CAPITOLO III.(1856-1857.)

CAPITOLO III.(1856-1857.)

Gli amici di Firenze. — L’ode alcaicaA Giulio. — Prime prove letterarie nell’Appendice alle Letture di famiglia. —Fiori e spinedi Braccio Bracci. — LaDiceriadi G. T. Gargani. — Scandalo sollevato dallaDiceria. — Gli amici pedanti e laGiunta alla derrata. — Giovinetto romantico inventato dal Carducci. — Il Carducci in famiglia a Santa Maria a Monte. — Mia visita al Carducci a Santa Maria. — Il Carducci va maestro di retorica a San Miniato al Tedesco. — IlPassatempoe gli amici pedanti. — Lacasa dei maestri. — Alla méssa in domo. — Processo per accusa d’empietà. — Il Cristiani propone al Carducci di stampare le sue poesie. — «Jacta est alea.» — Pubblicazione delleRime. — «Viva Apollo Febo lungi-oprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.» — Il Carducci lascia San Miniato.

Gli amici di Firenze. — L’ode alcaicaA Giulio. — Prime prove letterarie nell’Appendice alle Letture di famiglia. —Fiori e spinedi Braccio Bracci. — LaDiceriadi G. T. Gargani. — Scandalo sollevato dallaDiceria. — Gli amici pedanti e laGiunta alla derrata. — Giovinetto romantico inventato dal Carducci. — Il Carducci in famiglia a Santa Maria a Monte. — Mia visita al Carducci a Santa Maria. — Il Carducci va maestro di retorica a San Miniato al Tedesco. — IlPassatempoe gli amici pedanti. — Lacasa dei maestri. — Alla méssa in domo. — Processo per accusa d’empietà. — Il Cristiani propone al Carducci di stampare le sue poesie. — «Jacta est alea.» — Pubblicazione delleRime. — «Viva Apollo Febo lungi-oprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.» — Il Carducci lascia San Miniato.

Mentre il Carducci era a Pisa, specie nell’ultimo anno, stette in continua corrispondenza con gli amici di Firenze, scrivendo al Gargani, al Targioni ed a me, più spesso che agli altri a me, che ero una specie di segretario della nostra piccola società. La corrispondenza era sopra tutto letteraria, ed aveva per iscopo di comunicarci i nostri lavori e di confortarci a vicenda nel sostenere col ragionamento e coll’esempio il classicismo in letteratura. Ci preparavamo, senza saperlo, alla fondazionedella società degli amici pedanti, che sorse in quell’anno stesso, e affilavamo le armi per le future battaglie.

Il 27 aprile 1856, mandandomi manoscritta l’ode alcaicaA Giulio, ristampata in tutte l’edizioni deiJuvenilia, Giosue mi scriveva: «Ode alcaica di soggetto serio, e in cui si tratti con forme classiche di cose del medio evo, e di 21 strofe, non è stata mai fatta in Italia; questo solo di singolare ha l’ode mia. Quel che mi vo’ sforzar di provare col fatto, è di far vedere che si posson trattare con le forme greche e latine le cose a cui dicono i barbari italiani volersi forme nuove, e intendono le romantiche. Quello che ho detto io con le forme d’Orazio e Giovenale, questi cani l’avrebber detto con le forme dei cori del Manzoni.»

Le lunghe lettere che il Carducci mi scriveva e le poesie che mi mandava, erano da me lette agli altri amici, al Targioni e a Torquato Gargani, coi quali facevamo tutti i giorni la nostra passeggiata al Parterre fuori di porta San Gallo. E là disputavamo di letteratura, parlavamo degli ultimi libri letti, ci consultavamo sui lavori da fare o che stavamo facendo. Avevamo tutti tre le stesse idee in fatto di letteratura, ch’erano pure le idee del Carducci, benchè ciascuno, s’intende, avesse gli autori suoi prediletti. Ma era questione del più o del meno: tutti eravamo d’accordo nel mettere sopra tutti Dante e il Petrarca fra gli antichi, l’Alfieri, il Parini,il Monti, il Foscolo, il Leopardi fra i moderni. Io aggiungevo a questi un prosatore, il Giordani, del quale a poco a poco inoculai l’ammirazione anche agli altri.

Il Targioni aveva preso di recente la laurea in legge, ma aveva tutt’altra voglia che di fare l’avvocato. Il Gargani era tornato di fresco da Faenza, dove aveva fatto per tre anni il precettore in una casa privata.

***

Si aggiungevano spesso a noi nelle nostre passeggiate al Parterre il Nencioni ed altri giovani stati condiscepoli di lui, del Carducci e del Gargani alle Scuole Pie; ma non tutti avevano le nostre idee nè facevano della letteratura la loro prediletta e principale occupazione. Ricordo fra questi Luigi Prezzolini, dottore in legge, gran giobertiano, che disprezzava il Giordani, chiamandolo retore e parolaio, ed avea perciò con me frequenti e feroci dispute; e Giulio Cavaciocchi, grande ammiratore del Tommaseo, nostro aiutatore nelle ricerche di lingua al tempo delle nostre guerre letterarie, e grande cercatore di spropositi negli scritti del Fanfani. Il Prezzolini andò, dopo il 1860, segretario del Peruzzi ministro a Torino e finì prefetto (la politica del Pelloux lo mise a riposo nel 1899 ancor valido di forze e pieno di spirito, di che egli si afflisse, e indi a poco morì). Il Cavaciocchi entrò anche luiverso il 1860 negli uffici pubblici, aggiunse alla sua ammirazione per la prosa del Tommaseo quella per la prosa del Ranalli nelleStorie, e morì di mal sottile nel 1867, che non aveva ancora trenta anni.

Questi due nostri amici non scrivevano allora e non scrissero mai nè articoli per riviste, nè libri: il loro amore per la letteratura, più savio del nostro, si limitò sempre alla lettura: noi invece scrivevamo e pubblicavamo. Il Carducci, il Nencioni ed io avevamo stampato dei versi fino dal 1855 in unAlmanacco delle dameedito dal cartolaio Chiari a Firenze; e il Carducci anche prima di quel tempo il sonetto pei coristi del teatro di Borgo Ognissanti e un’ode per nozze: aveva poi pubblicato in quello stesso anno 1855 un’Antologia poetica con larghe annotazioni intitolataL’arpa del popolo, componendola delle poesie già da lui di mano in mano illustrate nelleLetture di famiglia, periodico fondato e diretto da Pietro Thouar. Ma le nostre vere prove letterarie le cominciammo l’anno appresso nell’Appendice alle Letture di famiglia, altro periodico fondato e diretto dal Thouar stesso. Il Carducci vi pubblicò, sotto il titolo diSaggi di studi sopra la lingua e letteratura latina, il commento di un pezzo delle Georgiche di Virgilio e dell’Epodo VII di Orazio, con la traduzione in prosa e larghissime illustrazioni. I versi della Georgica commentati e tradotti sono i 43-71 del primo libro. Alla traduzione seguono cinque dissertazioni: I, Dell’accordare il tempo stabilitoda Virgilio all’arare con quello stabilito da Esiodo, e della primavera e dello Zefiro; II, Del monte Tmolo; III, Dell’India conosciuta da’ Greci e da’ Romani; IV, Dell’Arabia in generale, e particolarmente dell’Arabia felice e de’ Sabei; V, Dei Calibi, e dei ritrovatori e lavoratori del ferro. Con uguale larghezza illustrò l’Epodo oraziano, facendo seguire al commento osservazioni e notizie particolari sopra i punti più importanti, sopra i traduttori e gli imitatori. Oltre ciò collaborò col Targioni e col Gargani ad un saggio d’interpretazione delle poesie del Parini, del Foscolo e del Leopardi, pubblicato in quello stesso anno 1856, dopo il quale cessammo di scrivere nell’Appendice.

***

Intanto un livornese nostro coetaneo, Braccio Bracci, che noi non conoscevamo di persona, e che più tardi divenne nostro buon amico, pubblicò un volumetto di versi «Fiori e Spine», con in fondo una lettera del Guerrazzi, che, per una delle poesie ristampata nel libro, chiamava il poetauccello destinato a gran volo. Il Gargani, che da guerrazziano, quale il Carducci lo avea conosciuto alla scuola dì retorica, si era nei tre anni di dimora a Faenzaconvertito, come dice il Carducci stesso,a un classicismo rigidamente strocchiano, ebbe primo di noi conoscenza dei versi del Bracci, e ne fece col Targionie con me argomento di discussione nelle nostre passeggiate. I versi erano su per giù dei soliti, come ne facevano i giovani d’allora, che avean letto il Prati e gli altri moderni. Il Bracci aveva in famiglia qualche improvvisatore, credo il padre stesso; ed egli pure, se ben ricordo, fra le allegre brigate d’amici improvvisava. Nessuna meraviglia quindi che ne’ suoi versi ci fosse un po’ dell’improvvisatore; ma non c’era nessun sapore di classicità; l’espressione era poco meditata e lavorata; qualche verso non tornava; e poi quel titolo «Fiori e Spine» e l’elogio del Guerrazzi, che consigliava il poeta a studiarela poesia degli Alemanni, dei Polacchi, degli Scandinavi e dei Russi, tutto ciò ci fece uscire dai gangheri, e fece venire in testa al Gargani di scrivere una critica del volumetto del Bracci. Al che il Targioni ed io lo incoraggiammo. Il Carducci, appena informato da me di ciò, mi rispondeva: «Ho caro, anzi carissimo, che il Gargani attenda a riveder le bucce al Bracci: ci avevo pensato io: l’esame me ne distornò: del resto vorrei che fra noi facessimo giuramento di non lasciare impunito qualunque libretto di poesia sia per venir fuori da oggi in poi. Anche questo sarebbe un mezzo ad ispaventare la canaglia. La quale ho sentito dalla tua lettera legarsi a nuova offesa del nome italiano. Facciano: noi risponderemo alla loro strenna col libro nostro sul Pazzi e con articoli di critica. E sosterremo a mezza spada, finchè morte ne segua,la scuola antica, e con lavori di nostro e con osservazioni su gli altrui; così, anche non potendo eseguire la intenzione nostra, ci valga e basti l’onore dell’aver protestato e francamente, giovani e soli, contro una irruzione straniera nelle lettere peggiore della irruzione straniera armata nel paese.»

***

Inutile dire come queste parole aggiungessero sproni alla nostra voglia di battagliare. Il Gargani cominciò subito a scrivere la critica dei versi del Bracci, e giorno per giorno veniva leggendo al Targioni ed a me ciò che aveva scritto; noi facevamo le nostre osservazioni, assentendo più volentieri dove la critica era più feroce. Per noi era questione più che altro di sentimento, non era quindi e non poteva essere questione di serenità di giudizi. Perchè le punture della critica fossero più acute, il Gargani elesse pel suo discorso, anziDiceria, com’egli la chiamò, la forma ironica, esaltando ciò che intendeva deprimere, deprimendo ciò che voleva esaltare. Il discorso gli si allargò per via, tanto che il Bracci divenne poco più che il pretesto per assalire tutta la letteratura romantica. Ma dove pubblicare il discorso? Era troppo lungo per un articolo di giornale; e difficilmente se ne sarebbe trovato uno a Firenze che volesse accoglierlo. Allora si pensò di stamparlo in opuscolo a spese nostre, cioèdegli amici. Il Carducci ai 5 di giugno mandava come contributo suo e del Pelosini quattro paoli, scrivendo: «Di più non possiamo per ora. Gli altri leopardiani (il Tribolati e il Bonamici) invieranno, spero, presto.» Come si vede, non eravamo ricchi.

Che cosa fosse la strenna che io denunziavo al Carducci comenuova offesa al nome italianonon ricordo esattamente: credo la strenna intitolataIl Giglio fiorentino, pubblicata appunto in quell’anno a Firenze dagli editori G. Riva e Comp. Era un volume in-8º di pag. 148; e fu compilata da Ferdinando Martini, che aveva allora sedici anni e che non vi mise il suo nome, ma vi mise innanzi una sua breve prosa, della quale più tardi fece giustizia da sè, scrivendoci su di sua mano:scritto asinesco. La copia dov’è questa giustizia è ora posseduta da Guido Mazzoni, che dandomene notizia aggiunge: «Del resto la strenna è come tutte le altre; tra i collaboratori anzi ve n’ha degli eccellenti: il Tommaseo, il Thouar, il Maffei, il Carcano, il Conti, l’Emiliani Giudici, il Borghi, ecc. E ci son lettere inedite del Giusti, del Giordani, del Gioberti.»

Probabilmente io avevo avuto notizia della strenna molto inesattamente dal Cavaciocchi; e su quella inesatta notizia avevo scritto chi sa che cosa al Carducci. Il nostro libro sul Pazzi doveva contenere sei canzoni sopra sei busti, che lo scultore amico nostro aveva, per nostro suggerimento, incominciato a modellare, con l’intenzione di scolpirli in marmo.Erano i busti dell’Alfieri, del Parini, del Monti, del Foscolo, del Leopardi, del Giordani. Il Carducci avea già scritto la canzone pel busto d’Alfieri, che si legge neiJuvenilia, il Gargani scrisse quella sul Foscolo, che pubblicò più tardi con un’altra canzone, un idillio e dieci sonetti (Faenza, Conti, 1861), Francesco Donati (uno scolopio che avendo fino dai primi del 1856 conosciuto alcuni di noi, diventò subito amico di tutti) scrisse, ma non pubblicò mai, quella sul Parini.[Vedi le note a pag.443] Quella sul Monti non rammento con esattezza a chi fosse assegnata: parmi al Carducci. Il Targioni ed io cominciammo, ma non finimmo, le nostre sul Leopardi e sul Giordani.

Il libro poi non si fece: e dei busti furono finiti, se ben ricordo, quelli soli dell’Alfieri, del Parini, del Foscolo e del Leopardi.

Ma fu finita e stampata in quattro e quattr’otto laDiceriadel Gargani con questo titolo: «Di Braccio Bracci e degli altri poeti nostri odiernissimi, Diceria di G. T. Gargani, a spese degli amici pedanti.» Il nome diamici pedantifu una trovata del Gargani, ch’ebbe subito la nostra approvazione.

***

Quando il Carducci, dati gli esami a Pisa, e fatta una visita alla famiglia, andò a Firenze, laDiceriaera stata pubblicata allora allora, ed aveva, com’ènaturale, sollevato uno scandalo enorme. I nostri amici stessi (non pedanti, s’intende), con a capo il Nencioni, la condannavano. La condannava anche il Donati, che pure era classico quanto noi. Degli altri è inutile dire. Anzi il Nencioni, per mostrare che non partecipava al classico nostro fanatismo, pubblicò nelloSpettatorealcuni versiAl Manzoni. Restammo a difendere laDiceriail Carducci, il Targioni ed io, che da quel momento fummo i soli veri amici pedanti. Non che non sentissimo anche noi quel che c’era in essa di esagerato e di irragionevole nella sostanza, di strano e di barocco nella forma; ma si trattava dell’onore delle armi; e quanto alla bontà del concetto fondamentale non avevamo e non ammettevamo alcun dubbio. Per un pezzo nelle nostre passeggiate e tutte le sere al Caffè Vitali in via Por’ Santa Maria battagliavamo fieramente con gli altri amici intorno allaDiceria. Tra quelli che più la vituperavano c’era un buon diavolo, che voleva passare per intendente di lingue orientali, anzi a dirittura per orientalista; che pubblicava, copiandole di su i codici che non sapeva leggere, scritture del trecento; che facea de’ versi come questi:

D’Alighieri nudrice,Sua comedia felice-mente divina a noi pose nel core:Amammo, e dei mortaliSimilmente immortaliCredevamo gl’intenti, e fu utopia.

D’Alighieri nudrice,Sua comedia felice-mente divina a noi pose nel core:

D’Alighieri nudrice,

Sua comedia felice-

mente divina a noi pose nel core:

Amammo, e dei mortaliSimilmente immortaliCredevamo gl’intenti, e fu utopia.

Amammo, e dei mortali

Similmente immortali

Credevamo gl’intenti, e fu utopia.

Costui, un buon diavolo, come ho detto, che noi, specialmente il Nencioni, prendevamo un po’ in giro, non sapeva nominare laDiceriaaltrimenti che laDiceriaccia. Ferdinando Martini, che in un giornalettoLa Lentepubblicava periodicamente il bollettino della salute del Gargani, la chiamò con più spirito laSu’ Diceria, alludendo alla poca eleganza, diciamo pure alla poca correttezza, del vestiario dell’amico nostro. Tutti gli altri giornali di Firenze,Lo Spettatore, Il Passatempo, La Lanterna di Diogene, L’Avvisatore, Il Buon Gusto, Lo Scaramuccia, L’Eco dei teatri, rovesciarono, con un accordo mirabile, un mucchio di scherni e di contumelie sopra il povero Gargani.

IlPassatempo, che nel suo n. 30 (26 luglio 1856) aveva pubblicato un articolo serio ma durissimo contro l’autore dellaDiceria, gli fece nel successivo n. 31 (2 agosto) la caricatura.[Vedi le note a pag.443]

Il Gargani per una malattia avuta da ragazzo aveva perduto i capelli, e portava la parrucca. La figura di lui è ritratta al vivo dal Carducci con queste parole: «pareva una figura etrusca scappata via da un’urna di Volterra o di Chiusi, con la persona tutta ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco.» Nella caricatura fattagli dalPassatemponon c’è la più lontana somiglianza con lui. Egli è raffigurato, con un gran testone e gli orecchimolto lunghi, seduto allo scrittoio nell’atto di scrivere la risposta ai giornali; intanto che un ragazzetto, ilPassatempo, ritto sulla spalliera della poltrona ov’egli siede, gli toglie la parrucca lasciando scoperta la nuca, sulla quale si legge:Di Braccio Bracci e degli altri poeti odiernissimi. Sopra la caricatura è questo titolo:Il Passatempo e un pedante; e sotto, le parole che dice il ragazzo alzando la parrucca: —Vediamo che cos’ha in questo zuccone.... To! sembrava che ci dovesse avere un’altra Divina Commedia e invece....

***

Se l’articolo delPassatempocontro il Gargani era duro nella forma, e sgarbato appunto perchè serio, oggi sarebbe difficile non riconoscere che nella sostanza era in molta parte ragionevole. Ma gli amici pedanti si sentirono solidali, e forti della bontà della loro causa, si misero con ardore all’opera, e nel dicembre di quello stesso anno lanciarono, in risposta agli avversari del Gargani, un volumetto di 160 pagine col titolo:Giunta alla derrata. Il libro era composto di due parti. Parte prima:Ai poeti nostri odiernissimi e lor difensori gli amici pedanti; Parte seconda:Ai giornalisti fiorentini Risposta di G. T. Gargani, comentata dagli amici pedanti. Nella parte prima c’erano un preambolo, tre sonetti caudati in stile fra del Menzini e di Salvator Rosa(1ºAlla Musa odiernissima, 2ºAi poeti nostri odiernissimi, 3ºAi filologi fiorentini odiernissimi)[16]e due discorsi, per illustrazione al sonetto secondo,Della moralità e italianità dei poeti nostri odiernissimi; coi quali, a combattere il romanticismo, ci facevamo forti dell’autorità del Botta, del Rosmini, del Gioberti, del Niccolini, del Monti, del Giordani, del Foscolo, del Goethe e del Byron. Autore del preambolo e dei sonetti era il Carducci, ed anche estensore dei due discorsi, la materia dei quali era stata raccolta un po’ da tutti, ma sopra tutti da lui. La risposta del Gargani ai giornalisti era stata comentata dal Targioni e da me. In una delle note erano due sonetti miei a Victor Hugo e al Lamartine, che furono più tardi attribuiti al Carducci. Io poi feci ammenda di quel giovanile peccato studiando seriamente le opere di quei due scrittori contro i quali avevo blaterato senza conoscerli abbastanza.

In fine del discorso primo il Carducci narrava di un giovinetto conosciuto, diceva lui, da alcuno degli amici pedanti, «bella mente in vero e fortissimo cuore; e se allevato fra costumi e studi altrida quelli che il secolo porta, nato ad amare ed operare santamente ciò ch’è bello e generoso.» «Al contrario, proseguiva, letti e studiati quei libri che oggi si leggono e si studiano, cotesto infelice a diciassette anni cominciava un suo dramma con un coro di streghe a questa maniera:

Or che strisciano fra’ lampiI cavalli di Satano,E del ciel pe’ negri campiMena tresca l’uragano;Or che l’Alpi accende a festaLa bufera e la tempesta,E sta dentro a’ nugoloniLa versiera ad ulular;Tra le folgori e fra’ tuoniNoi veniamo a cavalcar.Odi: all’imo del burroneOve fondo è più il camminoTuona il bronzo del ladroneE caduto è il peregrino.Odi: un fulmine rompenteSovra un capo ch’è innocente.Odi: i figli desolatiCon la madre a lamentar.Su la strage de’ creatiNoi veniamo a cavalcar.Su, da bravo, Farfarello,Mena l’anche, mena l’anche!E tu, duce del bordello,Capitano Malebranche,A servirci di concentiReca tutti i tuoi tormenti.O che danze argute e belle!Che gentile armoneggiar!O che vaghe damigelle,Che soave cavalcar!Ed intanto su le culleVengan lemuri cruentiA succhiar membra fanciulleIn ferali abbracciamenti:Cacci l’uomo sogghignandoEntro l’uom ferro nefando:E sien coltrice i trafittiSpose e vergini a stuprar.Fra i dolori e fra i delittiO che vago cavalcar!

Or che strisciano fra’ lampiI cavalli di Satano,E del ciel pe’ negri campiMena tresca l’uragano;Or che l’Alpi accende a festaLa bufera e la tempesta,E sta dentro a’ nugoloniLa versiera ad ulular;Tra le folgori e fra’ tuoniNoi veniamo a cavalcar.

Or che strisciano fra’ lampi

I cavalli di Satano,

E del ciel pe’ negri campi

Mena tresca l’uragano;

Or che l’Alpi accende a festa

La bufera e la tempesta,

E sta dentro a’ nugoloni

La versiera ad ulular;

Tra le folgori e fra’ tuoni

Noi veniamo a cavalcar.

Odi: all’imo del burroneOve fondo è più il camminoTuona il bronzo del ladroneE caduto è il peregrino.Odi: un fulmine rompenteSovra un capo ch’è innocente.Odi: i figli desolatiCon la madre a lamentar.Su la strage de’ creatiNoi veniamo a cavalcar.

Odi: all’imo del burrone

Ove fondo è più il cammino

Tuona il bronzo del ladrone

E caduto è il peregrino.

Odi: un fulmine rompente

Sovra un capo ch’è innocente.

Odi: i figli desolati

Con la madre a lamentar.

Su la strage de’ creati

Noi veniamo a cavalcar.

Su, da bravo, Farfarello,Mena l’anche, mena l’anche!E tu, duce del bordello,Capitano Malebranche,A servirci di concentiReca tutti i tuoi tormenti.O che danze argute e belle!Che gentile armoneggiar!O che vaghe damigelle,Che soave cavalcar!

Su, da bravo, Farfarello,

Mena l’anche, mena l’anche!

E tu, duce del bordello,

Capitano Malebranche,

A servirci di concenti

Reca tutti i tuoi tormenti.

O che danze argute e belle!

Che gentile armoneggiar!

O che vaghe damigelle,

Che soave cavalcar!

Ed intanto su le culleVengan lemuri cruentiA succhiar membra fanciulleIn ferali abbracciamenti:Cacci l’uomo sogghignandoEntro l’uom ferro nefando:E sien coltrice i trafittiSpose e vergini a stuprar.Fra i dolori e fra i delittiO che vago cavalcar!

Ed intanto su le culle

Vengan lemuri cruenti

A succhiar membra fanciulle

In ferali abbracciamenti:

Cacci l’uomo sogghignando

Entro l’uom ferro nefando:

E sien coltrice i trafitti

Spose e vergini a stuprar.

Fra i dolori e fra i delitti

O che vago cavalcar!

»Nel medesimo introduceva un masnadiero a cantare nefandamente così:

Son masnadiero figlio del monteCome la quercia di quel dirupo:È la mia patria l’asil del lupo,È la mia vita strage e tenzon.Son senz’amore, senza speranza:Ma son tremendo come la morte:Il cuore ho duro, l’anima ho forteCome la pietra di quel burron.A me che importa se miei non sonoQuei verdi colli che il sol fa lieti?Ma il vin che stilla da quei vignetiEntro il mio nappo viene a brillar.A me che importa se amor mi niegaLa bella figlia del castellano?Quand’ho sicuri pugnale e mano,Quando al suo sposo la so strappar.Quando il mio nome suona a que’ viliChe traggon vita di pace e d’agi,Dentro i tuguri, dentro i palagi,Trema il villano, trema il baron.Son masnadiero figlio del monteCome la quercia di quel dirupo:È la mia patria l’asil del lupo,È la mia vita strage e tenzon.

Son masnadiero figlio del monteCome la quercia di quel dirupo:È la mia patria l’asil del lupo,È la mia vita strage e tenzon.

Son masnadiero figlio del monte

Come la quercia di quel dirupo:

È la mia patria l’asil del lupo,

È la mia vita strage e tenzon.

Son senz’amore, senza speranza:Ma son tremendo come la morte:Il cuore ho duro, l’anima ho forteCome la pietra di quel burron.

Son senz’amore, senza speranza:

Ma son tremendo come la morte:

Il cuore ho duro, l’anima ho forte

Come la pietra di quel burron.

A me che importa se miei non sonoQuei verdi colli che il sol fa lieti?Ma il vin che stilla da quei vignetiEntro il mio nappo viene a brillar.

A me che importa se miei non sono

Quei verdi colli che il sol fa lieti?

Ma il vin che stilla da quei vigneti

Entro il mio nappo viene a brillar.

A me che importa se amor mi niegaLa bella figlia del castellano?Quand’ho sicuri pugnale e mano,Quando al suo sposo la so strappar.

A me che importa se amor mi niega

La bella figlia del castellano?

Quand’ho sicuri pugnale e mano,

Quando al suo sposo la so strappar.

Quando il mio nome suona a que’ viliChe traggon vita di pace e d’agi,Dentro i tuguri, dentro i palagi,Trema il villano, trema il baron.

Quando il mio nome suona a que’ vili

Che traggon vita di pace e d’agi,

Dentro i tuguri, dentro i palagi,

Trema il villano, trema il baron.

Son masnadiero figlio del monteCome la quercia di quel dirupo:È la mia patria l’asil del lupo,È la mia vita strage e tenzon.

Son masnadiero figlio del monte

Come la quercia di quel dirupo:

È la mia patria l’asil del lupo,

È la mia vita strage e tenzon.

»Di cotali cose non abbiam ricordo si scrivessero nel cinquecento, quando i giovani italiani studiavano in Petrarca in Boccaccio e nei latini che pur sono scrittori immorali: al secolo decimonono le scriveva a diciassette anni tale che aveva studiato in altri libri ch’io non vo’ nominare: e un anno dopo moriva disperato del ritrovare nel mondo quelle sensazioni selvagge ch’ei ci voleva trovare a ogni costo.»

Inutile dire che la storia e i versi del giovinetto erano pura invenzione del Carducci. Ho voluto riferirli (poichè laGiunta alla derrataè un libro oramai introvabile) a titolo di semplice curiosità.

***

Sulla fine di ottobre, quando il libro era quasi finito di stampare, il Carducci mi mandò da Santa Maria a Monte, dove era andato a passare una parte delle vacanze in famiglia, e dove io aveva promesso d’andare a trovarlo, un sonetto con la coda, dastampare in grossi caratteri ed affiggersi alle cantonate, per avviso che il libro dei pedanti era uscito. Il sonetto fu poi stampato soltanto nella copertina di dietro del volume, e diceva così:

Voi avete a sapere, o fiorentini,Che il libro de’ pedanti è uscito fuore:Lo pubblicammo co’ nostri quattriniPer Giovanni Campolmi stampatore.Non vi sapremmo dire il gran rumoreChe ne faranno i nostri cittadini,E lo schiamazzo il rovello il furoreDe’ giornalisti grossi e de’ piccini.Questo libro contien prima un avvisoO vuoi racconto, o vuoi prefazïone,Con lettere venute dall’eliso.Due Sonettesse che son due matroneNe vengon dopo, e con pulito visoSi strascicano dietro un gran codone.E seguita il tresconeCon un sonetto che ne vien da poi,Ch’abbiam mandato a certi vostri eroi.E per questi e per voiDue discorsi ci son, che a certa gentePiaceran molto ed a cert’altra niente.Oh come è prepotenteE fiero in vista e savio a un tempo e mattoUn comento di poi ch’abbiamo fatto,Per chiudere il contratto,A du’ parole da Beppe GarganiMandate a dire a’ giornali toscani.Da buoni italiani,De’ politici nostri a gran dispetto,Noi volemmo finir con un sonetto.E questo vi sia detto,Che di motti ve n’ha molte maniere,E che a più d’un si danno le billere.Il Franzi profumiereIl Moro ed altri ve lo venderanno:Rispetto al prezzo s’accomoderanno.Or ite col buon anno:E compratelo pur se lo volete;Ch’io vi prometto che voi riderete.

Voi avete a sapere, o fiorentini,Che il libro de’ pedanti è uscito fuore:Lo pubblicammo co’ nostri quattriniPer Giovanni Campolmi stampatore.

Voi avete a sapere, o fiorentini,

Che il libro de’ pedanti è uscito fuore:

Lo pubblicammo co’ nostri quattrini

Per Giovanni Campolmi stampatore.

Non vi sapremmo dire il gran rumoreChe ne faranno i nostri cittadini,E lo schiamazzo il rovello il furoreDe’ giornalisti grossi e de’ piccini.

Non vi sapremmo dire il gran rumore

Che ne faranno i nostri cittadini,

E lo schiamazzo il rovello il furore

De’ giornalisti grossi e de’ piccini.

Questo libro contien prima un avvisoO vuoi racconto, o vuoi prefazïone,Con lettere venute dall’eliso.

Questo libro contien prima un avviso

O vuoi racconto, o vuoi prefazïone,

Con lettere venute dall’eliso.

Due Sonettesse che son due matroneNe vengon dopo, e con pulito visoSi strascicano dietro un gran codone.

Due Sonettesse che son due matrone

Ne vengon dopo, e con pulito viso

Si strascicano dietro un gran codone.

E seguita il tresconeCon un sonetto che ne vien da poi,Ch’abbiam mandato a certi vostri eroi.

E seguita il trescone

Con un sonetto che ne vien da poi,

Ch’abbiam mandato a certi vostri eroi.

E per questi e per voiDue discorsi ci son, che a certa gentePiaceran molto ed a cert’altra niente.

E per questi e per voi

Due discorsi ci son, che a certa gente

Piaceran molto ed a cert’altra niente.

Oh come è prepotenteE fiero in vista e savio a un tempo e mattoUn comento di poi ch’abbiamo fatto,

Oh come è prepotente

E fiero in vista e savio a un tempo e matto

Un comento di poi ch’abbiamo fatto,

Per chiudere il contratto,A du’ parole da Beppe GarganiMandate a dire a’ giornali toscani.

Per chiudere il contratto,

A du’ parole da Beppe Gargani

Mandate a dire a’ giornali toscani.

Da buoni italiani,De’ politici nostri a gran dispetto,Noi volemmo finir con un sonetto.

Da buoni italiani,

De’ politici nostri a gran dispetto,

Noi volemmo finir con un sonetto.

E questo vi sia detto,Che di motti ve n’ha molte maniere,E che a più d’un si danno le billere.

E questo vi sia detto,

Che di motti ve n’ha molte maniere,

E che a più d’un si danno le billere.

Il Franzi profumiereIl Moro ed altri ve lo venderanno:Rispetto al prezzo s’accomoderanno.

Il Franzi profumiere

Il Moro ed altri ve lo venderanno:

Rispetto al prezzo s’accomoderanno.

Or ite col buon anno:E compratelo pur se lo volete;Ch’io vi prometto che voi riderete.

Or ite col buon anno:

E compratelo pur se lo volete;

Ch’io vi prometto che voi riderete.

Con la lettera, che mi portava il sonetto, il Carducci mi mandava anche il principio dell’odeAgli italiani, da lui scritta nel 1853 ed ora rimpastata, e mi parlava de’ suoi studi: «A proposito: molto ho studiato: ho letto quattro volte attentissimamente capitolo per capitolo tre libri del Guicciardini e uno del Machiavelli: tre volte parimente ho letto la Congiura dei Baroni, e preso da tutti estratti di fatti e di parole: ho studiato la filippica seconda, e il primo delle georgiche, e tutto Fedro: e ho riletto Orazio: ho messo insieme e da appunti miei e dalla memoria 256 osservazioni di lingua e di stile (latine e italiane). Il mio fardello filologico si accresce. Quanto studio in campagna, e quanto poco in città! seguitare a studiare come ho studiato in questi giorni (bada, sempre, sempre, sempre) e poi diverrei erudito.»

Seguiva la trascrizione dell’ode e poi il giudizio: «Non c’è male: la mistura dello stile è latina, ma francamente maneggiata: ed è delle mie poesie quella in cui meno si scorga l’imitazione. Preparami il tuo giudizio: a Firenze la sentirai finita.» La lettera si chiudeva con queste parole: «Son contento e lieto: bellissime giornate, che a me risplendono solamente dalle finestre: ho libri e fogli d’intorno.»

***

Il Carducci moriva di voglia di vedere stampata laGiunta; e sperava ch’io glie la portassi, andando a fargli la visita promessa; ma lo stampatore tardava, ed io andai senza il libro.

Arrivai verso sera, e trovai, venuto ad incontrarmi a piè della salita che conduce al paese, il padre di Giosue. Giosue, non ancora interamente libero delle febbri, che gli s’erano messe addosso poco dopo il suo ritorno in famiglia, era, per consiglio del padre, rimasto a casa. Io feci allora per la prima volta la conoscenza del dottor Michele e della sua famigliuola. Per quanto grande fosse la nostra intimità, Giosue non me ne aveva mai parlato: il poco ch’io ne sapeva, lo aveva appreso dal Nencioni e dal Gargani. Fatti molto alla buona i convenevoli d’uso, il Dottore ed io ci avviammo per la salita: egli parlava, ed io lo stava a sentire.Nel breve tempo che impiegammo per arrivare a casa, egli mi aveva raccontata in brevi e crude parole la storia delle tre o quattro principali famiglie del paese. Per quel che ora posso ricordarmi, non mi fece grandi elogi di nessuna. Mentre passavamo di sotto alle case ove quelle famiglie abitavano, egli, con mia grande meraviglia, parlava ad alta voce, per modo che la gente ch’era lì sulla via poteva benissimo sentire. Avendogli io fatto qualche osservazione di ciò, mi rispose: Oh, non fa niente, lo sanno tutti ciò ch’io penso di loro!

In quel ridente paesello, che Giosue salutava indi a poco coll’affettuoso sonetto «O cara al pensier mio terra gentile,» che ora è il XXI deiJuvenilia, avea trovato, dopo tanto errare, modesta e quieta dimora la famiglia Carducci; quieta quanto consentivano il carattere forte e un po’ autoritario del padre, e i caratteri forti e indipendenti dei due figli maggiori, specialmente di Giosue. La famiglia era amata e stimata in paese, specie dalla gente del popolo; perchè il Dottore, nonostante i suoi modi un po’ bruschi, esercitava l’ufficio suo con amore e conoscenza e la signora Ildegonda, la moglie, era donna di una bontà rara, che si faceva conoscere e apprezzare al primo avvicinarla. Tutti sapevano che nei pericoli, in mezzo ai quali il Dottore si era più volte trovato durante i rivolgimenti degli anni 1848 e 1849, essa avea dato prova di coraggio e di forza d’animo singolari; tutti sapevanoch’essa era stata ed era l’angelo tutelare della casa. Se l’ordine e la pace regnavano in essa, era in gran parte merito di lei.

Qualche volta a tavola le conversazioni degeneravano in dispute, e le dispute in questioni, specie se si parlava di cose letterarie, dove il Dottore aveva le sue idee fatte, che non erano, sappiamo, quelle di Giosue, e Giosue una competenza molto più grande, che gl’impediva, dato il suo carattere, di tollerare ciò che parevagli errore; ma a tempo e luogo interveniva la madre, per la quale Giosue ebbe sempre una grande venerazione, e una parola di lei impediva che la quistione degenerasse in vera e propria zuffa.

Il giorno dopo il mio arrivo, il Dottore mi menò a fare una passeggiata per la campagna, facendomi da Cicerone. Parlammo di molte cose, e naturalmente anche di Giosue, ch’era rimasto a casa, della sua malattia, del suo ingegno, de’ suoi studi, della sua prossima nomina a maestro nel Ginnasio di San Miniato al Tedesco. Si capiva che il padre conosceva il valore del figliuolo, che gli voleva bene, e in cuor suo n’era anche orgoglioso; ma non lo dava affatto a divedere; parlava di lui come d’uno che quasi non gli appartenesse, e manifestò anche l’opinione che avrebbe avuto corta vita. Se era un presentimento, fortunatamente fu falso. Parlammo anche degli altri figliuoli, specialmente del secondo, di Dante, il quale trovavasi un po’ a disagio in quelpiccolo luogo, dove non era facile che si facesse, come vivamente desiderava, una posizione.

Due giorni dopo, Giosue era affatto libero della febbre. Nel breve tempo ch’io mi trattenni ancora a Santa Maria a Monte, passammo le intere giornate passeggiando, conversando, leggendo. Leggevamo fino alla sera tardi prima d’andare a letto. Una delle nostre letture serali, o piuttosto notturne, furono i poemi didascalici del Rucellai e dello Spolverini. Quelle letture fatte in compagnia del Carducci erano per me di una utilità e di un piacere indicibili. Fin d’allora egli aveva una conoscenza della nostra letteratura poetica veramente meravigliosa.

***

Ai primi di novembre tornammo a Firenze per dare l’ultima mano e l’ultima spinta alla pubblicazione dellaGiunta alla derrata; ma ci trovammo dinanzi un ostacolo impensato, che durammo molta fatica a vincere: le sùbite paure del Targioni, che nientemeno voleva sopprimere il libro, per risparmiare, diceva, a sè ed a noi un processo e la prigione. Finalmente, come Dio volle, il libro uscì; ma il Carducci non potè assistere alla pubblicazione e al chiasso che doveva suscitare, perchè, venutagli appunto allora la nomina di maestro a San Miniato, dovè subito recarvisi a cominciarela scuola. Gli mandammo là il libro, ed egli rispondendomi dolevasi che non gli avessi detto niente dell’accoglienza fattagli dai giornali. «E che tacciono questi canterini dalle golette fangose? Che il libro fu forse l’offa tremenda? Oh, oh, oh, direbbe Macbeth. Scrivimi subito, per Iddio Apollo. Non imitar me tristo annoiato infelice.» Mandava tre paoli per il libro, scusandosi di non potere di più perchè diceva: «Ho solamente 77 lire il mese.» Era questo il suo stipendio di insegnante, che ridotto dalle lire codine alle italiane, fa 64,68; cioè poco più di due lire al giorno, la paga di un onesto facchino. In quei primi giorni si trovò male a San Miniato: «Non ho voglia, mi scriveva, di parlarti della mia vita, ch’è trista e goffa assai.» Ma non era il misero stipendio che lo angustiava: era la novità del luogo, l’aver lasciato Firenze, le biblioteche, i banchetti dei librai, gli amici. Tanto è vero che qualche giorno dopo mostravasi più sereno, e scusandosi del non aver risposto ad una lettera del Targioni, mi scriveva: «Gli dirai che mi perdoni: ma in quel tempo che mi scrisse era impossibile mi distornassi dalla mia scuola. Insegno greco: evviva:faccio spiegare Lucrezio ai miei ragazzi: evviva me.»

Io non gli avevo scritto niente dell’accoglienza fatta al nostro libro dai giornali, perchè questi non ne avevano ancora parlato. Ma non tardarono molto; e le accoglienze, come era da aspettarsi, furonotutt’altro che oneste e liete; ci fu però una notevole differenza fra queste e quelle fatte allaDiceria.

Le intemperanze nostre avevano spaventato siffattamente i buoni fiorentini, che i librai ebbero sulle prime paura del nostro libro, e, quasi fosse appestato, non volevano prenderlo a vendere.

Ma quando, superate le prime avversioni, il libro fu conosciuto, molti di quelli stessi che avevano vituperato laDiceria, e seguitavano a non mandarla giù, resero giustizia, pur non approvando tutte le nostre opinioni e la fierezza delle nostre polemiche, alla serietà dei nostri studi e intendimenti: e l’ingegno del Carducci cominciò fin d’allora, nella cerchia ristretta di una parte dei toscani così detti culti, ad essere riconosciuto e rispettato.

***

Per quanto l’autore nominale e occasionale della società degli amici pedanti fosse il Gargani, il vero capo e ispiratore di essa era, si capisce, il Carducci; la cui vita letteraria cominciò, si può dire, fin d’allora, con quelli istinti di avversione ed opposizione ad ogni volgarità e viltà e ciarlataneria, che hanno ispirato e diretto poi sempre l’opera sua di scrittore. Tanto che, arrivato presso alla fine, egli ha potuto affermare con piena sincerità, che i principii da lui seguiti scrivendo, furono sempre gli stessi. «In politica, l’Italia su tutto: in estetica, la poesia classica sututto: in pratica la schiettezza e la forza su tutto.»[17]Che è quanto dire l’italianità su tutto. Questo era il programma degli amici pedanti: il Carducci che lo avea formulato lui nellaGiunta alla derrata, non fece che esplicarlo ed applicarlo in tutte le sue opere come poeta, come prosatore, come insegnante.

Non mette conto parlare di qualche giornalettucciaccio teatrale, scritto da gente peggio che illetterata, il quale seguitò a blaterare contro il Gargani e gliamici pedanti. Chi se ne ricorda più? Ma un di quelli che andava per la maggiore, ilPassatempo, seguitò anche lui e peggio degli altri.

C’era la sua ragione. IlPassatempoera un giornaletto settimanale umoristico, con caricature, fabbricato quasi clandestinamente in Palazzo Vecchio, fra i Ministeri dell’istruzione e dell’interno, da Pietro Fanfani ed alcuni accoliti suoi; i quali prima che uscisse laDiceriaavean fatto l’occhio dolce ad alcuni di noi, e qualche grazioso invito a collaborare; perchè ilPassatempoavea nel suo programma il corretto scrivere italiano, anzi toscano, anzi fiorentino. Ma uscita laDiceria, e mentre si preparava laGiunta, il Fanfani e i suoi compagni capirono dall’atteggiamento nostro che noi eravamo dei rompicolli, il cui contatto poteva essere pericoloso per impiegati fedeli del Governo granducale, e che eravamo tomi da rivedere le buccie, anche nel fattodella lingua, a vocabolaristi e linguisti famosi come il Fanfani. Perciò si schierarono bravamente contro di noi. IlPassatempopubblicò subito nel suo n. 46 (29 novembre 1856) un feroce articolo contro laGiunta alla derrata, che chiamavaun miserabile affastellamento di arroganti contumelie e di bizze impotenti, dichiarando chesi teneva onorato delle villanie degli amici pedanti, e chenon voleva dar loro il gusto di nessuna risposta; ma viceversa rispondendo con l’articolo stesso. Del che accortosi, terminava così: «Ma adagio adagio darei a queste parole aria di risposta, e così la darei vinta a’ pedanti, dal che Dio mi guardi. La risposta se la daranno da sè medesimi se mai avviene che mettan giudizio, la qual cosa per altro è assai dubbia.»[Vedi le note a pag.443] Pur troppo i pedanti non misero giudizio: seguitarono ancora a scrivere e combattere con le medesime idee per le medesime idee; e ilPassatempo, che non voleva più occuparsi di loro, seguitò a gratificarli de’ suoi vituperii, pigliando di mira in particolar modo il Carducci, specie dopo ch’egli nel luglio dell’anno appresso ebbe pubblicato il volumetto delle sueRime.

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Della sua vita a San Miniato il Carducci ha dato da sè unospecimentale, che non permette ad unsuo biografo, chiunque ei sia, di dirne altro. Chi non ha letto inConfessioni e battaglieleRisorse di San Miniato al Tedesco? Se qualcuno non le ricordasse, vada e le rilegga. Io qui mi limiterò a rammentare da quello scritto qualche fatto più notevole, usando, quanto mi sarà possibile, le parole stesse dell’autore.

Insieme col Carducci andarono al Ginnasio di San Miniato gli altri due normalisti raccomandati dal professore Pecchioli al proposto Conti, Pietro Luperini e Ferdinando Cristiani. Pietro, il più anziano dei tre e il più positivo, dice il Carducci, insegnava umanità (terza ginnasiale); Ferdinando grammatica (seconda e terza); il Carducci retorica (quarta e quinta); cioè faceva «tradurre e spiegare a due ragazzi più Virgilio e Orazio, più Tacito e Dante che potessero; e buttava fuor di finestra gl’Inni sacri del Manzoni.»[18]

Appena arrivati, i tre maestri «si accontarono con una brigata di giovinotti, piccoli possidenti e dottori novelli, che passavano tutte le sante giornate a mangiare e bere, a giocare, amare, dir male del prossimo e del governo.»[19]Questi giovinotti andavano spesso a trovare i maestri, che abitavano, tutti insieme e tutta loro, una casetta nuova subito fuori Porta fiorentina, appigionata ad essi da unoste, detto Afrodisio, il quale provvedeva ai maestri anche il mangiare. Lacasa dei maestri, come il vicinato la chiamava, cominciò presto ad aver «mala voce all’intorno per i molti strepiti che vi si udivano di notte e di giorno, ogni qualvolta l’allegra compagnia la invadesse.»[20]

«Qualche volta, scrive il Carducci, andavamo anche alla méssa, in domo; e una di quelle mésse m’è ancora in memoria per la lieta illustrazione di certi quadri o affreschi, che il capo più ameno della brigata recitava, menandomi in giro per le navate, in istil bergamasco, contraffacendo il parlare d’una venditrice di castagne compatriotta del poeta Bernardino Zendrini, e con un sistema critico di perpetua comparazione tra la figura di san Giuseppe e quella del sotto-prefetto, che, tutto in nero, ascoltava il divino ufficio nella prima panca.

»Hinc mihi prima mali labes.Da cotesta bergamascata e dalle mie smargiasserie di antimanzonianismo mi si levarono intorno i fumacchi, e ben presto mi avvolsero e tinsero tutto, d’una leggenda d’empietà e di feroce misocristismo. Assai prima che l’imperatrice Eugenia avesse a inorridire su i grassi venerdì santi del principe Girolamo Napoleone e dell’accademico Sainte-Beuve, corse per Valdarno una spaventosa voce, che io il venerdì santo del ’57 fossi sceso da San Miniato alla tavernadel piano, e all’oste sbigottito avessi fieramente intimato: Portami una costola di quel p.... di Gesù Cristo. È vero che in quell’anno io andavo pensando o andavo dicendo di pensare un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante,Io non so chi tu sie nè per che modo Venuto se’ quaggiù; ma è anche vero che quel venerdì santo io ero a Firenze, e quei mesi studiavo appassionatamente Iacopone da Todi e annunziavo a tutti la sua gran superiorità su ’l Manzoni e lo salutavo Pindaro cristiano, e composi una lauda al Corpo del Signore. Il che tutto non impedì che non mi fosse avviato un processo; e un processo di tal materia a quegli anni in Toscana poteva menar lontani. Per fortuna che del ’57 anche c’era in Toscana, pur all’ombra della cappamagna di santo Stefano, del buon senso parecchio e dell’onestà.»[21]

***

Il Carducci parla poi delle visite che nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno gli andavano a fare da Firenze il Nencioni, il Gargani e il Chiarini, del chiasso e delle bizzarrie che facevano, lui specialmente e il Gargani; d’un suo amoretto, che non durò, dice lui, cinque giorni; e finalmente della proposta di stampare le sue poesie,fattagli un bel giorno dal Cristiani, per potere col guadagno ch’ei ne sperava pagare i loro debiti all’oste e al caffettiere.

«Le poesie, scrive il Carducci, massime allora, io le faceva proprio per me: per me era de’ rarissimi piaceri della mia gioventù gittare a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella materia della lingua e nei canali del verso, formarlo in abozzo, e poi prendermelo su di quando in quando, e darvi della lima o della stecca dentro e addosso rabbiosamente. Qualche volta andava tutto in bricioli; tanto meglio. Qualche volta resisteva; e io vi tornavo intorno a sbalzi, come un orsacchio rabbonito, e mi v’indugiavo sopra brontolando, e non mi risolvevo a finire. Finire era per me cessazione di godimento, e, come avevo pur bisogno di godere un poco anch’io, così non finivo mai nulla.»[22]

La risposta del Carducci al Cristianiaspettante, e che pur tacendo parlava, fu un bel no; e il Cristianise ne andò, scrollando la testa. Ma l’oste e il caffettiere tempestavano coi loro conti; il tipografo, messo su dal Cristiani,offeriva un’edizione economica e trattamento da amico; e così andò a finire che il Carducci cedè, e la stampa delle sue poesie fu deliberata.

Se gli amici nelle belle domeniche d’aprile, di maggio e di giugno andavano a San Miniato a trovareil Carducci, anch’egli, quando avea due o tre giorni di vacanza di seguito, andava a Firenze a trovare gli amici. Il 19 febbraio mi scriveva da Santa Maria a Monte, dove fino dal giovedì grasso era andato a cercare della caccia da portare a Firenze per fare un desinaretto cogli amici: «Sabato il giorno sarò a Firenze con quattro grossi e belli uccelli di palude, dei quali tre moriglioni e un’arzavola da farne un umido stupendo. Voi preparate, se si deve fare il pranzo domenica.» Mentre scriveva era di così cattivo umore, che neppure l’idea del pranzo bastava a rasserenarlo. «La inerzia mia, proseguiva, è grande: la noia della vita è giunta a tal grado che io non posso sopportare più me stesso: io non faccio più nulla: non farò più nulla: tutto è vanità, anche la letteratura e la gloria. Perchè perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e poesie? No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene.» Era uno di quei momenti di scontentezza da cui il Carducci non di rado era preso, ma che fortunatamente passavano presto: e contribuiva sopra tutto a farli passare lo studio e il lavoro. Venne, si fece il pranzo, che fu lietissimo, e passammo insieme lietamente gli ultimi giorni di carnevale. Tornato a San Miniato, scrisse nel marzo l’ode alla beata Diana Giuntini, e attendeva a correggere e finire le altre poesie che voleva stampare.

Il primo d’aprile, mandandomi il manifesto per la pubblicazione del volumetto mi scriveva: «Jactaest alea!Il manifesto per le mieRime toscaneè stampato: nè posso più ritrarmi. Pensa a persuadere il Targioni che la cosa non è fatta male, avuto riguardo a’ debiti grandi ch’io mi ritrovo. Per l’amor di Dio, non mi fate rimprovero ora perchè altramente troppo pensiero me ne piglierebbe.... Il libro sarà composto di una prefazione in prosa lunga assai, di una prefazione in versi: poi, 1º libro, sonetti: 2º libro, odi: 3º libro, ballate: 4º libro, canti. — Due altri sonetti ho fatto, e finito secondo il costume pagano l’ode alla beata Diana, che è la più di gusto antico fra le mie odi oraziane. Il tutto sentirete a Firenze, chè ora non ho voglia di scrivere più oltre.»

***

Nel maggio lavorò moltissimo a compiere e correggere le poesie da mettere nel volumetto, del quale aveva già cominciato la stampa, e a comporne delle nuove. Prima del 20 aveva finito l’odeAgli Italiani, e aveva scritto, fra altri versi, il principio delCanto alle Muse, che, mi scriveva, «per l’anima d’Omero, sono i migliori versi ch’io abbia mai fatto.» E anche a me quando poi me li mandò manoscritti, parvero bellissimi, e glie ne scrissi lodandoli entusiasticamente. Ho voluto ora rileggere il lungo frammento intitolatoOmero, ch’egli accolse poi nelle edizioni successive delle poesie; e (perchènon dirlo?) ho trovato giustificabile e giustificato il mio giudizio entusiastico di quarantacinque anni fa. Quei versi mi paiono ancora belli quanto i più belli del Foscolo; ma si capisce che, se non ci fossero stati prima il Foscolo, il Monti e il Leopardi, il Carducci forse non li avrebbe scritti, certo non li avrebbe scritti a quel modo. Il 26 mi mandava le prove di stampa dei sonetti, che allora erano 28, e furono ridotti a 25; il 6 giugno avea finito l’odeA Febo Apolline, cominciata il 25 novembre 1851 a Firenze, e ripresa soltanto a San Miniato nel dicembre 1856.

Nel luglio ebbe per un momento l’idea di prender parte al concorso allora aperto per la cattedra di eloquenza italiana nell’Università di Torino. «Se vi fossero nomi famosi, mi scriveva, non avrebbero aperto il concorso: io avrei caro di sapere se vi paresse audacia il presentarmi anch’io.» Io non so che cosa gli rispondessi; ma probabilmente l’idea gli passò via subito ed egli non ne fece altro.

Mentre attendeva alla stampa delle poesie, che fu compiuta in poco più di due mesi, dal maggio al luglio (il volume fu pubblicato il 23), era agitato da sentimenti diversissimi, ora di eccessiva depressione, ora di esaltazione non meno eccessiva. L’8 di giugno mi scriveva: «Poco importami vedere il mio nome stampato in cima a una ventina di componimenti, che pochissimi intenderanno, due o tre leggeranno sbadigliando senza intendere, tutti disprezzeranno,e più quelli che meno li avranno intesi! Ahi stoltezza stoltissima tutto, e lo studiare e il credere alla fama e il desiderarla, e più grande stoltezza stoltissima il credere e pretendere di pensare bene soli fra milioni che ridono o compatiscono, e dirlo in faccia a cotesti milioni, e pigliarci il maledetto sdegno. Ragazzaccio impertinente, avrebbon ragione di dirmi gl’italiani, e chi se’ tu che col latte ancor su le labbra pretendi sedere a scranna e insultare noi venticinque milioni? Degna tua punizione il sorriso e lo scappellotto. Sta bene! E io, siccome quegli che fo un gran gridare con picciolette forze, a mo’ della rana e della cicala, dovrei pigliarmi lo scappellotto, ebuci. Presunzione da ragazzi: per dire a un secolo intero, tu fai male, altre faccie voglionsi che la mia, altri studi, per Dio! Or sia così, e gl’italiani mi deridano e mi piglino a scappellotti; bene sta: nè io fiaterò. Orgoglio! come se gl’italiani volessero curarsi del librettuccio mio, il quale dalle mani di pochi ragazzi e giovanetti passerà, come dicea fra Gargani, a formare aquiloni a’ fanciulli, e anime a dipanar gomitoli alle signorine.»

***

Con una lettera successiva, annunziandomi che la stampa del libretto era finita, e giurando e spergiurando che, salvo il Mamiani, il Gussalli, il Ferrucci,il Mordani, il Tommaseo e il Thouar (solo tra’ fiorentini), nessun altro dovea averlo in regalo, diceva tra le altre cose: «O belve di trecentomila capi, Giosue Carducci non vi presenterà il libretto suo, perchè gli diciate che è un giovane di buone speranze, se si converte alla buona filosofia. No, bestioni, io sputerò in faccia alla vostra filosofia: e vo’ credere nelle Muse e in Apollo sempre: e quando sarò per morire mi farò leggere Omero: e non sia vero che intorno a me siano preti. Mi farò bruciare sopra un rogo di legna di pino, a cui sottostaranno tutti i miei libri. Sì, sì, viva Apollo Febo lungioprante, Patareo, Delio, Cinzio, e moia chi dice di no.... Per Iddio Apollo, di’ ch’io credo assolutamente nella religione d’Omero, e che io non iscrivo di mitologia per imitazione o perchè sia uno scolaretto, ma perchè credo che vera poesia, hai inteso,vera poesianon è che là.»

All’ultim’ora il Carducci dimise il pensiero delle due prefazioni, una in prosa e l’altra in versi, della divisione delle poesie in quattro libri e d’una piccola introduzione esplicativa dei saggi delCanto alle Muse, che doveva essere indirizzata al maestro suo Michele Ferrucci; e il libretto uscì composto soltanto di venticinque sonetti, di dodici Canti e dei dettiSaggi di un Canto alle Muse. Tra i Canti erano comprese due ballate di stile antico e laLauda spiritualeper la processione del Corpus Domini. Una delle ballate,La bellezza ideale, era dedicataal Padre Barsottini, l’altra,Ultimo inganno, a Francesco Donati delle Scuole Pie, laLauda spiritualea Giulio Cavalocchi; alcuni sonetti e la maggior parte dei Canti erano indirizzati o dedicati ad amici (Chiarini, Tribolati, Nencioni, Targioni, Buonamici, Pazzi, Cristiani, Gargani, Panicucci); i saggi delCanto alle Museerano dedicati a Michele Ferrucci. Era premessa alle poesie questa dedicatoria: «A voi| Giacomo Leopardi e Pietro Giordani| viventi| queste mie rime| come ad autori e maestri| offerto avrei vergognando| le quali parmi ora superbo| consecrare| alla memoria di voi grandissimi| io piccolissimo.|»

Inutile dire che lo scopo del libro, quello cioè di pagare i debiti, non fu raggiunto. «I debiti, scrive il Carducci, anzi che estinguere, dilagarono,» tanto che dovettero intervenire i babbi e le mamme a pagarli; «e le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliani Giudici, agl’insulti di Pietro Fanfani.»[23]

Alla fine d’agosto il Carducci abbandonò San Miniato, per andare a passare alcuni giorni in famiglia a Santa Maria a Monte, e di lì si recò nella prima metà di settembre a Firenze.


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