Così passai vari giorni nella bella Pineta di Ravenna — Un po' alla capanna d'un caro, onesto, e generoso popolanonominato Savini — Altre volte coperti dai cespugli di cui non difetta il bosco —
In coteste ultime situazioni, succedette una volta, che mentre sdrajati, col mio compagno Leggiero, da una parte d'un cespuglio — passavano dall'altra gli Austriaci, e le loro voci, certo poco piacevoli, disturbarono alquanto la quiete della foresta, e le pacate nostre riflessioni — Essi passavano a poca distanza da noi — e l'oggetto della loro conversazione, un po' animata erimo noi certamente —
Dalla Pineta, fummo trasportati a Ravenna, in una casa, fuori di Porta (di cui non ricordo il nome) ed ove fummo accolti, colla stessa cura, e la medesima amorevolezza, come sempre —
Da Ravenna fummo trasportati verso Cervia, nello stabilimento agricolo d'un altro caro individuo, di cui ricordo perfettamente la benevola fisionomia, ma non il nome — Stettimo lì un pajo di giorni, e presimo quindi la direzione di Forlì —
Da Forlì, ove passammo una notte, ospitati in casa di brava gente — seguimmo poi per l'Apennino con guide —
Giova osservare, passando, che niuno tra quelle popolazioni generose, è capace di scendere alla delazione; e che raccogliendo un proscritto — essi lo custodiscono come cosa sacra — Lo salvano, lo mantengono, lo guidano con una benevolenza incomparabile — La lunga dominazione del più perverso, del più coruttore dei governi, non è stato capace di ammolire, e depravare il carattere di quelle maschie e generose popolazioni —
Il governo di ladri (1872) succeduto al pessimo governo dei preti, non la conosce cotesta gente, per sventura caduta sotto la sua amministrazione — e la martoria senza considerazioni — Se ne accorgerà egli nel giorno in cui dalla terra dei Vespri, e dalle Romagne alle Alpi — si chiederà conto della sua gestione —
Passammo la frontiera delle Romagne, ed entrammo in Toscana — lo stesso interesse, la stessa amorevolezza incontrammo in questa colta parte d'Italia — divisa dai preti e da lunghe sciagure, ma destinata per formare un popolo solo —
Un Anastasio, tra gli altri, ci accolse, e ci custodì in una sua casa dei monti —
Poi, un prete! Vero angelo custode del proscritto — ci cercò, ci trovò, e ci condusse in casa sua, in Modigliana —
Rammenterò qui — a chi ha la pazienza di leggere queste memorie — ch'io dissi già molte volte: odiare il falso, perverso carattere del prete — ma tolto l'individuo alla sua qualità d'impostore — e tornando uomo — io lo considero come un altro —
Il padre Giovanni Verità di Modigliana — vero sacerto del Cristo — E qui per Cristo m'intendo l'uomo virtuoso e legislatore — non quel Cristo fatto Dio dai preti, e che se ne servano per coprire l'oscenità e la fallacia della loro esistenza —
Il padre Giovanni Verità — dacchè un perseguito dai preti per amore d'Italia, si avvicinava a coteste contrade — era il fatto suo: di proteggerlo, di nutrirlo, e farlo condurre, o condurlo lui stesso al sicuro dalle persecuzioni —
Egli avea salvato, così, a centinaja, i Romagnoli proscritti, che si rifuggivano sul territorio Toscano — Condannati dall'inesorabile rabbia del clero — essi procuravano di passare in Toscana, ove se non buono, il governo — era almeno men scellerato di quello dei preti — Le proscrizioni poi, fra quelle sventurate — e coraggiose popolazioni, erano frequenti — ed ovunque nelle mie peregrinazioni, ne avevo incontrato molti dei Romagnoli proscritti — e da tutti avevo inteso benedire il nome del veramente pio sacerdote —
Stettimo un par di giorni in casa di D.nGiovanni, nel proprio suo paese di Modigliana — ove la stima e l'affetto di cui godeva generalmente servivan di palladio all'ospitale suo domicilio — Fummo condotti poi dallo stesso a traverso l'Apennino — col divisamente di seguirne le vette, per passare negli Stati Sardi —
Giunti nelle vicinanze delle Filigari, una sera — il nostro generoso conduttore — ci lasciò in luogo apartato — e si spinse verso coteste abitazioni per cercare una guida — Nacque un equivoco in questa circostanza, che ci deviò dalla cara compagnia del nostro prottettore — Una guida mandata da lui — presa forse dal sonno, essendo la notte avanzata — si smarrì e giunse da noi tardi — Entrammo nel paesello; e D.nGiovanni n'era uscito per ragiungerci — impaziente per il ritardo, non nostro, ma della guida — ed avea preso strada diversa —
Faceva l'alba — ci trovavamo sullo stradale che conduce da Bologna a Firenze — e non potevamo più rimanere in una posizione sì esposta —
Presimo la determinazione allora di cercare un biroccio, ed incamminarci per lo stradale verso Firenze — stacandoci, con grandissimo rincrescimento dall'uomo generoso che ci avea guidati e protetti sino allora —
Seguimmo dunque lo stradale, verso la capitale della Toscana — e già era gran giorno — Noi c'intoppammo in un corpo d'Austriaci — che da Firenze marciava su Bologna — Fecimo buon contegno — per forza, e continuammo così un pezzo avanti verso la china Occidentale dell'Apennino —
Pervenuti ad una osteria, a sinistra della strada che si percorreva — il condottore si fermò — e fu conveniente rimanere in quel punto — Entrammo nell'osteria, congedammo il vetturale, e chiesimo una tazza di cafè dall'oste —
Mentre s'aspettava il cafè, io m'ero seduto a sinistra entrando, sopra una panca, accanto ad una lunga tavola — solita a trovarsi in tali stabilimenti — Seduto, ed un po' stanco, io m'apogiai sonnacchiando, sulle braccia distese sulla tavola — Leggiero toccandomi nella spalla con un dito — mi destò, e m'incontrai collo sguardo, nel volto poco piacevole di certi Croati che avevano invaso l'osteria — Era un altro, o forse parte dello stesso corpo nemico, che già avevamo incontrato più sopra —
Riabassai il capo sulle braccia e feci conto di non aver veduto nessuno — Sgombra che fu l'osteria, e preso il nostro — dopo che furon serviti i padroni — noi traversammo lo stradale — e sulla parte destra dello stesso, noi cercammo, e trovammo asilo in una casa di contadini —
Dopo aver riposato alquanto, e prese le necessarie informazioni — noi ci avviammo verso Prato, coll'intendimento di guadagnare la frontiera Ligure — Dopo d'aver marciato la maggior parte della giornata, si arrivò in una valle — ove trovammo una specie d'albergo di campagna — ed ove chiedemmo allogio per la notte —
Trovavasi nello stesso albergo — un giovane cacciatore di Prato — che sembrava famigliare del luogo — e nell'intimità colla gente di casa — L'aspetto del giovane era decente, liberi i suoi modi — e con una di quelle fisionomie di onesta franchezza, che difficilmente ingannano — Io stetti ad osservarlo per qualche tempo, con significato esprimente il desiderio di conferire con lui — e lo avvicinai — Dopo poche interlocuzioni, diedi il mio nome — e vidi subito che non m'ero ingannato —
Il giovane Pratese si commosse al mio nome — e vidi brillare negli occhi suoi la gentil voluttà di far bene — Egli mi disse: vado a Prato, che dista poche miglia — parlerò co' miei amici, e tornerò da voi in breve —
Fu molto esatto l'eccellente Pratese — Tornò presto, e noi lo seguimmo a Prato, ove gli amici con a capo l'Avvocato Martini, avevano fatto preparare un legno, che doveva condurci per la strada d'Empoli, Colle ecc. — verso le maremme Toscane, ove raccomandati ad altri buoni Italiani — noi avressimo con molta probabilità trovato barche — per esser condotti in qualche punto del territorio Ligure —
La determinazione, presa dai bravi patrioti Pratesi, di avviarci verso le Maremme, era motivata dalle molte e rigorose osservazioni, tenute dal governo del Duca sulla frontiera Sarda — per impedire il transito dei compromessi politici — allora numerosi, che cercavano salvezza al di là del limite occidentale — su quella terra Italiana — ove la prepotenza Austriaca giammai dovea trovar campo alle sue libidini di depredazioni e di assassinï.
L'avvocato Martini di Prato — tra tutti i nostri benefattori e liberatori — meritò illimitata la vostra gratitudine — Egli non solamente si adoprò per facilitare il nostro viaggio — ma ci raccomandò caldamente ai suoi amici, e congiunti delle Maremme — che ci valsero sommamente — Mi duole assai, non ricordare il nome del bravo giovine — che primo, e tanto contribuì alla nostra salvazione — ed al quale, io lasciai un piccolo anello — di poco valore — per ricordo e per segno d'affetto —
Il nostro viaggio da Prato alle Maremme — fu veramente singolare — Noi percorremmo gran tratto di paese in un legno chiuso — fermandoci per cambiar cavalli di tapa in tapa — ed in vari paesi le nostre fermate erano oltremodo lunghe — avendo, i cocchieri che ci guidavano, molto meno premura di noi di procedere avanti — Dimodocchè si dava agio ai curiosi di circondare la vettura — ed alcune volte, erimo pure obligati discendere per mangiare od altro — dovendo coprire alquanto e dissimulare, l'eccezionale condizione dei nostri individui —
Nei piccoli paesi, erimo naturalmente alla berlina degli oziosi, che congetturavano in mille modi sull'esser nostro — disposti al cicaleccio sopra individui che non conoscevano — e che i tempi difficili d'una terribile reazione attorniavano di dubbï —
A Colle, particolarmente, oggi paese patriotico ed avanzato — fummo attorniati da una folla — che non mancò darci segni manifesti di sospetto, e di avversione alle nostre fisionomie tutt'altro che, di pacifici, ed indifferenti viaggiatori — Non altro successe però — oltre a qualche parolaccia indecorosa — e che noi dissimulammo com'era naturale —
Erimo, sventuratamente, ancora ai tempi, in cui i preti dicevano alla gente: esser i liberali una massa d'assassini (1849) — Alcuni anni dopo però io fui ricevuto nello stesso paese, con tanta entusiastica gentilezza — ch'io certamente ricorderò tutta la vita. Passammo sotto le mura di Volterra — ove trovavasi allora Guerrazzi, con parte dei compromessi politici della Toscana — e ci limitammo di calcare il cappello negli occhi, passando —
Il primo sito di sicuro rifugio — ove giungemmo nelle vicinanze delle Maremme — fu S. Dalmazio, in casa del D.rCamillo Serafini — uomo generoso, vero patriota Italiano, e dotato d'un coraggio, e d'una fermezza non comune — Deputato Toscano al parlamento in 1859 — dopo l'emancipazione del suo nobile paese, egli certamente come il bravo Giovanni Verità — partecipò a qualunque coraggiosa deliberazione di quell'assemblea — e mi figuro: si sia ritirato in disgusto come tanti, per non trovarsi al contatto di gente che non meritano di rappresentare l'Italia — Soggiornammo vari giorni, in casa di Serafini — e fummo condotti in seguito in uno stabilimento di bagni, appartenente ad un altro Martini, parente del primo — e come questo benefico —
Di lì, in casa d'un Guelfi, più vicino al mare — ed in ogni luogo, ricevemmo un'ospitalità degna della maggior gratitudine —
Fratanto si trattava da quei generosi amici — con un pescatore Genovese — per esser portati nella Liguria — Un bel giorno vari giovinotti Maremmani, di quei dintorni, armati coi loro fucili a due colpi — come i cacciatori di Ravenna — e come questi svelti, forti, e coraggiosi — vennero a cercarmi in casa del bravo Guelfi — ci diedero ad ambi un'arma uguale alla loro — e ci condussero attraverso boschi, sulla sponda del mare, a poche miglia a levante di Follonica — porto caricatore di carbone, nel golfo di Sterlino —
Là trovavasi la barca peschereccia, che ci aspettava — Noic'imbarcammo commossi dalle prove d'affetto, che ci prodigarono i nostri giovani liberatori —
Com'ero fiero d'esser nato in Italia! — In questa terra di morti! Fra questa gente che non si batte — dicono i nostri vicini: ove da molti secoli — perchè caduti dal trono da cui i nostri padri dominavano il mondo — pur ricordandosi dell'indole nostra — cotesti protervi limitrofi — c'imponevano il rettile nero della teocrazia — per umiliarci — depravarci — corromperci d'anima e di corpo — acciochè curvi, cretini non udissimo più il fischio della verga — a cui ci avevano dannato in eterno — Come se il loro regno di pigmei — fosse per durar sempre — mentre il tempocon sue fredd'ali, spazzava anche il gigante di tutte le grandezze umane, passate, presenti, e future — le di cui macerie risorgono oggi sui sette colli —
Fiero d'esser nato in Italia, dico: ove ad onta di star sotto il dominio di preti e di ladri — sorge, una gioventù, che disprezzando i pericoli, le torture, e la morte — marcia impavida al compimento del dovere — all'emancipazione dello schiavo!
Imbarcati nel golfo di Sterlino — a bordo d'un pescatore Ligure — veleggiammo verso l'isola d'Elba — ove si dovevano imbarcare attrezzi, ed alcune provviste — Passammo parte del giorno ed una notte a porto Longone — Di là, costeggiando la Toscana, giunsimo sulla rada di Livorno — e senza fermarci continuammo verso ponente —
Io non dubitavo della sfavorevole accoglienza, che per parte del governo — m'aspettava negli Stati Sardi — e mi venne l'idea, sulla rada di Livorno, di chiedere asilo a bordo d'un vascello Inglese, che vi si trovava ancorato — Il desiderio, però, di veder i miei figli, prima di lasciar l'Italia — ove sapevo di non poter stare — prevalse — e verso settembre sbarcammo in salvo a Porto Venere —
Da porto Venere a Chiavari, nulla di nuovo — e fummo ospitati in quest'ultima città, in casa di mio cugino Bartolomeo Pucci, di carissima memoria —
Fummo festeggiati dalla buona famiglia di mio parente come pure da cotesta cara popolazione di Chiavari — e dai numerosi Lombardi che vi si trovavano rifuggiati dopo la battaglia di Novarra —
Ma il generale Lamarmora, allora commissario regio a Genova, sapendo del mio arrivo — ordinò fossi trasferito in quella capitale — scortato da un Capitano di carabinieri travestito —
Io non trovai, affatto strano il procedimento del generale Lamarmora — Egli era istromento della politica, prevalente allora nel nostro paese; ed istromento intimo — nemico poi per propensione di chiunque, fosse come me, macchiato del suggello Republicano —
Fui rinchiuso in una segreta del palazzo ducale di Genova — e quindi trasportato di notte, a bordo della fregata da guerra ilS. Michele— In ambi luoghi, però, trattatto con deferenza, sia da Lamarmora, come a bordo dal cavalleresco comandante Persano — Io, altro non chiesi, che 24 ore per andare a Nizza ad abbracciare i miei figli — e tornare poi a prendere il mio posto di reclusione — Sulla mia parola mi permise ogni cosa il generale Lamarmora —
Non so, se vi furono — a bordo del piroscafoS. Giorgioche mi condusse — altri travestiti — ma sicuramente al mio arrivo in Nizza, vi si trovavano avvisi preventivi, ed i carabinieri in alerta — che secondo le consuetudini delle autorità regie — mi fecero ritardare varie ore per sbarcare — e quindi non ebbi altro tempo, che di giungere a Caras, ove si trovavano i miei figli, passarvi la notte, e ripartirne subito —
La vista de' miei figli, ch'io ero obligato di abbandonare chi sa per quanto — mi addolorò sommamente — Essi rimanevano in mano amiche è vero: i due maschi con mio cugino Augusto Garibaldi — e la mia Teresa con i conjughi Deidery, che ad essa servirono di genitori — Ed io dovevo allontanarmi indefinitamente! Sì, indefinitamente — poichè mi si propose di scegliere un luogo d'esiglio!
Qui, non devo passare sotto silenzio, la maschia difesa che presero della mia causa, i deputati della sinistra nel parlamento Piemontese — Baralis, Borella, Valerio, Brofferio, alzaron potentemente la voce in mio favore — e se non pervennero a sottrarmi all'esiglio — mi sottrarono certamente ad alcunchè di peggio —
V'era, come sempre, insaziabile sete di sangue nel partito Austro-prete — ed era stato vittorioso dovunque nella penisola —
Richiesto di scegliere un luogo d'esiglio — io scelsi Tunis —
La mia speranza su migliori destini del mio paese — mi facea preferire un sito vicino — A Tunis trovavasi un Castelli di Nizza amico mio d'infanzia — ed un Fedrianiamicissimo mio dal 34 — e compagno della prima mia proscrizione —
M'imbarcai dunque per Tunis sul vapore da guerra ilTripoli— A Tunis, il governo, subordinato alle ispirazioni della Francia — non mi volle — e fui trasportato indietro, e depositato nell'isola della Maddalena — ove stetti una ventina di giorni — Cosa ridicola! Non mancò chi m'accusasse al governo Sardo — o lo stesso governo lo finse: ch'io tramavo rivoluzioni — In quell'isola, ove la metà della popolazione — era in quel tempo a servizio regio — o pensionata — Buona popolazione d'altronde — che mi trattò molto bene —
Dalla Maddalena, fui imbarcato per Gibilterra sul brigantino da guerraColombo— Il governatore Inglese di cotesta piazza — mi diede sei giorni di tempo per evacuarla — Con tanto affetto — e con ragione — com'ebbi sempre per quella nazione generosa — non posso dissimulare: che molto scortese, futile, ed indegno mi sembrò tale procedimento —
2º Periodo.
Se quel calcio al caduto — fosse stato dato da un vile, da un debole — pazienza! Ma da un rapresentante dell'Inghilterra — terra d'asilo universale! Ciò mi colpì sensibilmente!
Bisognò sgombrare — però — anche che avessi dovuto gettarmi in mare — e dal consiglio d'alcuni amici io mi decisi di passar lo stretto — e cercare un rifugio in Africa, dal Sig. G. Batta Carpeneto — console Sardo a Tanger — che mi accolse e mi ospitò in casa sua per sei mesi — coi miei due compagni ufficiali Leggiero e Coccelli —
A Modigliana io avevo trovato un prete benefico —
A Tanger vi trovai un console regio, generoso ed onestissimo — Ad ambi io sono debitore della maggior gratitudine — E ciò prova bene: esser giusto il vecchio proverbio «l'abito non fa il monaco» — E ciò prova pure: esser l'esclusivismo, professato da certa gente, un'errore — edesser ben difficile di trovare la perfezione nell'umana famiglia — Procuriamo d'esser buoni — inculchiamo, quanto è possibile, le massime del giusto e del vero — nelle moltitudini — combattiamo ad oltranza la teocrazia e la tirannide sotto qualunque forza — perchè rappresentanti della menzogna e del male; ma..... siamo indulgenti con questa nostra ferina razza — che fra gli altri titoli a benemerenza, ha pur quello di generar sempre una metà di sè stessa — composta d'imperatori, re, birri di tante denominazioni — e preti — che sembrano proprio tagliati con tutti i più scelti attributi di scorticatori — per maggior gloria, e benefizio del resto —
A Tanger col generoso mio ospite Carpeneto — io passai vita tranquilla e felice — quanto lo può esser quella d'un esule Italiano, lontano da' suoi cari, e dalla patria sua — Almeno due volte la settimana, si andava a caccia, e si cacciava abondantemente — Poi, un amico mise un guzzetto (piccola barca) a mia disposizione — e si fecero anche delle partite di pesca — abondante pure in quelle coste —
L'ospitalità gentile ricevuta in casa del Sig. Murray, Vice-console Inglese — mi toglieva qualche volta dalla solitaria e selvaggia mia consuetudine —
Sei mesi dunque — passarono in quella vita — che mi sembrò tanto più fortunata — quanto era stato terribile il periodo anteriore —
Nella mia relegazione, però, non ero dimenticato da tutti i miei amici Italiani — Carpanetto Francesco — a cui dovevo, sino dal principio del mio arrivo in Italia in 48, un'infinità di favori, e gentilezze — aveva ideato di raccogliere, per mezzo de' miei conosciuti, e suoi, una somma sufficiente da costruire un bastimento, destinato ad esser comandato da me per guadagnar la vita —
Tale progetto mi sorrideva: Nulla potendo fare per l'adempimento della politica mia missione; mi sarei almeno occupato, lavorando mercantilmente, d'acquistare un'esistenza indipendente — e non più star a carico dell'uomo generoso che mi avea ospitato —
Io accettai immediatamente il progetto dell'amico mio Francesco — e mi disposi a partire per gli Stati Uniti ove doveva effetuarsi la compra del legno — Verso giugno del 1850, m'imbarcai per Gibilterra, di là a Liverpool, e da Liverpool a New-York —
Nella traversata per l'America, fui assalito da dolori reumatici, che mi tormentarono durante gran parte del viaggio — e fui finalmente sbarcato com'un baule — non potendo movermi — a Staten Island — nel porto di New York —
I dolori mi durarono un par di mesi, passati parte in Staten Island, e parte nella città stessa di New York, in casa del mio caro e prezioso amico Michele Pastacaldi, ove godevo l'amabile compagnia dell'illustre Foresti — uno dei martiri dello Spielberg —
Il progetto del Carpanetto, non poteva intanto attuarsi per mancanza di contribuenti — Egli avea raccolto tre azioni di dieci milla lire ognuna, dai fratelli Camozzi di Bergamo — e da Piazzoni; ma che bastimento si poteva comprare in America con trenta milla lire? Un piccolo barco per il cabotaggio — ma non essendo io cittadino Americano, sarei stato obligato di prendere un Capitano di codesta nazione — e non conveniva —
Infine, qualche cosa bisognava fare — Un mio amico, Antonio Meucci, Fiorentino — e brav'uomo — si decide a stabilire una fabrica di candelle, e mi offre di ajutarlo nello stabilimento —
Detto, fatto — Interessarmi nella speculazione, non lo potevo — per ragione di mancare i fondi; (giacchè le trenta milla lire suddette, non essendo state sufficienti per la compra del legno — erano rimaste in Italia) mi addatai quindi al lavoro colla condizione: di fare quanto potevo —
Lavorai per alcuni mesi, con Meucci — che, benchè lavorante suo, mi trattò come della famiglia, e con molta amorevolezza —
Un giorno però, stanco di far candele — e spinto forse da irrequietezza naturale ed abituale — uscï di casa, col proposito di mutar mestiere —
Mi rammentavo d'esser stato marino — conoscevo qualche parola d'inglese — e mi avviai sul littorale dell'isola, ove scorgevo alcuni barchi di cabotaggio occupati a caricare e scaricar merci —
Giunsi al primo, e chiesi d'esser imbarcato come marinaio — Apena mi diedero retta — tutti quanti scorgevo sul bastimento — e continuarono i loro lavori — Feci lo stesso, avvicinando un secondo legno — Medesima risposta — Infine ad un altro, ove si stava lavorando a scaricare — e dimando: mi si permetta di ajutare al lavoro — e n'ebbi in risposta che non ne abbisognavano — «Ma nonvi chiedo mercede» io insisteva: e nulla. «Voglio lavorare per passare il freddo» (vi era veramente la neve) meno ancora. Io rimasi mortificato!
Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandar la squadra di Montevideo — di comandarne il bellicoso ed immortale esercito! A che serviva tuttociò — non mi volevano!
Rintuzai infine la mortificazione, e tornai al lavoro del sego — Fortuna ch'io non avevo palesato la mia risoluzione all'eccellente Meucci — e quindi concentrato in me stesso, il dispetto fu minore — Devo confessar di più: non esser il contegno del mio buon principale verso di me, che mi avesse obligato alla intempestiva mia risoluzione — egli mi era prodigo di benevolenza e d'amicizia — siccome lo era la Signora Ester di lui sposa —
La mia condizione non era dunque deplorabile — in casa di Meucci — e fu proprio un'accesso di malinconia, che m'avea spinto ad allontanarmi da quella casa — In essa, io ero liberissimo: potevo lavorare se mi piaceva — e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque altra occupazione — ma potevo andare a caccia qualche volta — e spesso si andava anche a pesca, collo stesso principale, e con vari altri amici di Staten Island, e di New York, che spesso ci favorivano colle loro visite —
In casa poi, non v'era lusso — ma nulla mancava delle principali necessità della vita — tanto per l'alogio che per il vito —
Io devo qui menzionare il maggiore Bovi — il mutilato alla difesa di Roma — e che fu mio fratello d'armi in varie campagne — Egli m'avea raggiunto a Tanger in casa del Sig. Carpeneto — nell'ultimo tempo da me passato in quella casa d'asilo — e quando mi decisi di passare in America — non permettendo i miei mezzi di condurre meco tutti i miei compagni, lasciai Leggiero e Coccelli a Tanger raccomandati — e scelsi per accompagnarmi Bovi, incapace di lavoro perchè mancante della mano destra —
Coccelli! Perchè non accennerò io ad un ricordo di cotesto mio giovine, bello, e valoroso compagno?
Coccelli era entrato bambino nella legione di Montevideo, e con molta propensione alla musica, egli suona la tromba a chiave nella superba banda della legione — e la tromba di guerra, nelle famose cariche, con cui quel valoroso corpo fece rispettatto il nome Italiano in America —
Coccelli seguì la Legione in tutte le sue campagne — e seguì la spedizione nostra del 48 in Italia — Fece con onore — come ufficiale le campagne della Lombardia e di Roma — e venne meco, quando proscritto dal governo sardo nel 49 — mi recai a Tanger —
Alla mia partenza da Tanger per l'America — io lasciai a Coccelli il mio fucile, ed ogni mio attrezzo da caccia — Egli morì, ben giovane ancora, colpito dal sole Africano nella testa —
Il mio cane da caccia,Castore, fui pure obligato di lasciarlo in Tanger al mio amico Sig. Murray — e quel mio fedele compagno, ne morì di disgusto!
Finalmente giunse l'amico mio Francesco Carpanetto — a New York — Egli avea da Genova, iniziato una specolazione in grande per l'America centrale — IlS. Giorgio, nave a lui appartenente — era partita da Genova, con parte del carico — e lui stesso era passato in Inghilterra, a preparare il resto, ed inviarlo in Gibilterra ove la nave doveva prenderlo —
Si decise: ch'io l'accompagnerei nell'America centrale — e fecimo i preparativi di partenza — e nel 51 dunque con Carpanetto effetuai un viaggio per Chagres, con un vapore Americano — capitano Johnson —
Da Chagres passammo in un Jacht della stessa nazione in S. Juan del Nord — e di là presimo una piragua — rimontando lo stesso fiume di S. Juan, sino al lago di Nicaragua — Traversammo il lago, e giunsimo finalmente a Granada, porto e paese più commerciale del lago.
In Granada stettimo pochi giorni — e vi fummo accolti gentilmente da alcuni Italiani ivi stabiliti —
In Granada principiarono le operazioni commerciali dell'amico Carpanetto — e di là visitammo allo stesso oggetto, molte parti dell'America centrale, traversando varie volte l'Istmo di Panama —
Io accompagnavo il mio amico in quelle escursioni, più come compagno di viaggio, che come collaboratore di commercio — in cui mi confesso novizio — ma tale non era Carpanetto — ed io ammiravo l'attività, e l'intelligenza con cui egli maneggiava ogni negozio, che poteva produrre dei vantaggi —
Viaggiavo in quell'epoca sotto il nome di Giuseppe Pane, che già avevo assunto nel 34 — per scansare curiosi, e molestie poliziesche —
Alle combinazioni commerciali del Carpanetto serviva di base, l'arrivo della naveS. Giorgioa Lima — ed egli avea progettatto di recarsi in detta città per aspettarla — Tornammo quindi a S. Juan, del Nord, ripassammo a Chagres, e di lì rimontammo il fiume Cruz, per giungere a Panama —
In codesto ultimo viaggio, io fui assalito dalle terribili febbri endemiche in quel clima ed in quel paese seminato da paludi — Esse mi colpirono come un fulmine e mi prostrarono — Io, non fui mai, così abatutto dal male come in quell'epoca — e se non avessi avuto la fortuna di trovare degli eccellenti Italiani — tra cui due fratelli Monti — a Panama — e vari buoni Americani — io credo non mi sarei liberato dal morbo —
Il mio caro Carpanetto, poi in quella pericolosa circostanza, ebbe per me delle cure fraterne —
M'imbarcai a Panama col vapore Inglese — che doveva condurci a Lima — L'aria del mare fu per me un balsamo — e ne fui sommamente rinfrancato.
Nella traversata passammo a Guayaquil da dove cercai invano di scoprire la cima del Cimboraço — quasi sempre nascosto dalle nubi — A Païta sbarcammo, ci fermammo un giorno — e vi fui ospiziato in casa d'una generosa Signora del paese — che trovavasi in letto da anni — essendo stata colpita da un'attacco apopletico nelle gambe — Passai parte di quella giornata, accanto al letto della Signora — Io sopra un sofà — e benchè alquanto migliorato in salute, ero obligato di rimanermi sdrajato e senza moto —
Doña Manuelita di Saenz, era la più graziosa, e gentile matrona, ch'io m'abbia veduto — Essa era stata l'amica di Bolivar, e conosceva le più minute circostanze della vita, del grande Liberatore dell'America centrale — la di cui vita intiera, consacrata all'emancipazione del suo paese, e le virtù somme che lo adornavano, non valsero a sottrarlo al veleno della lingua mordace dell'invidia, e del gesuitismo, che ne amareggiarono gli ultimi giorni —
E sembra la storia di Socrate, di Cristo, di Colombo!
Ed il mondo rimane sempre preda delle miserabili nullità che lo sanno ingannare!
Dopo quella giornata ch'io chiamerò deliziosa — dopo tante angosciose — passata nella cara compagnia dell'interessante invalida — io la lasciai veramente commosso — Ambi cogli occhi umidi — pressentendo senza dubbio: esser cotesto — per ambi — l'estremo addio su questa terra — M'imbarcainuovamente col vapore — e giunsi a Lima lunghesso la bellissima costa del Pacifico —
Ho detto bellissima, parlando del littorale occidentale dell'America, da Panama a Lima — ed avrei dovuto dire pittoresca — giacchè quella costa se eccetuati i punti di Panama, Guayaquil, Païta e Lima — offre nella maggior sua estensione, dei tratti che somigliano alle aride arene dell'Africa — Comunque la parte verde, somiglia agli Oasis — e cosa stupenda: in quel paese ove rarissime sono le pioggie ed insignificanti — l'acqua dolce zampilla vicinissima all'Oceano — e basta dovunque cavar pochi palmi, per trovarla abondantissima — Le Ande veri giganti della terra — poco distanti dal littorale, sono il serbatojo di quelle acque purissime tesoro del paese — forse più prezioso dei ricchi metalli che vi abbondano tanto —
Io mi aspettavo di trovare — in quel versante della grande catena Americana — più animata vegetazione — e meno desolanti deserti di sabbia — e me lo era ideato più bello assai il paese alle falde delle alte Cordigliere — Nato io stesso alle faldi delle Alpi, cercavo, invano, dal mare, una vallata deliziosa, da poter paragonare a quella della bella mia Nizza!
Comunque, assai pittoresca, è quell'interessante costa — non tutta bella — ma con pezzi bellissimi — come Lima — e la Valle del Paradiso — Valparaiso!
A Lima ove trovammo ilS. Giorgio— io ebbi splendida accoglienza da cotesta ricca e generosa colonia Italiana — e massime dalle famiglie Sciutto, Denegri, e Malagrida — Il Sig. Pietro Denegri mi diede il comando dellaCarmen, barca di 400 tonnellate, e mi preparai per un viaggio in China —
Il mio amico Carpanetto partì da Lima colS. Giorgioper recarsi nell'America centrale — a prendervi il carico da lui preparato — Io non dovevo più rivedere quel carissimo uomo — a cui io andavo debitore di tanto affetto, tante gentilezze, e forse della vita — Egli moriva alcuni anni dopo di cholera, senza aver potuto ultimare le spedizioni che avea iniziato con tanta speranza e tanta sagacia — e che non fruttarono che amare delusioni, e la morte — in contrade tanto lontane dall'Italia sua ch'egli idolatrava —
Mi successe a Lima un fatto dispiacevole — prima d'imprendere viaggio — Io abitava nel principio del mio soggiornoa Lima in casa del Malagrida — ove convalescente ancora dalle febbri, io ebbi una cura ed assistenza veramente gentili da lui, e dalla cortese sua signora — In quella casa giungeva qualche volta uno di quei Francesi che professano ilchauvinisme— Io, poco accostevole di natura — e scorgendo cotesto individuo molto propenso a parlare — scansavo di legar conversazione con lui — quanto possibile — Un giorno però giunse a pigliarmi — e mi portò mio malgrado sul tema della spedizione Romana eseguita dall'esercito Bonapartesco — Tale argomento mi riusciva naturalmente tedioso — e procuravo di cambiarlo — ma inutilmente — ed egli non solamente si ostinò a continuarlo — ma straripò in termini poco decorosi agli Italiani — Io risposi con parole un po' aspre — trattenendomi nei limiti della decenza convenevole alla casa in cui io mi trovavo, e lì finì l'incidente —
Pochi giorni dopo — trovandomi al Callao — porto di Lima — a bordo dellaCarmen, occupato ai preparativi del mio viaggio — mi giunse un giornale di Lima in cui quelChauvinm'insultava —
Non feci parola — ma alla sera del Sabbato, in cui terminavano i miei lavori — me ne andai a Lima, cercai della casa sua — era un gran magazzeno — vi entrai — chiesi a lui se mi conosceva — ed alla sua risposta affermativa li diedi quattro bastonate con una canna leggiera che portavo di solito — siccome nel calore della cosa però, non mi ero curato s'egli fosse accompagnato o solo — mi trovai ad aver da fare con due antagonisti più robusti di me — Il nuovo arrivato vedendomi impegnato col suo compagno, mi amministrò una bastonata per di dietro sulla testa che mi coprì il volto di sangue, e nello stesso tempo cercava di ferirmi con uno stocco da tergo —
Io vacillai per un pezzo — stordito — e fui sul punto di cadere — cadendo io ero morto — ed i miei avversari erano giustificati dall'atto mio d'averli assaliti in casa propria.
Non cadetti per fortuna! E riscaldato dal sangue mio che m'inondava il volto — diventai furente — disarmai uno dei due — il più forte avversario — l'altro cominciò a fuggire nell'interno — certo più spaventato dello stato mio d'eccittamento — che dalla mia forza — e subito fu seguito dal secondo — Io rimasi padrone del campo di battaglia — in uno spazioso magazzeno di merci che non mi appartenevano — e cercai ricovero altrove —
Degno di menzione, è l'amore dei miei concittadini, manifestatosi in tale circostanza — verso di me. La polizia di Lima eccitata da un furibondo console Francese — voleva violentemente arrestarmi ma il contegno degli Italiani le tolse tale voglia — Essi si mantennero dignitosi — ma v'eran tutti — e Lima li contava a migliaja — tutta gente forte, e ben disposta — Tutti vennero alla riscossa — e dissero rispettosamente al commissario di polizia che non m'arrestasse — Il commissario fece molto schiamazzo, ma non mi arrestò — attorniato com'era, da quella folla d'uomini — tranquilli, ma risoluti nel loro proposito —
Il console Francese esigette da principio, una soddisfazione dal governo Peruano — che si formolava nientemeno: che in una multa, ed in parole di scusa da parte mia — Il console sardo Canevarro, era l'intermediario di quelle trattative — e non mancò d'interessarsi a me — Infine si conchiuse la cosa, senza multa, e senza parole di scusa —
Quando io penso alle nostre colonie Italiane dell'America meridionale — vi è veramente da andarne superbi — Quei nostri conterranei sulla terra libera di quelle Republiche — mi sembrano, valer più assai che nelle nostre contrade — Il prete sotto codesto cielo benedetto — striscia da rettile, come dovunque — ma sui nostri non ha dominio — e pochissimo sui figli di quel paese prediletto — I governi, non sempre son buoni — ma interessati come sono a fomentare l'immigrazione straniera — la proteggono, massime d'Italiani, che tanta affinità hanno colla razza Iberica —
Nell'America meridionale l'Italiano è generalmente laborioso ed onesto — quando qualche perverso si presenta, i nostri lo tengan d'occhio — e se fallisce non son tranquilli — finchè non sia cacciato dal loro consorzio —
La parte marina poi, di codesta nostra emigrazione, è poco conosciuta, massime dal governo Italiano — ma certo, essa si compone della frazione più energica dell'immensa marina nazionale — massime Ligure — di cui detto governo non ha saputo trar partito sin'ora — e che in nessun tempo — dev'essere inferiore alle marine mercantili o da guerra dei nostri vicini —
Veleggiai poco dopo, collaCarmen— verso le isole di Cincia, a mezzogiorno di Lima — ove si caricò guano — destinato per la China — e tornai al Callao per le ultime disposizioni del lungo viaggio —
Il 10 gennaio 1852 salpai dal Callao per Canton —
Impiegammo circa 93 giorni nel viaggio — sempre con vento favorevole — Passammo alla vista delle Isole di Sandwich — ed entrammo nel mare di China tra Luzon e Formosa nelle Filipine —
Giunto a Canton, il mio consegnatario mi mandò a Amoy — non trovandosi a vendere il carico guano nella prima piazza —
Da Amoy tornai a Canton — e non essendo pronto il carico di ritorno — caricai per Manilla differenti generi —
Da Manilla tornai a Canton — ove si cambiarono gli alberi dellaCarmen, trovati guasti — ed il rame. Pronto il carico — lasciammo Canton per Lima —
Dagli studi fatti dei venti regnanti — sulle due linee da percorrere per tornare a Lima — l'una al nord in cerca dei venti variabili di quell'emisfero — l'altro al sud, passando fuori dell'Australia — io scelsi la seconda —
Nella zona torrida, che sarebbe di 46° 56′ coll'equatore in mezzo — e che più generalmente si può calcolare sino a 60° — poichè le brezze per lo più si estendono a 30° di latitudine d'ogni lato dell'equatore —
Nella zona torrida dico — ove le brezze soffiando da levante a ponente, con eterna costanza — chi tentasse di traversare diritto da Canton a Lima — non ultimerebbe il viaggio nemmen se fosse carico di viveri, poichè avrebbe sempre contrari, venti e maree —
Allontanandosi invece da cotesta zona verso i poli, si va colla quasi certezza di trovarvi dei venti variabili — e che generalmente soffiano da ponente a levante — massime se si oltrepassano i 50° gradi di latitudine in un emisfero o nell'altro —
Veleggiammo verso il mare d'India — ed uscimmo dall'arcipelago Indiano per lo stretto di Lombok — dopo d'aver bordeggiato con alcune difficoltà in quelli stretti, avendo trovato la Monsoon[79]del Sud Ouest, ancora attiva —
Nel mare Indiano — fuori di quello stretto, trovammo le brezze costanti da levante — a pochi gradi di distanza — Presimo le mura a sinistra,[80]e continuammo così, sinoverso i 40° gradi di latitudine meridionale — ove trovati i venti da ponente, seguimmo per lo stretto di Bass — tra l'Australia e Van-Diemen — In codesto stretto, aprodammo in una delle Hunter Islands, per avere dell'acqua.
Vi trovammo uno stabilimento, lasciato di fresco da un Inglese colla moglie — per motivo d'esservi morto il compagno — notizia, che ci diede una tavola eretta sulla di lui tomba — ed ove era scritta sommariamente la storia della colonia — «I conjughi» diceva la iscrizione; «intimoriti di trovarsi soli in quell'isola deserta, l'abbandonavano per passare a Vandiemen» —
Il più importante dello stabilimento era una casetta rozza — ma comoda — d'un piano — industriosamente costrutta, ove si trovavano tavole, letti, sedie, ecc., non di lusso certamente, ma con quell'impronta d'agiatezza, così naturale agl'inglesi —
Un orto, per noi, il più utile ritrovato — poichè, vi trovammo delle patate fresche — ed altra ortaglia, di cui fecimo abbondante provvista —
Isola deserta dell'Hunter Islands — quante volte tu m'hai deliziosamente solleticato l'immaginazione — quando stuffo di questa civilizzata società — sì ben fregiata da preti e da birri — io mi trasportavo coll'idea verso quel tuo grazioso seno — ove aprodando per la prima volta fui ricevuto da uno stormo di bellissime pernici — ed ove tra secolari piante d'alto fusto — mormorava il più limpido, e più poetico ruscello — in cui ci dissettammo piacevolmente — e con abbondanza fecimo la necessaria provvista d'acqua per il viaggio —
Dallo stretto di Bass, veleggiammo tra la nuova Zelanda, eLord Aukland land, mettendosi poi a cavaliere del 52º di latitudine meridionale, e su cui spinti da forti venti da ponente, ci dirigemmo verso la costa occidentale dell'America —
Avvicinando quindi detta costa — dopo molti giorni di prospera navigazione — obliquammo a sinistra verso la zona torrida, cercando i venti generali, che soffiano eternamente dal Sud-Est — e che ci condussero a Lima, dopo una traversata di circa 100 giorni —
Negli ultimi giorni si scarseggiò di viveri, per cui si mise la gente alla razione per previdenza — Si sbarcò il carico a Lima, e si partì in zavorra per Valparaiso — ove giungendo, si noleggiò laCarmenper un viaggio dal Chilì aBoston con rame. Aprodammo in vari porti della costa di Chilì: Coquimbo, Guasco, Herradura — e si terminò il carico con lana sopra il Rame, a Islay (Perù).
Partimmo da Islay, veleggiammo a mezzogiorno per il capo di Horn, e dopo una traversata molto tempestosa nelle alte latitudini giunsimo a Boston — Da Boston ebbi ordine di andare a New York — ove giunto ricevetti una lettera, con alcuni rimproveri dal proprietario dellaCarmen— che mi sembrò, non meritare — e per cui lasciai il comando di detto legno —
Io devo agiungere, sul conto di D.nPedro Denegri padrone dellaCarmen: esserne stato trattatto con molta gentilezza, in tutto il tempo ch'ebbi la fortuna di servirlo — Ma un Tersito — parasita, che s'era introdotto in casa sua, era pervenuto a mettermi in sospetto col principale.
Rimasi alcuni giorni ancora a New York, godendo la cara compagnia dei miei preziosi amici Foresti, Avezzana, e Pastacaldi — ed in quel mentre, essendo giunto nel porto, il Capitano Figari, con intenzione di comprare un bastimento — mi propose di comandarlo per condurlo in Europa —
Io accettai, e fummo col Capitano Figari a Baltimore, ove si acquistò la naveCommonwealth— si caricò di farina e grano — e veleggiai per Londra, ove giunsi in Febbraio del 54 —
Da Londra andai a Newcastle ove caricammo carbon fossile per Genova — e giunsimo in quest'ultimo porto il 10 Maggio dello stesso anno —
Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier — ove ricevetti ospitalità gentile per 15 giorni — Da Genova passai a Nizza, ove ebbi finalmente la fortuna di stringere al seno i miei figli — dopo un esiglio di cinque anni —
Il periodo decorso, dal mio arrivo a Genova in Maggio del 54 — sino alla mia partenza da Caprera in Febbrajo 1859 — è di nessun interesse — Io lo passai: parte navigando — e parte coltivando un piccolo possesso — da me acquistato nell'isola di Caprera —
2º Periodo.
In febbrajo 1859 — io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col mezzo di Lafarina —
Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla Francia — e disposti a far la guerra all'Austria — di accarezzare il popolo Italiano — Manin, Pallavicino, ed altri distinti Italiani, cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda — per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali — all'adempimento di quell'unificazione Italica — sogno di tanti secoli delle menti elette della penisola —
Credendo: io avessi conservato alcun prestigio nel popolo — il conte di Cavour onnipossente allora mi chiamò nella capitale — e mi trovò certamente docile all'idea sua, di far la guerra alla secolare nemica d'Italia — Non m'ispirava fiducia il suo alleato — è vero — ma come fare: bisognava subirlo —
Pesa sull'Italia — come un incubo — una terribile coscienza di debolezza — frutto, certo delle discordie, e dell'educazione pretina — che non manca di padroneggiare, anche oggi — ultimi giorni del 59 — un gran numero degli ammoliti figli dell'Ausonia — massime nelle classi assuefate agli agi della vita —
Bisogna arrossire, ma pur confessarlo: colla Francia per alleata, si faceva la guerra allegramente — senza di essa — nemmen per sogno! Tale era l'opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del grandissimo popolo — E tuttociò per non sapere — o non volere — far uso degli elementi nazionali a disposizione — e d'esser sempre la causa del nostro povero paese — in mano, a malvagi — o della casta delle dottrine — assuefata ad argomentare con lunghe ciarle — ma non ad oprare gagliardamente —
Un popolo disposto a non piegar il ginocchio davanti allo straniero è invincibile — e non abbiam bisogno di andar lontani per cercar degli esempi che lo provino: Roma dopola perdita di tre grandi battaglie — e col terribile suo vincitore alle porte — faceva sfilare le sue legioni alla vista d'Annibale — e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio simile in qualunque storia del mondo! E quando si è nati sulla terra di tali portenti — colla fronte alta si ponno sprezzare le tracotanze straniere!
Del governo, vedevo il solo Cavour, a Torino — L'idea di far la guerra col Piemonte all'Austria, non era nuova per me — nè quella di far tacere qualunque convincimento politico — allo scopo di far l'Italia comunque sia —
Era quel programma — lo stesso, che fu adottatto alla nostra partenza da Montevideo per Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e Pallavicino — di unificare la patria Italiana con Vittorio Emanuele, mi fu comunicata a Caprera — essa mi trovò collo stesso credo politico —
¿E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca — e tanti altri nostri grandi?
Io posso con orgoglio dire: fui, e sono Republicano; ma nello stesso tempo — non ho creduto il popolare sistema, esclusivo al punto, da imporsi colla violenza — alla maggioranza d'una nazione —
In un paese libero — ove la maggioranza virtuosa del popolo — senza pressione — vuole la Republica — il sistema Republicano è certamente il migliore.
Trovandomi dunque nel caso, di dover dare il mio voto — come mi successe a Roma in 1849 — a tale sistema — lo darei sempre; e procurerei sempre di convincere nella mia opinione le moltitudini —
Non essendo possibile la Republica — almeno per ora (1859) sia per la corruzione che domina la società presente — sia per la solidarietà in cui si mantengono le monarchie moderne — e presentandosi l'opportunità di unificare la penisola colla combinazione delle forze dinastiche colle nazionali — io vi ho aderito assolutamente —
Dopo pochi giorni della mia permanenza a Torino — ove dovevo servire di richiamo ai volontari Italiani — io m'accorsi subito con chi avevo da fare — e cosa da me si voleva — Me ne addolorai — ma che fare: accettai il minore dei mali — e non potendo oprare tutto il bene — ottenerne il poco che si poteva — per il nostro paese infelice —
Garibaldi dovea far capolino — comparire, e non comparire — sapessero i volontari ch'egli si trovava a Torino per riunirli — ma nello stesso tempo, chiedendo a Garibaldidi nascondersi per non dare ombra alla diplomazia — Che condizione!
Chiamar i volontari — e molti — per comandarne poi il minor numero possibile — e di questi coloro che si trovavano meno atti alle armi —
I volontari accorrevano — ma non dovevano vedermi —
Si formarono i due depositi di Cuneo e Savigliano, ed io fui relegato a Rivoli — verso Suza —
La direzione e l'organizzazione dei corpi, fu affidata al generale Cialdini — Di Cuneo ebbe il comando Cosenz — di Savigliano Medici — ambi egregi ufficiali — che formarono il primo e secondo reggimento — base ed orgoglio dei cacciatori delle Alpi — Un terzo reggimento si formò pure a Savigliano con Arduino — composto anche questo delli stessi elementi — ma che non fece la buona figura dei primi per colpa del capo —
Una commissione d'arruolamento, istituita a Torino sceglieva la gioventù più forte e meglio conformata — dell'età da 18 a 26 anni per i corpi di linea — I troppo giovani — troppo vecchi — o difettosi — ai corpi volontari —
Nell'ufficialità si fu più corrivi — e si ebbe il buon senso d'accettare la maggior parte degli ufficiali da me proposti — Non tutti erano academici — ma quasi tutti furono secondo le mie speranze — degni della santa causa che si propugnava —
Formai il mio Stato Maggiore, con Carrano, Corte, Cenni, ecc. — Come ho detto: l'organizzazione era intieramente a carico del generale Cialdini —
Vari progetti, furono sbozzati dal governo, in quei primi tempi — Il primo fu: di operare io, verso il confino dei Ducati — avrebbe avuto quello — immensi risultati — ma fu presto cambiato — per timore, senza dubbio, di mandarmi a contatto di popolazioni che potevano aumentar troppo i corpi volontari — e si preferì destinarmi all'estrema sinistra degli eserciti — Cara, mi era pure, l'idea di rivedere la terra Lombarda — e quelle belle popolazioni così malmenate dalla tirannide straniera —
Mi si promise da principio la truppa di finanza, e credo non passò loro per la mente i guardaciurma — Promessi pure alcuni battaglioni di bersaglieri — era troppa gente — e non ebbi mai gli uni nè gli altri — Anzi affluendo oltremodo i volontari — per paura che ne avessi troppi, si chiamò il generale Ulloa a formare i cacciatori degli Apennini — chedovean ragiungermi — e che giammai vidi — sino alla fine della guerra —
Il generale Lamarmora — ministro della guerra — che sempre avea avversato l'istituzione dei volontari — si rifiutò a riconoscere i gradi de' miei ufficiali — dimodocchè vi fu l'obligo, per dare alcune legalità a quei rejetti, di ricorrere al sutterfugio di dar brevetti firmati dal Ministro dell'Interno — e non dall'eccellenza della guerra —
Tutto — comunque — si soffriva in silenzio: trattavasi di far la guerra per l'Italia — e combattere gli oppressori dei fratelli nostri —
Le cose politiche incalzavano — e le jattanze dell'Austria, mostravan prossimi i desiderati conflitti. Ciò, attivava alquanto l'armamento dei corpi volontari, e la loro organizzazione era spinta dall'attività del generale Cialdini —
L'invasione degli Austriaci sul territorio Piemontese, non ci trovò pronti — ma disposti però sempre, a marciare comunque fosse —
Fummo destinati sulla sponda destra del Po, a Brusasco — sulla estrema destra della divisione Cialdini destinata a difendere la linea della Dora Baltea — e coll'intento di coprire — lo stradale che da Brusasco conduce a Torino —
Il ministero avea mandato alcuni cannoni, al vecchio Castello di Varrene — per dominare dicevasi: la strada da Vercelli a Torino — Io ricevetti ordine di occupare e difendere cotesta posizione — ciocchè avrebbe inceppato i miei movimenti, in caso il nemico si fosse avanzato —
Comunque fosse — noi erimo lanciati alla liberazione della nostra Italia! sogno di tutta la vita!... Io, ed i miei giovani compagni, anelavamo l'ora della pugna — come il fidanzato quella di congiungersi a colei ch'egli idolatra —
Puri di qualunque bruttura d'oro, di ciondoli, di grandezze — noi ci spingevamo: avanti — accarezzando i disagi, i pericoli, i soprusi...... ed anche gli oltraggi delle sette — che per inimicizia, o per invidia — ci insidiavano — seminando di spine il nostro sentiero — e c'insidiavano, sino a voler annientare l'assisa — il nome glorioso — acquistato su cento campi di battaglia! Sì! sino agli oltraggi, eravam decisi di tolerare, mediante ci lasciassero combattere i nemici dell'idolo nostro!
Passaronsi alcuni giorni a Brusasco, a Brozolo, a Pontestura — quelle prime marcie cominciarono ad assuefarvi i militi — Si approfittava delle fermate nei vari paesi peresercitarli — assuefarli ai differenti servizi d'avamposti, di pattuglie, ecc.
Essendo stato chiamato il generale Cialdini, alla difesa di Casale — noi fummo destinati ai suoi ordini. Si fece una sortita di ricognizione da quella piazza, e si videro gli Austriaci per la prima volta.
In un finto attacco, fatto dai nemici sulle posizioni esterne della piazza, il secondo Reggimento agli ordini di Medici, diede prova di quanto sarebbero capaci i Cacciatori delle Alpi — caricando valorosamente gli Austriaci, e cacciandoli davanti a loro — Si distinsero in quella occasione il Capitano Decristoforis ed il sargento Guerzoni, poi sottotenente —
Lo stesso giorno di quell'attacco, e poco prima che succedesse — io ero stato chiamato dal re al suo quartier generale di S. Salvatore.
Egli mi ricevette benevolmente — mi diede delle istruzioni, e delle facoltà larghissime — per recarmi a coprire la capitale, mentre vi potesse esser pericolo d'un assalto imprevisto del nemico — e portarmi una volta quel pericolo svanito — sulla destra dell'esercito Austriaco per incomodarlo —
Ritornai dunque verso Torino sino a Chivasso — Là trovai l'ordine, di mettermi a disposizione del generale Sonnaz, colla brigata — Ebbi occasione in quella circostanza di ammirare il valore, e sangue freddo, di quel bravo vecchio generale — in una riconoscenza, spinta sino nelle vicinanze di Vercelli — Il nemico in forte numero, usciva da cotesta città, faceva delle scorrerie, toglieva, e depredava, quanto si trovava davanti — gettando lo spavento e la desolazione, tra le popolazioni circonvicine.
Negli ordini; in scritto, avuti dal re — v'era quello di chiamare a me, tutti i volontari rimasti nei vari depositi — ed il reggimento dei Cacciatori degli Apennini, composto dei giovani, venuti dalle differenti provincie Italiane, per servire ai miei ordini —
Per l'invio dei Cacciatori degli Apennini — ne scrissi a Cavour — e sotto un pretesto od altro — mai volle mandarmeli, ad onta del ordine suddetto — dimodocchè, mi persuasi: che non si voleva crescere il numero de' miei militi — Vecchia rogna, cominciato a Milano in 1848 da Sobrero, seguita a Roma da Campello — quando decretava: che il corpo da me comandato, non potrebbe oltrepassare il numerodi cinquecento uomini — e continuato da Cavour nel limitarmi ai tre milla —
La composizione dei tre reggimenti, era di sei battaglioni, ciascuno di 600, formante un totale di 3600 — ma i depositi, e la poca assuefazione alle marcie dei miei giovani militi, li aveva ridotti, prima di passare il Ticino a tre milla —
Il Re, che se non avesse il difetto d'esserlo — ciocchè lo spinge e lo tuffa in molte più colpe — ma che, di coloro che lo attorniavano nel 59 — non era certo il peggiore — il re dico: inviò un second'ordine di marcia verso il lago Maggiore per operare sulla destra dell'esercito Austriaco — Ciò non piacque forse alla camarilla — ma a me moltissimo — e mi trovavo quindi libero nelle mie manovre — posizione che mi valeva un tesoro —
Mi congedai dunque, dal prode mio vecchio generale — a cui già mi legava un vero affetto — e marciai a Chivasso e di là a Biella —
L'accoglienza brillante e simpatica, fatta dai Biellesi alla mia gente, fu di buon augurio — Soggiornammo un giorno o due in quella cara città — e seguimmo poscia per Gattinara —
I nemici da Novarra — avendo sentito che mi dirigevo a quella volta — mandarono una ventina di soldati per tagliar la corda del Porto della Sesia — ma una guardia nostra, situata in quel porto ne impedito l'atto a fucilate —
Qui non è fuori di proposito, accennare ad un fatto ben vergognoso per noi Italiani — e che le popolazioni non devono permettere — perchè disonorevolissimo — nei paesi ove ciò succede —
È vero che il sistema di terrore adottatto dagli Austriaci in Italia — aveva intimorito le popolazioni sommamente — e quello di Cavour: d'ordinare il disarmo delle guardie nazionali ai confini era inqualificabile — Non era quindi straordinario di veder commettere: atti di debolezza dai nostri paesani — e di prepotenza da cotesti signori ultramontani — che per tanto tempo si son creduti padroni delle case nostre, nostre sostanze, e di noi stessi —
Preceduti dalla paura che avevano saputo incutere i dominatori dell'Italia, estorcevano dagli abitanti quanto volevano — ed il fatto seguente per noi, ben umiliante lo prova abbastanza — e fa tanto più stupire: che ciò succedeva fra le forti popolazioni subalpine — di tradizioni militari,ricche, e che da molto tempo possedevano un brillante esercito —
La stessa ventina d'Austriaci mandati a tagliar la corda del Porto[81], non potendovi riuscire, se ne tornarono a Novara da dove erano partiti — e per non perder intieramente il frutto delle loro fatiche — requisirono, non so quanti viveri — carri per trasportarli; e s'incamminarono quindi sui carri, ubbriacchi, verso il loro quartiere — percorrendo uno spazio di quindici miglia almeno, in un paese nemico, ove le abitazioni sono agglomerate e numerose — e la gente forte e ben disposta quanto ne' più favoriti paesi del mondo — senza che venisse l'estro ad un solo Italiano — di tirare una pietrata a quell'ebbra masnada —
¡Ma questo non dovrebbe più succedere nel nostro paese perchè troppo degradante!
Eppure succede: perchè il prete ha insegnato ai contadini — che non son gli Austriaci i nemici d'Italia — ma noi liberali scomunicati! Ed il governo per lagrazia di Dioprotegge i preti!
Dieci giovani di quei dintorni, che avessero deciso: di assalire quei trionfatori a bastonate — gli disarmavano, o gli uccidevano —
Tanto però, può lo sconforto e l'inganno, seminati tra le popolazioni — che ne rimangono snervate, per forti e bellicose che sieno — E quelle stesse poi — all'uopo — vi danno dei militi — che ben guidati — valgono i primi del mondo —
Passammo la Sesia, e marciammo su Borgomanero —
Giunto in cotesto ultimo paese — io presi le mie disposizioni per passare il Ticino — A Biella già avevo conferito col prode Capitano Francesco Simonetta — sul modo di passare quel fiume — e lo aveva mandato avanti con alcuni de' suoi cavalieri — per prendervi le disposizioni necessarie a tale operazione[82]—
Cotesto prode ed intelligente ufficiale, aveva uno stabilimento a Varallo Pombia — era quindi praticissimo dei luoghi che avvicinavano le sponde del Ticino — ed amatodalle popolazioni — dimodocchè egli preparò qualunque cosa per il passaggio, con una sagacia veramente ammirabile —
Io conferï con pochi de' miei più distinti ufficiali sulla mia determinazione, ed in termini da far capire ch'ero risoluto a tentare senza esitazione —
La mia paura — francamente — era: d'esser richiamato indietro — o d'aver qualche contr'ordine —
Da Borgomanero io ordinai i viveri ad Arona — e gli alogi — persuaso, che in quel paese, non mancherebbero spie Austriache da informarne il nemico —
Giunsi ad Arona colla brigata al principio della notte — entrai nel paese con alcuni cavalieri — fingendo di volervi prendere stanza — ciocchè facevano pure gli Ufficiali d'allogio, comissari e forieri —
Ordinai segretamente che si prendessero tutte le precauzioni, nelle differenti avvenute del paese, acciocchè la truppa non entrasse — e la feci incamminare verso Castelletto —
Giunti a Castelletto vi trovai le barche pronte al dissotto del paese — feci passare il secondo reggimento col Collonnello Medici — Tutto il resto, rimase sulla sponda destra — Il passaggio si effettuò in buon ordine — solamente siccome le barche erano un po pesanti, e molto cariche — non potendosi maneggiare facilmente, non approdavano allo stesso luogo — alcune era trasportate alquanto abbasso dalla corrente — e ciò cagionò alcun ritardo per la riunione del reggimento sulla sponda Lombarda —
Finalmente, si marciò su Sesto Calende — si fecero prigionieri alcuni preposti e gendarmi — e si stabilì subito il porto, su cui continuò a passare il resto della brigata — Credo il 17 Maggio 1859 —
Erimo sulla terra Lombarda! Al cospetto della potente dominatrice che da dieci anni preparava il suo esercito vittorioso — ch'essa ora credeva invincibile — a compiere ciocchè le avea mancato Novara — Forse sognando piacevolmente — di metter le ugne dell'aquila sua su l'intiera penisola —
Erimo tre milla — il bagaglio era poco, giacchè avevimo lasciato il sacco della gente a Biella — I carri avevano avuto ordine di fermarsi in Piemonte — meno pochi destinati alle munizioni — Alcuni muli per le stesse, e per l'ambulanza — s'erano provveduti — dall'egregio ed instancabile Bertani, capo-chirurgo —
Da Sesto Calende marciai colla brigata a Varese nella notte — Bixio col suo battaglione prese per la sponda dellago Maggiore verso Laveno — con ordine di fermarsi sullo stradale, che da quel punto mette a Varese —
Decristoforis rimase a Sesto colla sua compagnia, per tenerci le comunicazioni aperte col Piemonte — questo valoroso ufficiale, fu il primo, come lo era stato a Casale, ad impegnarsi col nemico —
Gli Austriaci sapendoci a Sesto Calende — mandarono una forte ricognizione — e vi trovarono Decristoforis colla sola sua compagnia — Quel prode non contò il nemico, si battè risolutamente, e dopo una onorevole pugna, ripiegò sul distaccamento di Bixio — Tale era stato il concerto — perchè, io era ben persuaso, di non poter con sì poca forza — tenere l'importantissimo punto di Sesto Calende —
Gli Austriaci però — con quella loro caratteristica prudenza, non lo tennero nemmeno — e si ritirarono su Milano —
Fratanto le popolazioni Lombarde si animavano — non v'era da sperare da questo buon popolo una di quelle insurrezioni decisive — terminanti — I disinganni erano stati molti, e molti i patimenti —
La gioventù più animosa trovavasi la maggior parte nell'esercito Austriaco, nel nostro, in esiglio — o con noi — Ciononostante io ero ben contento della loro cara accoglienza — della premura usata per provederci i bisogni e quella di darci notizie delle mosse dei nemici, e servirci di guide, ove abbisognava —
Sopratutto poi, per le cure ai nostri feriti, prodigate da quelle care donne Lombarde —
L'accoglienza ricevuta a Varese, nella notte che seguì quella del nostro passaggio — è qualche cosa di ben difficile a descriversi — Pioveva dirottamente — ciononostante, io sono sicuro — che non mancava uno solo della popolazione — uomo, donna, o ragazzo — che non fosse fuori a riceverci — Era spettacolo commovente! il veder popolo e militi confusi in abbracciamenti di delirio!
Le donne, le vergini, lasciando da parte, la naturale pudicizia si lanciavano al collo de' rozzi militi con effervescenza febbrile! Non eran però tutti rozzi i miei compagni — poichè molti appartenevano a distinte famiglie della Lombardia, e di altre provincie Italiane — Ma Italiani tutti — legati al patto santo dell'emancipazione patria, come a Pontida —
La manifestazione d'affetto del caro popolo di Varese peril primo in quel periodo — era tanto più soddisfacente: che si era certi, non vi si trovavano persone compre — vociferazioni ufficiali, o birresche!
E cosa sono i disagi, le privazioni, i pericoli — quando sono compensati così — dall'affetuosa gratitudine d'un popolo che si redime! Contemplino, per un momento, questo spettacolo, i freddi, egoisti, insaziabili mercanti di popoli — e se non si commovono — rinunzino essi a far parte dell'umana famiglia a cui non son degni di appartenere!
Varese avea rovesciato lo stemma imperiale — sostituendovi il vessillo nazionale, pria del nostro arrivo — avea disarmato alcuni gendarmi, e preposti imperiali — Noi erimo in una città amica, piena d'entusiasmo — e che compromessa, com'era, ci trovavamo nell'obligo di difendere — E con tre milla uomini al cospetto dell'immenso esercito Austriaco — si può difender poco — Di più dovendo stare alla difesa d'una città — si perdeva quella mobilità indeterminata, occulta — che costituiva la parte più preziosa della nostra esistenza su d'un fianco del nemico —
Varese ha delle posizioni forti, come Bium, per esempio e potrebbe esser difesa da forze superiori — mediante alcune fortificazioni che non v'erano — S'innalzarono delle barricate, nelle principali entrate della città — e si cominciò ad armare alcuni cittadini, colle armi da loro stessi prese ai nemici —
Urban, generale Austriaco, era il destinato all'esterminio nostro — Le prime notizie ch'io ebbi di quel feroce nemico, venendo dalle parti di Brescia — erano nientemeno ch'egli comandava a quaranta milla uomini — V'erano nemici a Laveno — e s'avanzava un corpo dalla parte di Milano — V'era proprio da aver i brividi —
L'obligo di difendere la città di Varese, per non esporla al castigo di Urban — che si diceva inesorabile — mi poneva in qualche aprensione — Libero di movermi in qualunque senso, fuori della città — io, poco avrei temuto i numerosi nemici — ma nell'obligo di aspettarli a punto fisso, in una città non fortificata e senza un cannone — quindi poco o niente preparati a seria difesa, era cosa poco tranquillante —
Però non v'era rimedio — per tanti motivi, non si poteva abbandonare Varese — e conveniva decidersi ad aspettarvi il nemico a qualunque costo — Una volta decisi, poi, ogni timore era scomparso —
Il collonnello Medici col secondo reggimento, occupava lo sbocco della strada di Como, cioè la nostra Sinistra — Il collonnello Arduino, il centro, col terzo — Ed il collonnello Cosenz col primo la destra — cioè: lo stradale che viene da Milano — Io era sulle alture di Bium superiore colle riserve —
Si conosceva l'arrivo d'Urban a Como — ed altri movimenti di truppe dalla parte di Milano — che senza dubbio, dovevano esser combinati con quelli del primo —
Medici che ad un valore a tutta pruova — riunisce molta sagacia militare, aveva coperto l'ala sua, con quante opere, si poterono effetuare in quei pochi giorni — e ben valsero — giacchè quel punto, fu veramente l'obbiettivo su cui Urban venne a cozzare, con tutta la sua potenza —
Nella mattina del 25 Maggio, apena giorno — si scoprì la collonna nemica, che si avanzava su Varese dallo stradale di Como —
Il Capitano Nicolò Suzini, che colla sua compagnia era stato mandato in imboscata, alla distanza di circa un miglio dalla città — in un caseggiato di campagna dominante lo stradale — ricevette per il primo il nemico, e con molta bravura — Dopo d'averlo fucilato per un pezzo, a poca distanza, si ritirò sulla nostra destra —
Dopo quel primo ostacolo — Urban formò la sua collonna d'attacco per lo stradale — e preceduta d'alcune linee di tiratori — la lanciò contro la nostra sinistra, che la riceveva dalle posizioni antecedentemente preparate — col sangue freddo da veterani — Io feci sostenere quell'ala da due compagnie del primo reggimento, battaglione Marrocchetti —
Il conflitto durò poco — dopo d'averli ricevuti a brucia pelo — i prodi cacciatori del secondo reggimento animati dai valorosi Medici e Sacchi — saltaron fuori dei ripari — e caricarono i soldati dell'Austria alla bajonetta — facendo loro rifare la strada da dove eran venuti — assai più celeremente —