XII.

Durante la benedizione uscii a passeggiare sul sagrato deserto; la porta della chiesa spalancata sugli arpioni, lasciava vedere l'altar maggiore illuminato e i riflessi cadevano sulle casupole della piazzetta.

La sera era buia: nelle tenebre fitte del villaggio, nessun altro lume che quello della chiesa. Così nella dura vita di quella popolazione montagnuola solo spiraglio d'ideale era la religione.

Densi globi d'incenso salivano innanzi al tabernacolo d'argento. Cantavano iltantum ergo, inno di lode, dalle intonazioni gravi e melanconiche come tutti gli altri della chiesa.

Un solo popolo, che io mi sappia, fortunatissimo popolo d'artisti, fece della gioia un sentimento sacro,—fu il Greco, che inghirlandava di rose e di verbene le colonne dei suoi templi, e intrecciava danze festose innanzi all'ara del sacrificio.—Non ostante il biblico precetto delservite Domine in laetitia, il concetto della nostra religione,—come di tutte quelle che il mistico Oriente ha generato,—è il dolore. Tutte le sue parole sono meste, tutte le sue speranze e le sue promesse sono oltre il limite funesto della tomba.—Seguace d'un Dio che non ha potuto sottrarsi ai patimenti, la umanità cristiana sale il Calvario, il soffrire è per lei l'unica salvezza. L'antica filosofia ellenica si è affaticata dietro il veli o d'oro della felicità mondana…. un bioccolo solo, un minuto di gioia alla luce del sole!…. Invece Santo Ambrogio, narra un'antica leggenda, quando trovò un uomo felice ordinò alla sua gente di seguirlo immantinenti fuori della casa di colui, la quale doveva essere per la sua fortuna abbandonata da Dio! Chi aveva ragione? È un problema che la fossa risolve in un modo,—e la croce che vi sta su in un altro.

Il rito era compiuto: alla salmodia sottentrava il lugubre borbottio del rosario:—una vecchia dalla voce rauca faceva le proposte; un coro di gemiti rispondeva. Baccio spegneva le candele.

Poi uscivano dalla chiesa i fedeli, e, quetamente, ad uno ad uno si perdevano nelle strette viuzze muti come ombre. Un breve scalpiccio che s'allontanava, poi un lugubre silenzio non interrotto che dal ciangottare dell'acqua nella vasca della fontana.

Nei paesi dell'alta montagna nessun crocchio la sera; la battaglia aspra, cupa della vita, da una avemmaria all'altra,—il resto, quando non è del dolore, è del riposo.

Poco dopo entrando in cucina fui assai sorpreso di trovare Aminta in vivace colloquio con Mansueta.

M'accorsi ch'io non dovevo essere del tutto estraneo ai loro discorsi, perchè entrambi si volsero con premura verso di me.

—Ho bisogno di parlarvi, disse Aminta.

—Oh bravo, soggiunse Mansueta, gli dia lei un buon consiglio a questo povero ragazzo. Io, vecchia ignorante, non ho che gli occhi per piangere.

Aspettavo che Aminta mi informasse di che si trattava.

Ma egli sembrava tanto smarrito che, dopo le prime parole, non aveva potuto tirare innanzi.

I suoi ignobili panni di montanaro erano laceri e lordi di fango.

—Egli è fuori di casa da stamattina e non osa più rientrarvi.

—Colui l'ha ancora maltrattato? domandai al giovinetto.

—Sempre, continuamente, rispose raccapricciando, e guai s'io gli capitassi adesso fra le mani.

—Vuol lasciare il paese, riprese la donna singhiozzando; ma dove andrai, cosa vuol fare tutto solo, pel mondo, come tua madre, che ha tanto sofferto?

—Non so, balbettò Aminta, venivo da lui perchè mi aiutasse, mi raccomandasse a qualche amico.

Ed indicò me guardandomi con ansietà.

Io non sapevo che rispondere. Preso lì su due piedi mi sentivo impacciato a indicare i mezzi di una risoluzione che avevo consigliata io stesso.

Mansueta disse:

—Figliolo, rifletti finchè sei in tempo. Forse tu fai il caso peggiore di quel che sia: se trovassi una scusa….. e tornassi?

—No, no, interruppe spaurito il nipote, con tutta la risoluzione della sua timidezza;—no, no io non tornerò più…. non tornerò più….

—Se ti facessi accompagnare dallo speziale, egli forse saprebbe ragionare il sor sindaco.

—No, no, ripetè Aminta.

La sua ripugnanza era davvero irremovibile.

—Pensaci bene, ragazzo,—fra poco tu rientrerai in seminario; qualche settimana è presto passata. Vuoi buttare con tanta facilità la certezza di un patrimonio come quello del sindaco? Egli non ha figliuoli, non ha parenti, tutta la sua roba ti apparterrà un dì o l'altro. Ciò val bene un po' di pazienza. Tu sarai ricco…. ma se te ne vai a questo modo perderai ogni cosa.

—Non importa, oramai mi vergogno di accettare l'elemosina di quel manigoldo; in fin dei conti perchè vivo alle sue spese? che sono io per colui? ditemelo, zia, sono in età da saperlo, mi pare.

—Egli è la persona a cui tua madre ti ha raccomandato….. risposeMansueta confusa.

Ed io che le stavo vicino l'intesi sospirare: Oh Rosilde! Rosilde!

—La sua roba non la desidero, io non voglio più nulla da lui….. foss'egli mio padre non voglio più vederlo; egli m'inspira odio,—ed io non vorrei che dimenticarlo. Egli mi detesta, mi tiene per forza, perchè, dice, gli sono stato imposto…. ma perchè, domando io, impormegli? M'avessero buttato in mezzo alla strada era meglio… era meglio che fossi morto…

In questo punto una dolorosa esclamazione ci fe' voltar tutti e tre.

Don Luigi era lì dietro a noi appoggiato allo stipite dell'uscio.

Aminta s'interruppe a mezzo del suo sfogo e chinò il viso rosso dalla vergogna.

Il curato si fe' innanzi, gli pose una mano sulla spalla.

—È vero, ho fatto male, compatiscimi.

Egli era pallidissimo: la sua voce tremante rivelava l'interna battaglia degli affetti.

Il giovane al colmo della confusione voleva buttarsegli ai piedi.

Egli lo trattenne, lo strinse fra le braccia.

—Ho fatto male, ripetè con maggior forza, molto male, ma, se Dio vuole, vi metterò riparo.

Poi piegando la sua testa fino ad appoggiar la guancia sui capelli diAminta, soggiunse intenerito:

—Tu non tornerai più dal De Boni. È la Provvidenza che mi ti manda; ch'ella sia benedetta, poichè si è degnata di soccorrere la mia debolezza. Il mio cuore ti desiderava, ti cercava, tu sei venuto; ebbene tanto meglio! tanto meglio!…. Oramai il tuo avvenire mi appartiene; per fortuna nessun vincolo giuridico ti lega alla persona che finora s'è incaricata di te. Farò il possibile per risarcirti di quel che hai sofferto, voglio che tu sia contento, figliolo mio; penserò io alla tua sorte…. intanto per ora starai con me,—questa casa è, come nei giorni della tua fanciullezza, la tua;…. tornerai ad abitare la cameretta d'una volta…. poi vedremo cosa s'ha da fare.

Don Luigi, così dicendo guardava me e la Mansueta come volesse prenderci a testimoni del solenne impegno che si assumeva.

Noi eravamo sopraffatti dalla commozione, dalla meraviglia, dalla riverenza.

Quanto ad Aminta egli non poteva parlare: ricambiò il suo benefattore con uno sguardo di riconoscenza, di gioia ineffabile.

Io mi chiedevo quali crudeli esigenze avevano potuto separare in questo mondo così arido di sentimenti generosi, quelle due nobili creature, così degne l'una dell'altra, fatte per comprendersi e per corrispondersi. È strano, anzi è triste, molto triste: se vi sono due cuori che si vogliano bene davvero tutto cospira contro di essi per disgiungerli, per strapparli l'uno dall'altro, ed essi passano il maggior tempo della vita lontani a desiderarsi; per cui quel loro tesoro d'affetti invece che di conforto riesce loro una squisita tortura.

Don Luigi avvertì poi il singolare vestito di Aminta:

—Poveretto, come sei ridotto! sclamò a mani giunte.

Queste parole scossero Mansueta dal suo stupore: in lei la sollecitudine della donna tornò a prevalere.

Ella descrisse gli strapazzi patiti dal nipote e assicurò che egli doveva esser digiuno dalla mattina in poi.

—Orsù, disse il curato, affrettate la cena e mettete a tavola un coperto per lui. E portategli subito qualcosa.

Poi presolo per mano lo trasse amorevolmente con sè, facendomi cenno di seguirli.

Nel tinello c'era don Sebastiano. Seduto davanti la tavola già apparecchiata, al suo solito posto, leggeva il breviario aperto nel piatto, come si legge il giornale per ingannare il tempo e l'appetito:—sbrigava il Signore apprestandosi a soddisfare le più gradevoli esigenze del ventre.

Quando il curato entrò con Aminta, levò gli occhietti grigi sopra agli occhiali e scattò loro uno di quei suoi sguardi freddi, penetranti da inquisitore.

Bisognava rispondere.

È curioso come don Luigi, spirito superiore, subiva l'ascendente di quell'uomo volgare.

S'affrettò a informarlo dell'accaduto, e a partecipargli le sue risoluzioni per il giovine chierico.

—Spero, conchiuse, che non si disapproverà la mia condotta.

Don Sebastiano ascoltò con la massima indifferenza il racconto; e si guardò bene dal manifestare il proprio avviso: solo notò, così indirettamente, che il giovinetto, destinandosi alla carriera ecclesiastica, doveva dar prova prima di tutto della sua docilità versocoloro che si prendevano cura di lui.

Poi ripiegò il muso sul suo breviario e ve lo tenne immobile finchè Mansueta recò la terrina della minestra. Allora lo chiuse subito sostituendo il riso alla preghiera con una calma ammirabile.

L'avrei stritolato. La sua imperturbabilità mise freno alla nostra commozione.

Secondo il solito egli uscì subito dopo cena: e ci sollevò della sua presenza. Allora don Luigi prese la mano di Aminta, e mentre io raccontavo, per la prima volta, il colloquio che avevo avuto parecchie settimane prima coll'abatino, egli lo guardava affettuosamente senza parlare. Mansueta, ritta in piedi, completava intenerita il quadro commovente.

Ma le peripezie di quella giornata non erano finite.

Un «si può?» stridulo si fe' sentire.

E subito dopo la ciera aguzza dello speziale Bazzetta comparve nel vano dell'uscio.

L'indiscreto ciarlone, senza aspettar risposta, sì fe' innanzi con quelle sue maniere dolcereccie e sornione; diè un'occhiata curiosa ad Aminta, un'altra a don Luigi e allargò le ampie narici come per annusare ciò che accadeva nella casa.

Passandomi davanti mi porse la sua manuzza viscida e fredda e mi disse ammiccando furbescamente:

—Beato chi vi può vedere voi!

E senza aspettare invito, si pose a sedere al posto lasciato vuoto da don Sebastiano.

Don Luigi colla usata bonarietà gli chiese:

—Che buon vento vi porta?

—Eh! buono non tanto…. sapete che….

E lasciò a mezzo la frase come per assaporare l'effetto della reticenza.

—Sapete che i consiglieri Gervasio, Lovati e Leonardo del Gasco hanno fatto opposizione presso all'Intendenza contro la rivendicazione della Carbonaia…. Ebbene l'intendente ha rinviato il reclamo alla Giunta con incarico di sottoporlo alla deliberazione del Consiglio.—L'avevo detto io, non mi hanno voluto dar retta; che costrutto ci hanno cavato? nulla….

E s'interruppe di nuovo:

—Dunque? disse don Luigi senz'ombra d'impazienza.

—Dunque? quando si dice la Giunta, si intende il Sindaco: egli ci ha riuniti oggi, e naturalmente si è deliberato di presentare il reclamo nella seduta di domenica. I due oppositori saranno soli a sostenerlo,—per cui, se non avete altra speranza, potete rinunziare fin d'ora alla Carbonaia.

—Ebbene, caro Bazzetta, bisognerà aver pazienza…. io vi ho rinunziato. Quel terreno, come tutti gli altri che posseggo, sono doni del comune. Se ora lo rivuole, e la legge non lo vieta… qualunque opposizione da parte mia sarebbe non meno sconveniente che illegittima.

Non si poteva dubitare della sincerità delle sue parole.

Il signor Bazzetta rimase piuttosto sorpreso che ammirato di tanta arrendevolezza.

Si sarebbe detto anzi che ne fosse scontento.

Si strinse nelle spalle coll'aria di chi si vede frodato da una legittima soddisfazione e disse:

—Bene, bene, ciò riguarda voi solo,—voi farete il piacer vostro: ho voluto avvertirvi….

—Ed io vi ringrazio di cuore, interruppe premuroso don Luigi.

—Credevo foste vivamente affezionato a quelle poche spanne di terra….

—Diffatti mi rincrescerà molto il perderle,—rispose un po' commosso il curato,—ma non si tratta del mio rincrescimento. Che volete, non capisco un prete che piatisce; ciò è tanto contrario al nostro carattere… Non vi pare?

—Già, già, prevedevo che m'avreste risposto a quel modo, e mi sono detto:—perchè tanti misteri quando si possono fare le cose d'accordo, in buona armonia? E per questo motivo mi sono indotto a parlarvene. Voi conoscete i miei sentimenti conciliativi. Oh se tutti fossero come voi e me, che vita carina si farebbe! eh che paradisetto, che piccolo elisuccio la nostra Sulzena eh! che ne dite?

Il curato evitò di rispondere.

—Bevete, caro Bazzetta? domandò.

—No, grazie,—ben, due ditini, due soli ditini…. troppo incomodo.

E rivolto a me:

—Io e il signor curato, non s'è mai avuto in venti anni una parola da dire, vero don Luigi? È un uomo raro (no basta… troppo…. grazie… alla sua salute).

Bevette il secondo bicchiere, strizzò l'occhio luccicante, e ripetè schioccando colle labbra:

—Un uomo raro.

Non ostante questo subito entusiasmo si vedeva ch'era contrariato.

Non fu buono di riappiccare il discorso e nessuno di noi si diè la briga di aiutarlo.

Però dopo un quarto d'ora prese la magnanima risoluzione di andarsene. Ma non senza prima gittare ancora la rete per pescare qualche notizia.

Nell'uscire chiese ad Aminta se veniva con lui, che si sarebbero accompagnati sino in piazza.

—Aminta resta con noi, rispose don Luigi e soggiunse:—anzi fatemi il piacere voi di avvertire il signor De Boni.

Lo speziale non potè trattenere un atto di meraviglia: la sua ciera volpina si aguzzò alla più viva curiosità.

—Le solite… intemperanze? sclamò tentennando il capo, benedetto uomo quel De Boni!…

Ma le desiderate confidenze non venivano.

—Debbo metter io una buona parola? domandò.

—Grazie, per ora è inutile, disse il curato, il signor De Boni non disapproverà che Aminta resti colla zia. In caso verrò io a chiedere i vostri buoni uffici.

—Sta bene.

Lo speziale non era proprio fortunato quella sera: non ne indovinava una. Indugiò un minuto sulla soglia; finalmente, con visibile malavoglia, uscì.

Mansueta, chiusa ch'ebbe la porta, tornando a ritirare i bicchieri, osservò:

—Egli è venuto per comprare,—e se ne va dal sindaco a rivendere.

Il giorno dopo fu segnalato da due grandi avvenimenti.

La mattina per tempo venne un messo del sindaco a recare le vesti di chierico ad Aminta e a chiedere a Mansueta certe carte ch'ellasapeva,—e ch'ella ricusò assolutamente di consegnare.

Poi, verso mezzodì, capitò di nuovo lo speziale a parlar con donLuigi.

Il colloquio durò a lungo.

Io ero nella mia stanza e la voce stridula del signor Bazzetta giungeva di quando in quando distinta fino al mio orecchio.

Senza quasi volerlo intesi ch'egli diceva:

—Il De Boni, in sostanza, se voi gli restituite quei documenti vi lascia la Carbonaia e promette di non darvi altra molestia nè ora nè mai…. ma vuole ad ogni costo le carte.

Il curato rispondeva:

—Quanto alla Carbonaia, ve lo ripeto, ho già rinunziato. Ditegli del resto che, nè per avidità di quel possesso, nè per timore delle sue misteriose minaccie, acconsentirei a tradire interessi non miei. Spero che voi troverete ragionevole la mia condotta. Non si tratta di me, ma del ragazzo: le carte sono sue.

Queste proposte e queste risposte si ripeterono, con diverse parole da una parte e dall'altra, molte volte.

E mi parve che la missione del signor Bazzetta restasse senza frutto.

Venni confermato quello stesso giorno nella mia opinione.

Dopo il desinare, quando don Sebastiano si fu ritirato, il curato disse ad Aminta che aveva a intrattenerlo di cose molto importanti.

Volevo uscire per discrezione, ma egli mi pregò di rimanere, dicendo:

—No, voi siete oramai di casa, siete amico di Aminta, avete molta più esperienza di lui, e sarà bene che egli abbia in questa circostanza qualcuno in cui liberamente confidarsi.

E volgendosi all'abatino che aveva ripreso la sua veste talare,

—Figliuolo mio, a scarico di coscienza, debbo avvertirti che abbandonando la casa del sindaco tu rinunzi a una fondata speranza di fortuna,

Aminta rispose vivacemente:

—Oh don Luigi, per me non ci può esser fortuna maggiore della sua benevolenza.

—Questa non ti può mancare mai,—ma puoi perdere delle sostanze….

—Non importa, non importa, purchè io non abbia a tornar più in quella casa, rinunziereì ad un regno….

—Sta bene, figliolo; fa il voler tuo.—Però ascolta, Mansueta è depositaria di documenti che comprovano i tuoi diritti verso il signor De Boni. Tua zia ed io abbiamo creduto conveniente, per motivi di delicatezza e nel tuo stesso interesse, di non farli valere che indirettamente. Adesso egli li ridomanda.

—Oh glieli dia, che quell'uomo feroce cessi una volta di perseguitarmi.

—No, li conserveremo fino a che tu abbia raggiunta la età maggiore. Allora tu sarai in grado di giudicare la nostra condotta e potrai o continuarla o ripararla.

—So bene fin d'ora che lei ha agito sempre per il mio bene. Io non posso che ringraziarla lei e anche la zia… ma da quell'uomo non voglio più accettar nulla, è tempo che io mi guadagni il mio pane. Mi vergogno di aver mangiato quello del signor Angelo….

—Oh quanto a lui, saltò su a dire la Mansueta ch'era presente, quanto a lui, ha fatto il peccato è giusto che faccia la penitenza.

—Mansueta, l'interruppe don Luigi in tono di dolce rimprovero.

—Aminta, soggiunse poi, i tuoi sentimenti sono onesti, e se, quando tu sarai padrone dei tuoi atti, la penserai ancora a quel modo, non sarò io a disapprovarti.

Mentre eravamo in questi discorsi tornò il signor Bazzetta ad annunziare con gravità piena di mistero che il Sindaco era su tutte le furie, che pretendeva la restituzione di quei documenti e faceva, per il caso di rifiuto, i più grandi spergiuri di vendetta.

Il curato, quella mite creatura, tutta indulgenza e dolcezza, fu irremovibile.

—Voi sapete di che cosa è capace quell'uomo. osservò lo speziale.

Don Luigi disse soltanto:

—Fategli sapere che non lo temiamo. Egli non può farci altro male che quello che il Signore permetterà.

E il signor Bazzetta dovette rassegnarsi ad uscire senza aver cavato della sua seconda ambasciata, maggior frutto che della prima.

Le vendette del Sindaco non si fecero aspettare a lungo.

La domenica dopo ci fu riunione del Consiglio.

La seduta era stata annunziata con straordinaria solennità, come un cataclisma. Tutto il villaggio era preso dalla più viva ansietà. La mattina, in chiesa, era facile notare nell'uditorio una preoccupazione profonda.

Quando il curato si presentò all'altare tutti gli occhi si appuntarono sul suo viso come per esplorare i suoi segreti pensieri. Poi, durante la messa ed il sermone, continuarono degli strani bisbigli.

Anche don Luigi pareva meno calmo dell'altre volte: la sua voce era ineguale, il suo argomentare incerto.

Dalla tribuna dell'organo il Sindaco gli saettava delle occhiate d'odio inesprimibile. Il buon prete non guardava mai da quella parte, ma lo sentiva e se ne turbava sovente.

Fra quei due uomini si combatteva un formidabile duello: e pur troppo il Sindaco aveva il sopravvento.

Il dire che la bontà soggioga l'animo malvagio mi è sempre parso un luogo comune inventato dall'ottimismo. Nella realtà prevale il malvagio; l'uomo che non ha scrupoli è, alla pari, infinitamente più forte dell'uomo dabbene.

Finita la spiegazione del vangelo, il curato scese dal pulpito e attraversò la chiesa per rientrare in sacrestia.

La folla si divise riverente innanzi a lui e sorpresi in tutti quei volti un'espressione di timida, di dolorosa premura, un rammarico sincero di non poterlo proteggere contro le prepotenze di cui era minacciato.

Il Consiglio doveva, secondo l'uso, raccogliersi subito dopo il servizio religioso.

Fui spinto dalla curiosità a seguire la folla che scendeva per la via maestra.

Sulla piazzetta vidi parecchi crocchi di montanari che discorrevano a bassa voce.

In fondo, un edifizio a un solo piano, come gli altri, ma più vasto, costrutto di pietre irregolari: in mezzo alla facciata, un pezzo, largo un braccio quadrato, intonacato di calce su cui una filza di lettere nere di forme bislacche, ineguali, riottose al forzato allineamento diceva:Casa Comunale. Sovr'esse un quadretto di legno, appeso per un solo angolo, penzolava obliquamente: l'insegna dello Stato, l'onesta croce di Savoia, la quale, quasi vergognosa di coonestare le sciocchezze e le bricconate che da tanti anni si consumavano là dentro, pareva volesse lasciarsi andar giù dallo sconforto.

Fermo sul limitare della porta coll'aria corrucciata di un pedagogo o di un aguzzino aspettava il Sindaco i suoi Consiglieri.

Di quando in quando qualche vecchietto dai calzoni corti allacciati al ginocchio sovra le calze turchine, si staccava dai gruppi, attraversava lentamente la piazza, ed entrava con una visibile ripugnanza nella casa comunale tirando una grande scappellata alla prima autorità del paese, che non degnava rispondere. Ne contai una diecina.

Seguì un certo intervallo.

L'inserviente, come fido scudiere, pendeva dai cenni del suo padrone.

Il signor De Boni battendo il piede con impazienza, gli disse imperioso:

—Orsù va a sollecitare que' poltroni.

E il cursore a galoppare in cerca dei ritardatori.

Il sindaco aspettava sempre.

Contemplavo da più d'un quarto d'ora quello spettacolo, novo per me, di rustico assolutismo e ne traevo delle considerazioni poco benigne per l'indipendenza e la dignità della razza umana. quando una mano sottile s'insinuò sotto il mio braccio.

Era lo speziale che mi sussurrò nell'orecchio:

—Venite con me vi apposterò in un luogo donde potrete intendere la discussione.

Mentre mi disponevo a seguirlo, lo scalpitio acuto di una cavalcatura si fe' sentire sui ciottoli della strada.

Comparve un coso allampanato, le cui gambe lunghissime penzolavano ai fianchi del magro ronzino quasi fino a terra.

Era vestito con una certa pretesa cittadina mediocremente giustificata, ed aveva le tasche infarcite di cartaccie.

—È il segretario, mi disse il Bazzetta, un notaio di Zugliano; egli serve simultaneamente cinque comuni: un morto di fame che ci mangia duecento lire all'anno per metterci sossopra gli archivi municipali. Venite.

Mi trasse per un sudicio chiassolo in un sito dietro la casa del comune e quivi mi lasciò.

Erano poche tese di terra sul ciglio dell'altura. La valle si sprofondava quasi a perpendicolo sotto i miei piedi.

Sedetti sull'erba fitta e bassa.

Il sole schietto rivestiva le montagne nevose in fondo, riempiva l'orizzonte di sbarbaglio e di luccicori. Il torrente, striscia di argento fuso, solcava la valle.

Il cielo profondo, limpido, aveva le trasparenze del vuoto sterminato.

Incombeva sul paesaggio l'alta pace, il silenzio meridiano.

Quante grandezze innanzi a me! quanta miseria dietro le mie spalle in quella piccola topaia umana!…

Io non conosco spettacolo più imponente di un mare tranquillo, di un paesaggio sereno; la tempesta, l'uragano sono, se si vuole, più vivaci, come il dramma, ma la calma è l'inno d'un euritmia eterna.

In esse comprendo la venerazione delle antiche fedi per la natura: vi è nella natura mesta, immobile qualcosa di più augusto, di più solenne che non nel multiforme, convulsivo agitarsi delle plebi umane; in questo tutto è contingente, relativo; la loro potenza è un attimo, la bellezza una larva, il genio una scintilla;—l'attimo passa, la larva scompare, la scintilla si spegne,—rimane l'immutabile. L'imperituro, l'eterno, rimane il cielo, rimane il monte. Quando le religioni cadono, il panteismo le raccoglie nel suo seno.

Povero ed onesto campanile di Sulzena, col tuo gracile pinacolo roso dal tempo e dalle parietarie, coi tuoi nidi di colombi, coi tuoi squilli modesti non mi parevi in quel momento che un punto d'interrogazione lanciato nell'infinito, una domanda rivolta all'ignoto che non risponde.

La seduta era incominciata: un affannoso borbottio da formole legali veniva dalle finestre aperte della sala comunale a interrompere le mie riflessioni.

Quanto sperpero di preamboli, quanto apparato di autorità, divisti, diattesochè, diconsiderando, diritenuti, per uccidere la piccola gioia d'un uomo, per giustificare una piccola prepotenza e carpire il dominio di due palmi di terra infeconda!

Il segretario era asmatico, e, son sicuro, anche sdentato. La sua voce usciva a sibili ineguali e si raggomitolava in brontolii gutturali.

E dicono che la voce dell'uomo è il linguaggio dell'universo!Sarà,—in ogni caso non quella del segretario comunale di Sulzena.

Mentre si leggevano i documenti venuti dall'Intendenza, l'impazienza del Sindaco si tradiva con certi mugghi sinistri: si capiva che il messere si annoiava e avrebbe voluto andare per le vie più spedite.

Scommetto che egli imprecava in cuor suo alla Costituzione, la quale aveva l'impertinenza di imporre tanto formulario al suo volere.

Tutt'ad un tratto egli interruppe il segretario.

—Basta, basta, sappiamo tutti di che si tratta: io vi ho detto chiaramente che quel terreno appartiene al Comune, a noi: che i nostri vecchi hanno avuto la dabbenaggine di lasciarsene spossessare dal prete: quella gente là pensava colla suola delle scarpe: trovava naturalissimo che la chierica facesse il suo prò del bene di tutti, non sapeva respirare se l'aria non era benedetta. L'uomo inutile, il solo che non lavora e non guadagna, era allora il solo necessario: egli aveva i terreni migliori, gli armenti più pingui, le donne più belle….

Povero Don Luigi,—egli un uomo inutile!—egli la vera, l'unica previdenza di quel piccolo mondo, il solo consolatore, il solo conforto di quelle ignorate sofferenze!

Il sindaco proseguì:

—Tutto è cambiato adesso; noi abbiamo aperto gli occhi e sappiamo far di conto; ipaternostere ideprofundisnon bisogna pagarli più di quel che valgono. Io rappresento il Re, io vi amministro e voi non mi date stipendio. Il prete rappresenta Dio che ha detto: il mio regno non è di questo mondo: con qual diritto il prete usurpa i terreni che non coltiva? Verrà tempo che gli daremo cento lire all'anno come all'inserviente…..

—E i poveri? domandò una voce fioca e tremula.

—I poveri, ribattè il sindaco stizzoso, i poveri… lavorino; vi dico che cento lire basteranno e saranno d'avanzo per farci battezzare e sotterrare. Intanto, sinchè non si fa la legge buona, cominciamo a levare gli abusi. Questo che abbiamo per le mani è uno. Noi abbiamo deciso di fare la strada al Fontanile per la Carbonaia: avete inteso che l'Intendente ha approvato ildeliberato. So bene che c'è stato qualche semplicione a cui la volpe nera ha saputo inspirare degli scrupoli. Essi hanno protestato. Perchè hanno protestato? Ma! Hanno saputo addurre una sola ragione? Ah che! fandonie, scrupoli di mia nonna; c'è voluto un bel coraggio per mandare quegli spropositi a Zugliano. un bel coraggio! E cosa ci hanno ricavato? un bel fiasco fesso. Chissà cosa credevano di fare scrivendo all'Intendente. L'Intendente non ha nemmeno voluto occuparsene. Avete visto, ha mandato il ricorso a noi, perchè noi lo mettiamo nella carta straccia. Gli è ciò che faremo subito. Segretario, scrivete che il Consiglio «in odio ai reclamanti delibera» che?

L'ultimo monosillabo del signor De Boni era motivato da una osservazione del segretario. Intesi la sua voce, divenuta dolcereccia e untuosa a dire:

—Che il sor sindaco mi compatisca; ma la espressione non s'usa…..

—E cosa si ha da mettere?

—Si scrive «reiette tutte le opposizioni, eccezioni, e deduzioni in contrario delibera ecc… ecc… »

E s'affrettò a soggiungere:

—È poi in sostanza la stessa cosa.

—Uff! sclamò il sindaco, mettete un po' quel che diavolo volete; l'uno o l'altro sgorbio per me è lo stesso,—fate il vostro mestiere. Noi dicevamo: delibera di mantenere in tutto e per tutto il suo primo deliberato e abilita la Giunta di andare al possesso del terreno detto la Carbonaia e di ridurlo allo scopo… allo scopo… in conclusione allo scopo che abbiamo detto…

—Sopra descritto, suggerì il segretario.

—Bene, avete finito? date qui che firmo subito.

A questo punto vi fu una nuova interruzione. Intesi un mormorio confuso, poi, dopo una pausa, il sindaco a domandare aspramente:

—Che c'è di nuovo? Qualcuno ci trova a ridire?

La voce che aveva parlato per la prima ancora più tremula e più fioca rispose:

—Ma, con buona licenza del sor sindaco, se mi si desse retta a me…

—Fuori, fuori queste ragioni, avete delle altre opposizioni da mettere insieme alle prime? Parlate chiaro.

—Mi perdoni il sor sindaco, ce n'ho… almeno mi pare che siccome la stagione è avanzata e per la strada del Fontanile adesso non ci sono fondi in bilancio, si potrebbe anche aspettare a dare un disgusto al sor curato…

—È lui che vi manda?

—Io dico il mio parere.

—Già già… ma lo sappiamo; vi conosciamo da un pezzo,—e credete che c'importi molto il vostro parere?

Il segretario entrò in mezzo con una proposta insidiosa.

—Se Leonardo ha delle opposizioni da fare le formuli, io le scrivo…

—Sicuro le formuli, senza indugio, che noi non siamo qui per suo comodo, le formuli,—ripetè in tuono sardonico il Sindaco.

—Io non me n'intendo…

—Eppure bisogna intendersene, aggiunse il segretario.

—Andiamo andiamo, date qua, che firmi, replicò il Sindaco… egli non ha che delle minchionerie…

—È una prepotenza, sclamò Leonardo.

—Come? badiamo ve' alle parole, gridò il sindaco.

—Oh la verità innanzi a tutto, disse più forte il coraggioso consigliere; sono vecchio e non ho più paura di nulla,—e vi dico che sono prepotenze. Io so che il paese ha molte obbligazioni a Don Luigi che ci ha sempre fatto del bene a tutti…

Mentre il sindaco parlava io avevo a stento frenato la voglia di dargli sulla voce. La protesta di Leonardo aveva suscitato tutte le mie simpatie,—Io avevo seguito le sue parole con tutto il cuore. A questo punto non potei contenermi e gridai forte:

—Bravo, così va detto.

Figuratevi l'effetto di questa audacia inaudita.

Seguì un cupo brontolio. Poi il sindaco si affacciò alla finestra. Era livido di collera.

—Che intende dire lei? mi domandò.

—Che Leonardo ha ragione, risposi ridendo.

Il sindaco mi diè un'occhiata furiosa. Ma tacque. Il che dimostra che nonostante la sua riputazione di brutalità egli sapeva all'uopo anche essere prudente.

Si ritirò e l'adunanza si sciolse.

Il signor Bazzetta venne a riprendermi e mi chiese celiando per qual ghiribizzo avevo voluto contraddire il sindaco. Egli non sembrava malcontento della scenetta e mostrò un ingenuo rammarico che non avesse avuto altro seguito. Però si compiacque di avvertirmi con quel suo favorito fare misterioso di guardarmi dalla collera del signor De Boni.

Visto che non riusciva per tal guisa al desiderato intento di impaurirmi mutò discorso e soggiunse:

—Vedete che Don Luigi fa male ad incaponirsi a quel modo: abbia torto o ragione, la maggioranza non è per lui. Avete inteso, benedetto uomo, una perla d'uomo, lo ammetto; sono il primo a riconoscerlo,—ma caparbio, caparbio,—e per un uomo di chiesa non è conveniente.

Non mi sentivo in vena di discutere e non volevo d'altra parte sentir maldicenze sul conto del mio ospite. Perciò mi sbrigai del molesto compagno senza troppe cerimonie e me ne tornai al Presbiterio dove, per colpa della mia distrazione, il riso s'era fattolungo.

Dacchè egli entrò in casa del curato, Aminta ed io divenimmo compagni inseparabili. I nostri due caratteri erano l'antitesi l'uno dell'altro: per questo andammo subito d'accordo. Egli trovava in me quello slancio e quell'arditezza che è l'inarrivabile ideale di tutte le indoli eccessivamente timide. Io mi acconciavo perfettamente del suo naturale buono, malleabile, della sua mente docile a tutte le mie fantasie. In tutte le amicizie vere e durature c'è sempre una volontà da una parte e una condiscendenza dall'altra. Non fo per dire, anzi lo ricordo ad onore dell'affetto di Aminta, la volontà che prevaleva era la mia.

Don Luigi s'era accorto dell'influenza che io esercitava sopra il giovanotto. e, fin dai primi giorni, dandomi mezzo per celia, e mezzo sul serio, il vanto di un conquistatore di simpatie, aggiunse:

—Voi potete renderci un grande servizio. Aminta è in età da dover scegliere definitivamente il suo sentiero per tutta la vita. Ora io temo la sua eccessiva arrendevolezza. Non vorrei che la riverenza o l'affezione che quel buon ragazzo mi porta, reprimesse, in cosa di tanta importanza, le vere inclinazioni del suo spirito, che egli mi facesse l'inutile e deplorevole sagrificio di tutta la sua esistenza. Credete voi che Aminta abbracci volentieri la carriera ecclesiastica?

Risposi schietto:

—Non credo.

Don Luigi non solo non mostrò rammarico; ma parve invece rasserenarsi.

—Ma, poverino, nessuno qui vuol fargli violenza, sclamò con una adorabile tenerezza.

—Scandagliatelo voi per bene, disse poi, senza ch'egli s'avveda e sospetti che voi lo facciate per mio suggerimento. So che siete buon osservatore. E se scoprite la menoma ripugnanza a proseguire nella carriera, intrapresa per volontà altrui, rassicuratelo pure, rincuoratelo a manifestarmi i suoi desiderii,—e se ci sarà possibile, farò di tutto per contentarli.—Non vi faccia stupore il sentirmi così poco zelante nel procacciare proseliti alla chiesa militante. Nelle circostanze presenti io credo ch'essa abbia d'uopo piuttosto di soldati volonterosi che di un esercito sterminato. I tiepidi sono nella battaglia inciampo agli altri.

Accettai l'incarico e mi posi senz'altro all'opera.

Dal suo canto Aminta mi facilitò il compito con la sua piena confidenza, e col suo candore ammirabile.

Egli mordette meravigliosamente a tutte le seduzioni che io, Satana tentatore, dal Tabor della mia fantasia, seppi fargli balenare innanzi alla mente abbagliata.

Egli trovò che tutte le gioie della vita erano una ad una preferibili all'alto onore di divenire ministro di Dio.

E non era solo vaghezza giovanile la sua, fascino improvviso e momentaneo. No; c'era in fondo in fondo al suo carattere qualcosa di irregolare, di esuberante che si può talvolta frenare, non mai sopprimere.

Sorpresi sotto l'epidermide della sua timidezza quel germe fatale di malinconia da cui sbocciano le passioni violente.

E non già ch'egli fosse corrotto: tutt'altro; non oso dire ch'egli fosse innocente se innocente è sinonimo d'ignoranza;—ma era certamente virtuoso. In altri termini egli lasciava il freno sul collo alla immaginazione, ma stringeva con un morso di ferro le proprie azioni. Era poi estremamente scrupoloso… A dieciotto anni egli serbava fede alla corta morale insegnatagli da Mansueta, povera sempliciona, indole tranquilla che era passata dall'infanzia alla vecchiaia senza fermarsi un istante nella giovinezza.

Io lo condussi mano mano a raccontarmi tutte le sue battaglie, tutte le discipline con cui da parecchi anni puntellava la sua continenza.

Destinato all'altare, egli sentiva l'obbligo d'esserne degno a qualunque costo.—Non capiva che ci potesse essere dei sacerdoti dissoluti. E non aveva mai pensato nello scabroso adempimento dei suoi doveri a una cosa molto più facile,—quella di emanciparsene.

Fui io a fargli intravedere questa possibilità.

La sua gioventù vi si abbrancò subito tenacemente.

Mi ricordo di quando affrontai con lui il dilicato argomento dell'amore. Tremava dalla commozione.

Per Aminta non esistevano donne,—ma bensì la donna, un essere collettivo, universale come il sole.

Un sensualismo elevato a misticismo, per cui, negli anni della nostra adolescenza, tutti siamo passati e da cui la conoscenza della vita reale ci è venuto a levare.

Ma Aminta non s'era mai trovato vicino a donne.

Io lo avevo sorpreso colle confessioni di Rousseau, il più pericoloso ed il più corrotto dei moralisti: ma era allora tutt'altro che sicuro di ciò che leggeva in quel libro.

Non poteva persuadersi che non fosse favola. E anche in questo sono stato io il primo ad illuminarlo.

In breve dovetti accorgermi che invece di scandagliarlo l'avevo, come direbbe una bacchettona, pervertito.

Un giorno feci la prova di dirgli;

—Quando si torna in seminario?

Aveste visto il suo sgomento! Come diventò smorto! Si strinse al mio braccio e mormorò:

—O Emilio, che cosa terribile rientrare in quel carcere!

Stetti qualche minuto ad osservarlo, poi gli dissi:

—Non vuoi andarci più? vuoi che io ne parli a don Luigi?

Mi saltò al collo e mi baciò con tanta effusione di riconoscenza che mi commosse fino in fondo alle viscere.

—Credi che consentirà? mi domandò rannuvolandosi di nuovo.

—Lo spero, risposi, per lasciare al buon curato intero il merito di dargli la grande novella.

—Quando ne parlerai?

—Oggi stesso….

—No, oggi no: domani, ma che non ci sia io.

Promisi di contentarlo.

Ma quella stessa sera riferii al curato il tenore di quel nostro colloquio.

Il buon prete mi strinse con effusione la mano e mi ringraziò così vivamente del servizio resogli che a dir il vero ne arrossivo un poco. Mi pareva disdicevole che il Signore ringraziasse Mefistofele d'avergli sedotto il suo Fausto.

Ma come, ripensandoci poi, dovetti ammirare la profonda rettitudine, l'alta carità di quell'animo superiore!

Era una mente troppo vasta per capire nello strettoio del fanatismo; egli vedeva le cose dall'alto e da lontano. Per lui la fede e l'abnegazione non era passiva obbedienza,—ma elezione volontaria: e tale la voleva negli altri.

Aveva una frase sua per condannare le professioni forzate.

Diceva:—l'olio di mallo va tutto in fumo.

Egli aggiunse quella sera queste confidenti parole:

—Io ho scelto volentieri questo mio stato: era il solo che si confacesse al mio carattere; l'ho abbracciato con trasporto come una tavola di salvezza per il mio spirito saturo del mondo…. Eppure…. quanti errori non ho commessi!…

Era la seconda volta che mi parlava di sè e sempre per accusarsi!

—Noi abbiamo forse evitato molte disgrazie, mi disse poi.

Noi si faceva questi discorsi passeggiando sotto il pergolato in attesa della cena.

In uno dei tanti giri che facemmo, svoltando rapidamente levai a caso lo sguardo ad un finestrello mezzo nascosto nel fogliame di un melo tirato a spalliera: e mi parve di scorgervi una figura che si ritraesse frettolosa nell'ombra.

Quel finestrello illuminava un corridoio che dalla sacrestia metteva all'appartamento di don Sebastiano.

Mi venne il sospetto che il cupo vicecurato ci stesse ascoltando.

E lo dissi a don Luigi.

Si rabbuiò un momento; poi, data una crollatina di spalle:

—Non monta, sclamò; in fin dei conti non facciamo nulla di male.

Ciò era vero; ma i suoi sentimenti elevati, purissimi potevano essergli imputati a colpa da animi piccini.

E, in ogni caso, egli si fidava troppo. Ci era là chi poteva dargli di grandi molestie, come si vedrà in seguito.

Don Luigi era tanto contento quella sera, che non si diè pensiero di questo piccolo incidente e continuò il discorso.

Mi scordai di riferirgli la promessa data ad Aminta.

Però egli mi tradì subito involontariamente. Non sì tosto, rientrando in casa, ci imbattemmo nel giovinetto, gli corse incontro, lo prese sottobraccio e avviandosi verso lo studio, gli spiattellò senz'altro quanto sapeva sul conto suo, e si affrettò a rassicurarlo dichiarando che, essendosi incaricato del suo avvenire, non solo non intendeva fargli violenza, ma sentiva l'obbligo di aiutarlo a cercare una carriera che fosse interamente di suo genio.

Infine Aminta mi fu riconoscente di avere precipitata questa spiegazione tanto temuta e così insperatamente gradevole.

Dapprincipio il poveretto non osava quasi credere alle proprie orecchie: poi rimaneva interdetto: provava una terribile soggezione del suo successo.

Passammo una gioconda, una deliziosa serata. Si fecero i più lieti pronostici e i più vari disegni per l'avvenire di Aminta.

Anche Mansueta fu chiamata a intervenire nella conversazione. Ella, a dir il vero, ci teneva moltissimo alla ordinazione del nipote. La povera vecchierella non conosceva nel mondo nulla di più augusto che il rocchetto sacerdotale. Per lei i gradi ecclesiastici erano le anella di una catena che legava il mondo al paradiso e doveva finire in mano a Dio addirittura, Ma l'autorevole parere di don Luigi bastava a dissipare tutti i suoi scrupoli.

Alla fine si risolvette che non si risolverebbe nulla prima di sentire anche il dottor De Emma,

Chiarite così le cose, la vita al Presbiterio si fece più intima e confidente. Io, come intermediario, partecipavo alla gioia comune.

V'era però una nube in tanta serenità, una nube minacciosa di arcane tempeste: il contegno di don Sebastiano.

Era divenuto più molesto che mai nella nostra piccola comunione d'anime. Diveniva ogni dì più arcigno ed asciutto. Io che solo avevo il diritto di infischiarmene, gli avevo posto nome don Incubo,—ma m'inquietavo pei miei amici.

Il vicecurato con don Luigi e con me non parlava mai neppure indirettamente di Aminta.

Però era certo ch'egli era informato di ciò che succedeva,

Mansueta ci aveva riferite alcune buie parole dette da colui riguardo al nipote, dalle quali si arguiva ch'egli disapprovava vivamente il progettato mutamento.

Ma non badavamo troppo a lui.

Uno di quei giorni venne il dottor De Emma, espressamente invitato da don Luigi, e si tenne al Presbiterio una specie di consiglio di famiglia al quale presi parte con voto consultivo.

Il dottore si mostrò più impensierito che non avrei supposto della guerra dichiarata al sindaco per causa di Aminta. Fui non poco sorpreso allora delle sue visibili apprensioni, la cui causa rimaneva per me un mistero.

Non potevo persuadermi che un uomo di posizione e di carattere tanto superiore e tanto indipendente si desse fastidio della malignità di un sindaco montanaro.

Nè questa fu la sola stranezza che venne in quel colloquio ad eccitare la mia curiosità.

Il signor De Emma non biasimò tuttavia l'appoggio dato ad Aminta e anzi riconobbe la necessità imprescindibile oramai di provvedere alla sua sorte e diede tutta la sua approvazione al progetto di fargli mutar professione.

Per questo la sua scienza materialista si trovò mirabilmente d'accordo con la carità evangelica del buon prete.

Ma quando si venne ad avvisare i nuovi disegni di educazione, le sue perplessità rinacquero.

Don Luigi accennò ai pericoli a cui il giovinetto sarebbesi trovato esposto nella nuova sua condizione e si mostrò desioso di mettere la propria responsabilità al coperto di qualsiasi probabile insuccesso.

—Se col desiderio di giovargli non riuscissimo che a fargli il male, disse, sarebbe imperdonabile. Se potessi seguirlo, proteggerlo, io son certo che il mio affetto supplirebbe alla esperienza che mi manca, ma cosa posso fare io di qua!….

E si interruppe coll'esitanza di chi vuol essere capito a mezze parole.

Il signor di Emma tentennò più volte il capo poi, dopo una pausa discretamente lunga:

—Mio caro, vi parlerò francamente. Vi assicuro che sarei felicissimo di far io da guida ad Aminta nei suoi primi passi nel mondo; ma non posso direttamente interessarmi per lui senza mettere di nuovo a repentaglio la pace della mia casa. Quella donna benedetta si torturerebbe con chissà quali supposizioni….

—Avete ragione, mormorò il curato chinando la testa.

Non si toccò più il tasto delicato. Non riuscii a decifrare il senso di quelle parole; solo mi parve d'intendere che «quella donna benedetta» fosse la signora De Emma.

Ma qual era la causa delle sue diffidenze rispetto ad Aminta?

Qui stava il nodo della quistione.

Alcuni giorni dopo credetti, per una fortuita circostanza, di essere sulla via di risolverla.

La bella stagione è breve a Sulzena: sono poco più di tre mesi, dal primo fieno, in giugno, alla bacchiatura delle noci in settembre.

Questo è l'ultimo raccolto e precede solo di poco il ritorno delle mandre dall'alpe.

Alcuni giorni dopo scende da tutti i sentieri della montagna un malinconico concerto di squilli: si direbbe che si suoni a stormo contro il gran nemico, l'inverno.

Poi succede un vasto silenzio; il gorgoglìo del torrente si fa più cupo, più roco: le vette vicine si mettono il cappuccio grigio:—e vien giù un'acqueruggiola diacciata che spicca dagli alberi l'ultime foglie, gli ultimi boccioli dischiusi alla fallace lusinga di un estremo sorriso di sole estivo.

Qualche turchiniccia falda di fumo che si solleva quetamente è il solo segnale di vita che resti in quel morto paesaggio.

Il mio ospite non aveva voluto consentire ch'io partissi e, veramente, era riuscito a trattenermi senza troppa fatica. Desideravo tanto di conoscere la vita montagnola nell'inverno: non potevo augurarmi occasione migliore di soddisfare il mio capriccio.

Poi ci avevo preso gusto a tutto quello strano viluppo di casi in cui mi ero imbattuto. Mi pareva di partecipare a uno di quei fantastici romanzi tedeschi sul fare delWilhelm Meister, dove i più gravi avvenimenti si succedono e si accumulano sotto le apparenze di una quiete profonda. E lasciavo che giorno per giorno si accumulassero nella mia mente queste memorie con una delizia che dispero di trasfondere nell'animo dell'amico lettore (seppure ho dei lettori ). Ohimè i sentimenti che allora provavo così intensi, stesi sulla carta si mutano in vecchio e gelido convenzionalismo! Gli è che in molte cose si sente tutti ad un modo.

Il cattivo tempo mi aveva costretto ad interrompere i miei studi dal vero.

Passavo le ore a discorrere con quei di casa oppure nella mia stanza, davanti alla finestra a guardare giù distrattamente in fondo alla valle dove, talvolta squarciandosi la densa cortina di vapori che chiudeva l'orizzonte, vedevo le campagne lontane dipinte a mille colori dal raggio del sole autunnale.

Finalmente s'era deciso che Aminta sarebbe entrato al liceo e don Luigi aveva pensato di collocarlo presso un professore di Novara suo conoscente, perchè lo preparasse all'esame di ammessione. Il tempo stringeva; e dovetti, con vivo rammarico, separarmi dal mio novello amico.

Il curato lo condusse egli stesso al suo posto. Partirono una mattina verso la metà di settembre.

Io, schivo di prolungare la tortura delle separazioni, preferii salutarlo e rimanere a Sulzena.

Piovve tutto quel giorno.

Per ingannare il tempo mi diedi a frugare nello studio e sfogliare gli antichi registri della parrocchia.

Le generazioni di Sulzena sfilarono davanti a me:—poche stirpi che si riproducono e moltiplicano attraverso i secoli sullo stesso ceppo come gli abeti delle loro montagne. Sempre gli stessi cognomi coi nomi di battesimo che si ripetono alternati da nonno a nipote, per cui si direbbe che lo stesso uomo riapparisca a intervalli.

Alcuno scompare per sempre, non si sa se spento o emigrato,—tal altro riappare dopo un lungo tratto—come lo Strona.

Che misterioso fascino ho provato a ripassare quelle genealogie d'ignoti!

Passai molte ore in questa singolare rivista.

Un accidente venne a distrarmene.

Levando uno dei volumi, ne avevo smosso una fila nella scanzia, che, ad un tratto rovinò a terra.

Nel chinarmi a raccoglierli, vidi che era caduta coi libri anche una scatola di latta e giaceva a terra scoperchiata e capovolta.

Conteneva dei ricordi: una fettuccia tricolore, una palla di fucile, un mazzolino di fiori appassiti, un piccolo volumetto di Tacito, stampato a Parigi nel 1665, logoro e spiegazzato agli angoli,—e finalmente un piccolo astuccio di velluto turchino sbiadito.

La coscienza mi avvertì che stavo per commettere un abuso di confidenza e il mio primo pensiero fu di raccogliere quelle reliquie e di rinchiuderle senza guardarle. Ma fidatevi degli artisti: essi sono avvezzi a coonestare, col pretesto di studiare il mondo, le più indiscrete curiosità. Non potei resistere alla tentazione.

Apersi l'astuccio, e, immaginatevi la mia sorpresa, ci trovai il ritratto in miniatura di una ballerina nel suo costume di teatro.

Era una figura di singolare bellezza; un visino diciottenne, delicato, pallido, assottigliato dal dolore o dalle infermità, un'aria di bontà capricciosa, una soave fierezza di fanciulla viziata.

Una corona di rose bianche le cingeva il capo da cui scendevano lunghi riccioloni di capelli biondi: altre rose le inghirlandavano la vita sottile e ornavano il gonnellino azzurro.

Ella rassomigliava a qualcuno che io conosceva: ma non sapevo a chi.

Ero tanto assorto cogli occhi sul ritratto, a frugare nella mia memoria per evocare al confronto tutte le fisonomie femminili che avevo prima vedute,—che non mi accorsi della presenza di Mansueta, se non quando la sentii esclamare:

—Oh il ritratto di Rosilde che credevo avere perduto! Dove l'aveva cacciato?

Rosilde, la madre di Aminta! Diffatti ella aveva i suoi lineamenti.

—Vostra sorella era ballerina! domandai.

—N'è vero che disgrazia? sclamò la buona donna tentennando dolorosamente la testa,

E soggiunse:

—La poveretta non ce n'ebbe colpa: ma ha pur fatto una dura penitenza.

Si capiva dall'intonazione delle sue parole che ella voleva un gran bene alla sorella e che sentiva il bisogno di scagionarla di una cosa che a lei montanara e devota doveva parere una enormità: essere ballerina!

Ho notato che l'avversione per la gente da palcoscenico è maggiore nelle classi inferiori che non sia nelle superiori.

Un artista di teatro può lusingarsi di essere ricevuto a Corte, non sarà mai rispettato nella casupola di un campagnolo.

—Non credo, continuò Mansueta, che Rosilde fosse contenta di quel suo stato; l'aveva scelto a fine di bene… ma pur troppo, farina del diavolo va tutta in crusca.

—Com'è andata? domandai.

La donna era per lo meno tanto desiderosa di farmi le sue confidenze quanto io di ascoltarle.

«Noi siamo di Castelletto sulla riva destra del Ticino.

«Nostro padre faceva il pescatore, il barcaiuolo tra Sesto Calende e il nostro paese e un po', come tutti dalle nostre parti, il contrabbando di tabacco.

»Coi suoi guadagni stentava a mantenerci; la famiglia non era grande; ma non c'erano altri uomini; la mamma era da parecchi anni sempre ammalata, io avevo il mio da fare per assisterla e sbrigare le faccende di casa: mia sorella era una bambina,

»Noi eravamo molto poveri e molto disgraziati; certe volte d'inverno restavamo delle giornate intiere senza pane e senza fuoco.

»Con tutto ciò il povero papà era un uomo di buon umore: pigliava in santa pace le miserie che Dio gli mandava e portava la sua croce senza tirar mai un lamento.

»Quando non faceva freddo, e c'era un po' di polenta in casa, e il male dava un po' di tregua alla mamma, egli diventava subito allegro e ci faceva ridere colle sue storielle e le sue barzellette.

»Egli andava matto per il suono e per il ballo. Era stato soldato di Napoleone e musicante di reggimento; egli sonava il clarinetto in guisa da far stordire. Lo venivano a cercare da molte miglia lontano per tutte le sagre dei dintorni e non si faceva festa senza di lui; era conosciuto per questo da tutte le due parti del Ticino collo stranome disuonatore.

»In casa, tutte le ore che gli restavano, le dedicava alle sue arie. Nei molti paesi dov'era stato, in Francia, in Spagna nei paesi tedeschi, avea imparato molte maniere di balli, e la domenica, dopo vespero, ce ne insegnava qualcuno.

»Con me era fatica buttata; non ho mai saputo ballar bene una monferrina; poi non mi piaceva. Ma la Rosilde somigliava a lui in tutto ed anche nella sua passione: imparava a meraviglia tutte le riverenze, e gli scambietti e le giravolte e il papà si sfaceva dalla contentezza a vederla. Poverino, se avesse potuto prevedere l'avvenire! Già il curato lo diceva che quel gran ballare doveva portarle disgrazia. Ed ha indovinato veh!

»Tutti ne facevano le meraviglie e correvano a guardarla quando saltellava davanti all'uscio di casa.

»Una volta passò di là un gran signore, il marchese di Morzate,—stava a Milano e aveva qualche possesso vicino a Castelletto.

»Si fermò cogli altri e al fine della sonata si fece innanzi e regalò a mia sorella un pugno di monete d'argento.

»Da quel giorno in poi il marchese tutte le volte che capitava in paese non mancava mai di venirci a trovare, faceva ballare la Rosilde, la guardava a bocca aperta e le dava sempre qualche cosa.

»Era un brav'uomo, ma avrebbe potuto farci carità migliore.

»Malgrado la sua età avanzata era anche lui, come il babbo, caldo per la danza e anzi dirigeva e sopraintendeva la scuola di ballo di Milano.

»Cominciò col proporre a papà di collocarvi la Rosilde; poi insisteva sempre su questo progetto e diceva che ella avrebbe fatto fortuna e ci avrebbe potuti aiutare tutti.

»Ma il papà tenne duro e non volle mai acconsentire. Egli era lusingato dall'offerta, ma l'idea di separarsi dalla Rosilde, che era tutto il suo solazzo, gli ripugnava. Conosceva abbastanza il mondo per temere i pericoli. Rispondeva:—non bisogna mutare un piacere in professione.

»Dio lo benedica per le sue buone intenzioni e magari ce lo avesse lasciato più a lungo!

»Ma dovevano capitare tutte a noi.

»Ogni anno crescevano le nostre avversità.

»Le malattie della mamma si facevano sempre più gravi, e finalmente la resero paralitica di tutte e due le gambe.

»Ella era in questo stato da parecchi anni, quando il Signore volle inviarci la prova più terribile.

»Una notte di inverno,—una notte che pareva la fine del mondo,—il vento faceva traballare la nostra casuccia dalle fondamenta. Il papà, come spesso accadeva, era fuori; io non potevo dormire, ero inquieta più delle altre volte. Tutto ad un tratto in un momento che il vento era queto intendemmo due schioppettate dall'altra riva del fiume. Diedi un balzo sul letto; Rosilde che dormiva con me mi si avviticchiò alla vita: tutte due avevamo un gran batticuore. Anche la mamma si svegliò e disse:Libera nos Domine. Pareva ce l'avessero detto, che quei colpi erano diretti contro di noi!

»La mattina dopo, il fiume correva grosso e torbido e noi due ritte sulla via tenendoci per mano piangevamo dirottamente senza chiederci il perchè. Il babbo non era tornato.

»Verso mezzodì due pescatori ci ricondussero la nostra barca. L'avevano trovata fitta capovolta in un banco di sabbia.

»La disgrazia oramai era certa.

»Diffatti seppimo quella stessa sera che avevamo perduto il nostro povero padre. Sorpreso dai doganieri austriaci mentre stava scaricando del tabacco, aveva tentato di fuggire ed era riuscito a prendere il largo. Ma essi gli avevano fatto fuoco addosso e pur troppo le due fucilate da noi intese non avevano fallito il segno…

»Mio caro signore, pensi un po' alla miseria in cui ci trovammo. Oramai erano più i giorni di fame che quegli altri. Io facevo qualcosa, quel poco che potevo; aggiustavo reti, lavoravo in campagna, filavo, tutto ciò che mi si offriva,—ma ci voleva altro! La povera mamma gemeva dì e notte che era uno strazio a sentirla,—e non poterla soccorrere!…

»Come abbiamo potuto tirare innanzi non lo so: se non siamo morti tutti e tre quell'anno gli è che non era la nostra ora.

»L'estate seguente venne il marchese a Castelletto, chiese di noi e passò a trovarci.

»Egli parlò di nuovo della scuola di ballo per la Rosilde: disse che non bisognava farle perdere uno splendido avvenire; che ella poteva diventare la nostra Provvidenza, che intanto egli avrebbe pensato a lei ed anche alla mamma. Insomma tanto fece, tanto promise che noi non si sapeva cosa rispondere.

»Tuttavia la mamma esitava a dir di sì.

»Rosilde allora saltò su a dire che voleva andare, e ci fe' stupire colla fermezza della sua risoluzione. Aveva poco più di dieci anni.

»—Brava, esclamò il marchese tu hai più senno di tutti. Se tua mamma si ostina a dir di no, peggio per lei.

»Egli ci fece poi ripetere le sue offerte e le sue esortazioni dal sindaco e da altri signori del luogo tantochè la mamma si decise alla fine un po' per le ragioni che coloro le dicevano, e un po' per quelle che la miseria le suggeriva, di arrendersi.

»Rosilde andò quello stesso anno a Milano. Il buon marchese fu di parola, si adoperò per lei e cominciò a mandare una piccola pensione mensile.

»Passarono così cinque anni.

»Rosilde veniva l'estate a passare con noi qualche settimana.

»Ella si faceva grande e bella,—ma scommetterei che non era contenta. Appena arrivava a casa, smetteva i suoi abiti signorili per vestire più dimessamente alla nostra foggia: parlava poco e sempre malvolentieri della sua vita di Milano e si sarebbe detto che volesse dimenticarla e farla dimenticare. Poi ci pativa tanto a lasciarci. Non si lagnava, simulava indifferenza,—ma di notte piangeva e io trovavo l'indomani il guanciale bagnato dalle sue lagrime.

»Ella non era nata per quel mestiere.

»Un'altra, che fosse stata di quella razza, al suo posto si sarebbe leccate le dieci dita.

»Il marchese le voleva bene come ad una figliuola; la faceva tenere come in uno scatolino. dentro alla bambagia: avesse desiderato delle cose, egli non le raccomandava che di chiederle. Preveniva tutti i suoi capricci, anche quelli che non aveva.

»Ma dopo cinque anni mancò improvvisamente. Dopo la sua morte mia sorella venne a casa e ci si disse che aveva risolto di cominciare la sua carriera libera, e che aveva già trovato una scrittura per un teatro di Venezia.

»Quella volta ci lasciò con minor rincrescimento, e baciando la mamma le disse: allegra, che d'ora innanzi non vivrai più di elemosina, ma di quello che guadagnerò io.

»Ma la mamma, dopo tanti anni di agonia miracolosa, chiuse gli occhi poco dopo, e Rosilde non ebbe la consolazione di poterla soccorrere in nulla.


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