SECONDO PERIODO

SECONDO PERIODOCAPITOLO I.Viaggio in Italia.

Sessantrè lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra Italiana a combattere la guerra di redenzione — Giacchè non solamente v'eran molti indizi di movimenti insurrezionali nella penisola — ma, in caso contrario, si era decisi di tentare la fortuna, e procurar di promoverli, sbarcando nelle coste boschive della Toscana, o dove la nostra presenza potesse essere più accetta, ed adeguata —

Imbarcati sul brigantinoSperanza, il di cui noleggiamento potemmo effetuare, grazie all'economie nostre, al generoso patriotismo di alcuni nostri conterranei, tra i quali si distinsero — G. Batta, Capurro, Gianello, Dellazoppa, Massera, G.ppeAvegno, e sopratutti l'eccellente nostro Stefano Antonini, su di cui pesò la maggior parte del nolo, e le provviste tutte, necessarie al viaggio —

Noi marciavamo al conseguimento della brama, del desiderio di tutta la vita — quell'armi, gloriosamente brandite, alla difesa d'oppressi d'altre contrade, noi, volavamo ad offrirle alla veneranda patria nostra!

Oh! quell'idea, era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti — che incontrar si potevano sulla via, d'una vita intiera di tribolazioni.

I nostri cuori battevano di sublime palpito — E se la destra incallita alle pugne di lontane contrade, fu forte in difesa altrui, che non sarà per l'Italia!

Davanti a noi schiudevasi l'Eden della nostra immaginazione — E se l'idea di quanto rimaneva dietro a noi, non l'avesse offuscata alquanto — completta sarebbe stata la felicità nostra —

Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto — poichè un ben caro popolo è l'Orientale! — E noi avevamo diviso per tanto tempo — le poche sue gioie ed i molti dolori — Ed ora, lo lasciavamo non vinto, non abbatutto nel sublime coraggio — ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani — alla diplomazia Francese!

Noi lasciavamo i nostri fratelli d'armi — senza aver combattutto l'ultima battaglia! Ed è ben doloroso, qualunque ne sia la cagione!

Quel popolo festante all'aspetto nostro — fiducioso e tranquillo sulla bravura dei nostri militi — dava in ogni occasione, segni manifesti del suo affetto e della sua gratitudine — E quella terra, che noi amavamo da figli, racchiudeva l'ossa di tanti nostri Italiani, generosamente caduti per redimerla!.....

Il 15 Aprile 1848, era la partenza — Usciti dal porto di Montevideo, con favorevole brezza — abbenchè minaccioso il tempo — erimo verso sera, tra la costa di Maldonado e l'isola di Lobos — Alla mattina del seguente giorno, appena le sommità dellaSierra de las animas, si distinguevano — poi si sommersero e solo gli spazi dell'Atlantico — si offrivano alla vista nostra — e davanti a noi, la più bella, la più sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria —

Sessantatre, tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia — Egri due: Anzani affralita oltremodo, la salute, nelle sante crociate della causa dei popoli languiva sotto il peso di dolorosa consunzione — Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare — ma la fede, e le cure fraterne, valsero a depositarlo non sano, ma salvo sul lido Italiano — Anzani non doveva trovare in Italia, che una sepoltura, accanto a quella de' suoi parenti —

Fu il nostro viaggio, felicissimo e breve — Gli ozi della navigazione, si passavano per lo più in trattenimenti proficui — Gli illiterati erano insegnati da chi sapeva — e non pochi, erano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli — era la preghiera di tutte le sere — Noi, lo cantavamo in crocchio sulla tolda dellaSperanza— Intuonato da Coccelli, era accompagnato — e ripetuto il coro, da sessanta voci, con entusiasmo sommo —

Varcammo così l'Oceano, incerti, sulle sorti d'Italia, altro non sapendo, oltre alle riforme promesse da Pio IX — Il punto indicato da approdare in Italia era la Toscana — ove si doveva sbarcare, comunque ne fosse stata la situazione politica — incontrando amici, o dovendo combattere nemici — Un aprodo in Santa Pola, nella costa di Spagna — modificò le nostre risoluzioni — e fissò la metà nostra: Nizza —

La malattia d'Anzani aggravavasi — I pochi viveri, adeguati alla sua situazione, erano esausti — bisognava aprodare la costa per provvedersene — Giungemmo in Santa Pola — Andato in terra il Capitano Gazzolo, comandante laSperanza— ritornò celeremente a bordo con notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi.

Palermo, Milano, Venezia, e le cento città sorelle — avevano operato la portentosa rivoluzione — l'esercito Piemontese perseguiva l'Austriaco sbaragliato — e l'Italia tutta rispondeva all'appello all'armi come un sol uomo, e mandava i suoi contingenti di prodi alla guerra Santa —

Lascio pensare all'effetto prodotto su noi tutti — a tali notizie: era un correre sulla tolda dellaSperanza— abbracciandoci l'uno l'altro — fantasticando — piangendo di gioia!

Anzani balzava in piedi superando l'orrendo suo stato di distruzione — Sacchi, volea ad ogni costo esser tolto dal suo giaciglio — ed esser trasportato su coperta —

Alla vela! Alla vela! era il grido di tutti — e certamente, se non si fosse eseguito subito tal'atto, ne sarebbero risultati dei disordini — In un lampo fu salpata l'ancora — ed era il brigantino alla vela — Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all'impazienza nostra — In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia, e giungemmo alla vista dell'Italia — della terra promessa! non più proscritti — non più obligati di pugnare per scendere sul lido della patria nostra — E perciò, cambiato il divisamento di approdare in Toscana — Nizza primo porto Italiano[68]fu scelto, e vi sbarcammo verso il 23 di Giugno 1848.

Nelle sventure, per cui avevo passato nelle mia vita tempestosa, io avevo sempre sperato in giorni migliori. Lì, a Nizza v'era un complesso di felicità per me, come a nessunuomo è concesso di pretender maggiore — Troppa felicità veramente! ed ebbi un quasi pressentimento di sciagure non lontane —

Anita mia, ed i miei bimbi, partiti d'America, alcuni mesi prima, erano lì, riuniti alla vecchia mia genitrice ch'io idolatravo, e che non vedevo da quattordici anni —

Parenti cari, e preziosi amici dell'infanzia — io, riabbraciavo giubilanti di vedermi, ed in un'epoca così fortunata!

Quella popolazione di concittadini miei, sì buona sì esaltata dalla sorte sublime, che brillava sull'orizzonte dell'avvenire Italiano — e fiera del poco da me operato nel nuovo mondo!

Oh! certo — era la posizione mia invidiabile! Intenerito... io rammento quelle tante dolci emozioni! Che sì presto..... e sì dolorosamente dovean terminare! —

Non giunti ancora all'entrata del porto — già la cara mia consorte apparivami in una barchetta, tripudiando d'allegrezza — Una popolazione immensa mostravasi da tutte le parti — accorrendo al ricevimento del pugno di prodi, che disprezzando lontananza e pericoli — traversavano l'Oceano, per venir offrire il sangue loro alla patria —

Buoni, e valorosi compagni miei! Quanti di voi, dovean cadere sulla terra natale — coll'amara disperazione di non vederla redenta!

Eran pur belli, di virtù, di bravura, di gloria..... quei giovani miei compagni!..... E se degni della loro missione, lo provarono sui campi delle patrie battaglie!..... Ove le loro ossa biancheggiano, forse insepolte, e senza un sasso che ricordi a codeste nuove generazioni, che fecero indipendenti dallo straniero — tanto valore e tanto sacrificio!

Montaldi, Ramorino, Peralta, Minuto, Carbone — sullo stesso sito ove cadeste, coi vostri fratelli di gloria — il prete ha innalzato un monumento agli sgherri del Bonaparte che fuggirono davanti a voi — e che soverchianti di numero poi, vi sgozzarono sotto le benedizioni dei traditori d'Italia!

In Nizza dovevansi attendere alcune formalità di quarantina ecc. ma tutto fu ovviato dalla voce del popolo, coscienzioso allora della propria onnipotenza — E per farsi un'idea dello stato, in cui si trovavano le nostre finanze — basta dire: che non potemmo pagare il pratico — un tal Cevasco — che ci pilotò nel porto —

Ormeggiato il brigantino — provvisto allo sbarco d'Anzani,e di Sacchi — scese tutta la gente nostra anelante di passeggiare sulla terra Italiana —

Io corsi ad abbracciare i miei bimbi — e colei, ch'io avevo afflitto tanto, coll'avventurosa mia vita — Povera madre! La più calda delle mie brame fu certamente quella d'abbellire, e consolare i vostri ultimi giorni — La più calda delle vostre — era, naturalmente di vedermi tranquillo accanto a voi — Ma come, si può sperare in un periodo di quiete — e goder del bene di consolarvi nella cadente, e dolorosa vecchiaja, in questa terra di preti e di ladri!

Fu festa continua, i pochi giorni passati a Nizza — ma si combatteva sul Mincio — e l'ozio era per noi delitto quando i fratelli nostri pugnavano contro lo straniero —

Partimmo per Genova — ove, non men desioso di farci amorevole accoglienza, era quel bravo popolo — Un vapore spedito di là, doveva accelerare il nostro arrivo — Non trovandoci a Nizza, detto vapore, ci cercò invano sulle coste della Liguria — Noi erimo stati spinti verso la Corsica, dalle correnti, e piccoli venti contrari.

Giunsimo infine, e con noi alcuni giovani Nizzesi, che avean voluto accompagnarci, coll'entusiasmo proprio della loro età — e della fiamma di vita che bruciava allora tutte le animose popolazioni della penisola —

Il popolo di Genova, ci accolse, palpitante di gioia e di affetto; le autorità colla freddezza di coscienza mal sicura; e preludiarono in quella serie di smorfie, e temporeggiamenti — che ci accompagnarono nel nostro paese — ovunque ritrovavansi i patteggianti addetti alle idee di mezzo — trascinati al libero reggimento, più dalla paura del popolo che dalla fede e dall'indole dell'anima per il miglioramento umano.

Anzani ch'io avevo lasciato presso mia madre — impaziente, e spinto dal proprio genio di fuoco — ci aveva preceduti in Genova, imbarcandosi col vapore; ad onta della spossatezza, e debilità, a cui lo avea ridotto la mortale sua malattia —

Qui comincia l'ostracismo, a cui mi condannarono gli amici di Mazzini (1848) — e che dura oggi — (1872), più ostinato che mai — il di cui motivo o pretesto, fu senza dubbio — per voler io marciare coi miei compagni, sul campo di battaglia, allora sul Mincio e nel Tirolo; e ciò perchè era un esercito reggio, quello che stava alle mani cogli Austriaci —

E si osservi: che i capi allora, che tormentavano il povero moribondo Anzani, chiedendoli mi ammonisse — sono gli stessi che formano oggi la falange dei servi più fedeli alla monarchia!

Quando io intesi il mio amato fratello d'armi, di tante gloriose pugne — raccomandarmi: «di non abbandonare la causa del popolo»! io confesso: ne fui profondamente amareggiato — forse più che non lo fui in questi giorni, nell'udirmi chiedere: «di dichiararmi apertamente Republicano»!

In pochi giorni cessò di vivere quel veramente Grande Italiano, in casa dell'amico Gaetano Gallino — per cui l'Italia tutta avrebbe dovuto vestirsi a lutto — e s'egli, per fortuna nostra — fosse stato alla testa del nostro esercito — certo da molto, la penisola sarebbe sgombra da qualunque dominatore straniero — Io certo, non ho conosciuto un uomo più compito, più onesto, e più altamente militare d'Anzani —

La salma dell'illustre guerriero, traversava modestamente la Liguria e la Lombardia, per esser sepolta nella tomba dei suoi padri in Alzate, luogo della sua nascita —

2º Periodo

Il proposito nostro: dalla partenza d'America, era stato di servire l'Italia, e combattere i nemici di lei, comunque fossero i colori politici, che guidassero i nostri alla guerra d'emancipazione —

La maggioranza dei concittadini, manifestava lo stesso voto — ed io dovevo riunire il piccolo nostro contingente a chi combatteva la guerra Santa — Era Carlo Alberto il condottiero di chi pugnava per l'Italia — ed io mi dirigevo a Roverbella — quartier generale principale allora — ad offrire senza rancori il mio braccio, e quello de' compagni, a colui che mi condannava a morte nel 34 —

Lo vidi, conobbi diffidenza nell'accogliermi, e deplorainelle titubanze ed incertezze di quell'uomo — il destino male affidato della nostra povera patria.

Io avrei servito l'Italia agli ordini di quel re — collo stesso fervore, come se Republicana fosse; ed avrei trascinato sullo stesso sentiero di abnegazione quella gioventù, che mi concedeva fiducia —

Far l'Italia una e libera dalle pestilenze straniere era la meta mia — e credo lo fosse dei più in quell'epoca — L'Italia non avrebbe pagato d'ingratitudine, chi la liberava —

Io non solleverò la lapide di quel defunto — per pronunziarmi sul suo contegno — ne lascio alla storia il giudizio — dirò soltanto; che chiamato dalla posizione, dalle circostanze, e dalla generalità degli Italiani, a guida, nella guerra di redenzione — ei non corrispose alla concepita fiducia e non solo, non seppe adoperare gli elementi immensi, di cui poteva disporre — ma ne fu l'oggetto principale di ruina.

Da Genova marciavano i miei compagni verso Milano, sotto l'infausta impressione generalmente prevalsa, e senza dubbio suscitata da nemici — dell'inutilità, e perniciosa influenza dei corpi volontari —

Mentre io correvo da codesta città a Roverbella, da Roverbella a Torino — e quindi a Milano, senza poter ottenere di servire il mio paese, sotto nessun titolo —

Casati, del governo provvisorio di Lombardia, fu l'unico, che credete potersi valere dell'opera nostra, agregandoci all'esercito Lombardo — Collo stabilirmi in Milano, terminai dunque le mie scorrerie da vagabondo —

In Milano, il governo provvisorio, incaricavami dell'organizzazione di vari frammenti di corpi includendovi i pochi miei compagni d'America — e le cose non sarebbero andate male, senza l'ingerenza malefica d'un ministro reggio, Sobrero — le di cui mene, ed indefinibili procedimenti mi racapricciano tuttora —

I membri del governo provvisorio collocati dalle circostanze, in quella posizione — eran dabbene io credo, ad onta di manifestate opinioni politiche contrarie alle mie — ma certamente mancavano d'esperienza, e non erano gli uomini adeguati a quei tempi d'urgenza e di convulsioni —

Sobrero aprofittavasi della loro debolezza, e li trascinava a sua voglia — e padroneggiata da Sobrero quella buona gente senza esperienza, camminava verso il precipizio senza accorgersene —

La febbre acquistata nel mio viaggio a Roverbella, e le conferenze con Sobrero — che fra le altre antipatie avea quella della camicia rossa — che diceva: troppo apparente alle fucilate nemiche — mi resero il soggiorno della bella e patriotica città delle cinque giornate — insoportabile — e respirai giubilante, il giorno in cui sortivo dalla capitale della Lombardia, diretto su Bergamo con un pugno di gente nuda, e mal'armata — un'altra volta per organizzare — destino niente adeguato all'indole mia — ed alle scarse mie cognizioni di teorie militari —

Si osservi: che tale mia gente, componevansi per la maggior parte di depositi, o di scarti, dei corpi volontari che militavano nel Tirolo — viziati da lunga dimora nella capitale —

Fu brevissimo il nostro soggiorno in Bergamo —

Mentre si erano prese alcune misure, ed osservazioni di difesa — mentre si trattava — con ogni mezzo possibile di chiamare alle armi quelle brave popolazioni — e si spedivano agenti nelle valli, e montagne a riunirne i robusti abitatori — per mezzo principalmente, dei nostri incomparabili Davide e Camuzzi, la di cui influenza era somma — e le di cui opere faticose, finirono per riuscire intieramente nulle dalla precipitata partenza — ordine perentorio da Milano ci richiamava, ove ragiungere l'esercito nostro in ritirata davanti agli Austriaci — e per prender parte alla gran battaglia, che doveva aver luogo presso quella città Sotto buoni o cattivi auspici — si trattava finalmente di combattere — e non vi fu tempo perduto —

Vari depositi di battaglioni Piemontesi — ed altri che si stavano formando sotto la direzione del prode Gabriele Camuzzi — con due piccoli pezzi d'artiglieria, ben disposti appartenenti allo stesso — e la piccola collonna, formata con il nome di Legione Italiana, e guidata dai veterani di Montevideo — in tutto più di tre milla uomini, marciavano ardentemente per cooperare alla decisione delle sorti della patria —

In Trecate, si lasciarono bagagli e sacchi, per poter marciare più celeremente — Vicini a Monza, si ebbe l'ordine di operare sulla destra del nemico — e già si pigliavano le disposizioni all'uopo mandando esploratori a cavallo per saperne i movimenti e le disposizioni — Ma giunti a Monza, vi giungeva contemporaneamente la notizia della capitolazione e dell'armistizio; e torrenti di fuggitivi non tardarono ad ingombrar le strade —

Io avevo veduto poco tempo prima l'esercito piemontese sul Mincio — e l'anima mia avea palpitato d'orgogliosa fiducia, alla vista di quella bella gioventù impaziente di trovare il nemico — Io convissi tra vari ufficiali di quell'esercito alcuni giorni — già fatti alle fatiche del campo — coll'ilarità del guerriero sospirando battaglie — Oh! certo, io avrei speso la mia vita con giubilo al lato di codesti prodi — se un conflitto vi fosse accaduto, co' nemici dell'Italia —

Oggi, si diceva quell'esercito in rotta, senza sconfitte, morendo di fame nella pingue Lombardia, col Piemonte e la Liguria alle spalle; e senza munizioni, con Torino, Milano, Alessandria, Genova intatte, ed una nazione intiera, volenterosa e pronta ad ogni chiesto sacrificio —

Eppure ricadeva nel servaggio, l'Italia! Disfatta a brani — e non apparì la mano capace di raccoglierli, e spingerli in fascio contro i nemici ed i traditori! Essi riuniti e ben guidati, erano bastanti per traditori e nemici!

Armistizio, capitolazione, fuga, furon notizie che ci colpiron come fulmine l'una dopo l'altra — e con esse la paura e la demoralizzazione — tra popolo, nelle fila e dovunque —

Certi codardi, che sventuratamente trovavansi tra la mia gente, abbandonarono i fucili sulla stessa piazza di Monza — e cominciarono a fuggire in tutte le direzioni — i buoni adirati, e scandalizzati a tanta vergogna, puntavan le armi per fucilarli; e per fortuna io e gli ufficiali, potemmo prevenire l'eccidio, ed impedire un completto scompiglio — Castigaronsi alcuni dei fuggenti — altri furono degradati e cacciati —

Tale stato di cose mi decise ad allontanarmi da quel teatro di sciagure — e dirigermi verso Como, coll'intenzione di trattenermi in quell'alpestre paese, aspettando il risultato degli eventi — e deciso a far la guerra di bande se altro non si poteva —

Da Monza a Como, mi comparì Mazzini[69]colla sua bandiera «Dio e popolo» — Egli si riunì a noi in marcia, e seguì a noi riunito sino a Como — Da Como passò inSvizzera — mentre io mi disponevo di tener la campagna nei monti Comaschi — Molti dei suoi aderenti, o supposti, lo accompagnarono e lo seguirono sulla terra straniera — Ciò naturalmente servì di stimolo ad altri, per abbandonarci — e si diradarono quindi le nostre fila —

A Milano io avevo commesso l'errore, che Mazzini mai mi ha perdonato, di suggerirli: non esser bene il trattenere una quantità di giovani — colla promessa di poter proclamare la Repubblica — mentre esercito e volontari combattevano gli Austriaci —

Giunti in Como vi trovammo meno disordine — però non meno lo sgomento cagionato dai successi funesti di Milano e dell'esercito —

2º periodo.

Giunti in Como fummo bene accolti da quella buona popolazione — che anteriormente già aveva manifestato per noi molta simpatia — essendo, la loro brama, stata manifestata sino dal nostro primo arrivo in Milano — cioè: che noi fossimo destinati a Como piutosto che in altro luogo per organizzarci —

Le autorità municipali pure — ci accolsero bene, e ci provviddero di quanto potevano — massime di vestimenta di cui mancava molto la mia gente —

Circa a metter la città in istato di difesa, e tenere contro gli Austriaci; — non fu del loro assentimento — e realmente codesta città abbisognerebbe di molte opere di fortificazioni esterne — e di molta gente per difendersi da un nemico superiore — Essa ha molte eminenze che la dominano — e trovassi nel basso, edificata sulla sponda del lago —

Nel secondo giorno del nostro arrivo in Como — vi giunse il generale Zucchi in vettura — tragittando per la Svizzera — Quando la popolazione conobbe il suo arrivo — ela di lui intenzione di abbandonare l'Italia — si accese di sdegno — corse all'albergo ove aveva smontato — ed affollatta, manifestava l'intenzione di trarlo fuori, e malmenarlo.

Io fui avvisato a tempo, mi recai sul luogo, e pervenni a calmare il popolo — osservando l'età, e le glorie passate del vecchio generale —

Nella sera dello stesso giorno, sgombrammo Como — e dopo breve marcia, campammo a ponente della città sulla strada di S. Fermo.

In Como disertarono molti dei nostri — passando nella vicina Svizzera — e credo molti altri non fecero lo stesso, per vergogna di quel bravo popolo — caldo sempre per la causa patria — ma aspettarono di esser fuori della città per abbandonar le fila dei prodi che si disponevano a difender l'ultimo lembo della terra Italiana —

Nella prima notte di accampamento all'aria aperta la diserzione fu molta — e mucchi di fucili abandonati comparivano all'alba nel campo — Abbenchè in onore del vero — ed acciò i miei concittadini, coll'esempio del passato, imparino a non abbandonare sì leggermente il bellissimo lor paese al vorace straniero — io racconto come furono le nostre vergogne — In onore del vero, però, devo pur dire: che trovavansi i miei militi — massime un battaglione Vicentino — per la maggior parte vestiti di tela, e senza capoti — ad onta della generosità dei Comaschi — che fecero per noi quanto poterono — I commissari regi, che in Milano trovavano la camicia rossa troppo apparente alla vista del nemico — non curaronsi però di fornirci di un capotto — destino dei miei volontari in tante circostanze. La vicinanza della Svizzera, acresceva poi, la voglia di defezione — e certo la maggior parte preferivano di andare raccontando i loro fasti gloriosi, nei cafè, e negli alberghi di Lugano — che di rimanere ai disagi ed ai pericoli del campo —

Pochi giorni vagammo per quelle montagne — raccogliendo le armi dei nostri disertori — caricandole su carri requisiti, che marciavano colla collonna — Ma tale soverchiante impedimenta cresceva ogni giorno, e somigliavamo piutosto ad una caravana di beduini — che a gente disposta a combattere per la sua terra — mi determinai quindi ad abbandonare provvisoriamente la Lombardia e passare in Piemonte — Ci dirigemmo per Varese, e di làa Sesto Calende — ove passammo il Ticino — avendo già sulle nostre traccia, un corpo di Austriaci —

A Castelletto, sulla sponda destra del Ticino, io divisai di fermarmi — e consultai le autorità di quel piccolo paese, ma eccellente: se concorrerebbero alla difesa in caso fossimo lì attacati dal nemico —

Assentirono volenterosamente tutti — autorità civili e popolo — e si principiò un lavoro di fortificazioni volanti, che non avrebbero mancato di attuare valida resistenza — essendo il sito assai difendibile —

Il morale della gente erasi pure rinfrancato —

Il Capitano Ramorino, mandato sulla sponda opposta del fiume, ov'eran comparsi i nemici, aveva fugato un loro posto avanzato, feriti alcuni, e portato come trofei nel campo nostro, alcune lancie ed attrezzi di cavalleria —

Passammo alcuni giorni in Castelletto; il nemico mi significò la sospensione d'armi — ch'io feci osservare — ma non convenni sulla scambievolezza propostami, di visite reciproche dall'uno all'altro campo —

Giunse l'armistizio Salasco, e tutti fummo sdegnati dalle degradanti condizioni — Si suggellava il servaggio, della, povera Lombardia — e noi eravamo venuti per difenderla — acclamati campioni di quel popolo infelice — e nemmen sguainammo le nostre sciabole per esso! Vi era da morire dalla vergogna!

2º periodo.

Un proclama di reprobazione all'infame patto, era emesso immediatamente, e non ad altro si pensò più, che a ripassare sulla terra Lombarda — per combattere i suoi oppressori — comunque fosse —

Da Lugano, alla notizia dell'armistizio, ci giunse Daverio, inviato da Mazzini, con promesse d'assisterci in uomini e mezzi, per ritentar la prova — e fu formaggio sui maccheroni —

Eranvi, sul lago Maggiore, due vapori — impiegati per commercio e passeggieri, tra l'Italia e la Svizzera — e laprima idea fu naturalmente d'impossessarsi di quei vapori per agevolarci il traslato — Ad Arona aprodavano periodicamente, ed era il punto più prossimo a noi; in una marcia di notte fummo in Arona — e padroni d'uno di quei piroscafi, l'altro giunse nella giornata ed ebbe la stessa sorte — Un numero proporzionato di barche, ricevette cavalli, materiali, e parte della fanteria; i due piccoli cannoni furono collocati a bordo dei vapori — Diede la municipalità d'Arona, il richiesto, in fondi e viveri — e presimo la direzione per Luino, trascinando coi piroscafi tutte le barche cariche —

Fu pure commovente spettacolo la marcia nostra, lunghesso la costa occidentale del magnifico lago —: Una gran parte delle famiglie Lombarde, emigrate dalle loro case, avevano scelto la loro residenza su cotesta pittoresca sponda, una delle più belle del mondo — Conscie del nostro proposito, ci salutavano dovunque, con bandiere, fazzoletti, panni, ed evviva di giubilo —

Scorgevansi quelle bellissime nostre donne — sporgenti dai balconi delle case — con quei volti graziosissimi — così animate — come se avessero voluto volare per ragiungere i prodi che non disperavano di strappare all'oppressore i focolari loro —

Noi rispondevamo agli evviva degli amati concittadini ed erimo orgogliosi certamente del loro plauso — e della risoluzione nostra.

Traversammo il lago, e giunsimo a Luino — ove sbarcammo in numero di ottocento uomini circa, pochi cavalli, e lasciando a bordo dei vapori comandati da Tommaso Risso i due cannoni.

All'altro giorno, mentre eravamo in disposizione di moversi dalla Becaccia (Albergo in Luino), per internarsi nel Varesotto — seppi che una collonna Austriaca si avanzava verso di noi, per la strada maggiore da mezzogiorno.

Essendo già, la collonna nostra, internata in un sentiero che conduce pure a Varese per scorciatoja, feci retrocedere immediatamente la coda della collonna, ed ordinai ad una compagnia di retroguardia, che riprendesse la suddetta posizione della Becaccia — co' circuiti per impedirne la possessione al nemico — Ma fu tardi; già giunti in forze a quel punto — se ne impadronirono, e facilmente respinsero i pochi nostri — Divisa in tre corpi era la piccolanostra collonna — e ristretta nell'angosto sentiero — nell'impossibilità di spiegarsi, ed aver altra ordinanza, senonchè quella di fianco; per esser lo stesso incassato tra alte rupi — ma ritornando verso la Becaccia, eravi più spazio — e vi si potevano schierare in collonna per sezioni, il terzo ed il secondo corpo —

Io consideravo l'Albergo, qual chiave della posizione, e quindi obbiettivo del campo di battaglia — di cui bisognava impadronirsi — o se no, abbandonare il campo coll'apparenza d'una sconfitta —

La Becaccia aveva una forte casa, vari recinti, ed attorniata da una quantità di siepi, e pile di legna tuttociò in potere del nemico, e che bisognava conquistare. Era d'uopo quindi caricar la posizione risolutamente ed il terzo corpo assaltò per scaglioni — che ad onta degli sforzi del maggiore Marrocchetti che lo comandava, e dei suoi ufficiali — fu respinto —

Il secondo corpo, de' bersaglieri Pavesi, comandato del Maggiore Angelo Pegurini, ebbe ordine di caricare — e fratanto il Capitano Coccelli, arrampicandosi colla sua compagnia, sopra un muro alla sinistra nostra — appariva sul fianco destro del nemico —

I Pavesi, caricavano coll'intrepidezza di vecchi soldati — era il primo combattimento a cui assistevano — e ad onta di cadere vari di loro — pervennero a bajonettare gli Austriaci — che stupiti da tanto valore, e dall'apparizione di Coccelli sulla loro destra volsero in completta fuga —

Con cinquanta cavalieri per perseguirli — pochi o nessuno si sarebbero salvati, di quei nemici d'Italia — I pochi uomini a cavallo ch'io avevo — tra loro gli ufficiali Bueno e Giacomo Minuto d'alto valore — erano occupati come esploratori o vedette —

Morirono alquanti Austriaci, e 37 rimasero prigionieri, con un medico[70]

Il risultato di quella vittoria, ci lasciò padroni del Varesotto, che percorremmo in ogni senso senza ostacoli — Le popolazioni di quei paesi, rialzaronsi dall'abattimento loro.ed entrammo in Varese, alle acclamazioni entusiastiche di quella buona gente —

In tale occasione, rinatami era la speranza, nutrita da tant'anni, di portare i concittadini nostri, a quella guerra di bande, che a difetto d'esercito organizzato — potrebbe preludiare all'emancipazione della patria — promovendo l'armamento generale della nazione — quando questa, avesse avuto veramente l'intima e risoluta volontà di redimersi — Distaccai perciò la compagnia del capitano Medici, composta di gioventù scelta, e varie altre, ad operare separatamente.

Ma in Luino dovevan terminarsi i successi della campagna — La capitolazione di Milano, la ritirata dell'esercito Piemontese — e l'abbandono del territorio Lombardo, dei numerosi corpi di volontari di Durando, Griffini, ecc. — avevano scoraggito le popolazioni, vi era stato bensì un barlume d'entusiasmo al nostro riaparire e colla pugna felice di Luino — ma lo sconforto ripigliava alla vista del piccolo nostro numero — ed alla diserzione dei nostri militi, fomentata da coloro stessi che da Lugano ci avean promesso sussidi e gente!

Medici dopo d'aver fatto il possibile, e battuttossi coraggiosamente con un corpo superiore di nemici, era stato obligato di passare in Svizzera — Degli altri distaccamenti non merita far menzione —

Fratanto ingrossavano gli Austriaci in ogni direzione — e non vergognavansi di mandar forze imponenti, contro un pugno di volontari Italiani — Stettimo poco in Varese, e vari giorni nelle vicinanze — gambettando per non incontrare i nemici, sempre a noi superiori — e giornalmente aumentando —

Nei dintorni di Sesto Calende, ci si riunirono un Capitano Napoletano della collonna di Durando, con alcuni uomini, e due pezzi d'artiglieria di grosso calibro, che in altra circostanza, ci sarebbero stati preziosi — ma nella presente ci riuscirono di vero imbarazzo — non potendo noi misurarsi a campo aperto con sì numerosi nemici —

Feci riprender la via del Ticino al Capitano coi pezzi, e rimasero con noi, i militi pochi ma buona gente — Era necessario moversi, e cambiar di posizione, quasi ogni notte, per ingannare i nemici — che per sventura d'Italia — massime in quei tempi — trovavan sempre una massa di traditori, disposti a far loro la spia — mentre per noi, anchecon pugni d'oro, era difficile sapere esattamente del nemico — Qui facevo le prime esperienze — del poco affetto della gente della campagna, per la causa nazionale. Sia per esser essa creatura e pasto di preti — sia per esser generalmente nemica dei propri padroni — che coll'invasione straniera, eran, per la maggior parte obligati ad emigrare — lasciando così i contadini ad ingrassare a loro spese —

Quindi altre fermate non si facevano — che per lasciar riposare i militi — e per raccogliere i viveri sufficienti —

Si passò, in tal guisa, alcun tempo — aspettando i nemici di giorno, in forte posizione — ove non ardivano attaccarci — E quando ingrossando, cercavano di attorniarci — si marciava di notte per altre tali posizioni — ove ordinariamente succedeva lo stesso —

In quei movimenti, che certamente richiedevano non poca pratica del paese — mi valeva immensamente il nostro Daverio — altro Anzani — nativo di quelle contrade — amato generalmente da tutte le classi — e con un'anima imperturbabile — e valorosissimo — egli qualunque cosa trovava facile, ed agevolava — Anche nel fisico, Daverio somigliava a quell'incomparabile mio fratello d'armi di Montevideo — ed avea di più, salute ferrea —

L'imponenza delle numerose truppe Austriache atterrava le popolazioni — Un abitante solo, di qualunque classe, non si riuniva a noi — e difficilmente incontravansi guide — Dalla Svizzera — da dove si sperava corressero i giovani emigrati ad incorporarsi a noi — e ci venissero somministrati dei mezzi, da chi poteva — non solo nessuno si moveva ad ingrossar la piccola nostra collonna — ma di là stesso, ci giungevano voci d'alte imprese — preparate nel quartier generale di Mazzini — che cagionavano la diserzione tra i nostri militi — quindi scoramento tra i pochi che rimanevano —

Verso Ternate, fummo rinchiusi talmente tra le collonne nemiche — che ben difficile riuscì lo scansarle — ed impossibile sarebbe stato in un terreno piano — ma la montuosità del paese ci favorì ancora, e ci salvò da certa perdita — Qui valse ancora sommamente Daverio, con alcune guide da lui trovate —

Noi marciammo verso quella collonna nemica, che più vicina ci sembrava — e risolutamente — Tra noi, e la stessa, era una valle profonda — giunta la nostra testa al basso — mentre il nemico credeva d'esser attaccato dall'altraparte — si converse a sinistra — ed un po' precipitosamente, bisogna confessarlo — ci dirigemmo verso Morazzone — lasciando il nemico alcune miglia dietro di noi — Cammin facendo si riuniva il pane, ch'era possibile trovare nei paesi circonvicini, e sul [dorso] di fachini, in gerle seguiva la collonna.

Giunti a Morazzone verso le cinque pomeridiane, si schierò la gente nella strada principale — ove doveva star di fianco per la strettezza di quella, e vi si divisero i viveri, e la paga competente, con ordine di non moversi dalle fila, e di non lasciar i fucili —

Era terminata la distribuzione — e già si era data la disposizione di marcia — Io avevo preso un pezzo di pane ed un bicchier di vino, sullo stesso banco ove si faceva la distribuzione — quando alcuni de' miei ufficiali che avevano fatto preparare del brodo vennero ad invitarmi di condividere la loro mensa — Eravamo presso porta Varese nel pianterreno d'una casa, quando repentemente si odono grida al di fuori — e precisamente nella porta suddetta — Erano gli Austriaci che entravano frammisti alle guardie nostre — che per fame o per stanchezza s'erano lasciate sorprendere — Io non so tuttora di chi fosse il tradimento o la colpa, ma certo — se non fu tradimento — fu colpa di chi doveva vigilare — Comunque, erano i nemici dentro e non distavano cinquanta passi dal sito, ove mi trovavo con una mano d'ufficiali, gli stessi che mi avevano invitato.

Cadeva la notte, e lascio pensare qual confusione nacque nella gente nostra — milizia di pochi giorni — e non troppo superiore in morale — Metter mano alla sciabola, ed uscire alla riscossa, fu mestieri, farlo in un punto e senza più riflessioni — coi pochi ma prodi ufficiali che mi accompagnavano — Tra quelli Daverio, Fabrizi, Bueno, Cogliolo, un Giusti, giovane Milanese ajutante mio, mortalmente ferito nel conflitto e poi morto — Giovane d'un valore incomparabile, e la di cui memoria, io raccomando ai miei conterranei —

Alla voce nostra fermaronsi i fuggenti — e si rivolsero a chi li perseguiva cozzandosi corpo a corpo — Vi furono alcuni momenti di mischia, di flusso e di riflusso; ma finalmente il valore Italiano la vinse — e fu respinto il nemico fuori di Morazzone — Si presero delle misure di difesa, barricando le avvenute — ed impossessandosi d'alcune case sul limitare del villaggio atte all'offesa —

Io devo menzionare un Capitano Pollaco, che con noitrovavasi con pochi suoi concittadini — e che fecero prodigi di valore — Duolmi non ricordare i nomi di quei bravi compagni — che sì brillantemente sostennero la riputazione di bravura della loro nazione —

I nemici messi fuori di Morazzone, eseguivano intanto le atroci pratiche da loro usate sempre — e particolarmente in Italia, la terra delle espiazioni, e del martirio — cioè: l'incendio — ed incendiarono senza misericordia, tutte le case intorno al paese — mentre cannonegiavano indistintamente nell'interno — l'incendio comunicavasi dall'una all'altra casa, con spaventoso frastuono e progresso — mentre le fucilate d'ambe le parti ne aumentavano il rumore —

Respinti una volta gli Austriaci — non tentarono più d'assaltarci — A noi, era impossibile d'attaccarli nelle loro posizioni; ma considerando ogni circostanza altro da fare non rimaneva che ritirarsi e tentarlo ad ogni costo — certi d'esser acerchiati da forze preponderanti nella mattina —

Il nemico già numeroso riceveva gradatamente rinforzi — Noi, pochi, — col morale scosso[71], e soperchiati da un incendio che guadagnava mano mano, l'interno del villagio — eravamo ridotti come la salamandra — e non rimaneva per salvezza: che una ritirata — e la effetuammo verso le 11 della notte —

Dopo d'aver ordinato la gente — medicati — come si poteva, i feriti, e posti alcuni di loro a cavallo, s'incominciò a difilare, per una delle stradelle non osservate dal nemico — e che già era stata barricata da noi — Guide non se ne poteva trovare — e fummo obligati di far marciare un curato, che ci accompagnò colla maggior renitenza — Ed era naturale quella classe di vampiri stanno in Italia per far i mezzani allo straniero — Codesto prete — consegnato a due dei nostri che lo conducevano in mezzo — ci servì poco — e potè fuggire a poca distanza ad onta della possibile vigilanza —

Era oscura la notte, ed illuminata solo dall'incendio — La marcia si cominciò in ordine, e durò così per un pezzo; si chiedeva sempre e si raccomandava di far passare la voce: «se giungeva la coda della collonna» — Sì risposeroalcune volte: «giunge, giunge» — Una volta poi, si rispose: «non giunge» e ad onta di fare una lunga fermata — far tornare quanti ajutanti si trovavano ancora vicini a me — tra i quali Aroldi e Cogliuolo — e quindi tornare io stesso sino vicino a Morazzone — non mi fu più possibile di riunire la gente — Erimo rimasti circa una sessantina —

Tale avvenimento mi cagionò molto rammarico — tanto più, che tra i separati, v'erano i nostri poveri feriti — Coccelli, un bravo milite Polacco — Demaestri, ch'ebbe poi il braccio destro amputato — ed altri di cui non rammento i nomi —

La mutilazione del prode Demaestri, non lo impedì poscia di combattere da valoroso qual'era stato sempre, alla difesa di Roma, a Palestrina, a Vellettri — e lasciar tra gli ultimi la nobile contesa Italiana verso S. Marino — ove congedato, lo arrestarono gli Austriaci, e lo malmenarono con atroce bastonatura — Chiedasi se tale trattamento fu mai operato ai nostri Austriaci prigionieri — e lo ricordino bene i nostri Italiani — quanto fecero a danno ed a vergogna nostra — cotesta peste, che per tanto tempo afflisse la bella penisola e che tuttora ne insudicia le frontiere —

Dopo alquanto dimora, fu d'uopo seguire, ed allontanarsi dal grosso de' nemici durante la notte —

In quella faticosa marcia di notte — per sentieri quasi impraticabili — circa una metà de' compagni si divise ancora — e si raggiunse la frontiera svizzera all'altra sera, in numero di circa una trentina — Frazionati a piccoli gruppi — guadagnarono la Svizzera tutti gli altri —

2º Periodo.

Le febbri acquistate a Roverbella mi continuavano — io avevo fatto tutta la campagna tormentato da esse — e giunsi quindi in Svizzera spossato —

Comunque, io non disperavo: si potesse ritentare alcuna impresa sul territorio Lombardo — La gioventù era molta in Svizzera — la quale dopo d'aver tastato le primizie dell'esiglio — eravolonterosa di ripigliare la campagna a qualunque costo. Il governo Svizzero non era disposto certamente a cimentarsi coll'Austria, proteggendo l'insurrezione Italiana — La popolazione Italiana però del Canton Ticino — simpatizzava naturalmente con noi, e si potevano sperare dei sussidï — dai singoli individui di cotesta parte della Svizzera — ove s'era raccolta la massa dell'emigrazione —

Io ero obligato a letto in Lugano — quando un colonnello federale mi propose — che se fossimo disposti a ritentar la sorte — egli — non come appartenente al governo Svizzero — ma come Luini — (era il suo nome) coi suoi amici, ci avrebbero favoriti ed ajutati in qualunque modo possibile — Feci parte di tale proposta a Medici — allora il più influente nello stato maggiore di Mazzini — e Medici mi rispose: «Noi faremo meglio» — Dalla risposta di Medici — che capivo venire dall'alto — mi persuasi: esser la mia presenza in Lugano — inutile — e dalla Svizzera passai con tre compagni — per la Francia — per recarmi a Nizza, ove curarmi, a casa mia, delle febbri che continuavano ad assalirmi —

Giunsi a Nizza, e vi passai alcuni giorni colla famiglia procurando di curarmi — Essendo però più ammalato ancora, d'anima che di corpo — il tranquillo soggiorno della mia casa — non mi convenne e passai a Genova — ove più romoreggiava l'insofferenza publica, per la patria umiliazione — ed ivi terminai di curarmi.

La marcia degli avvenimenti in Italia, non minacciava ruina ancora — ma ispirava diffidenze fondate — La Lombardia era ricaduta sotto il tiranno — L'esercito piemontese che ne avea impugnato la difesa, era scomparso; non distrutto ma colla coscienza in cui stavano i suoi capi — della sua impotenza —

Quell'esercito, con gloriose tradizioni, e composto di personale brillante — era sotto l'influenza d'un incubo; d'una fatalità inesplicabile — ma desolante ma terribile! Sia, chi si fosse: il genio della frodde, del mercimonio — della maledizione! delle nostre sciagure! ne presiedeva il destino, e ne incatenava l'azione — Esso non avea perduto battaglie — ma chi sa perchè? s'era ritirato davanti al nemico disfatto! Sotto il pretesto di premunirsi dalle trame degli esaltati — che fecondavano in Italia, naturalmente, per la fredezza e duplicità dei principi — s'infievoliva l'entusiasmo Italico nelle milizie — e si paralizzavano —

Codesto esercito — che sostenuto dall'intiera nazione com'era — avrebbe fatto miracoli, sotto la direzione d'un uomo che avesse calpestato le paure e le differenze — marciando diritto alla meta — era all'incontro ridotto al nulla —

Dalla Lombardia si ritirava l'esercito — sbandato, non vinto — Dall'Adriatico la squadra, men vinta ancora — Alla mercede del barbaro dominatore giacevano i popoli — che scossero con tanta gagliardia ed eroismo, il giogo infame — senza l'ajuto di nessuno! Che cacciarono, quando soli, in cinque memorabili giornate — gli aguerriti mercenari dell'Austria, come gregge —!

Nei ducati — in potere ancora del nostro esercito, fermentava la reazione — ed in Toscana, retta da un dittattore che giudicherà la storia — In ambi i paesi, si armavano i contadini — che si armeranno sempre contro libero reggimento, fomentati da preti, spie e fautori dello straniero —

Negli Stati Romani — eran chiamati Rossi e Zucchi alla direzione delle cose politiche e dell'esercito — per coprire sotto quelle vecchie reputazioni, i progetti retrogradi, che già dominavano —

Le popolazioni ingannate, dopo d'aver contemplato l'aurora del risorgimento — infuriavano — Bologna nell'immortale 8 Agosto — riceveva il primo regalo d'Austriaci, chiamati da' preti, a fucilate, e li fugava spaventati fino al di là del Po —

Il popolo di Napoli, faceva pure di magnanimi sforzi, contro il suo carnefice — ma era meno felice —

La Sicilia che si presentava quale baluardo, e sostegno della libertà Italiana — dopo eroïci sforzi fluttuava nella scelta d'istituzioni politiche, per difetto d'un uomo che ne dirigesse i destini —

Infine l'Italia tutta, piena d'entusiasmo, e d'elementi d'azione — capaci non solo di resistere, ma d'assalire il nemico sul suo terreno — era ridotta alla prostrazione ed all'inerzia, per l'imbecillità e la perfidia de' reggitori: — re, dottori, e preti —

Giungeva, mentre io mi trovavo in Genova, Paolo Fabrizi, e m'invitava per parte del governo di Sicilia a passare in quell'isola — Io acconsentiva contento — e con 72 de' vecchi e nuovi compagni, la maggior parte buoni ufficiali — c'imbarcammo a bordo d'un vapore Francese a quella via —

Toccammo Livorno — io contavo non sbarcare; ma saputoil nostro arrivo da quel popolo generoso ed esaltato — fu forza cambiare di proposito —

Sbarcammo: io piegai forse indebitamente alle sollecitudini di quella popolazione, — che frenetica pensò: noi allontanarsi forse troppo dal campo d'azione principale — Mi si promise, che dalla Toscana si formerebbe una forte collonna, e che accresciuta di volontari sul transito, si poteva, per terra, marciare sullo stato Napoletano, e coadjuvare così, più eficacemente alla causa Italiana, ed alla Sicilia —

Mi conformai a tali proposte — ma mi avvidi ben presto dello sbaglio — Si telegrafò a Firenze, e le risposte, circa ai progetti menzionati, erano evasive.

Non si contrariava apertamente il voto emesso dal popolo Livornese, perchè se ne avea timore — ma da chi capiva qualche cosa, si poteva dedurne il dispiacimento del governo — Comunque fosse era la fermata decisa, e partito il vapore —

Il nostro soggiorno in Livorno fu breve; si ricevettero alcuni fucili — ottenuti più dalla buona volontà di Petracchi, capo popolano e dagli altri amici, che da quella del Governo — L'aumento del numerico della nostra forza era insignificante — Si disse di marciare a Firenze, ove si farebbe di più; ma peggio —

In Firenze, accoglienza magnifica del popolo — ma indifferenza, e fame per parte del governo — e fui obligato d'impegnare alcuni amici per alimentare la gente —

Era il duca nella capitale della Toscana — Si diceva però, la somma delle cose — nelle mani di Guerrazzi — Io scrivo la storia — e spero non offendere il grande Italiano, se dico il vero —

Montanelli, acclamato meritamente dalla generale opinione, lo trovai quale me l'ero immaginato: leale, franco, modesto, volente il bene dell'Italia, col cuore fervido d'un martire — ma l'antagonismo d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione; e poco valse perciò, la breve permanenza al potere del milite prode e virtuoso di Cortatone —

Da Firenze, ove stimai, inutile e tedioso il nostro soggiorno, divisai passare in Romagna, ove si sperava far meglio — e da dove, all'ultimo, sarebbe stato più facile di recarci a Venezia per la via di Ravenna. Però, nuovi guai, e più aspri, ci aspettavano sull'Apennino.

Sulla strada, ove dovevimo avere i necessari sussidi, perprovvedimento del governo Toscano — altro non trovammo, che la benevolenza degli abitanti — volonterosi ma insufficienti ai bisogni nostri — Una lettera del governo suddetto ad un sindaco della frontiera — limitava la sussistenza, ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri —

In tale situazione, giunsimo alle Filigari, e vi trovammo il divieto per parte del governo pontificio, di varcar la frontiera — Almeno i preti eran conseguenti — trattavano da nemici!

Zucchi, lo stesso da noi salvato a Como — allora ministro della guerra, accorreva da Roma, per far eseguire gli ordini — E da Bologna marciavan un corpo di Svizzeri papalini, e due pezzi d'artiglieria, per opporsi all'ingresso nostro nello Stato.

Intanto, imperversava la stagione in quelle montagne, e la neve giungeva al ginocchio sulle strade. Erimo in Novembre — Valeva veramente la pena: venire dall'America meridionale, per combattere le nevi dell'Apennino — I Governi Italiani, che avevo avuto l'onore di servire — ed i di cui territori avevo percorso — non erano stati capaci di dare un capotto ai poveri, e prodi miei compagni — Era lamentevole cosa, il vedere quei bravi giovani — in quella rigorosa stagione, nei monti, vestiti la maggior parte di tela, alcuni di cenci — e mancando del necessario alimento — sulla loro terra, consueta a nutrire grassamente tutti i ladri, e mascalzoni del mondo.

Riunironsi tutti i mezzi pecuniari, posseduti per la maggior parte dagli ufficiali — se ne formò una cassa comune, ed ajutati dal buon albergatore delle Filigari, passaronsi miseramente alcuni giorni.

Intanto gli Svizzeri pontifici prendevano posizioni militari sulla frontiera opposta — con tutte le misure di resistenza contro un tentato passaggio — ma umiliati dall'atto vergognoso del loro governo imbecille. La situazione nostra nelle Filigari, non era tenibile per molti giorni — non v'era altro rimedio che mutarla — Tornare indietro sulla Toscana, io avevo letto la comunicazione di quel Governo al Sindaco — nella quale si raccomandava di liberarsi di noi, al più presto — e sarebbe stato d'uopo: umiliarsi, od ostilizzare. Proseguire sul territorio Romano, bisognava combattere chi era lì preparato per vietarcelo — A che scellerata perplessità ci tenevano i governanti su cui speravano gl'italiani la loro liberazione! Eppure — noi avevimovarcato l'Atlantico — poveri sì, perchè avevamo rifiutato le richezze —[72]— ma col solo oggetto di offrire la nostra vita all'Italia! — Scevri da qualunque interessato proposito — pronti a sacrificare al nostro paese, anche i principï politici — e servire, per servirlo, anche chi non meritava la fiducia nostra, per antecedenti infami!

I nomi di Guerrazzi, di Pio, erano venerati allora nell'anima nostra — eppure lì, nella neve — privi d'alimento — essi tenevano nell'angoscia, quel pugno di giovani veterani — le di cui ossa dovevano ben presto seminarsi, sulla terra delle sventure! alla difesa di Roma contro lo straniero — colla disperazione — morendo — di poterla redimere!

Il popolo di Bologna seppe di noi — e sdegnossi per i scellerati procedimenti — Bologna è città che non si sdegna invano — e ben lo sanno gli Austriaci e se ne spaventarono i papalini governanti — Mi fu quindi concesso di giungere in quella città per abboccarmi col generale Latour comandante delle forze Svizzere al servizio del papa — Ed al generale Latour — mentre stava al balcone del suo palazzo, i Bolognesi gridarono: «O i nostri fratelli qui — o voi giù da quel balcone»

Io giungeva a Bologna, tra le acclamazioni di quel generoso popolo — ch'ero obbligato a calmare perchè deciso di disfarsi da stranieri e retrogradi —

Si patteggiava con Latour in Bologna, il passaggio nostro per le Romagne verso Ravenna — ove dovevamo imbarcarci per Venezia —

Io raccomandavo a Latour di accelerare, e prestar sussidi ad una compagnia Mantovana partita da Genova coll'intenzione di riunirsi a noi. In un abboccamento con Zucchi, avevo ottenuto pure di aumentare la forza con volontari Romagnoli — e partirono alcuni comandati da un capitano Bazzani, Modenese, per ragiungerci a Ravenna —

In tale circostanza vidi a Bologna, per la prima volta, il valorosissimo Angelo Masina, il quale bisognava vedere una volta sola per amare ed apprezzarlo — Masina, dopo la ritirata della divisione Romana dalla Lombardia, oveaveva combattutto da prode, era rimasto a Bologna, o nelle vicinanze — Ora, egli trovavasi alla testa di quei popolani Bolognesi, che avevano liberata, eroïcamente la loro città dagli Austriaci, nel passato 8 Agosto — e ne temperava lo sdegno eccitatto dalla viltà e tradimento dei preti e retrogradi —

Egli, nello stesso tempo, dando sfogo all'ardentissimo genio, riuniva cavalli ed uomini — parte a proprie spese — ed organizzava una compagnia di lancieri — che potevano eccitar l'invidia di qualunque milizia, per la bellezza del personale, l'elegante uniforme, ed il valore.

Potente d'individuale prestigio, egli infiammava o conteneva il popolo — Certo, lui ed il padre Gavazzi avevano influito assai sui Bolognesi, ed avean contribuito alla nostra liberazione dalle Filigari — Masina, era, in quell'epoca, destinato lui pure per Venezia — stanco d'inerte esistenza — e spinto in parte da' fautori dello straniero, e dai preti — Ed in Comacchio, egli faceva i suoi preparativi di passaggio verso la regina dell'Adriatico.

Intanto colla gente, in numero di circa cento e cinquanta, io giungevo in Ravenna — e mi si riuniva Bazzani con cinquanta reclute —

In Ravenna ebbimo nuovamente da altercare col governo prete — Le convenzioni passate in Bologna con Zucchi, erano state di aspettare nella prima città l'arrivo de' Mantovani — per di lì imbarcarsi tutti per Venezia — ma la diffidenza e la paura ch'eccitavano i miei pochi compagni male armati, e peggio vestiti, era tale da ispirare l'ardente desiderio nei preti, di sbarazzarsi di noi al più presto.

Latour dopo alcune raggiri di parole, mi significò d'imbarcarmi immediatamente — Io risposi: che non m'imbarcherei senonchè, quando sarebbe arrivata la gente che aspettavo... Si fecero delle minaccie per parte dei papalini — e siccome i Ravennati come i Bolognesi — è certa gente — cui le minaccie impongono poco — quella coraggiosa popolazione preparò armi e munizioni, per riunirsi a noi, in caso di violenze.

«La paura reciproca governa il mondo» diceva un amico mio con molto buon senso: E comunque sia i popoli che hanno meno paura — sono generalmente i meno malmenati — Così successe a Ravenna — ed i prepotenti trascinatori di sciabole e di cannoni, non ardirono — conun migliajo di aguerriti soldati — misurarsi con pochi poveri e quasi inermi amatori d'Italia —

La situazione di Masina in Comacchio, era consimile — La forza del papa voleva obligarlo, ad imbarcarsi precipitosamente; e lui, per poterlo fare a suo agio — e combinare la sua marcia con noi, resisteva alle intimazioni violenti, e coll'ajuto della popolazione capitanata dal prode Nino Bonnet si poneva in istato di difesa imponente — E così anche a Comacchio trionfò la giustizia giusta[73]«Ajutati, che Dio ti ajuterà» Oggi, fo pompa di proverbi — me la perdoneranno, coloro che avranno la pazienza di leggermi. E qui per dovere storico mi tocca accennare ad uno di quegli uomini — cui l'Italia della monarchia e dei preti, innalza monumenti — Erano le cose, nello stato su descritto — quando una daga Romana, cambiava il nostro destino — da proscritti, ci faceva acquistare il diritto di cittadinanza, e ci apriva un asilo sul continente —

Discepolo di Beccaria io sono nemico della pena di morte — e biasimo quindi, la daga di Bruto — il patibolo, che in luogo di mostrare penzolone il Nano ministro di Luigi Filippo — che ben lo meriterebbe — ci presenta il modesto cadavere d'un figlio di Parigi — che anelava i suoi diritti — ed infine il terribile rogo — che per se solo basta a provare esser il prete emanazione dell'Inferno —

Comunque, gli Armodi, i Pelopidas, ed i Bruti che liberarono la loro patria da tiranni — non sono poi mostrati dalla storia antica, con colori sì sudici — come i moderni mangiatori di popoli — vorrebbero far comparire, chi tastò le coste al Duca di Parma — Borbone di Napoli, ecc.

Erano dunque le cose nostre deplorevoli — siccome le abbiamo anteriormente descritte — ed una daga Romana ci fece degni — non più di proscrizione — ma di appartenere all'esercito di Roma —

La vecchia metropoli del mondo — degna in quel giorno della gloria antica, si liberava d'un satellite della tirannide — il più temibile, e bagnava del suo sangue i marmorei gradini del Campidoglio — Un giovine Romano avea ritrovato il ferro di Marco Bruto!

Lo spavento della morte di Rossi[74]aveva annientato i nostri persecutori — e non si fece più parola della nostra partenza —

Roma, l'Italia non ottenevano lo stato politico desiderato colla morte del ministro del papa; ma si migliorava almeno la condizione di Roma — al punto di vista della libertà Italiana — di cui il papato, spogliato della sua maschera di riformatore — fu, è, e ne sarà sempre il mortale nemico — Per noi poi — oggetto spaventoso di repulsione alla corte Romana — comunque fosse — per paura di chi restava dopo la morte di Rossi — soffribile diventò la nostra presenza nella penisola —

Quel colpo di daga, annunziava ai patteggiatori collo straniero, che il popolo li conosceva — e che non voleva ritornare al servaggio — ove gli stessi tentavano di ricondurlo, con menzogne e con tradimenti —

Colla morte di Rossi, capirono i governanti di Roma, che non impunemente, si calpesterebbero i diritti, e la volontà della nazione —

Chiamaronsi uomini meno impopolari al ministero — e fu concessa la permanenza nostra sul territorio Romano — Non cessò però la stessa diffidenza in cui eravamo tenuti — e quantunque annessi all'esercito Romano — tardamente si provvedeva al nostro sussidio, al destino nostro, e massime al nostro armamento, ed ai capoti, indispensabili nel forte dell'inverno già ben vicino —

In Ravenna erano giunti gli aspettatti Mantovani — Masina erasi riunito a noi, colla poca ma bella sua cavalleria — eformavano un personale di circa quattrocento uomini — non complettamente armati, la maggior parte senza uniformi — e malvestiti, o pochissimo —

Il municipio di Ravenna da cui eravamo mantenuti, mi fece sentire: che sarebbe meglio, dividere tale carico con altre città, e perciò cambiare alternativamente di soggiorno — Così successe — e lasciammo, dopo una permanenza di venti giorni circa, quella simpatica e generosa popolazione —

Io testimoniai in Ravenna, nel mio breve soggiorno, uno spettacolo unico e ben consolante — ciocchè non avea veduto in nessuna delle città nostre percorse antecedentemente — Vidi, nell'antica capitale dell'Esarcato, una concordia fra le classi diverse dei cittadini — veramente incantevole — La concordia perfetta fra i ceti diversi d'una città Italiana è la Fenice! è il perno della libertà e dell'indipendenza della patria, quando estesa generalmente — ed il suo difetto, non dubito: sia l'origine delle sventure e dell'abbassamento nostro —

Essa mi sembrava, per ventura di cotesti cittadini — annidata accanto al mausoleo di Dante — sotto l'egide del collosso dei nostri grandi! Là non v'era un circolo popolare, uno Italiano — nazionale l'altro — una società di qui, ed una società di là avendo tutte e tutti, la loro chiesetta — il loro stato maggiore — interessati tutti a primeggiare, ed a non intendersi cogli altri — No! vi era un circolo solo, di tutti i cittadini composto; un'opinione sola dal nobile al plebeo — dal ricco al povero — Anelavano tutti la redenzione della patria — dallo straniero, senza occuparsi momentaneamente della forma di governo — quistione che avrebbe potuto complicare in quei giorni la situazione e distogliere l'attenzione generale dalla meta principale —

Ho sperimentato i Ravennati — esser gente di poche parole — ma di fatti — e credo possibile il fatto seguente narratomi nella loro città:

Appariva una spia in Ravenna — in pien meriggio, in mezzo alla folla, lo colpiva una fucilata — il feritore ritiravasi tranquillamente — non fuggiva, poichè altra spia non si sarebbe trovata — ed il cadavere maledetto rimaneva d'esempio alle moltitudini —

Lasciammo Ravenna e soggiornammo in varie città delle Romagne ben accolti dal popolo e mantenuti dai municipï —

In Cesena lasciai la gente, e mi diressi a Roma per abboccarmi col ministro della guerra — onde sistemare l'esistenza nostra vagabonda ed importuna —

Seppi allora la fuga del papa — e col ministro Campello, si regolò: che la legione Italiana (questo fu il nome del corpo da me comandato in America, ed in Italia), apparterrebbe all'esercito Romano — che sarebbe perciò provveduto del necessario e diretto su Roma — onde complettarsi ed ultimare la sua organizzazione — Scrissi quindi al maggiore Marrocchetti, che avevo lasciato al comando del corpo, che procedesse verso Roma, ed io marciai al suo incontro —

Dalla mia separazione dal corpo in Cesena — era successa una catastrofe nello stesso: La morte di Tommaso Risso — sensibilissima perdita — tanto più, perchè cagionata dalla discordia tra valorosi Italiani, ed eseguita dalla mano d'un fratello!

In un alterco, Risso avea battutto Ramorino di frusta — ed un duello era divenuto inevitabile — Io, certo, avrei cacciato dalla legione, l'ufficiale che si fosse lasciato battere da chicchessia — e Ramorino, non era giovane da sopportare un insulto come quello ricevuto — Conosciuto il fatto, io rimasi freddo con ambi — ma col presentimento di sciagure — Avrei cancellato col mio sangue, la vergogna del compagno valoroso, ma non era fattibile!

Partivo da Cesena per Roma — e Tommaso Risso ch'io avevo freddamente tratatto contro il mio solito — si avvicinò alla vettura e mi strinse la mano... mi sembrò di stringere la mano d'un cadavere! Il pressentimento della morte del mio amico — non mi abbandonò durante il viaggio — e quella notizia inviatami, mi addolorò, ma non mi sorprese — Si erano battutti fuori di Cesena — e Ramorino aveva ucciso Risso.

Era Tommaso Risso una di quelle nature predilette, «Fiera natura» dicea una donna Italiana, innamorata di lui: — Nella infanzia avea abbracciato la carriera della marina, e giunto nel Rio della Plata — sbarcossi in Montevideo, prese la campagna — e vi trovò dell'occupazione, in uno stabilimento, di quelle contrade chiamatoEstancia, assolutamente pastorizio — ed ove l'intiera vita si passa a cavallo — Egli s'era assuefatto intieramente agli usi di quel popolo cavalleresco — e di costituzione svelta e robusta — egli domava un puledro, a pari delgauccio, e sibatteva con qualunque degli indigenicoltello alla mano— come il primo di loro — ed il suo nome era pronunciato con rispetto tra i forti figli dellePampas—

Nelle guerre perenni tra i popoli del Plata, aveva Risso combattutto nelle fila dei Montevideani, e creato ufficiale per la di lui bravura — servì valorosamente nella legione Italiana — e tra i molti combattimenti sostenuti — in uno delli stessi ricevette tale ferita nel collo da ammazzare un rinoceronte — Sanò miracolosamente di quella ferita; ma dal risultato della stessa, e di tante altre di cui aveva il corpo solcato — era rimasto colle braccia, quasi paralizzate —

Poco o nulla era l'istruzione letteraria di Tommaso — ma supplivalo tale intelligenza naturale, da farlo capace di qualunque carica — Egli avea comandato i vapori sul Lago Maggiore, e disimpegnatosi a meraviglia della difficile incombenza — Gelosissimo dell'onore Italiano — egli si sarebbe battutto col diavolo, se questo lo avesse voluto macchiare — Era con tutte le qualità che fanno il capopopolo: forte, ben disposto, generoso, le moltitudini erano il suo elemento — ed era capace di quietarle — quando esaltate — o di suscitarle e condurle all'eroïsmo col gesto, ed il maschio suono della sua voce —

Fu la morte di Risso, un doloroso avvenimento per i suoi compagni, e dolorosissimo per lui, di non poter spargere il suo sangue sui campi di battaglia per l'Italia ch'egli avea idolatrato.

Serbi Cesena i resti del prode campione della libertà patria, e lo ricordino qualche volta i suoi cittadini, coll'affetto e la stima che meritava!

Giunsi a Fuligno, e vi trovai la legione — ma nello stesso tempo ricevetti ordine dal governo di marciare con essa al porto di Fermo onde guarnire quel punto — che nessuno minacciava — e ciò mi provò non cessate le diffidenze dei nuovi governanti — e la volontà di questi di tenerci lontani da Roma —

Le mie osservazioni: che la gente mancava di capotti indispensabili per ripassare gli Apennini coperti di neve — non valsero, e fu forza tornare indietro, ripassare il Colfierito, e recarsi verso Fermo.

Io mi capacitai, naturalmente dell'intenzione del governo — ed il motivo del nostro invio al punto suddetto, altro non era, che allontanarci dalla capitale, ove si temeva ilcontatto, di gente, tenuta per essenzialmente rivoluzionaria, colla popolazione Romana allora disposta di far valere i suoi diritti — Mi corroborava in tale opinione l'ingiunzione del ministro della guerra: di non oltrepassare nella legione, il numero di 500 —

In Roma dominava sempre lo stesso spirito, che avea retto Milano, e che reggeva Firenze — l'Italia non avea bisogno di militi, ma di oratori e patteggiatori — dei quali si poteva dire, ciocchè Alfieri diceva degli aristocrati: «Or superbi, or umili, infami sempre» — e di cotesti oratori massime — il nostro povero paese, non ne difetta in nessun tempo — Ed il despotismo avea cesso, per un momento, le redini della cosa publica, ai ciarloni per uccellare, ed addormentare il popolo colla quasi certezza che cotesti papagalli faciliterebbe la via alla tremenda reazione — che si preparava in tutta la penisola —

Rivalicavasi dunque l'Apennino per la terza volta, sprovvisti i miei poveri compagni d'un capotto nel forte dell'inverno — in dicembre — 1848 — e tra i mali che infierirono contro di noi — e che ci tormentavano nel nostro povero paese — non i minori furono le calunnie della parte prete — di cui il veleno nascosto come quello del rettile, come quello mortale — s'era propagato tra le popolazioni ignoranti — e ci avea dipinti coi colori i più orribili — Secondo i negromanti, noi erimo gente capaci d'ogni specie di violenze, sulle proprietà, sulle famiglie — scapestrati senza ombra di disciplina — e perciò temuto il nostro avvicinamento, come quello dei lupi — o degli assassini —

L'impressione però era sempre cambiata alla vista della bella gioventù educata che mi accompagnava — quasi tutto elemento cittadino e culto — poichè ben si conosce: che tra i corpo volontari ch'ebbi l'onore di comandare in Italia, l'elemento contadino è mancato sempre, per cura dei reverendi ministri della menzogna — I miei militi appartenevano quasi tutti a famiglie distinte delle diverse provincie Italiane.

È vero che non mancarono tra i miei volontari, alcuni malandrini in tutte le epoche, intrusi furtivamente, o tra noi mandati dalle polizie o dai preti — per suscitarvi dei disordini e delitti — e così screditare il corpo — ma, questi difficilmente duravano — e sfuggivano al castigo che li colpiva subito — Cotesti malfattori erano svelati dagli stessi volontari — gelosi dell'onore della legione —

Nel transito della legione dalle Romagne nell'Umbria, erasi saputo che i Maceratesi, temendo il nostro passagio per la loro città, avevano significato: che chiuderebbero le porte — ma nel ritorno — cioè nella marcia per porto di Fermo — meglio informati e pentiti della loro ingiusta risoluzione — mi fecero avvertito, che bramavano una nostra visita, per provarci l'inganno in cui furono trascinati la prima volta —

Fu rigorosissimo il tempo nel nostro passaggio sull'Apennino — e molto vi sofferse la gente — ma l'accoglienza ricevuta in Macerata, fu una festa che ci risarcì dalle pene sofferte —


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