CAPITOLO V.(1860-1871.)

CAPITOLO V.(1860-1871.)

Il Carducci a Bologna. — Il Carducci ed Emilio Teza. — La toga a mezzo. — La prolusione e le prime lezioni del Carducci all’Università. — Altri lavori. — Canzone in morte di Pietro Thouar. — Il Gargani promesso sposo. — Morte del Gargani. — Lezioni su Dante, Petrarca e Boccaccio. — L’odeNei primi giorni del 1862. — Evoluzione del Carducci da monarchico a repubblicano. — Periodo d’incubazione poetica. — Nuovi volumetti dellaCollezione Diamante. — L’odeDopo Aspromonte. — L’InnoA Satanae la pubblicazione dellePoesie italiane del Poliziano. — Lezioni all’Università dall’anno 1862-63 in poi. — LaRivista italianae l’Ateneo italiano. — La Festa di Calandrino e un sonetto inedito del Carducci. — Custoza e Lissa. — L’odeAgli amici della Val Tiberina. — Mentana. — L’epodo per Odoardo Corazzini. — La sospensione del Carducci. — Pubblicazione delle poesieLevia Gravia. — Il primo periodo deiGiambi ed Epodi. — Le poesie nella edizione Barbèra.

Il Carducci a Bologna. — Il Carducci ed Emilio Teza. — La toga a mezzo. — La prolusione e le prime lezioni del Carducci all’Università. — Altri lavori. — Canzone in morte di Pietro Thouar. — Il Gargani promesso sposo. — Morte del Gargani. — Lezioni su Dante, Petrarca e Boccaccio. — L’odeNei primi giorni del 1862. — Evoluzione del Carducci da monarchico a repubblicano. — Periodo d’incubazione poetica. — Nuovi volumetti dellaCollezione Diamante. — L’odeDopo Aspromonte. — L’InnoA Satanae la pubblicazione dellePoesie italiane del Poliziano. — Lezioni all’Università dall’anno 1862-63 in poi. — LaRivista italianae l’Ateneo italiano. — La Festa di Calandrino e un sonetto inedito del Carducci. — Custoza e Lissa. — L’odeAgli amici della Val Tiberina. — Mentana. — L’epodo per Odoardo Corazzini. — La sospensione del Carducci. — Pubblicazione delle poesieLevia Gravia. — Il primo periodo deiGiambi ed Epodi. — Le poesie nella edizione Barbèra.

Ai primi di novembre il Carducci faceva i preparativi per il trasferimento a Bologna, preparativi noiosi per tutti, noiosissimi per lui, che non ebbe mai attitudine e pazienza a simili faccende. Intanto veniva pensando alla prolusione, alla quale aveva scelto per soggetto: «Delle diverse età storiche della letteratura italiana», ovvero «Introduzione alla Storia letteraria d’Italia»; e si arrabbiava dellostile,l’infame, l’iniquo, il traditore stile, diceva lui; molto diverso in ciò da certi scrittori odiernissimi, ai quali ogni profluvio di parole che scoppia loro dalla penna è lo stile nel quale essi si ammirano.

Il 6 di novembre mi comparve inaspettato in casa, portandomi il volumetto delleSatire di Salvator Rosa(nella Collezione Diamante) da lui annotate e fornite d’una prefazione, ch’egli chiama «la più elegante, academicamente parlando, delle sue prose», ed annunziandomi che tra qualche giorno partiva per Bologna; partiva solo; la famiglia sarebbe andata più tardi, quando egli avesse trovato casa. Partì difatti la mattina del 10; e la sera, arrivando, trovò ad aspettarlo all’ufficio della diligenza Emilio Teza, che, nominato anche lui professore in quella Università dal Mamiani, lo aveva preceduto di qualche giorno. Il Teza lo accompagnò quella sera stessa e la mattina dipoi a vedere la città, chegli parve dovesse piacergli ed essere consentanea ai suoi gusti. In quei primi giornidesinavano insieme, e passavanoinsieme di belle ore; e insieme risero molto alla solenne apertura degli studi, «dove, fra la calca dei canuti professori con toga stola e pileo erano per giovinezza e giubba e guanti bianchi spettabili» loro due. Il 23 mi scriveva: «Son dietro a ricopiare la prolusione; che rimpastata di diversi elementi è riescita pure non male (eccetto che per la dicitura), essendo una introduzione non tutta volgare alla storia letteraria d’Italia, e un programmadegl’intendimenti che i classici veri portano nello studio di quella. Ma son determinato di non darla a stampare; perchè troppo v’è del discorso polizianesco (il discorso d’introduzione al giornaleIl Poliziano), e perchè deve rientrare in un lavoretto che medito col titolo diPensieri per introduzione alla storia delle lettere italiane; il quale però per gli amici non sarà nulla di nuovo.» Questo lavoretto diventò poi a poco a poco i cinque discorsiDello svolgimento della letteratura nazionale.

Il Carducci e il Teza, che avevano riso de’ vecchi professori in toga, dovettero poi comprarsela anche loro, e se la comprarono a mezzo: «la toga coll’ermellino col bàtolo e colla coda e il berrettone quadro lungo con le frange intorno e una gran nappa in cima», che è cosa, mi scriveva il Carducci, «da non potersi descrivere: pel berrettone imagina la porta San Nicolò col suo torracchione in cima, e avrai un quidsimile.»

***

La sera del 3 di dicembre gli arrivò la famiglia, con la quale si accomodò provvisoriamente alla meglio in una casa presso San Salvatore; di dove nel maggio dell’anno dipoi (il maggio a Bologna è il tempo degli sgomberi) andò ad abitare in Broccaindosso, una delle strade più umili della città. Quivi rimase fino al 1876. Nel 1876 si trasferì in Via Mazziniad un ultimo piano del palazzo Rizzoli, proprio sotto il tetto; ed ivi stette per ben quattordici anni fino al 1890, nel quale anno tornò sulle mura Mazzini, nel quartiere di un villino, che abita ancora.[35]

Ormai i più grossi pensieri erano passati, ed egli si trovava quasi in ordine per cominciare le lezioni.

Aveva preso per argomento alle lezioni, che volea cominciare il 15, la letteratura in Italia avanti Dante, e mentre andava preparandosi mi scriveva: «Io sono dietro ai pesanti studi di erudizione: i quali costringendomi a cercare tanti libri scritti male e molti francesi, e molti d’ignobile modernità, finiranno con lo spegnere in me quel pocolino di gusto che avevo preso, e col cancellarmi quel pocolino di lingua che avanti i ventitrè anni avevo imparato.» Queste paure, interamente vane, mostrano però come, anche in mezzo agli studi d’erudizione, il sentimento dell’arte non lo abbandonasse mai.

Il 22 gennaio 1861 aveva fatto già cinque lezioni, che a lui naturalmente parevano poche. E mi scriveva: «Gran calca alla prolusione: molta gente alla prima lezione, specialmente giovani, che mi piaceva: ora da ultimo quasi nessuno, perchè la lezione di diritto commerciale messa su ultimamente mi toglie tutti i giovani: uditori di fuora ne vengonopochi, chè non se la dicono gran fatto cogli studi: tanto che stamane, che mi toccava, non ho fatto lezione, perchè gli ascoltanti eran solamente tre.... Parlo delle origini della letteratura italiana. E parendo a me che facciano cosa molto irragionevole quegli storici e critici che ci danno a un tratto la lingua e la letteratura come fatta, che ci dicono finita di subito l’antichità col 476 in cui cadde l’impero, ho trattato nelle prime quattro lezioni delle ragioni che erano già negli ultimi tempi della letteratura latina per l’esistenza di una nuova letteratura.» La lettera seguitava esponendo il contenuto e lo spirito di queste prime lezioni, e le pazienti e faticose ricerche che aveva dovuto fare per raccogliere, quasi tutto da sè, il materiale. «Nella seconda parte del corso, ripigliava la lettera, andando dalla caduta alla restaurazione dell’impero, da Odoacre a Carlo Magno, andrò penosamente cercando tutti i testimonii che m’affermano la conservazione dell’arte e del pensiero romano in Italia, e ordinandoli e cavandone altre deduzioni. Poi, da Carlo Magno al sorgere dei comuni andrò studiando la formazion della lingua (storicamente) e le origini della rima: dal sorgere dei comuni alla morte di Federigo II studierò i monumenti della letteratura. Due lezioni preparerò che non saranno volgari, Omero e Virgilio nel medio evo.»

Mentre lavorava così per il corso all’Università veniva terminando il volumetto dellePoesie di Gabriele Rossettiper la Collezione Diamante del Barbèra, che uscì in quello stesso anno, scriveva un saggio sullo Scalvini, pensava ad una biografia del Leopardi per laGalleria contemporaneadello Stefani, e mandava innanzi di tutta forza il grave lavoro della edizione dellePoesie italianedel Poliziano. Aveva bisogno di lavorar molto e di guadagnare, per rimettersi delle gravi spese che gli era costato il trasferimento. E lo cruciava il pensiero che questi lavori gl’impedivano di attendere alla poesia ora che gli pareva cheforse in quella avrebbe potuto fare qualcosa.

«Del Poliziano, diceva la lettera, ho già mandato a stampare la Giostra e parte del comento, sul quale seguito a lavorare di gran lena; e benchè abbia ristretto il disegno, che a principio era cosa di erudito secentista, grave per me, noiosa e inutile agli altri, ne son contento. La vita del Leopardi non ho anche incominciata: ho quasi finito il saggio su lo Scalvini, in cui vi sono parecchie cose acerbe, ma dette freddamente, contro la letteratura odierna. Del resto annaspo di molto: vedremo se poi saprò tesser nulla. Studio e leggo sempre sempre sempre: non ho fatto conoscenza con nessuno, non vo da nessuno. Non vo più neppure al caffè, nè piglio più ponce: sto sempre solo o col Teza. Scrivo quasi tutto il giorno; oltre lo scrivere leggo di latino e studio di greco; in due settimane mi sono ingollato la Elettra di Sofocle, e sei libri di Virgilio,ho corretto il testo delleStanze, e scritto il comento a cinquantasei. Tu vedi che lavoro. Alla poesia non so quando tornerò, ma vorrei fare una canzone sul monumento a Giacomo Leopardi, finir l’ode alla libertà, fare un canto in terzine su Roma, un’odeLa plebe. Ma ho gran paura che non mi riesca più far versi. Perchè l’idea in mente l’ho troppo grande; e fargli come gli ho fatti fino ad ora non sarei contento.... Vedi, amico mio, vedi se questa è superbia smisurata. Ma forse, più che superbia, è amore di quest’arte degli Dei, contemplando la quale viverò e morirò, già che acquistarne il magistero non posso.»

***

Nel febbraio stava già preparando, come accennai, il volumetto delleRime di Cino e d’altri del secolo XIV, e si raccomandava agli amici di Firenze per aver notizie e riscontri sui codici. Il 4 di giugno, tornando, richiamatovi da me, sull’argomento della poesia, mi scriveva: «Di me che ho a dirti? che mulino sempre poesie in testa, e non scrivo mai un verso: per verissimo timore anzi disperazione che il fatto non risponda all’idea mia. Pur un giorno qualche cosa scoppierà: e o sarà un fiasco orribile, e allora addio alla poesia, o sarà qualche cosa.... Se in quest’anno mi riesce comporre o finire l’ode alla libertà, l’ode sulla plebe, un cantodi versi sciolti su iMartiriec., la canzone per un monumento a Giacomo Leopardi, una (la chiamo così per ora, non sapendo esprimermi altramente)marsigliese italianaper le future battaglie, e una canzone su laPoesia; stampo allora un libretto di poesie fra vecchie e nuove, con le quali chiudo il periodo giovanile. E dopo penso a scriver poemi. Poemi? Sì signore, poemi filosofici:Prometeoec. ec.» Quanto alle lezioni diceva: «Le mie lezioni finiscono giovedì, se pur son cominciate mai veramente. E vedi! una delle poche consolazioni che oramai potessi avere, sarebbe far lezione di letteratura come intendo io a un uditorio come vorrei io, cioè vivente! perchè in verità sento che per questo ci sarei fatto.» Questo uditorio vivente, che allora gli mancava, ebbe, come vedremo, il merito di crearselo, nel giro di pochi anni, da sè.

Lamarsigliese italianach’egli andava meditando dice chiaro come, anche in mezzo ai gravi studi d’erudizione per preparare i corsi universitari, il suo primo pensiero fosse sempre la patria. La miracolosa impresa di Garibaldi, che, liberato in pochi mesi dal Borbone la Sicilia e il regno di Napoli, presentava l’8 novembre 1860 a Vittorio Emanuele i plebisciti di quelle provincie, aveva aperto alle più grandi speranze gli animi di tutti coloro che affrettavano col desiderio la compiuta liberazione d’Italia. Era possibile lasciare ancora Venezia in balía degli stranieri, Roma nel dominio dei preti? Licenziando isuoi volontari, Garibaldi non avea forse detto loro di tenersi pronti per le future battaglie? Il 18 febbraio 1861 si era aperto a Torino il primo Parlamento italiano, il 14 marzo Vittorio Emanuele era stato proclamato Re d’Italia; e pochi giorni dopo un voto del Parlamento proclamava Roma capitale del nuovo regno. Si doveva forse supporre che quel voto fosse un voto puramente platonico? E chi poteva non desiderare che l’acquisto di Venezia e Roma fosse l’opera del valore italiano?

Per allora le poesie che il Carducci andava mulinando non gli vennero fatte. Forse gli altri studi a cui per dovere attendeva non glie ne lasciarono l’agio; forse mancò la opportuna disposizione della mente; forse il pensiero non era al tutto maturo. Nel giugno la morte di Pietro Thouar e l’affetto grande ch’egli aveva a quell’uomo veramente egregio gli suggerirono una canzone, in cui egli volle cercare il semplice e il tenue, che si conveniva al soggetto, ma al quale la natura sua era poco portata; e la canzone riuscì, pur nell’affetto, un po’ fredda. Nel luglio scrisse due sonetti,A Giovanni Procacci(pubblicato nella prima edizione deiLevia Gravia, con le sole iniziali di lui nell’Indice[36]), edOmero, e ne cominciò un terzo pure suOmero; fra il novembre e il dicembre compose sei strofe della CanzoneIn morte di G. B. Niccolini, che doveva seguitare coi grandi nomi del concetto romano, poi la caduta della Chiesa cattolica e il trionfo di Roma Italiana. Il Niccolini non era che un pretesto. Stampando per la prima volta quel frammento di canzone nella seconda edizione deiLevia Gravia, l’autore soppresse la prima strofe e metà dell’ultima.

L’idea di pubblicare in quell’anno 1861 un volumetto di poesie tra vecchie e nuove, nell’agosto era già tramontata, per la buona ragione che le poesie nuove non erano state composte. Invece gli era venuta l’idea di rimandare la stampa delle poesie a un altro anno, e pubblicare prima un volumetto di prose. «Tanto per ispigrirmi, diceva; perchè veggo bene che, se non faccio animo e rompo il ghiaccio, non farò mai nulla.» Le prose dovevano essere:Un sommario(filosofico)della storia letteraria d’Italia; i Discorsi d’introduzione al giornaleIl Polizianomolto accresciuti, e parecchi saggi di biografia e critica storica e letteraria (Poliziano, Medici, Berni, Casa, Tassoni, Rosa, Chiabrera, Testi, Menzini, Metastasio), alcuni fatti, altri da fare.

Ma anche di questo disegno per allora e per un pezzo non ne fece niente: e fu bene. Seguitò a lavorare e a studiare; e nel lavoro e nello studio il suo forte ingegno venne sempre maturandosi e affinandosi, e accumulando materiali preziosi sì per le lezioni sì per le opere che doveva scrivere più tardi.

***

Agli ultimi di luglio il Gargani, allora professore al liceo di Faenza, andò a Bologna a trovare il Carducci, e a’ primi di agosto partirono insieme per Firenze, dove nel settembre li raggiunsi anch’io da Torino. Passammo insieme lietissimi giorni. Il Gargani era raggiante di gioia, perchè promessosi sposo di una giovine, sorella d’un amico comune: e noi eravamo tutti contenti del vederlo così felice. Ma, tornati nell’ottobre ciascuno alla propria dimora, la mattina del 24 ricevei una straziante lettera del Gargani, il quale mi annunziava che la sua donna lo aveva abbandonato, ch’egli era corso immediatamente a Bologna, a casa del Carducci, e che questi partiva quella sera stessa per Firenze a chiedere ragione per lui. Il Carducci andò e tornò e non potè che consigliare l’amico a darsi pace. Lo rivide ai primi di dicembre in Bologna, poi nel febbraio del 1862 a Faenza, e gli parve di trovarlo consolato. Se non che il 19 del mese stesso una lettera da Faenza gli annunziava che il Gargani era malato gravemente: corse subito e passò quasi intere due settimane al letto dell’amico, ragguagliandomi quasi giorno per giorno degli alti e bassi della malattia, la quale lasciava per allora poca speranza. La speranza venne alla metà del mese di marzo; e il Carducci tornò a Bologna, ove seguitò a ricevereper alcuni giorni notizie consolanti. La mattina del 29 un dispaccio lo avvisò di un improvviso peggioramento: tornò a Faenza e trovò l’amico in agonia, che non potè riconoscerlo. Mi scrisse subito: la lettera terminava: «Ecco un’altra pagina, e delle più belle, della storia della vita finita.» La memoria del Gargani durò sempre viva nell’animo del Carducci. Scrisse allora un breve ricordo dell’amico, che fu pubblicato in un giornale fiorentino,Le Veglie letterarie; fece di lui menzione con questi versi nella poesia che chiudeva iLevia Gravianella prima edizione e li apriva nell’ultima:

O ad ogni bene accesaAnima schiva, e tu lenta languistiDall’acre ver consunta e non ferita:Tua gentilezza intesaAl reo mondo non fu, che la vestistiDi sorriso e di sdegno; e sei partita:

O ad ogni bene accesaAnima schiva, e tu lenta languistiDall’acre ver consunta e non ferita:Tua gentilezza intesaAl reo mondo non fu, che la vestistiDi sorriso e di sdegno; e sei partita:

O ad ogni bene accesa

Anima schiva, e tu lenta languisti

Dall’acre ver consunta e non ferita:

Tua gentilezza intesa

Al reo mondo non fu, che la vestisti

Di sorriso e di sdegno; e sei partita:

ne parlò a lungo nel capitolo III delleRisorse di San Miniato al Tedesco, pubblicate la prima volta nella seconda serie diConfessioni e Battaglie(Roma, Sommaruga, 1883). Diceva cominciando: «G. T. Gargani morì d’amore e d’idealismo in Faenza il 29 marzo 1861», e finiva: «Domani è il giorno dei morti. O amico, che giaci muto e freddo nella fossa di Romagna, a te certo non spiace che io rinnovelli ancora per un poco la memoria delle nostre estati fiorentine.»

***

Nel secondo anno (1861-62) ebbe regolarmente inscritti alle sue lezioni sei scolari, e trattò in esse del Petrarca, cominciando dal narrarne la vita e i tempi. «Per ora, anzi per molti anni, mi scriveva il 22 dicembre 1861, non voglio nelle mie lezioni uscir mai da Dante, Petrarca e Boccaccio: poi, studiati bene i gran fondamenti e le colonne, passeremo agli architravi e alle parti del tempio.» Oltre gli scolari, aveva anche degli uditori; e fino dai primi di quel secondo anno cominciò a vedere l’effetto miracoloso che la sua parola faceva in essi: parecchie volte alla fine di un sonetto o di una stanza del poeta da lui illustrata, gli uditori uscivano spontaneamente in un fremito d’assenso e di piacere. «Questo deriverà, diceva, dal grande affetto di che mi riscaldo leggendolo e sviscerandolo: ma più certo dalla bellezza sovrana di quei versi, che, più li studio, più mi paionodivini. Alle bestie che ragliano su Messer Francesco canonico strame e mazzate.»

Io debbo farmi forza per non lasciare più spesso la parola al Carducci quando parlo delle sue lezioni. Nelle lunghe lettere ch’egli mi scriveva in quegli anni versava tutto sè stesso, tutta l’esuberanza d’idee che gli studi ostinati e profondi facevano sbocciare dall’ingegno caldo e fremente; e niente meglio di quelle lettere potrebbe spiegarel’influenza grande che l’insegnamento suo ebbe d’allora in poi sulla gioventù che accorreva alla sua scuola. Facendo lezione, egli iniziava i suoi scolari alla intelligenza delle sue poesie e delle opere con le quali doveva poi illustrare tutta la letteratura italiana. In lui il professore, l’erudito, l’artista, il poeta erano una cosa sola, erano cioè quattro faccie diverse della stessa persona, ciascuna delle quali completava le altre.

Checchè egli mi scrivesse, il pensiero della poesia non lo abbandonava mai; e la poesia che più spesso e più forte allora lo tentava era la politica. L’8 gennaio 1862, lamentandosi del mio silenzio, mi scriveva: «Vediamo se, mandandoti un’ode di 32 strofe, rispondi»; e mi mandava l’odeNè primi giorni del 1862, che aveva intenzione di pubblicare subito. Il momento sarebbe stato opportuno; ma sulla fine del mese stesso aveva mutato pensiero; e abbandonata anche l’idea di pubblicare in quell’anno una raccolta di scritti in prosa, pensava invece di fare nell’estate o nell’autunno «una edizioncina diRime(io rimatore, a dispetto di tutti i menestrelli che stampanoPOESIE, oggi che neppur Domeneddio saprebbe più creare (ποιειν),LIRICHEoggi cheliravuol diresvanzicaofranco,CANTIoggi che non cantano se non che i merli e gl’istrioni, serbo il titolo diRime).» Aveva in animo di ristampare alcune di quelle del volumetto sanminiatese, ed aggiungerne delle nuove, tutte politiche.

***

Sappiamo da lui stesso che in quei primi anni bolognesi il Carducci non praticava nessuno, nemmeno dei suoi colleghi dell’Università, ad eccezione del Teza; onde la evoluzione delle sue idee politiche, che appunto allora stava facendosi, si fece unicamente per opera degli avvenimenti pubblici e delle riflessioni e dei ragionamenti che questi gli suggerivano. Nel 1859 egli aveva, come tutti gl’italiani che volevano la liberazione dagli stranieri e l’unità della patria, accettato la monarchia di Vittorio Emanuele, anzi presa per essa una caldana, che, com’egli medesimo disse, non potè durare, perchè logicamente la monarchia costituzionale è un’assurdità, praticamente una immoralità; e perchè Governo e Parlamento fecero e fanno di tutto perchè gli animi retti ed onesti prendano in aborrimento quella forma ibrida di governo. Ma fino ai primi del 1862 egli non si era staccato del tutto dalla monarchia: n’è prova questa strofe della poesia che allora mi mandò. Il poeta, rivolto alla Libertà, le dice:

Pianta le insegne italicheDi Roma tua sui mal vietati spaldi;Guida all’Isonzo e all’AdigeIl tuo fedel Vittorio e Garibaldi.

Pianta le insegne italicheDi Roma tua sui mal vietati spaldi;Guida all’Isonzo e all’AdigeIl tuo fedel Vittorio e Garibaldi.

Pianta le insegne italiche

Di Roma tua sui mal vietati spaldi;

Guida all’Isonzo e all’Adige

Il tuo fedel Vittorio e Garibaldi.

La poesia fu però stampata soltanto nel 1871 e ridotta da 32 a 23 strofe, fra le quali manca questache ho riferito: essa ricomparve nella edizione definitiva deiLevia Gravia, ove le strofe crebbero fino a 28, ma ricomparve mutata così:

Pianta le insegne italicheDi Roma tua su i mal vietati spaldi,Guida tonando a l’AdigeLa secura virtù di Garibaldi.

Pianta le insegne italicheDi Roma tua su i mal vietati spaldi,Guida tonando a l’AdigeLa secura virtù di Garibaldi.

Pianta le insegne italiche

Di Roma tua su i mal vietati spaldi,

Guida tonando a l’Adige

La secura virtù di Garibaldi.

Il perchè della mutazione è facile a capire: dopo l’8 gennaio, giorno nel quale fu compiuta e mandata a me la poesia, il poeta aveva a poco a poco perduta la fede nella monarchia come atta a compiere l’unità della patria: e quando la pubblicò si era apertamente staccato da essa.

Non era passato ancora un mese dall’8 gennaio, e il Carducci mi scriveva: «Udisti, frate, le dimostrazioni toscane sobillate dal Ministero, che movono al grido diViva il papa? Ah vergognosa Italia ricasoliana! Ah sozza e laida e brutta plebaglia rinfantocciata diplomaticamente!Viva il papanel 1862! Dopo Alfieri, Giordani e Leopardi, Viva il papa! Viva il papa non re. Ma anzi come papa, come prete è sempre più detestabile.... Io credo che i popoli non debbano mentir mai: griderannoViva il papaper un fine che non sarà ch’e’ viva: ma cotesto grido in bocca de’ figliuoli e dei nepoti delle migliaia di vittime fatte dal grande assassino cattolico è osceno.... E credi tu che s’andrà a Roma? Le son baie. A Roma non si va che con la rivoluzione.»

Si aggiunga a ciò la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, il modo indegno col quale il Governo e il Parlamento avevano trattato Garibaldi ed i suoi dopo la gloriosa guerra che aveva riunito all’Italia le provincie meridionali; si aggiungano finalmente le repressioni armate a Sarnico ed Aspromonte delle spedizioni garibaldine tendenti a liberare Venezia e Roma; e si intenderà facilmente come al Carducci ciò che nel Re e nel Governo era prudenza politica, per paura di compromettere le conquiste già fatte, sembrasse tradimento della patria.

***

Egli mulinava sempre poesie: era questo un vero periodo d’incubazione: i pensieri e belli e grandi gli affluivano in copia alla mente; ma non si sentiva sicuro del modo di esternarli, e si proponeva di mettersi tutto, per istudio di stile, su Omero e Virgilio, su Dante e l’Ariosto. Il 16 maggio mi scriveva: «penso e immagino e fantastico e invento sempre, stancandomi proprio solo nei pensieri: onde se, aggiuntavi la vita romita e il non potere sfogarmi con nessuno e lo studio in cose faticose, non impazzisco, è gran meraviglia della mia costituzione.» Oltre quelle accennatemi precedentemente, aveva immaginato tre nuove poesie liriche:Alla Grecia, Gli Slavi, La Polonia; poi un Epodo satirico, a ecloga,L’Arcadia nuova, per isfogarsi controi nuovi Arcadi politici e letterari; poi una serie di canti, con intenzione più larga e universale, contro la società com’è costituita ora; poi una serie d’Idilli storici; finalmente un dramma, per rappresentare la prima rivoluzione democratica di Firenze,Giano della Bella. «Tutte queste poesie, mi diceva, eccetto il dramma, che non ho maturato bene, le ho fatte tutte, le ho divise nelle loro strofe ec. Quel che manca è la potenza di esprimerle.» Alla stampa di un volume di scritti in prosa per ora non pensava più; cioè non pensava più al primo disegno, perchè già ne avea in mente un altro. Il Barbèra stava per cominciare la stampa dei poemi del Monti, ai quali egli voleva premettere un Saggiosu l’ingegno e l’animo del mio buono, diceva,e coglione Vincenzo. Scritto questo discorso e fatta l’edizione, cui allora pensava, del Berchet, si proponeva di comporre un libro in prosa (nel quale avrebbe raccolto, rinsanguandole, parecchie delle prefazioni e dei discorsi già fatti) con questo titolo:La rivoluzione e la poesia in Italia dal 1764 al 1848; e me ne spiegava a parte a parte il disegno. La sua mente era, come si vede, in continua ebullizione.

Ai primi di luglio venne, come aveva promesso, a trovarmi a Torino; andai a prenderlo alla stazione, ed egli discese dal treno tenendo sulle braccia alcuni volumi della prima edizione deiMisérablesdi Victor Hugo, che avea portati con sè per seguitarne e compierne la lettura durante il viaggio e neigiorni che sarebbesi trattenuto a casa mia. Il capo degliamici pedanti, che leggeva e rileggeva, per istudio di stile, Omero e Virgilio, Dante e l’Ariosto, non viveva fuori del mondo, non si chiudeva tutto nello studio degli antichi e nelle ricerche d’erudizione; la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le voci della vita, a tutte le manifestazioni dell’ingegno umano, da qualunque parte venissero; e di lì a qualche anno si vide quale influenza avessero sopra di lui le opere di Victor Hugo.

Tornato a Bologna si recò nel settembre a Firenze per attendere al lavoro del Poliziano. Era addolorato e indignato per il tristo episodio d’Aspromonte, dove il governo italiano aveva dato prova anche una volta d’insipienza e di viltà; e a Firenze, in Riccardiana, con innanzi il codice del suo poeta, e a lato le bozze di stampa, cominciò l’odeDopo Aspromonte, dove sono le terribili strofe contro Napoleone III, che nella prima edizione dellePoesie(Barbèra, 1871) furono omesse, e la finì la sera in una camera che aveva in affitto. Mandandomela il 12 ottobre, avvertiva: «Bada, e’ fu scritta in poche ore. Dunque chiedo perdono di parecchie strofette e di molte frasiineguali, per non dir peggio. Ma lirica e’ mi par che ve ne sia.» Le correzioni che poi vi fece pubblicandola non furono molte nè gravi.

Nel febbraio del 1863 compose e pubblicò in un giornale di FirenzeLa gioventù(anno III, n. 3) la poesiaIl Carnevale, che allora chiamòIdillio: manon era finita, e il poeta vi aveva scritto in fine:Il seguito a quest’altr’anno. Il seguito venne invece cinque anni più tardi, nel 1868: e allora la poesia fu ripubblicata intera in un giornale di BolognaL’amico del popolo, che ne fece anche cento estratti. La parte aggiunta fu l’ultima,Voce di sotterra.

***

Ai 21 di marzo dello stesso anno 1863 nacque al Carducci la seconda figliuola, cui mise nome Laura. Me ne dava notizia pochi giorni dopo, scusandosi dell’avere per quella ed altre ragioni tardato a scrivermi, e del non mandarmi ancora un articolo che io aspettavo da lui per laRivista italiana.[37]

In quei primi anni della dimora del Carducci a Bologna ci scrivevamo lunghe e frequenti lettere, ragguagliandoci dei nostri studi, dei libri che comperavamo, di quelli che andavamo leggendo. Con la lettera, che mi portava la notizia della nascita della Lauretta, l’amico mi parlava di alcuni scritti del Giordani, che aveva letto o riletto in quei giorni. «Che meraviglia di stupenda scrittura quella delPeccato impossibile! Ben poche pagine di Voltaireson degne di starle a fronte: ma solo di lui. E che grande e splendido e terribile nemico di tutti i vili nemici del genere umano era quel Giordani: il solo veramente libero degli scrittori italiani moderni. E come scrittura, e come pensiero, e come opera, io vado pazzo di quelPeccato. Oh quanto avrei pagato che tutti i vescovi e arcivescovi avesser dato noia al terribile piacentino, e che egli avesse fatto a tutti una scrittura come è questa e quella al Sanvitali!» Alcuni giorni dopo, per sollevarsi dai faticosi studi di erudizione, rileggeva il Cavalca. «Non parmi vero di sdraiarmi, leggendo, per rimedio alle tante offe di stile pedantesco o accademico o gotico che mi tocca ingoiare, qualche bella pagina di prosa (rileggo il Cavalca, di cui ho acquistato tutte le opere, e che mi è sempre più mirabile, o, per dir meglio, miracoloso: parmi il Canova della prosa. Rileggi, ti prego, la Vita di Sant’Antonio e quella di Sant’Apollonio, e stupisci a tanta potenza di stile di quel povero stolto fratacchione).»

Ai primi d’ottobre andò a Firenze per dare l’ultima mano alla edizione delle poesie italiane del Poliziano, e finire il discorso d’introduzione. Il 15 mi scriveva: «Oggi è stampato l’ultimo foglietto di conchiusione del Poliziano; e domani a sera saran pubblicate le prime copie.» Con la medesima lettera mi mandava l’Inno a Satana, composto in quei giorni, o meglio nella notte di uno di quei giorni, per leggerlo il giorno di poi in un pranzod’amici a Monte Asinario, al quale assistevano, fra gli altri, Luigi Billi e Alessandro D’Ancona. Mandandomelo, mi faceva le stesse avvertenze che per l’odeDopo Aspromonte: «È inutile ch’io segni al tuo giudizio le molte strofe tirate giù alla meglio per finire, nelle quali è il concetto dilavato, ma non la forma. Bisogna tornarci su, su questa poesia, e con molta attenzione. Ma nonostante mi pare che pel concetto e pel movimento lirico io possa contentarmene. Dopo letto, ricorda che è lavoro di una notte.» Anche le correzioni fatte poi all’inno non furono molte nè sostanziali.

A me parve subito allora, e pare anche oggi, che l’odeDopo Aspromontee l’Inno a Satanasegnassero un progresso notevole nell’arte poetica dell’autore, non solo quanto al modo di concepire, ma anche quanto alla forma,appuntoperchè l’autore nella foga della ispirazione non si era troppo preoccupato di essa. Questa preoccupazione venne dopo, e non fu male: oramai le poesie erano quello che dovevano essere: e chi poteva dire leggendole che il poeta, per comporle, avesse studiato in Omero e Virgilio, in Dante e nell’Ariosto? Qualche lieve preoccupazione della forma si sente invece nel Carnevale, che tuttavia per il concetto e per una maggior libertà e sicurezza di esecuzione in confronto alle poesie degli anni innanzi, è degna di stare accanto alle odiDopo AspromonteeSatanae prenunzia con esse il poeta deiGiambi ed Epodi.

Dopo le poesie politiche del 1860 il Carducci era stato quasi tre anni senza pubblicare versi; e quando pubblicò ilCarnevale, poi se ne pentì. Ma abbiamo visto come in quei tre anni egli, pur non scrivendone che di rado, immaginasse continuamente poesie: e (cosa singolare) fra le poche che scrisse non c’era propriamente nessuna di quelle che aveva pensate. In quei tre anni il suo tempo fu quasi tutto occupato negli studi di erudizione, di critica e di filologia per le lezioni e per il Poliziano: se non che in mezzo a tali studi le concezioni poetiche fiorivano come nel loro terreno naturale. Ciò potrà parer singolare a quelli che ancora credono che il poeta debba essere un ignorante, ma non parrà a coloro che invece sanno che la dottrina e la critica vere sono non solo due grandi aiuti, ma due grandi fonti di ispirazione poetica all’uomo di genio.

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Nelle lezioni dell’anno accademico 1862-63 e dei seguenti il Carducci seguitò ad occuparsi, come già mi aveva annunziato, del Petrarca e di Dante, ai quali poi aggiunse il Boccaccio. Il pensiero suo fin dal principio fu di studiare a fondo, per una serie di anni, la storia del gran triumvirato letterario italiano, cioè la storia dell’arte e del pensiero in Italia nelgrande e glorioso trecento, come dicevalui; e questo studio lo fece come non era stato fatto mai, come non poteva esser fatto da altri che da lui. Il 13 gennaio 1863 mi scriveva: «Ora sono occupato tutto tutto nel duecento e trecento della letteratura italiana; tutto tutto; e non mi rimane ora libera.... Mentre metto insieme gran materia per un corso di lezioni dal 1183 al 1268, che comincierò venerdì, seguito l’illustrazioni delle cose migliori del Petrarca in confronto a Dante. Caro Beppe, non so quanto pagherei tu fossi a sentire alcuna mia lezione d’illustrazioni sulle canzoni del Petrarca: credi che le faccio con amore indicibile, e con una diligenza così sottile, che non trovo da rimproverarmi per ora. Sono intorno alle tre canzoni su gli occhi: e sono sempre più innamorato del mio gran Petrarca, il quale nel fatto dello stile mi riesce perfetto.»

La pubblicazione del Poliziano, avvenuta, come abbiam visto, il 16 ottobre 1863, fece chiasso anche a Firenze. Vi fu chi lo chiamò lavoro spaventoso: fra i pochi intelligenti produsse, come doveva, un senso di meraviglia. A parte il discorso, importante per la dottrina, per la bontà e novità dei giudizi, era la prima volta che il testo di uno scrittore italiano usciva in Italia emendato secondo i dettami della moderna critica dei testi: e le difficoltà che l’autore aveva dovuto superare non erano poche nè piccole. E l’autore era sopra tutto un poeta; e a Firenze passava per un poeta scapigliato.

È veramente incredibile quanto il Carducci lavorasse in quelli anni. Nel 1862, oltre tutti gli altri lavori e studi di cui ho parlato, pubblicò non meno di tre volumetti della Collezione Diamante; le Poesie di Cino da Pistoia e d’altri del secolo XIV, ch’era venuto preparando, come già dissi, fino dall’anno innanzi, i Canti e Poemi di Vincenzo Monti (due volumi), pei quali non ebbe il tempo o l’opportunità di scrivere il saggio che aveva divisato. Mentre stava ultimando il Poliziano, preparò, pure per la Collezione Diamante, la traduzione del poema di Lucrezio fatta dal Marchetti, nella quale, contro la sua aspettazione, ebbe da fare moltissimo, e che pubblicò nel 1864. Nel maggio era al sesto libro, e mi scriveva: «Mi confermo sempre più per l’esperienza nell’opinione che in Italia non v’è un testo di classico condotto, non dico bene, ma passabilmente da capo a fondo.»

Contemporaneamente attendeva a due altri lavori gravi e ponderosi, una raccolta deiCanti carnascialeschiper un editore di Milano, ed una di Ballate per laCollezione di antiche scritture italiane inedite o rarefatta dal Nistri di Pisa sotto la direzione di Alessandro D’Ancona. A proposito dei quali mi scriveva: «Ho finito di mettere insieme il primo volume dei Carnascialeschi, e sono a metà del secondo: forse la parte più difficile è passata. Preparo il secondo volume delle Ballate per il D’Ancona; il secondo che sarà il primo stampato e conterrà:1º Tutte le Ballate del Medici, riviste su i codici ec. (alcune inedite; molte stampate ma senza nome); 2º Tutte le Ballate del Poliziano; 3º Tutte le Ballate del Giambullari, una del Pulci, e qualche altra di qualcuno dei più famosi contemporanei del Medici. Il primo dee contenere quelle del Sacchetti e degli altri trecentisti della seconda metà e dei primi quattrocentisti: il terzo quelle del Giustiniani e di altri non toscani: il quarto le anonime; molta roba inedita e rarissima.»

Lavorava, lavorava, ma non aveva fretta di stampare. I disegni di pubblicazioni di lavori originali, sia di verso, sia di prosa, si succedevano, si modificavano, e poi restavano lettera morta; cioè no, restavano materia viva, che aveva bisogno di essere meglio maturata e lavorata, prima di diventare opera degna, secondo l’autore, di vedere la luce. Nei tre anni dopo il 1860 e nei quattro che seguirono fino al 1868, il Carducci non pubblicò oltre i quattro già indicati, che due altri volumetti della Collezione Diamante, il Lucrezio del Marchetti nel 1864, e le tragedie del Monti nel 1865; poi un volumetto di poesie di Matteo Frescobaldi nel 1866 (Pistoia) e tre sole poesie originali, l’Inno a Satana,Il Carnevale, e l’odeAgli amici della Val Tiberina, della quale parlerò più avanti.

L’Inno a Satanafu stampato, in piccolissimo numero d’esemplari fuori di commercio, nel novembre del 1865 a Pistoia, con in fronte il nomediEnotrio Romano, che il Carducci prese allora per la prima volta. E lo conservò fino alle primeOdi barbare, ma aggiungendovi dal 1871 in poi il suo nome vero, messo or l’uno or l’altro dei due fra parentesi.

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Oltre i lavori dei quali ho fatto parola, collaborò negli anni dal 1863 al 1865 allaRivista italiana, come già accennai, e nel 1866 all’Ateneo italianoche a quella successe, mandando all’una e all’altro articoli, quasi tutti d’erudizione e di critica, alcuni dei quali (i più brevi) sono raccolti nella prima serie diCeneri e faville.

LaRivistafu fondata nel 1860 a Torino dal ministro Mamiani, o coll’assenso e l’aiuto di lui; e s’intitolò da primaEffemeride della pubblica istruzione. Ne ebbe la direzione Luigi Ferri, allora Segretario particolare, o, come oggi dicono, Capo di gabinetto del Ministro. Quando al Mamiani successe il De Sanctis, e questi prese per suo segretario Cesare Donati, la direzione dellaEffemeridepassò a lui; che, dopo qualche tempo, quando il titolo del giornale era già mutato in quello diRivista italiana con le effemeridi della pubblica istruzione, mi pregò di scriverci ed aiutarlo nella compilazione. A poco a poco, non saprei dir come, laRivistarimase interamente nelle mie braccia; ed io, quandonel 1865, col trasferimento della capitale, dovei tornare a Firenze, la trasformai nell’Ateneo italiano, che cominciò le sue pubblicazioni nel gennaio del 1866 e le terminò col finire dell’anno. Erano fra i collaboratori dellaRivista, e poi dell’Ateneooltre il Carducci, il Teza, il Comparetti, il D’Ancona, ed altri; uno dei più operosi Pietro Risi, allora professore al Liceo d’Alessandria, uomo di vivo ingegno e di molta dottrina.

Nel gennaio del 1865, rispondendo, con lettera del 14, ad alcune proposte mie di articoli per laRivista, il Carducci mi scriveva: «Le condizioni che mi proponi mi tornano: ma l’impedimento è nelle moltissime brighe che mi si sono addensate intorno quest’anno. Figurati che fra le altre mi han fatto consiglier di reggenza: non si sa che cosa abbia a consigliare. Figurati che mi hanno appioppato la supplenza di lettere italiane al Liceo; o meglio me la sono appioppata da me, lasciandomi vincere alle strettissime istanze. E poi mi bisogna finir presto lo scritto intorno le rime di Dante,[38]per cui mi sono impegnato col Cellini. E poi ho da rivedere stampe del Monti e del Rucellai. E poi ho le lezioni. Vedi se potrei, esser di più caricato. Nonostante ho messo mano a un articolone in formadi lettera a te, intitolato:Appunti su la poesia popolare italiana del secolo XIII; e vedrò di finirtelo presto.» L’articolo, o meglio gli articoli vennero soltanto verso la fine di febbraio e furono pubblicati nei fascicoli dellaRivistadel 6 e 13 marzo, con questo titolo:Della lirica popolare italiana del secolo XIII e XIV e di alcuni suoi monumenti editi o trovati ultimamente(da lettera a G. Chiarini).[Per gli altri scritti pubblicati dal Carducci nellaRivista, vedi le note a pag.497]

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Circa la supplenza del Carducci al Liceo, ha narrato recentemente un curioso aneddoto il commendatore Alberto Dall’Olio, ch’era a quel tempo studente liceale, e fu testimone e parte del fatto.[39]Il professore di lettere italiane del Liceo, già nominato, tardando a venire, ed avendo fatto mala prova due altri supplenti, fu pregato il Carducci. Egli allora a Bologna era noto in un cerchio abbastanza ristretto di studiosi e di persone colte: i giovani del Liceo forse non ne avevano sentito mai parlare; ad ogni modo non lo conoscevano. L’ultimo professore ch’essi avevano avuto era Leopoldo Marenco; la cuibella ed elegante figura, tra di militare e di trovatore, scrive il Dall’Olio,avevamo ancoradinanzi agli occhi: «e ci risonava ancor negli orecchi l’accento inspirato col quale egli ci leggeva, anzi ci declamava i versi.»

Lascio narrare interamente all’antico scolare, che fu poi sindaco di Bologna, l’ingresso del Carducci nella scuola, e quello che poi avvenne. «Vedemmo avanzarsi impettito tra le due file di panche, in aria tra spavalda e spaurita, un omino con una gran zazzera e una barbetta nera arruffata. Vestiva un soprabito piuttosto corto, scrupolosamente abbottonato, e teneva in mano.... ungibus.

»Salì sulla cattedra, e per prima cosa schiacciò nervosamente con un bel colpo il suogibus: non c’era nulla di straordinario, ma noi cominciammo a guardarci l’un l’altro, e qualche sorriso corse sommessamente per l’aula; egli se n’accorse e si rannuvolò. Fatto sta che, quando prese a parlare, la sua voce era così incerta e la parola gli usciva così a stento dal labbro, che la nostra ilarità, per poco repressa, non potè più essere trattenuta. «Cet âge est sans pitié»; è proprio così: e più il professore intaccava, e più noi ridevamo. Fu dapprima un lieve susurro: poi crebbe, si innalzò, rumoreggiò in uno strepito incomposto e sgarbato.

»Che in questo modo le cose non potessero andare innanzi era manifesto; ma lo scioglimento fu rapido e brusco. Il timoroso professore ad un tratto si fece ardito: si levò, raccolse le cartelle de’ suoi appunti: con un energico pugno rialzò il malauguratogibus, se lo piantò in capo e mormorando rotte invettive uscì impetuosamente dall’aula.»

Gli scolari capirono d’averla fatta grossa. Entrò intanto il Preside, che meravigliato e indignato disse loro chi era l’uomo al quale avevano fatto quella villana accoglienza (sarebbe stato meglio l’avesse detto prima): ed essi mortificati chiesero come potevano rimediare. Fu stabilito di eleggere subito una commissione, della quale il Dall’Olio, come il più giovane, doveva essere l’oratore, che, guidata dal Preside, si recò nella sala dei professori, dove il Carducci era ancora. «Al vederlo tutto accigliato e fiero, dice il Dall’Olio, io fui vinto dalla soggezione, e balbettai a mala pena qualche parola; ma il Preside parlò per noi, e il Carducci, burbero benefico se mai ve ne furono, intese ciò che non gli avevamo saputo dire, e ci perdonò di gran cuore, assicurandoci che presto avrebbe ripreso le sue lezioni.»

I giovani aspettarono con grande impazienza la ripresa delle lezioni, che furono poche, perchè presto arrivò il nuovo titolare: «ma quale traccia incancellabile, scrive il Dall’Olio, non lasciarono esse nell’animo nostro, e quanta ammirazione non ne ritraemmo per quell’omino, che da principio avevamo così male accolto!»

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Nelle vacanze autunnali del 1865 il Carducci venne a Firenze, dove io ero già tornato da alcuni mesi con la famiglia. Avevo presa in affitto una villetta sul Mugnone alle falde di Fiesole, che fu, finchè io vi restai, il ritrovo de’ pochi amici rimasti dopo il 1859 a Firenze, e di quelli che, come il Carducci, di tratto in tratto vi capitavano: c’erano Francesco Donati e Giulio Cavaciocchi. Ai vecchi se ne aggiunse uno nuovo, Pietro Risi, che ho già nominato, col quale io era da qualche tempo in relazione amichevole per la collaborazione di lui allaRivista. Appena arrivato a Firenze, ai primi di Settembre, legò subito stretta amicizia col Carducci, col Donati e con me. Di carattere gioviale, franco ed aperto, amante del lieto conversare, ch’ei sapeva tenere sempre desto, e trovandosi all’unisono col Carducci e con me nelle opinioni letterarie filosofiche e politiche, egli fu l’anima dei nostri amichevoli ritrovi in quei dolci mesi di settembre e d’ottobre. Oh le belle passeggiate a Fiesole, in quelle domeniche piene di sole, parlando di libri vecchi e nuovi, di edizioni rare, del nuovo giornale l’Ateneoche stavamo per fondare, discutendo di erudizione, di poesia, di politica, dicendo male dei romantici, dei moderati, del governo, inventando la società di Calandrino!

Io che avevo pochissimi libri, in confronto dei molti che aveva il Carducci, provavo un gran piacerea regalargliene di tratto in tratto qualcuno che sapevo a lui caro. Egli pur essendo, in fatto di libri, il più ricco di tutti gli amici suoi letterati, ricco nella quantità e nella qualità, tutte le volte che andava a trovare qualcuno di loro, la prima domanda che faceva presentandosi era: Che libro mi regali oggi? E tutti sentivano il dovere di fargli il regalo di un libro. Una di quelle domeniche (me ne ricordo come fosse ieri), la domenica del 2 ottobre, in cui si festeggiava per la prima volta Calandrino, mentre facevamo la salita che dal Ponte alla Badia va a San Domenico, dissi a un tratto al Carducci: Sai? ti voglio regalare il Virgilio del Didot.[40]Il Carducci fece un salto e in segno di gioia gittò in aria il cappello, che andò a cascare di là dalla siepe in un campo. Durammo non poca fatica a raccoglierlo; poi ripigliammo, facendo i più matti discorsi, il cammino per Fiesole, mentre a casa si stavano facendo i preparativi per la festa. Al ritorno s’andò a cercare l’elitropia per il Mugnone, ed empiteci le tasche di sassi neri, che battezzammo per elitropia, se ne mise da per tutto, ma specialmente nei piatti dei commensali: e mentre si aspettava l’ora del desinare, si scrisse, collaborandovi tutti, il decreto che istituiva la società e la festa di Calandrino. Il decreto fu scritto partedal Carducci, parte dal Risi: la parte più notevole e significativa di esso sono iconsiderando, nei quali era detto:esser debito di ogni nazione rendere onoranza a quelli uomini che più conferirono a fermarne la indole; Calandrino essere veramente quel che dicesi il tipo della stoltezza italiana, la quale pareva avere raggiunto a quei giornil’ultimo termine della sua perfezione; mentre la nazione fu troppo larga di facili onoranze ad uomini di gran lunga men degni, lui essere stato sempre e al tutto dimenticato.... Perciò s’instituiva una società nel nome di lui, ed una festa annuale da celebrare in suo onore nel mese di ottobre nei luoghi fatti solenni dalla memoria dell’uom semplice e di nuovi costumi.[Vedi le note a pag.498] La parte principale, anzi sostanziale, della festa, era un banchetto, al quale ciascuno dei convitati dovealeggere o dire parole in prosa o in rima a gloria dell’eroe. Il Risi lesse un polimetro, il Donati una ballata, io una novella, il Carducci questo sonetto:


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