CAPITOLO IX.(1889-1891.)

CAPITOLO IX.(1889-1891.)

Il Carducci primo eletto al Consiglio comunale di Bologna. — Edizione delle opere complete. — LeTerze Odi barbare. — Raccolta e riordinamento di tutte le odi barbare in un solo volume. — Nomina a Senatore. — Una cena finita male. — Caduta del primo Ministero Crispi. — Vita del Carducci a Roma. — La trattoria in Via dei Sabini. — Il Castello di Costantino. — In casa di Adriano Lemmi. — «Scusi, lei non capisce niente.» — Evoluzione politica del Carducci spiegata da lui stesso. — Dimostrazione degli studenti radicali contro il Carducci. — Fischi all’Università. — «È inutile che gridiateabbasso: la natura mi ha messo in alto.» — Ripresa delle lezioni.

Il Carducci primo eletto al Consiglio comunale di Bologna. — Edizione delle opere complete. — LeTerze Odi barbare. — Raccolta e riordinamento di tutte le odi barbare in un solo volume. — Nomina a Senatore. — Una cena finita male. — Caduta del primo Ministero Crispi. — Vita del Carducci a Roma. — La trattoria in Via dei Sabini. — Il Castello di Costantino. — In casa di Adriano Lemmi. — «Scusi, lei non capisce niente.» — Evoluzione politica del Carducci spiegata da lui stesso. — Dimostrazione degli studenti radicali contro il Carducci. — Fischi all’Università. — «È inutile che gridiateabbasso: la natura mi ha messo in alto.» — Ripresa delle lezioni.

Il 30 gennaio 1889 il Carducci mandò fuori il primo volume della raccolta delleOpere; il 3 febbraio fece una nuova lettura in Roma alla Palombella sul tema «La poesia e l’Italia nella quarta crociata»; il 10 marzo pubblicò un secondo e il 15 giugno un terzo volume delleOpere; il 2 settembre fece sposa l’ultima delle sue figliuole, la Libertà; il 31 ottobre pubblicò leTerze Odi barbare; e il 10 novembre nelle elezioni comunali riuscì il primo eletto con 7965 voti su 10128.

Era entrato nel Consiglio il 25 luglio 1869, e vi fu sempre rieletto; ma la straordinaria votazionedel 1889 fu una specie di plebiscito, col quale la città di Bologna volle attestare all’illustre uomo la sua riconoscenza per avere resistito ai lusinghieri inviti che da qualche tempo con tanta insistenza lo chiamavano a Roma. Egli aveva fin d’allora, anzi da un pezzo, nel cuore quello che doveva dire pubblicamente alcuni anni più tardi, in occasione del suo primo giubileo di magistero, ai sindaci di Bologna e di Pietrasanta; le ragioni cioè di sentimento e di affetto, per le quali Bologna gli era divenuta una seconda patria, dalla quale sentiva oramai di non potersi staccare; ragioni che quasi scherzando aveva adombrate nella sua lettera al Lemmi con queste parole: «Se ho da fare ancora il professore, sento di non poter farlo utilmente che a patto di poter salutare, ogni volta che vado alla scuola e ne esco, la torre degli Asinelli.»

Già qualche anno prima del 1889 il Carducci era andato pensando a raccogliere e ordinare in una edizione uniforme e completa gli sparsi suoi scritti. Nel 1884, pubblicando leConversazioni critiche, il Sommaruga aveva annunziato come in corso di stampa le seguenti opere: 1ªI trovatori alla corte di Monferrato, 2ªVite e Ritratti, 3ªLa Canzone di Legnano, 4ªScatti e Schizzi; e come in preparazione queste altre: 1ªStudi letterari, 2ªDiscorsi letterari, 3ªNovelle, 4ªI Ciompi. Di corrispondente alla realtà in questi annunzi non c’era altro che la stampa di alcuni pochi fogli di quel volumeVite e Ritrattiche, come dissi, rimase interrotto per il processo e la conseguente disparizione del Sommaruga.

Ma, fuori che per leNovellee iCiompi, per le altre opere il Carducci aveva già pronta molta materia. Scomparso il Sommaruga, gli Zanichelli, i cui rapporti col poeta erano venuti facendosi sempre più intimi, anche dopo la morte del padre loro, avvenuta improvvisamente il 7 giugno 1884, gli proposero di far essi la raccolta completa de’ suoi scritti; ed egli accettò. Trovandosi in Roma, mi parlò più volte di quella raccolta, ed una tra le altre buttò giù un primo abbozzo di disegno della raccolta stessa in venti volumi. Nell’abbozzo c’è una lacuna: dal volume IX si passa al XII; non so se per una svista, o per altra ragione; ma poichè quell’abbozzo, che ritrovo fra le mie carte, è cosa molto diversa dalla raccolta ora in corso di stampa, credo non dispiacerà ai lettori conoscerlo. Eccolo:

I.Trovadori alla corte di Monferrato.II.Studi di filologia e letteratura medievale.— Delle antiche rime ne’ memoriali di Bologna. — Rimatori del secolo XIV. — Leggenda de’ sette savi, ec.III.Studi letterari.— I. L’amore e la poesia nel secolo XIII. — Bernardo di Ventadorn. — Guittone d’Arezzo. — Guido Guinicelli. — Guido Cavalcanti. — Delle Rime di Dante.IV.Studi letterari.— II. Della varia fortuna di Dante. — Canzoni storiche del Petrarca. — Musica e Poesia nel sec. XIV. — Lorenzo de’ Medici e Angelo Poliziano.V.Ludovico Ariosto.VI.Discorsi letterari.— Virgilio. — Dante. — F. Petrarca. — G. Boccaccio. — Dello svolgimento della letteratura nazionale. — Del rinnovamento letterario in Italia, ec.VII.Vite e Ritratti.— I...... A. Tassoni. — S. Rosa. — A. Marchetti. — ec. ec.VIII.Vite e Ritratti.— II. P. Metastasio. — C. I. Frugoni. — Poeti erotici e lirici del sec. XVIII. — Vittorio Alfieri prosatore.IX.Vite e Ritratti.— III. G. Giusti. — G. Rossetti. — G. Mameli. — G. Prati. — G. Regaldi. — Louisa Grace. — Contessa Gozzadini, ec.XII.Giuseppe Parini.XIII.Bozzetti di letterature straniere.XIV.Conversazioni critiche.XV e XVI.Confessioni e Battaglie.XVII.Schizzi e Scatti.XVIII.Juvenilia. — Levia Gravia.XIX.Giambi ed Epodi. — [Rime nuove].XX.Odi barbare.

I.Trovadori alla corte di Monferrato.

II.Studi di filologia e letteratura medievale.— Delle antiche rime ne’ memoriali di Bologna. — Rimatori del secolo XIV. — Leggenda de’ sette savi, ec.

III.Studi letterari.— I. L’amore e la poesia nel secolo XIII. — Bernardo di Ventadorn. — Guittone d’Arezzo. — Guido Guinicelli. — Guido Cavalcanti. — Delle Rime di Dante.

IV.Studi letterari.— II. Della varia fortuna di Dante. — Canzoni storiche del Petrarca. — Musica e Poesia nel sec. XIV. — Lorenzo de’ Medici e Angelo Poliziano.

V.Ludovico Ariosto.

VI.Discorsi letterari.— Virgilio. — Dante. — F. Petrarca. — G. Boccaccio. — Dello svolgimento della letteratura nazionale. — Del rinnovamento letterario in Italia, ec.

VII.Vite e Ritratti.— I...... A. Tassoni. — S. Rosa. — A. Marchetti. — ec. ec.

VIII.Vite e Ritratti.— II. P. Metastasio. — C. I. Frugoni. — Poeti erotici e lirici del sec. XVIII. — Vittorio Alfieri prosatore.

IX.Vite e Ritratti.— III. G. Giusti. — G. Rossetti. — G. Mameli. — G. Prati. — G. Regaldi. — Louisa Grace. — Contessa Gozzadini, ec.

XII.Giuseppe Parini.

XIII.Bozzetti di letterature straniere.

XIV.Conversazioni critiche.

XV e XVI.Confessioni e Battaglie.

XVII.Schizzi e Scatti.

XVIII.Juvenilia. — Levia Gravia.

XIX.Giambi ed Epodi. — [Rime nuove].

XX.Odi barbare.

Al n. XIX mancano nell’autografo, evidentemente per una svista, leRime nuove, che io perciò mi sono permesso di aggiungere.

Varie considerazioni si possono fare intorno a questo elenco: prima di tutte, che quando l’autore lo compilò aveva in animo di compiere alcuni lavori o farne dei nuovi, dei quali gli è mancato il tempo o l’opportunità; seconda, che la disposizione organica da dare ai suoi scritti è per lui lavoro di molta importanza, il quale perciò va soggetto a molte mutazioni, prima di esser compiuto. Questocosì per le prose come per le poesie; ciascuna serie delle quali corrisponde a uno speciale ordine di studi, di pensieri, di fatti nei diversi periodi della vita dello scrittore. Naturalmente alcune mutazioni avvenute nella disposizione delle prose dipendono dal fatto che all’autore accadde di comporre alcuni lavori ai quali da prima non aveva pensato.

Il volume, annunziato nell’elenco come il primo della serie, ed annunziato pure come il primo di quelli in corso di stampa dal Sommaruga fino dal 1884, non è ancora uscito; anzi non è neppure annunziato come di prossima pubblicazione nella edizione delleOperefatta dallo Zanichelli, della quale sono stati pubblicati fino ad oggi ben tredici volumi. Ma dopo i tre primi, pubblicati nel 1889, l’edizione andò rallentando; nei nove anni che seguirono furono pubblicati soltanto sette volumi; e dopo la pubblicazione del volume X nel gennaio 1898 vi fu una sosta di quattro anni, ora fortunatamente cessata.

***

Dei dieci volumi pubblicati nei nove anni dal 1889 al 1898 otto comprendono le prose e due le poesie. I volumi delle prose sono: I.Discorsi letterari e storici, II.Primi saggi, III.Bozzetti e scherme, IV.Confessioni e Battaglie, V e VII.Ceneri e faville(serie 1ª e serie 2ª), VIII.Studi letterari, X.StudisaggieDiscorsi. I volumi delle poesie sono: VI.JuveniliaeLevia Gravia, IX.Giambi ed EpodieRime nuove.

Nella distribuzione degli scritti in questa raccolta completa delle opere l’autore ha tenuto conto al tempo stesso della materia e della forma. I volumi I, II e VIII (salvo nel I i due discorsiLo studio di BolognaePer la morte di Garibaldie leRelazioni di Storia patria) sono tutti formati di studi letterari, con questa distinzione, che il primo comprende gli studi in forma didiscorsi, il secondo quelli in forma disaggi critici, l’ottavo i veri e propristudi letterariin forma di dissertazioni. Tre di questi, insieme coi cinque discorsiDello svolgimento della letteratura nazionale, che ora sono nel I volume, componevano gliStudi letteraripubblicati dal Vigo nel 1874 e ripubblicati nel 1880. Il volume X, che comprende scritti vari anche di forma, ma per la maggior parte letterari, può considerarsi come una appendice ai tre volumi degli studi di letteratura italiana. Nel volume I ai cinque discorsiDello svolgimento della letteratura nazionalesono aggiunti i discorsiPel monumento a Virgilio, L’opera di Dante, Alla tomba del Petrarca, Ai parentali del Boccacci, eDel rinnovamento letterario in Italia, che ne formano il complemento e la illustrazione, contribuendo a fare di esso il volume letterariamente più importante e più originale di tutta la raccolta delle prose.

Come il volume degliStudi letteraridel Vigo conteneva il primo nocciolo, per così dire, degli scritti letterari del Carducci raccolti nei volumi dei quali abbiamo parlato, così il volume deiBozzetti critici e discorsi letterari, pubblicato dallo stesso Vigo nel 1876, conteneva il primo nocciolo degli scritti di critica e polemica, che, con l’aggiunta dei più importanti e nuovi dai tre volumi diConfessioni e Battagliedel Sommaruga, formarono i volumi III e IV delle opere complete,Bozzetti e schermeeConfessioni e Battaglie. NeiBozzetti e schermefurono accolti cinque scritti dal volume del Vigo, suLa Doradel Regaldi, suLa vida es sueñodel Calderon,Goffredo Mameli, Il secondo centenario del MuratorieDi certi giudizi intorno al Manzoni; gli ultimi due dei quali erano stati riprodotti nelleConfessioni e Battaglie, edizione Sommaruga. Due soli scritti del volume del Vigo,Polemiche satanicheeCritica e arte, riprodotti pure nel volume del Sommaruga, trovarono posto nel IV delleOpere. Ad essi furono aggiunti undici scritti dalla raccolta sommarughiana diConfessioni e Battaglie, quelli ai quali più propriamente si conveniva questo titolo; e così con altri tre nuovi,Ricordo d’infanzia, la prefazione alLibro delle prefazioni,[62]e ilDiscorso aglielettori di Pisa, questo volume IV raccolse tutti gli scritti nei quali l’autore parla di sè, della sua vita e dell’arte sua, dagli anni primi al 1886, e combatte pei suoi ideali di scrittore e di cittadino.

I volumi V e VII,Ceneri e faville, raccolgono gli scritti minori di argomento vario, letterari, politici e semipolitici, sparsi dall’autore in giornali, ed opuscoli, ma sopra tutto in giornali, e perciò difficilissimi a trovare. Il volume V contiene la prima serie di tali scritti dal 1859 al 1870; il VII la seconda dal 1871 al 1876. Naturalmente queste, che l’autore chiamamisere bricciche, non hanno letterariamente l’importanza degli scritti maggiori raccolti negli altri volumi; ma sono anch’esse nobili e preziose testimonianze dell’animo e dell’ingegno dell’autore, e perciò tutt’altro che inutili alla piena conoscenza dell’uomo e dello scrittore.

I due volumi delle poesie, VI e IX, pubblicati, uno nel maggio 1891, l’altro nel maggio 1894, comprendono tutte le poesie in rima già raccolte nei quattro volumi della collezione elzeviriana,Juvenilia, Levia Gravia, Giambi ed Epodi, Rime nuove(edizioni definitive), non senza qualche aggiunta e mutazione di posto a qualche componimento.

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LeOdi barbareseguitarono e seguitano ancora a rimaner fuori dalla raccolta delleOpere. Dopo leNuovepubblicate nel 1882, egli era venuto componendone altre, di alcune delle quali abbiam fatto cenno:Su Monte MarioeAlessandriapubblicate nellaDomenica letterariadel 1882,A Gino RocchinellaCronaca bizantinadel 1883,Presso l’urna di Percy Bysshe ShelleynellaDomenica del Fracassadel 1884;Scoglio di Quartomandata a me nel luglio del 1884 da Courmayeur con l’annunzio che stava scrivendone altre due (le quali eranoCourmayeureIl liuto e la lira). Oltre queste, altre ne aveva cominciate, fra le qualiMiramar, di cui compose, come già dissi, le prime sei strofe nel luglio del 1878, e che fu compiuta soltanto nel settembre 1880, poco innanzi alla pubblicazione del terzo volumetto delleOdi barbare, finito di stampare il 31 ottobre del detto anno.

Le odi comprese in questo terzo volume erano venti, e tutte dello stesso valore delle prime e delle seconde. Qualcuno accennò scioccamente a crepuscolo e decadenza del poeta. L’accenno dimostrava soltanto che chi lo faceva aveva ammirato le prime e le secondeOdi barbaresenza avere conscienza vera del loro valore poetico. Se qualche cosa era da notare nelle ultime, era solo una maggiore perfezionedella forma: l’ispirazione, la fantasia, il sentimento erano alla medesima altezza. Certamente l’ode per Napoleone Eugenio era e rimarrà sempre una delle più belle, maMiramar, Presso l’urna di Percy Bysshe ShelleyeScoglio di Quartosono degnissime di starle accanto. Già, secondo me, parlando delleOdi barbare, non si dice bene a dire, queste son più belle di quelle altre; sono, specialmente le terze, tutte egualmente belle; il loro piacere più o meno potendo dipendere dall’argomento, dalla disposizione d’animo di chi legge e da tante altre circostanze. A voler giudicare equamente le terzeOdi barbarein confronto delle prime e delle seconde, bisogna leggerle nel volume del luglio 1893, ove le odi dei tre periodi sono tutte insieme raccolte e diversamente ordinate in due libri. Da questo ordinamento, ch’era (si direbbe) nella testa dell’autore fin da quando egli le veniva sparsamente componendo, tutte le odi acquistano maggior valore e un più largo significato, illustrandosi l’una l’altra e formando un tutto armonico di una bellezza e di una potenza di pensiero e di fantasia meravigliose. Per esempio, quella piccola, ma stupenda, ode di quattro strofe, intitolataColli toscani, giustamente ammirata dal Tomaselli,[63]quanto non acquista messa, come ora si trova, dopoSogno d’estatee innanzi l’altraPer le nozze di mia figlia! Nelle cinquantadue odi, quante sono tutte insieme, vive un intero mondo poetico, che dalle evocazioni storiche grandiose e fatali, dai ricordi commoventi e fecondi di meditazioni, dalle glorie e dagli eroismi antichi e nuovi della patria, alle rivendicazioni della giustizia, alle considerazioni filosofiche sulla vita e sul mondo, ai sentimenti e agli affetti della famiglia, santificati in una divina comprensione della natura, raccoglie quanto di più nobile ed alto può innalzare e infiammare un cuore umano. Che cosa sono di fronte a questo piccolo volume di poco più di 160 pagine i molti volumi di vaniloqui poetici, dove vampeggia qua e là una imagine, talora veramente bella, talora stramba e bislacca, in mezzo ad una affaticante virtuosità di parole, che gl’imbecilli chiamano linguaggio degli Dei?

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Nel luglio del 1890 il Carducci pubblicò l’ode barbara intitolataPiemonte, che i monarchici esaltarono molto (forse più del giusto), e che i repubblicanicon goffa barbariechiamarono «una riabilitazione di Carlo Alberto a base di Garibaldi»: nel 4 dicembre dello stesso anno fu nominato Senatore.

Alla sua assunzione alla Camera vitalizia il Governo, impersonato allora nell’on. Crispi, il quale, andava lieto e superbo della stima e dell’affetto chegli dimostrava il Carducci, aveva pensato fino dall’anno innanzi, ma la nomina dovè essere rimandata, perchè il Carducci non aveva ancora quei tanti anni di accademico che sono richiesti per essere tenuto degno di entrare nell’alto consesso.

Di lì a due mesi, quando nessuno se l’aspettava, il Ministero Crispi cadde.

Era ne’ primi giorni di febbraio del 1891. Un antico scolaro del Carducci, il dottore Innocenzo Dall’Osso, che, consapevole della misera condizione fatta dall’Italia agli insegnanti, aveva preferito alla professione di professore quella di negoziante di tortellini, trovandosi di passaggio a Roma, si incontrò con Ugo Brilli suo antico compagno d’Università ed allora professore al Liceo Mamiani di Roma. Naturalmente parlarono del loro antico maestro, che appunto di quei giorni trovavasi in Roma; il Dall’Osso espresse il desiderio di vederlo; e il Brilli, accontatosi con Edoardo Alvisi, allora bibliotecario della Casanatense, e con altri amici comuni, propose, ciò che fu subito accettato da tutti, di fare una cena, alla quale sarebbero invitati il Carducci, il Dall’Osso e pochi altri.

La cena (nella quale, si intende, dovevano primeggiare i tortellini) fu fissata per le ore 6 alla trattoriaLa torretta di Borghese, in piazza Borghese, dove era cameriere un giovinotto di Bologna soprannominatoBarzilai, entusiasta del Carducci. Eravamo fra gli invitati Luigi Lodi ed io. Quella sera, se nonisbaglio, pioveva, una di quelle pioggie fini, insistenti, noiose, che a Roma, quando cominciano, pare non vogliano finir mai. Io arrivai in compagnia del Brilli e dell’Alvisi. Il Carducci c’era già. Mi presentò il suo ex-scolaro: gli altri, già arrivati, li conoscevo. In breve la comitiva fu quasi al completo: mancava soltanto il Lodi. Mentre si aspettava che i camerieri annunziassero pronta la cena, una conversazione animata empiva di lieto romore la stanza. Il Carducci era di bonissimo umore, e faceva con me sue facete e malinconiche considerazioni intorno alla fortunata condizione del suo scolaro negoziante di tortellini in confronto di tanti altri che trascinavano miseramente la vita in qualche città delle isole, insegnando latino e greco a ragazzi che non avevano nessuna voglia d’impararlo. All’annunzio che i tortellini erano in tavola, ci precipitammo tutti nella sala da pranzo; e il lieto romore andò sempre crescendo mentre ciascuno cercava il suo posto.

Cominciarono a sfilare le portate dei tortellini, cucinati in tutte le guise; cominciarono e non finivano; come non finivano le lodi dei commensali a così squisite minestre. Il pranzo procedeva allegramente, e lo sfilare dei vassoi di tortellini era finito, quando a un tratto comparve il Lodi, il cui posto accanto a me era rimasto vuoto. Entrò dicendo che veniva dalla Camera con una strabiliante notizia: — Il Ministero Crispi stava cadendo: forse era già caduto: egli Lodi aveva lasciato la Camera in votazione:l’appello nominale aveva già superato la metà dei presenti, e il Ministero si trovava in minoranza: nel qual caso, osservò il Lodi, l’esperienza insegna che i più di quelli che restano voteranno contro: avrebbero votato in favore se non avessero avuto la sicurezza che il Ministero era spacciato. —

Naturalmente il Lodi, che allora scriveva in un giornale di opposizione, era tutto sodisfatto; però, sapendo quanto il Carducci fosse affezionato al Crispi e quanta ammirazione avesse per lui, cercò di contenersi. Nè risparmiò titoli poco onorevoli a quelli onorevoli che, avendo fino allora sostenuto il Ministero, ora che lo vedevano in procinto di cadere gli si erano voltati contro. Ma la sodisfazione che gli si leggeva nel viso traspirava, starei per dire, dai pori stessi delle sue parole, se anche di biasimo ai vincitori. E qualche motto di disapprovazione per il Crispi gli uscì pure di bocca.

Alle prime parole del Lodi il Carducci rannuvolatosi gridò: — Non è possibile. — Quando poi dal seguito del racconto capì che la cosa era vera, ruggì: — Vigliacchi; è l’unico uomo di stato che possa governare l’Italia, e tenerne alto il nome: vigliacchi. — E ruotando gli occhi fiammanti d’ira, e fissandoli di tratto in tratto sul Lodi, pareva volesse stritolarlo, annientarlo col solo sguardo. Qualcuno, non mi ricordo chi, si provò a gittare qualche parola che temperasse l’effetto prodotto nell’animo del Carducci dall’improvvisa notizia; io, che lo conoscobene, mi tacqui sapendo che qualunque parola poteva affrettare lo scoppio della burrasca, invece di scongiurarlo; e, ad ogni nuova osservazione o risposta del Lodi, m’aspettavo di vedere il Carducci balzare in piedi ed avventarglisi contro. Dovette accorgersi anche il Lodi che non era prudente seguitare la conversazione su quell’argomento, e, non mi ricordo se col pretesto di tornare alla Camera, o con altro, levatosi da tavola se ne andò.

L’allegria, rotta a quel modo, non fu più possibile rannodarla. Il Carducci rimase cupo e muto per tutto il resto della serata. E la tempesta sconvolse non soltanto la nostra piccola comitiva, ma tutto lo stabilimento. Il padrone, che aveva sperato di farsi con la nostra cena un po’ diréclame, ne rimase più sconcertato di tutti: faceva di tratto in tratto capolino alla porta e guardava il Carducci; ma vedendolo sempre più nero e adirato, tornava indietro e respingeva con bel garbo gli avventori che dalle altre sale si affollavano verso la nostra, per desiderio di vedere il poeta. Il poveroBarzilai, che aveva fatto del suo meglio per adornare la sala e la tavola, ed aveva perfino trovato dei fiori freschi, rari in quella stagione, rimase tutto dolente che nessuno li avesse apprezzati.

La cena finì in mezzo ad un silenzio di tomba: quando uscimmo (pioveva sempre) avevamo l’aria di gente che torna da un funerale. S’andò al Caffè Morteo in Via Nazionale: nè fu possibile per istradacalmare il Carducci, il quale andava brontolando fra sè e sè e mettendo di quando in quando a mezza voce qualche esclamazione. Pareva che avesse perduto fino la conoscenza delle persone, perchè più d’una volta si fermò per istrada domandando al Brilli: — Ma chi è colui là? — Ed era uno dei nostri commensali.

La sera dopo, il Dall’Osso invitò ad una cena più ristretta alcuni dei medesimi amici, per far sentire loro i suoi tortellini. Il Carducci era più calmo, ma non aveva ritrovato il buonumore che gli è abituale in simili occasioni: pareva impensierito, triste, come se fosse sotto il peso di una grave sciagura.

L’ammirazione e l’affetto del Carducci per il Crispi erano d’antica data: si collegavano e si confondevano con la storia del risorgimento d’Italia. Ora poi le testimonianze di stima e di amicizia che ne aveva ricevute nei tre anni e mezzo circa ch’egli era stato al potere, lo avevano maggiormente stretto a lui. E dopo ch’egli fu caduto, non si lasciò sfuggire occasioni, anzi andò cercandole con ogni studio, per dimostrargli sempre maggiormente la sua devota affezione. Forse non pensò neppure che ciò avrebbe potuto procurargli qualche fastidio per parte di quei radicali, che già da un pezzo (dall’ode alla Regina in poi) lo accusavano disertore ed apostata del loro partito; o se ci pensò, si sentì forte e sicuro nella coscienza di adempiere ciò che stimava un dovere.

***

Dopo la nomina a Senatore, il Carducci venne anche più spesso a Roma. Della sua vita romana in questo ultimo periodo scrisse con reverente affetto Mario Menghini. «A Roma (il Carducci) cambia notevolmente di abitudini (le abitudini sue a Bologna sono già note ai lettori). Si alza verso le otto se è d’inverno, verso le sette se d’estate.... ed esce per andare al Senato, da quando è senatore. Gli anni avanti era solito rintanarsi nella Biblioteca Casanatense, dove il fedele Alvisi (bibliotecario) teneva a sua disposizione una stanzetta per studiare. Anche in Senato il luogo prediletto dal Carducci è pur sempre la biblioteca. Colà, curvo sul tavolino, legge, prende appunti, corregge prove di stampa, scrive lettere: insomma è sempre alle sue occupazioni preferite.... Ma il cannone di mezzogiorno lo toglie dai suoi studi; egli vuole andare a mangiare e attende con impazienza il nostro giungere. Perchè posso dire che a Roma il Carducci ha sempre appetito, un appetito formidabile; ed ama la cucina casalinga, e, non meno del Chianti, il vino dei Castelli romani.»[64]

Finchè rimasero a Roma, il Brilli e l’Alvisi furono i due che col Menghini andavano abitualmentea prendere il Carducci alla Casanatense o al Senato per condurlo ed essergli compagni a colazione. Nella trattoria giungevano poi, se non c’erano già, altri compagni; spesso Cesare Pascarella, Vittorio Fiorini, Policarpo Petrocchi (ora morto improvvisamente e immaturamente); più di rado, perchè non sempre libero, Francesco Torraca. Io ci andavo quando potevo. Qualche impronto riusciva talvolta ad intrudersi, con fastidio di tutti, nella piccola brigata. Ciò bastava a mettere di malo umore il Carducci; il quale a tavola, in buona e ristretta compagnia, è sempre allegro ed espansivo; ma appunto perciò bisogna che la compagnia sia piccola e d’intimi.

Le trattorie preferite dal Carducci erano in generale di quelle dove si mangia alla buona e si spende poco. Negli ultimi anni «il ritrovo abituale, scrive il Menghini, era una piccola trattoria in via dei Sabini.... che aveva il pregio di preparare dei desinari salubri a poco prezzo. L’onesto proprietario era orgoglioso di servire il Senatore (così chiamava sempre il Carducci): e credo che nessuno sia stato più intelligente di lui nel soddisfare i gusti, modestissimi del resto, del nobile avventore. La tavola era sempre coperta di biancheria di bucato, e sempre adornata di fiori.

»Il convegno però delle grandi occasioni, quando il Carducci poteva godere più di due ore di libertà, era il Castello di Costantino, la famosa trattoria chesta a cavaliere delgran monte plebeo; luogo veramente incantevole, che ha di fronte il Palatino e ai tre lati le Terme di Caracalla e Monte Mario. La tavola allora era più numerosa, i discorsi più vari e meno intimi.»[65]

La sera il Carducci soleva mangiare in casa, presso la famiglia d’uno dei due o tre amici dei quali accettava in Roma l’ospitalità. Quando era da me, le sere ch’eravamo soli si divertiva, dopo pranzo, a giuocare a briscolone col più piccolo dei miei figliuoli, rallegrandosi molto e facendo le più sonore risate quando gli accadeva di vincere.

Non gli mancavano inviti a pranzo fuori, ch’egli soleva accettare se di persone a lui simpatiche. Fra i più graditi erano quelli di Adriano Lemmi, dal quale passavamo (io gli era sempre compagno) delle serate piacevolissime. C’era sempre un’eletta di brave persone, serie senza musoneria, fra le quali e durante il pranzo e dopo si intavolavano animate discussioni, di storia, di arte, di politica.

Io aveva conosciuto il Lemmi fino dal 1885 poco dopo la mia venuta a Roma. Lo trovavo quasi tutte le sere alla Birreria Morteo in Via Nazionale in un piccolo crocchio di amici, coi quali passava volentieri qualche ora conversando. Gli ero stato presentato da un professore del mio liceo, Florestano Tano; ed egli, sapendomi amico del Carducci, amicissimosuo, m’aveva fatto la più cordiale accoglienza. Nei primi tempi il crocchio alla birreria era ristrettissimo: ne facevano parte, oltre il Tano, Luigi Castellazzo, l’autore delTito Vezioed ex-condannato dell’Austria, Ettore Socci non ancora onorevole, e, quando era in Roma, il Carducci. Veniva qualche volta, ma di rado, Ulisse Bacci; vennero più tardi, ma anch’essi saltuariamente, Felice Cavallotti e il conte Luigi Ferrari, ucciso poi così miseramente a Rimini. Forse dimentico qualcun altro.

Il Lemmi, che conosceva gli uomini politici più autorevoli, tanto quelli ch’erano al potere, quanto quelli che c’erano stati o aspiravano ad andarci, era sempre fornito di notizie, e dirigeva e presiedeva, per così dire, le nostre conversazioni. Le quali, aggirandosi generalmente sui fatti del giorno, si capisce ch’erano spesso vive e romorose.

Data la qualità e notorietà delle persone, era naturale che quelle conversazioni eccitassero la curiosità dei frequentanti la birreria. Onde accadde che dai tavolini vicini al nostro qualcuno prestasse attenzione ai nostri discorsi, e che qualcuno anche, non invitato, ci mettesse bocca. Ciò, se non poteva piacere a nessuno di noi, a lungo andare dispiacque molto al Lemmi; il quale dopo qualche tempo cessò di venire alla birreria, invitando alcuni dei più intimi a prendere il ponce o la birra in casa sua. E di tanto in tanto, quando il Carducci era a Roma, ci invitava anche a desinare.

Rammento fra quelli che avemmo più spesso commensali il generale Sani, il dottore Achille Ballori, l’onorevole Filippo Mariotti, Ulisse Bacci. Vennero qualche volta anche l’onorevole Fortis, il conte Luigi Ferrari, la signora Jessie White Mario, Guido Mazzoni.

In casa Lemmi non c’erà pericolo che la conversazione languisse. Chi pensava a tenerla desta era il signor Adriano, come alcuni di noi lo chiamavamo. Con i suoi settant’anni e più egli aveva una vivacità e una freschezza di spirito più che giovanili. La sua vita fortunosa, la sua amicizia con gli uomini che prepararono il risorgimento nazionale, dei quali egli fu anche il compagno d’azione e il cassiere, fornivano alla sua memoria una quantità inesauribile di fatti e di aneddoti ch’egli non si stancava di raccontare. Nelle discussioni sopra qualunque argomento egli aveva sempre le idee sue personali, che non erano quasi mai quelle degli altri, che spesso anzi erano opposte a quelle degli altri; e le sosteneva con una tenacia non di toscano, ma di ligure, e con una energia e vivezza di linguaggio veramente mirabili. Quando il suo oppositore era un dei più giovani, ad esempio il Bacci, di cui aveva molta stima ed al quale era molto affezionato, l’intercalare col quale cominciava, interrompendolo, la sua risposta, era questo: — Scusi, lei non capisce niente. — Ma nessuno s’impermaliva o si lasciava sgomentare; e le repliche fioccavano vive, magaripungenti. Quando poi per l’ora tarda i convitati si disponevano a partire, lasciando interrotta l’ultima discussione, rimaneva in tutti il desiderio di riprenderla al più presto, non per conchiudere, ma per rimanere ciascuno, s’intende, con la propria opinione.

Il Lemmi, amico del Crispi fin da quando giovani cospiravano insieme, gli era sempre rimasto fedele, e si trovava perfettamente d’accordo col Carducci nell’apprezzare l’opera di lui come uomo di Stato e capo del governo. Aveva perciò veduto anch’egli con dispiacere la crisi del febbraio 1891, e giudicava anch’egli molto severamente la condotta della Camera in quella occasione.

Indipendentemente dalle qualità personali che facevano caro il Lemmi al Carducci, questa conformità d’idee rispetto al Crispi stringeva sempre più i legami della loro stima ed affezione reciproca. E, com’è naturale, si trovavano d’accordo nel sentirsi tanto più legati al Crispi ora ch’egli era in disgrazia.

***

Fin da quando il Carducci pubblicò l’ode a Margherita di Savoia, i monarchici andavano vantando che il poeta della repubblica era stato guadagnato alla monarchia dalla graziosa Regina. Fin d’allora i repubblicani lo accusarono, come abbiam visto, di aver disertato la parte loro.

Il Carducci aveva anche, come pure abbiam visto, fatte nel 1888 e 1889 due conferenze alla Palombella in presenza della Regina, la seconda delle quali (La Poesia e l’Italia nella quarta crociata) terminava con un grazioso saluto a Sua Maestà; ed aveva nelleTerze Odi barbare, pubblicato una nuova ode alla Regina,Il liuto e la lira.

In tutto ciò niente di strano; e niente di strano nel fatto che il poeta nel marzo del 1891 invitasse il Crispi a fare da padrino a la bandiera che le signore di Bologna avevano ricamata per il Circolo monarchico universitario; niente di strano, dico, dopo ch’egli avevaconfessato francamentein quali circostanze e per quali ragioni fosse avvenuta quella che poi chiamarono la suaevoluzione.

La quale più tardi spiegò anche più chiaro con queste parole: «Io, di educazione e di costumi repubblicano (all’antica), per un continuo svolgimento di comparazione storica e politica, mi sentii riattratto e convertito ingenuamente e sinceramente alla monarchia, con sola la quale credo ormai fermamente possa l’Italia mantenersi unita e forte: oltre di che mi professo affezionatamente devoto alla grande civiltà e umanità di Umberto I.»[66]

Il Crispi, non poeta, ma semplicemente uomo politico, si era anche lui di repubblicano convertito a monarchico dicendo: «La monarchia ci unisce, larepubblica ci dividerebbe», e nessuno ci aveva trovato a ridire, benchè in fondo a quel mutamento stesse la nobile ambizione di salire al governo, mentre in fondo all’evoluzione del Carducci non c’era nessuna ambizione e nessun vantaggio di nessun genere.

Tenuto poi conto della grande stima che il Carducci faceva del Crispi, come cittadino e come uomo di Stato, può anche essere che nella sua evoluzione avesse pure influenza l’esempio di lui. La ragione del poeta e dell’uomo di Stato era in fin dei conti la medesima.

Dunque niente a ridire, per le persone ragionevoli e spregiudicate, sul mutamento dell’uno come su quello dell’altro.

Ma è naturale che i repubblicani condannassero severamente, brutalmente, il Carducci; per questa ragione sopra tutte, che la perdita di lui era pel partito una gran perdita. Morti Garibaldi e Mazzini, morti Mario e il Cattaneo, divenuti ministri della monarchia il Cairoli ed il Crispi, non rimaneva se non che il poeta della democrazia e della repubblica passasse anche lui armi e bagaglio al partito monarchico.

I moderati toscani avevano rimproverato al Carducci di avere rinnegato la Canzone aVittorio Emanuelee laCroce di Savoiaper inneggiare alla repubblica; ma per la gioventù romagnola il Carducci era soltanto il poeta di Satana e deiDecennali, ilpoeta di Monti e Tognetti e del Cairoli, dellaCommissione araldicae diVersaglia.

La gioventù romagnola fra il 1870 e il 1875 era quasi tutta repubblicana; è quindi naturale ch’essa facesse del Carducci il poeta suo prediletto. Però nei decennio dal 1875 al 1885 molti di quei giovani, avviatisi a diventare uomini maturi, avevano per lo svolgersi degli avvenimenti politici rimesso molto del loro ardore repubblicano; ed erano quindi in grado di meglio intendere e di giudicare più serenamente l’opera del Carducci poeta e cittadino. La gioventù nuova non era invece in questo caso: al partito repubblicano era venuto a poco a poco ad aggiungersi il socialista; ed a Bologna ambedue riguardavano naturalmente con odio e con disprezzo il circolo monarchico universitario.

I giovani, si sa, portano l’ardore della gioventù nella professione delle loro idee; essi sono, e debbono sempre essere, perchè giovani, eccessivi in tutto. Di ciò meno che altri può meravigliarsi il Carducci. Essi naturalmente non accettarono la giustificazione che il poeta diede dell’avere scritta l’odeAlla Regina: se avessero saputa la storia, probabilmente avrebbero pensato che Barnave pagò con la testa l’aver sentito pietà di Maria Antonietta quando l’accompagnò nel triste ritorno a Parigi.

Altri tempi ed altri avvenimenti, coi quali non è dato istituire confronti. Sta bene. Ma insomma l’autore deiGiambi ed Epodiaveva, dopo le odi e le lodialla Regina, celebrato Carlo Alberto, ed aveva accettato la nomina a senatore: e quasi ciò non bastasse, si apprestava a fare da padrino, in luogo del Crispi, alla bandiera del Circolo monarchico universitario.

Questo per gli studenti repubblicani e socialisti fu il colmo. E la sera del 10 marzo 1891, dopo una conferenza commemorativa del diciannovesimo anniversario della morte di Giuseppe Mazzini, un centinaio di giovani, fra i quali parecchi studenti, si recò alla casa del Carducci sulle Mura Mazzini, per fargli una dimostrazione ostile. La turba dei dimostranti prendendo da Via San Stefano per Via del Piombo, fu, come accade, ingrossata dai soliti curiosi, tanto che quando giunse dinanzi alla casa del poeta era di circa trecento. Il Carducci non era in casa. I dimostranti si sfogarono gridandoabbassoe fischiando e poi se ne andarono.

Il giorno di poi essendosi sparsa la voce che gli studenti monarchici volevano fare una controdimostrazione in favore del Carducci quando egli recavasi all’Università a far lezione, gli studenti radicali, in numero di circa cinquecento, si radunarono verso le ore due nell’Università, e non appena il professore comparve incominciarono a fischiare e gridareabbasso. Egli, come se ciò non lo riguardasse, si fece largo tra i fischianti, ed entrò nell’aula per fare la sua lezione. Dietro di lui entrarono in massa i dimostranti; egli, apparentemente calmo, sali la cattedra avendo intorno alcuni studentie studentesse di filologia, ed accingevasi a fare lezione, quando ricominciarono le grida diabbassoed i fischi. Impedito di far lezione dal baccano che andava sempre crescendo, egli, acceso un sigaro, si mise a fumare, non senza prima aver risposto a quelli che gridavano: «È inutile che gridiateabbasso, la natura mi ha messo in alto; dovreste piuttosto gridarea morte.» E poichè ai fischi e agliabbassosi aggiunsero le grida dicretino, vigliacco, buffone, ed altre più gravi ed atroci ingiurie, eglimontò ritto in piedi sur una tavola che era dinanzi alla cattedra, per meglio esporsi ai fischi e per ricevere in pieno petto gli oltraggi. Ciò irritò maggiormente i dimostranti, i quali divenuti tanti energumenisi ruinarono contro la tavola, fracassarono le lampade, mandarono in pezzi più assi de la cattedra, e rintuzzarono il professore con gli studenti e le studentesse che gli s’erano stretti intorno,tra la cattedra e il muro, tanto che la respirazione diveniva ogni momento più difficile e la stretta era non senza pena e pericolo.[67]Una signorina svenne e fu salvata per la finestra, un’altra n’ebbe intormentito un braccio, un’altra ci rimise il mantello. Erano sopravvenuti durante il tumulto i professori Pelliccioni e Ciaccio, l’economo dell’Università cav. Damiani e Olindo Guerrini, ma non erano riusciti a calmare quei furibondi, nè a persuaderli a sgombrarel’aula, poichè il Carducci aveva dichiarato ch’egli era in casa sua e non sarebbe uscito se non l’ultimo di tutti. Sopravvenne in fine il professore Albertoni, il quale, come socialistoide, fu accolto da una ovazione dei dimostranti; ma neppure egli riuscì a persuaderli a sgombrare. Se ne andarono quando vollero, cioè quando capirono che tanto il professore non se ne andava, ed erano forse stanchi di quella, come il Carducci la chiamò,prolungata esercitazione nelle imitazioni animalesche.[68]

Usciti i dimostranti, uscì anche il Carducci insieme coll’economo Damiani. Fu fatto salire in una vettura e accompagnato a casa. Gli studenti e una parte dei dimostranti, che aspettavano fuori, seguirono la carrozza, quelli acclamando il professore, questi seguitando a oltraggiarlo. Fu detto che uno dei dimostranti, aggrappatosi alla carrozza tentò di colpirlo; ma il poeta con un telegramma da Genova allaGazzetta dell’Emiliaaffermò che nessuno aveva portato la mano sopra di lui. IlResto del Carlinoperò disse che nel suo interrogatorio il Carducci non aveva escluso di essere stato minacciato e percosso, ma aveva soggiunto che ciò sarebbe avvenuto in seguito a sua provocazione.

La mattina del 13 gli studenti monarchici prepararono in piazza Vittorio Emanuele una dimostrazione in onore del professore. Naturalmente iradicali, saputolo, si riunirono anch’essi per controdimostrare; e gli uni applaudendo e gli altri fischiando, per i Portici del Pavaglione e via Farini, si spinsero fino in via del Piombo, alla casa del Carducci, dove giunti si azzuffarono, si strapparono una bandiera e ne ruppero l’asta. Il Carducci, ch’era a Genova, vide il Verdi, andato a cercarlo, e di tutto gli parlò fuor che del successo in Bologna; tanto poco ci aveva il pensiero.

***

Il fatto della prima dimostrazione (le altre non furono che una conseguenza naturale di quella) fu deplorevole, ma i precedenti da me narrati lo spiegano. Il ministro Villari, parlandone alla Camera disse: «Quando assistiamo a fatti come quelli di Bologna, dove impunemente si insulta l’uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra vedere dei figli che insultano il loro padre.» Nobili parole che furono una giusta condanna del fatto indegno.

Gli studenti radicali in un foglietto stampato si giustificavano dicendo: «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo. Noi abbiamo fischiato il disertore di una bandiera.» Dal loro punto di vista essi avevano in apparenza ragione; ma avevano torto nella sostanza. Per ammirare il poeta e il letterato bisognava comprenderlo; ed essi non lo comprendevano: essi vedevano nel Carducci il poeta del loro partito;ed il Carducci era ben altro; era un poeta superiore a tutti i partiti.

Gli studenti radicali di Bologna commettevano lo stesso errore nel quale erano caduti i monarchici moderati, che dopo il 1860 accusavano di defezione l’autore della CanzoneA Vittorio Emanuelee dellaCroce di Savoia. La ragione dell’errore l’accennava il Carducci stesso con queste parole dirette al ministro Villari: «Il Ministero della pubblica Istruzione volle fare in piccol tempo troppe scuole e troppi professori in un paese che non poteva nè dare tanto, nè portare tanto.»[69]Insomma la ragione era l’ignoranza. Con ciò non intendo negare che parte, e principalissima parte, nel fatto, avesse la passione politica, la quale è sempre bestiale; ma credo che, se gli studenti radicali avessero veramente (cioè comprendendolo) ammirato il poeta, non avrebbero fischiato in lui ciò ch’egli non era e non fu mai, il disertore di una bandiera. La sua bandiera, ch’egli non disertò mai, fu sempre una sola, la bandiera della nazione, la bandiera italiana.

Che dopo l’ode alla Regina i suoi ideali politici non erano affatto mutati basterebbero a dimostrarlo, se non lo dimostrasse tutta la vita e tutta l’opera sua, le odiA Giuseppe GaribaldieScoglio di Quartoe i sonettiÇa ira. Mentre i repubblicani lo accusavano di avere rinnegato i suoi antichi ideali, imonarchici lo accusavano d’inneggiare ai sinistri e sanguinari apostoli della Rivoluzione francese.

Nei giorni dei tumulti e in quelli che seguitarono il Carducci non perdè mai la sua calma e la sua serenità di spirito. Attendeva ai suoi studi come se niente fosse avvenuto: si occupava allora del Goldoni, intorno al quale aveva in animo di comporre una corona di sonetti. Furono scritti in quel tempo i quattro che poi pubblicò per le nozze della figlia di Ferdinando Martini. Nè si preoccupava affatto del ricominciare le lezioni: e quando una quindicina di giorni dopo le ricominciò, tutto procedè tranquillamente. Uno dei suoi antichi scolari, che assisteva alla prima lezione, mi diceva: «Nessuno avrebbe potuto immaginare quel giorno che circa un mezzo mese prima dentro quell’aula si era venuti alle vie di fatto ed era mancato poco che non si fosse versato del sangue.»


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