XI.

Ed io?…

Io vorrei che la vostra curiosità, lettori, somigliasse, anche solo in diciottesimo, quella che mi faceva immobile sotto la cappa del camino, quando Bazzetta fu arrivato a questo punto della sua narrazione. La mia vanità di romanziere ne sarebbe più che solleticata,

Ma io e voi siamo meno fortunati, assai meno fortunati degli uditori del signor Intendente, i quali dopo aver aspettato per bene che egli delibasse il suo trionfo, facendoli languire a fuoco lento, alla perfine seppero quanto volevano sapere senza che nessun Baccio e nessun medico venisse a frapporsi e a troncar sul più bello la storia. Facciamo di necessità virtù, e vediamo che cosa succede di nuovo al presbiterio.

La notte (ve lo potete imaginare) era già di molto avanzata, quando, durante una meditata pausa del mio novelliere, ci giunse attraverso il giardino il suono ben distinto del passo di una cavalcatura.

—Il dottore! sclamò Bazzetta. e, vuotato d'un fiato un altro bicchiere, s'alzò, scosse dalla giubba le ceneri della pipa e si avviò verso la porta. Nel tempo stesso Baccio picchiava colle sue dita nocchiute contro i vetri della finestra da cui la sua figura traspariva lunga lunga, per il riflesso della lampada e l'oscurità della notte.

Uscii per la porticina che Bazzetta si era affrettato ad aprire, la quale metteva nell'orto attiguo al giardino, il quale orto fiancheggiava il presbiterio dal lato opposto alla chiesa. Da quello un'altra uscita sì apriva sulla strada dei monti.

Allora mi si presentò una figura, o meglio due figure che ne facevano una sola, degna della matita di Goya o della penna di Hoffman. Immaginatevi un uomo alto quasi tre metri e una rozza lunga più di quattro; sottili, allampanati, e cavallo e cavaliere, come due candele poste in croce, e il grottesco profilo del famosocavaliere dalla trista figura, vi parrà al confronto, una immagine di quasi greca bellezza..

—I miei rispetti, signor dottore, disse il farmacista toccandosi il cappello, e aiutando il mio più che don Chisciotte a disbrigarsi dalle staffe e a smontare. Ella era già a letto mi immagino; io non volevo che la disturbassero; come vede, vegliavo io, e giacchè trattasi delle solite bagatelle….

—Eh, interruppe il medico con una voce timbrata e sonora, e bella come poche ne intesi in mia vita, sono abituato a queste passeggiate notturne. Fanno bene all'anima e al corpo. E come va ora Don Luigi?

Attaccato, così dicendo, il cavallo ad una inferriata, si avviò, come pratico della casa, verso la scaletta per dove si saliva alle camere del curato. Ma Bazzetta gli precluse il cammino e, presolo dolcemente per un braccio, lo trascinò verso un angolo della cucina e gli si pose a parlare a bassa voce, gesticolando con molta energia (ne avea vuotate delle bottiglie!) e, non dubito, sforzandosi, con una diagnosi delle più scrupolose, di scongiurare le tanto paventate cacciate di sangue. Così ebbi agio di considerar per bene la figura stranissima del medico.

Dissi stranissima; ma in questo caso la parola va presa nel suo senso più artistico e più nobile, giacchè, una volta diviso dalla sua rozza, quell'uomo presentava un aspetto le mille miglia lontano dal ricordare l'eroe di Cervantes.

Calvo come un ginocchio, con due sole ciocche di capelli grigi, nascenti poco più in su delle orecchie e cadenti su quelle come due pezzuole bagnate, pareva che egli illuminasse gli oggetti intorno a sè col raggio della fronte vastissima nella quale le protuberanze che accusano l'istinto della meditazione assumevano quasi le proporzioni di una difettuosità. I suoi occhi nerissimi sembravano voler far dei pertugi nelle pareti; portava due baffi grigi anch'essi, folti e corti, e un pizzo quasi bianco del tutto, lunghissimo e aguzzo come un'ala di rondine. Vestiva semplicemente: ma in quella semplicità traspariva alcunchè di ricercato che tradiva la presenza di una donna amorosa alla sua toletta. Era un gentiluomo campagnuolo sotto le spoglie di un discepolo di Esculapio.

—Sono intirizzito, Baccio, e poichè Don Luigi dorme ancora, una fiammata mi farebbe bene.

—Subito, rispose il campanaro, ma prima vado a mettere in stalla quella povera bestia che è là fuori. La conosco da un pezzo; se le rientra il sudore la vi ha la tosse per quindici giorni.

Il dottore lo lasciò uscire, e, senza darsi pensiero alcuno di quella strana precedenza data alla sua bestia da Baccio, andò ai fornelli, ne tolse di sotto una fascina, la gettò sul fuoco e, voltogli il dorso, e spalancate le gambe, prese di buon grado la tazza di vino presentatagli da Bazzetta.

Il quale, passandomi vicino, mi gettò all'orecchio queste parole:

—A domani il resto della storiella; intanto, acqua in bocca, mi raccomando.

—Vi pare? ho promesso e vi basti.

—Ecco, signor dottore, un ospite giunto da ieri al signor curato. Un grande artista, uno scrittore, che so io, un poeta di Milano, che si diverte ad andare attorno aritrattarele montagne, sicuro; un signore di Milano. Di Milano, non è vero?

Il lungo dottore si inchinò col miglior garbo del mondo.

Stavo per compire, o meglio, per rettificare a modo mio la presentazione, quando ai piedi della scala apparve la faccia pallida e sconvolta di Mansueta.

La poveretta aveva finto di obbedire all'ordine pietoso del farmacista, ma, invece di andarsi a coricare, aveva passato quelle lunghe ore, rannicchiata su di una seggiola, a piedi del letto del suo padrone, compulsandone il respiro, contandone i tremiti,—e veniva ad avvertirci che Don Luigi si era svegliato, che sospettava la presenza del medico e che era pronto a riceverlo.

Si salì tosto, i due della scienza in capo fila, io, Mansueta e Baccio dietro, sulla punta dei piedi e rattenendo il respiro.

Dal fondo della camera dove mi arrestai per non disturbare la visita, l'aspetto del buon curato mi apparve assai più calmo e riposato che non fosse l'ultima volta che lo avevo veduto. Egli era sul letto, meno coricato che seduto, appoggiando il dorso su tre ampi cuscini. colle braccia distese lungo il corpo, fuori della coltre, arrivandogli questa, stretta e distesa, alla metà del petto soltanto. Cosa non comune per un vecchio, nessuna benda o berretta gli cingeva la testa; la sua canizie riposava liberamente sul capezzale.

Ci mandò un sorriso collettivo, e stese la mano al dottore, il quale, con mia meraviglia somma e somma dolcezza, chinò il bel capo e baciolla. Allora vi fu uno scambio di sguardi che non dimenticherò mai. Quello di Don Luigi pareva dire:

«Voi sapete come e perchè!»

E quello del medico, corrucciato prima terribilmente, poscia d'un subito rassegnato:

«Pur troppo!»

Que' due sguardi racchiudevano tutto un dramma.

E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero bisogno.

La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l'abatino, il caffè di Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro, isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi, fondendosi, come unimbrogliodegno delle più romantichegiornateuscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega.

Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone. Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o beatitudine diffusa il dì prima sull'universa natura! Più nulla! Il cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell'immensa coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini, alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo, fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali, faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir l'abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a malincuore, come un impiegato che vada all'ufficio col dolor di capo.

Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli agnelli in collera col trifoglio bagnato; le giovenche, più parche di fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a una raccomandazione di aver pazienza.

Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò d'improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle, una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell'acqua benedetta. L'uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.

M'accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della poveraGina.

Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell'anima un carnevale di rime!

Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.

—Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando, il mobiglio.

—Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.

—Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?….

—Eh! Come non lo sapete? Il signor medico….. quello che ho condotto a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo,—voi non ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito….. non potevate tener gli occhi aperti,—e che la veniva a rovesci, si è deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia.

Io era colpito dal fulmine. Pronunciando quel nome, Baccio mi aveva rubato, tradito, assassinato! Io che sognavo nello sconosciuto, nell'innominato di Zugliano, un fantastico personaggio da romanzo a sensazione, un grande colpevole o una grande vittima costretta dalla fatalità a ricoverarsi nella solitudine e nell'ombra, mi trovava in faccia al mio ideale rimpicciolito nella casacca di un semplice medico! Mi si calava la tela sul più bello del primo atto, mi si era carpito il denaro del biglietto d'ingresso! Addio curiosità, addio interesse! Povero Bazzetta! E che noiosa giornata mi si parava d'innanzi!

Meditavo sul mio avverso destino, quando un rapido movimento di Baccio mi fe' volgere la testa malinconicamente china al pavimento. Come se un cenno imperioso lo avesse chiamato, lasciò la granata e un cencio che avea fra le mani e con quelle sue gambe affusolate fu nel giardino in due salti. Lo seguii istintivamente, ma mi arrestai tosto, udendo la voce di Bazzetta che, nascosto dietro lo spigolo, parlava a bassa voce al campanaro, a due passi dalla finestra.

—Ricordati bene di quanto ti dico. Non pronunciar mai, in presenza del forestiero, nè il nome, nè il cognome del dottore. Se ti occorre parlargli, di' «signor dottore» e basta. Hai capito? Lo so io il perchè…. è una celia, una improvvisata che voglio fare. Siamo intesi.

Bazzetta doveva essere un ben noto burlone, e Baccio molto abituato alle sue gherminelle, per rispondergli con perfetta semplicità, come alla cosa più naturale del mondo, un asciutto:

—Va bene.

Questa ingiunzione confidenziale, ghermita così senza intenzione, mi rasserenò. Ah! caro Bazzetta, pensaci, tu mi vuoi serbare da abile drammaturgo, il piacere di una sorpresa,—e,—briccone!—non tanto per procurarmi una emozione quanto per interesse tuo, darti spasso di me. A noi due, la partita è doppia, e vedremo chi sarà il più furbo. Intanto ecco in mancanza del mistero, un intrighettoextra machina, che condirà per bene, ed a mio solo profitto, il resto del tuo racconto.

—Bravo il mio Baccio, siamo a tempo? sclamò il farmacista, entrando.

—Manca il signor dottore.

—Ci sono.

Il signor De Emma entrò e sedemmo.

Non si trovarono mai riuniti al medesimo desco, tre commensali più imbarazzati, e più incerti del loro contegno. Risparmierò quindi di ricordarmi i discorsi o meglio i monosillabi che furono scambiati in quella mezz'ora di pasto frugale, dopo il quale il medico si accommiatò e sparve sulla sua rozza per la porta da cui era giunto la sera.

Bazzetta mi invitò ad uscire per prendere una «boccatinina» d'aria, e visitar poi la sua farmacia dove,

—Noi due soli, soggiunse ammiccando gli occhi, in santa pace, con un vinettino bianco che vi piacerà, faremo di passar la giornata alla meglio.

—Dite che la passeremo a meraviglia se mi continuerete la storia del Sindaco. Ardo dal desiderio di conoscere finalmente il misterioso signor De Emma da voi dipintomi con sì bizzarri colori.

—Si continuerà, rispose Bazzetta, e la sua faccia furba fu solcata da un sorriso che voleva dire: «se tu sapessi come ti godo!»

Quanto al sorriso che nascosi io alla meglio, e che fortunatamente potè sfuggire a Bazzetta, imagiginatevi voi che cosa dicesse.

Eravamo giunti a metà del sagrato su cui il piede scivolava per l'erba bagnata che divideva in quadrati innumerevoli le pietre, levigate e lucide come cristallo.

—Ah! me n'ero scordato! sclamò il farmacista fermandosi di botto; c'è il funerale di quella povera creatura!

E mi additò la strada in faccia a me, ed il villaggio da cui sbucava una lunga processione davanti a cui s'alzava pencolando ora a destra ora a mancina, un sottile crocifisso abbrunato.

—Converrà ch'io ci assista, seguitò il Bazzetta: sapete, nei piccoli paesi bisogna conformarsi….. e poi… il vedovo mi deve una somma rotondettina,—sei mesi di malattia,—coglierebbe il pretesto della mia mancanza al funerale per lesinar sul conto e portar il saldo alle calende greche. Questi montanari, sapete, uh! sono più furbi di noi. Voi, del resto, non importa, se non vi piace, potete tralasciare….

—No, no, vi tengo compagnia.

—Allora poniamoci qui in disparte, a vederli passare. Entreremo in coda.

Ci levammo il cappello; il funebre corteo era giunto sul sagrato.

Quella smilza croce pencolante, dalle cui estremità orizzontali pioveva ogni tanto una goccia di pioggia sui gomiti allargati del portatore, pareva salutar tristamente da una parte e dall'altra, davanti e di dietro con moti sussultorii ora rapidi ora solenni, come fa chi cammina dopo aver troppo bevuto.

Il portatore era un vecchio piccolo, magro, serio, maestoso, e da uomo che compie in pubblico un ministero glorioso e invidiato,—e sudava come una spugna compressa. Venivano dietro di lui don Gaudenzio coll'aspersorio in mano, alzato in alto come una sciabola, e un chierico che portava con evangelica rassegnazione una delle più belle gobbe ch'io abbia mai viste. Poi, a due a due, i terrazzani di ogni età, d'ogni statura, ma assimilati, grandi e piccoli, giovani e vecchi, da una specie di cotta rossa scendente fino quasi agli stinchi e sormontata da una pellegrina che avrebbe dovuto esser bianca, e qua e là l'era e non l'era. Salmodiavano, spalancando enormemente la bocca, guardando in cielo con occhi bovini e indietro di tanto in tanto, per compiacersi della funzione e per veder se il convoglio cresceva o diminuiva. Di sotto alla tunica uscian loro i calzoni di frustagno e le enormi scarpe inzaccherate. Alcuni, fra i giovani, i quali probabilmente avean comprata o ereditata quell'uniforme medioevale da qualche confratello di statura più alta della loro, la sorreggevano dandosi l'aria di non parere, appoggiando una mano sull'anca o nascondendola fra le pieghe. Di tanto in tanto la fila che si stendeva sul sagrato colle sinuosità di una biscia, veniva scomposta dalla sbadataggine di qualche ragazzotto, sulla testa del quale, pronto come il baleno, cadeva uno scapellotto sonoro, se non era un urtone infittogli per di dietro da qualche ginocchio poco cavalleresco.

Il feretro sorretto da quattro robusti montanari, probabilmente i parenti della defunta e del vedovo, si avanzava col movimento delle navi che pendono troppo in avanti. Era coperto di un drappo nero, ai lati del quale scorgevansi delle figure dipinte circondate da fregi ricamati in oro. sbiadito. Non una corona, non un fiore su quel povero cadavere disteso.

Son troppi rozzi quei poveri iloti del lavoro e del sacrificio per intendere e apprezzar le dolcezze simboliche di cui la società posta più in alto circonda lo spettacolo del feretro e della tomba. Sul legno volgare dei loro cataletti essi non sanno che spargere lagrime; non sanno che lasciar crescere l'erba selvatica sulle loro fosse senza cippi e senza iscrizione, ma che i dolenti rintracciano come guidati da uno istinto pietoso o come se udissero una voce che li chiamasse da sotterra.

Non so perchè le donne, che seguivano in gran numero il feretro, non erano disposte in fila a due a due, come gli uomini. Forse perchè erano desse le veramente afflitte: e il dolore si ribella alle leggi dell'ordine. Quasi tutte singhiozzavano; molte avevano il grossolano fazzoletto turchino e rosso sugli occhi, parecchie, le fanciulle in ispecie, portavano in tutta la persona, i segni di una angoscia pensierosa e profonda.

L'umile corteggio, composto di poco meno di un centinaio di persone, era chiuso da altri terrazzani che, non appartenendo alla Confraternita, si erano messi i loro giubboni della festa; e in mezzo a loro, correndo innanzi e indietro, fra le gambe e gli ombrelli chiusi, una masnada di ragazzetti scamiciati pei quali quella riunione di gente era una festa tanto più gradita perchè era una soprappiù delle solite del calendario.

La bara deposta, iFratelli, divisi in due schiere, andarono ad uno ad uno a collocarsi dietro l'altar maggiore. Tutti gli altri si gettarono in ginocchio. Squillò sottilmente un campanello. Don Sebastiano uscì a dir la messa: il coro intuonò le funebri litanie. Otto grosse candele ardevano intorno alla morta, e la cera gocciolava agglomerandosi lunghesse in grosse e bizzarre stalattiti, che Baccio, in ciò assai più decoroso dei sagrestani di città, si guardava bene di andar a raccogliere. Alcuna di esse, staccandosi di un tratto, andava a cader sui bossoli di metallo; ciò produceva un rumor secco e forte che faceva alzar qualche testa piamente china, e bisbigliare e farsi dar del gomito i ragazzi. Il prete salutava il tabernacolo, si curvava, si rialzava, spalancava le braccia; dal coro giungevano gliora pro ea, or gutturali or in tono sostenuto, a uguali intervalli.

Uno sprazzo di pallida luce illuminò d'improvviso un angolo della chiesa, e tosto svanì; una porta laterale si era aperta e rinchiusa. Un uomo era entrato, che non si fece il segno della croce, non piegò il ginocchio, ma si addossò alla parete e vi restò ritto come una statua. Soltanto che uno scrollo lo scoteva ogni tanto da capo ai piedi; allora si passava una mano sulla fronte e poi tentava di farsi ancor più istecchito, come se volesse penetrare nel muro che lo sosteneva.

Un sordo mormorìo, come s'ode nella foresta quando una corrente d'acqua è vicina, era corso da un capo all'altro di quella folla inginocchiata.

—È il marito della povera morta, mi disse all'orecchio Bazzetta.

In questo, Baccio attraversò difilato la chiesa, nella direzione di quell'uomo; ma costui come se lo vide vicino, alzò un braccio e parve dare un comando a cui fosse impossibile non obbedire. E infatti, l'onesto campanaro si arrestò di botto, stette un istante come indeciso, poi chinò il capo e ritornò sui proprii passi.

Quando furono finite le esequie e mentre la processione avviavasi verso il cimitero, ne feci uscir Baccio con un cenno, e gli chiesi:

—Che cosa vi ha detto quell'infelice?

—Va via! mi ha detto, va via, e con una voce che mi ha fatto gelare il sangue nelle vene. E sì che le mie erano buone intenzioni; volevo strapparlo da quella scena…. Va via, mi ha detto, come a un cane!

Non so quale attrazione irresistibile mi spingeva a rientrar nella chiesa. La costeggiai, per non dar nell'occhio a nessuno, e vi rientrai infatti, ma piano piano, a passo di lupo, come se fossi per commettere un delitto—dalla porticina da cui era apparso il vedovo.

Quale scena, gran Dio!

Egli era sulla soglia della sagrestia, ai piedi di Don Sebastiano ancor coperto degli abiti con cui aveva officiato, e gli stringeva e gli baciava le mani e gli si avvinghiava al corpo, gemendo, interrotto da rantoli e da singhiozzi:

—Oh! per l'amore del cielo! Buon prete del Signore, aiutatemi a non morire in grazia dei miei poveri bambini. Vedete… ho pensato tutta notte che mi sarei gettato anch'io dentro nella fossa e l'avrei abbracciata così forte quella cassa benedetta che non me ne avrebbero potuto strappar fuori…—Don Sebastiano! per carità… ditemi voi qualche cosa… voi che l'avete bagnata adesso coll'acqua benedetta… perdo la testa; vedo la chiesa, la santa chiesa che gira, che gira, che gira! aiutatemi a non morire… lo sapete anche voi, non posso morire… i bambini, i poveri disgraziati… tre!… li ho mandati sulla montagna… non sanno niente… quando torneranno a casa!… O povero me!… aiutatemi, per carità, lasciatemi sentire questo odore d'incenso che mi va al cuore… ditemi che cosa devo fare perchè il Signore mi soccorra…

Lo sventurato si aggrappava al lungo sacerdote e sprofondava il capo nelle ampie pieghe della negra sottana e nei merletti bianchi della cotta, mentre le sue gambe si contorcevano sul pavimento come agitate da una convulsione spasmodica.

Allora dalle labbra di quel prete il cui volto non aveva mutato nè colore, nè espressione, udii cader, gelate, asciutte, plumbee, feroci, queste parole:

—Ho altro adesso da fare; il mio caro indiscreto che sei. Lasciami dunque andar la stola una volta: tu me la insudici colle tue lagrime. O che credi di risuscitarla con queste pazzie. Lasciami andare ti dico. Non ti basta la messa! Colle buone, va via!…

E dato colle sue scarne braccia uno scrollo, si liberò dal supplicante, il quale si lasciò cader per terra colla testa nelle mani, mentre il gobbo chierico, datogli un'occhiata di ebete curiosità, rinchiudeva a chiave la porta della sagrestia.

Volai fuori, più che non uscissi, da quella chiesa che non doveva aver più per me l'ombra neppure di una illusione; e non so per quanto tempo corsi pei prati e pei boschi, sbalordito, commosso di pietà e di sdegno fino alle lagrime, quasi fuori di me. Ma conveniva pure non abusare della bontà di Bazzetta, e la continuazione del suo racconto era fatta per sollevarmi l'animo o almeno deviarmi il pensiero dalla cosa spaventosa che mi aveva siffattamente scombussolato.

Lo trovai nella sua farmacia, dietro il banco, occupato a servire una vecchia montanara catarrosa e febbricitante. Veder quella donna che, di femminile, non aveva che la gonna cenciosa, e pensare alle roccie basaltiche tutte a buchi e a crepacci, che si trovano sulle cime, in mezzo al verde, sparpagliate non si sa come e perchè—era la stessa cosa. Quella creatura apparteneva alla montagna, era una parte di essa; salendovi e scendendovi per settant'anni (che meno non ne mostrava) se ne era compenetrata la natura. Come esistono rupi che hanno profili umani,—argomenti a così buie leggende,—quella vecchia aveva le sembianze di una rupe; con un po' di fantasia ne avreste scoperto sull'epidermide i licheni e il muschio. Ella brontolava senza interruzione, con una voce chioccia e malinconica la litania delle sue sofferenze; il farmacista continuava imperturbabilmente a stritolare le sue droghe in un mortaio di marmo, mescendovi ogni tanto qualche gocciola di valeriana, con una eleganza tutta particolare, e un sorrisetto d'uomo contento. Era, per un simile paesucolo, una farmacia veramente bella. Il legno inverniciato e i vetri degli scaffali erano senza scrostature e senza macchie. Le due bilancie scintillavano, tazze di porcellana, scodellini di ottone, cucchiai, forbici, il rotolo di cordicina color rosa, tutto era al suo posto, come se si trattasse di essere ispezionati da una commissione della Facoltà di Medicina. La porta d'ingresso era ampia; su una delle lastre stava scritto in lettere gotiche:Medicamenti nazionali ed esteri; sull'altra:Zafferano d'AquilaeVischio sopraffino. Le finestre ai due lati, dovevano nei giorni di sole versare una luce carissima in quell'ambiente. Da una piccola porta che si apriva sul fondo, a sinistra dell'armadio principale, scoprivasi un portichetto, un cortile, e più in là, dietro un cancello di legno dipinto in verde, un giardino o un orto che fosse.

—Uh! signor Bazzetta, continuava la vecchia, se provasse. Qui vede… mi fa sempre tac, tac, tac.

—Già, già, già!

—E di notte poi… è come una cosa che mi vien su, su… che mi par di morire…

—Ah vi par di morire?

—Come è vero Maria Vergine. È sempre quel tac, tac, tac…

—Già, già.

—E guarirò, dice, con quella polvere lì?

—Vent'anni di meno ci vorrebbero a spalle, la mia comare, e vi risponderei subito di sì.

—Se non è che per questo! Il mio bisnonno è morto che aveva centosei anni e due mesi, la mamma mia, che Dio l'abbia in gloria, ne aveva novantasei quando è caduta nel pozzo. Senza quel pozzo, vivrebbe ancora che sarebbe un piacere a vederla,

—In un museo, osservò Bazzetta, e mentre la comare si contorceva per la tosse,—ecco qua, aggiunse, un cucchiaio ogni tre ore… e abbandonar l'acquavite. Avete inteso. Addio.

E la congedò dandole amichevolmente del palmo sulle spalle; ciò che mi parve facesse un gran piacere a colei, che uscì dedicandomi un inchino grottesco.

—Ed ora a noi! Aspettatemi un momento che vado per un certo affarettino; intanto affilate le orecchie.

Ritornò quasi tosto e m'introdusse sotto il portichetto, dopo aver dato una girata di chiave alla bottega.

Trovai due comode seggiole davanti a un piccolo tavolo dove ergevasi maestosa una pingue bottiglia di vino bianco fra due enormi bicchieri.

—Qui nessuno ci sentirà, e c'è un fresco che consola. Un sorso e riprendo il filo.

Così, in vera santa pace, il facondo Bazzetta cominciò:

—Dicevamo dunque che era arrivato a Zugliano il De Emma e che la curiosità era grande di sapere i fatti suoi. Del resto si ha il diritto, quando arriva in paese un forastiere, di conoscere chi è… per potersi regolare. Io fui dei primi a conoscere la verità, quando meno me lo aspettava. Naturale. Il signor De Emma era un medico; tornava dall'Inghilterra, e mezzo per vaghezza di studio, mezzo per occuparsi, innamorato delle nostre montagne, veniva a stabilirvi una casa di salute. La nostra farmacia ebbe dunque subito dei rapporti con lui.

Il dottore si dedicava quasi esclusivamente alle malattie di cervello. E, come vi dissi, l'Angelo De Boni si arrovellava allora per liberarsi del padre. Lo presentai al De Emma, il quale, per sottrarre il vecchio alle sevizie della famiglia, acconsentì, mediante una modica pensione a prenderlo nel suo nuovo stabilimento.

Il vecchio non oppose alcuna resistenza, ma concepì un odio implacabile per quelli della sua famiglia, tantochè non voleva più vederli. Ciò dava fastidio ad Angelo, perchè non essendo accertata giuridicamente l'alienazione mentale del padre, egli ne temeva un testamento di vendetta. Del resto il vecchio era mansuetissimo;—solo rimaneva chiuso, muto, assorto tutto il giorno nella lettura dei suoi libri religiosi.

Il signor De Emma aveva con sè due giovani donne: una inglese, sua moglie,—l'altra italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia per allora rimasero ignoti. Si credeva fosse un'inferma in cura del dottore—tanto era patita e sparuta. Costei, per suo gusto, si occupava degli ospiti dello stabilimento.

Aveva una pazienza, e certe maniere e certo visino dolce, amorevole, che i malati presero a volerle bene: era un pallido raggio di sole nella tenebrìa squallida della loro vita di ospedale.

Ed anche il De Boni non rimase insensibile alle sue cure.—Un giorno che il poveraccio s'affaticava, a forza di lenti, di decifrare il carattere minutissimo di unSant'Agostino, ella glielo prese di mano, sedette accanto al letto e gli fe' lettura. Poi ci tornò ogni dì. In breve ella acquistò imperio grandissimo su quel bietolone. E fu in grazia sua se il signor Angelo potè ripresentarsi al suo padre senza farlo montare in furore…. La giovinetta un po' colle buone, un po' colle brusche, come si usa coi ragazzi, sapeva ridurlo docile come un agnello;—tutte le volte che il figlio si presentava, era lei la sua introduttrice e assisteva a tutti i loro colloqui. Strani colloqui di grugniti e di muggiti non interotti che dalle soavi sue parole. Ella faceva da interprete, da paciera….

In quella il vecchio orologio a pendolo della scala battè sei colpi.

—Sei ore, sclamò Bazzetta, già sei ore!

Era scritto ch'io dovessi rimanere un altro pezzo con la mia curiosità oramai vivissima.

Le ampolle e gli ampollini, i vasi di porcellana, le tazzette di marmo, i pestelli, le forbici, i cucchiai, i bistorini, le pentoline, le casseruole, le caldaie, i filtri, i setacci, le ventole e tutti gli altri utensili che abbellivano il porticato e la farmacia dell'onorevole mio collaboratore Bazzetta perdevano a poco a poco le scintille del sole che declinava.

—A rivederci stasera, mi disse Bazzetta, stringendomi la mano energicamente, molto energicamente. Sono le sei, vo' a pranzo da quella bestia di Sindaco, del quale vi dirò poi… ma… zitto.

Ed uscì frettoloso, lasciandomi solo nella sua simpatica botteguccia.

—Eccolo; è lui!

—Parlagli, il papà è uscito.

—Non ho coraggio…

—Vuoi che parli io?

—Sei matta? Tocca a me!

—E se ti tocca, parla.

Queste parole «di color oscuro» erano sussurrate dietro un piccolo uscio che metteva al porticato.

Le interlocutrici—me ne accorsi alle fisonomie intravedute dalle fessure—erano la moglie e la figliuola di Bazzetta.

La conversazione continuò così:

—Mamma, il babbo gli ha detto tutto.

—Grulla!

—E che!

—Fatti avanti.

—Tocca a te che sei la mamma.

—A te che sei più franca…

E mi comparvero davanti due cose femminili.

Vi dipingo a larghe pennellate la moglie del farmacista.

Era lunga, lunga, lunga; aveva gli occhi nella nuca e le ciocche dei capelli a un centimetro più innanzi della punta del naso! E che punta e che naso! Lunga, lunga e scialba del colore dei ceri da funerale; le mancavano due lettere dell'alfabeto, l'erre e l'esse; sputava formidabilmente ad ogni monosillabo.

Era guercia.

Quanto ad Ermenegilda (che nome!) la figliuola di Bazzetta era un coso femminile di rarissima specie.

Alquanto meno lunga della madre, sembrava più piccola che non fosse perchè era grassa e paffuta come un dindo nutrito da una brava massaia per onorare il Natale. Aveva la pelle tesa, come quella di un tamburo, sicchè, malgrado tanta lussuria di muscoli e di polpe, pareva fosse stata fatta con economia. I suoi grandi occhioni bovini avean l'aria di voler saltar fuori a ballonzolare sul pavimento; e certo, senza quella tensione di epidermide che appariva ancor più evidentemente nelle palpebre, ti sarebbero schizzati in faccia.

I due così mi vennero incontro, la mamma lunga davanti, la ragazza grossa di dietro, inchinandosi goffamente e atteggiando la bocca a un sorriso tra la compiacenza e la fatuità.

—Se non erro, diss'io, prendendo il cappello onde potermela svignare, al più presto, ho l'onore di conoscere la signora del mio amico Bazzetta…

—Pur troppo! sospirò quella pertica alzando gli Occhi al cielo. Dietro di lei si udì un sospirone.

—Diavolo! non potei a meno di esclamare, perchè mi dice «pur troppo?»

—Oh! se sapesse!…

—Oh! se sapesse! disse l'altro coso di dietro.

—Non so nulla, diss'io.

—Lo saprà.

—Saprà, disse l'altra di dietro,

E quella davanti:

—Si accomodi, mostrandomi una seggiola.

Mi accomodai.

Allora la faccia della signora Bazzetta diventò terribile.

Aveva sposato quell'uomo come si sposano tutte le zitelle in ritardo.—Le avevano detto: hadel ben di Dio, ciò che in volgare, significa «ha quattrini» quanto a dimostrarle che era un bell'uomo, sarebbe stata pena sciupata. Bazzetta a trentacinque anni, era il più bel giovanotto che si potesse vedere nei paraggi di Zugliano.

—Le dico, continuò la signora Placida (si chiamava con questo nome), le dico; pur troppo! e lo ripeto!

E l'eco echeggiava:

—Sicuro, certamente, sicuro!

La megera posò il suo formidabile naso fra i miei baffi incipienti, e sussurrò.

—Se sapesse!…

—Per tutti i santi del paradiso, diss'io, che cosa mi resta a sapere??

—Bazzetta è un birbone; mi fa tante corna quanti ho capelli in testa; è uno sfaccendato.

—…ato, ripeteva la fanciulla.

—E vi ha contata la storia del medico e del signor sindaco a modo suo…—è un birbone!—Beve come una spugna! Oh! che uomo!

-….. Omo!

—E—continuava la signora,—il piccolo Ignazio, l'abatino che pranzò ieri con voi, è figlio spurio del sindaco—e questo non ve lo ha detto, e sua madre era la sorella di Mansueta…. e il signor de Emma….

—Zitta! sclamò Ermenegilda, additando l'impennata della farmacia.

Bazzetta riapparve.

—Ho dimenticato l'astuccio dei zolfanelli.

E fulminò con uno sguardo tale la signora Placida e la signorina Ermenegilda…. che in men di un baleno scivolarono e scomparvero dietro l'uscio da cui erano uscite.

—Vi accompagno fino al presbiterio, disse Bazzetta offrendomi il braccio.

E ci incamminammo.

Che bella sera, che tramonto fatto per i pittori e per i poeti!

Il paesaggio appariva e non appariva.

Le forme incerte somigliavano a nubi; nubi che cambiavano i profili e i colori ad ogni batter di ciglio.

Il presbiterio era immerso in una nebbia diafana, inargentata dalla luna.

Cantavano le cicale e cantavano i grilli. I prati erano costellati di lucciole, e Bazzetta zuffolava una canzone che era in gran voga a quei tempi.

Mi sentivo triste, una indicibile malinconia mi circondava come un abito bagnato.

Dissi al farmacista:

—Non incomodatevi più a lungo; il pranzo del sindaco vi aspetta, ci rivedremo stasera.

Non se lo fece dire due volte.

—A stasera, ripetè, dandomi cordialmente la mano; e svoltò per un viottolo.

Ma era stabilito dal destino che in questo giorno io non potessi starmene solo co' miei pensieri.

Inciampai in due bambini, accocolati sulla soglia del presbiterio.

—La signora Mansueta, mi disse il più alto dei due, o dorme o non ci vuole aprire. E il papà che ci ha detto di venire, e che è su dal signor curato?

—Suona un'altra volta, disse il più piccolo.

Suonai io, e Baccio fu tosto ad aprirmi quella memorabile porticina.

—Oh! bravi ragazzi, sclamò: siete aspettati. Su, su, Don Luigi vi vuol vedere.

E, mettendo un dito sulle labbra coll'aria di un cospiratore, mi sussurrò all'orecchio:

—Sono gli orfanelli della povera Gina; non sanno che la sia morta; ci penserà Don Luigi—intanto il pranzo è preparato…. Resti servito….

—Come sta il signor curato? Si può vederlo?

—S'immagini; le farà un regalo.

E il buon uomo mi condusse fino all'uscio della camera del curato.

—Non le faccia parola del sindaco, mi disse, e si accommiatò.

I due fanciulli ci avevano seguiti ed entrarono nella camera con me.

Il povero vedovo sedeva presso il capezzale dell'infermo, e pareva moribondo.

Vedendo i suoi figli, ebbe uno strano gesto; ma si contenne, a un cenno del curato che continuò il discorso interrotto, dopo avermi salutato.

La sua voce era debole, ma lo sguardo lampeggiava. Aveva in mano la bibbia e ne cadevano rose.

—Stammi attento, amico mio, mio buon Beppe. La tua sciagura è terribile, la capisco e l'ammiro. L'ammiro perchè quella tua povera Gina, morendo, ti ha fatto migliore. Guarda un po' quei due fanciulli, Beppe!… Sono la sua eredità; non beverai più l'aquavite quando scoccano le sei del mattino—(non farmi la brutta cera)—la bevevi, quotidianamente. Lavorerai dippiù; sentirai come sia dolce il vivere coi morti…

E piegò la bella persona verso i due fanciulli.

—Non ditele che è morta la loro mamma; la mia Mansueta ci penserà a prepararli….

Il buon Beppe mormorò:

—Grazie, signor curato.

Ma singhiozzava angosciosamente.

—Ho invitato al mio desco questo caro Beppe coi suoi due fanciulli; volete tener loro compagnia? Mi obblighereste.—Badate che si pranza in cucina.

—E sia! Vogliamo mettere il tovagliolo sulle ginocchia?

I due piccini avevano fame più di me e più di Beppe. Come furono contenti quando li ebbi adagiati davanti a una minestra…. una minestra fatta per bene!

Contenti e nel tempo stesso malinconici. Interrogavano tacitamente la immobile fisionomia del babbo.

E la fisionomia del babbo era lugubre.

Le parole di Don Luigi erano state inefficaci. Il povero uomo pensava alla sua povera donna.

—È sotto terra, mi sussurrò all'orecchio, sotto terra, tre metri sotto terra. Hanno un bel dire, ma adesso infracidisce nella sua cassa, Mi voleva tanto bene, e ce ne volevo tanto a lei!… Scusi, signor pittore… mi lasci piangere.

I due fanciulli mangiavano avidamente, ma mettevano sempre, fra un boccone e l'altro un punto di interrogazione.

La buona Mansueta se li condusse via coll'esca di due mele cotte nella cinigia.

Restammo soli, io, il vedovo e Baccio; soli e in un mestissimo silenzio non interrotto che dal crepito della lampada ad olio.

Ma Beppe si alzò di repente, e, piantatosi fra me e il campanaro, prese un atteggiamento che ci fece paura; un atteggiamento di rivolta e di sfida. Pareva Spartaco in abito di frustagno. E con voce concitata, rauca, affannosa, cominciò:

—Voglio parlare! bisogna che parli! il mio segreto mi bruccia nella strozza! Mi ascolti pazientemente, signorino, e tu, Baccio, stammi a sentire anche tu.

Si asciugò il sudore, tornò a sedere, si nascose la testa nelle mani, e continuò:

—La mia Gina a quindici anni era la più bella ragazza del paese, e la più buona. Tu, Baccio, lo puoi dire e lo può dire Mansueta e Don Luigi e tutti lo possono dire. Le nostrebaiteerano vicine; mio padre e mia madre, suo padre e sua madre si davano deltufin da quando erano fanciulli alti come quei due poveretti che sono usciti testè…

Qui s'interuppe, e disse a bassa voce, quasi parlando a sè stesso:

—Perchè li abbiamo messi al mondo, perchè?

E, ringolfandosi nelle memorie, continuava:

—Ella veniva ogni mattina a distendere il fieno sull'aia che separava le nostre case; e cantava una canzonetta… che era il mio spuntare del sole.

Ti ricordi, Baccio, che bel giorno fu quello delle mie nozze con Gina? Sono passati undici anni. Il mio testimonio era quel galantuomo del signor De Emma. Come scampanavi di gusto, buon Baccio!…

Ed ora è morta e infracidisce nella sua cassa!… E sapete chi me l'ha uccisa? Quel cane di sindaco che morirà per le mie mani come è vero che ci sono Gesù e la Madonna e l'Eterno e lo Spirito Santo in paradiso.

A queste parole guardai Baccio in viso; egli aveva la bocca chiusa ermeticamente, e gli occhi spalancati oltre ogni umana possibilità. Tremava dalla testa ai piedi.

Beppe dilaniava un tovagliolo con dita convulse, e, senza accorgersene lo inzuppava di grosse lagrime intermittenti.

—Dio di bontà, esclamò Baccio, dando un crollo a tutta la sua zoppicante persona, è venuta la fine del mondo?

—La verrà e presto; sentirai. Parecchi già avevano avvertito la mia Gina che quel birbone la guardava con certi occhi, che so io, in un modo che non guardava le altre donne; ma la poveretta era così buona e così virtuosa che non le passava nemmeno pel capo che al mondo ci fosse gente capace di fare il male e tampoco di pensarlo. Egli intanto aveva preso l'abitudine di venir molto di frequente in casa nostra, ora con un pretesto or coll'altro; io era obbligato dalle mie facende a passar quasi l'intiera giornata sulla montagna, e i miei vecchi erano ingenui come la Gina, e, poi via…. erano vecchi. Alla sera, senza motivo alcuno, gironzolava di su e di giù davanti al nostro uscio.

Le cose andarono al punto che, un giorno, dopo la cena, poi che i vecchi e i ragazzi furono andati a dormire, la Gina, con una voce che non pareva la sua, e cercando quasi di non incontrare il mio sguardo, mi disse:

—Bebbe, ho bisogno di parlarti.

Me le sedetti vicino, presso il fuoco, ed ella, con quella voce sempre più diversa del solito, mi bisbigliò nell'orecchio, mettendomi un braccio intorno al collo:

—Ho paura del sindaco!

Io, che non mi ero accorto nè dubitava di nulla,

—Del sindaco, esclamai strabiliato; oh! che cosa ti gira per il capo, stasera?

Allora ella mi narrò, come quel cane di un signor Angelo De Boni la perseguitasse già da più di due mesi, seguendola e arrestandola per le campagne e pei boschi, trovandosi sempre sul suo passaggio, sorridendole con un'aria bestiale, e dicendole delle cose… delle cose di cui ella non capiva il significato, ma che le parevanocose cattive, cose contro il timor di Dio. E le diceva con voce dolce e rauca… e—aggiunse quella mia sventurata celandosi la faccia tra le mani—aveva tentato più volte di metterle le mani addosso!…

Credo che fosse un urlo quello che mi uscì dall'animo all'udir questa infamia; giacchè il mio marmocchio più piccolo si destò strillando, e sentii nell'altra camera il povero padre voltarsi sotto le coltri e mandar un sospirone affannoso come è usanza dei vecchi disturbati nel loro primo sonno.

Come il bimbo fu acquetato, presi pel braccio la Gina e ce ne venimmo insieme qui dal signor curato. Te ne ricordi, Baccio, fosti tu che venisti ad aprire, tutto meravigliato.

—Santi del paradiso! sclamò il campanaro, spalancando gli occhi e alzando le braccia; era per questo?!… Se me ne ricordo! ero appena tornato dalla fontana e stavo per andarmene a letto…

—E narraste la cosa a Don Luigi, interruppi a mia volta; e che vi consigliò Don Luigi?

Beppe si passò un'altra volta la mano sulla fronte.

—E che volete che mi consigliasse, mio buon signore? Prima diventò pallido, pallido, poi mi disse in tutta confidenza, guardandosi intorno come se avesse paura che i muri e i quadri lo potessero dire, mi disse che il Sindaco era un uomo capace di tutto; che bisognava usar prudenza: che Gina non uscisse mai dopo il cader del sole, che io facessi il possibile per non lasciarla troppo sola… che so io, tante altre cose mi disse. Ma in cielo era scritto ciò che era scritto!

Tuttavia le parole del signor curato mi avevano alquanto rassicurato, e rifacevo la strada verso casa con animo assai più leggiero, quando la Gina affrettò il passo stringendomi forte il braccio e quasi avvinghiandosi a me, come se avesse veduto il lupo.

Fosse stato il lupo, fosse stato l'orso!… non mi avrebbe messo maggior spavento. Spavento, dico? no, rabbia, stupore, ribrezzo; giacchè era lui, l'infame uomo, che aveva spiato i nostri passi, che ne aveva certamente indovinato il motivo, e da quel momento, lo giurerei in punto di morte, stabilì di affrettare la rovina della povera Gina e la mia.

Ci seguì, a pochi passi di distanza, fino sull'uscio.

Mentre io stavo aprendo adagio adagio per non svegliar la famiglia, ci passò dinanzi, sempre alquanto lontano, e intonò zufolando l'aria di una canzone oscena, come per cimentarmi, che so io, per farmi perdere la testa del tutto.

Qual notte fu quella! Il sonno che a mia memoria non mi aveva mancato mai, tranne che nell'ultimo mese che precedette le mie nozze (ma quelle erano veglie che non darei ancora adesso per tutto l'oro del mondo) non voleva saperne ad ogni costo di venire a togliermi la febbre che mi ardeva. La povera tosa, che capiva il mio turbamento, benchè me ne stessi zitto, faceva mostra di dormire; ma io mi accorgeva che vegliava e che il suo cuore batteva come il mio. Essere angosciati, e allo scuro, e non poter muoversi, non so se l'abbiate provato anche voi, è una cosa a cui Dio non dovrebbe condannare una povera creatura. Come la disgrazia diventa più grossa, come il buio somiglia più buio e pieno di diavolerie e come sembra di aver sullo stomaco una pietra da mulino!…

Che cosa ho mai fatto, andavo arrovellandomi dentro di me, che cosa ho mai fatto di male per meritarmi questa tribulazione? Ho lavorato fin da piccino come una bestia da soma, non ho mai torto un capello a nessuno, non ho mai, mai mancato di rispetto ai miei vecchi, ho voluto bene alla Gina, onestamente, e l'ho sposata da onest'uomo; ho cercato di tirar su il meglio possibile i figli che la Provvidenza mi ha dato… perchè ci deve essere un cane?… E, sentendomi serrarsi i pugni e affogarmi della voglia di bestemmiare, domandavo scusa al Signore e facevo voto di starmene cheto ed anche…..anche di perdonare…..—ma….. perdonare….. purchè, purchè….. e il pensiero che colui potesse toccar, fosse con un dito anche, soltanto un lembo di una manica di Gina, mi faceva ribollir il sangue daccapo! E le parole del signor curato che poco prima pareva mi avessero un po' sollevato, allora mi suonavano all'orecchio con un effetto del tutto diverso. «È un uomo capace di tutto!» Che tutto? Tremavo, e gelavo e bollivo. E se Gina non mi avesse detto le cose che a metà?… Infelicissimo uomo!… Nessun pennello, nessuna penna avrebbe potuto ritrarre l'indefinibilmente profonda espressione di dolore e di rabbia, di abbattimento e di energia che in quel momento appariva in quella faccia smunta su cui le lagrime non scorrevano più.

Io e Baccio attoniti, rattenendo il respiro, non battendo ciglio, lo guardavamo immobili e atterrati ugualmente; egli, semi-idiota e vecchio montanaro, ed io non montanaro, non semi-idiota e non vecchio, affratellati da due sentimenti di pietà che nella bilancia di Dio certo avrebbero pesato lo stesso.

E Beppe, alzatosi e camminando a lunghi passi per la cucina, continuava:

—A questo dubbio che mi afferrò per il collo come una tenaglia rovente, restar un minuto ancora immobile e allo scuro, sarebbe stato lo stesso che morire.

Balzai dal letto, accesi il lume, lo accostai a Gina e la fissai… chi sa come, in faccia.

Ella aveva gli occhi spalancati e a sua volta mi affissava, tentando di sorridere… ma piena di spavento.

Non mi perdonerò mai ciò che feci e dissi allora.

La presi per ambo le braccia e le diedi uno scrollo che la fece scivolare dal letto, e stringendole le mani come un forsennato, e quasi mordendole le labbra colle mie, urlai:

—Tu non mi hai detto tutto! Egli ti…..

La sventurata si lasciò cadere in ginocchio, e liberate le mani ch'io, quasi fuor dei sensi, le abbandonai, le congiunse come si fa davanti all'altare.

—«Ti ho detto tutto, mi disse; lo giuro sulla testa di quei due poveri innocenti; tutto, tutto, tutto!» E diede in uno scoppio di pianto, mentre mi stringeva e mi baciava e ribaciava le ginocchia.

Piangemmo insieme abbracciati non so per quanto tempo; quando ripresi conoscenza di me stesso, la notte era ancora alta e la Gina stava rattizzando i carboni sul focolare.

Me le accostai mormorando:

—Perdonami.

—Taci, rispose Gina, questa volta sorridendo davvero. Ci vogliamo tanto bene. Ma vien qua, il mio uomo, e riscaldati che sei tutto intirizzito. Datti pace, va, che il diavolo non è brutto come si dipinge. Quel briccone sa che siamo andati da Don Luigi; ciò lo farà pensare due volte prima di…..

—No, no, la interruppi io; ho preso la mia decisione; sai che le poche terre che abbiamo mi sono state a parecchie riprese cercate da Gervasio, il ricco mandriano; le posso vendere domani; se voglio, e a patti d'oro. Senti, Gina, le rondini abbandonano il nido dove furono una volta minacciate; noi faremo come le rondini; andremo altrove a fabbricarci un nido nuovo; in questo non si potrebbe più vivere in pace.

—Quello che tu farai, buon Beppe, sarà ben fatto; benchè la sia dura il lasciar il paese dove si è nati.

—Il paese è dappertutto dove si può vivere sicuri, lavorando. Andremo in un sito più bello di questo.

Così conversando del nuovo progetto, stretti l'uno all'altro, accanto al fuoco, fummo sorpresi dai primi bagliori dell'alba.

Io era così ansioso di mettere modo alle cose per mandare ad effetto il più presto il mio disegno, che, fosse anche un presentimento, la terra mi abbruciava i piedi. Sicchè senza aspettare che i vecchi si risvegliassero, per dar loro il buon giorno, siccome ero solito fare fin dall'infanzia, presi il cappello e i miei ferri e mi avviai verso i pascoli di Gervasio, dopo aver raccomandato a Gina di non porre piede fuori dell'uscio, promettendole poi che sarei stato di ritorno al più presto.

Non trovai Gervasio ai pascoli, che come ben sai Baccio, distano da qui una buon'ora di Cammino; egli era partito quella notte stessa per la sua casera di San Sulpizio; cinque leghe di strada, e che strada! Titubai alquanto se dovessi raggiungerlo, o rimandar la cosa al suo ritorno. Ma quando sarebbe tornato? i pastori non ne sapevano niente; poteva fermarsi allacaseraun giorno, poteva fermarsi quindici. Decisi di spingermi fino a San Sulpizio. Mi fornii di due bei tozzi di cacio e di polenta, e via pei greppi e le pinete, certo che camminando a dovere avrei potuto essere di ritorno a casa per il cadere del giorno.

Ma,—ve l'ho già detto prima:—Era scritto ciò che era scritto!

Ti ricordi, Baccio mio, quella crocetta che sta a due passi dallacolma dei Tre Ladri? Fu là che mi prese l'uragano. Un uragano come, in vita mia, non ne avevo mai visto. To'! il cielo pareva disceso sulla terra, e i cocuzzoli delle montagne pareva che si arrampicassero in cielo. Si cozzavano insieme i ghiacciuoli delle nubi e i ciottoli delle frane; la vallata era scomparsa, le cime non le vedevo più; mi pareva di sentirmi schiaffeggiare e bastonare da centomila demoni!…—mi mancava il respiro…—ero come una pulce fra due unghie… to'.

Mi girava la testa, ma, questa volta, diversamente di prima, vo' dire di quando la mi girava nel mio letto, allo scuro. Mi sentivo mancar il fiato: era latormenta! E turbinava, oh! come turbinava! Mi credetti morto, e lo ero quasi, e mi distesi in terra, colle mani in croce, dicendo ilDe profundise pensando intanto alla mia Gina, ai miei vecchi, ai miei piccini… e al… e anche al Sindaco!

Restai lì parecchi minuti in tal modo, aspettando l'ultimo momento.

D'improvviso mi sentii battere sulle spalle da una mano vigorosa.

Apro gli occhi già quasi irrigiditi dal gelo, e mi vedo davanti, indovina?… il figlio maggiore del signor De Emma, che, superata la bufera passava appunto di lì, colla sua muta, inseguendo il camoscio.

Mi sollevò, mi pose alle labbra la fiaschetta del rhum, e in men che non si dica, mi ritrovai il Beppe di prima, vispo e sano di corpo e pronto a far non cinque ma venti leghe… quanto al resto… Il resto era di ritornare a casa, e al più presto possibile.

—Grazie, dissi al bel giovanotto; ella è proprio il figlio di suo padre, il figlio della Provvidenza! Oh! fa tardi, se si ritornasse laggiù? Mi aspettano, sa? e se ella vuol fartappanel tugurio della mia Gina,—è un'amica del di lei babbo, la dev'essere una festa davvero!

Il signor Arturo,—Baccio tu lo conosci,—aggradì l'offerta.

Ci incamminammo, aggrappandoci alla meglio per gli scogli irti di sterpi. Ma la via del ritorno par sempre buona. Almeno sembrava tale allora per me.

Beppe parlava come un oratore che non sa, o meglio non vuol venire alla perorazione.

Bevette un bicchier di vino offertogli da Baccio e, asciugatasi di nuovo quella fronte piena di passato e di avvenire, continuò ma con una inflessione di voce e con un atteggiamento che accennavano alla catastrofe:

—Sissignori. E rividi, che non mi parea vero, la cima delmiocampanile, e poi i fumaioli dei vicini, e finalmente infilai il viottolo che mena alla mia casa.

Per quanto fosse stata posta la strada fra le gambe, la notte ci aveva precorsi.

A cinquanta passi dalla mia ortaglia chi mi vedo venir incontro?

È mio padre, il mio padre ottuagenario, che non aveva fatto, a mia memoria, più che non faccia di cammino un bimbo appena uscito di fascie.

E mi dice, spalancando le braccia:

—Se Dio vuole! Sei qui! Che spavento? E la tua Gina?

—Che! risponde, la Gina?

—Dov'è?

—Se non lo sai tu!!

—Ma come?

—Non l'hai tu mandata a chiamare perchè ti raggiungesse alcampo della Crocetta?

—Io?

—Venne un ragazzotto a dirle che ti raggiungesse colà!… per una cosa d'urgenza…

—Io vengo… vengo… da tutt'altro sito… non ho mandato nessuno…!…

—Che birbonata è questa? sclamò il povero vecchio guardando in faccia a tutti quanti.

—Una birbonata, urlai, e, senza aggiungere una sola parola, mi slanciai a tutta corsa verso ilcampo della Crocetta.

Non mi ricordavo più della strada; non so in quante siepi mi insanguinai le dita in quante pozzanghere mi ingolfai. Udivo da lontano i gemiti che uscivano dalla mia casa.

Ma un gemito più vicino, più straziante, un gemito simile a quello di chi sta per morire, mi arrestò di repente; come se avessi dato del capo in un muro.

Oh! quel gemito!…. mi ricordava quelli della notte scorsa! Era lei, era Gina! La trovai, la rinvenni, non so come, nelle tenebre, tra gli sterpi, distesa per terra….

—Gina!

—Lasciatemi morire!

—Sono io, sono Beppe! il tuo Beppe!

……………………………………

Mi parve che udendo il mio nome, si addormentasse.

La presi sulle spalle e lento lento, mentre il cuore e la testa non sapeva più dove fossero, raggiunsi, la mercè di Dio, la mia soglia.

La adagiai sul letto, livido, estenuata.

Il vicinato era accorso.

Il signor Arturo era scomparso. Poverino, si prese in corpo sei leghe, e a queill'ora, per andare in cerca di suo padre.

Allontanai tutti quanti.

Gina, dopo un lungo sopore, aperse gli occhi e mi vide.

Rabbrividii a quello sguardo. Ella rabbrividì più di me. E con una voce che sembrava venire da sotterra:

—Non guardarmi, sospirò, non toccarmi! Chiudi la porta!… È là… il sindaco!….. è là… porta in quel bel paese, in quel paese più bello, i nostri bambini!… Portali via, senza farmeli vedere!… oh! povera, povera me!

—Gina, dicevo io, Gina… dimmi, spiegati….

—Taci… taci…. e si metteva un dito sulla bocca e alzava gli occhi al cielo.—Taci. Ho resistito, oh! se gli ho graffiato la faccia….

Ella cacciò allora la testa sotto il guanciale, ed io restai solo col lucignolo agonizzante….


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