CAPITOLO II.(1853-1856.)
Il Carducci alla Scuola Normale Superiore di Pisa. — Pratiche religiose. — Burle dei compagni. — Riunioni al caffè dell’Ebe. — Il ponce nel guardaroba. — «Viva Giove! abbasso il successore!» — IlPoverello d’Assisie i Fioretti di san Francesco. — Il mercato dei maialini. — Allocuzione aimaialini fratelli in Gesù. — Latoiletteper prepararsi a studiare Tito Livio. — Una lezione di letteratura italiana presa dal Nisard. — Prepotente bisogno di studiare. — Rigori disciplinari e beghineria. — Il beato Giovanni della Pace. — Lettera del Carducci sulla Scuola Normale. — Umor nero. — La cerimonia della laurea. — Gli esami di magistero. — Epopea sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera. — Pratiche e raccomandazioni per la nomina del Carducci a maestro di retorica nel Ginnasio di San Miniato.
Il Carducci alla Scuola Normale Superiore di Pisa. — Pratiche religiose. — Burle dei compagni. — Riunioni al caffè dell’Ebe. — Il ponce nel guardaroba. — «Viva Giove! abbasso il successore!» — IlPoverello d’Assisie i Fioretti di san Francesco. — Il mercato dei maialini. — Allocuzione aimaialini fratelli in Gesù. — Latoiletteper prepararsi a studiare Tito Livio. — Una lezione di letteratura italiana presa dal Nisard. — Prepotente bisogno di studiare. — Rigori disciplinari e beghineria. — Il beato Giovanni della Pace. — Lettera del Carducci sulla Scuola Normale. — Umor nero. — La cerimonia della laurea. — Gli esami di magistero. — Epopea sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera. — Pratiche e raccomandazioni per la nomina del Carducci a maestro di retorica nel Ginnasio di San Miniato.
La Scuola Normale Superiore di Pisa, istituita con decreto napoleonico del 29 gennaio 1813, riordinata con motuproprio granducale del 1846, fu, nella nuova sua forma di istituto aggregato all’Università, e perciò dipendente dal capo di essa, che allora chiamavasi Provveditore, aperta soltanto il 12 novembre 1847. Era, ed è ancora, una specie di Collegio convitto (come il Ghislieri di Pavia), con un certo numero di posti gratuiti, che si conferisconoper concorso fra giovani che hanno compiuto gli studi secondari e vogliono darsi alla professione dell’insegnamento. I giovani ammessi hanno nella scuola, salvo che non chiedano un correspettivo in denaro, vitto e alloggio durante il corso degli studi universitari, assistono alle lezioni dell’Università, hanno altre lezioni nell’interno del Convitto, e al fine degli studi prendono, oltre la laurea, il diploma di magistero, cioè di abilitazione all’insegnamento nelle scuole secondarie.
Sulla fine del 1853 il Carducci si presentò alla Scuola accompagnato dal padre. Era vestito dell’uniforme prescritta allora dal regolamento (soprabito e panciotto di panno turchino, calzoni neri, mantello nella stagione invernale, e cappello a staio). I normalisti, che erano sparsi a crocchi nell’andito del primo piano, aspettando il suono della campanella che li chiamasse a desinare, fecero subito liete accoglienze al nuovo venuto; e bench’egli fosse di modi un po’ bruschi, presero subito a volergli bene.
Uno di quei normalisti, entrato anche lui in quell’anno alla Scuola, che si affezionò subito al Carducci, e gli fu poi sempre amico fedele e sincero, Ferdinando Cristiani, scrisse, pregato da me, una breve notizia sulCarducci alla Scuola Normale, che fu pubblicata nellaRivista d’Italia(fascicolo di maggio 1901). Da essa e da alcuni appunti favoritimi da un altro compagno di studi del Carducci alla Normale, il prof. Giuseppe Puccianti, traggoper la maggior parte il materiale di questo capitolo, riferendo, dove mi sembri opportuno, le parole stesse dei due egregi uomini amici miei.
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«Gli atti della vita quotidiana della Scuola Normale, scrive il Cristiani, erano regolati da un rigido orario, per la veglia e il riposo, per lo studio e la ricreazione, per la mensa e il passeggio, per la messa e il rosario. Poteva forse a qualcuno mancare la voglia, ma non il tempo, di pregare: ogni mattina la messa, ogni sera il rosario ed altre giaculatorie non brevi. Nè finivano qui gli obblighi religiosi; chè ogni due o tre mesi un reverendo veniva a fare raccolta dei nostri peccati.
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»Ogni mese dovevamo pure intervenire, cogli altri scolari della Università, alla congregazione, nella chiesetta di San Sisto. Guai a chi avesse ciarlato durante la lunga predica, o fosse mancato all’appello; i bidelli con lapis e carta prendevano nota di tutto per riferirne ai superiori. Per giunta alla derrata, tutte le domeniche c’era spiegazione del Vangelo, fatta dal Rettore.
»Tutte queste pratiche di religione toglievano del tempo allo studio; e il Carducci, che del tempo era economo come l’avaro della borsa, portava anchealla messa, in cambio del libro d’orazioni, un qualche classico del formato in sedicesimo.
»Qualche volta i compagni stessi si divertivano a disturbarlo mentre egli studiava; ed ecco come. Al Carducci, ricevuto normalista, era stata assegnata la seconda camera a destra di chi entra dalla porta del corridoio interno. Nella anticamera, una stanzuccia piuttosto buia, si trovavano in fila su una panca dieci lucernette d’ottone a un lucignolo e, d’inverno, anche dieci caldanini, che erano i nostri caloriferi. Sicchè, tornando la sera a casa, ognuno di noi andava a prendere il suo lume; e siccome a quell’ora Giosue stava già al lavoro, così a parecchi veniva il desiderio di dare un saluto all’amicoPinini.[10]Se Giosue era di buon umore, la porta di camera stava aperta, e allora s’entrava tutti e ci si sdraiava sul letto e si facevano scherzi che non spiacevano a Giosue; ma se poi ci dimenticavamo la discrezione, sapeva metterci fuori per amore o per forza. La camera serrata a chiave era segno d’umor nero, o forse di più intensa voglia di studiare; e siccome non si voleva neppur in quelle sere lasciar di salutarlo a modo nostro, gli si faceva la serenata in coro, cantando stornelli di vario genere con accompagnatura di contrabbasso,fatica specialedi un nostro compagno, che produceva quel suono strisciando il pollice all’uscio. La pazienza, si dice, ha un limite, e il Carducci faceva presto a varcarlo. Una sera, aperto l’uscio all’improvviso, rincorse di furia cantanti e suonatori, che fuggirono a gambe levate.
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»Dopo desinare, a stagion buona, scendevamo nel cortile, dove per unico passatempo erano una dozzina di grosse palle di legno da giocare alle bocce. A quei tempi non si parlava nè di ginnastica, nè di scherma, nè v’era biliardo o altro giuoco. Terminata la ricreazione, si studiava, ciascuno nella propria camera, fino all’ora del passeggio. Uscivamo a coppie, o anche soli, ma quasi sempre c’incontravamo fuori di Porta alle Piagge; e lì avvenivano spesso vivissime discussioni fra il Puccianti e il Carducci, tanto più vive quando il primo, per incitare l’amico alla lotta, metteva innanzi la questione della superiorità del Manzoni sugli altri poeti moderni: allora, da una parte e dall’altra se ne sentivano delle cotte e delle crude, e la disputa finiva a sera, quando tutti d’amore e d’accordo tornati in città ci riunivamo al caffè dell’Ebe. Riunioni clamorose e gioconde, che erano per Giosue il divagamento più grato. Là era nel suo vero regno, e, con davanti il ponce ed un sigaro in bocca, teneva desta per un’ora la geniale conversazione. Conveniva sovente a quei ritrovi seraliFelice Tribolati, ingegno arguto e narratore inesauribile di piacevoli aneddoti appresi dalla bocca di Giovanni Rosini, di cui fu ammiratore e familiare. C’era anche Narciso Pelosini, già dottore in legge e praticante l’avvocatura, allora giovane d’idee avanzate, non fervente cattolico come dipoi. Col Tribolati e col Pelosini, ora morti, veniva talora Francesco Bonamici, giovane di molti studi e d’ingegno e, come il Pelosini, di parola facile e abbondante.
»Qualche altro divertimento ce lo procuravamo da noi in collegio, nelle poche sere che i più denarosi avevano il permesso d’andare al teatro. Adunati in una stanza al terzo piano, che serviva ad uso di guardaroba, avendo con noi rhum, zucchero, limone, e una macchinetta a spirito, si faceva il ponce bianco, che sorseggiavamo poi allegramente tra i più svariati e gioviali discorsi e sollazzi.»[11]
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A proposito di burle e del Manzoni, una volta il Puccianti fece questa al Carducci. Passando una sera davanti alla porta della camera di lui e trovandola chiusa, perch’egli era già a letto, si mise a battervi su dei pugni così sonori, che avrebbero,dice lui,svegliato anche un baco da seta quando dorme la grossa. Giosue, se non era sveglio, si svegliò, e si diè a gridare con quanto ne aveva in gola e a bestemmiare. Il Puccianti, che non voleva altro, cessati i picchi, cominciò a declamare ripetutamente ad alta voce l’Inno del Manzoni:
Dormi, fanciul, non piangere,Dormi, fanciul celeste,
Dormi, fanciul, non piangere,Dormi, fanciul celeste,
Dormi, fanciul, non piangere,
Dormi, fanciul celeste,
con quel che segue. A ciò il Carducci non potendo reggere, balzò giù dal letto, aprì furiosamente la porta, e presentandosi sulla soglia ignudo com’era, gridò rabbiosamente: — Viva Giove! abbasso il successore! — Guai, dice il Puccianti, se i superiori l’avessero sentito!
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Una mattina i due amici andarono insieme all’Università. Appena arrivati, il bidello dice loro: Il professore stamani non fa lezione. Era una bella giornata di primavera, ed essi pensano di godersela andando a fare una passeggiata fuori delle mura. Giosue era di bonissimo umore, e in quella disposizione d’animo che, specie quando trovavasi in compagnia di qualche amico, eccitava in lui l’estro inesauribile delle bizzarrie. Bisogna sapere, dice il Puccianti, che tutti i giorni egli era come dominato da un’idea fissa. L’idea fissa di quellamattina era ilPoverello d’Assisi, per amore del quale egli aveva imparato a memoria i luoghi più belli e singolari di quel singolarissimo libro deiFioretti. «Quindi (cedo la parola all’amico Puccianti), appena uscito sul Lungarno tutto sorriso dal sole, in quell’ora del tempo e in quella dolce stagione sentì le varie voci della natura, e come se fin da quel giorno meditasse ilCanto dell’amore, molto comicamente e in istile che chiamerò francescano cominciò a tirar giù le lodi, non mica delGran Pan che non è morto, ma proprio delle creature, e più particolarmente di frate Sole, di frate Arno e perfino di suora Luna, che non c’era.
»In san Francesco la lauda delle creature son pochi versi, e lui (il Carducci) non la finiva più: un’idea o un’immagine se ne tirava dietro un’altra, come le ciliege. Basti il dire che dalla cantonata di via San Frediano eravamo arrivati alla Porta fiorentina, e lui seguitava con la stessa foga, anzi pareva che cominciasse in quel momento. Passata la Porta, ci fermammo sulla piazza di San Marco, e lì ci dette negli occhi uno spettacolo a cui non eravamo avvezzi. C’era il mercato dei maialini. A quella vista l’oratore francescano, che fino a quel momento si era occupato unicamente delle creature prive di senso, rivolgendosi a un tratto alle creature sensate, si fece ad esortare queileggiadri porcellini fratelli in Gesùa render grazie a Dio dei tanti doni che ne avevano ricevuti ec. ec.E siccome tutte quelledolci e divote cosele indirizzava specialmente a quello dei maialini che aveva più vicino, io, per metterlo al punto, gli dissi come in aria di sfida: — Sta bene che tu gli dica cotestedolci cose, ma scommetto che non hai il coraggio di abbracciarlo. — Non ho il coraggio...? o sta’ a vedere. — Si chinò, e gli stese le braccia al collo, dicendogliene in particolare delle altre anche più dolci. Dopo di che ce ne tornammo alla scuola senza altri incidenti.»
Quando trent’anni più tardi il Puccianti lesse il sonettoSanta Maria degli angeli, che è un’apostrofe a frate Francesco, e termina così:
Ti vegga io dritto con le braccia teseCantando a Dio: — Laudato sia, Signore,Per nostra corporal sorella morte!
Ti vegga io dritto con le braccia teseCantando a Dio: — Laudato sia, Signore,Per nostra corporal sorella morte!
Ti vegga io dritto con le braccia tese
Cantando a Dio: — Laudato sia, Signore,
Per nostra corporal sorella morte!
il pensiero gli corse subito al mercato dei maialini in piazza San Marco.
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Un’altra mattina, narra il Puccianti (ed anche qui lascio a lui la parola), «entro nella stanza del Carducci, e lo trovo tutto intento a pettinarsi, a farsi un bel nodo alla cravatta e spazzolarsi con cura, cercando di mettersi nella maggiore eleganza relativa possibile. — Vedi, mi dice, mettendomi a studiare Tito Livio, faccio come faceva (a prenderloa parola) il Machiavelli quando entrava nelle corti dei principi antichi, e li interrogava ed essi gli rispondevano, esi pasceva così del cibo che solum era suo, come ci dice egli stesso nella famosa lettera al Vettori. — O gli abiti curiali? domandai io. — Questi miei son tanto curiali quant’erano i suoi — mi rispose; e si mise a tavolino. Tanto è vero che gli scherzi suoi avevano bene spesso un fondamento erudito. E veramente fin d’allora possedeva un’erudizione singolare nelle cose storiche e letterarie e anche filologiche, così antiche, come moderne.
»Se un professore esponeva a scuola una dottrina non sua, senza indicarne le fonti, egli spesse volte le cercava e le trovava. Una volta appunto sentiamo all’Università una lezione sull’epopea primitiva e secondaria premessa da un nostro insegnante ad un suo corso sullaDivina Commedia. Ci parve bellissima, com’era veramente. — Sai da chi l’ha presa? — mi disse Giosue. — Dal Nisard. — Cerca il libro, traduce dal francese in buon italiano tutta la lezione, e chiamato poi a ripetere, la ridice con una franchezza tale da far meraviglia agli uditori. E non aveva mica molta facilità di parola; tutt’altro; anzi, preso all’improvviso, era spesso impacciato, e la frase gli usciva di bocca come a scatti, faticosa. Avvezzo fin d’allora a frugare col pensiero a fondo le cose, e a scegliere i modi più efficaci per manifestarle, faceva come sentire lo sforzo di una composizione necessariamente affrettata.Non era un parlatore, era uno scrittore fino da normalista. Ma in casi simili a quello detto sopra faceva sempre così: scriveva le cose da dire, le rileggeva più volte, e, siccome lo scritto dalla carta gli si stampava nella memoria tenace, venuto il momento le ridiceva tali e quali, e stavo per dire le rileggeva ad alta voce nellibro della mente.»
Alla meravigliosa erudizione del giovane Carducci conferiva senza dubbio in gran parte la memoria felice, ma in parte anche maggiore lo studio, ch’egli fece sempre intenso e continuato. Lo studio non era per lui l’adempimento di un dovere, era un bisogno prepotente dello spirito. Narra il Cristiani ch’egli, concedendo al sonno poche ore della notte, passava quasi sempre l’intera giornata a studiare. «Anche oggi, dice, passati da allora quarantacinque anni, mi par di vederlo seduto al suo tavolino, con in bocca una gran pipa di spuma, tutto assorto nello studio degli autori suoi prediletti, scriver note e pensieri, o scattar come una molla e, a passi concitati, andar su e giù per la camera, declamando ad alta voce i luoghi degli scrittori ond’era più fortemente commosso.»[12]Anche attesta il Cristiani che, mentre parecchi normalisti, come in generale accade alla maggior parte degli studenti, erano costretti a lunghe veglie all’avvicinarsi degli esami, il Carducci non avea bisogno, per prepararsiad essi, di alterare menomamente il suo sistema di vita e l’ordine delle sue occupazioni. Non solo: ma come egli, buono in fondo e cordiale nonostante i suoi modi un po’ bruschi, era largo d’aiuto ai compagni, che all’occasione non lo risparmiavano, così trovava il tempo di ripetere e spiegare loro le lezioni dei professori; ciò che accadeva specialmente verso la fine dell’anno scolastico.
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Che cosa il Carducci pensasse dei suoi insegnanti, della vita e degli studi alla Scuola Normale, appare da una lettera ch’egli mi scrisse ai primi del 1856, quando faceva là l’ultimo anno. Sicuro, non bisogna prendere alla lettera le sue parole, il cui colorito è estremamente acceso, come portava la sua bollente natura e la irritazione dell’animo prodotta dall’ambiente in cui era costretto a vivere.
Pisa, e specialmente l’Università e la Scuola Normale che n’era parte, scontavano le pene del loro passato liberalismo; le pene dell’aver protestato per non voler le Dame del Sacro Cuore, le pene delle lezioni patriottiche del Centofanti e di altri professori, le pene del battaglione universitario del 1848. Da ciò una recrudescenza di beghineria che pesava sopra tutta la città, da ciò l’eccesso di pratiche religiose, con le quali si credeva stupidamente di rimettere la gioventù nella retta via dell’ossequio allaChiesa e allo Stato (cioè al restaurato Governo granducale); da ciò i nuovi e inauditi rigori verso gli studenti, ai quali per ogni menoma scappatella si minacciavano e si applicavano punizioni; da ciò il Provveditore trasformato in una specie di capo di Polizia, e i bidelli e i serventi in spie e questurini.
Naturalmente se c’era modo di mantener viva l’agitazione nei giovani per il desiderio della libertà, e il trionfo delle idee patriottiche era codesto.
Immaginarsi come ne dovesse fremere internamente il Carducci! Egli aveva, è vero, una distrazione potente e un conforto grande negli studi, che lo assorbivano intero; ma in cotesto porto, nel quale riparava dalla vita reale, lo sdegno e la irritazione contro questa trovavano nuovo alimento, e le sue idee e i suoi pensieri se ne coloravano sempre più in nero.
Quella recrudescenza di beghineria che ho detto, della quale l’Arcivescovo e il clero di Pisa profittavano pei loro fini, soffiandoci dentro in tutti i modi, diede occasione al Carducci di scrivere la poesia satiricaAl beato Giovanni della Pace, ch’è stampata in fine deiJuvenilia. Mandandomela nel maggio del 1856, mi scriveva: «Ti voglio mandare uno scherzo fatto in questi giorni, non perchè meriti come poesia, ma perchè tu vegga come ad ogni occasione io protesti contro il secoletto ipocrita. Da un pezzo in qua (due anni mi pare) è venuta la manía di riscavare i vecchi santi e di metternesu de’ nuovi, ultimo guizzo dell’idea cristiana-romantica. A questi giorni, e precisamente dopo trattata e firmata la pace di Parigi, hanno trovato un frate del secolo XIII, che appunto ha nome diGiovanni della Pace, venerato in Pisa nei secoli passati. Hanno stabilito di riscavarlo, metterlo in onoranza nel Duomo, portarlo a processione. Figurati il buggerio. Il Carducci ha scritto questoInno sacro.» Seguiva la trascrizione dell’Inno: poi ripigliava la lettera, parlando delle pratiche ch’ei già faceva per avere il posto d’insegnante di retorica a San Miniato, chiedendo in proposito qualche consiglio agli amici, e dandoci la notizia che aveva stabilito di cominciare nelle vacanze la traduzione in versi del III libro dell’Eneidedi Virgilio e dellaTeogoniadi Esiodo.
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Ed ora ecco alcuni frammenti della lettera alla quale sopra ho accennato. A me era venuta improvvisamente l’idea di abbandonare il meschino impiego che allora avevo, e di andare alla Scuola Normale. Ne scrissi al Carducci, chiedendogli consiglio e istruzioni; ed egli mi rispose: «E tu.... vorresti entrare nella Scuola Normale? Cessi Dio tanto pericolo che ti minaccia se tu vieni qua, dove questa marmaglia o ti farà perdere il senno o ti spingerà al suicidio.... Se tu vieni qua, dalla parte dell’insegnamento (del latino), avrai un professore ciarlone,che ti stancherà a forza di citazioni e di date quando fa bene, quando cioè copia da tutti i libri che può aver per le mani, senza mentovar mai nessuno: del resto ti dirà con aria cattedratica quelle cosette che sanno anche i bambini della seconda, senza un’ombra mai di critica, senza un bagliore di ragionamento; cose fritte e rifritte da tutti gli accademici, da tutti gli scrittori di retorica, da tutti gli arcadi di tutti i tempi; e così correranno i tuoi tre anni di studi sulla letteratura latina, sulla quale perderai molti giorni senza imparare altro che date.... Per la letteratura greca avrai due uomini che il greco lo sanno; sentirai che dissertazioni calorose, infiammate, vulcaniche sulla funzione degli aoristi! sentirai declamata con l’enfasi epica la genealogia de’ tempi de’ verbi, come se fosse la genealogia degli Eacidi; ma della filosofia di cotesta divina letteratura greca, de’ bei tempi di Atene, delle cause che ispirarono coteste opere divine, del metodo e del sistema di cotesta poesia, del confronto con la latina e con l’italiana, nulla, nulla, nulla: chè coteste menti son nate per declinare verbi, non per sentire e far sentire il bello, non per pensare: guai, guai nella Scuola Normale a colui che pensa! Della filosofia razionale e morale non ti parlo;... ti avviso però che della razionale avrai a ripetitore un collegiale, avvezzo a giurare sulle parole del maestro, il quale senza aver mai visto in viso una traduzione dal greco, ti comincierà a dir male dellearti e lettere greche e ti leverà alle stelle i Goti: e tu freddamente l’ammazzerai, e allora ti metteranno in galera. Bandita la letteratura italiana: già saprai da te come i giovani usciti finora dalla Scuola Normale adulterano laidamente la lingua toscana: imparerai il gergo convenzionale, grammatico, retorico, filosofico: la lingua in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, fa paura a questi vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili: chi studi davvero cotesta lingua, bisogna che studi gli scrittori repubblicani del Trecento, nazionalissimi del Cinquecento, e pensatori tremendi del secolo nostro; bisogna che studiando cotesta lingua, studi la nazione, e imprima come suggello nell’animo il carattere italiano puro. E nella Scuola Normale, guai, guai, tre volte guai a costui! — In quanto al trattamento per ora si sta male, i venturi staranno malissimo. Avrai sempre addosso un imbecille che parla sempre di frati, di monache, di conventi, e che moverebbe compassione se non fosse arcinoiosissimo. Nel direttore degli studi un galantuomo, buon uomo, il quale ti mostrerà in sè l’impotenza e l’idea risibile che piglia il galantuomo circondato da birboni d’ogni maniera: crederà di farti del bene col chiacchierarti intorno sempre, sempre, sempre, e ti darà buone parole, ti sarà gentilissimo, ma non ti schermirà mai dalle stoltezze e dalle oppressioni dei vilissimi superiori. Sarai inondato da una caterva di spie vilissime, minacciato da un provveditorbirro arcivilissimo, che ti griderà sempre punizioni e carcere, e se tu non vuoi altro, galera.... Quando non ti oltraggino, ti stomacheranno o con il mormorare di continuo femminilmente su’ fatti altrui, col parlare di lettere come parlano dei paduli di Vecchiano, con l’aver sempre in bocca il quattrino e il tozzo, o spregiare o compassionare ogni infelice che non abbia o il quattrino o il tozzo (materialisti manzoniani). In fine se vuoi venire alla Scuola Normale, o càstrati o schiàcciati, o fatti banderuola a tutti i venti, o vieni per imparare a soffrire e a odiare. Questi sono i danni: degli utili ve n’è uno solo, quello di divenire dottore senza spendere altro che 40 lire.»
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Il Carducci avea fin da giovane dei periodi di umor tetro che talvolta gli duravano a lungo. In quei periodi avea bisogno di star concentrato in sè stesso; ogni fatto esterno, ogni rumore, ogni voce, che tentasse distrarlo, lo urtava, lo infastidiva, lo faceva dare in escandescenze. Non c’era che qualche intimo, che potesse allora avvicinarlo, qualche intimo che, conoscendolo bene e volendogli bene, sapesse evitare ogni parola, ogni atto, ogni accenno che non gli andasse a genio, e secondando il suo bisogno di taciturnità, fosse capace di star con lui magari per delle ore senza profferire parola.
Quando egli era in uno di quei periodi, se gli avveniva di parlare o scrivere sopra un argomento qualunque, le parole, i ragionamenti, le immagini gli uscivano dalla bocca o dalla penna colorate in nero: i fatti non si alteravano, ma la luce sotto la quale erano esposti dava loro un aspetto che, pur rispondendo nella sostanza al vero, differiva alcun poco da esso. Probabilmente la lettera di cui ho riferito alcune parti fu scritta in uno di quei periodi; e si capisce come il Carducci, al quale la regola, la disciplina e le consuetudini della Scuola Normale e della Università non andavano punto a genio, sfogasse scrivendola tutte le ire e le scontentezze che gli avevano amareggiato quelli anni di studio. Oramai egli stava per uscirne. Ma pur troppo non doveva essergli molto più lieta, benchè in apparenza più libera, la vita d’insegnante che uscito di là avrebbe cominciato.
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Il corso degli studi alla Scuola Normale durava tre anni. Alla fine del primo i normalisti doveano rispondere sulla materia del terzo corso universitario; alla fine del secondo doveano dare l’esame di laurea. Il Carducci si presentò a questo esame il 16 giugno 1855, e il 25 fu insignito della laurea.
«Allora, per ottenerla, scrive il Cristiani, non si presentavano tesi, e perciò l’esame non differivada quello degli altri anni del corso universitario. Un po’ diversa da quella d’oggi era la cerimonia della laurea. I candidati in giubba e cravatta bianca movevano insieme verso la curia arcivescovile, e lì, entrati in un’ampia sala, dove si tenevano anche i pubblici dibattimenti delle cause appartenenti al fôro ecclesiastico, attendevano la venuta del vicario capitolare.
»Il vicario, entrato in compagnia del cancelliere, dava principio alla cerimonia con un discorso sui doveri che i buoni cittadini hanno d’esser fedeli al Sovrano, e zelanti della nostra santa religione, e faceva recitare ai candidati ilCredo; poi, fatte infilare loro certe cappe sdrucite della forma di quelle dei professori d’Università, li chiamava a nome a uno a uno, li faceva avvicinare, e misurava loro in testa un berrettone dottorale, profferendo la formola:accipe pileum pro corona. Poneva fine alla cerimonia il giuramento solenne che tutti dovevano profferire, ripetendo parola per parola quello che ad alta voce leggeva il cancelliere. Suggellava la consacrazione lo squillo di due trombe.»[13]
Nel luglio dell’anno appresso (1856) ebbero luogo i pubblici esperimenti che conferivano ai normalisti il grado di magistero. «Il 2, scrive il Cristiani, il Carducci fece la lezione sul tèma di letteratura italiana da lui scelto:Dell’influenza provenzalenella lirica del secolo XIII.... Il tèma era stato trattato da lui con lungo studio e con grande amore; tuttavia gli mancarono due voti di plauso; mentre non glie ne mancò neppur uno nella lezione (che fece qualche giorno dopo) sul tèma di filosofia,Del culto interno ed esterno, copiata in gran parte dal Rosmini.»[14]
Il Carducci usava fin d’allora, come notò già il Puccianti, scrivere le lezioni che dovea dire a voce, affine d’imprimersele nella memoria più ordinate, più chiare, più precise. Io posseggo l’autografo delle due lezioni ch’egli fece per ottenere il magistero; e credo non dispiacerà ai lettori conoscere la chiusa di quella sulla letteratura italiana, la quale nel manoscritto ha un titolo un po’ diverso da quello indicato dal Cristiani. È intitolata:Della poesia cavalleresca o trovadorica, e finisce così:
«A mostrare il processo di questo risorgimento intellettuale (il risorgimento della letteratura e dell’arte in Italia sul finire del medio evo), bisognerebbe ch’io con la scorta dell’istoria condottomi prima là su le sponde del mar di Sicilia dove fino dal 1180 suonava la rozza ma fervida italiana canzone di Ciullo d’Alcamo, quindi su le piazze di Assisi e di Fano dove le armi de’ cittadini uccidentisi tra loro restarono dal ferire alla poesia ispirata di san Francesco e di fra Pacifico, poi nella grandeUniversità di Bologna madre del sapere italiano, mi fermassi in ultimo a contemplare la società fiorentina del secolo XIII, di quel tempo che i nostri cari cronisti chiamano iltempo del buon popolo vecchio.
»Vedrei colà virtù civili grandissime senza burbanza, virtù famigliari amabilissime senza mollezza, virtù artistiche grandissime senza sforzo: e quei nobili e quelli artefici che seduti insieme nella chiesa di San Giovanni dettarono le costituzioni del 1250 e del 1282, trattare, disvestito il lucco, il pennello e lo scarpello, la penna e la spada, come si trattavano allora: vedrei i figliuoli di cotesti uomini alla scuola di Brunetto Latini, altri apprendere a ben parlare e ben guidare il comune in su le opere di Cicerone e di Sallustio, e fra questi Giovanni Villani; altri accogliere il tesoro dell’enciclopedia contemporanea, e tra cotesti il Cavalcanti e l’Alighieri, che vi si ispiravano alla poesia filosofica: quindi tra le feste popolari del Calen di maggio, tra le splendide cavalcate de’ giovani, nelle cortesi ragunanze di popolo o sotto le loggie delle potenti famiglie o intorno al San Giovanni nascere la freschissima poesia di Dino Frescobaldi e Gianni Alfani.
»Dopo ciò noi avremmo innanzi agli occhi tutto il processo della poesia toscana, la quale comincia didascalica e con la forma narrativa della visione ed allegoria nelTesorettodel Latini, nellaIntelligenzadi D. Compagni; seguita filosofando con maestà italiana nelle canzoni dell’Alighieri e del Cavalcanti; quindi nelle ballate e ne’ sonetti d’essi e dell’Alfani e del Frescobaldi con una religiosa purità di affetto non più sentita, con una agilità di forme non più veduta pare voglia aspirare al cielo, a quella guisa che vi aspirano i due angeli dipinti da Giotto nel tempio d’Assisi; infine dinanzi al popolo italiano ammirato sorge solitaria e gigantesca accanto a Santa Maria del Fiore la Divina Commedia.
»Tutto ciò avveniva, o signori chiarissimi, in quel tempo così superbamente compianto da una gente che ripone la somma civiltà nel non far nulla o nel rifar male quello che gli antichi fecero bene, in quel tempo che Carlo Botta chiamò lostolido e scapestrato medio evo, fra quelli uomini che Carlo Botta chiamògoffe bestiaccie del medio evo. E fra quellegoffe bestiaccieerano Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri. Ora dirimpetto ad essi fra i moderni economisti e politicanti chi grande?»
Il Carducci trattò poi nell’età matura questi medesimi argomenti di storia letteraria con ben altra compiutezza di studi ed originalità di pensieri; ma non è senza interesse vedere com’egli vi si cimentasse fin d’allora, in un tempo cioè in cui erano una novità in Italia; e vi si cimentasse per impulso del proprio ingegno, senza avere dai suoi professori nessuno indirizzo, nessun consiglio ed aiuto.
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Finiti gli esami, Giosue andò per qualche giorno a casa a Santa Maria a Monte, indi a Firenze a trovare gli amici; ma, prima di lasciare la Scuola Normale, mi ragguagliò con lettera dei 3 luglio del resultato del suo esame sulla letteratura italiana. La lettera diceva così:
«Ieri ebbi l’esame, o meglio feci la lezioncetta, e l’esito ne fu per me più che gradevolissimo. A pena cominciai ebbi l’uditorio dei chiarissimi in capelli bianchi e in toga, e dei chiarissimi in erba, e degli oscurissimi ancora, contro il costume attentissimo e silenzioso per un’ora (e dovevo parlare mezz’ora): e io lo padroneggiai col portamento e con la voce. Vi fu chi disse ch’era rimasto spaventato dalle mie citazioni fatte a memoria. Non potei finire del tutto il mio ragionamento, perchè il Provveditore mi disse da ultimo, vedendo che non la finivo più: Debbo annunziare al dottor Carducci, con mio dispiacere, che il tempo assegnatogli dalla legge è di già scorso da due quarti d’ora. E sonò il campanellino. E allora io birichinescamente feci un salto col quale dalla cattedra fui in terra tutto d’un pezzo. E l’uditorio rimase meravigliato anche della mia agilità nel far salti. Poi vennero i mirallegro, gli abbracciamenti, i baci dei chiarissimi e dei non chiarissimi, e tutte le persone della sala mi si raccolserointorno. Poi andò a finire in un gran simposio; dopo il quale, la sera, lung’Arno, accompagnato dagli amici, io declamava un’epopea improvvisa sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera, il quale non voleva riconoscere i lumi a gaz nè il vapore: e vi entravano di mezzo Tarconte, Porsena, la vergine Camilla e Turno, i quali andavano a spegnere i lumi a gaz, e portavano fuori le vecchie lucerne sepolcrali di Tarquinia e dei sepolcreti di Ceri. Eroe dell’epopea, ch’io un po’ cantavo, un po’ declamavo, era un vaso etrusco personificato, il quale entrava nell’Usseroe spaccava le tazze, i gotti, e simili buggeratelle moderne. E i compagni ridevano tremendamente, e la gente passava di lontano intimorita: e tutto questo lo facevo in abito nero, e con grandissima cravatta bianca, e i solinoni bianchi fuori, secondo il costume del Tasso.»
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Per la nomina del Carducci al Ginnasio di San Miniato si adoperarono anche il Rettore della Scuola Normale e il Provveditore della Università, i quali pur non potevano ignorare il carattere forte e indipendente del giovane; ma anch’essi erano vinti dalle prove d’ingegno e di dottrina ch’egli avea date, le quali naturalmente dovea parer loro che tornassero ad onore della Scuola e della Università. Per questa ragione anche i professori gli volevanbene e lo portavano, come si dice, in palma di mano, perdonando alla singolarità dell’ingegno le sue capestrerie.
Uno di essi, il professore di pedagogia e direttore della Scuola Giuseppe Pecchioli, scrisse nell’agosto da Livorno al proposto della cattedrale di San Miniato, da cui principalmente dipendeva la nomina degli insegnanti del Ginnasio, raccomandando come ottimo il Carducci, insieme a due altri, l’un dei quali buono e l’altro mediocre, e dicendolo: «Attissimo alla cattedra di letteratura latina e greca, benchè il suo forte, a vero dire, sia piuttosto la letteratura italiana.» Proseguiva la lettera dicendo: «Sulla moralità non debbo far gradazioni, perchè, in tutto il tirocinio universitario e normalistico, la loro condotta è stata esemplare, come si conveniva a giovani iniziati ad una carriera delle più delicate e importanti.»[15]
Quei professori non erano aquile, ma avevano abbastanza comprendonio da capire che il Carducci non era un allievo come gli altri; e forse speravano, nella loro ingenuità ed ignoranza del mondo in mezzo al quale vivevano, che quei giovani usciti dalla rigida disciplina scolastica ed entrati nella vita, avrebbero, per il bisogno di assicurarsi il tozzo, smorzato a poco a poco i loro ardori giovanili, e finito col diventare uomini seri e posati. Poveragente! come ci vedevano poco! Il Carducci e il Cristiani (nominato con lui al Ginnasio di San Miniato) prima che finisse l’anno doverono fuggirne; e l’uno di lì a poco divenne il poeta della rivoluzione, mentre l’altro era andato a combattere le battaglie per la liberazione d’Italia.
Ma non anticipiamo.