Chapter 19

Di Braccio Bracci e degli altri Poeti odiernissimi.Diceria di G. T. Gargani.Firenze 1856.

Di Braccio Bracci e degli altri Poeti odiernissimi.Diceria di G. T. Gargani.Firenze 1856.

Avevamo fatto proposito per certe ragioni di non fiatare di questo libercolo; ma dacchè tutti i giornali lo han giudicato, purtroppo secondo il merito, duramente, non possiamo più rimanerci in silenzio neppur noi: e però, lasciato il solito tenore delPassatempo, che per le medesime ragioni non conviene qui, diremo poche e non beffarde parole, solamente per dolerci del vedere come il signor Gargani poco più che ventenne presuma tanto di sè e ardisca quello che presume e ardisce in esso opuscolo, il quale è di sorte che fa aperto segno non avere il suo autore nemmen una delle mille parti che si richieggono allo scrittore. E di fatto ordine e disposizione veruna vi si cerca invano, saltandosi continuamente di palo in frasca nel più pazzo modo, e proprioplacidis coeunt immitia, serpentes avibus geminantur, tigribus agni: non v’è ombra di giudizio letterario, perchè si trovano messi in un mazzo il Manzoni, il Tommaseo, l’Arcangeli, il Giudici, il Cantù, il Prati, il Guerrazzi, Gino Capponi, il Bracci, il Pieri, il Cempini, il Piave, il Bianciardi, il Bonghi, lo Zauli Sajani, il Lorenzini, ed altri; guazzabuglio irriverente e dissennato: non v’è odore di buono stile o di buona lingua, essendoci stranissimo accozzo di svenevolezze moderne con le più squarquoje frasi del Pataffio e del Burchiello, per forma che qui tu leggi ilchiacchillare, ilciaramelle sfacciati, lasvergognanza, l’immiata, iltraricchissimo, labuassaggine, lognaffe, l’alle guagnespolecon altre simili a barche; ed accanto accanto il franceseA meno chepersalvochè, l’abitudineperuso, consuetudine; iltroppo sventati per istarepertroppo sventati da stare: la sensitività delle passioni, la illiberalità dell’argomento, lecelebritàperuomini celebri(errore che non basta il Giusti a scusarlo),a tale scrupolosi da, pertanto scrupolosi che: l’anima tutta zucchero e lattecon altre infinite; e con l’aggiunta di veri spropositi di grammatica, comedasseperdesse, non ammesso da nessun grammatico, nè usato da verun buono scrittore, e ilvuo’usato pervoglio, quando dovea dirsivo’dacchèvuo’è abbreviatura divuoi: i quali errori e altri simili, se possono comportarsi in altrui, non possono tollerarsi in chi fa il maestro a color che sanno.Oltre a questo si vede nel libretto una contradizione flagrante, perchè dove a pag. 8 si beffa il Gelli per avere con parole da galantuomo biasimato le vergognose guerre de’ letterati, e si fa aperta professione di accattabrighe, come ne dà prova il libro medesimo, a pag. 55 si dice chei più scrittori dell’appendice alle Letture di famiglia(fra’ quali il Gargani intende noverar sè e i suoi amici)hanno la vecchia ubbìa di rispettare le opinioni di tutti. Ma vizio capitalissimo e che vince tutti gli altri presi insieme è questo, che il signor Gargani avendo avuto alle mani un argomento eccellente, quello cioè di difendere gli studj classici, non ha saputo raccapezzare una pagina che si regga in gambe, e il fino oro che trattava lo ha tramutato in vil piombo. Per la qual cosa egli ha fatto opera contraria direttamente al fine propostosi, dacchè non pure non farà essa ricredenti i nemici de’ buoni studj classici, ma darà invece loro materia di dire malignamente: «Se tali studj non conducono chi si affatica in essi come il Gargani, ad altro che a scrivere sì grottescamente come ha fatto egli, ed a sragionare come egli ha sragionato, Dio ci guardi da tali studj.» Coloro poi che gli amano sinceramente, e non disamano il signor Gargani, piangeranno del vederli difesi così a rovescio, e dirò anche vituperati; ed egli non potrà fare che non si volgano a lui e non gli dicano: «Vi par egli codesto il modo di difendere cosa sì bella e santa: vi par egli che stia bene a nessuno, ed a voi massimamente, il parlare con ischerno di uomini che, se hanno dottrine diverse da quelle professate da voi, son pure uomini ricchi di sapere e degni di ogni riverenza, e il mettergli alla pari co’ più vili guastamestieri? Immaginatevi per un poco di trovarvi in luogo dove fossero il Manzoni, il Tommaseo, l’Arcangeli (se potesse rivivere), Gino Capponi, e lo stesso Guerrazzi, avreste voi cuore di mantener loro in faccia le beffarde parole che avete scritte in questo mal libro: ovvero sarebbe tanta la vostra confusione che non che fiatare, non ardireste nemmeno levar gli occhi in faccia loro? Mettetevi le mani al petto, e fate senno per un’altra volta.»

E così gli diciamo noi, non per animosità nè per male che gli vogliamo; ma per desiderio di vedere ch’egli faccia ammenda di questo lavoro con altri lavori più assennati, e più degni della umanità delle lettere.

(Dal giornaleIl Passatempo, anno I, n. 30, 26 luglio 1856.)


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