CAPITOLO IV.(1858-1860.)
Nomina del Carducci a professore nel Ginnasio d’Arezzo, non approvata dal Governo. — Critiche alleRimedel Carducci. — Sonetti satirici del Carducci. — Sonetto del Fanfani contro il Carducci. — IlMomo. — Il trionfo di Farfanicchio e la caricatura degliamici pedanti. — Una lettera del Guerrazzi. — Giudizio del Carducci intorno ai suoi critici. — Il Carducci si stabilisce a Firenze. — Francesco Menicucci. — Riunioni serali degliamici pedanti. — Morte improvvisa di Dante Carducci. — Il Padre Consagrata (Francesco Donati). — Riunioni e letture serali in casa Chiarini. — Il Carducci e Gaspero Barbèra. — I primi volumetti dellaCollezione Diamante, curati dal Carducci. — Polemica colPassatempoper una poesia di Isidoro Del Lungo. — Morte del padre del Carducci. — Giosue porta la famiglia a Firenze. — Prime speranze della guerra per l’indipendenza. — Gliamici pedantifondanoIl Poliziano. — La canzoneA Vittorio Emanuele. — Il Carducci prende moglie. — Riunioni al caffè Galileo. — Silvio Giannini, l’odeAlla croce di Savoiae il Salvagnoli. — Nomina del Carducci al Liceo di Pistoia. — Nascita della figlia Beatrice. — Nuovi volumetti dellaCollezione Diamante. — Il Carducci a Pistoia. — Louisa Grace-Bartolini. — L’odeSicilia e la rivoluzione. — «Oh i codici del Poliziano e dei poeti antichi in Riccardiana!» — Il ministro Mamiani offre al Carducci la cattedra di lettere italiane all’Università di Bologna.
Nomina del Carducci a professore nel Ginnasio d’Arezzo, non approvata dal Governo. — Critiche alleRimedel Carducci. — Sonetti satirici del Carducci. — Sonetto del Fanfani contro il Carducci. — IlMomo. — Il trionfo di Farfanicchio e la caricatura degliamici pedanti. — Una lettera del Guerrazzi. — Giudizio del Carducci intorno ai suoi critici. — Il Carducci si stabilisce a Firenze. — Francesco Menicucci. — Riunioni serali degliamici pedanti. — Morte improvvisa di Dante Carducci. — Il Padre Consagrata (Francesco Donati). — Riunioni e letture serali in casa Chiarini. — Il Carducci e Gaspero Barbèra. — I primi volumetti dellaCollezione Diamante, curati dal Carducci. — Polemica colPassatempoper una poesia di Isidoro Del Lungo. — Morte del padre del Carducci. — Giosue porta la famiglia a Firenze. — Prime speranze della guerra per l’indipendenza. — Gliamici pedantifondanoIl Poliziano. — La canzoneA Vittorio Emanuele. — Il Carducci prende moglie. — Riunioni al caffè Galileo. — Silvio Giannini, l’odeAlla croce di Savoiae il Salvagnoli. — Nomina del Carducci al Liceo di Pistoia. — Nascita della figlia Beatrice. — Nuovi volumetti dellaCollezione Diamante. — Il Carducci a Pistoia. — Louisa Grace-Bartolini. — L’odeSicilia e la rivoluzione. — «Oh i codici del Poliziano e dei poeti antichi in Riccardiana!» — Il ministro Mamiani offre al Carducci la cattedra di lettere italiane all’Università di Bologna.
Lasciando San Miniato, il Carducci era deciso di non tornarvi, e perciò aveva concorso ad una cattedra nel Ginnasio municipale d’Arezzo. Vinse il concorso,e fu nominato; ma le accuse d’empietà e di liberalismo, che dalle autorità politiche di San Miniato erano giunte al Governo granducale contro il giovane insegnante, furono cagione che la nomina di lui non fosse approvata. Era allora impiegato al Ministero della istruzione Pietro Fanfani, furibondo contro il Carducci e gliamici pedanti, che non gli avevano risparmiate e non gli risparmiavano critiche e canzonature.
Il Fanfani era stato fino allora in Toscana una specie di dittatore nelle cose della lingua; e gliamici pedanti, mettendo in mostra gli errori che, appunto nel fatto della lingua, si trovavano nei suoi libri (la maggior parte dei quali commenti e postille ad opere altrui), erano stati cagione che l’autorità e la fama di lui ne erano rimaste un po’ scosse. E poichè non v’è arme più terribile a ciò del ridicolo, il Carducci s’era divertito e si divertiva a lanciargli contro i suoi sonetti burleschi: avea scritto proprio per lui quello dellaGiunta alla derrata«Ai filologi fiorentini odiernissimi»; e, venendo nel settembre a Firenze, ne aveva portato con sè un altro composto allora allora a Santa Maria a Monte, intitolatoPietro Fanfani e le postille.
Anche a Firenze seguitò a comporne altri, che sono rimasti inediti, un de’ quali mi rammento che cominciava:
Ser Fanfana, buon giorno! Urla il RicordoChe tu gli hai strazïato una edizione;Grida Barbèra: Or ve’ filologoneChe con le concordanze è mal d’accordo.
Ser Fanfana, buon giorno! Urla il RicordoChe tu gli hai strazïato una edizione;Grida Barbèra: Or ve’ filologoneChe con le concordanze è mal d’accordo.
Ser Fanfana, buon giorno! Urla il Ricordo
Che tu gli hai strazïato una edizione;
Grida Barbèra: Or ve’ filologone
Che con le concordanze è mal d’accordo.
Il sonetto alludeva appunto agli errori che gliamici pedantiavevano trovato in alcuni libri curati dal Fanfani per gli editori Ricordi e Barbèra.
***
La guerra accesa dallaDiceriae dallaGiunta, invece di posare, si era rinfocolata più terribile e più accanita dopo la pubblicazione delleRimedel Carducci, sulle quali i giornali e i giornalisti avversari degliamici pedanti, con a capo il Fanfani, si erano gettati rabbiosamente, facendone uno strazio bestiale.
Bestiale, perchè, pur ammesso che il giudizio dei critici potesse essere in parte traviato dalle bizze personali, le più di quelle critiche dimostravano l’assoluta incapacità nei loro autori d’intendere poesia. E gliamici pedanti, i quali erano in buona fede convinti che nelleRimeci fosse la rivelazione di un ingegno poetico vero, e che ciò che i critici vituperavano e schernivano fosse appunto la rivelazione di quell’ingegno, non erano disposti ad ammettere che in quelle critiche ci potesse essere niente di ragionevole.
Del Carducci è inutile dire se gli prudevano le mani. Egli aveva specialmente allora una gran vogliadi scrivere poesie satiriche, ed era tutto contento quando gli se ne porgeva occasione.
Appunto in quel tempo, fra l’anno 1857 e il 1858, compose la maggior parte dei sonetti burleschi, che sono ora raccolti nel libro V deiJuvenilia, ed altri che, come ho accennato, rimasero inediti. Gli stampati ad eccezione dei primi tre e di quelloSur un canonico che lesse un discorso di pedagogia, si riferiscono tutti alle scaramuccie degli amici pedanti col Fanfani e gli altri scrittori delPassatempo.
Il Fanfani pubblicò le sue critiche alleRimedel Carducci, invece che nel suo giornale, in un altro,La Lanterna di Diogene, adducendo a ragione del suo scrivere lo scandalo suscitato, diceva lui, fra le persone serie da un articoletto laudatorio di esseRime, nel quale il Carducci era chiamato il miglior poeta italiano dopo il Niccolini e il Mamiani. Quell’articoletto, firmato E. M., era stato scritto da un avvocato Elpidio Micciarelli, amico del Targioni, e pubblicato nellaLente; e pur nellaLenteil Carducci rispose ai primi due articoli del Fanfani; il quale rincarò la dose delle impertinenze negli altri.[Vedi le note a pag.453]
Oltre questi articoli, il Fanfani compose anche un lungo sonetto con la coda parodiando leRimedel Carducci. Poichè il Carducci saettava lui ed i suoi di versi satirici, anche i Passatempisti non vollero essere da meno. Non ricordo o non ritrovo seil sonetto del Fanfani fosse pubblicato; credo di no: noi ne avemmo copia da Giulio Cavaciocchi, che bazzicando il Ministero della istruzione conosceva il Fanfani, e faceva come da gazzettino fra i due partiti belligeranti.
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Ai tanti giornaletti settimanali, che pullulavano allora in Firenze, l’avvocato Micciarelli ne aggiunse nel gennaio del 1858 un altro, che battezzò col nome diMomo, e che mise a nostra disposizione. Nel n. 12 di questo giornale (26 marzo 1858) furono pubblicati i due sonetti satirici del Carducci,A MesserinoeA Bambolone, che sono i LXXVIII e LXXX del libro V deiJuvenilianella edizione dellePoesie. Ma nel giornale furono stampati con qualche leggera variante e con intitolazione diversa:Bamboloneera chiamatoCaracalla, eMesserino, Rondellone; e c’era innanzi ai sonetti questa minacciosa rubrica: «Sonetti due, cavati da un Ms. che sembra appartenere al secolo XVI exeunte, e che si trova, a cercarlo, nella Biblioteca di Parigi, dove altri molti ne sono di simiglianti.»
Sotto il nome diCaracallasi nascondeva uno dei consorti del Fanfani, canzonato dal Carducci nell’altro sonetto,Il Burchiello ai linguaioli(LXXVII, lib. VJuvenilia).Rondellone, oMesserino, era Giuseppe Polverini, editore e proprietario delPassatempo,un buon diavolo, mezzo letterato anche lui, che, fregandosi al Fanfani e agli altri scrittori del suo giornale, s’era impolverato di letteratura e aveva scritto e stampato delle prose e dei versi. Il Cavaciocchi ci era venuto a riferire ch’egli andava dicendo di voler pagare dei ragazzi i quali, prendendo a fischi gliamici pedantitutte le volte che uscivano per le vie, li costringessero a scappare di Firenze; e il Carducci aveva scritto il sonetto.
Quasi in risposta ai due sonetti del Carducci pubblicati nelMomo, ilPassatemponel suo n. 14, anno III (3 aprile 1858), pubblicava un sonetto caudato con questo titolo: «Il trionfo di Farfanicchio arcipoeta, o del Gigante da Cigoli, che abbacchiava i ceci con le pertiche: diceria in versi di un poeta che non è poeta.» Farfanicchio era, si capisce, il Carducci. Il sonetto, come gli altri scritti delPassatempo, non portava firma; ma era stato composto (sapemmo) da Antonio Fantacci, uno degli scrittori più ingegnosi e più culti del giornale, e, a differenza di quello del Fanfani, non mancava di spirito.[Vedi le note a pag.453]
Lo stesso numero delPassatempoaveva in fine della quarta pagina la caricatura degliamici pedanti, cioè del Carducci, del Targioni e di me. (Il Gargani, da un pezzo fuor di Firenze, non aveva preso parte alle nostre ultime lotte.) In una specie di quadro erano disegnati su in alto i ritratti delManzoni, del Gioberti, del Grossi, del Tommaseo, e giù in basso gliamici pedanti, che inforcando dei cavallini di legno movevano in guerra contro quei grandi; da un lato il Targioni con in mano una targa, in mezzo il Carducci con in mano un cardo da cardare la lana, dall’altro lato io con una trombettina dal collo lungo e stretto.
IlMomopubblicò più tardi, nel n. 26 (1º luglio), un articolo di lode sulleRimedel Carducci, togliendolo dallaRivista contemporaneadi Torino; e più tardi ancora, nei nn. 33 e 35 (19 agosto e 2 settembre), riprodusse un articolo, pure in lode delleRime, composto da Giuseppe Puccianti, e già stampato in un giornaletto pisano,L’Osservatore. In questo giornaletto, compilato dal Puccianti stesso e da altri amici di Pisa, scrivevamo di tratto in tratto anche noi. Il Carducci vi pubblicò l’odeI voticon una mia breve introduzione e l’odeA Diana Trivia.
Gli attacchi delPassatempocontro gliamici pedantiin quell’anno 1858 non si limitarono al sonetto su Farfanicchio e alla caricatura. E prima e dopo, facendo la rassegna delMomo, ce ne diceva di tutti i colori. Ciò, lungi dal turbarci, ci metteva di buon umore, dandoci materia e occasione a proseguire la battaglia.
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Ma non la pensava come noi il buon Silvio Giannini, che, amico ed estimatore del Carducci, vedevadi mal occhio quelli attacchi feroci contro il giovane poeta. E sperando di farli cessare coll’intervento di un giudice autorevole, scrisse al Guerrazzi domandandogli il suo parere intorno alleRime. Avuta la risposta, la mandò al Direttore delPassatempo, con preghiera di pubblicarla: e ilPassatempola pubblicò, per mostrare (così diceva un breve cappello premesso alla lettera) «che le cose dette contro il Carducci non furono dettate da animosità verso la sua persona, o da poca stima del suo ingegno, ma dal cruccio di vedere che egli il suo ingegno spendeva in misere dispute ed in servigio di una fanciullesca fazione letteraria che era lo spasso e lo scherno di Firenze.» Quest’ultima era una pretta bugia, poichè ilPassatemposapeva benissimo, e lo aveva detto e lo ripeteva, che il Carducci era lui il capo della fazione (se fazione poteva chiamarsi). La dichiarazione poi di stima al Carducci era tanto poco sincera, che ilPassatempod’allora in poi seguitò a blaterare contro di lui peggio di prima. Ne vedremo fra poco un saggio a proposito dell’ultima e fiera polemica che il Carducci ebbe con esso per una poesia di Isidoro Del Lungo.
Ecco la lettera del Guerrazzi al Giannini, che fu pubblicata nel n. 16, anno III delPassatempo(17 aprile 1858).
«.... Ho scorso le poesie del Carducci. Che posso dirgliene io? Penso che pessimamente adoperarono a suonargli le tabelle dietro: mi maraviglio dellainsolita inurbanità e me ne affliggo pel mio paese. Ormai della fama di gentilezza più poco gli avanza; voglia pertanto tenerla cara. Di più: il giovane, il quale invece di commettersi alle dissipazioni coltiva gli studii, e non pure si mostra schivo, ma impreca ai vizii, facile e non irrimissibile peccato degli anni, merita conforto, e di molto, massime considerati i tempi. Quanto a lingua e a concetti, vuolsi adoperare carità e ammonimenti fraterni, non ira nè scherno, anco avendo ragione: ma i critici l’hanno? Le più volte no. Infatti, io mi sento poca cosa: non mi state a dire di no: io conosco benissimo quanto peso: nondimeno la Italia condotta allaliquidazione, mancatele le pezze di panno rosato, mette fuori i suoi scampoli, fondi di magazzino, e di questa ragione ciarpe, e ci entro anco io. Eppure, se lo rammenta, signor Silvio? A Livorno mi presero a fischi. Cosicchè; se la natura non mi avesse regalato un’anima di leccio, mi sarei ripiegato come un lombrico, e come lui, rannicchiato sotto terra. Io al Carducci avvertirei: Bada, figliuolo mio, dubito che tu erri in lingua, e in concetti; in lingua, che deve con lungo amore ricavarsi dai Classici, non per rimetterla cruda nei tuoi scritti, bensì per farne impasto il quale sia ben tuo, e fuso al tuo fuoco, e plasticato alla tua maniera: altra cosa è imitare, altra è copiare; anzi, neppure imitare mi garba, e tu copii, copiare è da scimmie; imita il comune degli uomini; l’ingegno forte, piglia e fa suo.
»Alla servilità della parola dà incitamento la servilità del pensiero. Imperciocchè, che abbachi mai con l’aura greca e con la latina? Io temo forte, che il tuo maestro non t’abbia soffiato sul cervello un’aura di pedanteria, e reso tale come una foglia di platano a mezzo novembre. Che concetti meschini, che pensieri scemi sono eglino questi? Tu non hai ad essere latino, nè greco, come nè anco francese o tedesco, bensì italiano, e dei tuoi tempi; perchè ogni letteratura deve porgere ai futuri testimonianza della età in cui fu. Non sentire come Orazio, non pensare come Pindaro: da te senti e pensa. Che grulleria è cotesta di spregiare quanto ignori? Inghilterra, Germania e (mirabile a dirsi!) la Scandinavia e la Persia possiedono tesori di poesia per splendore d’immagini, per squisitezza di sentimento, tali, appo cui impallidisce quanto conosci di greco, di latino, ed anco, ohimè! di italiano. Tutto guarda, tutto esamina; allargati la mente: la mente umana, meglio del Panteon, deve dar posto a tutti gli Dei. Medita, di nuovo medita; questo viene da volontà: e poi senti; e questo altro ti darà natura; e quando spirano dentro amore ed entusiasmo, nota, e sarai poeta; chè molto di favore ti compartiva il cielo. Di questo mi contento: leggi, prima di poetare da capo, il quarto canto del Fanciullo Aroldo di Byron; e poi ci riparleremo.
»Ecco come avrei ammonito il suo amico Carducci. Ed Ella perchè non lo ha fatto? E se nolfece, e perchè non lo fa? Lo avvisi, lo conforti anche da parte mia, e rassicuri che le ali ei le ha; solo che sappia volare. Ami e veneri il suo maestro Ferrucci, ma cammini da sè.... Genova, 12 aprile 1858.»
***
Nella lettera del Guerrazzi erano, come si vede, molte osservazioni giuste; ed egli ebbe il merito di sentire l’ingegno del giovine poeta anche attraverso le imitazioni dei classici; ma non capì e non poteva capire come quelle stesse imitazioni fossero indizio di un ingegno che in esse e per esse cercava la via di riconoscere ed esplicare la propria originalità. Il povero Michele Ferrucci, sospettato dal Guerrazzi di aver soffiato nel cervello del suo alunno un’aura di pedanteria, era innocentissimo delle imitazioni oraziane del Carducci e della sua idolatria per i classici. Quelle imitazioni poi erano tanto poco effetto di pedanteria, che prepararono leOdi barbare; ciò che intravide il Mamiani.
Dove il Guerrazzi aveva ragione era nel rimproverare al Carducci il disprezzo per le letterature straniere; disprezzo forse più ostentato che vero, del quale il poeta si guarì ben presto da sè, senza però arrivar mai, credo, a persuadersi che la poesia scandinava e persiana fossero superiori alla latina e alla greca.
Dodici anni più tardi il Carducci, parlando delle sue poesie giovanili, e dichiarando che aveva riconosciuto quel che c’era di vero in alcune delle critiche fattegli, così riassunse e giudicò le critiche stesse:
«Tutti si accordavano nell’accusarmi d’idolatria per l’antichità e per la forma: pur taluno avrebbe usato misericordia all’aristocrazia del mio stile, se gl’inni a Febo Apolline e le odi a Diana Trivia non fossero apparsi in tanto folgorare di bello cristiano veri e propri peccati. I giornali teatrali poi si detter faccenda per insegnarmi la lingua: un maestro di scuola, che aveva dell’autorità in critica sbalordì la gente empiendo mezza una pagina del novero di tutti i classici da me imitati, fra i quali Pindaro, ch’io aveva così imitato com’egli letto: un sopracciò dei modi di lingua, autore di scritti lepidi che egli chiama, non si sa perchè, capricciosi, per certi versi sciolti nei quali ei pretendeva ch’io scimmieggiassi i greci, mi paragonò, parmi, ad Arlecchino: un terzo, molto affocato per la congregazione di San Vincenzio di Paola e scrittore di strofette religiose che dell’evangelio avevano l’umiltà e gliet, si affaticava a persuadermi come l’uomo anche in poesia conviene mostrarsi qual è, nè più nè meno: e io ne sarei andato d’accordo, ove non ci fosse stata di mezzo una difficoltà, ch’ei voleva ch’io mi mostrassi qual era lui: un quarto, critico e storico molto riputato, affermava fra amici che quel librettoaccusava il difetto assoluto d’ogni possibile facoltà poetica nell’autore.»[24]
Il critico e storico molto riputato era Paolo Emiliani Giudici; il sopracciò dei modi di lingua era (si capisce) il Fanfani; il maestro di scuola non mi ricordo se l’Orlandini, o il Bianciardi; dell’altro, che oggi nessuno ricorda, è inutile fare il nome.
***
Nei primi giorni del suo arrivo a Firenze il Carducci si alluogò per qualche tempo in alcune stanze a un primo piano di faccia alla casa abitata dalla famiglia Menicucci in via Mazzetta: quelle stanze erano state prese in affitto da uno della famiglia stessa; della quale Giosue era spesso ospite quando si trovava a Firenze.
Francesco Menicucci, un bel tipo di popolano fiorentino, degno d’essere vissuto ai tempi della repubblica, si era sposato in seconde nozze con una Celli sorella della madre del Carducci, ed aveva, tra altri figli del primo letto, una figliuola di nome Elvira dell’età presso a poco di Giosue. Bazzicando questi per casa fin da quando andava alle Scuole Pie, i due giovani si erano innamorati, e, poi, coll’assenso dei parenti d’ambo le parti, fidanzati. Il Menicucci, buono e brav’uomo, se altri mai, aveva nel suo salotto dapranzo, fra i busti in gesso di Dante, del Machiavelli e d’altri grandi italiani, una piccola biblioteca storico-politica, e nella testa un gran guazzabuglio d’avvenimenti e d’uomini dell’antica Roma e di Firenze repubblicana; nomi e avvenimenti che poco o molto entravano sempre in tutti i suoi discorsi politici, e anche non politici. Egli aveva preso viva parte ai moti rivoluzionari del 1848; nei quali la sua gigantesca figura e l’anima bollente e irrequieta gli avevano naturalmente fatto rappresentare la parte di capopopolo. Una volta, mi fu detto, trascinò da sè solo un cannone dalla Fortezza da basso a non so quale altra parte della città; e si trascinava dietro, con la voce tuonante, coi gesti energici e con le grosse parole, il popolo, che a quei tempi era sempre per le strade a fare dimostrazioni. Inutile dire ch’egli aveva per Giosue un’ammirazione senza confini; e i discorsi di lui, ch’egli ascoltava avidamente, andavano ad accrescere il guazzabuglio di parole e d’idee che fermentava nella sua testa.
Gliamici pedantierano soliti radunarsi la sera in casa dell’uno o dell’altro a leggere, a conversare, a disputare. Una sera si radunarono in casa Menicucci, dove Giosue aveva allora i suoi libri, e dopo una breve discussione si stabilì di leggere Orazio. Il Menicucci, ch’era presente, chiese il permesso di assistere alla lettura, dicendo: Io non so il latino, ma quella bella lingua mi piace molto asentirla leggere. Andammo nella stanza dove erano i libri, e quando la lettura stava per cominciare egli domandò sottovoce ad uno dei convenuti: Sono le poesie di Orazio Coclite?
Per lui stare a sentire i nostri discorsi era un gran piacere; e noi, che gli volevamo tutti un gran bene per la sua grande bontà, e per l’adorazione ch’egli aveva per il Carducci, sopportavamo volentieri i suoi discorsi anche quando, come spesso accadeva, non riuscivamo a cavarne gran costrutto.
Io che stavo vicinissimo a lui di casa, in via Romana presso la piazzetta di San Felice, lo incontravo spesso, ed egli mi fermava sempre per parlarmi di Giosue. Quando questi ebbe a San Miniato quell’amoretto del quale parla nelleRisorse di San Miniato al Tedesco,[25]una leggera nube turbò momentaneamente le relazioni di lui con la famiglia Menicucci. Durante quel breve tempo io credei che il povero signor Francesco volesse impazzire. Egli veniva a cercarmi quasi tutte le sere, aspettandomi quando io uscivo di casa, e non sapeva parlarmi d’altro: nei suoi discorsi c’entravano sempre, si intende, gli uomini di Plutarco, e qualche sentenza del Machiavelli, che non mi rammentavo di aver mai letta nelle opere del Segretario fiorentino. Io cercavo di acquetarlo e di assicurarlo che tutto si sarebbe accomodato; e ciò gli faceva un gran piacere.
***
Una mattina dei primi di novembre (1857) mi capita a casa il Targioni, commosso e spaurito. Io era sempre in letto. — Vèstiti subito, mi dice; dobbiamo andare da Giosue a dargli una triste notizia: suo fratello Dante si è ucciso. — Io non avrei dato fede a quelle parole, se la faccia di chi le pronunziava non ne avesse confermata pur troppo la verità. Andammo. Sentendo la nostra voce, Giosue saltò giù dal letto, e mezzo vestito venne ad aprirci: era ilare e lieto, e ci accolse scherzando: ma al nostro turbamento e alle nostre prime parole, si rannuvolò, capì che qualche grave sciagura doveva essere accaduta, e appena uno di noi pronunziò il nome di suo fratello, egli disse: Non mi nascondete la verità, è morto, si è ammazzato.
Andò per alcuni giorni a casa, ove scrisse la canzoneAlla memoria di D. C.; e tornato a Firenze prese in affitto, nei primi del 1858, una camera mobiliata in via Romana al secondo piano della casa, dove al primo abitavo io colla mia famiglia.
Tornò triste e accorato, non pure della morte del fratello, ma delle condizioni in cui aveva lasciato la famiglia, specialmente il padre, che affranto dal tragico caso cadde malato e non si riebbe più.
Appunto per ciò bisognava vivere, bisognava cercare nel lavoro l’oblio dei mali, e il modo di affrontare l’avvenire che si avanzava scuro e minaccioso.Ciò sentì istintivamente il Carducci, e riprese la sua vita di lavoro e di studio, con nessun altro diversivo che la compagnia degli amici e i colloqui con la fidanzata.
Passava tutto il suo tempo nelle biblioteche, e in casa a studiare e a scrivere, e dava qualche lezione. Una delle sue passioni più grandi erano i codici e le edizioni rare delle poesie antiche. Veniva fin d’allora preparando i materiali per quella mirabile edizione delle poesie italiane del Poliziano, che potè perciò compiere anche stando a Bologna. Noi ci vedevamo allora tutti i giorni, e le ore del pomeriggio e la sera le passavamo sempre insieme. Quando aveva scritto qualche cosa che voleva farmi sentire, picchiava nel pavimento, ed io che avevo la mia camera sotto la sua, mi affacciavo alla finestra, ed a lui già affacciato, dicevo: Ora vengo. Così sentii a uno a uno, appena composti, la maggior parte dei sonetti satirici contro i nemici degliamici pedanti.
Ho accennato alle nostre radunanze serali, a proposito di quella di casa Menicucci. Queste radunanze si tenevano ordinariamente in casa mia, e furono inaugurate il 17 febbraio 1858, prima sera di quaresima, eprima del simposio dei sapienti, come fu scritto a piè di certi versi burleschi composti in comune quella sera stessa; nella quale, invece del ponce, ch’era la bevanda di rito, si bevve un certo caffè, che doveva essere prelibato, e non fu niente di particolare.
***
Ma, prima di quel tempo, e dopo, qualche radunanza fu tenuta a San Giovannino nella cella del Padre Francesco Donati, il quale ci preparava colle sue mani dei ponci che rimasero famosi. Il Carducci li rammentava anche qualche anno dopo, andato a Bologna. In una lettera del 7 febbraio 1861 rileggo queste parole, che mi risvegliano molte dolci memorie. «Salutami di grandissimo cuore il gran Padre Consagrata, e digli come io spasimo per lui, ed amerei essere, piuttosto che qui in questo tristo giovedì grasso, nella sua cella a bere quei famosi ponci, come nel felice 1856 e 1857.» Padre Consagrata era il soprannome che il Carducci aveva messo per ischerzo al Donati, facendogli un sonetto, che ora dopo tanti anni mi rifiorisce nella memoria.
O padre Consagrata, io ti vo’ fareIn nova foggia una laudativa.O Cecco mio da bene, o mio compare,O padre Consagrata, evviva, evviva,Evviva chi ti tenne a battezzare,Chi t’allattava e chi ti rivestiva.Oh quanti baci ch’io vorrei donareA quella zana che ti custodiva!O zana, che per tutta la giornataTenevi questo fiorellin d’amore,Dico il mio Cecco, il padre Consagrata,Io t’amo, o zana, con tutto il mio cuore,E vorre’ ti vedere rinserrataEntro un’urna d’argento a grande onore.
O padre Consagrata, io ti vo’ fareIn nova foggia una laudativa.O Cecco mio da bene, o mio compare,O padre Consagrata, evviva, evviva,
O padre Consagrata, io ti vo’ fare
In nova foggia una laudativa.
O Cecco mio da bene, o mio compare,
O padre Consagrata, evviva, evviva,
Evviva chi ti tenne a battezzare,Chi t’allattava e chi ti rivestiva.Oh quanti baci ch’io vorrei donareA quella zana che ti custodiva!
Evviva chi ti tenne a battezzare,
Chi t’allattava e chi ti rivestiva.
Oh quanti baci ch’io vorrei donare
A quella zana che ti custodiva!
O zana, che per tutta la giornataTenevi questo fiorellin d’amore,Dico il mio Cecco, il padre Consagrata,
O zana, che per tutta la giornata
Tenevi questo fiorellin d’amore,
Dico il mio Cecco, il padre Consagrata,
Io t’amo, o zana, con tutto il mio cuore,E vorre’ ti vedere rinserrataEntro un’urna d’argento a grande onore.
Io t’amo, o zana, con tutto il mio cuore,
E vorre’ ti vedere rinserrata
Entro un’urna d’argento a grande onore.
Al sonetto doveva seguitare una lunga coda, di cui non fu scritta che la prima strofe, che non ricordo interamente.
Il Donati, nato a Serravezza nel 1821, e fattosi scolopio a 24 anni, era stato chiamato nel 1856 a Firenze ad insegnare filosofia e matematiche in San Giovannino. Uomo di larga cultura, non solo letteraria, ma anche scientifica, coltivava, oltre gli studi matematici, quelli di scienze naturali; ma la sua passione più grande in quelli anni era la lirica toscana dei primi secoli. Studioso della bella lingua e dei canti popolari della sua Versilia, nei quali trovava tanta analogia con la lingua e la poesia toscana del trecento, scriveva sonetti, ballate e canzoni, ma sopra tutto ballate all’uso antico, con qualche contemperamento di moderno e di popolare. Ne scrisse molte, che rimasero tutte inedite, ad eccezione di due o tre d’argomento sacro, una delle quali sull’annunciazione della Madonna, stampata, parmi, a pochi esemplari. Alludendo a questo suo amore per la poesia antica, il Carducci, nella lettera con la quale m’incaricava di salutarlo, soggiungeva: «Digli che se egli, purista ferocissimo, mi tien sempre il broncio, a cagione dei decasillabi e dell’edizione del Rossetti (della quale però ho le mie buone ragioni), gli preparo un volumetto di — Rime di M. Cino e degli altri poeti del secolo XIV — raccolte da moltissimi libretti, e confrontate su molti e varii e preziosi libri stampati,e scelte con tal gusto, che beato lui quando le vedrà.»
A mostrare l’agilità dell’ingegno e la larghezza di cultura del Donati, basterà ch’io dica ch’egli scriveva anche di filologia italiana con sicurezza di dottrina ed acume di critica, che pubblicò unSaggio di un glossario etimologico di voci proprie della Versilia, un DiscorsoDella poesia popolare scritta, e con un suo libretto molto singolare e ingegnoso propose una nuova maniera d’interpretare le pitture ne’ vasi fittili antichi.[Vedi le note a pag.453] Anche lui, come il Gargani, come il Cavaciocchi, come il Nencioni, il Targioni ed altri amici e conoscenti nostri di quel tempo, non può leggere queste pagine, che io per tale rispetto scrivo con un grande senso di rammarico.
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Oltre il Carducci, convenivano alle nostre radunanze del 1858 il Nencioni, il Cavaciocchi e il Targioni: il Gargani era allora a Volterra precettore in una casa privata. Leggevamo di preferenza l’Ariosto, il Berni, i canti carnescialeschi ed altre poesie antiche; ma nelle sere che la compagnia era al completo, oltre che leggere, si scherzava e si faceva del chiasso, un gran chiasso: s’improvvisavano, a un verso per uno, sonetti con la coda ed altre poesiesatiriche dirette sempre contro qualcuno dei letterati fiorentini, che avevamo già sferzati nellaGiunta alla derrata, e che ora si sfogavano a dir male delle poesie del Carducci. In una delle sere di febbraio scrivemmo, ad imitazione dei canti carnescialeschi, unCanto di Lanzi che vanno a distruggere San Miniato, facendo così poeticamente le vendette dell’amico ch’era dovuto scappar di là perdendo il suo misero impiego. Quando eravamo il Carducci ed io soli, si studiava più sul serio, con piacere non meno grande: ho sempre viva nella memoria la sodisfazione ch’io provava traducendo con lui Omero.
In mezzo a questi svaghi, agli studi e alle polemiche letterarie, il Carducci fece la conoscenza di Gaspero Barbèra, al quale fino dai primi d’ottobre del 1857 aveva proposto una edizione di tutte le opere italiane di M. Angelo Poliziano. Il Barbèra aveva fondato da poco, in compagnia d’altri, una casa editrice, e cercava chi potesse lavorargli per la parte letteraria. Cosicchè fu felice di trovare nel giovane capo degliamici pedantiil collaboratore di cui aveva bisogno e che subito riconobbe prezioso. Dopo qualche primo esperimento, non molto fortunato, il nuovo editore aveva, per consiglio di un libraio torinese, iniziato, con la ristampa dei quattro poeti in formato e caratteri minuscoli, la suaCollezione Diamante, che fu accolta con grandissimo favore.
L’accoglienza favorevole lo incoraggiò ad aggiungere ai quattro poeti una giudiziosa scelta di scrittori classici italiani d’ogni età; ed offrì al Carducci di curargli la correzione filologica e tipografica del testo, annotando dove occorresse e facendo le prefazioni, mediante il compenso di cento lire toscane per ogni volumetto. Fu una fortuna per il Carducci e per il Barbèra. Il Carducci ebbe modo di indirizzare ad un fine determinato e proseguire i suoi studi letterari, ritraendone un lucro, benchè piccolo, a lui prezioso; il Barbèra fece lauti guadagni, che diedero stabilità alla sua casa, e gli permisero di allargare la sua industria con vantaggio della cultura. Due volumetti pubblicò in quell’anno il Carducci, leSatire e poesie minori di Vittorio Alfieri, e laSecchia rapita, iniziando con le due prefazioni che vi mise innanzi quel nuovo metodo di critica letteraria, storico ed estetico ad un tempo, del quale doveva indi a poco assurgere maestro a tutti, e maestro sommo.
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Mentre stava scrivendo la prefazione allaSecchia rapita, ebbe quella feroce polemica colPassatempo, che già accennai, per una poesia di Isidoro Del Lungo intitolata ilTrionfo della Croce. Non starò a riferire ciò che in questo proposito scrive il Del Lungo in una lettera a me, pubblicata nelfascicolo di maggio 1901 dellaRivista d’Italia,[26]al quale rimando i lettori. Dirò soltanto che l’autore anonimo degli articoli delPassatemporispondeva agli argomenti del Carducci chiamandoloIddiastro degli amici pedanti, e ridicolo Golia, minacciandogli iParalipomeni della Nanea, dicendogli che stenterelleggiava, accennando alla suaaudacissima dappocaggine, al suoorgoglio smisurato, alla suavergognosa arroganza, tacciandolo dimalafede, disfoggiata slealtà, diabietti principii, trattandolo dimalnato, dimentitore impudente, e conchiudendo che volevafar maciulla di lui. Certo il Carducci non aveva fatto delle carezze allo scrittore delPassatempo; gli avea dimostrato ch’e’ s’era messo a far lezione su materie delle quali non sapeva neppure gli elementi, e aveva detto che questo era un po’ da ciarlatano; gli avea squadernati sul viso gli spropositi suoi badiali e perciò lo aveva chiamato uomo didura cervice; aveva accennato al mistero onde ilPassatempoamava circondarsi e alle maniere da esso usate con certi galantuomini, e gli avea dato dell’animale anfibioe delvillanzone tarchiato. Queste, diceva il Carducci, non sono ingiurie nè impertinenze;perchè, secondo la definizione della Crusca, l’ingiuria èuna offesa volontaria contro il dovere, e l’impertinenza undetto o fatto fuor di quel ch’appartiene al luogo al tempo e alle persone. Ma ciò su cui il Carducci insisteva, ciò che lo disgustava e indignava era la viltà dell’anonimo. Alla osservazione delPassatempo, chenel nostro paese era accordato il diritto di non firmare gli scritti, rispondeva che a ciò ripugnano il buonsenso e l’onore; ripugna il buonsenso, il quale ci dice che la legge non può volere che ogni vigliacco si faccia riparo dell’anonimo ad oltraggiare un galantuomo che firma; ripugna l’onore, perchè quando tu mascherato offendi altrui, e l’offeso t’invita a smascherarti, sei in dovere di farlo; e se nol fai, è segno che non puoi mostrare la faccia tua fra i galantuomini.
Il Carducci esponeva le cose che io ho accennate in un articolo pubblicato nelMomodel 1º luglio. S’intende che l’oltraggiatore, invitato a smascherarsi, fece orecchie di mercante. È questa la storia di tutti i vigliacchi, la cui progenie dura ancora vegeta e prospera nel nostro felice paese. Se non che oggi in certi casi all’anonimo si sostituisce la intervista, cioè una vigliaccheria in due, perchè l’uno dice, l’altro sconfessa, e qualche cosa della calunnia si spera che intanto rimanga. Alcuni chiamano ciò abilità politica: a me è sembrata sempre falsità bella e buona.
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Una lettera del 15 agosto chiamò il Carducci a casa, al letto del padre suo moribondo. Ebbe la lettera nelle prime ore del pomeriggio: partì subito, ma lo trovò già morto. La notte di quel giorno stesso mi scrisse: «Era già spirato alle ore sei e mezzo. Che la sua malattia fosse mortale egli lo sapeva: e me l’avea detto l’anno passato quando ne fu colto la prima volta, e me l’aveva accennato lievissimamente in una lettera sua (l’ultima che mi facesse scrivere) del mese passato: e lo sapevo anch’io; ma così presto non credevo.» La lettera proseguiva descrivendo lo stato dell’infermo negli ultimi giorni, e si chiudeva così: «Pover uomo, si sentiva da un anno a questa parte disciogliere e mancare a poco a poco: lo sentiva e lo sapeva che dovea morire: ed è morto tanto quietamente, tanto securamente. Ed io non l’ho visto prima di morire, ed egli non ha visto me; e gli occhi suoi si sono chiusi desiderando i figliuoli lontani, ed è morto pensando che li lasciava soli e dispersi nel mondo, e che forse la sua povera vedova può mancare anche di pane, e che forse andremo tutti mendicando: e non aveva ancora cinquant’anni. Non è potuto sopravvivere al suo figliuolo.» Un poscritto aggiungeva: «Ti prego di dire a tutti i miei parenti che non venga nessuno: voglio esser solo: già tornerò prestissimo a Firenze ad accomodare le mie cose.»
Il padre del Carducci morendo lasciò al figliuolo per tutta eredità dieci paoli, come scrisse egli da sè rispondendo a chi lo accusava di non essere nel 1859 partito per la guerra della indipendenza.[27]Non è dunque a meravigliare ch’egli nel primo momento della disgrazia fosse assalito da tristi e scoraggianti pensieri; deve piuttosto far meraviglia ch’egli trovasse poi in sè il coraggio e la forza di affrontare serenamente, in quelle disgraziate condizioni, la lotta per la esistenza; tanto maggior meraviglia, quanto l’alterezza dell’animo suo lo fece allora e sempre aborrente dal domandare. Anche di questi giorni, pensando con compiacenza al tempo della nostra gioventù, mi scriveva: «Oh i nostri begli anni tanto presenti alla mia memoria! Allora non si pensava di farsi avanti e di farsi un posto. Si pensava a fare, a scrivere; e la fortuna, se venne, venne inaspettata; e noi non la sollecitammo davvero.»
Tornato a Firenze, vi trasportò indi a poco la famiglia, prendendo in affitto poche stanzein una casa in Borg’Ognissanti, a un piano molto in su, anzi a una soffitta; e seguitò a studiare e a lavorare con la medesima passione, con la medesima alacrità, non dico maggiore, perchè era impossibile.
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«Il nostro patriottismo, scrissi altrove parlando del Carducci e degli amici suoi giovani, si rifugiava nella letteratura. Dante, il Petrarca, l’Alfieri, il Foscolo, il Leopardi erano i nostri Santi Padri. Nei loro scritti adoravamo, nel loro nome invocavamo la grande patria futura, un’Italia forte e gloriosa che avesse dell’antica le virtù senza i vizi.»[28]Ma anche seguivamo intenti con l’animo qualunque indizio di più o meno lontana speranza di liberazione della patria ci portassero gli avvenimenti politici, e gli scritti dei liberali italiani, esuli per grandissima parte in Piemonte; in quel Piemonte al quale, dopo la disgraziata fine dei moti degli anni 1848 e 49, erano volti gli occhi di quanti anelavano ad una riscossa. Negli ultimi anni del 1858 la guerra per la indipendenza d’Italia era il nostro discorso di tutti i giorni, ma in mezzo ai discorsi patriottici non dimenticavamo la letteratura: ci venne proprio allora il pensiero di smettere le polemiche letterarie nei giornaletti in foglio volante, e fondare un periodico di studi seri, tutto nostro. Il disegno ne fu ventilato fra il Carducci, il Targioni e me: si stabilì che il periodico sarebbe mensile ed avrebbe nome ilPoliziano. Ci rivolgemmo per aiuto e consiglioa quelli fra i letterati italiani, che sapevamo più favorevoli alle nostre idee; al Mamiani, fra gli altri, al Ranalli, al Gussalli, al Centofanti, all’Ambrosoli. Avemmo da tutti incoraggiamenti e conforti; e dall’Ambrosoli una lettera piena di savi avvertimenti e consigli, che pubblicammo nel primo fascicolo del giornale, il quale fece la sua comparsa nel mondo letterario il gennaio del 1859. Promisero e diedero la loro collaborazione il Gussalli, Raffaello Fornaciari, Francesco Donati (che vi pubblicò il suo Saggio di un glossario etimologico della Versilia), Giovanni Procacci, Giuseppe Puccianti e gli altri amici di Pisa, Pelosini, Tribolati e Bonamici. Lo scritto più notevole di tutto il giornale fu il Discorso d’introduzione del Carducci,Di un migliore avviamento delle lettere italiane moderne al loro proprio fine, stampato nei due primi fascicoli.
Oltre che per ilPoliziano, il Carducci seguitava a lavorare per conto suo e a preparare altri volumetti per la Collezione Diamante del Barbèra. Ma gli avvenimenti politici incalzavano. Dopo le famose parole pronunciate da Vittorio Emanuele il gennaio 1859 nel Parlamento di Torino, inaugurando la nuova legislatura, fu chiaro a tutti che da un momento all’altro sarebbe scoppiata la guerra con l’Austria, la sospirata guerra dell’indipendenza. Per non essere allora col Piemonte e con Vittorio Emanuele sarebbe bisognato non avere nelle vene stilla di sangue italiano. E al Carducci venne subito ilpensiero della Canzone a Vittorio Emanuele. Cominciò a scriverla subito e ne parlava ogni giorno con noi e ce ne leggeva le strofe a mano a mano che le aveva composte. Tra il marzo e i primi d’aprile la finì; e gli amici, che ne erano tutti entusiasti, ne fecero a gara delle copie manoscritte, che presto si sparsero per la città e fuori. Io ne feci e mandai una al Gussalli, col quale ci scrivevamo per ragguagliarci a vicenda delle novità politiche. Egli scrivendomi il 19 aprile mi informava delle condizioni della Lombardia, dove l’Austria radunava un esercito formidabile; e ringraziandomi della poesia del Carducci, diceva: «l’ode mi riesce bella tutta; alcune strofe bellissime: degna assolutamente che l’autore l’accarezzi coll’estrema diligenza. Quando la pubblicherà? dove?»
Le preoccupazioni politiche ci avean fatto fino dai primi d’aprile venire l’idea di sospendere la pubblicazione delPoliziano: ma i nostri impegni coll’editore, e quelli dell’editore cogli abbonati ci costrinsero a seguitare, nostro malgrado. Il fascicolo di aprile uscì con molto ritardo; di che noi ci scusammo con un avviso agli abbonati, nel quale era detto: «nei momenti supremi in che il popolo più civile d’Italia dovea dichiararsi se avesse o no ad essere italiano, chi avrebbe potuto scrivere di filosofia, o chi avrebbe voluto leggere scritture di filologia?» e promettevamo che avremmo seguitato regolarmente le nostre pubblicazioni.
Era intanto avvenuta la pacifica rivoluzione toscana del 27 aprile 1859; il Granduca se n’era andato, accompagnato a porta San Gallo dal popolo, che salutò la sua partenza come l’aurora della liberazione della patria. Un solo pensiero occupava oramai le menti e i cuori di tutti, il pensiero delle sorti della guerra. Ferdinando Cristiani era accorso, prima del 27 aprile, ad arruolarsi nell’esercito piemontese. Poco appresso partì per la guerra anche il Gargani, benchè gracile di costituzione e di salute malferma. Noi mandammo fuori ancora altri due fascicoli delPoliziano, quelli del maggio e del giugno, che pure uscirono in ritardo; e poi deliberammo di sospendere le pubblicazioni. Le paure e le incertezze succedute, per l’improvvisa pace di Villafranca, alle grandi speranze cui si erano aperti gli animi per le vittorie di Palestro, di Magenta, di San Martino; e il pensiero che, se gl’Italiani non sapevano profittare della occasione presente per unirsi in nazione, una occasione simile non sarebbe forse tornata mai più, ci rendevano impossibile la regolare occupazione del giornale, che nessuno del resto avrebbe avuto voglia di leggere. Il Carducci nei momenti d’entusiasmo per le vittorie delle armi italiane aveva scritto dei sonetti per la guerra dell’indipendenza, tre dei quali furono pubblicati nel fascicolo d’aprile, e cinque nel fascicolo di maggio. Il 4 di maggio aveva pubblicato pei tipi del Barbèra la Canzone a Vittorio Emanuele, già stampataglinascostamente da altri con la data di Torino; e nel fascicolo di giugno, ultimo delPoliziano, pubblicò l’Annessione, il cui titolo fu poi cambiato in quello diPlebiscito. Poco appresso compose l’odeAlla Croce di Savoia, che pubblicò nell’ottobre pei tipi di Mariano Cellini.
Frattanto aveva preso moglie.
Il Carducci amò sempre collegare i lieti avvenimenti suoi di famiglia a qualche grande fatto della patria. Gli parve perciò che il primo fiorire delle speranze per la guerra della indipendenza fosse il momento più opportuno per isciogliere la promessa antica da lui fatta alla giovine figliuola del Menicucci; e il 7 marzo furono celebrate con molta semplicità le nozze, alle quali assistemmo come testimoni il Targioni ed io. Usciti di chiesa accompagnammo la sposa a casa, e poi sposo e testimoni andammo a fare una passeggiata alle Cascine.
La condizione di uomo ammogliato non mutò niente nelle abitudini del Carducci. Condusse per allora la moglie nell’umile casa di Borgo Ognissanti, di dove, due mesi dopo, si trasferì con la famiglia in una casa egualmente umile, ma meno incomoda, di Via dell’Albero, e seguitò la sua vita di lavoro e di studio. Usciva soltanto per andare nelle biblioteche, per dare qualche lezione e per passare qualche ora in compagnia degli amici. La sera, dopo la nostra solita passeggiata, ci riunivamo in un caffè,il Caffè Galileo, posto sull’angolo fra Via de’ Cerretani e Via Rondinelli. Non erano più le riunioni ristrette ed intime del 1858 in casa mia. La società era cresciuta di parecchi altri amici, ed anche solo conoscenti. Ricordo, oltre il Prezzolini, Luigi Billi, Fortunato Pagani, Emilio Puccioni, Olinto Barsanti e l’editore Gaspero Barbèra. Si conversava e discuteva molto animatamente di un po’ di tutto, ma sopra tutto di letteratura e di politica.
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Non rammento se ai nostri ritrovi al caffè venisse anche Silvio Giannini; ma lo incontravamo spesso. Egli s’era messo in testa due cose: far mettere in musica e cantare l’odeAlla Croce di Savoia, e menare il Carducci dal Salvagnoli; e vi riuscì. Il Salvagnoli era Ministro del culto, ma, come il più letterato fra i membri del governo liberale toscano, si occupava anche delle cose della istruzione, alle quali era preposto il Ridolfi; perciò il buon Giannini voleva fargli conoscere di persona il Carducci.
L’ode fu messa in musica dal Romani e cantata alla Pergola dalla signora Piccolomini; e il Carducci dovè durare gran fatica per liberarsi dalle improntitudini dell’amico, che voleva di forza ch’ei si mostrasse al pubblico tra le ballerine e le coriste. Ma liberarsi dalla visita al Salvagnoli non potè.
Andarono: il Salvagnoli li accolse molto cortesemente; domandò al Carducci che cosa faceva, perchè non chiedeva un posto nell’insegnamento; e accortosi dalle risposte di lui che non aveva nessuna voglia di domandare, disse: Ci penserò io. Indi a poco fu offerta al Carducci una cattedra al ginnasio d’Arezzo, ch’egli, per le nuove condizioni sue di famiglia, non potè accettare: non molto dopo, sulla fine di dicembre, gli venne la nomina alla cattedra di lingua greca nel liceo di Pistoia, che accettò.[29]
In quello stesso mese di dicembre, il giorno 12, gli era nata, di sette mesi, la prima figliuola, la Bice. Il lieto avvenimento fu festeggiato la sera fra pochi intimi. C’era, ricordo, il buon Silvio Giannini, che in quella occasione scrisse e fece stampare uno stornello, sfuggitomi dalla memoria e di fra le carte.
Nell’anno 1859 il Carducci pubblicò altri tre volumetti nella Collezione Diamante del Barbèra;Del Principe e delle Lettere dell’Alfieri, nel febbraio;Le poesie di Lorenzo de’ Medici, nell’aprile; e verso la fine dell’annoLe poesie di Giuseppe Giusti. Le distrazioni e le preoccupazioni della politica non gli avevano impedito di lavorare. «La prefazione alle Satire dell’Alfieri, scrive il Mazzoni, si era chiusa con le lodi a luiche bandiva primo l’impresa fatale a questa nuova generazione d’Italia, che più infelice epiù debole dell’antica, pur doveva propugnarla fino a tre volte in meno di cinquant’anni; la prefazione alleProsedi lui fremeva tutta amore di libertà dalle prime parole alle ultime; che parlando del conte astigiano e del suotribunato rinnovatore, squillavano non so se come minacciosi segnali d’assalto o come lieta fanfara della vittoria imminente.»[30]Nella prefazione invece alle poesie del Magnifico il Carducci non mise, sono sue parole, nè una scintilla dell’ardore che avvampava tutto e tutti. «Intesi, dice egli, a scagionare quanto potevo il Magnifico, e, contro le idee allora dominanti, a gittare i semi delle idee mie intorno alla significazione e al valore del Quattrocento e del Rinascimento, idee che poi svolsi in rime e prose audaci anche troppo.»[31]Quel discorso mostra come il giovine scrittore avesse fin d’allora vivo il senso della verità storica, così vivo ch’ei non seppe sagrificarlo mai a nessun altro, per quanto nobile, sentimento. Mentire al vero gli sarebbe parsa un’offesa alla patria. La prefazione alle poesie del Giusti fu, come dice il Mazzoni, «pur con le mancanze e le inesattezze allora inevitabili, la prima vera biografia e la critica prima del satirico toscano.»[32]
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Fra i 7 e gli 8 gennaio del 1860 il Carducci si trasferì con la famiglia a Pistoia, dove lo chiamava il suo nuovo ufficio. La legge che istituiva in Toscana i Licei uscì soltanto il 10 marzo. Uscita la legge, l’insegnamento del greco gli fu mutato in quello dell’italiano e del latino, e il greco fu dato a Raffaello Fornaciari. Oramai l’anno scolastico essendo più che a metà, e non potendosi modificare a quel punto i programmi d’insegnamento e gli esami, il Carducci, d’accordo col Direttore della Scuola, stabilì che per quello scorcio d’anno avrebbe fatto soltanto delle lezioni cattedratiche. Il 3 maggio (giovedì) mi scriveva: «Le mie lezioni incomincio sabato, anzi leggo la mia introduzione; la quale è troppo dotta per i dotti pistoiesi; ma è scritta male, per ciò solo sarà forse lodata.» E il 16 maggio aggiungeva: «Lessi la mia introduzione; già ho fatto quattro lezioni, con facilità e chiacchiera che mai ai miei dì m’avrei sognato d’averne cotanta.» E lamentavasi, scherzando, che non gli fossero pagati gli stipendi. «Quel che più monta, affedidio, di riscuotere il denaro delle nuove paghe e’ non si parla: ma io ho commesso a un cuoiaio o vaiaio che tu vogli più sacca e di pelle di lionfante, e ho ordinato le carra a ciò: tanta sarà la somma degli arretrati, quando verrà il cenno ch’e’ ci sien pagati:e forse ciò non vedrò de’ miei, ma il vedranno i miei figli,et nati natorum et qui nascentur ab illis.»
A Pistoia fece conoscenza con la Louisa Grace Bartolini, in casa della quale convenivano Giovanni Procacci, il Fornaciari e qualche altro professore del Liceo, i pochi cioè che in città si occupassero di lettere. Ci capitavamo anche il Gargani ed io e qualche altro amico di Firenze, quando s’andava a Pistoia a trovare il Carducci; ciò che per lui era sempre una festa.
Non ho bisogno di dire chi fosse la Louisa Grace, dopo ciò che di lei scrisse il Carducci nel discorso premesso alleRime e Prosedi lei, e ristampato neiPrimi Saggi.[33]Mi basterà riferire qui le poche parole ch’egli nelle edizioni ultime delle Poesie pose in nota all’ode indirizzata all’egregia donna e composta in quel primo anno ch’e’ la conobbe. Dice la nota: «La Louisa Grace, nata in Bristol nel 1818, morì in Pistoia nel 1865. Quelli che solo abbian visto di lei le versioni dei canti di T. B. Macaulay e E. W. Longfellow e leRime e Prosepubblicate dopo la sua morte dal marito Francesco Bartolini (Tipografia dei Successori Le Monnier, 1869 e 1870) non potrebbero ancora farsi un’idea giusta del suo ingegno, della dottrina in più lingue e letterature e dell’ancor più grande gentilezza e generosità dell’animo suo.»[34]
Il Carducci aveva cominciate appena le sue lezioni a Pistoia quando si sparse la notizia della spedizione di Garibaldi in Sicilia. Se, dopo la trista pace di Villafranca, gli animi degli italiani si erano a poco a poco risollevati per la unione della Toscana, delle Romagne e dell’Emilia alle antiche provincie, rimaneva ancora un gran problema da sciogliere, anzi due: Roma e Napoli; cioè il modo di riunire al nuovo regno d’Italia quella più che metà di esso che ne rimaneva ancora disgiunta. Qual cosa più atta a colpire le menti, a destare l’ammirazione e l’entusiasmo, che l’eroica impresa dei Mille? Il Carducci si sentì romper dal cuore le strofe vibranti e suonanti dell’odeSicilia e la Rivoluzione; e appena finito di scriverla, venne a Firenze a farla sentire agli amici. Eravamo in pochi, non più di cinque o sei, radunatici a ciò in casa di Luigi Billi; e tutti applaudimmo freneticamente. L’odio pei decasillabi manzoniani era, come per incanto, scomparso dagli animi degliamici pedanti. La poesia ci rapiva, perchè in quel momento rispondeva al sentimento da cui tutti eravamo compresi. Non mi ricordo se fra i presenti alla lettura ci fosse il Padre Donati: ad ogni modo sono questi dell’odeSicilia e la Rivoluzionei decasillabi pei quali il Carducci mi scriveva nel 1861 che il buon Padre Consagrata gli teneva il broncio.
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Nel gennaio del 1860 era stato nominato Ministro dell’istruzione a Torino Terenzio Mamiani. Fin dalleRimedi San Miniato e dai primi scritti di prosa del Carducci egli avea indovinato (come più di vent’anni dopo ebbe a scrivere)il genio profondo ed originale sortito da naturaal giovane toscano. Diventato Ministro, pensò subito a lui, e il 4 di marzo gli scrisse: «La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una cattedra di eloquenza italiana in qualche Università, come porterebbe il suo merito»: e soggiungeva che gli sarebbe obbligato se intanto, comeavviamento a salire più alto fra poco tempo, fosse disposto ad accettare una cattedra di liceo a Torino o a Milano. «Ad ogni modo, proseguiva, s’Ella non è contenta della presente sua sorte, ed io rimango consigliere della Corona, mi sforzerò di mostrarle la stima e l’amore in che la tengo.»
Il Carducci rispose il 21 ringraziando con viva effusione: non credere che per gl’interessi domestici gli sarebbe utile il trasferimento in Piemonte o in Lombardia, dove il vivere era più caro che non in Toscana; tanto più che l’officio suo a Pistoia era remunerato di tale stipendio, che può, diceva,bastare a chi si contenti del poco. «Ma quando, proseguiva, l’E. V. mi reputi idoneo a professare eloquenzao letteratura italiana in alcuna Università del regno, e gli si offra il destro di collocarmivi; io son disposto di accettare, sia nelle vecchie o nelle nuove provincie, con tutta la volontà e con gratitudine eterna.»
Il destro di collocare il Carducci in una Università non tardò a presentarsi al Mamiani; ma il Carducci non ci pensava più. Egli stava abbastanza volentieri a Pistoia, perchè vicina a Firenze: ma oh quanto avrebbe preferito Firenze stessa! Io lo sapeva, e il desiderio suo era anche il mio. Perciò ai primi d’agosto lo avvisai ch’era vacante al liceo fiorentino la cattedra di greco, e che io, allora impiegato al Ministero della istruzione, avevo già fatto pratiche per lui, e lo consigliavo di rivolgersi al Mamiani, perchè raccomandasse la cosa al Ricasoli, capo del governo toscano. Egli mi rispondeva il 10: «Avrei carissimo di tornare a Firenze, per più ragioni», e ne numerava quattro; la terza era: «per tornare a fare miei lunghi colloqui colle edizioni antiche e coi codici riccardiani e magliabechiani», e la quarta «per fare il giro ai barroccini di sotto gli Uffizi, e comprare gli amatissimi libri vecchi a poche crazie, o vuoi centesimi.» E soggiungeva: «A proposito: ma che farò io bene di scrivere a Mamiani? incomodarlo per sì piccola cosa?» La lettera terminava: «Oh i codici, i codici del Poliziano e dei poeti antichi in Riccardiana! Io li veggo: io li veggo: io li rivoglio.»
Scrisse al Mamiani, e il Mamiani gli rispose il 18 agosto, offrendogli la cattedra di eloquenza nell’Università di Bologna, e dicendogli: «Mi scusi del ricusare che fo di scrivere al Ricasoli per la cattedra in un liceo fiorentino.»[Vedi le lettere del Mamiani nelle note a pag.492]