XVII.

Una scampanellata che venia dalla camera di Don Luigi interruppe il racconto terribile del povero vedovo.

—Dio mio, sclamò, come destandosi a sua volta da un sogno, ho parlato troppo forte, l'ho risvegliato.

Baccio, che in meno d'un baleno era salito e ridisceso, mi appoggiò la bocca all'orecchio e mi disse:

—Don Luigi ha bisogno di voi..

Scoccavano appunto le undici ore.

Salii d'un balzo.

Certo le pareti del presbiterio non somigliavano alle mura massiccie e pendenti dei nostri bisavoli; giacchè dal viso alquanto sconvolto del curato e dalle pieghe sconnesse delle sue coltri m'accorsi,—e non presi un granchio,—che dal suo primo piano, egli aveva udito in parte se non in tutto la conversazione della cucina.

Don Luigi mi stese la mano e mi disse:

—Voi che mi parlavate di Tebaide, e mi dicevate—oh! le ricordo le vostre parole,—Tebaide, dove son vive ancora le memorie bibliche, e gli uomini santi le respirano ancora, e le ripetono con sapienza antica…—Vedetela la Tebaide, vedetela la sapienza! Ditemi come è vero che le apparenze ingannano! Credevate di arrestare il vostro passo di nomade in un eremo e siete entrato in una bolgia…. Non importa! Le vie della Provvidenza sono infinite. Forse è Lei che vi ha inviato. Ciò che sapeste per l'angosciosa espansione di quel povero Beppe, è il primo filo di tutta una lugubre istoria che oramai sarebbe impossibile tenervi nascosta. Ma di ciò a suo tempo. Ora siete mio ospite, e sapete ciò che vi dissi ieri in giardino. Temete le barricate; ciò che in volgare significa: non partirete senza il mio permesso. Ora si tratta di non lasciare solo quell'infelice. Egli ha nell'anima la vendetta; giacchè, voi lo indovinate senza che io ve lo dica… Quella povera Gina!…

Egli s'interruppe con un gesto d'orrore che mi si apprese al cuore.

—E quell'uomo vive ancora? sclamai coll'impeto dei miei vent'anni.

—Sì, e deve vivere, e saprete il perchè deve vivere,—a meno che non scavalchiate le mie barricate. Ma per ora, si tratta d'altro; ho bisogno di un servizio da voi. Non potrei riposare se sapessi Beppe libero di sè stesso questa notte.

Il curato, così parlando, aveva dato un nuovo scrollo al cordone del campanello.

Baccio comparve.

—Non lascierai partire Bebbe stasera. Preparagli la camera degli scalpellini; ai marmocchi ci pensi Mansueta. Questo signore ti aiuterà a persuaderlo.

Baccio, colla intuizione dei montanari, capì, approvò, inchinossi ed uscì, facendomi un cenno di supplica.

—Per domani, aggiunse il curato, ci penserà un altro amico.

Gli diedi la buona notte e ridiscesi in cucina.

Non ci fu d'uopo di molta fatica per persuadere lo sciagurato Beppe ad accogliere l'ospitalità del presbiterio. Come vide i suoi bambini andarsene a coricare sotto le ali tarpate della Mansueta, egli si lasciò condurre come un agnello, da Baccio, alla stanza degli scalpellini.

La foga con cui aveva narrata la sua tragedia lo aveva estenuato.

Dissi a Baccio che ritornava dall'averlo coricato:

—Eh! dimmi! che cosa significano quei lumi laggiù, verso la casa del sindaco?

Baccio uscì nell'orto e dopo un istante ricomparve sogghignando e mi disse, facendomi lume su per la scaletta:

—Sono i coloni del signor De Boni che portano a casa Bazzetta, ubbriaco fradicio.

E con questo bel corollario di quella bella giornata, mi diede la buona notte.

Dopo agitatissimi sogni, fui risvegliato dal signor De Emma, o,—per essere più veritiero,—dai ferri aguzzi del suo ronzino, i quali, così, tra la veglia e il sonno, mi somigliarono ai colpi di un martello che mi battesse sulla nuca.

I galli, sparsi qua e là nelle soffitte e nelle cantine, eruttavano il loro rantolo singhiozzoso; i passeri cominciavano a pispigliare; si udiva il risveglio della luce nel fruscio sommesso delle foglie. In lontananza, le imposte, aperte da braccia ancora intorpidite dal sonno, sbattevano contro le pareti, quasi paurosamente.

Il giardino apriva anch'esso le sue mille palpebre d'ogni colore. I fiorelli che si schiudono all'apparire del sole, cominciavano a sorridere, e i loro petali si intravedevano fra le corolle, come ansiosi di osservare all'intorno che cosa fosse accaduto durante la loro prigionia.

Tutti i sudditi dell'entomologia, dal paria al sultano alzavano la testa e si sentivano a rivivere, e le farfalle spalancavano l'ali per abbandonarsi alla caccia avventurosa degli effluvii e dei raggi. Le lumache appese alle scabrosità dei muri, esponevano i loro quattro tentoni filiformi, occheggiando. Le lucertole, svegliate dai primi tepori del sole, facean ballonzolare la coda fra l'una e l'altra fessura. I mosconi ronzavano: i ragni cominciavano a guatare le ragnatele e i moscerini cominciavano ad ingarbugliarvisi….

Dalla cucina del presbiterio usciva un odore delizioso di caffè tostato.

Il cielo splendeva serenissimo.

—Buon dì, mi disse scavalcando, il dottore, già desto così per tempo?

La voce del signor De Emma aveva una vibrazione dolce di cui il giorno prima non la avrei creduta suscettibile.

È certo che il buon curato gli aveva parlato sul conto mio a quattrocchi con quella strana benevolenza, non so come meritata da me fino a quel punto, che in lui pareva una divinazione di ciò che doveva accadere in seguito nei nostri cuori.

Il dottore era salito alla camera del suo infermo. Io scontrai sotto un viale del giardino il povero Beppe. Egli andava davanti a me coll'indescrivibile incesso che hanno i sonnambuli, rimondando, sbadato, quasi senza saperlo,—per abitudine di campagnuolo forse, i vigneti delle giovani viti, con gesti da automa. Stropicciava ad una ad una le raffilature che gli restavano in mano, poi le lasciava cadere dietro di sè. Portava la testa immota, alquanto volta all'insù, ma quando l'ebbi accostato, senza che egli se ne avvedesse, rimarcai che gli occhi avea rivolti al suolo, semichiusi, immobili. Tutto il suo volto spirava il terrore e la pietà insieme che i poeti ci fanno supporre spirassero dalle maschere formidabili dell'antica tragedia. La desolazione e la sete della vendetta avevano tramutato in una notte quella faccia idillica di contadino, in una faccia di non so qual lugubre eroe. Giacchè le notti che seguono le sventure, sono le grandi trasmutatrici. Ogni loro minuto è un colpo di scalpello michelangiolesco. Il marmo candido, innocente, insciente s'atteggia in poco volgere d'ore a sovrumano furore di demone, la carne atteggiata alla espressione della pace, della mestizia, della mansuetudine, si è fatta brutale, freme, sogghigna, sembra volersi concentrare in un morso.

Tale almeno la faccia di Beppe.

Essa mi colmava di tanto stupore che non sapevo decidermi a rivolgergli la parola; e, poichè egli non aveva l'aria di accorgersi della mia presenza, continuai a camminare al suo fianco, pareggiando i miei ai suoi lentissimi passi.

A un tratto al dissopra di noi, dalla finestra della camera di donLuigi si fe' udire la bella voce del medico.

—Signori, diceva, l'ammalato non più ammalato, desidera la loro presenza, e prega il signor pittore a voler passare in cucina ad avvisar Monna Mansueta che si prenderà quassù il caffè in compagnia.

Queste parole furono dette con un umorismo misto di serietà che mi piacque immensamente.

—Si viene, risposi; ed a Beppe:

—Saliamo.

Egli mi guardò, si toccò la falda del cappello e mi seguì.

Quando entrai con Beppe nella camera del curato, lo trovai diffatti intieramente riavuto.

Sorrise a me, stese la mano a Beppe e, tirandolo a sè, gli disse:

—Dunque senti figliuolo, abbiamo, il dottore e io, abbiamo concertato qualcosa per te. Tu non puoi rimaner qui: hai bisogno di far vita nuova. Il dottore t'ha trovato un posto di guardiano presso alcuni suoi ricchi parenti nel bresciano. Tu lascierai qui i bimbi, Mansueta n'avrà cura finchè non sii in grado di prenderli teco. Tu seguirai il dottore a Zugliano e domani ti condurrà egli stesso alla tua nuova dimora. Va bene così?

Il poveretto teneva il capo basso, perplesso fra la reverenza e un gran desiderio di dire di no.

Finalmente balbettò fra i denti:

—Perdoni, ora non posso partire…. ancora qualche giorno per sbrigar certe faccende….

—Dimmi il tuo bisogno,—farò io per te ogni cosa…

Beppe fatto più ardito scoteva il capo.

—Non hai più confidenza nel tuo vecchio amico… di' su cosa hai da far qui…. di' su,—e gli figgeva con inquietudine i suoi grand'occhi in viso.

Il mandriano stornava smarrito i suoi in cui balenavano lampi sinistri di ferocia.

Il curato si turbò e, con voce tremante dallo sgomento, tendendo l'indice verso Beppe.

—Ragazzo, tu pensi a colui…. soggiunse severamente.

Beppe non potè più contenersi: lo vinse un terribil parossismo: si buttò a terra, si contorceva, si mordeva i pugni e con rantolo straziante:

—Me lo levino dal sole…. lo nascondano…. lo mettano in un carcere profondo…. ci sono i tribunali per questo…. non lo lascino a mia portata….

Egli parlava dell'assassino della povera Gina.

Io non ressi a questo spettacolo straziante; le sue istanze mi parvero giuste e dissi:

—Egli ha ragione; perchè non consegneremmo quello scellerato alla punizione della legge? Il suo delitto è abbastanza accertato…. Io stesso andrò a far la denunzia.

—No, sclamò il curato.

Poi diventò smorto come un cencio lavato.

Il medico mi avvertì con un'occhiata supplichevole di non insistere. Beppe era ricaduto nel suo cupo sbalordimento. Tuttedue gli furono intorno a confortarlo e a persuaderlo. Egli era tanto avvilito e tanto abbattuto che non durarono fatica a indurlo a scendere dopo il desinare col dottore a Zugliano.

L'infelice baciò le sue creature senza far parola, senza spargere una lagrima e s'avviò barcollando come trasognato dietro alla mula del dottore.

Lo accompagnammo sino in fondo al villaggio; poi il curato tornò indietro; io continuai la mia passeggiata.

Tuttociò che aveva visto e inteso in quei due giorni mi sconvolgeva la testa: sentivo un vivo desiderio di raccoglimento, di riflessione. Cosa singolare! in quella solitudine dove la vita mi pareva dovesse scorrere tranquilla come un idillio, monotona come il ciangottare di un ruscello avevo trovato invece il romanzofeuilleton, il dramma Porte-Saint Martin, il teatro Fossati; quel dramma e quel romanzo che ora è caduto di moda ma che la vita si ostina a risuscitare ogni giorno a dispetto del buon gusto e della letteraturacollet-montant.

Scendevo così lentamente lungo le rive dello Strona, che mi affretto a presentarvi (cosa che avrei dovuto far prima), come il torrente più realista ed indocile alla moralità idrografica ch'io mi conosca. Figuratevi che egli non vuol saperne neppure per un minuto di quella linea retta, di quella misura costante che la convenienza dovrebbe insegnare anche ai torrenti per trasformarli, se Dio vuole, inquieti rigagnoli, in pingui ed onesti canali. Dimentico dei suoi doveri, del grande scopo della creazione che è quello di impinguare le tasche del negoziante di grano e di bestiame, sta asciutto la maggior parte dell'anno; poi, ad un tratto, quando il ghiribizzo gli salta, devasta pascoli e distrugge vigneti, cosa contraria all'economia politica; abbattebaitee casolari, attentato iniquo, come ognun vede, all'ordine a alla sacra prosperità della famiglia.

E il monello fa l'arte per l'arte; scende a balzelloni, rotolando massi dalla vetta di Cornalina, gitta sprazzi al sole per trame delle iridi cangianti. Si butta nei precipizii, si nasconde fra i cespugli, scompare nelle buche del monte, poi salta fuori a sproposito per tagliare il sentiero montanino,—e s'adagia fra l'erbe, e folleggia e spumeggia e si inebbria di libertà e di licenza—con una sicurezza come facesse la cosa più seria del mondo. Così non è buono a nulla, nè a far girare una ruota di mulino nè ad irrigare un pascolo, nulla!… malgrado tutti i tentativi fatti dai buoni padri coscritti di Zugliano e di Sulzena e persino dall'illustrissimo Consiglio provinciale di Novara per correggerlo e trame qualche costrutto. Tanta è la sua impertinenza, che se poteste intenderlo, vi direbbe che Dio l'ha fatto a quel modo e che vuol tirar innanzi in quella bizzarra sua maniera,—tutte cose che dicono gli scapestrati.

Dopo tutto gli originali come lui divertono i fannulloni come me, ed io ebbi, finchè rimasi al Presbiterio, cara la sua compagnia come quella di carissimo amico. Lo seguivo volontieri per qualche centinaio di passi giù per la china, felice di non essere menato ad uno scopo, felice dell'indugio perchè piacevole.

Quel dì scesi più in giù fino alla cascata. Quei di Sulzena chiamano così impropriamente una specie di rapida che termina in una cateratta dove lo Strona si perde per ricomparire due miglia più in là nella valle, tra il Passo degli Stambecchi e il cimitero di Zugliano. Il baratro è profondo oltre a cento piedi; vi si scende per uno scheggiato a zig-zag fino allo stretto bacino in cui l'acqua, dopo essere venuta giù sopra un letto inclinato di ciottoli, fa un gorgo e inabissa. Le pareti della rupe scavate dal torrente, simulano l'aspetto di tortuose gallerie, di stallatiti grossolane, e si appressano in alto sino quasi a toccarsi in un immenso sesto acuto, anzi acutissimo, tagliato nel mezzo da una fessura, da un cordone o bianco lucente o turchiniccio, secondo l'ora:—il cielo. Piove di là una luce tranquilla e soavissima, la cui monotonia è corretta dai riflessi tremolanti dall'acqua. Scendono dall'alto, lontani come echi dello spazio infinito, i suoni radi della vita montagnola, qualche schioppettata di cacciatore, lo slamar d'una frana, il battito dell'ali di qualche avoltoio, lo strido del falco. Altri suoni più cupi e misteriosi, a intermittenze meno frequenti, escono da un crepaccio di fronte, e narrano a voce sommessa l'odissea del torrente nei fondi recessi del monte.

Il lettore deve a quest'ora essersene accorto,—se strada facendo, mi si para davanti un ginepraio inestricabile, un pertugio misterioso, un sentiero che non meni a nulla, bisogna che mi ci cacci dentro.

Però mi lasciai andare giù per lo scheggiato in fondo allo speco dalla cascata.

L'acqua lascia in disparte alcune tese di terreno coperto di muschio fitto e finissimo.

Appena l'occhio si fu avvezzo a quella penombra mi accorsi che non ero solo.

Un giovine chierico seduto in terra col dosso appoggiato ad un masso dormiva.

Era l'abatino da me veduto il giorno prima, il nipote di Mansueta, quello che la moglie dello speziale aveva ricordato.

Me gli appressai da tergo senza far rumore: teneva un libro sulle ginocchia.

Mi chinai, lo presi: erano leConfessionidi Rousseau: aperte al punto in cui… insomma a quel tal punto… la pagina gualcita mostrava d'essere stata letta più volte.

Il viso del giovinetto, arrovesciato fra due sporgenze del masso sorrideva nel sonno come d'una deliziosa visione; la fronte pallidetta gocciolava di sudore.

Volli riporre il libro, ma questa volta, egli si destò. Si rizzò confuso e arrossì come una fanciulla.

—Vi diverte? gli chiesi indicando maliziosamente il libro che egli si sforzava di nascondere nella tasca.

Chinò la testa; divampò addirittura.

—Sembra, soggiunsi io nello stesso tono, che quella di fare il prete non sia in voi la vocazione più spiegata.

—Evvia, ripresi poi, mosso a compassione del suo turbamento, vi fo paura? Non abbiamo forse la stessa età? potete bene aver confidenza in me come s'usa fra amici… non volete che lo siamo amici?…

Rassicurato mi diè un'occhiata di viva riconoscenza.

Io continuai:

—Guardate, per darvi esempio di schiettezza, vi confesso, che a torto od a ragione, mi rincresce vedervi avviato a far sagrifizio di tutta la vostra vita… dicono che la vita è tanto ricca di brave e di belle battaglie, perchè ritrarsi? è meglio battersi.

Il poverino crollò tristamente il capo:

—È il signor Angelo che lo vuole…..

Il solo pronunziare quel nome lo faceva rabbrividire.

—Appena acconsentì a incaricarsi di mantenermi egli mostrò la maggior impazienza di liberarsi di me e volle ch'entrassi in seminario.

—Voi non siete stato allevato in casa del sindaco?

—No fino a dieci anni io rimasi colla zia Mansueta al presbiterio. Così vi fossi rimasto sempre. Dacchè ne sono uscito io non so immaginarmi paradiso diverso dalla mia felicità in quegli anni beati della mia infanzia, tanto dissimili da quelli che li seguirono. Quando lessi nel Klopstock i lamenti di Abbadona, l'angelo esiliato dal cielo, piansi colle sue parole la mia sciagura, e mi trovai più disgraziato di lui perchè io sono punito di colpa… che non ho commesso. Il curato mi voleva tanto bene… poi parve sempre amoroso, rispettabile… l'opposto di quell'altro…..

—Perchè dunque vi ha abbandonato nelle mani di uno che non ha nessun affetto per voi?…

—Oh non è stato lui, ne sono sicuro… quel giorno che io lasciai la mia queta stanzuccia del Presbiterio, egli mi prese in disparte mi abbracciò stretto e piangendo mi disse:—Povera creatura, mi ti vogliono levare e mi strappano il cuore, io ti terrei tanto volentieri.—Poi si fe' promettere ch'io sarei venuto spesso a trovarlo e che in ogni mio bisogno avrei ricorso a lui. E diffatti tutte le volte che ha potuto in qualche modo aiutarmi egli l'ha fatto ed io gli devo tutte le poche gioie che m'ebbi in questi otto anni di purgatorio.

—Ma colui là, il sindaco, vi reclamava forse?

—Non so… se l'ha fatto non è stato certo per tenerezza… e, ne son sicuro, nemmanco di sua volontà. Ricordo perfettamente tutte le circostanze che precedettero e accompagnarono la mia disgrazia: c'è di mezzo un mistero che non ho mai potuto penetrare. Otto anni sono, in aprile, il Vescovo venne a Sulzena ad impartir la cresima e si intrattenne due giorni al Presbiterio. Lo accompagnava un canonico, parente del signor Bazzetta; andò ad alloggiare da costui e la sera stessa dell'arrivo lo condusse qui a parlare con Monsignore. Veggo ancora lo speziale vestito in abito di cerimonia farsi strada in mezzo alla gente che ingombrava la soglia ed entrare tutto superbo del singolare favore. Non so perchè ho sempre sospettato che quel ciarlone sia l'autore dei miei mali. Il mattino seguente di buon'ora fui svegliato da un discorso animato che si teneva sotto il mio bugigattolo, nella stanza del Vescovo, quella stessa che adesso voi occupate. Monsignore faceva ad intervalli non so quali domande, brevi, come quelle di un confessore o di un esaminatore; il curato rispondeva sommesso,—non sentivo che il mormorio confuso delle sue parole,—seguivano delle lunghe pause. Ad un tratto il curato proruppe con maggior vivacità;—«ma io feci a fin di bene» e la voce del Monsignore incalzava tosto più severa, più diffusa e accentuata, persisteva su certe parole che venivano sino al mio orecchio: decoro… convenienza… riguardo. Poi tacquero entrambi; io sentivo dallo scricchiolar degli scarpini nuovi sul pavimento di legno che Monsignore passeggiava, Dopo mezz'ora il colloquio ricominciò: e vi si era aggiunto una voce, quella cupa del signor Angelo. Egli pareva preso da una gran collera, che frenava a stento e che irrompeva in esclamazioni e in interiezioni. Il Vescovo lo riprendeva vigorosamente ogni volta, e continuava a parlare in tono di rimprovero. Mi ricordo d'aver inteso il signor Angelo a strillare:—le prove, le prove,—e Monsignore rispondergli con recisa fermezza:—le prove ci sono, le abbiamo.

In quella Mansueta venne a prendermi; mi vestì in furia e mi condusse abbasso: la buona zia mi parve più amorosa del solito: era inquieta—ed anch'io lo ero. Il colloquio durò quasi due ore: finalmente il signor Angelo discese, quel suo viso sinistro che ci faceva scappare noi bambini, era sconvolto dal furore. Io mi trovavo sulla soglia e non fui in tempo a cansarlo: egli mi diè un gran calcio che mi mandò ruzzoloni sui ciottoli della strada. Fu quello il suo primo atto di autorità a mio riguardo.—Voi sapete che non è stato l'ultimo di tal genere…

Povero ragazzo, mi faceva compassione. Era tanto avvilito che non poteva neppure nutrire rancore contro il proprio aguzzino.

Egli continuò:

—Qualche giorno dopo, la zia cominciò a parlarmi di andare col signor De Boni. Aggiunse per ispiegazione che egli era parente del padre mio e che egli voleva così e ch'io dovevo obbedire. Figuratevi il mio spavento; gridai, piansi,—la zia cercò di tranquillarmi dicendo che il signor De Boni, se ero saggio, mi avrebbe trattato bene, che mi avrebbe portato amore… ma finiva sempre col piangere desolatamente; non credeva nemmanco lei a quelle sue parole. Un giorno fui condotto dal cavallante nel seminario di Novara. Quando, sopraggiunto l'autunno tornai a Sulzena, entrai per la prima volta in casa del signor Angelo; egli mi trattò sempre come un cane malvisto. Le mie vacanze sono una tal tortura che io anelo sempre al collegio come ad una liberazione. Dopo una pausa conchiuse:

—Ecco tutto quel che conosco della mia storia: nessuno mi ha mai detto qual sia il diritto che vanta sulla mia persona il sindaco—e che egli esercita con tanta malavoglia come fosse il più odioso dei doveri.

—Ma voi,—dissi io, senza riflettere, spinto dalla curiosità, ma voi che ne pensate?

La domanda era indiscreta e me ne accorsi subito e studiavo il modo di ritirarla…… Ma, con mio stupore, il giovinetto non se ne adontò punto;—mi guardò con amichevole timidezza come volesse farmi una confidenza e rispose misteriosamente:

—Ho paura che la mia parentela con colui…..sia assai più stretta di quel che volesse farmi credere la zia. Questo sospetto è il mio tormento, la mia disperazione. Nei suoi frequenti accessi di collera il Sindaco mi da i nomi più oltraggiosi mi chiama… mi chiama… voi capite;—urla che sono la vergogna della sua casa,—ed io domando bestemmiando perchè Dio congiunga coloro che non possono volersi bene…..

Un lampo di odio sfolgorò nelle sue pupille e tosto si spense nella triste rassegnazione di prima, le sue parole terminarono in un angoscioso singhiozzo. Come il fiotto del torrente mi parve lugubre in quel punto!

—Usciamo fuori, dissi io, e quando fummo all'aperto, e che l'aspetto sereno del cielo, la vista dei monti rivestiti dal raggio di un roseo tramonto ebbe dissipata un po' la mia commozione, presi il mio compagno a braccetto e, sforzandomi di dare una gaia intonazione alla mia voce, gli dissi:

—Ringrazio il caso che mi ha condotto a pescare un amico in fondo alla cascata.

—Forse non è il caso… soggiunse l'abatino.

—Può darsi non sia il caso.

—È la prima volta che mi accade di parlare di queste cose con alcuno e mi ha fatto bene.

Questa dichiarazione non mi meravigliò punto. Egli non era il primo a farmela e non fu l'ultimo: ebbi molte volte a ricevere confidenze da gente che mi vedevano per la prima volta. Io sono stato così il depositario di molti dolori. È una triste prerogativa: ho dovuto persuadermi per esperienza mia e per l'esempio di quelli che la dividono con me che non è segno di fortuna: è una attrattiva che una sciagura esercita su altre sciagure.

In tutti i casi consimili non è mai stato mio vezzo di far del sentimentalismo: ho veduto che i dolori sono come i ragazzi viziati: più li accarezzi e più si fanno impertinenti. Io preferisco strapazzarli: è una cura quasi sempre efficacissima.

Però rivolto all'abatino dissi:

—Badate però ch'io voglio sgridarvi; alla nostra età la rassegnazione è, scusate la parola, dappocaggine, La vostra condizione vi par un mantello troppo pesante? ebbene gettatelo dietro le spalle. Il mondo ha tante strade, sceglietene una, e tirate innanzi senza voltarvi indietro.

Mi guardò stupito: nessun pensiero di ribellione aveva mai attraversato quel suo animo umile e mansueto. Si strinse a me rabbrividendo.

Superbo di farla da Mentore o meglio da Mefistofele, io ripresi:

—Il signor Angelo vi tratta come un cane; mostrategli che siete un uomo col respingere i suoi oltraggiosi beneficii; lasciate la sua casa, buttate il suo pane e fate da voi.—scommetto ch'egli non vi correrà dietro a farvelo accettare per forza.

—Guardate, dissi poi, accennando al libro di Rousseau che faceva sempre capolino dalla sua tasca, voi avete lì un bell'esempio. Non vi fermate alle sue melanconie, ai suoi piagnistei: guardate al sodo della sua vita: tutte le volte che Gian Giacomo ha voluto cercare il successo, il successo gli è venuto incontro: colpa sua se sovente egli l'ha rinnegato per rinchiudersi daccapo nella chiocciola della sua pigrizia.

Eravamo così arrivati a Sulzena. Fin là l'abatino aveva camminato al mio fianco dritto e spedito. Ma all'ultimo svolto del sentiero, quando apparvero le case del villaggio e più eminente da una parte del paese, solitaria, più vasta ma non più appariscente dall'altre, quella del signor De Boni—non potè contenersi. Tolse il suo braccio di sotto al mio e fe' capire colla sua inquietudine che non voleva essere visto in mia compagnia. Non insistei e lasciai che prendesse un viottolo di traverso che girava dietro alle case.

—Ci rivedremo, caro… come ti chiami? gli domandai.

—Il sindaco mi fa chiamare Ignazio, per un suo fine di ironia, ma il mio nome è Aminta.

—Curioso nome!… vuoi ch'io venga a prenderti qualche volta?

—No, fu lesto a rispondere, verrò io.

E così ci separammo amici, di quella vecchia e durevole amicizia che a dieciott'anni si fa in un'ora.

Quando rientrai cominciava ad imbrunire.

Il curato stava seduto nell'orto, appoggiato al muricciolo, guardava verso la valle. Pensai ch'egli fosse assorto in gravi riflessioni; non ardii frastornarlo.

Ma dopo qualche tempo si volse e mi vide. Pareva calmo; con un cenno del capo m'invitò a venirgli d'accanto. Poi indicandomi le prime stelle che spuntavano in fondo al firmamento,—come continuasse un discorso cominciato disse:

—Credo che quei raggi sieno un linguaggio; altrettante voci di un colloquio immenso attraverso l'infinito, segnali perenni che trasmettono dall'un capo all'altro dello spazio la parola di Dio.

—Come i falò che dovevano ad Argo annunziare il ritorno diAgamenone,—dissi, e tosto arrossii della profana allusione.

Il curato tacque e forse non intese.

Tutt'intorno un silenzio profondo. Nella cucina Mansueta attendeva alle tranquille faccende della cena e faceva ripetere le orazioni ai bimbi di Beppe: le loro vocine mimmose, assonnate smozzicavano le frasi della preghiera. V'era in questa umile scena qualcosa di più augusto che non fossero tutti i miei ricordi letterarii. Eppure quei ricordi mi preoccupavano con delle analogie singolari. Come la vedetta argiva attendeva il re dei re per denunziarlo al pugnale dell'adultera mogliera, mille astronomi dall'alto delle loro specole, indagano Iddio per tradirlo alle trafitture micidiali della scienza epicurea.

Ero allora al tempo delle grandi curiosità. A dieci anni spezzavo i balocchi per osservarne gli interni congegni; a venti provavo un'irresistibile smania di notomizzar gli ideali in cui m'imbattevo.

Per gli uni e gli altri mi rincresceva poi d'averli distrutti,—ma ogni volta tornavo daccapo.

La virtù del curato, la sua calma in mezzo a tante tempeste e a tanta malvagità, la sua fede nel bene erano enigmi che mi premeva di scandagliare.

Aspettavo con viva ansietà le confidenze,—le rivelazioni promessemi il giorno innanzi: ma quella sera non vennero: il buon vecchio pareva aver scordata, nella quietudine della propria contemplazione, la sua promessa.

Parlò con la sua bonaria argutezza di cose alte, sublimi; una soave malinconia cresceva prestigio alle sue parole. Era impossibile dubitare della sua sincerità. Io era un po' distratto; ma a poco a poco il discorso cattivò la mia attenzione, e vi presi parte anch'io.

Dopo cena Baccio mi accompagnò nella mia camera.

Gli manifestai la mia meraviglia per la tranquillità dal curato.

—Sempre così, mi disse; quando lo colgono dei grandi dispiaceri ha degli accessi subitanei, violenti, ma che durano poco: egli si ritira in qualche angolo, passa qualche ora a pensare,—poi torna quel di prima, rassegnato, indulgente con tutti.

Seguirono dei giorni queti quanto i primi erano stati tempestosi. La vita è piena di tali contrasti «inverosimili».

Pareva che tutta quella burrasca si fosse scatenata apposta per farmi sentir meglio la pace profonda del Presbiterio.

Dopo una settimana io mi chiedeva se, per caso, tutto quell'imbroglio, non fosse un sogno: non aveva più incontrato nè il sindaco, nè il Bazzetta.

Non vedevo che i miei ospiti. Sempre gli stessi volti, sempre le stesse cose, alle stesse ore. In quella dolce uniformità di abitudini nessun altro avvenimento che qualche nuovo piatto, qualche torta di pomi, qualche nuovo guazzetto di Mansueta,

Faceva la mattina di buon'ora grandi passeggiate pei monti, m'inerpicavo sulle vette circostanti, mi ficcava in tutti i burroni, in tutte le macchie; felice se riuscivo a scovarne qualche immagine, schiva dei sentieri troppo battuti, o qualche rima discreta.

Avevo anche ripreso i miei studi di pittura. Nel pomeriggio, appena scemava un po' il caldo,—scendevo colla mia cassetta alla cascata dove avevo trovato un motivo eccellente d'alberi e di rupi.

Qualche volta il curato veniva a raggiungermi, a vedere «se il dipinto andava innanzi»—ma veramente la sua presenza non giovava punto a mandarlo innanzi,—perchè quando arrivava lui si cominciava fra una pennellata e l'altra a discorrere,—ed erano più i discorsi delle pennellate. Il lavoro era un comodo pretesto di star là seduti fino a che il sole scendeva giù in Valsesia.

In casa mi dava soggezione la presenza di don Sebastiano, il vice-curato,—il quale, secondo l'usanza, partecipava sempre alla mensa del presbiterio. Egli non mostrava troppa simpatia per don Luigi; e il torto era tutto del suo carattere arcigno, del suo spirito gretto e farisaico. Quel testimonio freddo, impassibile, insensibile pareva fatto apposta per impedire le cordiali confidenze.

Nella solitudine della cascata, i nostri discorsi erano molto più intimi.

Si parlava di molte cose, ma più soventi di filosofia, di arte, di letteratura; egli non aveva ipocrisie, non si adontava s'anche cadeva nella conversazione il nome di un autore o di un libro messi all'indice dalla Romana Congregazione.

Confesso che soventi ce li facevo cadere io apposta, e, per quella curiosità che v'ho detto, lo guardavo di sottecchi per sorprendere sul suo viso gl'intimi sentimenti del cuore.

Nella letteratura moderna egli s'era fermato a Byron e a Chateaubriand, e del primo non aveva letto che ilChild-Harold. Gli parlai delDon Giovanni. Poi, man mano gli feci gustare gli scritti piccanti degli autori più recenti: di Victor-Hugo, di Theophile Gauthier, di Heine, di cui avevo piena la mente.

Se gli domandavo le sue impressioni,—mi rispondeva schietto, anzi qualche volta preveniva egli stesso la mia domanda.

Mi faceva ripetere volentieri i miei poveri versi,—ed io sceglievo di preferenza i più bizzarri e i più sconclusionati. Li ascoltava con attenzione, senza far le smorfie e si contentava alla fine di dire:—che originale che siete!

Sopratutto si compiaceva di sentirmi a raccontare dei miei viaggi. Io ho cominciato di buon'ora a girellar per il mondo a mio talento: a quel tempo conoscevo tutti i valichi delle nostre Alpi, ero stato in Bretagna, in Normandia; avevo dimorato a Parigi; e conosciuto colà quella generazione, per cui Victor Hugo ha scrittoLes Misérables, un'epopea, e BaudelaireLes fleurs du mal, un'imprecazione, cesellata nel diamante—avida delle alte cose che le sfuggono, sdegnosa delle basse che l'assaltano, generazione crucciosa che prova il rimorso prima del peccato, per cui il piacere è un cilicio che gli dilania il petto:—avevo posato l'orecchio su quel grande cuore dell'umanità e ci avevo sentito con una gioia spaventosa gli stessi battiti morbosi del mio; le stesse soffocazioni d'ideali, le stesse febbrili concitazioni d'istinti. Io gli descrivevo il grande malanno, di tutti noi venuti al mondo nello strettoio di un grande peccato e di un grande ignoto; glielo descrivevo col linguaggio crudele del notomista e del clinico che è la sola e la dolorosa conquista della nostra filosofia, linguaggio che incide ed uccide….

Quell'anima buona pendeva dalle mie labbra…. una avidità ingenua, insaziabile lampeggiava nei suoi sguardi scintillanti,—l'avidità di Adamo per le tentazioni della scienza del male.

Poi, quand'io avevo finito, scoteva la sua nobile testa come chi rinviene da un fascino opprimente, e diceva sospirando:

—Ah! la vostra vita non è soltanto oziosa contemplazione,—ma è la lotta,—ed è anche la vittoria, poichè, dopo aver così giovane affrontati tanti pericoli, n'uscite buono e credente.

Ero buono e credente davvero?

Egli mostrava di crederlo: nè io lo contraddicevo.

Forse lo era,—benchè non secondo i dettami della sua religione.

Appartenevo fin d'allora alla schiera di coloro che negano assetati di fede, che portano il dubbio come una croce in cerca di qualche nuovo Calvario.

A sentire i discorsi che noi pronunziavamo a voce bassa salendo al lume del crepuscolo sotto i grossi noci che costeggiano il torrente, si sarebbe detto che il più vecchio ero io.

Egli era nato prima, e forse aveva vissuto meno: interrogava la mia esperienza! mostruoso paradosso di un'epoca in cui i venti anni hanno qualcosa da insegnare ai sessanta!

Però quel candore che con tanta sollecitudine si faceva incontro alle mie tristi rivelazioni doveva celare un mistero. E mi ero proposto di scoprirlo.

Il buon prete intendeva forse per la prima volta discorsi strani come quelli che io gli tenevo.—Dalla adolescenza alla vecchiaia egli aveva trascorso gran parte del viver suo in un mondo primitivo.—Ma, chissà, la passione doveva aver picchiato alla porta del suo eremo,—essa conosce i sentieri delle tebaidi. Non sempre quando lo spirito è invitto, il cuore è inespugnabile e nell'assalto alla coscienza, il dubbio è il più codardo; egli retrocede quando le tentazioni accorrono all'assalto; ma queste hanno sempre degli alleati nella cittadella:—gli istinti. Molti santi vittoriosi di Leviathan hanno piegato innanzi ad Artadoth, il demone della voluttà.

La passione aveva picchiato alla porta del suo eremo,—il santo era forse riuscito a respingerla, ma non senza fatica,—lo mostrava quella curiosità ch'io aveva potuto ravvivare disotto alla cenere degli anni, il temperamento sanguigno del prete…. una segreta cura che gli leggevo nel viso…. Ma dopo tutto che gusto era il mio di investigare l'umile, il comunissimo romanzo di un povero prete? Non so,—non già per irriverenza malevola,—per un vivo capriccio di artista, di psicologo, null'altro. Del resto il mio rispetto per lui non poteva scemare per la conoscenza di qualche umana debolezza.

Tuttavia, tanta è la forza delle massime convenzionali avute dall'educazione, che qualche volta arrossivo di questa mia innocente curiosità. Me ne vergognavo come di una profanazione.

Don Luigi nell'esercizio del suo ministero me ne imponeva. Sapeva congiungere alla dignità del sacerdozio una grande semplicità di cuore.

Una volta, nel pomeriggio della seconda domenica dopo il mio arrivo a Sulzena, ero passato innanzi alla porticina del coro mentre egli facevala dottrinaai ragazzi: mi fermai ad ascoltarlo: la sua voce delicata, armoniosa arrivava a me congiunta alla soave fragranza del tempio e le somigliava: egli alternava alla recitazione dei dogmi l'insegnamento di una sua morale spontanea, indulgente, amorevole. Egli era sicuro del suo Dio e delle promesse che faceva in suo nome.

Nelle sublimi puerilità del rito, nelle premure quasi femminili per il suo altare, era poeta ed artista e però anche fanciullo. Sceglieva le rose egli stesso per riempiere i suoi vasi, ne disponeva in leggiadra guisa i colori, vi faceva piovere su dalle terse vetrate della cupola un raggio di effetto sapiente, una luce tranquilla che ispirasse un dolce e gradevole raccoglimento.

Ed era poi tanto umano e tanto sollecito dei suoi parrocchiani; egli prendeva sul serio la sua cura d'anime: dove si soffriva non mancava mai nè il suo soccorso nè la sua consolazione. Certe mattine all'alba mentre uscivo per le mie corse montanine lo incontravo che rientrava: aveva passata la notte al capezzale di un infermo; era stanco, afflitto ma non abbattuto: mi dava il buon dì con un sorriso ed entrava in chiesa ad offrire davanti al suo tabernacolo i voti della povera creatura di cui aveva nella veglia penosa assistito i patimenti.

In quei momenti sentivo tutta la sua superiorità, tanto più grande quanto più inconscia.

Quando don Luigi veniva alla Cascata, era un amico, un ingenuo compagno che conosceva molto meno di me le cose e le vie del mondo.

Una cosa mi meravigliava: Don Luigi non parlava mai di sè.

Se, discorrendo, mi appellavo alla sua esperienza e gli dicevo: «voi sapete questo e quest'altro» non diceva nè sì nè no; qualche volta impensieriva come se una subitanea rimembranza lo assalisse. E la tristezza, ogni giorno crescendo, gli oscurava lo sguardo.

Un giorno, mentre all'ora consueta, noi due eravamo alla Cascata, capitò il dottore De Emma. Era stato a casa, non ci aveva trovati ed era venuto a raggiungerci. Sedette sotto i noci e fe' da terzo nella nostra solita conversazione.

Il discorso cadde sulRenatodi Chateaubriand, lugubre protesta del dubbio uscita dall'anima di un credente.

—Strano enigma! sclamò il curato.

—Enigma sì, io dissi, e mostruoso, ma punto strano.

—Come? domandò Don Luigi.

—Queste buie disfatte della ragione e della coscienza sono frequenti nella vita.

—Il pittore ha ragione, disse il signor De Emma; le passioni buone o cattive sono lievito originale della nostra natura. Dopo una lunga incubazione erompono come il vaiolo, irresistibili, spesso micidiali, talvolta provvidamente salutari.

Don Luigi parve colpito da queste parole, diè una strana occhiata al dottore e domandò:

—Credete?

—Si, colla differenza che il vaiolo si può prevenirlo col vaccino, mentre per quell'altro male…..

—Non vi sono preservativi? ed aggiunse dimessamente: ma e la virtù e il dovere, e….

—Sono freni,—resistono, ma si spezzano. Ci vorrebbe uno sfogo anticipato, una specie di vaccino morale; una cura previdente di affetti che stornassero in tempo le forze germinanti del male. Ma quale? come indovinarle prima di conoscere il male? Difficilmente si può e si sa fare. Spesso le condizioni, le ripugnanze sociali vi si oppongono. E il più delle volte è impossibile lo scandagliare in fondo alle indoli talvolta diversissime nella sostanza dalle loro superficiali apparenze: ne ho viste talune disformarsi nella crisi subitamente, rivelare tendenze di cui non si sarebbe mai sospettato l'esistenza. E ne ho viste dell'altre trasfigurarsi; e giusto non dimenticherò mai uno stranissimo fatto accaduto a Sorese in Brianza dove la mia famiglia possedeva molti anni sono vasti poderi ed io mi recavo con essa a passare i mesi delle vacanze. Una dellebellezzeorarità, come dicono i ciceroni, di quel villaggio era Tonio, un povero cretino di dieciotto anni, sciancato, losco, peloso, due terzi meno che scimmia, un terzo meno che uomo, serio come un gendarme, ingenuo come una pulzellona, orfano, nudrito, o quasi, a spese del Comune, errante a saltelloni su e giù per le strade, sdraiato in gennaio nella neve, accocolato di pien meriggio sotto il sollione di luglio, creatura incapace ed inoffensiva che rispondeva con un sorriso ed un mugolio a chi gli gettava il soldo o il tozzo di pane.

Ora, era avvenuto cotesto, che, trovandosi fornita per bene la cassetta delle elemosine, il dabbene parroco dì quel villaggio, aveva deciso, previo consenso degli onorevoli fabbricieri, di commettere a un pittore di città, una nuova Madonna, ad olio, s'intende, e di grandezza naturale, da collocare al posto di quella vecchia e sdruscita che faceva torto all'altar maggiore, e, a detta di chi se ne intendeva di arti belle «era ormai una Madonna che non valeva più un fico».

Quale solennità non fu quella dello insediamento della nuova Madonna!

Ad ogni svolto di via, archi trionfali costrutti di paglia intrecciata e di mortella, festoni dall'una all'altra grondaia, tappeti, lenzuola, coperte da letto ad ogni finestra; altarini posticci, irti di moccoli smilzi smilzi e di imagini di santi ancora più smilzi; baracche di merciaiuoli, chicche, aranci, castagne,—per le circostanti praterie assiti e panche e tende d'ogni colore e d'ogni foggia con vendita di vino e di birra; e ciarlatani e spacciatori di zolfanelli e cantatori dibosinate, a suon di pifferi e di chitarre;—e forestieri a bizzeffe, e di quelli, veh! venuti le cento leghe da lontano; e il cortile dell'albergo pieno zeppo di carri e carrette e carrozze,—e fior di signori e signore dagli abiti di panno chiaro e dagli ombrellini di seta e,—ad ogni quarto d'ora,—una salva di mortaretti che faceva traballar tutto e tutti dall'un capo all'altro della borgata.

Io vedo tuttociò come se mi fosse ancora presente davanti agli occhi; mi sento ancora pigiato da quella folla variopinta in cui si faceva largo di tratto in tratto, coll'autorità dell'abito e forse più con quella dei gomiti, qualche pievano in ritardo, già prelibante la lauta imbandizione del parroco; in cui si incrociavano in altrettanti saluti, congratulazioni, appuntamenti per la cena e pel ritorno, tutti i minuscoli dialetti della Brianza, da quelli asmatici di oltre Adda, e i secchi e spiccati del piano d'Erba, fino ai cadenzati e grassotti che cominciano verso la Camerlata e si spandono, con poche varianti, su tutto il territorio di Varese, per dar posto ad una lingua, quasi nuova di zecca, sulla sponda sinistra del Verbano.

Tutta quella moltitudine era diventata d'un tratto immobile, tutto quel cicalio era cessato come per incanto, a un nuovo e più formidabile sparo di mortaretti e allo scoppio di una allegra fanfara che annunciava l'arrivo della processione e quello della nuova Madonna con essa.

Come la cattolica Dea passava davanti a me ed io contemplava curiosamente quella figura dipinta dalpittore di città, colla balda ingenuità di un Ottentotto, una mano sulle spalle mi scrollava e una voce ben nota mi distoglieva dal quadro. Era mio padre, che abbassandomisi all'orecchio e additando il centro del corteo mi diceva:

—Guarda la faccia di Tonio!

E infatti, Tonio era trasfigurato. Armeggiandosi tra la folla con una destrezza che nessuno gli aveva mai riconosciuto fino a quel giorno, gli occhi dilatati, intenti, assorti nella faccia della Madonna, egli andava avanti colla processione come se non toccasse coi piedi la terra, come se un nuovo spirito di vita agitasse il meccanismo del suo carcame, e l'idea, per la prima volta, avesse susurrato chi sa quali arcane sillabe all'animo suo. Le labbra del cretino erano agitate da un tremito convulso; pareva che dietro di esse una parola bussasse disperatamente perchè le venisse aperto!…

Io ricordo quella faccia, così che potrei, dopo tant'anni, riprodurla, se fossi pittore, colla fedeltà della fotografia.

La moltitudine, tutta assorta nella imponenza dello spettacolo, non aveva badato alla trasformazione del povero scemo, e forse nemmeno la sua profana presenza in mezzo a quel lusso di stole, di cappe magne, di tricorni, di fiaccole e di stendardi incedenti nella mistica nube dell'incenso e al suono cadenzato delle liturgie.

Ma il segrestano, una vecchia volpe bigotta, quando il meraviglioso quadro ebbe passata la soglia della chiesa parrocchiale, vi si piantò diritto davanti coll'asta dell'elemosina adagiata orizzontalmente sull'epa, e, a nome delle autorità civili ed ecclesiastiche, intimò a tutto quel formicaio di popolo che non si facesse un passo più in là; nel tempio non c'era posto che per gliinvitati; se volevano veder la madonna a suo luogo, venissero l'indomani; ordine esplicito delle autorità costituite, imbandito da quell'onorevole funzionario, or colle buone or colle brutte, a seconda del caso.

Ma Tonio voleva seguire la Madonna; implorava collo sguardo e coi gesti e colle labbra balbuzienti chi sa quale parole di supplica disperata. Il segrestano lo mandò a rotoli con un ceffone, tra le risate del publico.

Venuta la sera, tornati alle loro case tutti quei più o meno devoti visitatori, ridivenuto deserto e tranquillo il villaggio, coricatosi il curato contento e ben pasciuto, il segrestano aveva dato di chiavistello a tutte le porte e porticine della chiesa, ne aveva visitati tutti gli angoli, ed era a sua volta andato a dormire ben pasciuto e contento.

Quale fu la sua meraviglia quando il mattino seguente, accendendo le candele per la prima messa, inciampò in un corpo disteso per terra, ai piedi della Madonna nuova, e riconobbe Tonio e constatò che era morto!

Alla notizia del caso, divulgatasi nel paese in un batter d'occhio, una vecchia aveva giurato sull'anima sua di aver udito uscir dalle labbra del povero scemo, mentre egli seguiva in quel tal modo la processione—queste parole indirizzate alla Madonna:

«Ti voglio… bene!»

Sarebbero state le sue prime ed ultime parole…

Don Luigi non si mostrò scandolezzato del racconto.

Il dottore continuò:

—Chi poteva prevedere le precauzioni di tenerezza che occorrevano a Tonio? e se si fossero potute prevedere?—chi avrebbe voluto accordargliele? Intanto la prima immagine di donna che, per esser dipinta, non stornò da lui, con ribrezzo, gli sguardi lo uccise.

—Ora facciamo, dissi con nuovo coraggio, facciamo il caso opposto.

—Sicuro, riprese il dottore, supponiamo un carattere nobile, elevato, un uomo superiore. Ebbene, può darsi che egli abbia un'intima inclinazione a delle sregolatezze strane. Ciò succede spesso: Rousseau ha detto che egli sentiva in sè, allo stato potenziale tutti gli istinti del più scellerato malfattore: moltissimi uomini, e dei migliori, potrebbero farvi la medesima confessione. Questi istinti non si avvertono che quando una causa morbosa sopravviene a suscitarli, cioè quando è troppo tardi per correggerli. Torniamo al nostro esempio, facciamo le migliori ipotesi, ammettiamo che quell'uomo superiore preveda il pericolo—ma sarà egli in caso di scansarlo? le funzioni, le convenienze, gli obblighi del suo stato, un insuperabile pudore gli lascieranno la libertà di scegliere i rimedi e di usarne in tempo? Qui sta il punto.

Il dottore s'interruppe; e mi parve di leggere nei suoi sguardi il rincrescimento di aver detto troppo.

Cambiò discorso: parlò di Beppe.

Il povero uomo, a quanto gli scrivevano, aveva mostrata una grande docilicità, ma era tutt'altro che rassegnato. Si manteneva cupo, chiuso nella sua pena come al primo giorno: adempiva il compito della sua nuova condizione, ma con un fare distratto, collo stupore di chi non vi si è ancora dimesticato. Gli avevano proposto di fargli venire i figlioli,—egli ricusava sempre dicendo che sarebbe andato lui a cercarli.

—«Quando sarò tranquillo» aggiungeva.

Aspettavano dunque che egli fossetranquillo.

Ma quel giorno non pareva vicino.

—Lo stato di quell'uomo m'inquieta, disse il curato, siete sicuro che i vostri parenti riescano a trattenerlo?

—Lo spero, rispose il dottore. L'ho tanto loro raccomandato che faranno tutto il possibile.

—E pensare, soggiunse, che noi ci diamo tante brighe per la sicurezza di quel cialtrone del De Boni. È vero che non si tratta solo di lui: se mai, una lezione gli starebbe bene.

—Dio non voglia, sclamò don Luigi un po' sgomento.

—Non ha forse permesso il peccato? Però quel disgraziato di Bebbe potrebbe perdersi: e, v'assicuro che questo sarebbe il solo mio rincrescimento.

Noi eravamo frattanto tornati in paese e passavamo giusto in quella davanti alla casa del mandriano. Sulla unica finestra del piano superiore notai gli steli disseccati di un garofano che penzolavano dall'orlo di una terrina rotta;—ricordo ed immagine della felicità di un tempo.

Annottava. Non so se fosse per i discorsi del dottore o per la mia naturale tendenza ad attribuire sentimenti e pensieri alle cose inanimate; mi parve di intravvedere nell'aspetto squallido di quella casa abbandonata, chiusa, silenziosa, qualcosa di simile ad una minaccia e involontariamente alzai gli occhi alla casa del sindaco che si disegnava nel fondo sopra un cielo di lucida opale.

Qualche passo più in là il curato ci lasciò per la solita visita che egli soleva fare prima di cena ai malati del villaggio. Salutò il dottore che voleva ad ogni costo tornare a Zugliano ed entrò in una porta dove un vecchierello lo attendeva come il vicario visibile della provvidenza.

Il signor De Emma mi accompagnò fino al Presbiterio, dove aveva lasciato la sua cavalcatura.

Allo sbocco della piazzetta c'imbattemmo in un giovine che scendeva dai monti con una scure in ispalla: il quale, appena ci vide, chinò il capo e accelerò il passo come volesse schivare il nostro incontro.

Il signor De Emma gli diè una voce, e lo costrinse suo malgrado a fermarsi.

Allora, sotto le rustiche spoglie del boscaiuolo, ravvisai con grande sorpresa il mio amico Aminta, che, dal giorno di quel nostro colloquio alla Cascata, non avevo più riveduto.

—Che significa codesta novità? domandò il dottore.

—È il signor Angelo che mi manda ai Roveretti a spaccar legna, rispose con amarezza e chinando gli occhi vergognoso.

—Ma perchè?…

—Mi sono arrischiato a dirgli che avrei preferito un'altra professione a quella ecclesiastica,—egli è saltato su tutte le furie, mi ha strappato la mia veste e mi ha detto che ero un villano, e che villano dovevo essere.

Balbettava, tremando, e pareva fosse sulle spine.

Il dottore non lo trattenne di più. Aminta ci salutò in fretta e s'allontanò di corsa.

Il suo terrore non era senza motivo: s'era appena allontanato che sbucò dalla farmacia la sinistra figura del sindaco, e passandoci innanzi ci diè una breve occhiata di traverso.

Il signor De Emma corrugò la fronte e mormorò:—poveretto, egli fa una dura penitenza! povera Rosilde se la lo vedesse! e non poterlo soccorrere! maledetto sistema di spiritualistiche ipocrisie!

Poi, accortosi ch'io lo guardavo con curiosa ansietà di penetrare le sue parole, tacque e s'avviò a capo chino.

A me rimordeva d'essere la causa di quella nova testina. E mi persuasi come, il più dei casi, i consigli sia ottima cosa tenerli per sè.

Anche in agosto, la sera, in montagna, un buon fuoco è sempre una gradita compagnia.

Intirizzito dalla brezza pungente che s'era levata al cadere del sole, mi recai in cucina.

Mansueta seduta davanti ai tizzoni rimondava delle patate per la minestra e intanto teneva d'occhio la pentola che brontolava in mezzo al camino.

Ella non mostrava la sollecitudine dell'altre volte; una delle sue bravure era quella di levare la peluria tutta intera e di farla cadere a terra a spire come la scoria di un serpentello: ma quella sera la rompeva ad ogni momento e i pezzetti saltavano nel piattello,—s'interrompeva spesso e si poneva la mano sugli occhi come per tergere qualcosa che le facesse velo alla vista.

Finalmente in uno di questi intervalli la pentola levato il bollore traboccò sulle brace che crepitarono e stridettero annerandosi quasi dalla vergogna dell'inaudita trascuranza di Mansueta. La buona vecchia non resse a tanta mortificazione: l'afflizione che l'accorava irruppe.

Mi contò piangendo che aveva visto il nipote.

—Povero ragazzo, mi si spezza il cuore vederlo così maltrattato, lui tanto buono e sommesso!

Mi provai di consolarla: le dissi che Aminta sarebbe presto liberato di quella schiavitù di cani.—E volevo accennare alla sua età e al coraggio che con essa avrebbe acquistato.

La buona donna mi fraintese, e oltrepassando il significato delle mie parole mi disse con rustica franchezza:

—Liberato, oh sì ci vorrà ben altro! Quell'orso ha il cuoio duro: è tomo da campar cent'anni.

—Oh, soggiunsi ridendo dell'equivoco, oh! se appena gliene capita il destro, colui ci facesse la grazia di accopparsi…. l'occasione sarebbe sempre ottima per tutti di perderlo…. Ma in ogni caso vostro nipote non dovrà mica aspettare quel giorno per scuotere il giogo.—E giusto io avrei certi progetti in cui voglio sentire il parere di Don Luigi.

—No, saltò su a dire la donna, no, la non gliene parli per carità, egli non può senz'accorarsi sentirne a parlare; gli vuol tanto bene che il solo pensiero delle sue sofferenze lo fa piangere. In questi giorni è già sempre tanto tristo che non ha bisogno di nuovi dispiaceri. La non gli dica nulla; ci penseremo poi al povero Aminta; ora, poichè la Madonna ce l'ha mandato, faccia di tener allegro il mio padrone, di distrarlo.

La buona fantesca nella sua idolatria pel padrone sapeva far tacere anche la voce della sua tenerezza quasi materna per Aminta, l'unica creatura della sua famiglia che le restasse al mondo.

Quando intesimo il passo del curato, ella si scosse, si assicurò di aver gli occhi ben asciutti, prese il suo solito fare lesto e volonteroso e per tutta quella sera io contemplai con ammirazione que' suoi occhi affaticati e quel suo volto scarno sorridere mentre avrebbe pianto tanto volentieri.

Non scorderò mai quelle sue rughe venerande, in cui non dirò come il secentista, che vi s'appiattassero gli amori, ma traspariva tanta e così limpida devozione, una bontà schietta, animosa!….

E anche Don Luigi, benchè avesse tanti motivi di tristezza, più assai e più gravi di quel ch'io potessi allora immaginarmi, si faceva una gran forza e conversava e mi parlava di me, delle cose mie dimenticando, nella premura di intrattenermi piacevolmente, sè stesso e le sue pene: tutto ciò senza sforzo per una volontaria e spontanea delicatezza.

Invece io, il solo senza fastidi (allora non ne avevo), io spensierato, pareva il più cruccioso di tutti. Ammiravo come ho sempre ammirato senza poterlo imitare, quell'eroismo umile di tutte le ore che piglia la vita come vien viene, come una battaglia e la combatte valorosamente ad oltranza.

L'indomani Don Luigi uscì subito dopo il desinare,—e più tardi lo aspettai invano al solito ritrovo. Non mi sentivo di vena a lavorare; dopo aver buttate giù, a lunghi intervalli delle pennellate a casaccio di quelle che non persuadono la coscienza, presi una risoluzione, raccolsi i miei barattoli e me ne tornai difilato a casa,

Don Luigi non era rientrato.

Baccio mi disse misteriosamente:

—Il sor curato è salito alla Carbonaia, ciò vuol dire che tornerà di buon umore.—Non c'è stato da quasi un mese; quella passeggiata gli fa sempre un gran bene.

Il sagrestano si fregava le mani soddisfatto e intieramente sicuro dell'efficacia del rimedio,

Compresi dalle sue parole che si trattava del terreno prediletto, causa delle contestazioni del sindaco.

Mi prese ansietà di vedere questo miracoloso rifugio. Mi feci indicare la strada e, sotto pretesto di andare incontro al curato, affrettai il passo per prevenire il suo ritorno.

Il sole era alto ancora e il luogo non era distante che un miglio scarso.

Dopo una mezz'oretta di un sentiero scheggioso e incassato in una gola stretta e boscosa, sbucai sopra un piccolo altipiano, quasi tondo, posto sul culmine di un poggetto, una specie di sperone del monte Grigio, il quale s'innalza brullo nel fondo. Si domina di là il villaggio, e la valle fino a Zugliano.

Era quella la mia meta: la riconobbi subito dalla quercia fronzuta che spiegava maestosa nel mezzo i suoi rami sopra gli avanzi di una casupola bassa abbandonata come se ne vedono tante in montagna, specie di covo umano da cui il bisogno o la morte ha snidato la vita.

Malgrado il suo nome prosaico di Carbonaia il luogo è delizioso: vi cresceva un'erbetta minuta e d'un bel color chiaro chiazzato a lunghe zone di menta fiorita. È remoto ed aperto nel tempo stesso. Lo Strona lo difende da una parte, e un inaccessibile burrone dall'altra: una macchia fitta di castagni cresciuti rigogliosi dalle ceneri degli antichi forni permettono di spiare non visti tutti i sentieri che scendono dal monte e salgono dalla valle.

La dimora che ha servito ai carbonai è deserta da molti anni; la natura ha preso possesso di quella rovina. L'ha coperta di muschi d'edera: ha riempito tutte le fenditure coi capelveneri e colle felci,—tuttavia essa può servire di riparo contro un temporale improvviso.

Come mi aveva detto lo speziale, non era un fondo fruttifero; il godimento quasi del tutto nominale di esso era da tempo immemorabile lasciato alla parrocchia, cioè ai poverelli che nel nome di lei ne ricavavano qualche pugno d'erba l'estate e qualche fardellino di legna l'inverno. Ma il sindaco pretendeva rivendicarlo per antico dritto di proprietà non mai abbandonato che precariamente dal comune,—e coonestava l'animosità col progetto di farvi passare una viottola assai incomoda del resto che dalla strada provinciale, che saliva al di là della Strema, mettesse direttamente senza passar in paese alla frazione di Fontanile, le cui case si vedevano in fondo accovacciate in una piega del monte e non giustificavano davvero colla loro importanza quella singolare premura sindacale.

Inoltrandomi fra le macchie, scoprii don Luigi.

Era seduto dietro la casupola sopra un grosso ceppo di castagno coverto di muschio; teneva la fronte bassa appoggiata al dosso della mano e aveva le guancie rigate di lagrime.

Non si accorse di me.

Ebbi rimorso di averlo spiato.

Per salvare almeno le apparenze, mi rivolsi indietro pian piano e, quando mi fui allontanato convenientemente, mi posi a cantarellare ad alta voce per metterlo sull'avviso della mia presenza.

Egli mi richiamò per nome.

Quando tornai da lui, s'era ricomposto, ma senza ombra di dissimulazione. Mi diè uno sguardo di amichevole confidenza, mi prese la mano e la tenne alcuni minuti nelle sue senza far motto.

—Figliuolo, mi disse poi, ho pensato alle idee ieri manifestate dal dottore…. e, posso errare, ma quello mi pare materialismo nè più, nè meno.—È un argomento che prova troppo…. e nulla. Coll'ammettere l'irresponsabilità delle inclinazioni, si esclude la colpa, e il male; si esclude la pena, la sanzione e il giudice…. È tutto una conseguenza. Quanto a me, dinanzi a questo cielo e a questi luoghi, testimoni di tutti i miei pensieri…. e dei miei errori,—vi assicuro,—del male che ho fatto preferisco sentirmene responsabile e accusarmene,—perchè ciò mi da la speranza di ottenere perdono per me e la consolante certezza che sarà riparato per gli altri. Che ne dite?

Che potevo dire? Il materialismo allora mi dava assai meno fastidio di adesso. Non lo conoscevo che da lontano, e mi seduceva coll'apparenza di una generosa, eroica ribellione contro la più assoluta autorità dell'universo. Pure ammiravo l'ingenua bontà di quell'animo che s'adombrava al pensiero di esser liberato da una obbligazione e protestava contro l'assoluzione offertagli, con una logica che veniva dal sentimento più che dal raziocinio.

Esternai la convinzione che le sue parole non avessero altro movente che una eccessiva austerità di coscienza.

—Il male che avete fatto è un modo di dire, soggiunsi, ma non è di tal natura da rimordervi troppo…. e quanto alla riparazione ella è bella e fatta a quest'ora….

—Zitto, vi prego,—m'interruppe subitamente turbato,—zitto, voi non sapete nulla.

Volevo replicare, ma egli ripetè:

—Non sapete nulla, non sapete nulla.

Poi dopo alcuni minuti di silenzio, con maggior calma e una malinconica intonazione di voce:

—No davvero, figliolo, non posso scroccarvi un giudizio tanto indulgente. La santità di ser Ciappelletto mi ripugna.

La sua modestia era tanto sincera e tanto viva che non ardii combatterla, tacqui.

Don Luigi si alzò, passò il braccio sotto il mio e mi trasse con sè in gran fretta.

Al principio del sentiero si volse, abbracciò con uno sguardo di ineffabile tenerezza quel suo prediletto ricovero.

—È forse l'ultima volta ch'io vengo quassù, mormorò;—oh i decreti diDio colpiscono giusto….

Cominciammo a scendere la china in silenzio.

Don Luigi era triste, accasciato come non l'avevo mai visto. Mi parve allora assai più vecchio del solito; si appoggiava al mio braccio e camminava a stento.

Appressandosi al villaggio si rinfrancò un poco; ma non tanto cheBaccio non s'accorgesse della sua tristezza.

E mi disse con sincera schiettezza:

—Vossignoria è andato a disturbare il curato; ha fatto male, ha fatto male. Egli aveva bisogno di restar solo.

—Perchè? domandai sorridendo a fior di labbra.

—Perchè, quando nessuno l'inquieta, egli trova colà nella solitudine il rimedio di tutti i suoi fastidi.

E mi contò i mirabili effetti di quel luogo sull'animo del curato, ch'io sapevo già dallo speziale.

—Ma cosa ci trova lassù?

—Dicono, rispose esitando il sacrestano e abbassando la voce, dicono che venga un angelo a visitarlo.

—Un angelo, chi l'ha veduto?

—Saranno quasi vent'anni, un giorno tornando dalla Valsesia, scendevo per il Mongrigio. Arrivato a un certo punto dove il sentiero sovrasta al piano della Carbonaia guardo in giù e scorgo qualcosa di bianco fra i castagni: era una figura di donna ravvolta in un velo lungo fino a terra sotto al quale traspariva una veste azzurra. La visione passò lentamente fra gli alberi e scomparve dietro il muro dei carbonai. Non la vidi che un minuto, ma ne fui abbagliato. Splendeva più del cielo!,—andava cauta ma tanto leggiera che non pareva toccasse la terra. Dopo il primo stupore calai giù, passai il ponte dello Strona e, girando intorno alla collina, passai la strada di Sulzena. Allo sbocco del sentiero della Carbonaia incontrai don Luigi. Allora aveva dei dispiaceri ed era triste, afflitto più di adesso. Ma quel dì mi sembrò tutt'altro: mi passò vicino senza vedermi, incantato come uno che viene dal paradiso.

Il paragone di Baccio non mi sembrò punto strano: il suo racconto in cui altri più positivo di me non avrebbe visto che una fiaba grossolana, mi interessava grandemente. Lo ascoltai come la più seria cosa del mondo. Egli era certo in buona fede. Eravamo in sacristia dove don Luigi ci aveva lasciati soli per entrare in chiesa a parare l'altare per la benedizione. Il sacrestano mi fece la sua confidenza agitando il turibolo a ravvivarne le brace. Il barlume del crepuscolo cadeva dall'alte e strette finestrello su certi visi pallidi di madonne e di sante; il bisbiglio sommesso dei devoti che entravano in chiesa, certi echi profondi, un acuto profumo d'incenso,—la maestà del luogo disponevano l'animo al meraviglioso.

Un po' di prodigio cresceva attrattive alla misteriosa figura del curato.


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