TERZO PERIODO

TERZO PERIODOCAPITOLO I.Campagna di Sicilia — Maggio 1860.

Sicilia! Un filiale, e ben meritato affetto mi fa consacrarti queste prime parole d'un periodo glorioso — terra di prodigi e d'uomini prodigiosi!

Tu genitrice degli Archimedi — porti nella luminosa tua storia — due impronte — che si cercano invano nella storia dei più grandi popoli della terra — Due impronte del valore e del genio — che provano: la prima, che non v'è tirannide per fortemente costituita essa sia — che non possa esser rovesciata nella polve, nel nulla — dallo slancio, dall'eroismo d'un popolo — come il tuo insofferente d'oltraggi —

Questa prima: sono i sublimi — gl'immortali tuoi Vespri!

La seconda appartiene al genio di due fanciulli — che fanno probabili le scoperte della mente umana nelle sterminate regioni dell'Infinito[86].

Anche una volta — Sicilia! Ti toccava di svegliare i sonnolenti! Di strappare dal letargo, gli addormentati dalla diplomazia, e dalla dottrina — Coloro, che non del proprioferro armati — confidano ad altri, la salvezza della patria, e così la mantengono nella dipendenza, e nell'umiliazione —

L'Austria è potente — i suoi eserciti sono numerosi; alcuni formidabili vicini — sono contrari per miserabili mire dinastiche al risorgimento d'Italia — il Borbone ha cento milla soldati! E che monta! Il cuore di 25 millioni, palpita, freme d'amor di patria! La Sicilia che lo riassume tutto — insoffrente di servaggio, ha gettatto il guanto alla tirannide —

Essa la sfida dovunque: la combatte tra le mura del monastero — e sulle cime de' suoi estinti volcani — Ma son pochi! Le falangi del tiranno sono numerosissime — ed i patrioti sono schiacciati, rigettatti dalla capitale — ed obligati di ricoverarsi nei monti — ¿E non sono i monti, l'albergo, il santuario della libertà dei popoli? Gli Americani, gli Svizzeri, i Greci — tennero i monti, quando soverchiati dalle ordinate coorte dei dominatori —

«Libertà non fallisce ai volenti»

E ben lo provarono cotesti fieri isolani — cacciati dalle città, e mantenendo il fuoco sacro nelle montagne! Fatiche, disagi, privazioni — che importa! quando si pugna per la causa santa del proprio paese, e dell'umanità!

O Mille!..... In questi tempi di vergognose miserie, giova ricordarvi — l'anima rivolta a voi — si sente sollevata dal mefìte di quest'atmosfera da ladri, e da prostituti — pensando: che non tutti — perchè la maggior parte di voi, ha seminato l'ossa su tutti i campi di battaglia della libertà — non tutti ma bastanti ancora per rappresentare la gloriosa schiera — restate, avanzo superbo ed invidiato — pronti sempre a provare ai boriosi vostri detrattori — che tutti non son traditori e codardi — non tutti spudorati sacerdoti del ventre — in questa terra dominatrice e serva!

«Ove vi sono dei fratelli che pugnano per la libertà Italiana, là bisogna accorrere» voi diceste: ed accorreste, senza chiedere s'eran molti i nemici da combattere — se sufficiente il numero de' volenterosi — se bastanti i mezzi per l'ardua impresa — Voi, accorreste sfidando gli elementi, i disagi, i pericoli — con cui vi attraversaron la via, nemici, e sedicenti amici — Invano il Borbone col numeroso naviglio, incrociava, stringendo in un cerchio di ferro la Trinacria, insofferente di giogo — e solcava in tutti i sensiil Tirreno — per profondarvi ne' suoi abissi — Invano! Vogate! vogate pure, Argonauti della libertà! Là, sull'estremo orizzonte dell'Ostro, splende un'astro che non vi lascerà smarrire la via — che vi condurrà al compimento della grande impresa — l'astro che scorgeva il grandissimo cantore di Beatrice — e che scorgevano i grandi che lo successero, nel più cupo della tempesta — la stella d'Italia! ¿Ove sono i piroscafi, che vi presero a Villa Spinola, e vi condussero attraverso il Tirreno, nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi, nuovi Argo — gelosamente conservati — e segnati all'ammirazione dello straniero, e dei posteri — simulacro della più grande e più onorevole delle imprese Italiane? Tutt'altro — essi sono scomparsi! L'invidia, e la dapoccagine di chi regge l'Italia, hanno voluto distruggere quei testimoni delle loro vergogne!

Chi dice: essi furono distrutti in premeditati naufragi — Chi: li suppone a marcire nel più recondito d'un arsenale — E chi: venduti agli ebrei — come veste sdruscite —

Vogate però! Vogate impavidi:Piemonte e Lombardo[87]nobili veicoli d'una nobilissima schiera — la storia rammenterà i vostri nomi illustri, a dispetto della calunnia — E quando l'avanzo dei Mille, che la falce del tempo avrà risparmiato per gli ultimi, seduti al focolare domestico, racconteranno ai nipoti, la quasi favolosa impresa — a cui ebber l'onore di partecipare — Oh! essi ben ricorderanno, alla gioventù attonita, i nomi gloriosi che componevano l'intrepidissimo naviglio —

Vogate! Vogate! Voi portate i Mille — a cui s'agregherà il millione — il giorno in cui queste masse ingannate capiranno: esser un prete un'impostore, e le tirannidi un mostruoso anacronismo —

Com'eran belli, i tuoi Mille, Italia! Pugnando contro i piumati indorati sgherri — spingendoli davanti a loro, come se fosse gregge — Belli! Belli! e variovestiti — come si trovavano nelle loro officine — quando chiamati dalla tromba del dovere — Belli! Belli erano coll'abito ed il capello dello studente — colla veste più modesta del muratore, del carpentiere, del fabbro[88].

Io ero in Caprera quando mi giunsero le prime notizie d'un movimento in Palermo — Notizie incerte — or di propagante insurrezione, ora annientata alle prime manifestazioni — Le voci continuavano però a mormorare d'un moto — e questo soffocato o no, — aveva avuto luogo —

Ebbi avviso dell'accaduto dagli amici del continente — Mi si chiedevano le armi ed i mezzi delmillione di fucili— Titolo che s'era dato ad una sottoscrizione per l'acquisto d'armi —

Rosolino Pilo, con Corrao, si disponevano a partire per la Sicilia — Io conoscendo lo spirito di chi reggeva le sorti dell'Italia settentrionale — e non ancora desto dal scetticismo in cui m'avevano precipitato i fatti recenti degli ultimi mesi del 59 — sconsigliavo dal fare, se non si avevano nuove più positive dell'insurrezione — Gettavo il mio ghiaccio di mezzo secolo nella fervida, potente risoluzione di 25 anni — Ma era scritto sul libro del destino! Il ghiaccio, la dottrina, il pedantismo — seminavano in vano di ostacoli la marcia incalzante delle sorti Italiane!

Io consigliavo di non fare — ma per Dio! Si faceva — ed un barlume di notizie, anunciava che l'insurrezione della Sicilia, non era spenta. Io consigliavo di non fare? Ma l'Italiano, non dev'essere, ove l'Italiano combatte per la causa nazionale contro la tirannide?

Lasciai la Caprera per Genova — e nelle case de' miei amici Augier e Coltelletti — si cominciò a ciarlare della Sicilia e delle cose nostre — A Villa Spinola poi, in casa dell'amico Augusto Vecchi — si principiò a fare dei preparativi per una spedizione —

Bixio è certamente il principale attore della spedizione sorprendente — Il suo coraggio, la sua attività — la pratica sua nelle cose di mare — e massime di Genova suo paese natio — valsero immensamente ad agevolare ogni cosa —

Crispi, Lamasa, Orsini, Calvino, Castiglia, gli Orlandi, Carini, ecc. tra i Siciliani, furono fervidissimi per l'impresa — così Stocco, Plutino, ecc. Calabresi —

Si era tra tutti, stabilito, che comunque fosse: battendosi i Siciliani bisognava andare — probabile, o no — la riuscita —

Alcuni voci di sconforto — mancarono però di poco, a distruggere la bella spedizione — Un telegramma da Malta, mandato da un amico degno di fede — anunciava tutto perduto — e ricoverati in quell'isola, i reduci della rivoluzione Siciliana —

Si desistè quasi intieramente dall'impresa — Bisogna però confessare: che nei Siciliani suddetti — mai venne meno la fede — e che guidati dal bravo Bixio, essi erano ancora decisi di tentare la sorte — almeno per verificare la cosa sul terreno stesso della Sicilia.

Intanto il governo di Cavour — cominciava a gettare quella rete d'insidie, e di miserabili contrarietà, che perseguirono la nostra spedizione sino all'ultimo —

Gli uomini di Cavour non potevano dire: «non vogliamo una spedizione in Sicilia» l'opinione generale dei nostri popoli, li avrebbe dichiarati reprobi — e quella popolarità fittizia — guadagnata col denaro della nazione — comprando uomini e giornali sarebbe stata scossa probabilmente —

Io potevo dunque, preparare qualche cosa — per i fratelli militanti della Sicilia — temendo poco d'esser arrestato da cotesti Signori — e sorretto dal generoso sentimento delle popolazioni — commosse fortemente dalla maschia risoluzione dei coraggiosi Isolani —

La disperazione, ed il forte proposito degli uomini del Vespro potevano soli spingere avanti tale insurrezione — Lafarina delegato da Cavour per sorvegliarci — mostrava non aver fede nell'impresa — e valevasi per dissuadermi della sua conoscenza del popolo Siciliano — essendo lui stesso nativo di quell'isola — e mi alegava: che avendo perduto Palermo — gl'insorgenti comunque essi fossero, erano perduti — Una notizia governativa però, data da lui stesso contribuì a corroborarci nella risoluzione d'agire —

A Milano esistevano una quindicina di milla fucili buoni — e di più, mezzi pecuniari di cui si poteva disporre — A capo della direzione:Millione di fucili— stavano Besana e Finzi — su cui si poteva contare pure —

Besana giunto a Genova, da me chiamato, con fondi — ed avendo lasciato l'ordine alla sua partenza da Milano: che ci fossero inviati fucili, munizioni, ed agli [altri] oggetti militari che vi si trovavano — Nello stesso tempo Bixio, trattava con Fauché dell'amministrazione dei vapori Rubattino — per poterci recare in Sicilia — La cosa non marciava male — e grazie all'attività di Fauché e Bixio — e lo slanciogeneroso della gioventù Italiana, che accorreva da ogni parte — noi ci trovavamo in pochi giorni atti a prendere il mare — quando un'incidente inaspettato, nonchè ritardarci, quasi impossibile rendeva la nostra impresa —

I mandati, per ricevere i fucili a Milano, trovarono alla porta del deposito, carabinieri reali, che intimarono di non pigliare un solo fucile! Cavour aveva dato tal ordine — Cotesto ostacolo non mancò di contrariarci ed indispettirci — non però di farci desistere dal nostro proposito — e siccome non potendo avere le armi nostre, noi tentavamo d'acquistarne altrove — e ne avressimo trovato certamente — allora Lafarina offrì mille fucili, ed otto milla lire — ch'io accettai senza rancore — Liberalità pelosa delle volpi alto-locate — E realmente: noi fummo privi dei buoni fucili nostri che restarono in Milano, e fummo obligati di servirci dei cattivissimi fucili Lafarina —

I miei compagni di Catalafimi, racconteranno con che armi pessime, essi ebbero a combattere — contro le buone carabine Borboniche — in quella pugna gloriosa —

Tutto ciò ritardò la nostra partenza — e fummo quindi in dovere di rimandare a casa molti volontari — il cui numero diventava superfluo — per l'insufficienza dei trasporti — e per non insospettire inutilmente le polizie — non eccetuate la Francese e la Sarda —

La ferma volontà di fare, però, e di non abbandonare i nostri fratelli della Sicilia, vinse ogni ostacolo —

Si richiamarono i volontari ch'eran stati destinati alla spedizione — che accorsero immediatamente, massime dalla Lombardia — I Genovesi erano rimasti pronti — Le armi, le munizioni, i viveri, i pochi bagagli — s'imbarcarono a bordo di piccole barche —

Due vapori: ilLombardoed ilPiemonte— comandati il primo da Bixio ed il secondo da Castiglia — furono fissati — e nella notte del 5 al 6 maggio — uscirono dal porto di Genova — per imbarcare la gente che aspettava, divisa tra la Foce e Villa Spinola —

Alcune difficoltà inevitabili, in tale genere d'imprese, non mancarono di contrariarci — Giungere a bordo di due vapori nel porto di Genova, ormeggiati sotto la darsena — impadronirsi degli equipaggi, e costringerli ad ajutare i predoni — Accendere i fuochi — prendere ilLombardoa rimorchio delPiemonte— che si trovò pronto — mentre non lo era l'altro — e tutto ciò con uno splendido chiarodi luna; son tutti fatti più facili a descriversi, che ad eseguire — e vi fa mestieri molto sangue freddo, capacità, e fortuna —

I due Siciliani Orlando, e Campo, della spedizione — ed ambi macchinisti ci valsero sommamente in tale circostanza —

All'alba tutto era a bordo — L'ilarità del pericolo, delle venture — e della coscienza di servire la causa santa della patria — era impronta sulla fronte dei Mille — Erano Mille, quasi tutti Cacciatori delle Alpi — quelli stessi che Cavour abbandonava alcuni mesi prima nel fondo della Lombardia alle spalle degli Austriaci — e che rifiutava di mandar loro il rinforzo ordinato dal re — quelli stessi cacciatori delle Alpi, che si ricevevano nel ministero di Torino — quando disgraziatamente ne abbisognavano — come se fossero apestati — e come tali si cacciavano — gli stessi mille, che si presentavano due volte in Genova per correre un pericolo certo — e che si presenteranno sempre, ove si tratta di dar la vita all'Italia — non aspettando altro guiderdone che quello della loro coscienza —

Belli! eran quei miei giovani veterani della Libertà Italiana — ed io superbo della loro fiducia mi sentivo capace di tentare ogni cosa —

3º Periodo, 1860.

O notte del 5 Maggio — rischiarata dal fuoco di mille luminari, con cui l'Onnipotente adornò lo spazio! L'Infinito!

Bella, tranquilla solenne — di quella sollennità che fa palpitare le anime generose, che si lanciano all'emancipazione degli schiavi!

Tali, erano i mille — adunati e silenziosi, sulle spiaggie dell'orientale Liguria — raccolti in gruppi, cupi — penetrati dalla grande impresa — ma fieri d'esservi caduti in sorte — succedan pure i disagi o il martirio!

Bella, la notte del gran concetto! Tu romoreggiavi nelle fibra di quei superbi — con quell'armonia indefinita, sublime,con cui gli eletti sono beati contemplando, nello spazio sterminato, l'Infinito! Io l'ho sentita quell'armonia, in tutte le notti che si somigliano alla notte di Quarto — di Reggio, di Palermo, del Volturno — ¿E chi dubita della vittoria quando portato sulle ali del dovere e della coscienza — tu sei sospinto ad affrontare i perigli, la morte — siccome il bacio delizio della tua donna?

I Mille battono il piede sulla roccia — come il corsiero generoso impaziente della battaglia — ¿E dove vanno essi a battagliare in pochi — contro numerose ed aguerrite soldatesche? Han forse ricevuto l'ordine d'un sovrano — per invadere, conquistare una povera infelice popolazione — che rovinata dalle imposte di delapidatori ha rifiutato di pagarle? No! essi corrono verso la Trinacria — ove i Picciotti, insofferenti del giogo d'un tiranno — si son sollevati — ed han giurato di morire — piutosto che rimanere schiavi —

¿E chi sono i Picciotti? Con quel modestissimo titolo, essi altro non sono: che i discendenti del grandissimo popolo dei Vespri — che in un'ora sola trucidò un'intiero esercito di sgherri — senza lasciarne vestigio!

I due piroscafi giunsero sulla rada di Quarto — e l'imbarco dei Mille fu eseguito celeremente — essendo stati preventivamente preparati tutti i gozzi[89]necessari all'uopo —

3º periodo, 1860.

Tutti imbarcati, e pronti a proseguire verso Sicilia nuovo incidente, fece rabbrividire i più risoluti — e poco mancò non giungesse ad annientare l'impresa.

Due barche appartenenti a certi contrabandieri, eran state caricate colle munizioni, capsule, ed armi minute — Quelle barche dovevano trovarsi sulla direzione del monte di Portofino e la lanterna di Genova — Si cercarono per più ore in quella direzione e fu impossibile di trovarle —

Importantissima mancanza: munizioni da guerra con capellozzi — ¿E chi ardisce avventurarsi ad un'impresa ove bisogna combattere — senza munizioni? Eppure dopo d'aver cercato tutta la mattina — in ogni direzione — e dopo d'aver preso olio e sego a Camugli, per la macchina — i due piroscafi si dirigevano a Scirocco — fidando nella fortuna d'Italia — Per aver munizioni conveniva toccare un porto della Toscana — e si scelse Talamone —

Io devo encomiare le autorità tutte di Talamone, e di Orbitello, per la cordiale e generosa accoglienza — ma particolarmente il tenente collonnello Giorgini comandante militare principale — senza il di cui concorso, non avressimo certamente potuto provvederci del necessario —

Non solamente trovammo munizioni a Talamone, ed Orbitello, ma carbon fossile e cannoni — ciocchè facilitò molto e confortò la spedizione nostra —

Dovendo agire in Sicilia, non era male apparire — anche con una diversione nello stato pontificio — minacciando cotesto stato e quello del Borbone verso tramontana — con cui si otteneva almeno: di ocupare l'attenzione del nemico — o dei nemici — per alcuni giorni — verso quella parte — ed ingannarli sul vero obbiettivo dell'impresa —

Lo proposi a Zambianchi, ed accettò risolutamente —

Egli avrebbe fatto certamente di più — s'io avessi potuto lasciarli più uomini e mezzi — e s'accinse all'opera difficoltosa con una sessantina d'uomini — Infine da S. Stefano, ove si caricò un po di carbon fossile, noi salpammo direttamente per la Sicilia — con prora al Marettimo — nelle ore pomeridiane del 9 Maggio —

La navigazione fu felice — ebbimo però due incidenti dispiacevoli prodotti dallo stesso individuo — che aveva la mania di volersi annegare — ma che per due volte, ci diede molto disturbo, senza poter ottenere l'intento —

Egli s'era gettatto in mare dalPiemonte— e lo salvammo malgrado tutta la velocità del vapore — con uno di quei colpi di mano che tanto onorano l'uomo di mare —

Fermare il piroscafo — metter un canoto in acqua — e precipitarsi nello stesso con tutta la velocità, di cui è capace il marino — senza misurare il pericolo — e vogare verso il pericolante, alla direzione indicata da quei di bordo — fu tanto presto fatto quanto si descrive — Il marino Italiano, non è secondo a nessuno, in quei momenti, che molto abbisognano di sveltezza e coraggio —

Eppure tale individuo che sembrava così deciso a morire, cambiava divisamento colla freschezza dell'acqua — e colla prossimità della morte — giacchè una volta in mare, egli nuotava com'un pesce — e faceva ogni sforzo per ragiungere i suoi salvatori —

Lo stesso successe alLombardo, e questa volta, quasi diveniva fatale alla spedizione, la pazzia del preteso suicida —

Quell'individuo aveva fatto la prima prova colPiemontea Talamone — In quel porto, ove sbarcammo la gente in terra — per meglio adagiarsi che a bordo ove necessariamente era ristretta — egli s'imbarcò sulLombardo, di contrabbando; poichè tenuto per pazzo — s'era sbarcato dal primo — e s'era raccomandato al comandante di Talamone — Non si sa come però — egli s'era trovato nuovamente sulPiemonte— e col canoto che lo salvò s'era rimesso alLombardo. Da questo fece l'ultima prova d'annegamento nella sera del giorno 10 — vigilia del nostro aprodo in Sicilia —

In quella sera del 10, lusingandomi di poter scoprire il Marettimo — io avevo fatto fare grande sforzo di macchina alPiemonte, di marcia superiore — E quindi per tale motivo — e per la caduta in mare dell'individuo suddetto dalLombardo— questo nostro compagno era rimasto indietro fuori di vista —

Non avendo potuto scoprire il Marettimo — io pensai subito al compagno — che avevo rilevato al tramonto e che compariva una nuvoletta sull'orizzonte —

Mi nacque subito un senso di pentimento — di timore, aumentato dalla caduta della notte — Staccarci dalLombardo, e per colpa mia — era spiacevolissima cosa — ed un contratempo alla già ben ardua impresa —

Feci perciò, diriger subito la prora alla direzione del compagno — Aumentandosi l'oscurità della notte cresceva il mio timore — ogni minuto sembravami un'ora — l'incidente poi dell'uomo in mare — non saputo e ch'era causa del ritardo — io stetti per un momento in dubbio di smarrire ilLombardo— È indicibile, ciocchè io soffersi in quel breve tempo — e qual rimprovero facevo a me stesso — per la folle impazienza di spingermi alla scoperta del Marettimo —

Finalmente comparve ilLombardo— ed era naturale il non perderlo, navigando l'uno sull'altro — eppure io avevo avuto una paura maledetta!

Ora, per compimento ne accadde una più bella —: Nella posizione, ove noi avevamo fatto notte colPiemontev'erano vari bastimenti sconosciuti, in vista — Bixio li avea veduti — e non avea potuto riconoscerli, per la gran distanza — Dimodocchè scorgendo noi — che in luogo di aspettarlo — com'era successo avanti — vogavimo con tutta velocità alla sua direzione — ci prese per un gran piroscafo nemico, e cercò di allontanarsi da noi, dirigendosi a tutta forza verso Libeccio —

Vera disperazione! Io m'accorsi dell'errore — e feci fare ogni segnale — convenuto — e non convenuto — giacchè si adoperarono fanali, ch'eravamo convenuti di non usare — per non suscitar sospetti — ma non valendo questi, corsimo dietro il compagno, prima di perderlo di vista nell'oscurità.

Lo ragiungemmo felicemente — e ad onta del romore delle ruote, la mia voce fu conosciuta, e tutto fu riparato — Navigammo vicini il resto della notte — e nella mattina scoprimmo il Marettimo, e ci dirigemmo a mezzogiorno di quell'isola —

Durante il viaggio s'erano formate otto compagnie di tutta la gente, con a capo d'ogni compagnia, gli ufficiali i più distinti della spedizione — Sirtori era nominato capo di Stato Maggiore — Acerbi Intendente — Türr ajutante di campo — S'erano distribuite le armi, e le poche vestimenta, che si poterono raccogliere prima della partenza —

Il primo progetto di sbarco, fu per Sciacca — ma il giorno essendo avanzato — e temendo d'incontrare incrociatori nemici — si prese la determinazione di sbarcare nel porto più vicino di Marsala — 11 Maggio 1860 —

Avvicinando la costa occidentale della Sicilia — si cominciò a scoprire legni a vela, e vapori — Sulla rada di Marsala, erano alla fonda due legni da guerra, che si scoprirono esser Inglesi —

Deciso lo sbarco a Marsala ci dirigemmo verso quel porto — ove approdammo verso il meriggio — Entrando nel porto vi trovammo legni mercantili di diverse nazioni —

La fortuna aveva veramente favorito e guidato la spedizione nostra — e non si poteva giungere più felicemente —

Gli incrociatori borbonici da guerra — avevano lasciato il porto di Marsala nella mattina — s'eran diretti a levante — mentre noi giungevamo da Ponente e si trovavano alla vista verso capo S. Marco — quando noi entrammo —

Dimodocchè quando essi giunsero a tiro di cannone, noi avevamo già sbarcato tutta la gente dalPiemonte— e si principiava lo sbarco delLombardo—

La presenza dei due legni da guerra Inglesi, influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de' legni nemici — naturalmente impazienti di fulminarci — e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro — La nobile bandiera di Albione, contribuì anche questa volta — a risparmiare lo spargimento di sangue umano — ed io, beniamino di cotesti Signori degli Oceani — fui per la centesima volta il loro protetto —

Fu però inesatta la notizia data da nemici nostri: che gl'Inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente, e coi loro mezzi — I rispettatti, ed imponenti colori della Gran Brettagna — sventolando su due legni di guerra della potentissima marina — e sullo stabilimento Ingham — imposero titubanza, ai mercenari del Borbone — e dirò anche vergogna — dovendo essi far fuoco, con imponenti batterie, contro un pugno d'uomini armati di quei tali fucili — con cui la Monarchia suole far combattere i volontari Italiani —

Ciò nonostante i tre quarti dei volontari, trovavansi ancora sul molo, quando i Borbonici cominciarono la loro pioggia di ferro — sparando con granate e mitraglie — che felicemente nessuno ferirono —

IlPiemonteabbandonato da noi fu portato via dai nemici — Lasciarono ilLombardoperchè arenato —

La popolazione di Marsala, attonita dall'inaspettato evento non ci accolse male — Il popolo ci festeggiò — I magnati fecero le smorfie — Io trovai tutto ciò molto naturale — Chi si assuefa a calcolare ogni cosa al tanto per cento — non è certo tranquillo alla vista di pochi disperati — che vogliono sradicare il cancro del privilegio e della menzogna da una società corrotta per migliorarla — Massime poi, quando cotesti disperati — in pochi — senza cannoni da trecento e senza corazzate — si avventano contro una potenza creduta gigante — come quella del Borbone —

I magnatti, ossia gli uomini del privilegio — pria di avventurarsi in un'impresa — vogliono assicurarsi da che parte soffia il vento della fortuna — e dei grossi battaglioni — ed allora i trionfatori ponno esser certi di trovarli docili — senza smorfie — ed esaltati se occorre — ¿Non è questa la storia dell'egoïsmo umano in tutti i paesi?

Il povero popolo all'incontro ci accolse plaudente — e con segni manifesti d'affetto — Egli ad altro non pensò che alla santità del sacrificio — all'ardua e generosa impresa, a cui s'accingeva quel pugno di prodi giovani venuti da lontano in soccorso dei fratelli —

Passammo il resto dell'11, e la notte a Marsala — qui, cominciai a valermi di Crispi — Siciliano onesto — e di molta capacità — e che mi giovò sommamente negli affari governativi — e nelle indispensabili relazioni col paese, ch'io non conoscevo —

Si cominciò a parlare di Dittattura, ch'io accettai senza replica — poichè l'ho sempre creduta la tavola di salvezza, nei casi d'urgenza — e nei grandi frangenti in cui sogliono trovarsi i popoli —

La mattina del 12, partirono i Mille per Salemi — ma essendo la distanza troppa per una tappa — ci fermammo allo stabilimento agricolo di Mistretta, ove passammo la notte — Non vi trovammo il principale dello stabilimento — ma un giovinetto fratello di quello, fece gli onori dell'ospitalità — con modo gentile e generoso — A Mistretta si formò una nuova compagnia con Griziotti —

Il 13 marciammo a Salemi — ove fummo bene accolti dalla popolazione — ed ove cominciarono a riunirsi a noi le squadre dei S. Anna d'Alcamo, ed alcuni altri volontari dell'isola.

Il 14 occupammo Vita o S. Vito — ed il 15 cominciammo a vedere il nemico, che occupando Calatafimi, e sapendo del nostro approssimarsi a quella volta — aveva spiegato la maggior parte delle sue forze sulle alture, chiamate: «il pianto dei Romani»[90].

3º periodo.

L'alba del 15 Maggio — ci trovò in buon ordine sulle alture di Vita — e dopo poco, il nemico ch'io sapevo inCalatafimi — usciva in collonna dalla città alla direzione nostra —

I colli di Vita, sono fronteggiati, dalle alture suddette «del pianto dei Romani» ove il nemico spiegò le sue collonne — Dalla parte di Calatafimi, coteste alture hanno un dolce declivio — Il nemico le ascese facilmente, e ne coronò tutti i vertici — che dalla parte di Vita sono formidabilmente scoscesi —

Occupando noi le alture opposte ad ostro — io avevo potuto scoprire esattamente tutte le posizioni tenute dai Borbonici — mentre questi, appena potevano vedere la catena di tiratori formata dai carabinieri Genovesi alli ordini di Mosto — e che coprivano la fronte nostra — essendo tutte le compagnie indietro coperte, e formate in scaglioni — La nostra povera artiglieria era collocata alla sinistra nostra, sullo stradale, agli ordini di Orsini — che fece alcuni buoni tiri — comunque — Dimodocchè tanto noi, che i nemici occupavamo fortissime posizioni, di fronte le une delle altre — e divise da uno spazioso terreno, con pianure ondulate e poche cascine di campagna — Era quindi vantaggioso: aspettare il nemico nelle posizioni proprie.

I borbonici, in numero di circa due milla uomini con alcuni pezzi d'artiglieria — scoprendo poca gente dei nostri, non uniformati, e frammisti a dei villici — avanzarono baldanzosi alcune catene di bersaglieri, con sostegni, e due pezzi d'artiglieria —

Giunti a tiro — essi cominciarono il fuoco: di carabine e cannoni — continuando ad avanzare su di noi —

L'ordine tra i Mille, era di non sparare, e di aspettare il nemico vicino — Comunque — già i prodi Liguri, avendo un morto, e vari feriti — uno squillo di tromba, suonando una sveglia Americana — fermò il nemico — come per incanto — Esso capì: che non aveva da fare colle sole squadre dei Picciotti — e le sue catene coi pezzi — accennarono ad un movimento retrogrado — Fu questa la prima paura che sentirono i soldati del despotismo al cospetto dei Flibustieri[91].

I Mille toccarono allora la carica: i Carabinieri Genovesi in testa — e con loro un'eletta schiera di giovani, impazienti di venir alle mani —

L'intenzione della carica: era di fugare la vanguardianemica e d'impossessarsi dei due pezzi — ciocchè fu eseguito con un impeto degno dei campioni della libertà Italiana — non però di attacar di fronte, le formidabili posizioni occupate dai borbonici — con molte forze — Però, chi fermava più, quei focosi e prodi volontari, una volta lanciati sul nemico? Invano le trombe toccarono «alto» — i nostri non le udirono — o fecero come Nelson alla battaglia di Copenhaguen[92]—

I nostri fecero i sordi al tocco d'altodelle trombe — e portarono a bajonettatte la vanguardia nemica, sino a mischiarla col grosso delle sue forze —

Non v'era tempo da perdere — o perduto sarebbe stato quel pugno di prodi — Subito dunque, si toccò a carica generale — e l'intiero corpo dei Mille — accompagnato da alcuni coraggiosi Siciliani e Calabresi — mosse a passo celere alla riscossa —

Il nemico avea abandonato il piano — ma ripiegato sulle alture, ove trovavansi le sue riserve — tenne fermo — e difese le sue posizioni, con una tenacità ed un valore degni d'una causa migliore —

La parte più pericolosa dello spazio che si doveva percorrere, era nella vallata piana, che ci divideva dal nemico — Ivi piovevano projetti d'artiglieria e di moschetteria, che ci ferirono un bel po' di gente — Giunti poi al piede del monte Romano — si era quasi al coperto delle offese — ed in quel punto, i Mille — alquanto diminuiti di numero, si aggruparono alla loro vanguardia —

La situazione era suprema: bisognava vincere — e con tale risoluzione, si cominciò ad ascendere la prima banchina del monte — sotto una grandine di fucilate — Non ricordo il numero — ma certo eran varie le banchine da superare prima di giungere al vertice delle alture — ed ogni volta che si saliva da una banchina all'altra — ciocchè si doveva fare allo scoperto — era sempre sotto un fuoco tremendo. L'ordine di far pochi tiri fra i nostri — era consentaneo al genere di catenacci — con cui ci avea regalati il governo sardo — quasi tutti ci mancavano fuoco — Qui pure,fu grande il servizio reso dai prodi figli di Genova — che armati delle loro buone carabine, ed esercitati al tiro, sostenevano l'onore delle armi — E ciò serva di stimolo alla gioventù Italiana per esercitarsi — e si persuada che non basta il valore sui campi odierni di battaglia — bisogna esser destri nel maneggio delle armi — e molto —

Calatafimi! Avanzo di cento pugne — io, se all'ultimo mio respiro — io miei amici mi vedranno sorridere, per l'ultima volta, d'orgoglio — sarà ricordandoti — Poichè, io non rammento una pugna più gloriosa! I Mille, vestiti in borghese — degni rappresentanti del popolo — assaltavano con eroïco sangue freddo, di posizione in posizione, tutte formidabili, i soldati della tirannide — brillanti di pistagne, di galloni, di spalline, e li fugavano!

¿Come potrò io scordare: quel gruppo di giovani che tementi di vedermi ferito, mi attorniavano, serrandosi, e facendomi del loro prezioso corpo, un baluardo impenetrabile?

Se io scrivo commosso a tante memorie — ne ho ben donde! E non è forse dover mio rammentare all'Italia, almeno i nomi di quei suoi valorosi caduti? Montanari, Schiaffino, Sertorio, Nullo, Vigo, Tuckeri, Tadei — e tanti ch'io sono ben dolente di non ricordare?

Come ho già detto: il pendio meridionale, che noi dovevamo salire — del monte Romano — era formato di quelle banchine usate dagli agricoltori nei paesi montani — Si giungeva celeremente sotto la ripa d'una banchina cacciando avanti il nemico e posavamo per prender fiatto — e preparsi all'assalto — coperti dalla ripa stessa —

Così procedendo, si guadagnava una banchina dopo l'altra, sino all'alta cima, ove i borbonici fecero un'ultimo sforzo, e la difesero con molta intrepidezza — al punto che molti cacciatori nemici — avendo terminato le munizioni — ci scaraventavano delle pietre —

Si diede finalmente l'ultima carica — I più prodi dei Mille serrati in massa sotto l'ultimo riparo — dopo d'aver preso fiatto — misurando coll'occhio lo spazio da percorrere ancora — per incrociare i ferri col nemico — si avventarono come leoni — colla coscienza della vittoria, e della santissima causa per cui pugnavano —

I borbonici non sostennero la terribile spinta dei maschi campioni della libertà — fuggirono, e non si fermarono che nella città di Calatafimi — distante alcune miglia dal campo di battaglia —

Noi cessammo di perseguirli, a poca distanza dell'entrata della città, situata in posizione fortissima — Combattendo, bisogna vincere — quest'assioma è verissimo in tutte le circostanze — ma massime, quando s'inizia una campagna —

La vittoria di Calatafimi, benchè di poca importanza per ciò che riguarda gli acquisti — avendo noi conquistato un cannone, pochi fucili, e pochi prigionieri fu d'un risultato immenso per l'effetto morale, incoraggiando le popolazioni, e demoralizzando l'esercito nemico —

I pochi flibustieri, senza galloni o spalline, e di cui si parlava con solenne disprezzo — avevano sbaragliato più migliaja delle migliori truppe del Borbone, con artiglieria ecc. — e comandate da un generale di quelli — che come Lucullo — mangiano il prodotto d'una provincia in una cena —

Un corpo di borghesi — ancorchè flibustieri — animati da amor di patria — ponno dunque vincere anch'essi — senza bisogno di tante dorature —

Il primo risultato importante, fu la ritirata del nemico da Calatafimi, che noi occupammo nella mattina seguente — 16 Maggio 1860 —

Il secondo risultato, molto valevole, fu l'assalto dato delle popolazioni di Partinico, Borgetto, Montelepre ed altre, sul nemico che si ritirava —

In ogni parte poi, si formarono squadre, si riunirono a noi — e l'entusiasmo in tutti i paesi circonvicini giunse veramente al colmo.

Il nemico sbandato, non si fermò sino a Palermo — ove portò lo sgomento nei borbonici — e la fiducia nei patriotti —

I nostri feriti e del nemico furono raccolti in Vita e Calatafimi — Noi contammo tra i nostri delle perdite ben preziose:

Montanari, compagno mio di Roma e di Lombardia, ferito gravemente, morì dopo pochi giorni — Egli era uno di quelli, che i dottrinari chiamano demagoghi, perchè insofferenti di servaggio — amano la patria — e non vogliono piegare il ginocchio alle adulazioni, ed ai capricci dei grandi — Montanari era di Modena — Schiaffino giovine Ligure, di Camogli — anch'egli dei Cacciatori delle Alpi, e delle guide — morì sul campo tra i primi — vedovando l'Italia d'uno dei migliori e più valorosi militi — Egli lavorò molto, nella notte della partenza da Genova ed ajutò Bixio in quella delicata impresa —

De Amici — anch'egli dei cacciatori delle Alpi e delle guide — da valoroso morì tra i primi sul campo di battaglia —

Non pochi dell'eletta schiera dei Mille, caddero a Calatafimi, come cadevano i nostri padri di Roma — incalzando i nemici a ferro freddo — e colpiti per davanti — senza un lamento — senza un grido, che non fosse quello diviva l'Italia!

Ho già veduto alcune pugne, forse più accanite, e più disperate — ma in nessuna, ho veduto militi più brillanti, dei miei borghesi flibustieri di Calatafimi —

La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la brillante campagna del 60 — Era un vero bisogno: iniziare la spedizione con uno strepitoso fatto d'armi — Esso demoralizzò gli avversari — che colla loro fervida immaginazione meridionale, raccontavan portenti sul valore dei Mille — V'erano tra loro quei che avean veduto le palle delle loro carabine, — dai petti dei militi della libertà — repulse — come se avessero colpito una lastra di bronzo — e rinfrancò i prodi Siciliani — anteriormente scossi dall'imponenza degli armamenti borbonici, e dal gran numero delle loro truppe — Palermo, Melazzo il Volturno, videro molti più feriti e cadaveri — Secondo me, però, la pugna decisiva fu Calatafimi — Dopo un combattimento come cotesto, i nostri sapevano che dovevano vincere — E quando s'inizia una pugna con quel prestigio, con quel vaticinio — si vince!

Novara, Custoza, Lissa, e forse anche Mentana — ad onta di tanta disparità di mezzi e di forze — sono una sventura per l'Italia — non tanto per le perdite nostre d'uomini e di mezzi — come per la boria de' nostri nemici, che certamente non valgono più degli Italiani — ma che dovendo combatterci, verranno a noi, come su preda facile — su gente... che si spinge avanti col calcio del fucile. Alle prime, e solenni prove dell'Italia, vi vorrà un Fabio, che sappia temporeggiare occorendo — ed il nostro paese è tale, da poter guerreggiare come si vuole — accettare o no una battaglia — E quando le posizioni, e circostanze sieno convenienti — lanciare gl'italiani che saranno divenuti impazienti di pugna — e che per natura sono suscettibili di slancio — Verrà poi Zama — ove un Scipione, senza chiedere il numero dei nemici — li cercherà, e li porrà in fuga.

Anche in questo — io devo esser tormentato dall'idea del prete — che vuol fare degl'Itali tanti sagristani — E se l'Italia non vi rimedia è un affare serio — I gesuiti, altro non ponno fare: che ipocriti mentitori e codardi! Vi pensi chi deve — e sopratutto: che per marciare e dar delle splendide bajonetatte — vi vogliono uomini forti —

3º periodo, 1860.

Calatafimi sgombro da' nemici fu da noi occupato — 16 Maggio 1860 — La maggior parte de' nostri feriti, era stata trasportata a Vita — A Calatafimi trovammo i più gravi feriti del nemico, e furon trattati da fratelli —

¿Avevano alcun rimorso coteste dominatrici famiglie d'Italia, nell'aizzare queste nostre popolazioni infelici — siccome mastini — le une contro le altre? Rimorsi! Ma che rimorsi! Tutto il loro studio, non è stato forse d'inimicarle — per puro interesse individuale o dinastico? Ed ilmonticino di fimo e di sangue— come Guerrazzi chiama il papato — non è forse lì, in Roma — nel cuore d'Italia — per venderla al maggiore offerente — e per tenerla perennemente divisa?

Sarebbe lunga e tediosa la storia di tutti cotesti signorotti — oggi per fortuna del nostro paese — per la maggior parte mendicanti — E se no, tuttora traditori e pervertitori delle nazioni —

Il 17 giungemmo ad Alcamo, città importante — e vi fummo accolti con molto entusiasmo —

A Partinico il popolo era frenetico — Molto maltrattato dai soldati borbonici, anteriormente alla pugna di Calatafimi — quando questi tornarono fuggendo e sbandati, la popolazione di Partinico diede loro adosso — massacrando quanti potevano, e perseguendo il resto verso Palermo —

Miserabile spettacolo! noi trovammo i cadaveri dei soldati borbonici, per le vie, divorati dai cani!

Eran cadaveri d'Italiani — da Italiani sgozzati — che se cresciuti alla vita dei liberi cittadini, avrebbero servitoeficacemente la causa del loro oppresso paese — ed invece: come frutto dell'odio, suscitato dai loro perversi padroni — essi finivano straziati, sbranati dai loro proprï fratelli, con tal rabbia da far inorridire le jene!

Dalle belle pianure d'Alcamo e di Partinico, la collonna ascendeva per Borgetto sull'alti-piano di Renne — da dove dominava la Conca d'oro[93]e la vezzosa Regina dei Vespri — che se Italia, fra le sue cento città, avesse una mezza dozzina di Palermo — da molto tempo lo straniero, non calpesterebbe questa nostra terra — e certo, i governi dei birri e delle spie — o marcerebbero diritto, o il diavolo se li porterebbe via —

Renne, sarebbe una posizione formidabile, se, nello stesso tempo che domina lo stradale da Palermo a Partinico — essa non fosse dominata dalle alture immediate ad ostro e tramontana — che appartengono ai monti irregolari, che circondano la ricca vallata della capitale.

Renne è famosa nella campagna dei Mille, per due giorni di copiosa pioggia, passati senza il necessario per affrontare le intemperie — Ove fu assai incomodata la gente — ed ove quel pugno di prodi, provò: esser disposto ai disagi — siccome a sanguinose battaglie —

3º Periodo, 1860.

Prima del cinque Maggio, partivano da Genova due giovani Siciliani, con destinazione alla Trinacria —

L'uno, bellissimo, e castagno di capigliatura, apparteneva ai principi di Capace — ed aveva quella delicatezza di forme, che sembrano una specialità dell'agiatezza —

L'altro aveva la bellezza del plebeo meridionale con una capigliatura d'ebano — un volto regolare ma bronzato — tarchiato della persona — e robusto — Egli era, a non ingannarsi, uno di quella casta — che la fortuna ha condannatoa menar le braccia per la sussistenza — e che qualche volta, stimolati dall'ambizione, si lanciano al di fuori della loro orbite, e se coadjuvati dal genio, si vedono transitare dall'infimo della condizione umana, ai gradini superiori — Tali i Cincinnati, i Mario, ed i Colombi —

Ambi poi, Rosolino Pilo e Corrao — a cuore di Leone — E i Mille, li trovarono in Sicilia, dopo di una traversata portentosa — facendo propaganda emancipatrice — e solleticando i coraggiosi figli dell'Etna a sollevarsi — colla speranza di pronti soccorsi dal continente —

Due individui e non più, sbarcavano sulla loro terra, proscritti, condannati a morte — e correvano l'isola intiera — compiendo il loro santo apostolato. E senza esitare dirò: con tanta sicurezza — come sulla terra d'asilo — Sappilo tirannide! E sappi: che questa non è contrada da spie! Tu hai perduto il tuo tempo, prodigando ogni specie di corruzione! Qui, su questa lava del padre dei Volcani — il tuo potere brutto di sangue — e di vergogne — è efemero!

Butta giù: quella tua maschera di Statuto, a cui nessuno più crede, e mostrati col tuo ceffo deforme da Eliogabalo, o da Caracalla — qui, altro non è — che quistione di tempo — d'anni — forse di giorni — Che s'intendano questi ringhiosi discendenti delle discordie e della grandezza — ed in poche ore — come nei Vespri — verun vestigio resterà più del Maniscalchi, e simile sudiciume —

Rosolino Pilo, in una scaramuccia, con i borbonici, mentre i Mille facevano alcune fucilate nelle vicinanze di Renne, fu colpito da piombo nemico — mentre si accingeva a scrivermi, dalle alture di S. Martino — e stramazzò cadavere —

Italia, perdeva uno de' più prodi di quella brillante schiera — che col nobile contegno — fa obliare — o sentir meno le sue umiliazioni, e le sue miserie —

Corrao men fortunato di Rosolino — dopo d'aver pugnato valorosamente, in ogni combattimento del 60 — morì di piombo Italiano per gare individuali —

Sicilia — non dimenticherà certamente quei due eroïci suoi figli — veri precursori dei Mille —

3º periodo, 1860.

Dopo d'aver passato due giorni a Renne — con forti piogge — senza ricoveri — e poca legna — per cui fummo obligati, bruciare anche i pali da telegrafo — scesimo sino al villagio di Pioppo — sopra Monreale; ma non era quella, posizione conveniente, per la pochezza delle nostre forze —

Verso il 21 — una ricognizione del nemico — ove vi furono poche fucilate — mi fece determinare di ripigliar posizioni più forti — al dissopra dell'incrocicchio delle strade che confluiscono a Renne — tenendo così, libere le comunicazioni, per la via di Partinico che avevamo percorso — e per S. Giuseppe più ad Ostro —

La posizione suddetta era conveniente, come punto tattico — ed avressimo potuto ricevervi il nemico con vantaggio — Ma la strada, che da Palermo va a Corleone — mi sembrò più conveniente — a noi — sotto la doppia considerazione: di presentarci un teatro d'operazioni più vasto assai — e per metterci a contatto colle bande più numerose — che trovavansi dalla parte di Misilmeri, Mezzojuso e Corleone — ove mandato Lamasa per riunirle —

Mi decisi dunque, di traversare di notte — dallo stradale che occupavamo, a Parco, che si trova su quello di Corleone a Palermo.

Il movimento si principiò prima di notte — ma le difficoltà del sentiero, per ove dovettimo passare a spalla d'uomini — cannoni e materiale — e la dirottissima pioggia che durò tutta la notte — con folta nebbia — resero quella marcia la più disagiata ch'io m'abbia eseguito — ed era già gran giorno quando la testa della collonna, alla spicciolata giungeva in Parco —

I cannoni poi, appena verso sera terminarono d'arrivare con grandissimo stento —

La stessa pioggia, con nebbia folta, fu causa che il nemico, non ebbe conoscimento della nostra marcia — senonchè molto dopo il nostro arrivo a Parco —

Parco è dominato da posizioni forti — che noi occupammo — e sulle quali fecimo alcune opere di difesacollocandovi i nostri cannoni — Coteste posizioni però sono dominate da alti monti — e quindi girabili —

Il 24 Maggio, il nemico uscì da Palermo, con forze considerevoli, divise in due collonne — La prima veniva per la gran via, che dalla capitale va a Corleone, e nell'interno dell'isola — passando a Parco — La seconda dopo d'aver seguito per un pezzo, la strada di Monreale — traversò la vallata — e minacciò le nostre spalle — fiancheggiandoci alla sinistra — ed avviandosi verso le Portelle di Piana dei Greci —

Io non avrei temuto l'attacco di fronte — ad onta d'esser il nemico assai superiore in forze — ma il movimento alle spalle, per i monti che ci dominavano — mi fece disporre alla ritirata — prima dell'arrivo del nemico —

Ordinai, dunque, la marcia immediata dei cannoni e bagagli per la strada maestra — ed io con un pugno di Picciotti — e la compagnia Cairoli — mi recai ad incontrare per le Portelle, quella seconda collonna, che tentava di tagliarci la ritirata —

Il movimento nostro riuscì a meraviglia — Io giunsi sulle alture, prima che il nemico se ne impadronisse — ed alcune fucilate lo fecero fermare — Dimodocchè io mi trovai con tutte le mie forze a Piana — avendo per lo stradale di Corleone, libero tutto l'interno dell'Isola — e potendo movermi a piacimento —

Le popolazioni di Piana e Parco — ci giovarono moltissimo come ausiliari, e come pratici — massime un Barone Peta del primo paese —

A Piana dei Greci passammo tutto il resto della giornata — lasciando riposare la gente — In quel giorno ebbimo a deplorare la morte del prode giovane Mosto, fratello del Maggiore comandante della compagnia carabinieri Genovesi — che col solito valore, avea ritardato il procedere dei borbonici —

A Piana io mi decisi di sbarazzarmi dei cannoni e del bagaglio — per poter operare più liberamente su Palermo — congiungendomi colle squadre di Lamasa che si trovavano allora a Gibilrossa —

Al far della notte — quindi, io feci seguire cannoni, e bagagli, sulla strada di Corleone agli ordini di Orsini. Io colla gente, dopo d'aver preso la stessa via per un pezzo — obliquai a sinistra nella direzione di Misilmeri — per un sentiero boschivo non molto disagiato —

Il movimento dei cannoni sulla via di Corleone, ingannò il nemico, siccome io l'avevo sperato — Egli il 25, continuò la marcia verso quella città — credendo di perseguire tutta la forza nostra — ma non seguiva altro che Orsini — quasi senza gente —

Io traversai colla collonna il bosco Cianeto, ove dormimmo — il giorno seguente si raggiunse Misilmeri, ove la popolazione ci accolse con grande entusiasmo — ed il 26 a Gibilrossa — ove si trovava il nostro Lamasa con varie squadre riunite —

Dopo d'aver conferito con Lamasa, e cogli altri capi Siciliani, di fuori e dentro Palermo — si decise d'attaccare il nemico nella capitale della Sicilia —

In quel giorno 26 — vi furono vari stranieri, nel nostro campo — massime Inglesi ed Americani — manifestando molta simpatia per la bella causa dell'Italia — Un giovane ufficiale americano, si staccò un revolver dal cinturone e me l'offerse gentilmente come pegno dell'interesse che prendeva a noi —

Van Meckel e Bosco, comandavano la collonna borbonica che seguiva per Corleone dietro la nostra artiglieria — ed ignorando il nostro movimento su Gibilrossa — E bisogna confessare ad onore del bravo popolo Siciliano — che solamente in Sicilia, era ciò eseguibile — Sì! e solamente dopo due giorni, della nostra entrata in Palermo — seppero quei capi nemici: d'esser stati da noi ingannati — e giunti nella capitale, mentre ci credevano a Corleone —

La sera del 26, al principio della notte — s'iniziò la nostra marcia su Palermo, scendendo per un sentiero coperto, ed assai difficile, che conduce da Gibilrossa, sullo stradale di Porta Termini —

Alcuni incidenti successero nella notte — e ritardarono alquanto la nostra marcia — La nostra collonna composta di circa tre milla uomini, dovendo seguire un sentiero angusto e disagiato — formava una striscia estesissima — Per lo stesso motivo era impossibile: percorrere avanti e indietro la collonna per rannodarla — Poi un cavallo sciolto cagionò alcune fucilate, che bastante allarmarono — Infine la testa avendo preso una strada che non era la buona, fummo obligati fermarci — per rimetter la gente sulla buona via — Dimodocchè quando giunsimo agli avamposti nemici di Porta Termini — era gran giorno —

3º periodo.

Un nucleo di valorosi, condotti da Tuckery e Missori — marciavano di vanguardia — Tra essi, contavano: Nullo, Enrico Cairoli, Vigo Pelizzari, Tadei, Poggi, Scopini, Uziel, Perla, Gnecco — ed altri valorosissimi, i cui nomi son dolente di non poter ricordare[94]—

Cotesta schiera, scelta fra i Mille — non contava il numero, le barricate, i cannoni, che i mercenari del Borbone avevano assiepato fuori di Porta Termini — Essa tempestava e fugava — gli avamposti nemici, al ponte dell'Ammiraglio — e proseguiva —

Le barricate di Porta Termini, furono superate volando, e le collonne dei Mille, e le squadre dei Picciotti, calpestavano le calcagna della superba vanguardia e gareggiavano d'eroïsmo —

Non valse una vigorosa resistenza di numerosi nemici su tutti i punti — il fulminare delle artiglierie di terra e di mare — e massime un battaglione di cacciatori, collocati nel dominante convento di S. Antonino, che fiancheggiava sulla loro sinistra gli assalitori — a mezzo tiro di carabina —

Nulla valse: la vittoria sorrise al coraggio ed alla giustizia — ed in poco tempo, il centro di Palermo, fu invaso dai militi della libertà Italiana —

Trovandosi la popolazione della capitale, complettamente inerme — essa non poteva da principio esporsi ai fuochi tremendi, che avevan luogo, per le strade — giacchè non solo sparavano le artiglierie della truppa e dei forti — ma la flotta borbonica infilando le strade principali, le spazzava coi suoi forti projetti — Ed ognuno sa: che quando i bombardatori, ponno bombardare una povera città senzaesserne molestati — la loro bravura da cannibali s'acresce sommamente —

Ben presto, però, il popolo di Palermo, accorse all'erezione di quei propugnacoli cittadini, che fanno impallidire i mercenari della tirannide — le barricate! e vi si distinse come direttore il collonnello Acerbi dei Mille — milite valoroso di tutte le battaglie Italiane —

I popolani armati d'un ferro in qualunque guisa, dal coltello alla scure — presentavano nei giorni susseguenti, quelle masse imponenti — irresistibili — in una città, a qualunque truppa, per ben organizzata che sia —

Da Porta Termini, a Fiera Vecchia, e da questa, io giunsi a Piazza Bologna — ove — vedendo difficile di poter concentrare un forte nucleo dei nostri, sparsi nella grande Metropoli — scesi da cavallo e presi stanza in un portone —

Posando la sella della miaMarsala(cavalla) per terra — e le pistoliere — una pistola percuotendo nel suolo — prese fuoco — e la palla mi sfiorò il piede destro, portando via un pezzo della parte inferiore del pantalone —

«Le felicità — mai giungo sole» dissi tra me —

Col comitato rivoluzionario di Palermo, composto di caldi patrioti, si risolvette di stabilire il mio quartier generale al palazzo Pretorio — punto centrale della città —

Non gran contingente di armati, ci diede la città di Palermo — giacchè i borbonici aveano avuto gran cura di tenerla assolutamente inerme — ma convien confessare: l'entusiasmo di quei bravi cittadini mai venne meno — ne per i sanguinosi combattimenti delle vie — ne per il feroce bombardamento della flotta nemica — del forte di Castellemare, e del palazzo reale — Anzi molti, per mancanza di fucili, si presentavano a noi armati di pugnali coltelli spiedi — e ferri di qualunque specie —

I picciotti[95]delle squadre[96], si battevano anche loro con bravura, e supplivano al decimato numero dei Mille.

Anche le donne furono sublimi di patriotico slancio — frammezzo a quell'inferno di bombe e di fucilate esse animavano i nostri, coi plausi, colle gesta, cogli evviva — Precipitavano dalle finestre, sedie, matterazzi, suppelletili d'ogni genere per il servizio delle barricate — e molte, sivedevano scendere nelle strade per ajutare ad innalzarle — La popolazione era rimasta sorpresa dall'ardito ingresso — ma passati i primi momenti di stupore, essa crebbe ogni giorno di coraggio e d'intrepidezza.

Le barricate uscivano da terra come per incanto — e Palermo diventò assiepato di barricate — Il loro gran numero, era forse esorbitante — ma senza dubbio ciò influì moltissimo ad animare il popolo, e gettar lo spavento nelle truppe borboniche — Poi, quel lavoro continuo, manteneva tutta la gente in moto, e serviva di pascolo all'entusiasmo —

Una delle difficoltà maggiori della situazione, era la mancanza di munizioni — Si trovarono però fabbriche di polvere — notte e giorno si lavorò a far cartuccie — ma la quantità era insufficiente per il battagliare incessante continuo contro le numerose truppe borboniche, occupanti i punti principali della città — Quindi i militi e particolarmente i Picciotti che tiravano molto — mancavano di munizioni — e mi mettevano in croce per averne —

Nonostante, i borbonici, erano stati ridotti nel forte di Castellamare, palazzo di finanze, e palazzo reale, con alcune case adjacenti — e noi erimo padroni dell'intiera città.

Il forte numero di nemici stanziava al palazzo reale, ove si trovava il generale in capo Lanza — e privi di comunicazioni col mare e colle altre loro posizioni —

Varie squadre nostre, occupavano gli sbocchi che dalla città mettono alla campagna — dimodocchè la truppa del palazzo reale col suo generale in capo — trovavansi assolutamente isolati — e cominciarono dopo i primi giorni a sentir penuria di viveri, e ad esser ingombri di feriti — Ciò decise il Lanza a far delle proposizioni — la di cui base — era la sepoltura dei morti, che cominciavano ad imputridire, ed il trasporto dei feriti a bordo della flotta — per esser condotti a Napoli —

Ciò richiese un'armistizio di 24 ore — e Dio sa: se noi ne avevimo bisogno — obligati com'eravamo di fabricar polvere e cartucci — che si tiravano appena fabricati —

E qui giova ricordare: che nessun soccorso d'armi, o di munizioni ci venne dai legni da guerra ancorati nel porto e sulla rada — compresa una fregata Italiana — in cui giorni solenni, in cui avressimo pagato a peso di sangue, alcuni mazzi di cartuccie — Se ben ricordo: si comprò un vecchio cannone in ferro da un bastimento Greco —

L'apparizione delle collonne borboniche Van Meckel e Bosco, — che dopo d'aver proseguito verso Corleone in traccia di noi — tornavano sulla capitale — quasi fece cambiare di risoluzione il generale nemico —

Realmente, i due capi suddetti alla testa di cinque a sei milla uomini di truppe scelte — era fatto di molta importanza e che poteva riuscir fatale a noi — Essi delusi nella speranza d'averci sorpresi e dispersi — ed informati all'opposto della nostra entrata in Palermo — ingannandoli — arrivarono bollenti di dispetto — ed assaltarono risolutamente Porta Termini —

Le poche mie forze, e spiegate su tutta la superficie della città — potevano difficilmente presentare il contingente bastevole, per opporsi all'irrompente nemico — Nonostante i pochi nostri che si trovavano verso Porta Termini, si difesero bravamente — ed il terreno ceduto sino a Fieravecchia, fu disputato palmo a palmo —

Avvertito del progresso del nemico da quella parte, io raccolsi alcune compagnie dei nostri — e mi spinsi a quella via —

Cammin facendo, io fui avvertito che il generale Lanza desiderava continuare le trattative a bordo dell'Annibalevascello ammiraglio Inglese — che si trovava sulla rada di Palermo — comandato dall'ammiraglio Mundy —

Io lasciai il comando della città al generale Sirtori mio capo di Stato Maggiore, e mi recai sul vascello suddetto, ove trovai i generali Letizia e Chretien, che venivano per conferire con me, da parte del generale in capo dell'esercito nemico —

Io non ho ora presenti le proposizioni fattemi dal generale Letizia — Ma ben ricordo: trattarsi di cambio di prigionieri, d'imbarco dei feriti sui bastimenti della flotta — permesso di viveri a quelli del palazzo reale — di concentramento delle forze nemiche ai quattro venti — posizione con grandi stabilimenti a contatto col mare — e finalmente un presentazione di rispetto e d'ubbidienza per parte della città di Palermo — a S. M. Francesco II —

Io udï con pazienza la lettura dei primi articoli della proposta — ma quando il lettore giunse all'articolo umiliante per la città di Palermo — mi alzai sdegnato, e dissi al generale Letizia — ch'egli ben conosceva: aver da fare con gente che sapeva battersi, e che non avevo altra risposta —

Mi chiese egli una tregua di 24 ore per imbarcare i feriti, ch'io accordai, e così fini la conferenza —

Qui v'è da osservare passando, che il capo dei Mille trattatto da Flibustiere, sino a questo punto, divenne a un tratto Eccelenza — titolo con cui egli fu nojato in tutte le transazioni seguenti — e sempre disprezzato — Tale è la bassezza dei potenti della terra, quando colpiti dalla sventura —

La situazione comunque, era tutt'altro che bella — Palermo mancava d'armi, e di munizioni — Le bombe avevano smantellato parte della città — Il nemico stava dentro colle sue migliori truppe — e ne occupava col resto le posizioni più forti — La flotta infilava le strade colle sue artiglierie — ed i cannoni di palazzo reale, e Castellamare l'ajutavano nell'opera di distruzione —

Io rientrai nel palazzo Pretorio, ove trovai i principali cittadini che mi aspettavano — e che coll'acuto sguardo meridionale, cercavano di leggere negli occhi miei le mie impressioni sui risultati delle conferenze —

Esposi francamente le condizioni proposte dal nemico, e non trovai dell'abbattimento — Essi mi dissero di parlare al popolo, assembrato sotto i balconi — e lo feci —

Io lo confesso: non ero scoraggito — e non lo fui, in circostanze forse più ardue — ma considerando la potenza ed il numero del nemico — e la pochezza dei nostri mezzi — mi nacque un po' d'indecisione sulla risoluzione da prendersi — cioè: se convenisse continuare la difesa della città — oppure, rannodare tutte le nostre forze e ripigliare la campagna —

Quest'ultima idea mi passò per la mente come un'incubo — e con dispetto l'allontanai da me — trattavasi d'abbandonare la città di Palermo — alle devastazioni d'una soldatesca sfrenata!

Mi presentai quindi — quasi indispettitto con me stesso — al bravo popolo dei Vespri — e palesai la mia condiscendenza, per tutte le condizioni chieste dal nemico — quando venni però, all'ultima — io dissi: che l'aveva rigettatta con disprezzo!

Un ruggito di sdegno e d'approvazione — surse unanime da quella folla di generosi! E quel ruggito decise della sorte dei millioni! della libertà di due popoli — e decretò la caduta d'un tiranno!

Io ne fui ritemprato — e da quel momento ogni sintomodi timore — di titubanza, d'indecisione — sparve — militi e cittadini, a gara, rivaleggiavano d'attività, e di risoluzione — Le barricate moltiplicavansi — Ogni balcone — ogni poggiuolo, si copriva di materazzi per la difesa — di sassi, e di projetti d'ogni specie, per schiacciare il nemico —

L'elaborazione della polvere, e la costruzione di cartuccie, si attivavano febbrilmente — Alcuni vecchi cannoni, dissoterrati — non so da dove — apparirono, si montarono, e furono collocati in posizioni convenienti — altri, si comprarono da bastimenti mercantili — Le donne d'ogni ceto aparivano nelle strade ad animare i lavoratori, e coloro che si preparavano alla pugna —

Gli ufficiali Inglesi ed Americani che si trovavano in rada, regalavano i nostri coi loro revolver e fucili da caccia — Alcuni degli ufficiali sardi manifestarono pure della simpatia per la santa causa del popolo — e i marinari della fregata Italiana, bruciavano di divedere il pericolo dei fratelli e minacciavano di disertare — Solo, chi ubbidiva ai freddi calcolatori del ministero di Torino, non si commoveva a tanto spettacolo — e restavano impassibili spettattori della distruzione d'una delle più nobili città Italiane — ed aspettavan ordini! Ossia: già avevan ordini di darci il calcio dell'asino se vinti — e farla da amiconi — se vincitori!

Un giovane Siciliano di famiglia decente — mandato da me a bordo della fregata Sarda — e che vi riuscì con molto pericolo — si udì rispondere: «voi potete esser una spia» in luogo di ottenere alcune munizioni, per cui io lo avevo incaricato —

Comunque, il nemico si avvide della risoluzione nostra e della città... e non si sfida un popolo impunemente — quando deciso di combattere a tutta oltranza — Il despotismo poi, s'inganna molto — ingrassando i suoi proconsoli — che naturalmente, non sanno decidersi ad esporre l'epa in pericolo tra le barricate della canaglia —

Pria di spirare le 24 ore d'armistizio — un nuovo parlamentare mi annunziò il generale Letizia —

Egli mi chiese tre giorni di tregua — non essendo sufficienti le 24 ore per il trasporto dei feriti a bordo — Anche i tre giorni io concessi — ed intanto non si perdeva un secondo all'attivo lavoro della polvere e delle cartuccie — Si continuava il lavoro delle barricate — Lesquadre vicine alla capitale ingrossavano le nostre forze — e minacciavano le spalle del nemico — Orsini, coi cannoni rimasti, era giunto pure — e con lui altre squadre — La condizione nostra migliorava ogni giorno — e dava meno voglia ai borbonici di attaccarci —

In una nuova conferenza col generale Letizia — si stipulò la ritirata delle truppe che si trovavano a palazzo reale, ed a Porta Termini, per riconcentrarle tutte ai quattro venti e sul molo — Era per noi tanto di guadagnato —

La sospensione delle ostilità, e la ritirata dei borbonici verso il mare — riempì la popolazione di fiducia, e baldanza — talchè fummo obligati di collocare ai posti avanzati delle camicie rosse[97]per evitare la collisione dei Siciliani colle truppe borboniche — essendo l'odio immenso per quest'ultime —

Si trattò infine della partenza della truppa — non potendo essa certamente rimanere per molti giorni, nelle anguste posizioni occupate — e dello sgombro completto della città e dei forti —

Il valore dei Mille, ed in generale dei difensori di Palermo — era stato grande — Il loro contegno, e quello della popolazione, non s'erano smentiti un momento — Si era disposti, in fatto, di seppellirsi sotto le ruine della bellissima capitale — E conviene confessare: il risultato fu magnifico — e non si poteva sperare di più —

Quando si videro capitolare quei venti milla soldati del despotismo — davanti ad un pugno di cittadini votati al sacrificio, ed al martirio, se abbisognava — sembrò proprio un portento — poichè, era superba truppa — quella — e che si batteva bene —


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