasi in uno stato deplorabile — soffrendo immensamente — io, avrei potuto dire; che superate tante difficoltà, e sulla via di salvazione — la condizione nostra — poteva chiamarsi fortunata; ma, i patimenti della cara mia compagna — erano troppo forti — e più forte era tuttora il mio rammarico di non poter sollevarla —

Colla strettezza del tempo e le difficoltà incontrate per uscire da Cesenatico — io non m'ero potuto occupare di viveri — Ne avevo incaricato un ufficiale — e quegli avea raccolto il possibile — Con tutto ciò, di notte, in un paesetto sconosciuto — assalito di sorpresa — solo pocheprovviste aveva potuto procurarsi — quelle stesse che erano state divise fra i bragozzi —

Delle mancanze, la principale era l'acqua — e la mia soffrente donna, aveva una sete divorante — indizio non dubbio dell'interno suo male! Avevo sete, io pure, affannato dalle fatiche, e l'acqua da bere era pochissima!

Noi seguimmo tutto quel resto della giornata, la costa Italiana dell'Adriatico — ad una certa distanza, con vento favorevole — La notte pure, si presentò bellissima — Era plenilunio — ed io vidi alzare con un senso dispiacevole, la compagna dei naviganti, ch'io avevo contemplato tante volte col culto d'un adoratore! Bella come non l'avevo veduta mai — ma per noi sventuratamente troppo bella! E la luna ci fu fatale in quella notte!

A levante della punta di Goro — trovavasi la squadra Austriaca — che i patriotici governi, sardo e borbonico — avevano lasciata intatta e padrona dell'Adriatico — Dai raguagli avuti da pescatori — io sapevo dell'esistenza di detta squadra — forse ancorata dietro cotesta punta — ma incerte erano le mie informazioni —

Seguendo la nostra via per Venezia, il primo legno che scoprimmo, fu un brigantino — credo l'Oreste— e questo scoprì noi al tramonto — Scoperti che fummo, il brigantino manovrò in modo da avvicinarci — Io procurai di far intendere ai bragozzi compagni, di obliquare alquanto a sinistra verso la costa — ed uscire quindi, quanto possibile, dalla linea della luna — nel chiarore della quale, era più facile al nemico di scoprire i nostri piccoli legni — Non valse tale precauzione essendo la notte chiara, come non l'avevo mai veduta — ed il nemico non solo ci tenne alla vista — ma cominciò da lontano con cannonate e razzi — per dar segno alla squadra di noi, e del nostro avvicinare —

Io tentai di passare tra i bastimenti nemici, e la costa facendo il sordo alle cannonate a noi dirette — Ma i compagni bragozzi — intimoriti dal fracasso dei tiri, e dal numero crescente dei nemici — retrocessero, ed io con loro, non volendo abbandonarli —

Spuntò il giorno, e ci trovammo nell'insenata della punta di Goro, acerchiati da legni nemici — essi continuavano a cannonegiarci — e m'accorsi con dolore che già alcuni bragozzi s'erano arresi — Retrocedere od avanzare era divenuto impossibile, essendo i legni nemici, più assai velieri,dei nostri — e non vi fu altro rimedio, che di dirigersi alla costa, ove giungemmo perseguiti dalle lancie — palischermi — e cannoneggiati — in numero di quattro soli bragozzi — Tutti gli altri erano in potere del nemico —

Io lascio pensare: qual'era la mia posizione in quei sciagurati momenti: La donna mia infelice — moribonda! — Il nemico perseguendo dal mare, con quella alacrità che da una vittoria facile — Aprodando ad una costa, ove tutte le probabilità di trovarvi altri, e numerosi nemici — non solamente Austriaci — ma papalini — allora in fiera reazione — Comunque fosse — noi aprodammo — Io presi la mia preziosa compagna nelle braccia, sbarcai e la deposi sulla sponda — Dissi ai miei compagni, che collo sguardo mi chiedevano ciocchè dovevano fare: d'incamminarsi alla spicciolata, e di cercar rifugio, ove potrebbero trovarlo — In ogni modo d'allontanarsi dal punto ove ci trovavamo, essendo imminente l'arrivo dei palischermi nemici — Per esser impossibile seguitar oltre — non potendo abbandonare mia moglie moribonda —

Gli uomini a cui mi dirigevo, mi erano pure molto cari: Ugo Bassi, e Ciceroacchio coi due figli!

Bassi mi disse: io vado cercando qualche casolare, ove trovarvi un pantalone da cambiarmi questo, certamente troppo sospetto — Egli vestiva un pantalone rosso — credo tolto al cadavere d'un soldato Francese a Roma da uno dei nostri, e regalato alcuni giorni prima ad Ugo Bassi dallo stesso — per sostituirlo ad uno cencioso — Ciceroacchio mi diede un addio affetuoso, e si allontanò coi figli —

Ci dividemmo con quei virtuosissimi Italiani per non più rivederci — La ferocia Austriaca e pretina satollava la sua sete di sangue, colla fucilazione di quei generosi — e si vendicava così — dopo pochi giorni delle passate paure —

Con Ciceroacchio eran nove compreso lui e i due figli — un capitano Parodi — de' miei prodi compagni di Montevideo — e un Ramorino sacerdote Genovese — degli Altri non ricordo —

«Cavate nove fosse» ordinò un Capitano Austriaco agli ordini d'un principe Austriaco — che comandava in quella parte d'Italia — e che avea arrestato i nove miei commilitoni — «Cavate nove fosse» diceva imperiosamente quel capitano austriaco ad una folla di contadini — chegrazie ai preti — avean paura dei liberali Italiani — dipinti a loro come tanti assassini — e non dei soldati Austriaci — E le fosse furon cavate in pochi minuti, in quel terreno sabbioso e leggiero!

Povero vecchio! Ciceroacchio! Il vero tipo dell'onesto popolano! Lì, con davanti a lui le fosse cavate che dovean racchiudere lui, i suoi compagni, ed i suoi figli! Un figlio di 13 anni!.....

Pronte le fosse — furon tutti moschettatti — e sepolti da mani Italiane s'intende — Il soldato straniero era padrone — comandava ai servi — e l'ubbidienza doveva esser immediata — senò verghe! Ugo Bassi fu arrestato pure — e fucilato con Levrè — uno pure dei miei di Montevideo — prode e simpatico Milanese —

Ugo Bassi fu torturato dai preti prima di fucilarlo — essendo stato prete — maggiore era la loro rabbia! Io rimasi nella vicinanza del mare in un campo di melica, colla mia Anita, e col tenente Leggiero — indivisibile mio compagno — che mi era rimasto pure in Svizzera, l'anno antecedente, dopo il fatto di Morazzone — Le ultime parole della donna del mio cuore erano state per i suoi figli! ch'essa pressentì di non più rivedere!

Stettimo un pezzo i tre in quel campo di melica alquanto indecisi sul da farsi — Finalmente io dissi a Leggiero d'avanzarsi un po' nell'interno per scoprire qualche cosa nelle vicinanze — Egli da quell'ardito ch'era stato sempre — si mosse subito — Io rimasi un pezzo in aspettativa — ma tra non molto udii gente che si avvicinava — mi spinsi fuori del ricovero, e vidi Leggiero accompagnato da un'individuo, che riconobbi subito, e la di cui vista mi fu molto consolante —

Era il collonnello Nino Bonnet, uno dei miei più distinti ufficiali — ferito a Roma nell'assedio — ed ove egli avea perduto un valoroso fratello — S'era ritirato a casa per curarsi — Nulla di più fortunato poteva accadermi che l'incontro di cotesto mio fratello d'armi — Domiciliato e possidente in quei dintorni — egli avea inteso le cannonate, e pressentito quindi il nostro aprodo — S'era avvicinato alla sponda del mare per trovarci e soccorerci —

Coraggioso ed intelligente, Bonnet con gran pericolo di se stesso, cercò e trovò chi cercava — Ed una volta trovato tale ausiliario — io mi rimisi intieramente all'arbitrio suo — e ciò fu naturalmente, la salvezza nostra — Egli proposesubito di avvicinare una casipola, che si trovava nelle vicinanze, per trovarvi qualche ristoro all'infelice mia compagna —

Ci avvicinammo sostenendo Anita in due — ed a stento giungemmo a quella casa di povera gente — ove trovammo acqua, necessità prima della soffrente — e non so che altro —

Passammo da questa ad una casa della sorella di Bonnet, che fu gentilissima — Di lì traversammo parte delle valli di Comacchio — ed avvicinammo la Mandriola, ove si dovea trovare un medico —

Giunsimo alla Mandriola — e stava Anita coricata su d'un materazzo, nel biroccio che l'avea condotta — Dissi allora, al dottor Zannini — giunto pure in quel momento: «guardate di salvare questa donna!» Il Drea me: «procuriamo di trasportarla in letto» — Noi allora presimo, in quattro, ognuno un'angolo del materazzo, e la trasportammo in letto d'una stanza della casa, che si trovava a capo di una scaletta della stessa —

Nel posare la mia donna in letto — mi sembrò di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte — Le presi il polzo... più non batteva! Avevo davanti a me la madre de' miei figli — ch'io tanto amava! cadavere!..... Essi mi chiederanno della loro genitrice — al primo incontro!...

Io piansi amaramente la perdita della mia Anita! di colei che mi fu compagna inseparabile — nelle più avventurose circostanze della mia vita!

Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dar sepoltura a quel cadavere! E m'allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa, ch'io compromettevo rimanendo più tempo —

M'avviai brancolando per S. Alberto, con una guida che mi condusse, in casa d'un sarto — povero — ma onesto e generoso —

Con Bonnet, a cui confesso di dover la vita, cominciò la serie de' miei protettori — senza di cui, non avrei potuto peregrinare per trenta e sette giorni — dalle Foci del Po, al golfo di Sterlino, ove m'imbarcai per la Liguria —

Dalla finestra della casa, ov'io mi trovavo in S. Alberto — vedevo passeggiare i soldati Austriaci — padroni ed insolenti come sempre! Abitai due case, in codesto piccolo ma eccellente paese — ed in ambe fui custodito, salvo, e trattatto con una generosità superiore alla condizione economicadi tale buona gente — Da S. Alberto i miei amici trovarono bene di trasportarmi nella vicina Pineta — ove soggiornai qualche tempo — cambiando di luogo per maggior sicurezza — Eran vari i confidenti del segreto, che mi occultava come in magica nube alle ricerche de' miei persecutori — non solamente Austriaci, ma papalini peggiori ancora — E giovani la maggior parte, erano cotesti coraggiosi Romagnoli — Bisognava veder con che cura, essi attendevano alla mia salvazione — quando mi credevano in pericolo, in un punto — li vedevo giungere di notte con un biroccio..... e generalmente per imbarcarmi — e trasportarmi a molte miglia di distanza — in altre situazioni più sicure

Gli Austriaci da parte loro, ed i preti, non mancavano di far le indagini possibili per scoprirmi — I primi avevano diviso un battaglione in sezioni, che percorrevano la Pineta in tutte le direzioni — I preti poi, dal pergamo e dal confessionale suscitavano le contadine ignoranti, a far la spia, per la maggior gloria di Dio —

I miei giovani protettori, avevano combinato i loro segnali di notte, con una maestria ammirabile — per movermi da un punto all'altro — e per dar l'allarme quando si conosceva un pericolo — quando si sapeva esistere qualche pericolo, iscorgendo un fuoco in un sito determinato — si passava oltre — all'incontro, non si scorgeva fuoco, in quell'assegnato sito — si tornava indietro, o si prendeva un'altra direzione — qualche volta temendo di equivoci — il conduttore fermava il barroccio — scendeva, e si avanzava lui stesso per riconoscere — oppure senza scendere trovava subito chi lo informava d'ogni cosa —

Tali misure, eran così esattamente prese, da eccittare l'ammirazione — Si osservi: che qualunque cosa fosse traspirato — qualunque cenno avessero avuto di quanto accadeva, i miei persecutori — essi avrebbero — senza processo, e senza misericordia — fucilato sino ai bambini della gente che mi favoriva — con tanta devozione —

Quanto mi duole: non poter consacrare alla storia, i nomi di quei generosi Romagnoli, a cui certamente io devo la vita — S'io non fossi deditto alla santa causa del mio paese — quella sola circostanza certamente — me n'imporrebbe l'obligo —


Back to IndexNext